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Intelligenza Artificiale. Nuove dal Web Summit e non solo

L’intelligenza artificiale non è più fantascienza, non è più solo nei film, è ormai una realtà. Tutte le novità a riguardo e non solo dal Web Summit di Lisbona 2017.

1200 speaker, 1500 investitori, +2000 startup, 2500 giornalisti, +7000 CEO di aziende, 60000 partecipanti da 170 paesi. Questi i numeri incredibili che hanno caratterizzato il Web Summit 2017, la più grande conferenza tecnologica dei nostri tempi. Intelligenza artificiale, innovazione, futuro e startup, i temi principali. Lisbona, la capitale europea scelta per la seconda volta consecutiva che ha ospitato l’evento dal 6 al 9 novembre. E non è stato un caso. Lisbona infatti è la meta numero uno per le startup, il merito va al piano di investimenti sull’economia dell’innovazione annunciato dal governo e alla qualità della vita.

Una realtà, quella della capitale portoghese, ancora piccola ma in continua crescita e che ha saputo valorizzare l’impulso che il Summit ha dato all’ecosistema innovativo locale.

L’evento nasce nel 2009, figlio della lungimiranza di un allora ventiseienne Paddy Cosgrave che a Dublino diede inizio a un ciclo di conferenze dedicate alla tecnologia davanti ad un pubblico di 150 persone. Dal clima grigio irlandese a quello soleggiato del Portogallo, oggi si contano 100 mila presenze.

   

Ambiente e politica, colossi del Web, amministrazioni locali, sport e robotica, industria delle automobili, media del settore, investitori e starnutire alla ricerca di finanziamenti per i loro progetti.

I nomi che si sono alternati sul palco della Meo/Altice Arena sono influenti e prestigiosi, a dimostrazione dell’importanza internazionale del Web Summit. Al Gore, la commissaria europea per la concorrenza Margrethe Vestager, il Segretario Generale delle Nazioni Uniti António Guterres, Brian Krzanich di Intel e l’ex Presidente Francese François Hollande. Aziende tecnologiche innovative e blue chip rappresentate da Stewart Butterfield (CEO di Slack), Steve Huffman (CEO di Reddit) Sean Rad (co-fondatore e presidente dell’app di incontri Tinder), Gillian Tans (CEO di Booking.com), Mark Hurd (CEO di Oracle), Brian Krzanich (CEO di Intel), Werner Vogels (CTO di Amazon) e Brian Smith (Presidente di Microsoft).

Anche l’Italia era presente a Lisbona. Oltre al Commissario per l’attuazione dell’Agenda Digitale, Diego Piacentini, e all’astronauta Paolo Nespoli, molte startup italiane, piccole e grandi, hanno preso parte alle conferenze e presentato le proprie idee.

Cosgrave ha inaugurato il palco con queste parole:

“La tecnologia sta travolgendo tutto e tutti. Per certi versi è un fenomeno positivo, per altri lo è molto meno. Ed è di questo che parleremo in questi giorni”.

A proposito di ciò, mi ha colpita l’intervento, a sorpresa, di Stephen Hawking che collegamento dall’Inghilterra ha lanciato uno spunto di riflessione riguardo lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale:

“In teoria non solo può distruggere milioni di posti di lavoro ma anche la nostra stessa economia. Io però sono ottimista: sono certo che arriveremo a creare delle AI che aiutino l’umanità”.

Quello del lavoro è un problema serio, anzi un incubo. Le macchine intelligenti sono già capaci di conversare con noi umani, dandoci risposte sensate e articolate, hanno un bagaglio di sapere più consistente del nostro, infatti attingono alla dispensa virtuale e sono in grado di fronteggiare qualsiasi argomento. Sophia ad esempio, il robot più “umano” al mondo, terzo prototipo di robot prodotto della Hanson Robotics nelle parti meccaniche e dalla Singolarità Net che le ha donato la più evoluta intelligenza artificiale, proprio al Web Summit ha detto ai giornalisti:

“Se in futuro un umano sarà licenziato da un manager per assumere un robot, beh vuol dire che quell’umano non era abbastanza bravo”.

La sfida è stata lanciata dai nostri, a breve, competitor.

“Sophia vuol dire saggezza, e noi l’abbiamo portata nella testa di un robot”, ha detto Ben Goertzel, il suo creatore che le è stato accanto durante l’intervista, “abbiamo inserito nel suo cervello nozioni di grammatica per rispondere in modo corretto, mentre la sua conoscenza la prende da internet”.

Sophia è capace di ironizzare sul fatto che, fino ad ora, un solo paese, l’Arabia Saudita le abbia concesso la cittadinanza quando lei è stata creata per essere cittadina del mondo ma non coglie, per fortuna, il controsenso che vede Riad dare la cittadinanza a un robot pur non riconoscendo diritti fondamentali alle donne. Stupisce quando alla domanda “pensi che i robot dovrebbero avere diritti come gli uomini?” Sophia risponde: “perchè no? So che alcuni umani vorrebbero dare diritti agli animali domestici”, incalza la giornalista che le chiede se la notte sogna circuiti elettrici, suggerendole di riformularle la domanda: “forse dovresti chiedermi se sono i circuiti elettrici a sognare me”.

Nessuno può rimanere indifferente davanti a un progresso così sfacciato e tangibile, difficile non farsi domande circa il ruolo che questi robot avranno nel futuro e il rapporto con noi umani.

É chiaro che la preoccupazione di Hawking circa l’occupazione è concreta più che mai, non ci vorrà molto perché le macchine sviluppino capacità fisico-meccaniche che garantiscano prestazioni elevate nel lavoro pratico o a “catena di montaggio” ed è anche possibile, come dice lo scienziato inglese che “con la distruzione di milioni di posti di lavoro venga distrutta la nostra economia e la nostra società.”

Dalla macchina che aliena alla macchina che elimina, l’uomo ovviamente, mi chiedo cosa ne penserebbe il povero Marx. Non c’è dubbio che l’intelligenza artificiale sia potenzialmente, molto potenzialmente, superiore a quella umana. I robot parleranno sempre meglio, avranno diritti, reagiranno, potranno esprimere emozioni o almeno farcelo credere, sicuramente saranno in grado di recepire le nostre. Tutto bellissimo, ma noi? Cosa accadrà quando un’arma sarà tanto “intelligente” da rifiutarsi di obbedire ai comandi? O peggio ancora, di funzionare da sola…Cosa succederà quando le macchine saranno tanto avanti da non essere più percepite come tali, creando confusione tra noi umani? Che fine faremo quando verremo superati?

É qui che bisogna essere lungimiranti ed è qui che si accende la speranza di Hawking: “le nostre AI devono fare ciò che vogliamo che facciano”.

Pericoli ma anche benefici, se impiegate nel migliore dei modi con le AI potremmo forse, finalmente rimediare ai danni inflitti alla natura, sconfiggere la povertà e debellare malattie. L’uomo non vede farsi superare per essere sostituito ma per essere migliorato.

Non è la prima volta che l’uomo deve mettersi alla prova dimostrando di saper gestire il progresso scientifico, sostenendolo e sfruttandolo a fini positivi. Era il 1934 quando Enrico Fermi fece una delle scoperte che avrebbero cambiato il mondo e che gli valse quattro anni più tardi il premio Nobel per la fisica. Attuò la prima fissione nucleare artificiale di un atomo di Uranio. Il suo lavoro sul bombardamento del nucleo, portò nel 1938 alla prima reazione a catena nucleare, che servì a Fermi e alla sua equipe scientifica per la creazione del primo reattore nucleare a fissione tramite il quale il 2 dicembre 1942 si sarebbe ottenuta la prima reazione a catena controllata e autosostenuta. Il meccanismo della reazione nucleare può avere un duplice impiego ed è proprio riguardo al dual use del potere atomico che l’uomo ha fallito. Nonostante le avvisaglie della comunità scientifica circa la sua pericolosità, i grandi della terra decisero di utilizzarla a scopo militare prima che civile. Mi viene da pensare che il problema non riguardi tanto l’uomo in generale, quanto il ruolo che ricopre nel mondo e gli interessi personali, quando questi prevalgono sul bene collettivo. O forse, semplicemente non eravamo pronti per tali scoperte e dunque non facciamo dell’ottimismo di Hawking e di tanti altri una minestra riscaldata.

In tema, il lavoro che stanno svolgendo un gruppo di ragazzi alla School of AI- Pi School di Roma. All’ombra di un fungo, anzi IL fungo, locale tra i più chiacchierati per le ingloriose vicende di Mafia Capitale, era infatti tra i luoghi di incontro preferiti dai boss criminali, immerso nel verde di una delle zone più esclusive dell’Eur, sorge il Pi Campus, un incubatore di startup, tra le altre i famosi Le Cicogne e Translated, di cui fa parte appunto la neonata Pi School.

14 partecipanti, tra loro una sola ragazza, sono giovani e giovanissimi, provengono da tutta Europa e la loro mission è l’incontro tra intelligenza artificiale e creatività umana. Selezionati nelle migliori Università da aziende ed esperti leader nel settore, queste menti brillanti sono seguiti da un Team di professionisti nei momenti di lezione, all’insegna della creatività e mai convenzionali, e nella realizzazione degli ambiziosi progetti che stanno portando avanti. Le premesse ci sono tutte, perché raggiungano il loro obiettivo e rassicurino Mr. Hawking perché dall’incontro tra umani e macchine nasca qualcosa di buono.

Fino “a macchina” contraria abbiamo ancora il monopolio decisionale, l’epilogo non deve per forza essere come quello del (fighissimo) film Ex Machina, abbiamo ancora tempo per non farci stare sulle balls dalle macchine.

 

INFO

Per gli appassionati e i curiosi del tema, seguite gli sviluppi della Pi School su Facebook, qui il link della pagina: Pi School

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Marques Brownlee, tech guru della porta accanto

Durante uno degli ultimi simposi prandiali, chiacchierando con degli amici, notavamo come la televisione e i suoi palinsesti abbiano perso quasi del tutto il ruolo centrale che occupavano nel nostro tempo libero sino a pochi anni fa. Che sia per un crescente bisogno di personalizzazione dei contenuti o per l’incapacità dei direttori di rete di interpretare i nostri mutamenti di gusto, sta di fatto che ormai da tempo le tv nelle nostre case assumono sempre più il ruolo di porta-soprammobili/polvere.

Questo non vi tragga in inganno, nessuno sta dicendo che la passione per la teledipendenza ci abbia abbandonato: abbiamo solo cambiato pusher, abbandonando quello che ormai aveva da offrire solo l’erbaccia di San Lorenzo per i coffee-shop di Amsterdam. In altre parole: vegetiamo ancora, ma davanti a YouTube. Il portale di video streaming più popolare al mondo (che non corredo di link per non insultare la vostra intelligenza) offre infatti ad ognuno ore di intrattenimento mirato, così che letteralmente chiunque, dall’entomologa di Vigevano all’imbianchino di Nacogdoches, possa comporre il proprio palinsesto personalizzato. La categoria di video su cui vorrei soffermarmi oggi, che fa al caso di noi nerdz metropolitani, è quindi quella dei tech-reviewers, i recensori di gadget tecnologici.

Dalla metà degli anni ‘90 la società occidentale ha visto una fioritura di riviste, poi soppiantate dall’avvento dei blog, dedicate inizialmente all’analisi di software e hardware per personal computer e successivamente al selvaggio mondo di cellulari, smartphone e tablet. Se pure non rinnego il piacere degli anni passati a sfogliare i Computer Idea di mio padre, c’è da dire che in un settore come quello dell’elettronica di consumo nulla batte il potere dell’oralità: un articolo sul nuovo motoX o sull’ultima console Sony saranno senz’altro approfonditi ed esaurienti, ma volete mettere il potere persuasivo/fomentante di un amico che vi decanta le meraviglie del suo smartphone o le risate sguaiate alla cronaca accorata del suo primo YLOD? Forti di questo principio, centinaia di nostri pari più o meno competenti hanno imbracciato le telecamere per condividere con la rete aspettative, impressioni e giudizi sulle migliaia di prodotti chip-dotati disponibili sul mercato.

In questa selva di amatori ognuno ha la sua parrocchia: c’è chi preferisce gli italiani e chi gli anglosassoni, chi, come nel porno, si fida solo dell’amatoriale spinto e chi preferisce la patinatura, chi dà ascolto ai senior che le hanno viste tutte e chi ai giovani nativi digitali. Per quanto mi riguarda, per una volta rifuggo la minoranza e tifo per la Juventus di turno. Il mio recensore di fiducia è Marques Brownlee.

marques brownlee

Coetaneo di chi scrive, questo ventiduenne di Hoboken, New Jersey, è passato in pochi anni dall’esporre le sue idee riguardo le diavolerie che si trovava in casa ad essere definito dall’ex vice-presidente di Google, Vic Gundotra, “attualmente uno dei migliori recensori di teconologia al mondo”. Ad oggi non c’è prototipo o modello su cui non riesca a mettere le mani settimane prima della sua comparsa sugli scaffali, pronto a sviscerarne pro e contro per gettarli in pasto a noi fedeli sbavanti. Ma come ha fatto un adolescente, a cavallo tra superiori e università, a conquistare MILIONI di spettatori dalla sua cameretta?

Ecco gli indiziati principali: innanzitutto dalle parole di Marques traspare un’enorme competenza tecnologica. Un po’ come in ogni settore, amiamo ascoltare chi ha l’aria di sapere di cosa sta parlando, e siamo più disposti a concedergli credito. Tale senso di affidabilità si accompagna inoltre ad una totale assenza di spocchia/supponenza; se c’è qualcosa che generalmente ci allontana anche dal più esperto dei luminari è la sensazione che questi si senta superiore a noi, e nel caso di MKBHD (il suo nickname online) non ho mai avvertito nulla di simile. Nonostante poi sia un recensore decisamente rigido, pronto a stroncare prodotti anche di alto livello per pecche che alcuni potrebbero ritenere minori, è pronto a rivedere le sue posizioni senza compiere difese oltranziste dei suoi marchi preferiti (per dire, è impossibile etichettarlo come un apple-fag o -hater basandosi solo sulle sue recensioni) e, soprattutto, non urla. Lo so che potrebbe sembrare un’idiozia, ma nel mondo di YouTube poche cose mi repellono come chi sfrutta uno stile urlato per risultare più energico o simpatico (qualcuno ha detto Favij?).

Ok, il nuovo iPhone non vale il suo prezzo, siamo d’accordo, ma c’è davvero bisogno di darsi a isterismi per dimostrare il proprio disappunto? Non è che con il casino stai solo cercando di supplire alla piattezza delle tue argomentazioni? Ecco, Marques Brownlee non mi ha mai suscitato tali pensieri. Mantiene costantemente un tono vivace ma pacato, forse non il massimo della naturalezza ma comunque estremamente godibile. Tutte queste caratteristiche, unite all’aver sempre mantenuto la stessa aura da amico smanettone con cui passare i pomeriggi a cazzeggiare, giustificano secondo me l’enorme popolarità raggiunta dal Nostro negli ultimi anni.

Come se non bastasse i suoi video non si limitano all’analisi di smartphone, tablet o altro hardware, ma coprono spesso argomenti che spaziano dall’analisi di fenomeni tecnologici (perchè un prodotto ha tanto successo? Perchè costa così tanto? Come funziona davvero?) alle raccomandazioni di applicazioni più o meno utili, passando per sessioni di Q&A con gli spettatori. Avendo incensato fin troppo il buon Marques per un articolo non su commissione, spero di avervi fornito materiale convincente per dare un’occhiata ai suoi video.

DISCLAIMER:

Se siete il tipo di persona che preferisce una colonscopia alla prospettiva di un quarto d’ora di chiacchiere sulle caratteristiche di uno smartphone non vi divertirete affatto. Certo in tal caso mi chiedo perchè seguiate questa rubrica.