Home / Tag Archives: Startup

Tag Archives: Startup

AllDaYeZers – Alla scoperta di Yezers

Questa settimana Mila no avrà la possibilità di andare a conoscere “Yezers – la Startup di Due Generazioni”! Per molti l’incontro con dei giovani ragazzi potrebbe essere una scoperta.

Yezers è la prima startup (al mondo, dicono i fondatori) che entra in politica. Mette insieme due generazioni, la Y e la Z (cioè Millennial e diciottenni) per avvicinarli alla res publica e dar loro voce. E in effetti è composta da persone con un’età media che va dai 23 ai 26 anni.

Una realtà che segue in parte i precedenti italiani di attivazione e partecipazione della cittadinanza dal basso, ma con la forte attenzione alla competenza dei suoi membri e alla creazione di policy universali e accademicamente valide. Un progetto teso a richiamare le generazioni cancellate, dalla burocrazia e politica europea e italiana, al suo ruolo di protagonista del dibattito e dei mutamenti.

Per questo sabato 19 maggio, dalle 9.00 alle 18.00 presso il Starhotels Business Palace di Milano si metterà in gioco l’intera squadra di Yezers un dinamico progetto italiano, nato dall’idea di cambiamento attivo della società. Un cambiamento consapevole e figlio di una rinnovata partecipazione giovanile alla vita pubblica e agli ambiti decisionali.

Nel corso della giornata verranno presentati i risulta dei Team di Ricerca. Durante la giornata verranno presentati ospiti appartenenti a istituzioni, think tank e delle Generazioni Y e Z.

Da anni, le future Generazioni sono scomparse dal dibattito pubblico. A “Yezers – la Startup di Due Generazioni”, vogliamo impegnarci per riportare gli Y e gli Z al centro della politica.

Le Siavs: cosa sono le Startup innovative a vocazione sociale

Welfare, cultura ed accessibilità. Tali ambiti sono sempre più centrali nei dibattiti moderni invadendo ogni campo della società. Fino a quello delle Startup con le Siavs.

Le Startup innovative a vocazione sociale, riassunte nell’acronimo Siavs, sono cresciute nell’ultimo anno, sebbene con un andamento minore rispetto alla nascita esponenziale di startup che caratterizzano la nostra penisola, con concentrazioni importanti nel nord che solamente il Lazio, tra le regioni del centrosud, riesce a mantenere il passo.

La rilevanza di tale forma d’impresa si manifesta sin dalla loro creazione: basti pensare che sono le uniche startup tra quelle tecnologiche ad avere un’apposita e peculiare definizione.

È anche vero, come spiegano molti esperti del settore, che il numero limitato di startup prettamente specificate come sociali rispecchi da un lato l’effettiva differenza numerica fisiologica tra imprese operanti nel sociale e quelle prettamente for profit, dall’altro derivi dall’esistenza di startup che, sebbene non definite quali Siavs, operano in settori perlomeno contigui, si pensi all’educazione o alla formazione in senso ampio; startup quindi “potenzialmente” di innovazione a vocazione sociale, probabilmente senza saperlo. D’altronde altro punto critico è la stessa concezione di “innovazione” alla base dell’idea di startup: storicamente tale forma d’impresa viene globalmente intesa nell’accezione tecnologica, ma la vera e più penetrante innovazione è proprio quella sociale, come d’altronde da tempo si è accertato negli studi del Terzo Settore.

La fortuna di un tale nuovo strumento di innovazione sociale potrà risiedere nel suo carattere trasversale: solamente una minoranza delle attuali 154 Siavs è infatti manifestazione di cooperative sociali, mentre la maggior parte delle attività ha prescelto la forma della società (prettamente s.r.l.), così da poter combinare gli strumenti economici con lo scopo sociale. Ciò a favorito anche la partecipazione economica di privati, anche professionali, di certo più propensi a finanziare strumenti che rispettino le regole di mercato e più prettamente confacenti al proprio ambito.

Il passaggio ulteriore potrà essere quello di riuscire le potenzialità dei due settori, for profit e not for profit, con appositi strumenti, quali incubatori sociali che possano esser aperte alla miriade di enti, non solo le Siavs indicate ma anche adatto alle cooperative ed alle imprese sociali.

 

Intelligenza Artificiale. Nuove dal Web Summit e non solo

L’intelligenza artificiale non è più fantascienza, non è più solo nei film, è ormai una realtà. Tutte le novità a riguardo e non solo dal Web Summit di Lisbona 2017.

1200 speaker, 1500 investitori, +2000 startup, 2500 giornalisti, +7000 CEO di aziende, 60000 partecipanti da 170 paesi. Questi i numeri incredibili che hanno caratterizzato il Web Summit 2017, la più grande conferenza tecnologica dei nostri tempi. Intelligenza artificiale, innovazione, futuro e startup, i temi principali. Lisbona, la capitale europea scelta per la seconda volta consecutiva che ha ospitato l’evento dal 6 al 9 novembre. E non è stato un caso. Lisbona infatti è la meta numero uno per le startup, il merito va al piano di investimenti sull’economia dell’innovazione annunciato dal governo e alla qualità della vita.

Una realtà, quella della capitale portoghese, ancora piccola ma in continua crescita e che ha saputo valorizzare l’impulso che il Summit ha dato all’ecosistema innovativo locale.

L’evento nasce nel 2009, figlio della lungimiranza di un allora ventiseienne Paddy Cosgrave che a Dublino diede inizio a un ciclo di conferenze dedicate alla tecnologia davanti ad un pubblico di 150 persone. Dal clima grigio irlandese a quello soleggiato del Portogallo, oggi si contano 100 mila presenze.

   

Ambiente e politica, colossi del Web, amministrazioni locali, sport e robotica, industria delle automobili, media del settore, investitori e starnutire alla ricerca di finanziamenti per i loro progetti.

I nomi che si sono alternati sul palco della Meo/Altice Arena sono influenti e prestigiosi, a dimostrazione dell’importanza internazionale del Web Summit. Al Gore, la commissaria europea per la concorrenza Margrethe Vestager, il Segretario Generale delle Nazioni Uniti António Guterres, Brian Krzanich di Intel e l’ex Presidente Francese François Hollande. Aziende tecnologiche innovative e blue chip rappresentate da Stewart Butterfield (CEO di Slack), Steve Huffman (CEO di Reddit) Sean Rad (co-fondatore e presidente dell’app di incontri Tinder), Gillian Tans (CEO di Booking.com), Mark Hurd (CEO di Oracle), Brian Krzanich (CEO di Intel), Werner Vogels (CTO di Amazon) e Brian Smith (Presidente di Microsoft).

Anche l’Italia era presente a Lisbona. Oltre al Commissario per l’attuazione dell’Agenda Digitale, Diego Piacentini, e all’astronauta Paolo Nespoli, molte startup italiane, piccole e grandi, hanno preso parte alle conferenze e presentato le proprie idee.

Cosgrave ha inaugurato il palco con queste parole:

“La tecnologia sta travolgendo tutto e tutti. Per certi versi è un fenomeno positivo, per altri lo è molto meno. Ed è di questo che parleremo in questi giorni”.

A proposito di ciò, mi ha colpita l’intervento, a sorpresa, di Stephen Hawking che collegamento dall’Inghilterra ha lanciato uno spunto di riflessione riguardo lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale:

“In teoria non solo può distruggere milioni di posti di lavoro ma anche la nostra stessa economia. Io però sono ottimista: sono certo che arriveremo a creare delle AI che aiutino l’umanità”.

Quello del lavoro è un problema serio, anzi un incubo. Le macchine intelligenti sono già capaci di conversare con noi umani, dandoci risposte sensate e articolate, hanno un bagaglio di sapere più consistente del nostro, infatti attingono alla dispensa virtuale e sono in grado di fronteggiare qualsiasi argomento. Sophia ad esempio, il robot più “umano” al mondo, terzo prototipo di robot prodotto della Hanson Robotics nelle parti meccaniche e dalla Singolarità Net che le ha donato la più evoluta intelligenza artificiale, proprio al Web Summit ha detto ai giornalisti:

“Se in futuro un umano sarà licenziato da un manager per assumere un robot, beh vuol dire che quell’umano non era abbastanza bravo”.

La sfida è stata lanciata dai nostri, a breve, competitor.

“Sophia vuol dire saggezza, e noi l’abbiamo portata nella testa di un robot”, ha detto Ben Goertzel, il suo creatore che le è stato accanto durante l’intervista, “abbiamo inserito nel suo cervello nozioni di grammatica per rispondere in modo corretto, mentre la sua conoscenza la prende da internet”.

Sophia è capace di ironizzare sul fatto che, fino ad ora, un solo paese, l’Arabia Saudita le abbia concesso la cittadinanza quando lei è stata creata per essere cittadina del mondo ma non coglie, per fortuna, il controsenso che vede Riad dare la cittadinanza a un robot pur non riconoscendo diritti fondamentali alle donne. Stupisce quando alla domanda “pensi che i robot dovrebbero avere diritti come gli uomini?” Sophia risponde: “perchè no? So che alcuni umani vorrebbero dare diritti agli animali domestici”, incalza la giornalista che le chiede se la notte sogna circuiti elettrici, suggerendole di riformularle la domanda: “forse dovresti chiedermi se sono i circuiti elettrici a sognare me”.

Nessuno può rimanere indifferente davanti a un progresso così sfacciato e tangibile, difficile non farsi domande circa il ruolo che questi robot avranno nel futuro e il rapporto con noi umani.

É chiaro che la preoccupazione di Hawking circa l’occupazione è concreta più che mai, non ci vorrà molto perché le macchine sviluppino capacità fisico-meccaniche che garantiscano prestazioni elevate nel lavoro pratico o a “catena di montaggio” ed è anche possibile, come dice lo scienziato inglese che “con la distruzione di milioni di posti di lavoro venga distrutta la nostra economia e la nostra società.”

Dalla macchina che aliena alla macchina che elimina, l’uomo ovviamente, mi chiedo cosa ne penserebbe il povero Marx. Non c’è dubbio che l’intelligenza artificiale sia potenzialmente, molto potenzialmente, superiore a quella umana. I robot parleranno sempre meglio, avranno diritti, reagiranno, potranno esprimere emozioni o almeno farcelo credere, sicuramente saranno in grado di recepire le nostre. Tutto bellissimo, ma noi? Cosa accadrà quando un’arma sarà tanto “intelligente” da rifiutarsi di obbedire ai comandi? O peggio ancora, di funzionare da sola…Cosa succederà quando le macchine saranno tanto avanti da non essere più percepite come tali, creando confusione tra noi umani? Che fine faremo quando verremo superati?

É qui che bisogna essere lungimiranti ed è qui che si accende la speranza di Hawking: “le nostre AI devono fare ciò che vogliamo che facciano”.

Pericoli ma anche benefici, se impiegate nel migliore dei modi con le AI potremmo forse, finalmente rimediare ai danni inflitti alla natura, sconfiggere la povertà e debellare malattie. L’uomo non vede farsi superare per essere sostituito ma per essere migliorato.

Non è la prima volta che l’uomo deve mettersi alla prova dimostrando di saper gestire il progresso scientifico, sostenendolo e sfruttandolo a fini positivi. Era il 1934 quando Enrico Fermi fece una delle scoperte che avrebbero cambiato il mondo e che gli valse quattro anni più tardi il premio Nobel per la fisica. Attuò la prima fissione nucleare artificiale di un atomo di Uranio. Il suo lavoro sul bombardamento del nucleo, portò nel 1938 alla prima reazione a catena nucleare, che servì a Fermi e alla sua equipe scientifica per la creazione del primo reattore nucleare a fissione tramite il quale il 2 dicembre 1942 si sarebbe ottenuta la prima reazione a catena controllata e autosostenuta. Il meccanismo della reazione nucleare può avere un duplice impiego ed è proprio riguardo al dual use del potere atomico che l’uomo ha fallito. Nonostante le avvisaglie della comunità scientifica circa la sua pericolosità, i grandi della terra decisero di utilizzarla a scopo militare prima che civile. Mi viene da pensare che il problema non riguardi tanto l’uomo in generale, quanto il ruolo che ricopre nel mondo e gli interessi personali, quando questi prevalgono sul bene collettivo. O forse, semplicemente non eravamo pronti per tali scoperte e dunque non facciamo dell’ottimismo di Hawking e di tanti altri una minestra riscaldata.

In tema, il lavoro che stanno svolgendo un gruppo di ragazzi alla School of AI- Pi School di Roma. All’ombra di un fungo, anzi IL fungo, locale tra i più chiacchierati per le ingloriose vicende di Mafia Capitale, era infatti tra i luoghi di incontro preferiti dai boss criminali, immerso nel verde di una delle zone più esclusive dell’Eur, sorge il Pi Campus, un incubatore di startup, tra le altre i famosi Le Cicogne e Translated, di cui fa parte appunto la neonata Pi School.

14 partecipanti, tra loro una sola ragazza, sono giovani e giovanissimi, provengono da tutta Europa e la loro mission è l’incontro tra intelligenza artificiale e creatività umana. Selezionati nelle migliori Università da aziende ed esperti leader nel settore, queste menti brillanti sono seguiti da un Team di professionisti nei momenti di lezione, all’insegna della creatività e mai convenzionali, e nella realizzazione degli ambiziosi progetti che stanno portando avanti. Le premesse ci sono tutte, perché raggiungano il loro obiettivo e rassicurino Mr. Hawking perché dall’incontro tra umani e macchine nasca qualcosa di buono.

Fino “a macchina” contraria abbiamo ancora il monopolio decisionale, l’epilogo non deve per forza essere come quello del (fighissimo) film Ex Machina, abbiamo ancora tempo per non farci stare sulle balls dalle macchine.

 

INFO

Per gli appassionati e i curiosi del tema, seguite gli sviluppi della Pi School su Facebook, qui il link della pagina: Pi School