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Il Tempo. Da forma a priori a 77 secondi in un minuto.

d1be2a48e28ede7f74b6b110d5450dc3Spazio, il senso esterno; Tempo, il senso interno. Dopo la Rivoluzione Copernicana e la creazione del Sistema Kantiano lo Spazio e il Tempo sono divenute le coordinate con le quali il Soggetto Moderno ha potuto orientarsi nel mondo sensibile delle percezioni. Sono “le forme a priori della sensibilità”, categorie filosofiche divenute tali dopo essere state sottoposte ai paradossi di Zenone, alle interpretazioni di Parmenide, Platone, Aristotele, alle Confessiones di Agostino, alle riflessioni di Bergson, alle formule fisiche di Newton, di Leibniz, alla Relatività di Einstein, alle teorie e agli esperimenti di molte altre menti rivoluzionarie.

Sono i due concetti fondamentali utilizzati dalla filosofia e dalla fisica per circoscrivere l’essere vivente all’interno della sua sfera di appartenenza, in relazione con sé stesso e con il mondo circostante, per dare una cronologia alla sua storia e per dare un significato al suo tempo.

La percezione del tempo distingue e circoscrive soprattutto la storia delle nostre culture: il tempo percepito dalle quelle Orientali, circolare e “rallentato”; il tempo percepito da quelle Occidentali, lineare e progressivo. E ancora, parallelamente, il tempo percepito dall’essere femminile – identificato in quello Orientale- e quello percepito dall’essere maschile -metaforizzato col tempo della storia. Per la filosofia Julia Kristeva mentre la psiche femminile segue la ciclicità della natura e la circolarità senza fine della vita, quella dell’uomo è rivolta invece ad un risultato, ad un fine. “La non fine” femminile e “la fine” maschile, rappresentano per la Kristeva i due poli dell’esistenza terrena: uno rivolto alla vita, l’altro al consumo di essa, uno rivolto all’infinità, l’altro alla morte. Questi due poli si integrano a vicenda con lo stesso processo dialettico attraverso cui si autoafferma un’esistenza. Il Tempo della donna oltre ad avere un valore vitale e complementare, ha anche un valore di sacralità, in quanto la sua infinità ciclica è avvicinabile all’idea di resurrezione continua dell’esistenza.

Il tempo Sacro secondo Mircea Eliade è un tempo ciclico, scandito dalla ripetizione delle tradizioni e delle festività, così come delle stagioni e delle ricorrenze. È il tempo dell’antichità, che non ha mai cessato di essere, che riappare nella modernità del presente. Se da un lato il tempo nelle religioni orientali così come in quelle pre-cristiane continua a essere ciclico, astorico, il tempo inizia a definirsi “storico” con la religione ebraica. Il Tempo diventa irreversibile, “ha un inizio e avrà una fine” (Eliade), perché ogni accadimento storico che ha manifestato l’esistenza di Dio non è rivivibile. Così come il tempo del Vangelo, nel quale la manifestazione di Gesù interrompe la ciclicità del tempo e diventa storia.

Oggi, sulla natura del nostro tempo, sulla rivoluzione che ha fatto nascere la dislocazione spazio-temporale dei fatti storici, c’è molto da capire. Poco è comprensibile se non il fatto che il tempo sia diventato sempre più “personale” e meno localizzabile. I concetti di Spazio e Tempo, è noto, sono in rivoluzione, da tutti i punti di vista. Cosa accade quando questi concetti vengono ulteriormente rivoluzionati? C’è un punto in cui i confini dettati dal passato vengono sfumati. È sempre più difficile definire un tempo Orientale e uno Occidentale, perché i confini geografici non sembrano più circoscrivere gli spazi di un tempo.

Analizzare la natura dei concetti serve a definirli. Ciò accade in tutti le sfere del nostro presente a partire dai confini geografici “spaziali”, come i confini delle nazioni che si estendono e si ritraggono seguendo il flusso della globalizzazione. Così anche i confini percepiti dall’individuo cambiano costantemente, cambia la nostra percezione dello spazio e del tempo. Il tempo diventa “proprio”, si estende e si ritrae da uomo a uomo. Confinare il tempo è anche un modo per salvaguardare il proprio rapporto con esso. Darsi dei tempi, scandire il tempo, gestirlo, significa proteggerlo dal flusso accelerato in cui la modernità ci spinge.

Forse per questo il ritardatario non si rende conto di stare vivendo una “durata” differente, di star allargando lo spazio del proprio tempo. Questa “sindrome”, o percezione differente del tempo è stata analizzata in un articolo del Wall Street Journal della scorsa settimana. Secondo degli studi di psicologia sociale, tenuti in due dipartimenti di marketing in Ontario e a New York, il tempo percepito da un ritardatario in minuto ha una durata di 77 secondi, contro i 58 secondi percepiti da un individuo comune. Ritardatario è colui il quale concentra nel proprio minuto molti più momenti di un altro. Secondo l’articolo il ritardatario è l’individuo “multi-tasking”.

 Il paradosso è che essere multi-tasking oggi è una grande qualità, forse una delle più ricercate per raggiungere le posizioni più elevate nella nostra società, soprattutto in quelle anglosassoni e in quelle dei paesi emergenti. Come può un individuo multitasking essere allo stesso tempo non ritardatario? L’articolo del Wall Street Journal definiva le diverse tipologie di individuo: tipologia A – comune, tipologia B – ritardatario,  ma leggendolo mi sono chiesta: cosa accade al confine tra l’individuo A e quello B? Come gestire la necessità di dover far convivere entrambe le attitudini in un’unica personalità? In fin dei conti l’obiettivo dovrebbe essere quello. Il problema alla base è la difficoltà di interpretare la propria percezione individuale del tempo, la quale è sempre più variabile: da un lato il tempo della coscienza, della veglia, dall’altro il tempo dell’inconscio, della psiche, dei sogni. Uno dei principi della psicanalisi è proprio l’idea di un tempo indeterminato, il quale si espande durante i sogni ed immergendosi nel tempo dell’inconscio, aumenta la “durata” (Bergson) percepita di colui che dorme.

Il tempo individuale percepito durante la veglia, dall’altro lato, è reso ancora meno definibile a causa della sua dislocazione spaziale, dovuta al rapporto con gli individui lontani con il quale si è in contatto: un individuo che comunica con diverse regioni del mondo durante una giornata deve rendere flessibile la propria percezione del tempo, deve sintonizzarla con quella di chi è lontano. Il fuso orario è un esempio, come anche gli orari scanditi dal lavoro e dalle abitudini diverse di ciascuno. Il tempo è sempre meno determinabile, se non attraverso le vecchie lancette o attraverso l’orologio automatico dell’Iphone, che anch’esso fa difficoltà a stare al passo con i diversi spostamenti temporali.

Il mescolarsi delle culture in regioni che un tempo erano monoculturali, l’integrazione come anche l’immigrazione, portano ogni giorno di più ad una nuova prospettiva che allarga i confini del Tempo e parallelamente quelli dello Spazio, dove non è solo la velocità della globalizzazione, della tecnologia e del mercato a dettare le regole, ma anche la lentezza delle culture che si integrano in spazi globalizzati e che si localizzano portando le loro tradizioni a mescolarsi con le nostre.

L’accelerazione del tempo della vita, sulla scorta del velocizzarsi tecnologico, pesa anche sullo spazio individuale di elaborazione, causando il rallentarsi del processo mentale di traduzione dei dati in idee. L’accumulo di input sembra disabituare la mente allo sforzo di creare  output originali, cosicchè, come accade ad una macchina che non ha più memoria, la potenzialità elaborativa rallenta, e, perdendo velocità, rischia di funzionare sempre meno. Lo spazio temporale sembra restringersi in proporzione alla quantità sempre maggiore di dati che si accumulano in esso, e la mente, di conseguenza, riesce sempre meno a potenziare il suo lavoro di riflessione sul particolare.  La durata, come la definiva Bergson, riempendosi illimitatamente di dati esterni, rischia di perdere, insieme alla quantità di tempo destinato all’azione, anche la qualità produttiva del tempo rimanente all’individuo. L’incapacità di agire nel tempo presente sembrerebbe un effetto della crescente difficoltà nel gestire la mancanza di tempo: l’impressione di vivere in un tempo ristretto, con sempre meno spazio libero in cui poter sviluppare azioni a lungo termine, ostacola l’elaborazione progettuale. La velocità e il caos influiscono negativamente sul conseguimento di una scelta razionale e spesso portano a sbagliare, a scegliere istintivamente la facilità e l’immediatezza – a breve termine – piuttosto che l’incertezza che comporta  dover pensare ad un investimento di tempo – a lungo termine.

 “Il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria, il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio” (Kundera, La lentezza)

Perdere la lentezza significa svuotare la durata, ridurre il lavoro di riflessione della mente, abituandola a veder passare dati ma non più a fermarsi su di essi e registrarli. Anche la memoria rischia di perdere sempre di più il suo ruolo di delimitazione spazio-temporale, di parametro selettivo dei dati in entrata. Mentre il lavoro decelerante, che ha origine nella lentezza, ha un ruolo naturalmente delimitante e selettivo dei dati, invece la velocità del progresso, muovendosi con sempre meno argini in quel flusso, non ha tempo per fermare l’attenzione su di essi.

Così il ritardatario, o l’individuo multitasking, nella sua attitudine a dover fare tutto e non tralasciare nulla prova a sincronizzare a modo suo la propria durata. E mentre nel 1927 in Metropolis – di Fritz Lang – il lavoratore (nella fabbrica) è schiacciato dal tempo, il lavoratore di oggi, almeno, prova il lusso – e il rischio – di allargare il proprio tempo.

Poli-Nietzsche / Costanza Fino

Primi passi nella fotografia: parte 2 (sensibilità ISO-tempo-diaframma)

“A cosa serve una grande profondità di campo se non c’è un’adeguata profondità di sentimento?”

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A walk to Paradise Garden – Eugene Smith

Queste parole introducono alla perfezione l’argomento di questa seconda parte riguardante la tecnica base della fotografia. A pronunciarle è stato William Eugene Smith, un fotografo americano molto famoso per i suoi scatti di guerra ed i suoi reportage realizzati in collaborazione con la rivista “LIFE”. Esempio cristallino di fotografo d’azione, verrà anche ferito nel 1945 sul fronte del Pacifico per via di una granata. Più volte nel periodo di riabilitazione seguente si chiese se mai sarebbe potuto tornare alla sua grande passione, alla sua ragione di vita.

Estremamente autocritico, distrusse i suoi scatti di gioventù perché ritenuti troppo scarsi; atteggiamento forse eccessivamente avventato il suo, da cui comunque prendere spunto per continuare a migliorarsi, a superarsi, a far progredire il proprio lavoro da semplice foto ad arte.

In questa seconda parte tratteremo appunto della profondità di campo. Cominciamo con l’impostare la nostra fotocamera in modalità manuale.

Questa caratteristica è di fondamentale importanza per qualsiasi tipo di foto ed in particolare per le foto macro (foto che presentano un grandissimo valore di ingrandimento). Essa dipende dalla lunghezza della focale (lunghezza dell’obbiettivo) e dall’apertura del diaframma, il quale, oltre a determinare la quantità di intensità luminosa che attraversa l’obbiettivo, determina questo rilevante fattore. Strettamente legato al parametro del tempo di scatto per determinare il giusto valore di esposizione (in caso riguardarsi la prima parte http://polinice.org/2014/06/22/primi-passi-nella-fotografia-parte1-sensibilita-iso-tempo-diaframma/), bisognerà ora mettere in relazione tale fattore con la profondità di campo.

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Ghiera sull’obbiettivo che regola la messa a fuoco manuale

Tale effetto rappresenta quell’intervallo di spazio in cui gli oggetti sono a fuoco all’interno di una foto. Una volta messo a fuoco un determinato oggetto con l’ausilio della ghiera sull’obbiettivo possiamo quindi decidere il “campo nitido” dell’immagine. Quest’ultimo rappresenta l’intervallo, davanti e didietro il punto a fuoco, in cui la sfumatura è impercettibile o comunque accettabile. Tale distanza può essere allungata o diminuita grazie all’apertura del diaframma.

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Ghiera sul fronte del corpo macchina che regola il diaframma

L’apertura del diaframma può essere regolata facilmente (nel caso della mia fotocamera, una Nikon D90) con la ghiera frontale. A minor apertura del diaframma corrisponde una maggior profondità di campo, mentre con una maggiore apertura del diaframma si avrà una minore profondità di campo.

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Diaframma impostato su f22 e relativa apertura

Nel primo caso quindi avendo per esempio un diaframma ad f22 avremo una quantità di luce che attraversa l’obbiettivo molto bassa (da compensare con il tempo di scatto o il valore ISO) e una profondità di campo, e di conseguenza un campo nitido, molto grande.

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Diaframma impostato su f4 e relativa apertura

Nel secondo invece portando ad esempio il diaframma a f4 avremo una grande quantità di luce passante e un campo nitido molto ristretto; ciò crea e determina nella foto un maggiore effetto “bokeh”. Questo termine, di derivazione giapponese, fa riferimento a quella parte della foto che è fuori fuoco. Per certe foto la parte sfocata è importante quanto la parte messa a fuoco, se non di più, ed è da ciò che deriva l’importanza di trovare il giusto livello estetico di bokeh.

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Diaframma impostato su f8 e relativa apertura

Possiamo quindi affermare che la profondità di campo è inversamente proporzionale alla luce in entrata della foto. In ogni caso, gli obbiettivi danno risultati migliori a distanze intermedie, solitamente intorno a f8.

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Diaframma f22
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Diaframma f8
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Diaframma f4

Si vede bene in questi tre esempi, che gli oggetti situati davanti e dietro l’oggetto messo a fuoco diventano gradualmente sempre più sfocati questo perché il campo nitido si accorcia. Come detto in precedenza, anche la lunghezza della focale è un fattore che può influire sulla profondità di campo. In generale a lunghezze maggiori corrisponde minore profondità di campo e viceversa.

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Ragnatela di perle – Raimondo Jereb

 

La fotografia è espressione dell’idea del fotografo, idea che presenta nella sua mente concetti a volte ben chiari e a volte sfocati.

Primi passi nella fotografia: parte 1 (sensibilità ISO-tempo-diaframma)

“La fotografia è probabilmente fra tutte le forme d’arte la più accessibile e la più gratificante. Può registrare volti o avvenimenti oppure narrare una storia. Può sorprendere, divertire ed educare. Può cogliere, e comunicare, emozioni e documentare qualsiasi dettaglio con rapidità e precisione.”

VITTORIO SOTTO LA NEVE
VITTORIO SOTTO LA NEVE – Raimondo Jereb

Le parole del fotografo britannico John Hedgecoe descrivono perfettamente l’amore per questa forma d’arte e la sua massificazione e commercializzazione di questi ultimi anni.  Quante volte camminando per le strade si vedono in giro bande di turisti cariche di macchine fotografiche? Quante volte passeggiando per i parchi ci sono gruppi di ragazzi con svariati tipi di fotocamere che ritraggono la natura o altro? Quante volte semplicemente ci sono persone che immortalano qualsiasi cosa gli passi davanti con il cellulare? Ci troviamo in un periodo storico dove cercare di esprimere la propria individualità ed il proprio carattere è la priorità, per emergere così da questo mondo omologato, ripetitivo, e noioso; apparire prima di essere. Per questi ed altri motivi, schiere di giovani si immergono nel mondo della fotografia cercando di imprimere nelle proprie foto la loro essenza, le loro emozioni. Ma quanti di questi sanno veramente fare fotografia?

“Hai fatto una foto in bianco e nero di una sedia da giardino con la sua ombra e l’hai sviluppata in farmacia, allora sei maledetta e intellettuale!” (Stewe Griffin)

Come qualsiasi forma d’arte anche la fotografia, oltre alla fortuna del momento, necessita di una certa dose di tecnica che troppe volte viene trascurata. Questo non vuol dire fare foto in analogico, sviluppare in camere oscure, utilizzare esposimetri, ma semplicemente cercare di essere un po’ più accorti ed imparare il funzionamento dei tanti comandi presenti nella fotocamera. Ma cominciamo dal principio…

Come prima cosa ovviamente bisogna mettere la modalità in manuale così da avere piena padronanza dell’oggetto; niente viene lasciato al caso. Di primaria importanza è capire il rapporto che c’è tra la sensibilità del sensore (ISO), l’ apertura del diaframma e il tempo di scatto. Quest’ultimo è il più facile da utilizzare. Viene espresso in frazioni di secondo per tempi molto brevi e va da un tempo illimitato (“B” bulb) a scatti velocissimi come 1/8000 s.

ghiera impostata su manuale
ghiera impostata su manuale

Questa impostazione influisce sulla luce, e soprattutto sul movimento. L’apertura del diaframma è strettamente legata al tempo di scatto ed indica la grandezza dell’apertura attraverso la quale passa la luce nell’obbiettivo. Questa funzione oltre a filtrare la quantità luminosa all’ interno della fotocamera serve anche per allungare o diminuire la profondità di fuoco in uno scatto.

tempo impostato a 1/100 S
tempo impostato a 1/100 S

Per quanto concerne la luminosità della foto, e per avere dunque una foto ben esposta (esposizione = intensità luminosa × tempo), è necessario comprendere che le due caratteristiche di cui sopra (il diaframma e tempo) vanno intese come inversamente proporzionali: all’aumentare dell’una, e diminuendo l’altra (e viceversa) il valore resta stabile. Nel prossimo articolo verrà approfondito questo concetto e queste due tematiche.

diaframma con apertura f/18
diaframma con apertura f/18

Vediamo ora la sensibilità o velocità della pellicola (o sensore).

tasto ISO e valore (200)
tasto ISO e valore (200)

Questa impostazione indica la sensibilità alla luce del sensore. Questo vuol dire che con una pellicola con basso valore di sensibilità (ISO) ci vorrà un tempo di esposizione maggiore. Possiamo quindi dire che la velocità del sensore sia inversamente proporzionale al valore di esposizione. Si parlerà quindi di pellicola lenta o veloce a seconda del valore corrispondente; da 25 a 100 ISO è detta lenta, da 100 a 500 media o moderata e da oltre 500 rapida. Quando viene utilizzata una sensibilità rapida si rischia di incappare nel rumore.

Per le pellicole la rapidità, e di conseguenza questo problema, è dettata dalla consistenza della pellicola stessa e dalla sua granulosità (ovvero dalla dimensione dei grani di nitrato d’argento dell’emulsione); quindi a pellicole lente corrispondono grane più fini. Per le fotocamere digitali il discorso è più complesso. Cercando di semplificare il più possibile, il rumore insorge nel momento in cui alle informazioni del sensore, sottoposto ad una sensibilità molto elevata, si sovrappongono altre informazioni indesiderate, scorrete ed estranee. Per foto notturne quindi, dove il valore di esposizione sarà sicuramente minore, bisogna fare attenzione a trovare il giusto valore ISO.

ISO 200
ISO 200
ISO 800
ISO 800
ISO 3200
ISO 3200

Come si può vedere da questi esempi, aumentando il valore ISO e diminuendo il valore della esposizione in modo tale da non cambiare l’illuminazione, si crea un effetto pixel (rumore), ben visibile nel cielo, che rende la foto molto meno limpida; oltretutto i colori perdono drasticamente di vividezza e il contrasto diminuisce.

PONTE SUL NULLA
PONTE SUL NULLA – Raimondo Jereb

La fotografia è arte, è espressione, è idea, ma senza una buona base non si può creare emozione.