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Simbiosi: Residenza in Studio di Jerico a cura di Elena Nicolini

OPEN STUDIO, un progetto dell’associazione culturale Kill The Pig in collaborazione con Reverse Studio presentano  “Simbiosi”, residenza in Studio di Jerico Cabrera Carandang a cura di Elena Nicolini. Dal 21.09.2018 al 26.10.2018 presso Viale Gioacchino Rossini, 20 – Roma

Open Studio è il nuovo progetto Kill The Pig in collaborazione con l’agenzia di comunicazione creativa Reverse Studio che vedrà, dal 21 Settembre 2018, l’artista Jerico Cabrera Carandang coinvolto in Simbiosi, ospite per un mese di residenza finalizzato alla creazione e alla presentazione dell’intero processo creativo, il 26 Ottobre 2018, durante la RAW – Rome Art Week.

Un primo confronto con un pubblico di addetti ai lavori, appassionati del settore dell’arte e fruitori che giornalmente saranno accolti nel cuore del quartiere Parioli di Roma ed invitati ad osservare le diverse fasi progettuali attraverso lo scambio tra artista ed osservatore che diventa dinamica quotidiana.

 

Disegni su carta, come segno dell’esperienza, ritratti su tela matrice della natura espressiva, argille come compenetrazione dell’uomo nella materia saranno solo alcuni dei media di cui l’artista si servirà per affrontare le sue indagini su “la Natura dell’Uomo come Uomo nella Natura”.

 

“L’uomo è un contenitore di emozioni. Nella realtà visibile, la natura, è una conseguenza di queste emozioni. Se dovessi cercare Dio osserverei il tramonto, un fiore, un predatore che uccide la propria preda. 

E se mi emoziono sono vicino a lui.” Jerico Cabrera Carandang

Dettagli

Il processo di residenza avrà durata di un mese a partire da Venerdì, 21 Settembre 2018.

Periodo di Residenza: Venerdì, 21 Settembre 2018 | Venerdì, 19 Ottobre 2018

Orari di Apertura: Dal Lunedì al Venerdì – ore 11:00 | 18:00

Esposizione: Venerdì, 26 Ottobre 2018 – ore 18:00

(Partecipazione a RAW, Rome Art Week)

Contatti Kill The Pig

Sito: www.killthepig.it

Ph: + 39 349 7634523

Fb: https://www.facebook.com/killthepigart/

 

Contatti Reverse Studio

Sito: www.reversestudio.it/

Fb: https://www.facebook.com/reversestudiorome/

Viale Gioacchino Rossini, 20 – Roma

 

Fra.me.it. 5 street artist alla rigenerazione culturale di Frazzanò

Si chiama Fra.me.it. Nuove istantanee urbane il progetto volto a ridare una nuova veste al Comune di Frazzanò, una piccola realtà con poco più di 600 anime situata nel messinese che ha coinvolto 5 degli street artist più importanti del panorama internazionale.

Un progetto di rigenerazione urbana che, nell’arco di 3 settimane, ha ridefinito e rimodellato l’aspetto esteriore di 4 strade del comune siciliano, coniugando il ripensamento del tessuto urbano e la necessaria messa in sicurezza della struttura muraria interessata con la riqualificazione urbana, attuata mediante singoli interventi frammentari (da cui appunto Fra.me.it.).

Così Ricky Lee Gordon, Ampparito, Davide Dpa, Alleg ed Emanuele Poki hanno dato una nuova veste al “comune dei faggi”, collocando le proprie opere in una veste particolarmente singolare ed emblematica: le 26 opere realizzate sono state “rinchiuse” in altrettante cornici applicate appositamente lungo le mura interessate dall’intervento.

Tale scelta appare volta a soffermare lo spettatore sul rapporto tra dinamismo e staticità, tra inclusione ed esclusività, confini su cui l’arte appare fluttuare sempre con maggiore insistenza, interrogandosi seriamente sul proprio ruolo e proponendo una rilettura del pubblico fruitore.

Nella riflessione sulla fruizione artistica potrebbe inoltre cogliersi una denuncia della diffusa generica avversione verso l’arte di strada, per sua essenza fluida e senza confini, ancora inclini ad identificare l’arte come un qualcosa di delimitato e pertanto chiuso in cornici fisiche ma anche culturali e preconcettuali.

Veri e propri Frame urbani che riscrivono la storia del lungo sentiero siciliano attraverso espressioni artistiche aventi linguaggi e stili differenti, ora maggiormente figurativi rappresentativi, come il chiodo “a doppia battitura” di Ampparito o la rivoluzione copernicana di una pietra di marmo proposta da Emanuele Pokio ancora l’Aradia lunare protettrice delle donne di Ricky Lee Gordon, fino all’enunciazione di un apposito messaggio scritto, le “scaglie” di Davide DPA, ora basati su una preventiva indagine locale per creare una piena continuità con la realtà fenomenica circostante, come avvenuto per gli asparagi di Alleg, in perfetta simbiosi con le sovrastanti piantagioni di cui appaiono le radici, passate alla radiografia dall’artista.

Diverse modalità di rappresentazioni ma altresì uguali nello scopo, tutti evocativi della comune volontà di far soffermare il visitatore sul concetto di arte, un’arte collettiva e Pubblica come il nome della manifestazione che abbiamo già raccontato e che rappresenta un fil rouge di sempre più esperienze artistiche. Anche  tramite frammenti urbani.

Tutte le opere e il concept connesso sono disponibili sul sito di fra.me.it. Nuove istantanee urbane 

Street art e murales

Gucci, dopo aver già collaborato con Jayde Fish e Angelica Hicks, ha rinnovato il suo interesse per i murales firmando la collaborazione con Ignasi Monreal, artista incaricato di dipingere tre nuove pareti a New York, Milano e Hong Kong. Per le opere, interpretate in questo caso più come forma di comunicazione pubblicitaria che come azione puramente artistica,  è stata definita  una data di scadenza: avranno due mesi di vita.

Solo qualche settimana fa era comparsa sul ponte abbandonato di Scott Street, a Kingston upon Hulk, nel Regno Unito, la nuova opera di Banksy: un bambino armato di scolapasta e spada in legno riporta la scritta Draw the raised bridge. Il murales, probabile critica all’esito della Brexit, è stato  da subito meta di pellegrinaggio da parte dei londinesi, ma è  stato presto rovinato e imbrattato e solo la segnalazione di un attento cittadino è riuscita a preservare l’opera da ulteriori danni. Ripulita e protetta con una pellicola,  si presta di nuovo agli sguardi dei curiosi cittadini.
A Napoli, una delle due opere dell’artista, quella che rappresentava l’estasi della beata Ludovica Albertini con in mano delle patatine e un panino, è stata cancellata e coperta dal lavoro di un altro writer nel 2010. L’altra, la Madonna con Pistola, uno stencil in Piazza dei Girolamini, è stata protetta grazie all’iniziativa di un privato con una lastra in plexiglass.

Due anni fa, a Roma, William Kentridge ha completato sulle sponde del Tevere Triumphs and Laments, un fregio lungo 550 metri e composto da 80 figure alte fino a dieci metri. L’opera urbana, è stata realizzata con una tecnica diversa da quella impiegata per i murales: l’artista sud africano si è impegnato infatti a rimuovere la patina biologica dai muraglioni in travertino per rappresentare i trionfi e le sconfitte della città eterna con le sagome di uomini, eroi e dei. Solo lo scorso mese si sono registrati le ultime attività vandalistiche che continuano a sfregiare l’opera.

La street art, viene impiegata come strumento di trasformazione, riqualificazione e riattivazione di quartieri vulnerabili. Tor Marancia, edificata in cinquanta giorni per dare un alloggio agli abitanti del centro storico di Roma quando il regime fascista decise di costruire via dei Fori Imperiali, era chiamata Shanghai per le sue difficili e malsane condizioni di vita.
Nel 2015, il progetto promosso dall’associazione culturale 999 contemporary e finanziato dal comune di Roma e dalla fondazione di Roma, ha inaugurato i 21 murales alti 14 metri e dipinti sulle facciate delle case popolari del lotto n.1 di Tor Marancia. I disegni raccontano episodi e storie del quartiere, come quella de Il Bambino redentore, un bambino che si arrampica su una scala colorata per guardare oltre i palazzi di cemento del caseggiato, omaggio alla memoria di Luca, che abitava nel palazzo ed è morto mentre giocava a calcio. O quella di Veni, vidi, vinci, realizzata da Lek&Sowat come dedica ad Andrea Vinci, un ragazzo che ha perso la mobilità agli arti inferiori e che abita al secondo piano di una delle palazzine popolari prive di ascensore.

In Sardegna Orgosolo custodisce tra le sue strade e piazze oltre 100 opere, che hanno attribuito al “paese dei Murales” la notorietà degna di un Museo a cielo aperto. Nato inizialmente come espressione di protesta e dissenso contro il potere e le ingiustizie sociali, il murales è diventato in molte località sarde lo strumento di raffigurazione della cultura e dell’identità tanto quanto le opere realizzate con tecniche più tradizionali come la pittura su tela e la scultura. I volti e le figure di Pina Monne e Angelo Pilloni raccontano il passato ed il presente dell’Isola.

Rimane dunque incerta la questione: bisognerebbe tutelare e contemplare la street art in quanto espressione artistica o piuttosto interpretarla come testimonianza effimera e transitoria, destinata a essere goduta e fruita per un tempo determinato?

Alice Pasquini, una delle più famose street Artist romane, le cui opere sono state ospitate nella mostra che il Macro di Roma ha dedicato alla street art lo scorso anno, ha colto nel segno l’atteggiamento confuso con il quale si approccia la street art: “Se da un lato nell’ultimo periodo è tutto un fiorire di festival alternativi, di gallerie che si occupano di street art, di associazioni che la promuovono, dall’altro lato però i ragazzini che fanno tag per strada vengono denunciati per devastazione e in alcuni casi per associazione a delinquere e rischiano diversi anni di prigione e multe salate. (…) L’impressione è che da una parte si istituzionalizza la street art, ma dall’altra operazioni come quella di Tor Marancia servono anche a segnare un confine tra legalità e illegalità, tra quello che è arte e quello che non lo è”.

Pubblica, l’arte collettiva per una nuova fruizione degli spazi urbani

Pubblica, è un progetto innovativo, o meglio eccezionale; eccezionale sia nella sua valenza artistica che nella sua declinazione, comprensiva della concezione di “arte” su cui si basa. La stessa denominazione del progetto come Pubblica deriva dalla “res publica”, ovvero la cosa pubblica quale spazio comune e collettivo.
L’epinomio racchiude l’essenza del progetto che si declina in una moltitudine di interventi artistici volti a riscoprire spazi pubblici in una veste differente da quella ordinaria con cui sono stati realizzati e pensati. Tali interventi, nati nel 2015 dall’idea dell’associazione Kill the Pig e curati da Carlo Vignapiano ed Elena Nicolini, realizzano un vero e proprio percorso artistico lungo la penisola italica, la cui rilevanza è corroborata dal riconoscimento del Mibact rilasciato dal 2016.
La prima fase ha coinvolto Selci, comune reatino in cui 11 artisti di rilievo mondiale hanno realizzato altrettanti interventi di arte urbana ispirati alla collaborazione e condivisione, non solo con l’apparato “Pubblico” locale ma con la stessa cittadinanza, pensando una nuova funzione e fruizione degli spazi interessati.

Credits di Blind Eye Factory

Tra questi emblematico Cenere, il lavoro di Gonzalo Borondo realizzato all’interno della cappella funebre del cimitero del comune reatino.

Credits di Blind Eye Factory

Il ruolo sacro della cappella funebre mantiene la sua rilevanza mistica riletta in chiave artistica; il pellegrinaggio esistenziale che finisce nella cappella viene sostituito in un percorso alla ricerca dell’arte e della sua misteriosa essenza, riassunta dallo stesso creatore nel brocardo “La fine l’inizio è”.
Un percorso fluido e circolare, rappresentato dalle 8 grandi opere dal significato allegorico della vita umana, disposte in cerchio intorno ad una croce, realizzata in vetro e ferro battuto e posta al centro dello spazio, la cui forza è esasperata dalla luce naturale che entra dalla sua sagoma e che si riflette sulle grandi pitture appositamente coperte da un vitreo vetro.

Credits di Blind Eye Factory

Dopo aver conquistato Selci il progetto, si è poi spostato verso il Viterbese: a Civita Castellana il progetto urbano ha visto la realizzazione di “Ultimo Orizzonte”, l’intervento di Jerico che verrà presentato al pubblico il 2 febbraio 2018 e che, si può scommettere, manterrà le aspettative nate dalla prima tappa del percorso urbano, con suggestioni e convivenze che mostrano una nuova visione degli spazi comuni attraverso una rilettura del territorio e delle sue potenzialità, rinati tramite l’applicazione dell’arte contemporanea.

Credits di Sara Francola

Sono interventi finalizzati alla rinascita di luoghi storici mediante l’implementazione dell’arte contemporanea, instaurando un dialogo possibile e narrante tra lo storico antico e il nuovo artistico; uno scambio tra realtà apparentemente diverse ma in realtà connesse e connettibili nella loro manifestazione, ancorché diversa, sempre artistica.

Per visionare tutti gli interventi realizzati a Selci https://www.facebook.com/pubblica/

Dalla strada al museo. Cross the Streets tra Writing e Street Art

Cross the Streets è la mostra che porta la più bella arte di strada sui muri di un museo

Si chiama Street Art, ma questa volta per ammirarla non c’è stato bisogno di andare “a caccia” di muri in giro per il mondo, è bastato andare al MACRO di via Nizza a Roma. La mostra Cross the Streets, visitabile fino all’1 ottobre 2017 è stata ideata e prodotta da Drago in collaborazione con Nufactory.

A Roma in estate, se sei romano, ti rendi conto di un un doppio fenomeno: la vedi svuotata e piena di gente allo stesso tempo. Svuotata, perché i romani partono per le vacanze; piena, perché nonostante i 40 gradi di caldo nessun turista rinuncia a visitare Roma bella. Come dicevo, i romani partono, vanno in vacanza, tutti tranne me che quest’estate non mi sono mossa dalla mia città. Niente mare, niente montagna, niente viaggi all’estero. Che balle, ho pensato all’inizio… poi in una giornata di agosto, dopo essermi imbattuta fino a quel momento in file e file e file di visitatori stranieri mi sono detta di far come loro, godermi la città eterna. C’era solo un problema ancora, il caldo. Passeggiare a Roma è indubbiamente il massimo, ma l’afa è sfiancante e allo stesso tempo però ti sembra uno spreco rinunciare a quel sole per chiuderti in un museo. Poi ho trovato Cross the Streets e la soluzione era già nel titolo. Una mostra che ti porta le strade, o meglio, i muri delle strade in un museo. Dunque avrei potuto visitare una mostra al fresco dell’aria condizionata senza rinunciare alla mia passeggiata!

Il progetto nasce dalla ricerca di Paulo Lucas von Vacano sulla controcultura Street e tutte le sue declinazioni. Un fenomeno capace di coniugare insieme giovani, periferie e minoranze, l’arte urbana, dal Writing, ai Graffiti, dal Muralismo che ha influenzato e continua a influenzare l’immaginario collettivo. Questa pratica artistica prende le mosse dalle proteste underground giovanili fino ad arrivare a contaminare diversi campi: dalla musica al cinema, la moda, la fotografia fino alla pubblicità. La mostra permette di capire e approfondire la potenza e la fascinazione di questo movimento multimediale e multiforme, partendo dalle radici a livello mondiale, passando per i conseguenti fenomeni di costume, fino ad indagare, a livello locale, la storia del graffitismo romano.

 

È vero che la mostra trasporta la Street Art in un museo ma non per questo rinuncia alla sua magnificenza e alle dimensioni reali delle sue opere a cielo aperto. Due sale per graffiti e murales giganteschi, realizzati da artisti di tutto il mondo.

Primo fra tutti Frank Shepard Fairey, meglio noto come Obey, artista, illustratore, graphic designer e attivista statunitense. I suoi lavori sono prevalentemente di carattere politico, come le campagne anti-Bush o la famosa locandina in sostegno di Obama “Hope”, poi scelta dal presidente come icona ufficiale della sua campagna elettorale. Nell’opera in mostra sono presenti molti elementi ricorrenti, come il ritratto, la propaganda e il potere politico.

Il francese WK interact è interessato al corpo in movimento, i suoi lavori sono site specific e le immagini che utilizza sono riprese direttamente dalla realtà del mondo circostante. Il suo interesse è nell’incontro con l’ambiente urbano e nelle interazioni che possono derivare da questo incontro. La sua tecnica consiste nel modificare un disegno o una foto mentre viene fotocopiata, in modo tale da rendere l’immagine dinamica. L’opera deve poi essere collocata in un luogo adatto ad essa.

JBRock invece è Romano, classe 1979 e scrive sui muri da quando ha 12 anni. Non ha mai smesso perché non c’è altro che lo possa far sentire meglio. Il suo murales è coloratissimo e ricco di dettagli, dai volti dei personaggi, ai messaggi che tramite questo vuole farci arrivare. A me ha ricordato un po’ le copertine dei Piccoli Brividi, chissà che non ne fosse un appassionato.

 

Mirko Reisser, aka DAIM è tedesco, divenuto famoso in tutto il mondo per i suoi grandi graffiti in stile 3D, in cui dipinge il suo nome da writer attraverso ripetizioni e processi di costruzione/decostruzione.

LUCAMALEONE, nato nel 1983 a Roma, dove vive e lavora è noto per le sue opere ispirate alla natura e all’arte antica. La sua costante tensione al perfezionamento della tecnica dello stencil ha fatto di lui un artista dallo stile inconfondibile, inoltre è tra i pochi al modo ad utilizzare mascherine e vernice per realizzare stencil multilivello elaborati e caratterizzati da una sovrapposizione di numerosi strati di colore. Artista e promotore della street art internazionale, dal 2004 a oggi ha collezionato oltre cinquanta mostre in tutto il mondo, tra personali e collettive. Dal Cans Festival a Londra nel 2008 organizzato da Bansky all’imponente street art group show Scala Mercalli all’Auditorium di Roma, all’esposizione itinerante Twenty Street Artist commissionato dai Green Day negli USA. La sua opera Mucchio di Fagiani è altissima e grandissima, i colori sono vivi così come vivi sembrano i soggetti del Murales, tanto che ti senti osservata da tutti quegli occhietti -ah! in uno di loro è nascosto il logo dell’artista- tanto da farti credere che quei fagiani possano uscire fuori dal muro tutti insieme da un momento all’altro.

Anche Diamond è romano ed è uno dei maggiori esponenti street artist della capitale. Lavora spesso con poster in cui rappresenta donne che evocano motivi decorativi dell’Art Nouveau e la sua opera seppur coerente con se stessa non ricalca i clichè classici della street art. Le tecniche che utilizza sono insolite e svariate, i temi spesso cupi hanno risvolti simbolico/visionari e il risultato della sua produzione artistica è stilisticamente eclettico e inquieto, quantitativamente debordante. Anche l’opera esposta ha come soggetto una donna, che io vedo un po’ strega e un po’ dea, tiene in mano un teschio e ha gli occhi bianchi come se stesse lanciando un maleficio, in effetti un po’ inquietante lo è…

Questi sono solo alcuni dei nomi presenti in mostra, che continua con opere di Ron English, Cope 2, Jeremy Fish, Sten e Lex, Invader e molti altri.

Una seconda sala propone due letture parallele del fenomeno del Writing a Roma negli anni ’80 e oppone una selezione di alcune delle prime opere di writers americani che vennero esposte in Europa alla fine degli anni ’70 alla storia di Napal, uno dei primi writers romani nonché fondatore di due crews storiche, LTA e KIDZ, che ha realizzato un intervento direttamente sui muri del museo assieme Brus, un writer a cui è legato da un sodalizio decennale. Altro spazio è dedicato a una selezione di fanzines, blackbooks, fotografie e bombolette aerosol che documentano la varietà dei materiali utilizzati.

Gli anni ’90 poi, segnano a Roma l’approdo del writing dopo i primi esperimenti compiuti sui muri, sui treni e sulle metropolitane. A partire dal 1992 circa linea A, linea B e la linea Roma-Lido che collega la capitale con la città di Ostia, sono ricoperte di graffiti dalle prime generazioni di writers romani ma il fenomeno si estende poi nel corso degli anni successivi a tutta la linea ferroviaria cittadina. I graffiti si stratificano uno sull’altro, anche perché le campagne di pulizia dei treni mancano di regolarità. Venticinque anni dopo Roma è entrata a far parte della storia del writing, non solo per l’attitudine particolare con cui i writers locali hanno dipinto e dipingono ancora oggi i treni e le metropolitane, ma anche e soprattutto perché in nessun’altra città al mondo, neanche a NY, i treni circolano ricoperti di graffiti da così tanti anni. All’alba degli anni 2000, alcuni writers che hanno scoperto i graffiti tra gli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, cominciano a sentire la necessità di un nuovo percorso di ricerca e sperimentazione artistica, alternando azioni in strada a mostre organizzate in quelle gallerie e spazi museali che si dimostrano sensibili alle loro poetiche e a un linguaggio che conserva solo in parte un legame formale con i graffiti.

È vero che le città stanno diventando, ogni giorno di più, dei veri e propri musei a cielo aperto, accessibili a tutti ma è vero anche che grazie all’interesse di gallerie e strutture slegate dal mondo della strada, il movimento della cultura underground sta confermandosi come corrente artistica, riconosciuta a tutti gli effetti.

Ho “cross the streets” immaginandole nella mia mente, io che pensavo di farmi una passeggiata a Roma e sono finita tra le strade del mondo a guardare muri che parlano, comunicano e riscattano tutti quegli altri muri che in questo momento storico ci dividono e allontanano.

 

 

 

 

 

 

 

La street art romana diventa un libro grazie all’obiettivo di Mimmo Frassineti

“Street Art a Roma. Come cambia la Città” è il libro fotografico che racchiudere le opere realizzate da Mimmo Frassineti, fotografo e fotoreporter bolognese con alle spalle innumerevoli lavori e collaborazioni con le più importanti realtà editoriali italiane.

Trasferitosi a Roma per iniziarsi agli studi artistici, il suo lavoro sulla street art capitolina appare il giusto esito di un percorso di indagine della realtà romana a tutto tondo, giunto fino all’arte meno convenzionale e di più diretta fruizione.

È la chiusura di un cerchio di (ri)scoperta e (ri)conoscenza di un’arte che a Roma ha avuto il degno riconoscimento solamente in tempi recenti, in una discrasia costante, ossimoro caratterizzante la Città Eterna, rispetto alle altre realtà europee che ha comportato conseguenze deformanti nello stesso modo di intendere l’arte di strada e la sua fruizione come raccontato in occasione della mostra di Bansky a Roma.  

Il libro, che racchiude le fotografie dell’autore già oggetto dell’esposizione “Urbis Picta” realizzata alla fine dello scorso anno all’Arancieria di Villa Borghese, affronta le opere seguendo un percorso completo ed enciclopedico: l’itinerario porterà il lettore (rectius visitatore) a soffermarsi sulle più rinomate opere di street artist presenti a Roma, ma anche a scoprire rappresentazioni senza paternità, seguendo un andamento onnivoro, dal “quartiere dei murales” dell’Ostiense al suo alterego periferico del Quadrado, passando, attraverso le stazioni delle metro,  per il celeberrimo “Sanba” nel suo eponimo San Basilio fino a giungere a opere ignote ed ignorate.

Un percorso che porterà a rivedere quartieri noti con occhi diversi e scoprirne ignoti con occhi nuovi.

GeometricBang a Senigallia

Dal 14 agosto a Senigallia sarà fruibile la più grande opera di street art mai realizzata nella cittadina marchigiana: l’intera facciata della stazione dei treni di Senigallia e il sottopassaggio saranno la tela per l’opera dell’artista internazionale GeometricBang.

Un’opera geometrica che rappresenta un intervento temporaneo, posto in un punto nevralgico della mobilità locale volto a simboleggiare la continuità tra il territorio e il continuo movimento da e verso esso con una commistione di astratto e concreto sia tra gli edifici circostanti che all’interno della medesima opera: gli occhi che sormontano il graffito mirano a creare un collegamento tra i fruitori e l’opera stessa, fissati l’un l’atro.

L’opera è stata realizzata grazie alla commistione tra pubblico e privato in una partnership fortemente voluta dall’amministrazione locale.

 

Colera Group Show

Il 25 marzo 2017 la Galleria Varsi presenta Colera esposizione di monotipi realizzati da Borondo, Run, Servadio e dal trio Canemorto.

“Colera” è lo sviluppo di un progetto nato spontaneo nel 2015 quando i sei artisti si sono ritrovati per caso a Londra e hanno cominciato a incontrarsi nello studio di Servadio. A unirli nello spazio di Hackney Wick l’affinità artistica e la presenza di un torchio calcografico: la volontà condivisa di indagare le possibilità del monotipo.

Dal greco monos “uno” e typos “impressione”, il monotipo si configura come medium ibrido, al limite tra la pittura e la stampa e ha come risultato un’opera unica, la quale porta dietro i suoi “fantasmi”, la cui matrice è destinata inesorabilmente a sparire.

Il monotipo viene ottenuto dalla pressione di una lastra (inizialmente di metallo e in seguito di legno, vetro e plexiglass) dipinta a inchiostro o colori ad olio, su supporto cartaceo. L’immagine, concepita al rovescio, viene realizzata utilizzando pennelli, punte, rulli e strumenti originali, insoliti, di diversa natura. Una forma d’arte intellettuale e sensoriale i cui principi regolatori ammettono libertà e consentono aperture ai diversi linguaggi e all’identità di chi opera.

L’esito dell’esperienza londinese di Borondo, Canemorto, Run e Servadio è una grande quantità di monotipi inediti e la volontà di proseguire il percorso intrapreso e realizzare una nuova produzione di opere, a partire dagli stimoli vissuti. Il titolo scelto per la mostra rivela l’atmosfera delle session di stampa: “Quei giorni nel mio studio nevicavano fogli”, racconta Servadio. Pavimento e corpi si tingevano di materia torbida, l’inchiostro era dappertutto. Si stampava in continuazione, propositi nascevano e morivano sulla carta nel tentativo di scoprire soluzioni formali che potessero soddisfare i presenti e stimolarne altre infinite.

I sei artisti di nuovo insieme nello stesso periodo, in un unico spazio. I loro pensieri e linguaggi si fonderanno per imprimere nuovi istanti. Nevicherà ancora.

Nella Galleria Varsi lavoreranno per due settimane a stretto contatto, generando più di duecento monotipi che andranno a depositarsi sulle pareti, come una seconda pelle.

“Colera” è un progetto nero, denso e sporco, immediato e ostinato, insistente e ossessivo, invasivo e virale: è urgente. Ha l’urgenza di essere presente, di generare e seguitare, di occupare lo spazio e contaminarlo di intenzioni e azioni; di condividere e sentire o condividere per sentire.

English version

On 25 March 2017, Galleria Varsi presents “Colera”, an exhibition of monotypes created by Borondo, Run, Servadio and the Canemorto trio.

“Colera” derives from a spontaneous project started in 2015 when the six artists accidentally met in London and started getting together in Servadio’s workshop. What united them in the Hackney Wick spaces were artistic affinity and a printing press, plus the shared will to investigate the possibilities of monotype.

From the greek monos “one” and typos “impression”, monotype is a hybrid medium; the boundary between painting and printing that results in each work carries its “ghosts” and a matrix which is inexorably destined to disappear.

A monotype is achieved by the pressure of a plate (initially metal and later wood, glass and plexiglas) painted in ink or oil paint on paper. The image, first designed reversed, is created by using paint brushes, drills, rollers and unusual original instruments. It is an intellectual and sensory art form whose regulative principles admit the freedom of different media and the full artistic expression of those who work on it.

The outcome of Borondo, Canemorto, Run and Servadio’s London experience was an enormous amount of unpublished monotypes and the will to pursue what was accomplished to generate a new production of works. The title chosen for the exhibition reveals the atmosphere of the printing sessions: “Those days my workshop looked like it was snowing sheets,” says Servadio. Floor and bodies were tinged with murky matter, ink was everywhere. Printing was nonstop, intentions were born and died on paper in an attempt to discover formal solutions that could satisfy the artists there and stimulate other endless printing series.

The six artists are meeting together again at the same time and in the same place. Their thoughts and expressions will merge to create new instances. It will snow again.

At Galleria Varsi they will be working closely together for two weeks, generating over two hundred monotypes that will be deposited on the walls, like a second skin.

“Colera” is a black project, dense and dirty, immediate and stubborn, insistent and obsessive, intrusive and viral. It has an urgency of its own: that of generating and continuing to occupy space, and of contaminating it with intentions and actions to be shared and felt.

LE CONTAMINAZIONI DI KEITH

Le opere di Haring in mostra a Milano

Per gli sfortunati che nel 1981 non si trovarono a passare nella metro di New York mentre un ragazzetto con gli occhiali tondi, disegnava su dei pannelli neri che coprivano vecchi manifesti pubblicitari, no panic! A Milano, il Palazzo Reale ospiterà fino al 18 giugno 2017 la mostra Keith Haring. About art. Un filo rosso, anzi, un gessetto bianco, quello con cui Haring disegnava nella metro della Grande Mela, unisce Jackson Pollock, Jean Dubuffet, Paul Klee e indietro fino alla Colonna Traiana, poi le maschere del Pacifico  e i dipinti del Rinascimento italiano. L’obiettivo della mostra che presenta più di cento opere, alcune inedite o mai arrivate in Italia è quello di rileggere il lavoro di uno degli artisti-attivisti più importanti e impattanti della seconda metà del Novecento alla luce di quelle che furono le arti che lo hanno nutrito, ispirato, tanto da diventare centrali nella sua produzione.

Uno stile unico quello dell’artista americano che ha sintetizzato e reinterpretato gli stili artistici della tradizione classica, dell’arte etnografica e del cartoonism, espressione di una controcultura impegnata su temi sociali e politici del suo tempo, lungimirante e di sperimentazione grazie all’impiego del computer in alcune delle sue ultime produzioni. La mostra milanese mette al centro del tributo al pittore e street artist, la complessità e la profondità della ricerca artistica di Haring, l’importanza delle opere che hanno influenzato il suo lavoro e il rapporto che lui ha avuto con queste. Un viaggio nella carriera dell’artista, lungo 110 opere, provenienti da collezioni private e pubbliche non solo americane ma anche europee e asiatiche.

Primogenito di quattro figli, Keith nasce il 4 maggio 1958 in Pennsylvania da Allen e Joan Haring. Già piccolissimo dimostrò di avere una forte inclinazione per il disegno, cosa che non poteva passare inosservata agli occhi del padre, fumettista. Fin da piccolo infatti Keith si interessa della grafica paterna e alla comunicazione tramite le arti figurative. Crescendo emerse il suo temperamento scottante e ribelle, provocatorio e refrattario alle regole, comincia presto a fare uso di droghe ma questo non intacca il suo talento artistico e continua a coltivare la sua passione per il disegno, alimentata e motivata dalla produzione grafica di Andy Warhol, suo modello.

Nel 1976 si iscrive all’Ivy School of Professional Art di Pittsburgh e frequenta lezioni di grafica pubblicitaria, lezioni che abbandona presto nonostante il suo coinvolgimento nel progetto “Pittsburgh Art” e nel “Craft Center” che gli aveva permesso di tenere la sua prima Mostra Personale di disegni astratti al Pittsburgh Center for the Arts. Non ha nemmeno vent’anni quando capisce che la Commercial- Art non fa per lui e influenzato dalla retrospettiva dei dipinti di Pierre Alechinsky, artista che gli suscitava grande emozione e con il quale entrerà poi in contatto, al Carnegie Museum, decide di trasferirsi a New York dove si iscrive alla School of Visual Arts. Nel suo studio sulla Ventiduesima, Keith dipinge su carta e consolida la propria concezione di grafica stilizzata. In questo periodo  conosce diversi artisti con idee e interessi affini ai suoi, alla ricerca di nuove sfide, scambia opinioni con i passanti che lo guardano dipingere e prende consapevolezza della sua omosessualità, poi apertamente dichiarata. Diviso tra un’intensa attività di studio e gli svaghi sempre al limite dell’eccesso, assiduo frequentatore del Club 57, il più popolare locale tra gli artisti, attori e musicisti di Manhattan, accolto sotto l’ala protettiva di Andy Warhol, guru della pop art, Haring è introdotto nel mondo delle superstar, si lega in amicizia al “collega” Jean-Michel Basquiat e realizza diverse opere in cui sono chiare le influenze di Holzer, Burroughs e Gysin. Presto si rivela un artista a trecentosessanta gradi, elaborando una propria filosofia dell’arte, la “Popular art” e capace di mescolare, sperimentare, rielaborare e spaziare da elementi propri della cultura dei fumetti, di quella Maya, giapponese o di Picasso e i corsi alla School of Visual Art, per quanto formativi cominciano a stargli stretti. La “Popular art” deve essere per tutti e insofferente ai sistemi di diffusione artistica tradizionali, disegna con il gesso bianco sulla carta nera che copre i vecchi manifesti pubblicitari nelle stazioni della metropolitana di New York che dal 1981 al 1986 diventa il suo atelier. Keith elabora così il suo linguaggio personale e geroglifico che trova le proprie radici artistiche nel surrealismo europeo, ora sempre più affine al graffitismo, ispirato all’immagine elettronica e al fumetto, privilegiandone l’immediatezza della comunicazione. Quello che fa Keith è offrire finestre sull’immaginario, personaggi e paesaggi venuti dal sogno. Tra i suoi simboli dischi volanti, bambini carponi e radioattivi, cani stilizzati a sei zampe, simboli fallici, la faccia di topolino.

L’intreccio tra sessualità e macchine evidenzia un aspetto delle tematiche di Haring, la televisione e il computer si intrecciano agli esseri umani quasi fossero diventati un prolungamento della vita quotidiana, è una visione apocalittica che vede l’individuo come vittima delle macchine.

Al mezzo grafico Haring affianca quello pittorico, utilizzando supporti eterogenei, tele vinilica, oggetti trovati o pelli animali, quello plastico, il video e la performance. Registra su videocassetta l’esecuzione dei suoi dipinti e crea un’animazione di trenta secondi, andata in onda per un mese senza interruzione sul mega schermo di Times Square. Nel 1983 tiene la sua seconda personale dal gallerista armeno Tony Shafrazi, qui intraprende un viaggio nella scultura, costruisce totem che ricordano i rituali indio americani ma rivendicando sempre il diritto al disordine e al caos. Ricopre le copie in gesso del David di Michelangelo di arabeschi e colori sgargianti, tipici dei graffiti underground.

Trasporta i suoi disegni su vasi di terracotta, coprendoli con le sue storie quasi fossero urne egizie o greco-romane. Sempre nel 1983 partecipa a esposizioni in Brasile, a Londra e a Tokyo. Nel 1984 realizza murales in giro per il mondo, da New York all’Australia, in Germania e in Svizzera. Nella seconda metà degli anni Ottanta si impegna in una pittura a soggetti politici e religiosi, denuncia la seduzione del male e l’arroganza del potere, dipinge un grande muro contro il crack, la nuova droga che uccide e riempie una sezione del Muro di Berlino.

Parallela alla realizzazione dei murales viaggia anche quella di grandi tele dove sesso e visionarietà ricordano i dipinti di Bosh. Keith elabora anche manifesti pubblicitari, si occupa di comunicazione sociale, enti pubblici gli commissionano campagne in difesa dei diritti umani e dell’infanzia. Incoraggiato da Warhol e Basquiat espone contemporaneamente i dipinti alla Tony Shafrazi Gallery, tiene una personale a Bordeaux, partecipa alla Biennale di Parigi, stampa e distribuisce 20.000 manifesti Free South Africa e disegna quattro orologi per Swatch USA. Nel 1986 apre a New York il primo Pop Shop, che vende progetti da lui realizzati, riproduzioni delle sue opere, magliette e gadget di ogni tipo con l’intento di rendere la sua arte ancora più accessibile. Negli ultimi anni il suo impegno è per campagne decisive di quel periodo,contro la discriminazione razziale, delle minoranze e verso gli omosessuali, sull’antinucleare, contro l’apartheid in Sudafrica, attivista per sensibilizzare i giovani contro l’AIDS, diagnosticatogli nel 1988. Anche se affetto dal virus, Haring continua a disegnare e ne sono la riprova gli ultimi lavori dove l’idea di morte è ben presente. Nel 1989 istituisce la Keith Haring Foundation con lo scopo di fornire finanziamenti e immagini per le organizzazioni contro l’AIDS e per opere che si occupano di bambini. Muore nel 1990, a soli 31 anni. Dodici gli anni di carriera esplosiva ed emozionante che hanno consacrato Keith Haring uno degli artisti più importanti, influenti e discussi del secolo scorso, in cui si è saputo imporre non solo come fenomeno artistico ma anche mediatico e politico, vivissimo, oggi più che mai.

C’è arte pubblica e “pubblica”: il precario equilibrio tra libertà e sicurezza nella sua fruizione

 

Quando “l’arte” è “pubblica” e quando un qualcosa di “pubblico” diventa “arte”, con il conseguente diritto all’apposita tutela e valorizzazione correlata a tale riconoscimento? E fino a che punto la fruizione collettiva dell’arte e il suo scopo di arrivare ad una platea più ambia possibile può arrivare a mettere in pericolo lo stesso stato dell’opera?

Sono sicuramente tra le più grandi problematiche discusse in questi giorni nel mondo dell’arte: partendo dalla questione relativa alla tutela, questa è stata sollevata in primis da Paolo Bulgari, mecenate che grazie al suo intervento ed a una donazione di un milione e mezzo ha permesso il restauro della Scalinata di Trinità dei Monti; pochi giorni dopo il lungo intervento di recuperò però, la situazione è tornata ad essere precaria e pericolosa per uno dei monumenti più famosi di Roma: abbandono e degrado hanno di nuovo invaso i 135 scalini in travertino, ritornati ad essere nuovamente lo scenario di “bivaccamenti” e sporcizia.

“Ci ho provato. Ho cercato di buttare un sasso nello stagno ma non mi sembra sia servito a molto” ha dichiarato il mecenate pochi giorni fa a Repubblica; e così è ventilata l’idea dell’istallazione protezione fissa, in vetro e/o in ferro idonea a preservare l’opera realizzata da Francesco De Sanctis nel Settecento.

 

Roma 10 settembre 2016 La famosa scalinata di Piazza di Spagna è chiusa per lavori di ripulimento. FOTO DI FERDINANDO MEZZELANI -GMT

L’idea di una “teca” protettiva è tornata alla ribalta la scorsa domenica, quando nella notte è stato sfregiato l’Elefante realizzato da Bernini e simbolo di piazza della Minerva a Roma, di cui ancora non sono note le vicende (sebbene dal Comune facciano sapere che la zanna divelta “non può essersi staccata da sola”).

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Si può quindi escludere la fruizione collettiva di un’opera, per un tempo indeterminato, al fine di conservarne nel tempo lo stato? Sul punto anche la sovrintendenza ai Beni Culturali ha espresso parere negativo: “non si può preservare il patrimonio monumentale attraverso le cancellate. La Scalinata deve essere percorribile sia di giorno sia di notte: è stata progettata e realizzata per questo, per dare la possibilità alla gente di passeggiare. Bisogna lavorare sulla prevenzione a cominciare dall’educazione” ha affermato il sovrintendente Claudio Parisi Presicce; parole riprese anche dall’assessore alla Cultura capitolino Luca Bergamo per cui “non si possono proteggere i monumenti mettendo dei cancelli, il patrimonio è tale in quanto parte della vita della persona…Penso che l’elemento di prevenzione più forte verso i danneggiamenti sia in termini di educazione, sensibilizzazione”.

L’unica via di uscita idonea a non snaturare le opere e la loro funzione, sembra essere quindi la prevenzione, attraverso un’educazione al senso civico ed artistico troppo spesso denunciata come carente in Italia.

Se le opere d’arte pubbliche “classiche” vengono messe in pericolo dalle abitudini cittadine, di converso le più recenti opere pubbliche sembrano esser osteggiate dagli stessi organi che dovrebbero tutelare: il primo pensiero va ovviamente alla street art, spesso banalmente accomunata al fenomeno dei “tag” e identificata come uno strumento di degrado da eliminare. Si pensi agli eventi capitolini, con il murales del Papa realizzato da Mauro Pallotta, alias Maupal, nelle vicinanze del Vaticano, prima cancellato e poi addirittura consacrato dalle scuse di Luca Bergamo e della convocazione al Campidoglio alla presenza della stessa Sindaca Virginia Raggi (incontro coronato con tanto di magliette celebrative e annuncio di partecipazione al documentario “Un Selfie con il Papa”; una mercificazione dell’arte pubblica per eccellenza osteggiata dai più grandi seguaci di tale forma artistica, di cui abbiamo già parlato in merito alla mostra museale realizzata con le opere di Bansky); stessa sorte era toccata solo 2 anni prima al suo Papa-Superman.

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Una “continuità di intenti” che giunge da ogni parte d’Italia, si pensi alla cancellazione delle strisce pedonali realizzate a Torino da uno street artist al fine di riqualificare il quartiere; e di esempi ce ne sarebbero molti di più.

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“Bisogna lavorare sulla prevenzione a cominciare dall’educazione” appare perciò come un monito corretto non solo per la popolazione indigena, ma anche per coloro che istituzionalmente ed accademicamente sono deputati a tutelare le opere d’arte, spesso troppo conservatori ed attenti a quello che è “classico” più che a quello che è “pubblico”, di fruizione e di interesse artistico, sperando che nel frattempo esempi come quello di Bulgari non rimangano isolati.

“Sì lo rifarei” ammette il mecenate, aggiungendo però che non sarebbe disposto a ripetere un tale intervento per nessuna altra opera d’arte a Roma.