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Kenneth Frampton: an Englishman in New York

 

Gentleness, sobriety are rare in this society

Mentre il MAXXI, a cent’anni dalla nascita, celebra l’ineffabile e sfrontato genio critico di Bruno Zevi con una mostra inaugurata lo scorso 25 Aprile, la Biennale di Architettura di Venezia ha assegnato lo scorso 26 Maggio il Leone d’Oro alla carriera a Kenneth Frampton.

Britannico di formazione, newyorkese d’adozione — vive e lavora negli USA dai primi anni Settanta — KF è quanto di più distante ci possa essere da Zevi, nel campo della critica architettonica e non solo.

Un solco netto tra i due, tracciato per mezzo delle pagine dei loro libri di storia dell’architettura.

Frampton e Venezia si sarebbero potuti incontrare con grande anticipo, ma fu un inaspettato rifiuto da parte del decano della Columbia — gesto poco british, tanto polemico da potersi definire paradossalmente zeviano — a ritardare l’abbraccio.

A gentleman will walk but never run

Nel 1980, per la prima Biennale di Architettura, edizione d’inarrivata fertilità, tra le poche ad aver effettivamente cristallizzato gli orizzonti del dibattito coevo, accadde qualcosa di molto singolare. KF si fece da parte, rifiutando il proprio coinvolgimento nel team curatoriale guidato da Paolo Portoghesi, il quale stava consegnando alla storia un allestimento che è già storia: la Strada Novissima.

Si potrebbero seguire le tracce di questo curioso episodio, il quale vide coinvolti con ruoli distinti Eisenman, Koolhaas, Tafuri, ma anche Aldo Rossi — tutti già attivi a New York all’interno dell’Institute for Architecture and Urban Studies — ma i confini tra letteratura ufficiale ed ufficiosa in merito sono labili e viscosi.

Ci interessa invece sottolineare come siano serviti due architetti irlandesi, Yvonne Farell e Shelley McNamara, fondatrici dello studio Grafton e curatrici di questa edizione 2018, a riportare Frampton a Venezia, ad insignirlo del più prestigioso tra i leoni. Perché la geopolitica in architettura rimane un fattore tangibile e cruciale anche o soprattutto in ambito anglofono, ed i premi che si distribuiscono raccontano più di chi li assegna che di chi li riceve.

Da quando è stato istituito nel 1996, Il Leone d’Oro alla carriera si è dimostrato un riconoscimento elastico, più della Biennale stessa. Nel tempo sono stati premiati architetti in ex-aequo, si iniziò con due terzine: Gardella-Johnson-Niemeyer nel 1996 (curioso come i primi due fossero già stati omaggiati insieme a Mario Ridolfi da Paolo Portoghesi nella già citata edizione del 1980, con tre mostre retrospettive), Piano-Soleri-Utzon nel 2000. Si passò poi a Toyo Ito nel 2002, in anticipo di dieci anni sul Pritzker, e Peter Eisenman nel 2004, che con il Pritzker ha oramai un rapporto idiosincratico, alla stregua dell’ostinato Coyote con Beep Beep.
Fino ad arrivare a Koolhaas, che dopo aver vinto il Leone nel 2010, decide nel 2014 di assegnarlo a Phyllis Lambert — prima ed unica donna ad averlo ricevuto— come paladina di un mecenatismo illuminato, Dio solo sa quanto ce ne sia bisogno oggi!
Con KF si aggiunge quindi un architetto critico-storico-professore (già nel 2008, per il 500° anniversario della nascita di Palladio, venne insignito di un celebrativo Leone alla carriera James S. Ackermann, celebre storico del rinascimento). Questo a significare che la partita dell’abitare è tutt’altro che relegata al rettangolo di gioco dei soli addetti ai lavori, i players sono molteplici, le responsabilità da distribuirsi.

Nel 2017 sono tornato da Kenneth Frampton nel suo ufficio alla Columbia, comunicandogli della scomparsa di Giorgio Muratore. Invitandolo a nome del Centro Studi a lui intitolato, di entrare a far parte del Comitato Scientifico nella veste di membro onorario. Con la commozione negli occhi di chi ha appena saputo della defezione di un collega stimato, con cui aveva perso i contatti ma non per questo l’amicizia, KF ha accettato con garbo, chiedendomi di inoltrare le sue condoglianze ai familiari e di inviargli al più presto un regesto aggiornato degli scritti di Muratore. Il quale, nel suo corso di Storia dell’Architettura Contemporanea a Valle Giulia, ammoniva preventivamente chiunque pensasse di potersi presentare all’esame senza aver letto le Storie di Bruno Zevi e Kenneth Frampton, per l’appunto…

Colonne, piramidi, voli pindarici

Più sarà vasto il tuo impero, meno potrai articolare le tue indicazioni. Le missive, sarà bene giungano stringate e decise, senza fronzoli o giri di parole.
Ercole ed Augusto provvederanno a nobilitare una discendenza che si perde nei secoli, saranno loro le tue personificazioni di fronte al popolo, nei fasti dei gruppi scultorei.
Vienna sarà la tua Roma, l’Opera il tuo Colosseo.
E’ in questo clima che si districa il confronto austriaco in campo architettonico, lungo tutto il Novecento. Anche quando l’aquila dell’impero avrà cessato di volare su mezza Europa.
Traslare la risolutezza della Monarchia asburgica nel dibattito architettonico.

Da Ins Leere gesprochen di Loos, il cui primo corpus risale al triennio 1897-1900, ad Alles ist Architektur di Hollein, scritto nel 1967 ma pubblicato per la prima volta nel 1968 sulla rivista Bau.
Due giganti, accomunati da tutto o forse da niente.
Loos è uno degli architetti più importanti a cui la Mitteleuropa abbia dato i natali, Hollein è tuttora l’unico Pritzker Prize nella storia d’Austria, il primo europeo a ricevere il premio dopo James Stirling. Loos muore a Vienna nel 1933, Hollein muore a Vienna 81 anni dopo, lo scorso 24 aprile. Rappresentano due modi di fare architettura ben distanti, uniti da una importante caratteristica: l’approccio critico. Non scrivono troppo ma, quando lo fanno, generano dei manifesti di una forza prorompente, un taglio prosaico inconfondibile, che consente loro di impattare ancor di più sui contemporanei, ma allo stesso tempo di preservare limpido il messaggio con il passare degli anni.

Senza forzare troppo un accostamento tra due architetti così irriducibili ad una precisa corrente progettuale, possiamo brevemente introdurre tre episodi in cui le loro traiettorie si confondono l’una nell’altra. Iniziamo dalla Mostra Internazionale di Architettura, Biennale di Venezia, del 1980, curata egregiamente da Paolo Portoghesi, il quale inviterà Hollein a comporre una parte della celebre Strada Novissima, paradigma del nuovo atteggiamento post moderno in campo architettonico e non solo. Nella campata elaborata dal Nostro, troviamo una serie di colonne, tra le quali spicca per un insolito volume alla base e per qualità d’esecuzione del modello in scala (prodotto a Cinecittà) il progetto di Adolf Loos per il Chicago Tribune. Penso, spero, che nessun studente di architettura ignori la proposta di Loos per il concorso del 1922. Qui Hollein omaggia esplicitamente il suo illustre predecessore. Non è un caso se la descrizione di Luca Galofaro del progetto di Loos per Chicago può esserci d’aiuto anche per comprendere la partecipazione di Hollein a Venezia

“ […] Si può riconoscere una componente intellettuale […] L’ordine architettonico diventa un simbolo, si fa carico di una sintesi concettuale […] Rivisitazione interpretativa e assolutamente originale di un paradigma, quello della colonna, proprio della tradizione classica.”

Il secondo crocevia lo troviamo, inutile dirlo, sul Graben di Vienna. Forse sarebbe opportuno definirlo un duello. Infatti i due hanno progettato due negozi, Loos di abbigliamento da uomo, Hollein una gioielleria, uno di fronte all’altro. Entrambi offrono, per cura nel disegno dei dettagli e scelta dei materiali, due lezioni di architettura notevolissime. E’ evidente come le due facciate, prospicienti la grande via pedonale, facciano intuire subito la relazione ed il distacco, soprattutto, tra i due maestri.

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Il terzo ed ultimo tra i punti di contatto qui elencati, si riferisce alle piramidi. O meglio, a due estratti dai testi citati in apertura: Parole nel vuoto di Loos e Tutto è architettura di Hollein. Come per le colonne a Venezia, ecco un’altra assonanza (chissà se consapevole) linguistico – architettonica. E’ come se i due pescassero da un’unica faretra le medesime frecce, per poi scagliarle in tempi, luoghi e contro nemici differenti. La Piramide è intesa nel primo passaggio come monumento specifico, al quale ci si riferisce con il nome proprio e quindi in maiuscolo, successivamente è citata come forma, nella sua accezione geometrica, comune, quindi in minuscolo.
A suggellare questo impossibile incontro che abbiamo fin qui narrato, ripropongo il brano senza una chiara distinzione tra la piramide di Loos e quelle di Hollein. Perché in fondo: più sarà vasto il tuo impero meno potrai articolare le tue indicazioni.

“Un edificio potrebbe diventare in toto informazione e il suo messaggio potrebbe ugualmente venir recepito solo attraverso i media dell’informazione (stampa, tv e simili). In realtà sembra quasi non avere importanza che l’Acropoli o le Piramidi esistano davvero, dato che nella maggior parte dei casi non sono conosciute mediante un’esperienza personale ma attraverso altri media: il loro ruolo si basa per l’appunto sull’effetto prodotto dall’informazione. Un edificio dunque potrebbe anche essere simulato benché se in un bosco troviamo un tumulo, lungo sei piedi e largo tre, disposto con la pala a forma di piramide, ci facciamo seri e qualcosa dice dentro di noi: qui è sepolto qualcuno. Questa è architettura.”