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Evoluzione, prossimità e sovrapposizioni dell’architettura

L’architettura è una delle più efficaci espressioni dei tempi che la producono, e porta con sé una intrinseca volontà di stratificazione della storia. Ciascun momento storico che ha deciso di lasciare testimonianza del proprio passaggio, ha infatti cercato nell’architettura (tanto nell’oggetto architettonico, quanto nella scala più ampia della città e del paesaggio) lo strumento principale attraverso il quale raggiungere tale obiettivo.

Questa considerazione, semplice ma strumentale alle considerazioni che qui si stanno argomentando, può essere assunta come vera a tutti i livelli della produzione architettonica? In prima istanza potremmo dire di si, se tanto il monumento quanto l’edilizia più semplice (considerati da sempre i due poli della produzione architettonica) hanno inteso, con i mezzi e per gli scopi a ciascuno congeniali, la propria presenza come testimonianza del loro passaggio in luoghi, contesti e momenti specifici.

Ad ulteriore conferma di questa condizione, basti pensare che ciascuno stile architettonico si è formato sempre con la precisa intenzione di aggiungere un significato differente rispetto a quelli che lo hanno preceduto. In questa ottica si può dunque astrarre l’evoluzione del linguaggio architettonico definendolo come processo lineare e irreversibile – sebbene, nei secoli, i movimenti neo- non siano stati pochi e il loro apporto sia stato tutt’altro che marginale. Ciascun momento storico, nell’aggiungere un nuovo significato a quello immediatamente precedente, insegue lo scopo di differenziarsi da esso, sebbene ciò non avvenga mai in piena rottura nonostante le manifeste intenzioni (in tempi recenti, il Movimento Moderno ne è stata piena dimostrazione).

Tale considerazione comporta, chiaramente, una serie di rischi che vanno tenuti ben presenti: il primo tra tutti è quello di pensare che ciascuno stile possa considerarsi un’invenzione completamente nuova, ovvero un modo inventato in toto e capace da solo di farsi carico dell’espressione del proprio tempo. Niente di più pericoloso perché, in realtà, la nostra cultura ha sempre basato il proprio sapere sulla stratificazione, unendo a qualcosa di conosciuto un modo nuovo di concretizzarlo. Alla luce di questa considerazione, è utile mutuare la parola evoluzione dall’ambito naturalistico, in quanto appare la più adatta ad esprimere il percorso dell’architettura nella storia. Una storia che appare fondamentale non come campionario di modelli da ripetere, bensì in quanto casistica di esperienze precedenti che hanno già affrontato problematiche simili.

Un secondo rischio potrebbe essere quello di considerare ogni esito di ciascun esito concreto sia isolato nella propria singolarità, sia in funzione di quelli che lo hanno preceduto sia in relazione a quelli che lo seguiranno. Ma l’architettura, essendo prima di tutto un fatto materiale non può prescindere dalla propria fisicità; nel nostro spazio limitato, la fortunata conseguenza è proprio la sovrapposizione delle parti, il confronto diretto tra momenti storici, la reazione tra idee vecchie e nuove. Il contrasto tra tali parti è il momento di maggior espressione della “storia dell’architettura” proprio perché in grado di renderla un fatto non puramente cronologico, bensì la tangibile narrazione del processo evolutivo cui prima abbiamo accennato.

Roma, fianco della stazione Termini (1939) e Arco di Sisto V (1585)

Si giunge però ad un terzo rischio, forse più pericoloso degli altri perché costituito in realtà da una duplice componente: se davvero ogni epoca ha saputo trovare parole proprie per descriversi, e nel contrasto con quelle delle altre le ha rese efficaci, quali sono le parole nuove che descriveranno il nostro tempo? E qual è la nostra capacità di trovare ancora nelle sovrapposizioni un valore aggiunto? Le epoche più recenti hanno evidentemente imparato il valore dell’architettura del passato, formando nel tempo una radicata e salvifica sensibilità sui temi della conoscenza e della conservazione. Bisogna notare, però, come la discrezione nella scelta dei modelli non sia ancora efficacemente oggettivata, ma risponda piuttosto a sensibilità che hanno avuto la fortuna di trovare campi d’azione pratici. Chi ci assicura che le pietre usate dal Fontana per costruire l’Arco di Sisto V a Roma sappiano dirci di più rispetto a quelle utilizzate per la Stazione Termini? È un esempio semplice, ma che ben descrive il momento che stiamo vivendo.

Ammettendo che la forma del nostro tempo debba basarsi sulla conoscenza e sulla conservazione del passato (sebbene anche questo aspetto meriterebbe considerazioni caso per caso), non bisogna cadere nella facile convinzione che esso sia apprezzabile limitandone l’esperienza al solo episodio fisico; bisognerebbe invece essere ancora in grado di cogliere nella disinvolta affinità alla stratificazione l’insegnamento più utile che si può trarre dal citato processo evolutivo, tentando così di scrivere le parole nuove dell’architettura dei nostri tempi senza il timore reverenziale della storia e con la necessaria consapevolezza per evitare gravi errori di giudizio.

La Storia di D&D in 3 libri

Dungeons & Dragons, in ogni sua edizione, è sempre stato un fenomeno popolarissimo in una certa nicchia di appassionati, ma al di là di certi sprazzi di popolarità, come le accuse di satanismo e magia nera che furono mosse negli anni ‘80 dai BADD (Bothered about Dungeons & Dragons), il gioco di ruolo fantasy più famoso della storia non ha mai avuto grandi spazi nel panorama della cultura Pop.

Ma oggi i ragazzini che giocarono D&D a quell’epoca, sono cresciuti, occupando così ruoli di rilievo nel mondo dell’entertainment: gli sceneggiatori di The Community o Il Trono di Spade, gli sviluppatori di videogiochi come Id Software (i creatori di Wolfenstein 3D erano assidui giocatori) e i ragazzi di Obsidian Entertainment (Neverwinter Nights 2, Fallout New Vegas e Pillars of Eternity), oppure star dello spettacolo come il defunto Robin Williams, Vin Diesel (Eh già, guardate qui!) o Stephen Colbert (conduttore di uno show televisivo equivalente al nostro Che Tempo che Fa). Per non parlare delle citazioni in serie TV come The Big Bang Theory o Futurama, o perfino degli show che fanno del gioco la loro struttura narrativa principale, come Stranger Things. Con l’aumento della popolarità del gioco, è cresciuto anche l’interesse nella sua storia e nella sua cultura: basti pensare che alcuni Google Talk o Tedx sono stati dedicati proprio a D&D!. Nonostante in Italia ci sia poco o niente, in lingua inglese sono invece già usciti ben tre libri, pubblicati da grandi e prestigiose casi editrici come Bloomsbury o Simon and Schuster (marchi editoriali ancora più grandi in termini di fatturato di Mondadori o Rizzoli). Oggi vogliamo parlare proprio di questi e se la lingua inglese non è un problema, vale davvero la pena recuperarli su Amazon…

Of Dice And Men di David Ewalt

Of_Dice_and_Men David Ewalt

Uno dei primi libri usciti sull’argomento, Of Dice and Men di David Ewalt, giornalista per Forbes, non è un riepilogo asettico delle vicissitudini di D&D, ma esplora tutto il mondo che ci gira intorno: dai Gdr in generale, passando per i LARP, le convention, i meet up fino all’emozione di giocare una sessione e al ruolo che la fantasia ricopre nelle nostre vite. La cosa più divertente è appunto vedere tutto questo dagli occhi di Ewalt: da come ha conosciuto il gioco, fino alle sue esperienze e a come D&D abbia migliorato la vita delle persone. Non è infatti una trattazione accademica, bensì una narrazione di cos’è D&D a partire dalla voce e dall’impatto di persone in carne ed ossa, mettendo al servizio la struttura del reportage per raccontare che cosa esso rappresenti per molti di noi.
Of Dice and Men è stato recentemente ristampato in edizione riveduta e corretta, paperback, da Simon and Schuster.

The Empire of Imagination: Gary Gygax and the Birth of Dungeons & Dragons di Michael Witwer

Empire_of_Imagination Michael Witwer

In molte ricostruzioni della storia di D&D molto spesso si compiono due errori: o si fa un’agiografia poco obiettiva dei creatori Gary Gygax e Dave Arneson, oppure si passa dagli uomini che hanno creato il gioco alla storia dell’azienda, la TSR. Il libro di Witwer evita entrambi: nato inizialmente come tesi di laurea del suo autore, ben presto si è trasformata nella più autorevole e documentata biografia su Gygax e la sua storia, che tramite centinaia di testimonianze di amici e familiari, interviste e documenti dell’epoca ne ricostruisce puntigliosamente la vita: dall’infanzia nei sobborghi di Chicago, al trasferimento di Lake Geneva, l’adolescenza, la nascita del suo amore per i wargame, fino ad arrivare agli ultimi anni di vita e alle sue collaborazioni con i ragazzi di Troll Lord Games.

I punti di forza però è che tale biografia non è appunto accademica, seppur estremamente fornita di fonti accurate: di fatti molte delle fonti sono raccontate in forma di dialogo o romanzo, cercando anche di rendere chiaro a tutti chi fosse l’uomo dietro la leggenda. Witwer ne mostra un ritratto pieno di passione, ma ciononostante, obiettivo con tutti i suoi pregi e difetti: Gygax era un uomo molto legato alla sua famiglia, gentile e disponibile come Dungeon Master, oltre che sognatore incallito; ma al tempo stesso, era piuttosto irascibile, autoritario con i figli e propenso alle scappatelle extra-coniugali e all’abuso di stupefacenti.
Empire of Imagination è disponibile in paperback edito da Bloomsbury, impreziosita dall’introduzione di John Romero, co-creatore di DOOM e mente dietro al videogame Daikatana.

Playing at the World di Jon Peterson

playingattheworld

Playing at the World di Jon Peterson è una pietra miliare dei saggi dedicati al gioco intelligente, un po’ vecchiotto, ma rimane pur sempre la più estensiva trattazione su giochi di ruolo oggi disponibile. È forse il testo più accademico dei tre, ma rimane pur sempre il libro più attendibile fra quelli oggi disponibili sulla storia dell’hobby. Così completo che non copre solo D&D, ma tutte le realtà che hanno contribuito alla sua nascita: gli scacchi, i wargame sia storici che fantasy, oltre che ai giochi da tavoli, fino ad arrivare a trattare tutti i concorrenti che hanno cercato di togliere lo scettro di re dei Gdr a Dungeons & Dragons, come Runequest, Traveller o Tunnels & Trolls. Da questo punto di vista, è un libro che qualunque appassionato deve tassativamente avere sulla propria libreria.

Playing at World è edito da Unreason Press.

Storia ed evoluzione economica del Draft NBA

Il Draft è senza dubbio uno degli eventi più attesi da parte di un fan NBA ma anche da parte dei giovani talenti che, in questa magica serata, diventano finalmente professionisti realizzando il proprio sogno di giocare nel campionato cestistico più bello e competitivo del mondo. Si sa, la NBA è a tutti gli effetti un’azienda e, come tale, deve generare profitto. Anche i giocatori sono a loro volta delle piccole aziende dal momento che possono produrre guadagni per loro stessi e per la franchigia a cui appartengono. Ecco perché il Draft NBA è, era e sempre sarà un evento in cui non solo si pongono le basi per il futuro del basket giocato ma anche per il movimento economico che ne deriva. Dal momento che il Draft nella sua storia ha cambiato spesso modalità dobbiamo fare un passo indietro per spiegare come anche il marketing dei rookies si è evoluto.

Il nostro viaggio comincia nel 1949, quando la BAA (Basketball Association of America) stava ufficialmente diventando quella che oggi conosciamo come NBA (il cambio di nome avverrà ufficialmente nel 1950) grazie all’assorbimento delle squadra della NBL (National Basketball League). Ai piani alti, già all’ora, c’era l’intenzione di rendere questa lega un fenomeno perlomeno nazionale. Ma come si poteva rendere ciò possibile? D’altronde molte franchigie erano appena nate o erano appena state trasferite in una nuova città all’interno dello sconfinato territorio americano, come poteva quindi una squadra non legata al territorio attirare più pubblico delle squadre collegiali che invece da molti anni vivevano in simbiosi con la loro zona di appartenenza? Semplice, legando giocatori “locali” alla rispettiva franchigia. E’ così che nacque la Territorial Pick, ovvero la possibilità per ogni squadra di rinunciare alla propria scelta al primo giro per scegliere, prima del Draft vero e proprio, un giocatore che avesse frequentato un college situato in un raggio di massimo 50 miglia dalla città della franchigia NBA in questione. Stiamo parlando di una mossa di marketing geniale: tantissimi tifosi infatti, appassionati più al singolo giocatore che alla squadra, avrebbero riempito i palazzetti della franchigia NBA locale per seguire da vicino l’atleta che negli anni precedenti li aveva fatti cestisticamente innamorare in ambito collegiale, facendo di conseguenza avvicinare i già citati tifosi alla franchigia e formando così nuove generazioni di fan o, se vogliamo vederli da un punto di vista economico, di consumatori.

Se proprio vogliamo essere polemici si può dire che la Territorial Pick fosse abbastanza ingiusta dal momento che perfino la squadra campione in carica poteva rinunciare alla scelta al primo giro (l’ultima, in questo caso) per “rubare” la prima scelta assoluta nel caso questa fosse cresciuta nelle sue vicinanze. Ciò nonostante non nacque mai alcuna polemica a riguardo, almeno fino a che non si presentò al Draft Wilt Chamberlain. Wilt era ovviamente il giocatore più ambito del Draft 1959 ma proveniva dal college di Kansas, il quale non si trovava all’interno di alcuna area legata a una franchigia NBA e per questo non avrebbe potuto essere scelto con la Territorial Pick, per la gioia dei Cincinnati Royals, che in quell’anno possedevano la prima scelta assoluta. I Philadelphia Warriors però chiesero alla NBA di esercitare comunque l’opzione della Territorial Pick in quanto Wilt Chamberlain era cresciuto proprio a Philadelphia, città in cui aveva giocato anche a livello liceale, precisamente a Overbrook High School. La proposta fu accettata dalla NBA, i Warriors scelsero Chamberlain con la Territorial Pick e si creò così un precedente che diede vita a una nuova norma: la possibilità di esercitare la Territorial Pick basandosi sul periodo pre-universitario quando il college di provenienza esulava dall’area di una qualsiasi franchigia NBA. I Cincinnati Royals dovettero così accontentarsi di Bob Boozer e non riuscirono a creare quello che sarebbe stato un asse piccolo-lungo da libri di storia: Oscar Robertson-Wilt Chamberlain. “The Big O” infatti sarà scelto al Draft dell’anno successivo proprio mediante la Territorial Pick. Per completezza va detto che la Wilt Chamberlain Rule fu utilizzata anche nel 1962 con Jerry Lucas, scelto dai Cincinnati Royals nonostante provenisse da Ohio State University dato che crebbe nei dintorni di Cincinnati frequentando Middletown High School.

Wilt Chamberlain a Overbrook High School
Wilt Chamberlain a Overbrook High School

Se pensate che da un punto di vista del marketing la Territorial Pick non abbia influito vi sbagliate di grosso. Su ventidue giocatori chiamati con questa modalità ben undici, ovvero la metà, sono poi entrati nella Hall of Fame e insieme hanno contribuito a un palmares che comprende quattro Rookie of the Year, cinque MVP stagionali e ben ventinove titoli NBA (avete letto bene, ventinove). Immaginate quanti tifosi abbiano formato questi ventidue giocatori e quanti incassi abbiano portato alle rispettive franchigie.

La Territorial Pick fu abolita nel 1966 a favore del sistema basato sul lancio della monetina. Secondo questa nuova norma, le squadre con i due record peggiori si sarebbero giocati la prima scelta assoluta con un banale testa o croce, un sistema rimasto in atto fino al 1985, anno della prima Lottery.
E’ così che arriviamo finalmente al sistema attuale, quello che anche oggi conosciamo e che rende il Draft così imprevedibile e unico. Ebbene, anche il singolo evento della Lottery fu una mossa di marketing geniale e studiata per la televisione. Quando la Lottery fu introdotta, la NBA era in un’era d’oro, rappresentata da stelle come Magic Johnson, Larry Bird e Michael Jordan. Per questo motivo, anche l’evento in sé della Lottery, caratterizzato solamente dall’assegnazione dell’ordine di scelta al successivo Draft delle prime quattordici squadre (nel 1985 riguardava solo sette squadre), divenne un fenomeno mediatico impressionante. Trasmessa in tutto il mondo, la Lottery ha un ascolto medio di tre milioni di telespettatori, senza considerare quelli che al giorno d’oggi la vedono in streaming. In certi anni gli ascolti hanno addirittura superato quelli del Playoffs di NHL, la lega professionistica di hockey, garantendo alla NBA notevoli introiti dai diritti di trasmissione televisiva.

Gli anni passavano e la NBA diventava ogni giorno più conosciuta e ricca. Di conseguenza anche i salari dei giocatori crescevano e i piani alti della Lega decisero di regolamentare gli stipendi dei giocatori scelti al Draft. Fu così che nel 1995/96 venne introdotta la NBA Rookie Scale, ovvero l’uso di stipendi predefiniti in base alla posizione in cui un qualsiasi giocatore viene scelto al Draft.

Tabella 95-96

Al momento della sua introduzione questa norma era ancora piuttosto rudimentale. Come si vede dalla tabella soprastante la Rookie Scale dell’epoca comprendeva solo i primi tre anni di contratto del giocatore in questione, senza considerare l’opzione di rinnovo per ulteriori annate, come succede ora. Ma spieghiamo nel dettaglio. Dalla stagione 1998/99 la NBA ha cambiato la struttura della Rookie Scale in modo che non solo i salari dei rookies scelti al primo giro fossero predefiniti per quanto riguarda i primi tre anni (garantiti), ma venne anche imposto un limite alla percentuale di aumento salariale nel caso la squadra in possesso del giocatore avesse esercitato l’opzione per rinnovare il contratto del suddetto giocatore per un quarto anno. Nel nuovo sistema di Rookie Scale del 1998/99 venne regolamentata anche l’offerta massima possibile (in percentuale al rookie contract) in caso la squadra del giocatore in questione avesse voluto presentare la qualifying offer al suddetto, al termine del quarto anno di contratto, prima che questi possa testare la free agency. Anche in questo caso una tabella spiega meglio di mille parole.

Tabella 98-99

Tuttavia l’NBA non obbliga le squadre a seguire questa norma in maniera oltremodo rigorosa, infatti i rookies possono firmare per una cifra che può scendere o salire fino al 20% del salario indicato. Quindi, in parole povere, un giocatore può firmare per una cifra variabile da un minimo dell’80% a un massimo del 120% della cifra predefinita dalla NBA. Questa elasticità è stata ovviamente inserita per favorire le squadre a gestire in maniera migliore il proprio spazio salariale. Inutile dire che i giocatori più talentuosi (ad esempio gente come Jahlil Okafor e Karl-Anthony Towns, se ci riferiamo al Draft attuale) sono più propensi a guadagnare il 120% della cifra predefinita.
Ora è più facile capire perché, per alcuni giocatori, può essere una sconfitta essere scelti anche solo due o tre chiamate dopo rispetto alle previsioni. Economicamente infatti la perdita è notevole.

Consideriamo gli stipendi destinati ai rookies del Draft 2014, la scorsa stagione. Se un giocatore destinato alla prima chiamata assoluta venisse scelto come quarto, non perderebbe solo il prestigio della prima chiamata ma vedrebbe svanire in pochi minuti circa 3’968’400 dollari garantiti in tre anni. La prima scelta infatti guadagnerebbe circa 14’397’600 dollari in tre anni (con le possibili variazioni fino al 20% di cui abbiamo parlato), mentre la quarta scelta porterebbe a casa 10’429’200 nello stesso periodo di tempo. Differenza non da poco considerando che questi soldi vanno a finire nelle tasche di un ventenne che, fino a questo momento, non ha potuto per legge avere alcun introito (sempre che provenga dal basket collegiale americano e non dal professionismo europeo).

Questo è uno dei motivi per cui vediamo sempre più one-and-done (per chi non lo sapesse, questo termine indica i giocatori che passano dalla NCAA alla NBA dopo un solo anno di college) e, prima che fosse proibito, abbiamo visto crescere anche i giocatori liceali arrivare direttamente in NBA. In passato infatti si preferiva scegliere con le prime chiamate giocatori esperti e già formati, mentre successivamente si è preferito puntare sul potenziale, tanto che oggi vediamo sempre più freshman tra le prime chiamate della Lottery. Questi giovanissimi talenti sarebbero andati al Draft anche senza passare per il college se la NBA non lo avesse proibito nel 2006, ma come dar loro torto? Ogni anno infatti, i contratti garantiti destinati ai giocatori scelti al primo giro del Draft diventano sempre più remunerativi e, al giorno d’oggi, è quasi impossibile per un ragazzo, specie se proveniente da una situazione disagiata, rinunciare a certe cifre. Se guardate nella tabella sottostante come sono cambiati i contratti in termini economici dal 1995/96 all’anno scorso, fino ad arrivare a quelli del 2019/20, non ci vorrà molto per capire l’impatto economico dei rookies nella Lega, nonostante l’inflazione.

Tabella finale

Da questi discorsi capiamo come per un giocatore sia fondamentale la scelta dell’agente che lo rappresenta. Le abilità di quest’ultimo possono influenzare in primis lo stipendio (sulla base di quel 20% variabile di cui si parlava) e, cosa da non sottovalutare, anche la posizione in cui il giocatore verrà draftato. Se infatti un prospetto si lega con un agente che generalmente rappresenta molti All-Star, il suo prestigio aumenta di conseguenza.
Il lavoro dell’agente durante il Draft è però uno dei più rischiosi. Jared Kernes, agente di giocatori NBA, dichiarò a Forbes che solitamente è la compagnia per cui lavora l’agente a dover pagare ogni spesa da quando il giocatore firma il contratto di rappresentanza fino al Draft. Queste spese includono vitto, alloggio, allenamenti con preparatori privati, fisioterapisti e tutti i trasporti nel periodo dei provini pre-Draft. Molto spesso le compagnie non vengono rimborsate dai giocatori per queste spese, mentre altre volte, la minoranza, i soldi vengono restituiti con una percentuale sul primo contratto del giocatore rappresentato. Il rischio aumenta quando si decide di rappresentare un giocatore destinato a essere scelto nel secondo giro. I contratti dati ai giocatori pescati nel secondo round infatti non sono per forza garantiti ma vanno a discrezione della franchigia. Kernes ha anche spiegato come, il più delle volte, l’agente non riceva un guadagno diretto in percentuale dal primo contratto del giocatore. Ma allora perché rappresentare un rookie? Lo spiega ancora Kernes. Per prima cosa per “farsi un nome” e invogliare altri rookies delle annate successive a firmare con loro, ma anche e soprattutto per negoziare il secondo contratto del giocatore una volta esaurito il rookie contract. L’agente è solito percepire una cifra che si aggira attorno al 4% della cifra complessiva del nuovo contratto.

Come avete potuto vedere il Draft è una scienza difficile anche per gli addetti ai lavori, non solo per quello che riguarda le scelte prettamente tecnico-tattiche ma anche e soprattutto per il fattore economico e di marketing. Ora però non pensate che il Draft sia un mondo in cui il denaro è l’unico padrone. Resta sempre spazio per il fattore umano. Sapete infatti che chiunque può iscriversi al Draft anche senza aver mai giocato a basket? Precedentemente al Draft 2013 infatti un ragazzo (rimasto anonimo) ha mandato una mail alla NBA dicendo che lui, essendosi laureato al college di Miami e rientrando nei limiti di età, voleva iscriversi al Draft 2013. La NBA gli rispose dicendogli che, avendo lasciato l’università nel 2010, si sarebbe potuto dichiarare al Draft 2011 e non a quello 2013, così divenne un normale free agent. Ovviamente questo ragazzo non ha mai trovato una squadra in NBA ma è un buon esempio per spiegare come certi traguardi siano accessibili a tutti. Se anche voi volete ripercorrere le sue gesta però ricordate quanto abbiamo detto in precedenza e cercatevi un bravo agente.

Tratto da “My-Draft Magazine” di My-Basket.it

Un parricidio compiuto. Il confronto finale di Marx con Hegel. La recensione.

La copertina.

Un parricidio compiuto. Il confronto finale di Marx con Hegel (2014) è il successore di un’opera precedente del prof. Roberto Finelli, Un parricidio mancato. Hegel e il giovane Marx del 2004. Docente di Storia della Filosofia presso l’Università degli Studi di Roma Tre, egli si occupa di idealismo tedesco e marxismo, con un occhio di riguardo verso la psicanalisi classica. Come intuibile, Un parricidio compiuto è il tentativo di tirare le somme del libro di cui rappresenta un seguito. Precisamente la domanda è: possiamo andare oltre il postmordernismo e il pensiero debole sulla scia di Gianni Vattimo, riprendendo le categorie di Marx? Che cosa tenere e cosa rigettare del Marx maturo? Ma per dare risposta a tale questione, per Finelli è necessario indagare l’origine delle categorie che il padre del marxismo uso per criticare la modernità; ciò esaminando come Marx smembrò la filosofia hegeliana prendendone le parti di cui aveva bisogno e rigettandone il nocciolo metafisico (nodo continuamente problematico della sua filosofia). A sua volta Finelli propone fra le righe del volume come uccidere Marx stesso e smembrarlo a sua volta, prendendo le parti più attuali e incisive di tale pensatore.
L’introduzione non è né più né meno un breve excursus, attraverso la sua esperienza di studente durante le contestazioni degli anni ’60-‘70, delle rinnovate letture del Capitale da parte dei giovani universitari dell’epoca. E di come tali tentativi, nonostante le declinazioni piuttosto raffinate che si svilupparono all’epoca, fallirono nel dare ragione del post-fordismo e di tutta la successiva società dell’informazione.

Il secondo e il terzo capitolo riguarda il ben conosciuto materialismo storico, per Finelli una lettura storica del reale ormai da abbandonare: alla dinamica struttura-sovrastruttura egli propone di favorire le categorie di presupposto-posto dei Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica, applicandoli al principi de Il Capitale, l’opera più scientifica ed economica di Karl Marx. In tali sezioni, egli sottolinea l’obbligatorietà di tale operazione, dati i nuovi presupposti dell’accumulazione sfrenata di ricchezze da parte del nuovo capitalismo. Un capitalismo dove non viene più sfruttata la forza-lavoro del lavoratore, bensì le sue conoscenze e la sua forza mentale, in cui il minaccioso macchinario della fabbrica è stato sostituito dai computer. I quali si propongono come qualcosa di amichevole e desiderabile, che si affianca al lavoratore medesimo.

Nei capitoli seguenti, si continua analizzando le radici hegeliane del Capitale e confrontandolo non solo con la storia filosofica, ma anche con la storia del pensiero economico (riprendendo la problematica tramite gli economisti classici come Adam Smith). Mentre nelle ultime battute si rielaborano le categorie così ottenute e indagate allo scopo di trovare una qualche forma di emancipazione da queste forme di economia e sfruttamento contemporanee.

In sostanza, il Parricidio Compiuto di Finelli non è unicamente il tentativo di uno storico della filosofia di guardare a Marx e ai marxismi seguenti (con particolare attenzione ad Althusser) in modo obbiettivo e disincantato. Ma è al tempo stesso il tentativo di formulare una linea di ricerca per trovare nuovi strumenti di critica del presente; verso un Capitalismo dell’informazione e dei servizi, che non sottomette più il lavoratore, ma lo corteggia e si rende desiderabile attraverso la trasfigurazione dei valori e delle realtà in atto. Fino ad arrivare a plagiare l’inconscio comune.

“Le porterà fortuna” L’origine del cavallino rampante che cavalcò Ferrari.

 

«Caro Ferrari, lo metta sulle sue macchine da corsa. Le porterà fortuna». E’ il 17 giugno del 1923 , Enzo Ferrari ha 25 anni, è un giovane squattrinato con un passato infelice, ma ha appena vinto la prima competizione della sua vita: il Gran Premio del Circuito del Savio, volando su di un’ Alfa Romeno Rltf  che porta il numero 28. La contessa Paolina de Biancoli, assiste alla gara e ne rimane entusiasta, nota un’affinità, prova un nostalgico senso materno e gli porge un “cavallino rampante”  nero dipinto su un pezzo di tela. La tela proviene da uno SPAD S.XIII, un biplano da caccia, quello ch’era di suo figlio, Francesco Baracca, l’asso degli assi. Lo aveva fatto dipingere sulla fusoliera alla sua quinta vittoria, quando divenne asso nel 1916 durante la Grande Guerra, quando volava per la 91^ Squadriglia, la “Squadriglia degli Assi” per l’appunto, dove erano stati riuniti tutti i migliori piloti del Regio Esercito. Il 19 giugno del 1918, rimase ucciso durante una missione di mitragliamento a bassa quota delle trincee austro-ungariche nei pressi di Montello, lungo la linea del Piave, forse da un cecchino, forse da se stesso, con un colpo di rivoltella alla tempia, come era abitudine dei piloti da caccia per non morire bruciati nei loro aerei una volta abbattuti. Aveva 30 anni.

1-A-F-BARACCA-VICINO-AEREO-TIPO-SPAD13XIl giovane Ferrari accettò, anche non sapendo ancora bene come impiegare il cimelio, a quel tempo correva come gentleman-driver, e guidava le Alfa Romeo, che uno stemma già lo avevano. Ma questo non lo dissuase. L’anno seguente, fondò una società con lo scopo di comperare automobili da competizioni Alfa, modificarle e competervi nel calendario nazionale delle gare sportive. Il 9 luglio del 1932 il cavallino rampante di Ferrari sfrecciava alla 24 ore di Spa-Francorchamps, su un fondo giallo, colore modificato dall’originale bianco in onore della sua città natale, Modena. Fonderà su questo emblema, sulla sua conoscenza dei telai automobilistici e sul suo sconfinato amore per le auto da corsa la ” Scuderia Ferrari” solo nel 1947, ormai spostasi a Maranello per paura dei bombardamenti, e darà inizio ad una leggenda dell’automobilismo. La scuderia competé al Gran Premio di Monaco nel 1950, e al primo Gran Premio di F1 l’anno seguente. Il resto è storia che conoscerete meglio di me.

Riguardo all’origine dello stemma, che Baracca scelse e che oggi grazie a Ferrari tutto il mondo conosce e ci invidia, ci sono due ipotesi. La prima che sia una stilizzazione dello stemma del 2′ Reggimento Cavalleria “Piemonte Reale” al quale Baracca apparteneva. A quel tempo infatti i primi aviatori, come i primi carristi, erano inquadrati nella cavalleria. La seconda invece sarebbe riconducibile alla cavalleria  nella pura accezione del virtuosismo del termine. I primi aviatori divenivano  assi al quinto avversario abbattuto, e come segno di rispetto per onorare l’avversario dipingevano l’insegna dell’ultimo sul proprio aereo. L’ultimo avversario di Baracca fu un Albratros B.II e le origini di Stoccarda del suo pilota avrebbero motivato l’utilizzo del simbolo della città: la giumenta. Questo ricondurrebbe anche alle iniziali presenti sotto il cavallino S. F. Stuttgart Ferrari.

Come molti grandi legati a doppio filo dalla storia, Francesco Baracca ed Enzo Ferrari non si sono mai conosciuti. Chissà se avrebbero legato. Eppure qualcosa in comune lo avevano: con le macchine inventate dall’uomo “volavano” forte, abbastanza forte da rendere tutta la nazione, che in tempi non sospetti si chiamava patria, fiera di loro, per sempre.

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La fine della storia e l’ultimo uomo

Una delle teorie storico-politiche più controverse della fine del ‘900, per spiegare la caduta del regime comunista e la genesi dell’attuale sistema liberal-democratico, fu la proposta di tipo hegeliana di Francis Fukuyama.

Fukuyama, storico e politologo, insegna attualmente presso la Standford University ed è membro del prestigioso think tank RAND Corporation (uno dei centri studi sulla global policy più importanti degli USA).

Nel suo libro, La fine della storia e l’ultimo uomo, egli analizza la caduta dei regimi autoritari, definendo tale momento come lo spartiacque per indicare la fine della lotta ideologica e dunque la fine della storia; intesa ovviamente come processo direzionale e teleologico che attraversa ogni epoca.

Per spiegare le dinamiche storiche che portarono alla caduta delle dittature di destra e sinistra, riprende esplicitamente la dottrina di G.W.F Hegel del rapporto servo-padrone: la nostra identità personale, come definita all’interno della Fenomenologia dello Spirito, è data da una necessità di essere riconosciuti come individui aventi una propria dignità intrinseca. Tale dignità si conquista, a parere di Hegel, scontrandosi fino alla morte con altri individui, che a loro volta desiderano il medesimo riconoscimento. I casi sono due: o entrambi muoiono nel tentativo, oppure uno dei due si arrende. In tal caso il perdente diviene schiavo e il vincitore diventa il padrone, il cui status e valore è riconosciuto dal primo.

A parere di Fukuyama, concordando con la dialettica servo-padrone, la storia non è altro che una battaglia continua per il riconoscimento del proprio valore da parte di singoli individui o gruppi. Infatti, cose come il nazionalismo, scelte politiche, le guerre per il riconoscimento dell’identità di un popolo, ecc., non sarebbero pienamente spiegabili in termini semplicemente materiali ed economici. A questo punto la domanda è spontanea: quale è il fine della storia? La risposta è chiara: arrivare ad una situazione in cui vi è un riconoscimento completo dei diritti e della dignità di ogni essere umano. Tale stato è per l’appunto la democrazia liberale a regime capitalista, a cui ogni sistema politica più o meno velocemente, per tale bisogno, tende inevitabilmente. In essa ogni individuo può realizzare quel riconoscimento detto sopra in maniera libera.

Ora due sono le obiezioni che chiunque potrebbe porre a Fukuyama.
– Se la storia ha un fine positivo, perché nel corso del secolo XX° ci sono state tragedie (Gulag, Auschwitz, ecc.) che hanno tradito tale ideale di progresso?
– Le democrazie liberali non sono perfette. Ci sono violazioni, disparità e disuguaglianze di sorta, violando di fatto il bisogno di riconoscimento di alcune parti della popolazione.

Alla prima obiezione, Fukuyama risponde che “fluttuazioni” del processo storico sono normali. Se la storia fosse una linea in un grafico bidimensionale x, y, non sarebbe una linea retta, bensì una linea a zig zag verso il punto più più alto del grafico. Cambiamenti temporanei di quest’ultimo, non inficerebbero la direzione generale. Inoltre, molte delle dittature novecentesche a lungo termine o sono cadute, passando a una struttura democratica, oppure si sono trasformate o tutt’ora si stanno trasformando in democrazie capitalistiche (l’esempio paradigmatico sono la Cina, la Spagna o il Myanmar).

La seconda invece, è una condizione necessaria per il riconoscimento. Raggiungere il fine della storia non vuol dire che tutti riescano a raggiungere tale condizione, bensì che si arrivi a una forma di società in cui tutti abbiano la possibilità di lottare in maniera pari per questo scopo. È utile che all’interno della società liberale ci sia un certo grado di disuguaglianze, affinché si perpetui questa dinamica di lotta per il riconoscimento caratteristica dell’essere umano. Senza di esso infatti il singolo individuo non avrebbe alcun stimolo per affermarsi ed essere produttivo; anche alla luce delle innovazioni tecnologiche, che vanno a sostituire in parte o totalmente compiti che normalmente caratterizzerebbero l’operato umano in vista di una propria auto-affermazione (automazione industriale, comunicazione, ecc).

Dunque qualsiasi società storica, secondo la lettura di Fukuyama, è destinata a diventare prima o poi una democrazia liberale, a causa del bisogno insopprimibile di riconoscimento del proprio valore dell’uomo in quanto tale. Solo in tale ambito, concordando con l’idea hegeliana, ciò può avvenire.

Bibliografia essenziale
F. Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, BUR 2003.

Nietzsche: storia e vitalità

La Seconda considerazione inattuale venne scritta da Nietzsche nel 1874. Il titolo esteso è Sull’attualità e il danno della storia per la vita. Vorrei parlarvene.
Anzitutto: il titolo. Perché le considerazioni di Nietzsche sulla Storia dovrebbero essere inattuali? Per due ragioni. Nietzsche è un grecista, quindi, per sua natura, “ha la testa da un altra parte”. In secondo luogo, perché nella seconda metà dell‘800 la storiografia era un’attività piuttosto in voga. Nietzsche, criticando proprio il valore della storiografia per la vita, non può che essere in-attuale. Appunto.
Criticare il valore della storiografia per la vita, già. Questo l’intento di Nietzsche. Intendiamo criticare in senso kantiano («giudicare», «indagare») ed otteniamo il significato pieno del titolo: il testo in questione è una considerazione contro-corrente su quali effetti abbia la storia sulla vita. Effetti solo buoni? Effetti solo cattivi? Buoni e cattivi insieme? Ecco l’idea di fondo.
Generalizzando un pochino, si potrebbe dire che la categoria più rilevante del pensiero di Nietzsche sia la vita. Vita intesa come attività, volontarietà. In base a questo dato troviamo il metro per giudicare la storia: se essa incrementa il grado di attività di una vita, allora è di beneficio a tale medesima vita; in caso contrario le è di danno.
Dunque ci sono due modi di fare storiografia: uno dannoso e uno utile.
Partiamo dal primo. La storiografia è dannosa alla vita quando la inibisce con il peso dei ricordi, dei rimorsi o delle paure. Prendiamo ad esempio un maestro di sci che, prima di portare il proprio giovane allievo giù per una pista, gli faccia l’elenco di quante volte il piccolo sia caduto nei giorni precedenti. Di certo un simile elenco di capitomboli non incrementerà la confidenza, l’autostima, la vitalità del mocciosetto. Un simile esempio di storiografia (l’elenco dei capitomboli) è di danno per la vita. State certi che alla fine della settimana il piccoletto sarà diventato, a vita, un tipo da mare.
Il problema di questa storiografia dannosa è che essa non consente all’individuo di dimenticare, gli nega la possibilità di riscattarsi.

Non tutta la storiografia è però dannosa, come accennavamo sopra. Esistono ben tre modi di intendere la storia utili alla vita umana.
  • Il primo è quello detto monumentale: l’uomo ambizioso si ispira alle glorie degli antenati per esprimersi attivamente nel presente.
  • Il secondo è quello antiquario: l’uomo stanziale, celebrando le proprie radici, dà una legittimazione al proprio presente.
  • Il terzo è quello critico: l’uomo che soffre per la violenza del mondo, giudicando e condannando quella passata, purifica il presente.
Ora, tra la storiografia dannosa e quella utile, quale credete fosse più in voga al tempo di Nietzsche? Quella dannosa. Tutti noi abbiamo avuto un professore un po’ pedante, con il gusto dell’erudizione, del particolare irrilevante; con la passione per la lente d’ingrandimento e la pinzetta. Ecco. Nel 1874 questo modo di far cultura era la norma.
A chi tocca secondo Nietzsche porre fine a questo (inquietante) stato di cose? Eheheheh… Alla gioventù! Ai zzovani!
Adesso, senza voler essere sovversivi, se avete un amico, un fratello, un cugino che, chino sulla scrivania, a lume di candela, sta imparando a memoria i titoli di tutte le opere di Pietro Bembo (Epistole in 22 volumi incluse), fategli un favore: rapitelo, soccorretelo, ponete fine al suo strazio. Trascinatevelo in libreria e comprategli una copia della Seconda considerazione inattuale (Adelphi20 2012, € 10, 105 pagine).

Giulio Valerio Sansone