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Afghanistan: la vittoria è dei Talebani

Nel 2018 la vittoria in Afghanistan è dei Talebani. Ma, la storia del processo afgano ha una genesi lontana.

E’ l’11 settembre del 2001 quando il mondo cambia per sempre e l’occidente inizia a familiarizzare con un Paese lontano, fisicamente e culturalmente da esso.

Pochi mesi e l’Alleanza Atlantica inizierà la conquista dell’Afghanistan al fine di sconfiggere i Talebani e l’estremismo islamico, un tempo alleato in chiave anti-sovietica. Storicamente l’Afghanistan è sempre servito a tener a riparo da uno scontro diretto occidente e oriente, nacque al fine di non far confinare le Indie Britanniche con i possedimenti dello Zar. Dopo anni di guerra, bagnata anche dal sangue di alcuni nostri militari, è avvenuta un’apertura che ha il sapore di un evento storico.

La scorsa settimana il presidente afghano, Ashraf Ghani, ha offerto ai Talebani, la proposta che prevede una tregua in cambio del riconoscimento politico. Sì, poiché migliaia di morti, attentati e bombe non hanno risolto pressoché nulla. La realtà effettuale è sempre differente dalla politica programmatica. L’Afghanistan pretende la Pace e, soprattutto, la merita. Così, come una resa dal sapore vietnamita, si è inaugurata la stagione del “Processo di Kabul” davanti ai delegati di 25 Paesi e organizzazioni internazionali.

Come Henry Kissinger insegna la realpolitik è il più utile e, probabilmente, efficace esercizio per la stabilità globale. Il presidente Ghani ha dichiarato che “la pace non può essere raggiunta senza i Talebani“, ammettendo di fatto la sconfitta delle politiche occidentali volte a trovare una strada alternativa alla riconciliazione nazionale. Includere i Talebani in un processo di pace è un azzardo politico, ma al tempo stesso un bagno di realtà.

Le proposte ai Talebani per la partecipazione al Processo di Kabul sono le seguenti: il rilascio di un certo numero di prigionieri; la garanzia di un cessate-il-fuoco; l’assegnazione di passaporti per i combattenti e le loro famiglie; la creazione di un ufficio che si occupi di amnistiare i leader dell’organizzazione, togliendo loro le sanzioni e cancellandoli dalle liste dei terroristi. Ma soprattutto, c’è l’apertura alla revisione della Costituzione.

“Stiamo facendo quest’offerta senza precondizioni, nell’ottica di arrivare a un accordo di pace”, ha affermato il presidente Ghani, che ha aggiunto come “l’obiettivo è quello di attirare i Talebani, come organizzazione, nei colloqui”.

I Talebani la vittoria se la sono meritata sul campo si direbbe commentando una partita di calcio. Si deve partire dalla constatazione che le forze armate afghane hanno subito in totale oltre 14 mila perdite, tra morti e feriti. E sono già quasi 400 le vittime nei primi due mesi del 2018. Tutto ciò, mentre i Talebani mantengono il controllo totale o parziale di circa metà dell’intero territorio, grazie a una forza operativa che oggi è stimata intorno alle 50 mila unità, solo per citare i combattenti. Inutile fornire i dati sulla sofferenza della popolazione che al momento paga il tributo più altro al mondo per i sacrifici sopportati negli ultimi quarant’anni.

Va annotato, come l’oppio dei popoli sia stato negli anni ottanta la maledetta “dea eroina”. Una droga amata dalle generazioni della post-contestazione, il cui traffico è stato favorito da molte agenzie governative occidentali al fine di sostenere la lotta contro i Sovietici.

A oggi la produzione di oppio ed eroina rappresenta il più florido mercato dell’Afghanistan e probabilmente il suo più grave problema interno. Per capire l’entità del problema, secondo l’ultimo rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro il traffico di droga e la criminalità organizzata (UNDOC), si è passati dalla produzione di 4.800 tonnellate di oppio del 2016 alle oltre 9.000 tonnellate del 2017, segnando un incremento dell’87%.

Per comprendere questo mercato florido, inscalfibile e globale bisogna prendere ad esempio la Famiglia Giuliano a Napoli nel dopo guerra e i clan mafiosi americani legati alle famiglie palermitane. E’ doveroso citare la rete degli Haqqani. Essi, sono il più potente clan tribale afghano, vicini agli stessi Talebani e nati come clan familistico di tipo mafioso-religioso. Si ritiene che la loro rete possa contare su una struttura militare che è stata in grado di fronteggiare gli eserciti più preparati e capaci al mondo senza l’ausilio dei Talebani o AlQaida.

Fin dal 2001 era chiaro ai più che senza alternativa all’oppio la guerra l’occidente non l’avrebbe mai vinta. E così è stato. Afghanistan: soffia bandiera bianca.

USA: il ruolo del governo afgano e del Pakistan nelle negoziazioni di pace con i Talebani

Il 18 giugno ha segnato una fase cruciale per la storia dell’Afghanistan. Due gli avvenimenti principali della giornata. Il Presidente afghano Hamid Karzai e Rasmussen, segretario generale della NATO, hanno dichiarato che le ANSF, le forze di sicurezza nazionali afghane, sono pronte a guidare la battaglia contro i talebani nell’intero Paese. Lo stesso giorno, è stata rilasciata la notizia che gli USA sono in procinto di aprire un ufficio politico a Doha, in Qatar: in tale occasione, gli Americani si sono detti pronti a iniziare negoziazioni con i talebani.

Nonostante Karzai si sia inizialmente proclamato a favore delle negoziazioni, con la speranza che l’High Peace Council afghano possa essere il principale mediatore con i talebani, il Presidente è ancora incerto riguardo alle reali intenzioni degli americani. Inoltre, Karzai ha manifestato il timore che gli USA possano interrompere il dialogo con i Talebani, data la riluttanza di questi ultimi a negoziare con un governo che ritengono illegittimo. Un ruolo estremamente vitale nel processo di pace è giocato dal Pakistan. Il governo afghano è ancora incerto se poter considerare il Pakistan un alleato per la pace, nonostante il Paese sostenga di aver contribuito a portare i Talebani a Doha, per negoziare. La leadership politica talebana in Pakistan, che include alcuni ex ministri, potrebbe agire nella consapevolezza che il suo potere militare si limita al controllo delle zone rurali nel sud e nell’est del Paese; tuttavia, ci sono altri gruppi di talebani che continuano a credere in una seconda vittoria jihadista contro la superpotenza americana.

Un dato che fa sperare in un esito positivo delle negoziazioni è rappresentato dal sempre crescente controllo che le ANSF esercitano sulle grandi città, supportate da esperti ufficiali NATO. In questa fase del processo, l’ANA (Afghan National Army) richiede ancora un grande supporto logistico. Un’aperta dichiarazione di supporto da parte di Barack Obama sarebbe a questo punto indispensabile a favorire un più rapido svolgimento delle negoziazioni di pace. D’altro canto, l’Afghanistan dev’essere in grado di garantire chiare e oneste elezioni presidenziali per il 2014. Queste due tappe sono fondamentali per far capire ai talebani che non potranno vincere.

Giulia Aloisio Rafaiani – AltriPoli