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Gli USA abbandonano l’UNESCO

La decisione è giunta solamente quest’oggi, ma da almeno un lustro il rapporto tra Stati Uniti d’America e Unesco si era inclinato. Quest’oggi tramite notificazione, avente quindi forza di atto ufficiale, il Dipartimento di Stato americano ha annunciato all’organismo delle Nazioni Unite la sua uscita da membro dell’organizzazione. Per il Dipartimento di Stato statunitense è :

“Fondamentale riformare l’organizzazione. Gli Usa manterranno lo status di osservatori, fornendo un contributo di visione, prospettiva ed esperienza”. 

L’UNESCO è un’agenzia specializzata delle Nazioni Unite creata con lo scopo di promuovere molteplici e differenti attività tra cui: la pace e la comprensione tra le nazioni con l’istruzione, la scienza, la cultura, la comunicazione e l’informazione per promuovere “il rispetto universale per la giustizia, per lo stato di diritto e per i diritti umani e le libertà fondamentali” quali sono definite e affermate dalla Carta dei Diritti Fondamentali delle Nazioni Unite.

IL MOTIVO DEL RITIRO – Dietro la decisione degli USA vi sarebbe l’accusa nei confronti dell’UNESCO di «inclinazioni anti israeliane». Washington – ha affermato la portavoce del Dipartimento di Stato americano, Heather Nauert – sostituirà la propria rappresentanza attuale con una «missione di osservatori».

A spingere Washington alla clamorosa mossa vi sono due importanti motivi. Il primo motivo che ha spinto la più grande potenza al mondo fuori dall’agenzia delle Nazioni Unite è dovuta al recente Congresso di Cracovia dell’organizzazione. Inoltre la risoluzione dello scorso luglio ha negato la sovranità di Israele sulla città di Gerusalemme vecchia e Gerusalemme est. A Cracovia l’Unesco aveva dichiarato che Israele è una «potenza occupante». In precedenza era stato negato il legame culturale tra Israele e il Muro del Pianto. Sempre a Cracovia era stato riconosciuto quale «patrimonio dell’umanità» il sito della tomba dei Patriarchi a Hebron, definito tuttavia «sito palestinese».

E’ dal 2011, quando la Palestina divenne membro dell’organizzazione dell’Onu, che gli Stati Uniti hanno smesso di finanziarla pur mantenendo un ufficio nel quartier generale di Parigi. Intanto a Parigi si sta votando in questi giorni per eleggere il nuovo direttore generale. Per ora sono rimasti in lizza due soli candidati che sono pari a livello di preferenze: l’ex ministro della cultura francese Audrey Azoulay e il suo omologo del Qatar Hamad Bin Abdulaziz Al-Kawari su cui Israele ha già espresso le proprie preoccupazioni.

SFIDA PER LA PRESIDENZA  – E’ nella “Questione Qatar” che si concentra il secondo motivo che ha portato alla clamorosa decisione di Washington. L’esito della votazione per la Presidenza potrebbe arrivare entro le prossime ventiquattrore. L’organizzazione fin dal 1945, la poltrona di leader dell’Unesco è stata occupata da europei, americani, un asiatico e un africano, e ora i Paesi arabi ritengono che sia arrivato il loro turno, tanto da schierare quattro pretendenti in lizza: oltre a Qatar ed Egitto, anche Libano e Iraq, che però alla fine ha ritirato la sua candidatura. L’Unesco è la prima organizzazione Onu ad aver ammesso la Palestina come Stato membro, nell’ottobre 2011, suscitando l’ira e lo stop dei finanziamenti da parte di Usa e Israele.

UNESCO IN CRISI FINANZIARIA? Il candidato qatarino Hamad al-Kawari, nel presentare la sua candidatura ha dichiarato che «Non vengo a mani vuote».

Come a sottintendere che Qatar è pronto a farsi carico del baratro di bilancio provocato dallo stop ai contributi di Stati Uniti e Giappone. Da soli gli Usa rappresentavano il 20% del bilancio dell’Unesco. Senza contare la ritorsione del Giappone, il secondo finanziatore più importante, che ha rifiutato di pagare la sua quota 2016 in seguito all’iscrizione, nel 2015, nel registro della memoria mondiale, del Massacro di Nankin, perpetrato dall’esercito imperiale giapponese nel 1937. Qatar che sta lottando per affermarsi come Potenza Regionale con azione globale, proprio nel mentre è stato accusato da Arabia saudita e alleati del Golfo di sostenere il terrorismo jihadista. Più che per la galassia jihadista si sottolinea che le Monarchie del Golfo non ne hanno apprezzato il dialogo con l’Iran sciita e soprattutto il forte legame con la Turchia.

Gli Stati Uniti d’America stanno, nel bene o nel male del vostro giudizio, riportando al centro del dibattito il peso del loro ruolo di Paese leader del mondo. E per farlo, dopo la NATO, ricordano al mondo che a sostenere organizzazioni e progetti ci sono i loro dollari e apparati. Un messaggio chiaro da chi non possiede più la pazienza di caricarsi sulle spalle le scelte dell’intero blocco occidentale.

Verso un esercito europeo?

Angela Merkel lo ha detto chiaramente: l’Unione Europea non può più fidarsi degli alleati tradizionali. Era il 28 maggio, e le sue parole hanno fatto scalpore rimbalzando sulle testate di tutto il mondo. Eppure, non sono state altro che la conferma di un percorso politico intrapreso dall’insediamento di Trump alla Casa Bianca.
Lo sganciamento, per ora ancora parziale, dalla crisi in Est Europa, la richiesta ai membri NATO di aumentare la propria spesa militare, l’escalation in Siria erano le avvisaglie di una crisi politica coronata dal ritiro dagli accordi di Parigi.
A dieci giorni dalla dichiarazione della cancelliera tedesca, la Commissione Europea ha varato un fondo di 5,5 miliardi di euro destinato alle forze armate comunitarie. Lo scopo del fondo, reso noto da un comunicato firmato da Federica Mogherini e Jyrki Katainen, è esplicito: indirizzarsi verso un esercito federale europeo.
Sorprendentemente, la notizia non ha ricevuto l’attenzione mediatica che avrebbe meritato.
Il documento pubblicato dalla Commissione Europea evidenzia come le forze armate dei paesi membri utilizzino una varietà enorme di sistemi d’arma a volte addirittura incompatibili tra loro. Una forza armata unitaria, i cui fondi possano essere gestiti dagli organi europei, porterebbe ad una standardizzazione degli armamenti, ad una semplificazione della catena di comando, ad una razionalizzazione delle risorse investite. Consentirebbe dunque risparmi consistenti oppure, a parità di risorse investite, porterebbe ad un netto aumento dell’efficienza delle forze armate.

Gran parte dei fondi di questo primo finanziamento verrà resa disponibile solo a partire dal 2020. Circa 600 milioni di euro verranno destinati alla ricerca di tecnologie militari a livello europeo, superando lo stadio di collaborazione tra singoli stati che aveva caratterizzato lo sviluppo di nuovi armamenti dalla seconda metà della Guerra Fredda.
1,5 miliardi di euro saranno invece indirizzati all’acquisizione e alla produzione di sistemi d’arma a livello europeo.
Il resto dei fondi copriranno operazioni ed esercitazioni militari congiunte.

Il fatto che la proposta sia arrivata subito dopo le dichiarazioni di Angela Merkel dimostra che il progetto fosse nell’aria già da tempo (il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Junker lo aveva ventilato nel settembre 2016), e che la recente crisi dei rapporti USA-UE sia stata colta al balzo come pretesto per iniziare a lavorare su quell’autonomia militare che sembra ormai indispensabile perché l’Europa possa acquisire una reale compattezza diplomatica.

Il processo di unificazione degli eserciti non sarà certo rapido. Esso dovrà coinvolgere gli apparati industriali dei paesi membri non meno delle loro ambasciate. Verranno probabilmente stabilite delle quote di investimento per ogni paese, alle quali c’è da aspettarsi un’opposizione da parte dei paesi europei che al momento investono meno nel settore militare. Ma la riforma è già iniziata e difficilmente potrà arrestarsi, nonostante le pretese di autonomia militare dei più bellicosi tra i paesi membri.

 

Numerosi paesi europei combattono in conflitti aperti. La Francia è ampiamente coinvolta nella crisi siriana e nelle guerre civili del Mali e della Repubblica Centraficana, l’Italia sembra venire lentamente ma inesorabilmente trascinata nel conflitto in Libia, la Gran Bretagna è intervenuta in Libia nel 2011 al fianco della Francia. Molti paesi rimangono schierati in Afghanistan.
La crisi in Ucraina ha risvegliato l’antica paranoia di Germania e Polonia nei confronti della Russia, riaprendo il contrasto sul Mar Baltico, dove proprio nel corso di giugno si sono succedute provocazioni reciproche.

Proprio la crisi politica ucraina ha messo in luce l’inconsistenza della politica estera europea, con il blocco est europeo (assecondato dalla Germania) propugnatore di una linea dura, fino forse all’invio di forze di interposizione, e paesi come l’Italia schierati su posizioni più accomodanti. Alla fine solo l’intervento degli USA, con il varo delle sanzioni, ha riportato i paesi europei sulla stessa linea diplomatica.
In Donbass la crisi è lontana dall’essere risolta, anche perché se da un lato la Russia è sempre più occupata a risolvere a proprio favore la crisi siriano-irachena, dall’altro Donald Trump ha mostrato scarso interesse nel risolvere il conflitto. Lo scandalo del Russia-Gate si mescola alla volontà di non voler favorire in alcun modo l’Unione Europea.

Il messaggio di Trump è stato recepito da Angela Merkel, che proprio per questo ha parlato di mancanza di fiducia nei confronti degli “alleati tradizionali”. La Germania è ad oggi la principale promotrice del processo di integrazione delle forze armate europee, paradossalmente incoraggiata proprio dalle richieste di Trump di un innalzamento delle spese per la difesa.
Non è un caso se il 25 giugno Martin Schulz ha accusato la cancelliera di voler “germanizzare l’Europa” anziché “europeizzare la Germania”. L’innalzamento della spesa militare tedesca potrebbe inserirsi nell’obiettivo di guidare, e non solo di sostenere, la creazione di un esercito europeo comunitario.
Le prospettive politiche e geopolitiche per una simile eventualità sono del tutto aperte.

Mosaico mediorientale

Il Medio Oriente è ormai da anni coinvolto in una transizione politica epocale, provocata e accompagnata da un costante intervento politico, economico e militare straniero. Per questo, la regione è divenuta l’area dove si sfogano i principali contrasti geopolitici contemporanei.
Ogni potenza regionale e molte potenze globali stanno cercando di ridisegnare a proprio vantaggio il futuro assetto della regione.
Ogni tentativo di chiarimento di una delle situazioni politicamente più complesse dello scacchiere globale non può che provocare automaticamente una semplificazione del quadro delle parti in lotta (ognuna delle quali propugna una particolarissima visione politica, internazionale e talvolta anche economica). Tenteremo comunque l’impresa.

 

I conflitti principali in corso sono quattro: le guerre civili in Siria e iraq, tra loro interconnesse (e largamente conosciute dall’opinione pubblica), la guerra civile in Libia e la guerra civile in Yemen.
Queste quattro guerre civili vedono l’intervento diretto di forze armate di altri stati, e almeno in due casi (Libia e Yemen) l’intervento straniero diretto è stato alla base della degenerazione del conflitto in un conflitto su larga scala.
A queste guerre si somma il conflitto, congelato ma mai risolto, tra Israele e Palestina.

 

In Siria la violenza del conflitto si può almeno in parte spiegare con il contrasto tra le differenti visioni su come gestire la transizione ad un regime di altro tipo. Sulla sopravvivenza politica di Bashar al-Assad sembrano in realtà concordare tutte le principali forze in campo. Anche la Russia, principale alleato di al-Assad, nel 2015 e ancora nel 2016 ha aperto all’eventualità di un voto libero dopo la risoluzione della guerra.
La questione della direzione del conflitto rimane però irrisolta. Se Russia e Iran (e con loro la milizia sciita libanese di Hezbollah) appoggiano Assad come unica forza in grado di poter ristabilire l’ordine nel paese, la coalizione della NATO si appoggia alla galassia delle formazioni ribelli. In particolare, i maggiori alleati degli USA e dell’Unione Europea sono al momento l’Esercito Siriano Libero, i peshmerga curdi iracheni (già alleati contro Saddam Hussein nel 2003) le forze curde dello YPG.
Oltre allo scontro diretto USA-URSS per determinare l’influenza futura sulla Siria, un terzo attore fondamentale è costituito dalla Turchia. Erdogan, dopo aver appoggiato varie formazioni islamiste di opposizione al regime, dal 2016 intraprende con esse operazioni militari su vasta scala.
La posizione della Turchia è molto particolare. I rapporti con il regime siriano non sono mai stati buoni, ed Erdogan vuole sfruttare la situazione per cercare di imporre una clausola turca sul futuro governo. Ma soprattutto, Erdogan sta cogliendo l’occasione della guerra per colpire con estrema durezza i guerriglieri curdi dentro e fuori il paese, rafforzatisi dopo la vittoria di Kobane sul Daesh e prima ancora a seguito del collasso dell’esercito iracheno nel 2003 e nel 2013.

 

È difficile prevedere come si evolverà il conflitto siriano. La Russia sta facendo di tutto per mantenere la propria influenza su quello che è un alleato storico, e ha tutto da perdere nel caso la situazione cambi radicalmente.
Gli Stati Uniti, e in misura minore la Francia, vogliono invece eliminare il Daesh e allo stesso tempo al-Assad, anche per togliere alla Russia il suo unico, storico sbocco nel Mediterraneo.
La Turchia cerca invece di muoversi autonomamente, approfittando della guerra per risolvere brutalmente la questione dell’opposizione curda e forse per instaurare un governo amico, aumentando la propria influenza nell’area.
Le coalizioni in campo potrebbero trovare un accordo instaurando un governo dotato di poteri molto deboli, creando una nazione siriana debole che possa essere terreno proficuo per la speculazione economica. E questa soluzione andrebbe bene anche ai numerosi attori regionali e locali coinvolti (Israele, Giordania, Iraq e al popolo curdo).
Non è detto che, vista l’importanza della posta in gioco, le tensioni politiche del dopoguerra possano sfociare in un nuovo conflitto armato, rendendo la Siria un nuovo Libano.

 

In Iraq, l’uscita di scena degli Stati Uniti nel 2011-2012 ha aperto le porte all’avanzata del Daesh nel 2013. Il governo iracheno sciita, corrotto e inefficiente, è dovuto ricorrere al consistente sostegno iraniano per poter far fronte all’offensiva dell’ISIS, che nel giugno del 2014 era arrivato a 90 km da Baghdad.
Da allora, l’Iran sta ponendo solide basi di collaborazione militare, economica e politica con l’Iraq, e la lotta comune contro il Daesh è stato il fattore determinante del riavvicinamento tra Iran e USA. Obama, cercando in tutti i modi di non coinvolgere gli Stati Uniti in una nuova occupazione dell’Iraq, ha preferito passare le insegne all’Iran, annullando le precedenti sanzioni e gettando le basi per una futura collaborazione.
Il disegno, per ora, ha funzionato. L’Iraq che uscirà dalla guerra sarà un paese devastato da più di quindici anni di distruzioni. Una nazione debole e divisa, che finirà probabilmente sotto l’ombrello iraniano. Ma non è detto che l’amministrazione Trump decida di limitare il potere iraniano nell’area, tornando ai vecchi progetti egemonici che hanno provocato le attuali rovine.

 

L’intervento saudita in Yemen, anche se apparentemente scollegato dagli altri conflitti dell’area, è invece frutto di quegli stessi contrasti. L’Arabia Saudita è terrorizzata dalla proiezione strategica iraniana, e sta cambiando volto rapidamente. Con una serie di riforme interne, la monarchia saudita sta cercando di elevarsi agli occhi dell’opinione pubblica internazionale (cercando di superare l’immagine di un regime autoritario e discriminatorio), e di sopire i gravi contrasti sociali che si stanno profilando al proprio interno.
In politica estera, la paura verso un ritorno di fiamma iraniano (e quindi sciita) nell’area, e di un’egemonia iraniana nel Golfo Persico, si è tramutata in un attivismo senza precedenti.
L’Arabia Saudita ha stroncato la sollevazione sciita in Bahrain nel 2011, strascico della Primavera Araba, con il tacito assenso occidentale.
Ha provocato nel 2015 una vera e propria guerra petrolifera, vendendo il greggio a prezzi stracciati (contravvenendo alle prescrizioni dell’OPEC) per danneggiare Russia e Iran (e, indirettamente, le politiche ecologiste di Obama), e per far valere la propria voce a livello globale.
La rivolta della minoranza sciita in Yemen, con il rovesciamento del governo sunnita ha poi dato il pretesto all’Arabia Saudita per intervenire militarmente. Il conflitto si è ben presto trasformato in un’altra “guerra per procura”, con una fazione sciita separatista appoggiata dall’Iran e da Hezbollah, e una fazione sunnita guidata dall’Arabia Saudita.
Il conflitto dello Yemen, che ha provocato più morti della Guerra Civile Ucraina, è ben lontano dall’essere risolto, ed è finora costato una cifra impressionante all’Arabia Saudita (quasi 82 miliardi di dollari di spesa militare nel 2015, pari a oltre il 12% del suo PIL). È probabile che l’Arabia Saudita esca vincitrice da questi conflitti, ma a un costo economico e sociale davvero imponente.

 

Infine in Libia la guerra civile provocata nel 2011 dalle sollevazioni popolari contro Gheddafi e dall’intervento militare anglo-francese potrebbe essere ad un punto di svolta. Le forze islamiste hanno ormai segnato il passo, e il governo laico della Cirenaica, appoggiato da Francia ed Egitto (e che gode delle simpatie dell’Italia), è in diretta competizione con il Governo di Accordo Nazionale, istituito sotto la guida dell’ONU e sostenuto da USA e Turchia.
L’Italia, che ha gradualmente assunto un ruolo guida nella gestione del conflitto, svolge un’importante opera di mediazione tra il generale Khalifa Bashar Haftar del governo di Tobruk e il primo ministro Fayez al Sarraj. Il colloquio tra i due, il 4 maggio scorso, è stato positivo, ma le difficoltà politiche e militari rimangono. Qui, la posizione italiana è delicata, e l’intervento militare italiano, stimato a inizio 2017 intorno ai 300 militari sul campo, rischia di allargarsi.
All’Italia spetterà probabilmente anche il ruolo di gestione della delicatissima fase postbellica, e i governi italiani dovranno dimostrare di disporre della lungimiranza e della consistenza politica necessari a portare avanti un serio processo di pacificazione.

Spiaggiate

Big Sur
 Natalia Mignosa

Newtown, il secondo emendamento e la cultura delle armi

I fatti di Newtown, teatro dell’ennesima, ignominiosa, strage di massa negli Stati Uniti, hanno (ri-)aperto un intenso dibattito sul ruolo delle armi nella società americana. Ri-aperto perché, in realtà, il problema del controllo delle armi non ha mai smesso di infiammare l’opinione pubblica d’oltreoceano. Il braccio di ferro tra gli accoliti della National Rifle Association (NRA) e i sostenitori di una restrizione dell’accesso alle armi, potrebbe però essere giunto a un punto di svolta. Sarebbe, d’altra parte, strano il contrario: la morte di venti bambini (e di sei eroiche maestre) è una polvere che nemmeno il più sagace dei lobbisti potrebbe far sparire sotto il tappeto. La stessa situazione politica è poi particolarmente interessante: Barack Obama è un presidente democratico, di provenienza liberal e, soprattutto, è al secondo ed ultimo mandato: può permettersi di scontentare qualche elettore.


Chiudo però qui i preamboli di carattere politico: PoliNietzsche è una rubrica di filosofia e non è mia intenzione uscire da tali confini. Il mio interesse, oggi, è quello di provare a capire quali siano le fondamenta della cultura delle armi americana. Il mio sospetto è che tali fondamenta siano legate ad una particolare idea di Stato, figlia di dinamiche storiche particolari.

Il 4 luglio 1776 le tredici colonie del Nuovo Mondo dichiararono la propria indipendenza dalla corona britannica. Come mi è già capitato di scrivere1, la Dichiarazione conteneva la dirompente rivendicazione di alcuni diritti connaturati alla persona. Il ribelle aveva la precisa certezza di essere legittimato da Dio a godere di una vita libera orientata al raggiungimento della felicità. Simili convinzioni delineano una concezione dell’individuo fortissima: Dio è fatto garante della pretesa del colono di rifiutare la sovranità di re Giorgio III. Vinta la Guerra d’Indipendenza, quello stesso Dio venne posto a garanzia del diritto di pionieri e cowboy di costruirsi la propria fortuna in mezzo alle praterie, senza ingerenze  da parte del potere pubblico.

Detto in altri termini: gli estensori della Dichiarazione avevano in mente un’idea di cittadino inteso come uomo consapevole delle proprie prerogative e, conseguentemente, libero di determinarsi in piena autonomia. A ciò si associava una concezione dello Stato inteso come struttura che programmaticamente si astiene dall’intromettersi in questo processo di auto-determinazione (in antitesi rispetto alle monarchie assolute dell’Ancien Régime).

Principale autore della Dichiarazione fu Thomas Jefferson. Quest’ultimo non partecipò in prima persona alla stesura della Costituzione dei neonati Stati Uniti: dal 1785 al 1789, infatti, svolse mansioni diplomatiche a Parigi. Rientrato in patria, trovò che la Carta approvata aveva strutturato un modello di Stato troppo centralizzato e, soprattutto, troppo poco attento a quelle libertà individuali che la Dichiarazione aveva invece garantito. Occorreva ovviare a questi problemi. Jefferson e i suoi corsero ai ripari proponendo dodici emendamenti alla carta costituzionale, dieci dei quali vennero approvati e confluirono nel cosiddetto Bill of Rights.

Tra questi emendamenti, il secondo recita: «Essendo una milizia ben regolata necessaria alla sicurezza di uno Stato libero, il diritto dei cittadini a detenere e portare armi non potrà essere infranto»2.

È proprio questa la norma alla quale si appellano i sostenitori del libero possesso delle armi da fuoco, con la potentissima National Rifle Association in prima fila.

Analizziamo più attentamente il testo.

Il secondo emendamento asserisce con chiarezza che il cittadino americano sia in possesso del diritto non solo di detenere, ma anche di portare armi. Ma perché? Prima della proposizione principale troviamo una subordinata causale in forma implicita. Riformulando, potremmo tradurre: «Dal momento che la presenza di una milizia ben irregimentata è necessaria affinché lo Stato possa essere libero e sicuro, i cittadini hanno diritto a detenere e portare armi».

PH: Larry Cowles

In effetti, letto integralmente, l’emendamento assume un significato per nulla banale: il diritto a portare armi non è assoluto, ma relativo alla necessità di formare una milizia. A questo punto però la domanda sorge spontanea: quando mai dovrebbe essere necessario formare una milizia? Se assumiamo la prospettiva di un pioniere americano vissuto a cavallo tra ‘700 e ‘800, la risposta è altrettanto banale. I casi ipotizzabili sono infatti vari: una scorreria di briganti, una sommossa, l’attacco di un esercito straniero (spagnolo, francese o, ancora, inglese). La milizia civica è, insomma, una forma di supplenza nei confronti di uno Stato giovane ancora incapace di stanziare distaccamenti dell’esercito in ogni singolo villaggio del paese. Semplice no?


Ma oggi, nel XXI secolo, a che cosa potrebbe servire una milizia civica? A rimandare su Marte gli alieni? A salvare Bella Swan dai vampiri?

Non voglio, con questo, ridicolizzare il problema. Al contrario! Ritengo che il secondo emendamento abbia delle fondamenta storiche fortissime e degne di rispetto. Non voglio  nemmeno passare per l’europeo snob che se la ride dietro allo Yankee un po’ tonto. Vedo  anzi nel secondo emendamento il segno tangibile di una società che, con sano pragmatismo, si strutturò sotto il segno della difesa incondizionata della libertà dell’Individuo (mi si consenta la maiuscola).

D’altra parte, non credo sia nemmeno accettabile che politici reazionari schiavi dei diktat delle lobbies delle armi insistano nel dare una lettura anti-storica del secondo emendamento. Il presidente Obama, da ex-studioso di diritto costituzionale, non credo possa continuare a fare “orecchie da mercante”. Sarebbe davvero imperdonabile (e deludente) se non si dedicasse alla ricerca di una soluzione3. Una soluzione che non necessariamente snaturi la cultura americana (che, parliamoci chiaro, con le armi ha un legame strettissimo), ma che perlomeno metta al bando fucili d’assalto con caricatori da 30 colpi (!) come quello usato da Adam Lanza lo scorso 14 dicembre.


Giulio Valerio Sansone

1. Life, Liberty and Pursuit of Happiness
2. «A well regulated Militia, being necessary to the security of a free State, the right of the people to keep and bear Arms, shall not be infringed».
3. Vedi un recente articolo comparso sul New Yorker del 14 dicembre scorso: «What Obama must do about guns» .

Surfin’ U.S.A.


Tutta la storia del ‘900 – in particolare dal secondo dopoguerra in poi- è stata indiscutibilmente dominata dagli Stati Uniti d’America. Politicamente e socialmente, gli U.S.A hanno influenzato e dominato l’intero globo, esportando i propri miti e modelli facendoli diventare tali anche oltre i confini della Repubblica federale più importante al mondo. Insomma non è un caso che ascoltiamo tutti il rock n’roll, il pop, il jazz, il soul, hip hop e così via.

Dal punto di vista strettamente entomusicologico, l’incontro fra schiavi africani e immigrati europei ha portato in America un insieme straordinario di diversi bagagli musicali, che creerà inizialmente delle incredibili realtà caratteristiche di determinate aree, o città, e in seguito porterà a delle magnifiche commistioni che si imporranno durante tutto il XX secolo. La nascita delle diverse tradizioni della musica popolare a stelle-e-strisce fu, fin dall’inizio, influenzata da tutte le micro-realtà presenti nella società americana, fossero esse comunità etniche o classi sociali. Non bisogna cercare esempi remoti nella storia per capire quanto le differenze e le tensioni sociali siano sempre stati il motore della popular music; basti pensare come la musica degli afro-americani sia la spina dorsale di ogni genere musicale nato nel secolo appena trascorso.

Non basterebbe un saggio per tracciare in modo esaustivo il percorso della musica americana, ma vi basti pensare a un quinquennio qualsiasi in cui la musica popnon ha avuto come portavoce un artista americano, e difficilmente lo troverete. Le colonne sonore di qualsiasi rivoluzione culturale sono americane, o quanto meno sono fortemente influenzate da un sound che poggia le proprie radici negli States. Si va da Bob Dylan, ai Velvet Underground, passando per Woodstock, e si arriva sino all’hardcore, all’heavy metal, la new wave, al post-rock; e ci stiamo soffermando solo su quello che sempre più impropriamente viene definito rock,evoluzione della musica di Chuck Berry, Bo Diddley, Little Richard, e portata al successo dalla figura di Elvis Presley. Musica che a sua volta viene dal blues, da sempre legato e contaminato al jazz, sempre e comunque musica che viene dall’amata-odiata America. Insomma non bisogna scomodare Gershwin, o i grandi avanguardisti come John Cage, Charles Ives, Elliott Carter, o citare l’influenza epocale di artisti jazz come Miles Davis, John Coltrane, Thelonious Monk, per far comprendere come gli Stati Uniti siano (stati) il centro fondante della musica del ‘900, ma piuttosto è necessario comprendere come la temperie culturale americana, sempre magnificamente impacchettata per il mercato europeo, si sviluppi su tutti i fronti. Da non dimenticare, in questo potpourri di artisti citati, il canone che gli statunitensi hanno imposto nella musica per film, creando un vero e proprio modello che curiosamente verrà a contaminarsi con il rock nei tardi anni ’90 in band come Godspeed You! Black Emperor, e in generale nel post-rock che predilige grandi crescendo orchestrali (anche se qui, a dire il vero, si deve tanto – tantissimo – al nostro Morricone).

Anche quando la cultura ufficiale crollava sotto la pressione della censura e del mercato, gli artisti americani hanno sempre trovato spazi e luoghi dove esprimersi e creare la propria realtà, a dimostrazione di come la controcultura possa ritagliarsi spazi privilegiati anche all’interno delle società più ottuse. E se il punk, prettamente inglese, dopo anni dominati da un rock acculturato e borghese – quello che oggi chiamiamo progressive– riportò il rock su un terreno immediato e popolare, fu l’hardcore americano a compiere la vera rivoluzione, attraverso personaggi come Ian MacKaye, Bob Mould, Henry Rollins, attraverso la logica che ormai si è rivelata vincente del Do It Yourself. Insomma gli States che ci piaccia o no sono stati modello nel panorama musicale mondiale sia in ambito mainstream che nell’undeground, contrastati solo in parte dall’immensa grandezza degli inglesi (e dalle folli sperimentazioni dei tedeschi).

Luigi Costanzo

Life, Liberty and pursuit of Happiness



A partire da oggi Polinice inizia il conto alla rovescia verso il 6 novembre, giorno delle elezioni presidenziali americane. Per una settimana, dunque, i nostri articoli saranno dedicati a tematiche legate alla cultura degli Stati Uniti.

Ci sembra infatti che, in un mondo globalizzato, non si possa semplicemente chiudere gli occhi davanti ad un evento del genere.
Nel caso della nostra rubrica, proveremo a capire qualcosa della cultura politica americana leggendo alcune parole della Dichiarazione d’Indipendenza redatta da Thomas Jefferson.
La Dichiarazione venne adottata il 4 luglio del 1776 dal Congresso Continentale, un’assemblea che riuniva i rappresentanti delle tredici colonie all’epoca in guerra contro la madrepatria britannica. Un passaggio particolare del documento recita:

«Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per sé stesse evidenti: che tutti gli uomini siano stati creati uguali, che abbiano ricevuto in dono dal loro creatore alcuni Diritti inalienabili e che tra questi vi siano il diritto alla Vita, alla Libertà, alla ricerca della Felicità»1.

Diamo un’occhiata a questa frase più da vicino.
Anzitutto, il soggetto. «Noi riteniamo». Noi chi? A parlare sono i coloni, i ribelli. Questi ribelli hanno qualcosa da dire a sua maestà re Giorgio III di Gran Bretagna. Ritengono infatti che ci siano alcune verità che, per la loro stessa natura, la ragione umana non possa non accettare. Il testo originale recita «self-evident»2. Ora, “evident” è un aggettivo derivato dal sostantivo “evidence”. Chi di voi è un fan di serie tv del tipo di C.S.I. sa che una “evidence” è una prova che può essere portata in tribunale. Nel nostro caso, dunque, i nostri coloni stanno presentando delle prove davanti al tribunale della Ragione umana, nella consapevolezza che tale giudice non potrà dargli torto, poiché queste prove sono “a prova di bomba”. Giorgio III è, in sostanza, chiamato a riconoscere la forza di queste argomentazioni.
Queste argomentazioni sono due.
La prima è che «tutti gli uomini siano stati creati uguali». Qui è chiaro il riferimento alla cultura dell’Illuminismo francese. In effetti l’autore, Jefferson, conosceva bene tale modello di pensiero. Non c’è da stupirsi dunque che sostenesse l’uguaglianza tra gli uomini. Soffermiamoci ora sul verbo utilizzato. In effetti tutti noi siamo imbevuti di cultura egualitarista, anche chi non ne riconosce la legittimità sa di cosa stiamo parlando. Il verbo che Jefferson utilizza è invece qualcosa che spesso viene tralasciato. È invece fondamentale. L’autore dice che gli uomini siano stati creati uguali. Fermi tutti. “Creare” è una parola grossa. È grossa perché “creare” vuol dire “produrre dal nulla”. C’è solo un individuo capace di tale gesto: il creatore, Dio.
In effetti, poco più avanti, ecco che il creatore si presenta. Nella seconda argomentazione, i ribelli dichiarano che tali uomini abbiano ricevuto in dono (endowed)3 dei Diritti (Rights)4. Il donatore è proprio il creatore. Immaginate la faccia di Giorgio III quando lesse che quattro coloni sediziosi si dichiaravano convinti che quello stesso Dio che aveva legittimato la sua ascesa al trono si fosse anche preso la briga di fare dei doni, dei regali a quei transfughi pezzenti.
Le cose sono due: o Dio s’è sbagliato, o il re ha preso una cantonata. In effetti i coloni propendono per la seconda, tanto che asseriscono di non aver ricevuto dei doni qualsiasi, ma dei diritti! Dei diritti in base ai quali costoro si ritengono indipendenti, non soggetti all’autorità di un sovrano da loro non riconosciuto.
I diritti sono tre: «Life, Liberty and pursuit of Happiness». Qui il riferimento è a John Locke5, teorico del diritto naturale inglese, il quale riteneva che la stessa natura umana garantisse all’individuo il diritto di vivereLife», appunto) riconoscendo l’autorità della sola Ragione e di Dio creatore. Di vivere, in un a parola, liberamente («Liberty»). Il terzo Diritto, poi, è molto suggestivo. I ribelli sono figli e nipoti di uomini giunti sulle coste americane in fuga dai dolori delle guerre di religione che avevano sconvolto l’Europa nei secoli XVI e XVII. Nel Nuovo Mondo cercavano dunque non altri dolori, ma felicità. È dunque legittimo che i figli si ritengano legittimati a continuare il percorso di ricerca iniziato dai padri.
In altre parole, gli estensori della Dichiarazione erano fermamente convinti di dover obbedire a Dio, alla loro testa e a nulla più. L’esercizio del governo va, in ultima analisi, attribuito solo a chi sia rispettoso di questo stato di cose. I ribelli ritenevano che re Giorgio III non fosse nel novero di costoro e si vedevano dunque giustificati a rifiutarne l’autorità, anche a costo di fargli guerra.
La forma di governo che emerse dalle dinamiche storiche che, oggi, in parte, abbiamo richiamato fu una democrazia liberale molto dinamica. L’esercizio del potere pubblico è, negli Stati Uniti, finalizzato a garantire al cittadino quegli stessi diritti che abbiamo visto sopra, ma non di più. Al contrario delle socialdemocrazie del Nord Europa, la presenza dello Stato nella vita dei cittadini è bassa. Martedì il popolo americano sceglierà se mantenere tale presenza al livello attuale o se abbassarlo. Nel primo caso la vittoria andrà a Barack Obama, nel secondo a Mitt Romney.

Giulio Valerio Sansone


1. Nell’originale: «We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness»
2. È un probabile riferimento al pensiero di Cartesio, sostenitore della presenza, nella mente umana, di idee innate chiare e distinte, oggetto di conoscenza evidente, appunto. Vedi, in tal senso, il celebre Discorso sul metodo
3. La parola “endowed” ha la stessa radice del termine “dowry”, in italiano “dote”. I coloni si ritengono figli che hanno ricevuto da un padre generoso e attento alle loro esigenze (Dio) delle dotazioni per vivere nel pieno possesso della loro maturità intellettuale. 
4. “Diritto” viene dal latino “directa (via)”. In inglese si traduce con “right”, lo stesso termine che indica la (mano) destra. Con una metafora un po’ libera, potremmo quasi dire che i diritti siano delle corrette interpretazioni della realtà umana, in base alle quali gli uomini possono con mano ferma (destra, appunto) tracciare la loro strada (via), il loro cammino di vita. Perdonate i giochi di parole, ma è il passatempo preferito di molti appassionati di filosofia. Il sottoscritto è uno di loro. 
5. Vedi i «Two Treatises of Government» e l’ «Essay Concerning Human Understanding».