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Plogging: i runner in corsa per la cura dell’ambiente

Cosa è il Plogging, una modalità ecologica di fare sport di origine scandinava che sarà a breve importata in Italia.

Si dice che facendo sport si curi non solo l’aspetto fisico ma si affini anche l’anima. E se fosse possibile declinare tale attività lungo una terza direttrice, indirizzata a migliorare non solo noi stessi ma anche l’ambiente circostante? è probabilmente da queste premesse che è stato ideato il “Plogging”, che, in lingua scandinava indica proprio la crasi tra la corsa e l’attività di raccolta (plocka upp).

Uno “sport ecologico”, nato non a caso in Svezia, in uno dei paesi al mondo più attenti verso la cura e la preservazione dell’ambiente, che mira a combinare lo sport all’area aperta con la necessità di preservare l’ambiente, sempre più a rischio a causa del degrado e della lascività che pervade molte realtà, terreno fertile per il vandalismo incontrollato ed impunito con la correlata indifferenza della cittadinanza, restia a considerare l’ambiente un bene comuni, proprio di tutti e che pertanto da tutti deve esser tutelato e valorizzato.

Vengono così creati dei veri e propri “itinerari ecologici”, durante i quali i vari sportivi (o meglio sportivi-volontari) si uniscono in una marcia per l’ambiente, raccogliendo lungo il sentiero delineato l’immondizia e i rifiuti lasciati lì chissà da quanto tempo.

Si genera quindi una sorta di circolo virtuoso, in cui il miglioramento della propria salute passa per un’attività svolta in un’area aperta, resa a sua volta migliore dagli stessi sportivi che potranno così progressivamente migliorare la propria fruizione dell’ambiente circostante.

Esperienze dapprima lontane dal nostro Paese ma che, dalla prossima settimana, giungeranno in Italia grazie a Retake, associazione di cui abbiamo già parlato ampiamente riportando anche le varie manifestazioni che la vedono in prima linea: il primo “itinerario ecologico” italico è stato organizzato a Grottaglie, dove il prossimo 25 aprile gli sportivi-volontari realizzeranno per 2 chilometri il primo plogging in Italia; 3 giorni dopo sarà invece la capitale d’Italia ad ospitare il plogging: il 28 aprile il parco degli acquedotti sarà infatti lo scenario del primo plogging romano, organizzato anch’esso da Retake.

Una marcia comune verso la sensibilizzazione per la cura dei beni comuni, verso la consapevolezza della possibilità di poter contribuire al miglioramento dell’ambiente circostante, anche coniugando un’attività sportiva con l’interesse per la salubrità del territorio teatro della propria vita quotidiana.

Luci da nord. Lewerentz, Asplund e la scoperta dell’ombra.

Ciascuna parte del mondo ha la sua luce e ciascuna luce crea un differente tipo d’ombra. Le ombre classiche del mediterraneo, perforanti per la loro intensità, sono tra i fattori che più hanno influenzato l’architettura della nostra parte di mondo. Il nord europa vive invece di luci differenti, diafane e dalle ombre più leggere. Meno capaci di definire con assolutezza, ad esempio, le scanalature di una colonna o di una modanatura. «Ombra di ombre» le ha definite con acume Curzio Malaparte in un capitolo di Kaputt ambientato per l’appunto a Stoccolma.

La diversa reazione alla luce è una delle caratteristiche che ha consentito all’architettura nordeuropea del primo Novecento di tradurre gli archetipi classici in una miriade di accezioni specifiche. Fare un elenco degli architetti scandinavi che hanno contribuito all’evoluzione dell’architettura del XX secolo non è cosa facile, e forse anche poco utile ai fini del nostro breve racconto. Ciascun paese ha poi dato declinazioni proprie che, tra regionalismi e nazionalismi, complicherebbero il discorso rendendolo più lungo e complesso.

Ma volendo concentrarci per comodità di interpretazione su una sola nazione, la Svezia, e su coloro che troverebbero posto in questa ipotetica storia dell’architettura nordica, Erik Gunnar Asplund e Sigurd Lewerentz avrebbero senza dubbio un posto di riguardo: personalità diverse (a giudicare dagli esiti del loro lavoro), ma con percorsi condivisi per molti anni. Asplund probabilmente è il più noto tra i due, anche grazie ad una maggiore (seppur più breve) fortuna professionale durante la quale ha potuto far evolvere la propria idea di architettura affascinando le generazioni di architetti successive, mentre Lewerentz vive di un culto più nascosto, ma non meno partecipato.

Probabilmente la prima passione comune tra i due fu la voglia di conoscere direttamente il mondo classico attraverso i ripetuti viaggi nei paesi del Mediterraneo, scoprendo così un mondo fatto di ombre e luce. Tentarono di riproporlo nei loro lavoro, ma con la raffinata consapevolezza dell’impossibilità di una riproducibilità completa. La classicità non venne intesa esclusivamente come mezzo di liberazione dalla rilettura che il neoclassicismo ne aveva proposto, ma piuttosto come possibilità di definire un modo nuovo di intendere l’architettura. Era la grande occasione per scrivere un proprio presente col lessico preso in prestito da altri mondi.

S. Lewerentz e E.G. Asplund, tombe Malmström e Rettigs nel cimitero nord di Stoccolma

 

A partire dal 1917 i due furono impegnati nella realizzazione del “cimitero del bosco” a Stoccolma. Un progetto che li occupò per trentatré anni e che, grazie proprio a questa lunga gestazione, riuscì a diventare una mirabile opera di manipolazione del paesaggio in risposta alle necessità pratiche e, contemporaneamente, il contenitore di una meravigliosa collezione di oggetti inaspettati.

Qui la morte sembra uguaglianza, fraternità; la naturalezza di un evento familiare e ovvio come respirare, dormire, camminare, che non conosce distinzioni e gerarchie e ignora la pompa funebre. Alcune cappelle, come quella della Resurrezione, si impongono con evidenza all’attenzione e hanno un ruolo centrale nella topografia e nelle cerimonie, ma altre spuntano d’improvviso alla svolta di un sentiero, capanne di legno di boscaioli piuttosto che chiese, rifugi in cui ripararsi dalla pioggia più che luoghi di preghiera o di esequie – anche se forse un albero, sotto il quale ci si siede per riprendere fiato, può essere un buon posto per pregare, più di altri, ufficialmente deputati alla devozione.

Claudio Magris, L’infinito viaggiare, Il cimitero nella foresta

E.G. Asplund, tre edifici nel cimitero di Stoccolma

Due personalità evidentemente differenti, quelle di Lewerentz e Asplund: il tormento del primo sarà evidente durante tutta la sua lunga carriera (fino nell’ultimo progetto del 1969, il famoso chiosco dei fiori nel cimitero di Malmö), mentre Asplund riuscì sempre a trasmettere alle sue opere una disinvolta leggerezza, chiara espressione di un diverso temperamento.

Il suo progetto più famoso, quello che rese la sua architettura un punto di riferimento nella cultura architettonica internazionale, è la biblioteca costruita tra il 1921 e il 1928 a Stoccolma. Quello realizzato è, comprensibilmente, il processo finale di un lungo percorso che traghettò le prime idee ancora caratterizzate dalle forti impostazioni accademiche, verso una scrittura nuova e dirompente all’interno della quale si dà nuovo slancio all’atmosfera classica attraverso una libera interpretazione dei suoi elementi.

Una rilettura talmente disinibita da lasciare posto nella trabeazione esterna,  elemento classico non nella forma ma nell’evocazione, a bassorilievi con bici da corsa, tende canadesi, pallottolieri o divise da marinaio, metope moderne per l’esaltazione di una nuova quotidianità. Il tutto legato da un unico colore che, accentuando l’assolutezza dei rapporti volumetrici, costituisce l’elemento in grado di definire un’entità compiuta, e quindi giungere al medesimo scopo degli antichi.

E.G. Asplund, biblioteca di Stoccolma, una delle corti interne

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il 1930 segnò un passaggio importante per la carriera dei due architetti e, curiosamente, anche il momento in cui le loro strade iniziarono a prendere destinazioni differenti. Fu l’anno dell’esposizione universale di Stoccolma, il momento in cui il Movimento Moderno sbarcò ufficialmente in Svezia sotto la regia di Asplund e con Lewerentz quasi in secondo piano. Entrambi però seppero esprimere una grande capacità di coniugare elementi diversi della propria cultura senza rotture drammatiche col passato, ma costruendo piuttosto un naturale prosieguo. Il portato storico si unì allora a quello proprio della cultura tradizionale confluendo senza evidenti difficoltà in un modo apparentemente nuovo di conformarsi.

Una duttilità invidiabile e un grande insegnamento per quanti, anche oggi, volessero provare a proseguire un ragionamento sull’architettura che potrebbe trarre insegnamenti ancora utili da quella del passato, dalla sua luce e dalle ombre che ne nascono.