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Another Look di Daniele Tamagni. La rivendicazione si fa Moda

Gentlemen of Bacongo, Afrometals, gli hipsters di Johannesburg. Queste sono alcune delle Fashion Tribes raccontate dall’occhio, anzi dall’obiettivo di Daniele Tamagni.

Another Look è la prima mostra dedicata ai lavori che il fotografo milanese, classe 1975, ha realizzato in diversi paesi africani. I soggetti dei suoi scatti sono appunto le Fashion Tribes africane ma dobbiamo fare attenzione alla parola “fashion”. La moda è chiaramente centrale ma non è tutto. Tamagni non ci parla solo di moda in quanto tale, fa di più, la racconta come strumento di rivendicazione politica e sociale, di affermazione individuale. Abiti, outfit, divise, per andare oltre ciò che si vede. Una realtà quotidiana con la quale il fotografo e artista è riuscito ad entrare in confidenza, osservandola da un punto di vista diverso e realizzando, in una sfida continua agli stereotipi e ai luoghi comuni, ritratti intimi. Sensibilità, passione, curiosità e forza gli hanno permesso di instaurare rapporti di fiducia con i soggetti che rappresenta, di andare alle radici ed essere ammesso come all’interno di un cerchio magico, dove l’“estraneo” è raramente ammesso.

Un lungo lavoro di reportage il suo, condotto in diversi paesi africani, in cui è riuscito a cogliere l’immediatezza espressiva delle diverse comunità di cui ci parla. Ci sono Dandy congolesi di Brazzaville, persone semplici, con lavori normali, vestono come tutti gli altri, salvo che nelle occasioni speciali, dove si trasformano, sfoggiando completi particolarissimi, provocando stupore e ammirazione degne di una star di Hollywood; i metallari cowboys di Gaborone, anche detti Afrometals, la loro tradizione riecheggia di anni Settanta e in particolare di un gruppo rock, i Nosey road, la loro lotta è politica, sociale, all’Aids. Ci sono poi i giovani ballerini di Johannesburg, i creativi di Nairobi e Dakar, le modelle senegalesi e le lottatrici boliviane, giovani donne che lottano sul ring indossando gonne ampie e dai colori esplosivi.

Non sono altro che collettivi, i quali attraverso la moda e l’arte chiedono, rivendicano la loro libertà di espressione, lottano contro le disuguaglianze sociali, dando così vita a una vera e propria controcultura popolare. I colori sono sgargianti e la creatività il punto di forza. L’identità di ogni tribù della moda prende ispirazione dalla cultura coloniale e occidentale, in un mix di globalizzazione e tradizione, la attraversa, la sfida, la scardina per reinterpretarla con estro e inesauribile inventiva.

 

L’artista

 Daniele Tamagni nasce a Milano nel 1975, studia storia dell’arte e si laurea in conservazione dei beni culturali. Dopo la specializzazione si dedica alla fotografia, che lo ha sempre appassionato, diplomandosi a Londra all’università di Westminster. Fa della sua capacità di fondere arte e fotografia il suo mestiere.

Nel 2007 documenta la vita nei quartieri ghetto di Londra abitati da migranti caraibici e africani. Dopo un po’ però il richiamo dell’Africa si fa sempre più forte e decide di dedicarsi a un reportage sul campo. In Congo dunque realizza un documentario sui Sapeurs, dandy contemporanei dall’eleganza ricercata.

Nel 2010 il reportage su Las Cholitas, le donne combattenti boliviane che calcano il ring in ampie e coloratissime gonne. Per questo progetto vince il secondo premio nella sezione Arts and Entertainment Stories al concorso che il World Press Photo tiene ogni anno. Sempre nel 2010 riceve anche l’Infinity Award, premio importantissimo, conferitogli dall’International Center of Photography di New York nella sezione applied/fashion photography.

La mostra, a cura di una giovane e intraprendente Giovanna Fazzuoli, è visitabile fino al 16 settembre presso la Galleria del Cembalo (Palazzo Borghese) a Roma.

Il paese delle meraviglie

streer art _ ALicè Pasquini_ Via di Pietralata 159

 

Scatto di saggezza

 

Gli anni aggrinziscono la pelle,la rinuncia al nostro ideale aggrinzisce l’anima.
Le preoccupazioni, le incertezze,
i timori, i dispiaceri,
sono nemici che lentamente ci fanno piegare verso la terra
e diventare polvere prima della morte.

Giovane è colui che si stupisce e si meraviglia,
che si domanda come un ragazzo insaziabile ” e dopo?”,

che sfida gli avvenimenti e trova la gioia al gioco della vita.

Douglas MacArthur

hit by light

Imparare da Henri Cartier-Bresson

images

“Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo un evento e il rigoroso assetto delle forme percepite con lo sguardo che esprimono e significano tale evento.  È porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore. È un modo di vivere.”

La geometria:

Osservando il lavoro di Henri Cartier-Bresson, si nota come abbia applicato la geometria alla poetica delle sue immagini. Ha integrato le linee verticali, orizzontali e diagonali, linee curve, ombre, triangoli, cerchi e quadrati a suo vantaggio. Prestando una particolare attenzione alle strutture pure.
Bresson non vedeva il mondo così come si presenta , si è dedicato alla continua ricerca di forme e geometrie che si verificano naturalmente. La sua e’ stata una mente aperta, capace di scoprire le linee che possono diventare le quinte dei suoi soggetti.

Momento decisivo:

Henri Cartier-Bresson parlava di “momento decisivo”; ha affermato più volte che questo e’ un atto spontaneo, ma e’ necessario essere pazienti e saperlo aspettare. Indipendentemente dalla metodologia Bresson, riusciva a catturare immagini all’interno delle quali ogni elemento (persone, sfondo, inquadratura e composizione) risultava perfetto.

 

“Le fotografie possono raggiungere l’eternità attraverso il momento.”

Viaggiare:

Henri Cartier-Bresson ha viaggiato in tutto il mondo e vissuto in luoghi come l’India, l’Europa, gli Stati Uniti, la Cina, così come in Africa. Ha catturato ogni diversa realtà di vita e conosciuto al meglio la popolazione immergendosi completamente nella cultura locale.
Per ogni fotografo i viaggi sono esperienze uniche di conoscenza, fondamentali alla formazione del proprio stile.

Discretezza:

Quando Henri Cartier-Bresson lavorava come reporter per le strade, e’ rimasto il più discreto possibile. Egli avrebbe coperto la sua Leica con del nastro adesivo nero per rendere meno evidente quando era a caccia di immagini. La maggior parte delle sue fotografie ritraggono soggetti ignari della fotocamera quindi risultano assolutamente sinceri nelle loro movenze.

Come un pittore:

Il primo interesse rispetto alla fotografia per Henri Cartier-Bresson in realtà e’ la pittura. Una volta scoperta la fotografia, ha applicato la stessa estetica della pittura classica alle sue immagini. Per la composizione era estremamente essenziale, e le sue immagini riflettono quelle dei pittori romantici prima di lui. È interessante notare che durante il suo ultimo periodo ha effettivamente denunciato la fotografia e si è concentrato per il resto della sua vita al disegno.

Per diventare un fotografo di strada, e’ necessario studiare l’opera dei pittori. Guardare come essi utilizzano l’inquadratura, la composizione, le persone, e le scene. Un pittore che trovo assolutamente affascinante è Edward Hopper, che era essenzialmente un fotografo di strada armato di un pennello. Non basta limitare la nostra ispirazione dai libri di fotografia, ma dobbiamo esplorare altre forme d’ arte come la musica classica, l’arte moderna, surreale e astratta.

Ritaglio:

Henri Cartier-Bresson è stato assolutamente contro il ritaglio. Egli credeva che ogni volta che viene catturata una foto, l’inquadratura dovrebbe sempre essere fatta nella fotocamera.
Anche se la mia filosofia personale è un decisamente differente sul ritaglio, credo che ritagliando troppo spesso, si tenderà a sottovalutare l’inquadratura ostacolando la nostra visione fotografica.

“Osservare lì dove gli altri sanno solo vedere”

Queste parole racchiudono la vera essenza del lavoro di  Henri Cartier Bresson.