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L’Islamic State senza Stato. Che ne sarà?

Due anni fa l’ingresso della Russia in Siria al fianco di Bashar Al-Assad contro l’Islamic State ruppe gli indugi su una lotta al fondamentalismo islamico portata avanti dall’Occidente fino a quel punto con dichiarazioni e scarsa visione. Due anni dopo la situazione, che all’epoca vedeva la massima espansione dell’Islamic State, si è completamente capovolta. Con la conquista di Mosul (Iraq) e la velocissima, quanto inaspettata nei tempi, avanzata su Raqqa ( Siria ) l’Islamic State si trova sempre più nella condizione di non essere più Stato, nonostante la sua denominazione.

 

Scrisse  uno dei massimi pensatori politici della storia della umanità, ossia Weber che lo Stato è:

 

“ quella comunità umana , che nell’ambito di un determinato territorio, riesce a conquistare e a detenere il monopolio della violenza legittima.”

 

A distanza di sei anni dalla sua nascita l’Islamic State non esercità più il monopolio della violenza e del controllo sulle molte zone irachene e siriane all’epoca conquistate. Ciò, non metterà certo la parola fine all’Isis. E’ probabile che l’Islamic State tornerà al modus operandi originario, con una guerriglia in stile vietnamita, che la capacità degli ex generali di Saddam trasformò in una guerra. Per molti analisti, l’Islamic State si trasformerà in una Al-Qaida 2.0, con un bagaglio dottrinario e ideologico più saldo e dopo aver formato centinaia di migliaia di uomini e donne pronte a qualsiasi azione in ogni luogo del mondo.

 

Esiste infatti una grande differenza tra un gruppo terroristico sovversivo e un ex gruppo militare. Essa risiede nella capacità d’azione delle forze e nella loro preparazione. In questo modo d’agire risiedono le colpe dell’Occidente, soprattutto dell’Europa, che ha mandato una generazione a formarsi militarmente. Seguendo un disegno ideato, dalla rivale Al-Qaida negli anni novanta, l’Isis diverrà un holding del terrorismo globale, anche grazie al suo management. Appaiono parole lontane dalla violenza del più “non-Stato”, ma è nella sua gestione che risiede il problema del suo futuro, probabilmente assai più inquietante del presente.

Quel che suscita perplessità è la mancanza decisionale sul futuro di Iraq e Siria post Islamic State. Non nella capacità dell’immediato di gestire terrorismo e guerriglia, ma nella risoluzione politica. Ad oggi, nonostante gli errori del passato, non si conosce il futuro dei Curdi, i quali si sono immolati primi fra tutti nella lotta all’Islamic State. Tant’è che il  Governo del Kurdistan iracheno (Krg) ha recentemente annunciato la data per il referendum sull’indipendenza, il prossimo settembre.

Se la Siria sarà divisa sullo stile di Yalta, con Russia  – Usa – Iran e Turchia a decretarne il destino, l’Iraq a oggi rischia di vedere una balcanizzazione del suo territorio. Quel che oggi legava Sunniti, Sciiti e Curdi sta per scomparire. Si sta trasformando in una multinazionale del terrore. Morto il nemico comune, chi prenderà le redini del gioco? Al momento non vi è risposta e le nubi all’orizzonte appaiono sempre più nere, con sfumature petrolio.   

TUTTI GLI ODI VENGONO AL PETTINE

TERRORISMO, FENOMENO MIGRATORIO E LA MARCIA DELL’INTEGRAZIONE PER CONQUISTARE LA DEMOCRAZIA

Il 19 dicembre alle ore 20:02 il clima di Natale di Berlino viene sconvolto da un camion he irrompe nella calma natalizia provocando 12 morti e 56 feriti.

L’attentato di Berlino è un’altra tappa, ahimè l’ennesima, del percorso di paura e terrorismo che batte la nostra epoca, la nuova frontiera della guerra ineguale che sconvolge ancora tutte le regole del combattimento, le linee, il tempo e la divisione degli attori della guerra che ci sono state insegnate dalle sudate carte. L’attentato di Berlino è stata l’ennesima presa di coscienza che ci stiamo tutti dentro e che in fondo non possiamo farci nulla, siamo pedine in mano al caos e al caso di questa guerra che immola un po’ tutti, chi ci crede e chi no, chi la vuole e anche chi come Pino al bar di Piazza Fiume non ne conosce nemmeno l’esistenza. Di fronte a tutto questo il pericolo più grande è quello di non comprendere più chi è il nemico e ricadere nell’atavico tutti contro tutti per la sopravvivenza di ciascuno, il vecchio e caro dogma dell’homo homini lupus che non può che finire con l’implosione del castello di sabbia nel quale stiamo tentando a fatica di rinchiuderci.

L’ATTENTATO DI BERLINO

Si chiama Anis Amri, ha 24 anni, è nato in Tunisia, la sua carta d’identità e le sue impronte digitali sono state trovate dentro il camion. Anis Amri era un migrante che dopo essere stato incarcerato in Italia per atti vandalici si è trasferito in Germania invece di essere rimpatriato nel suo paese d’origine: la Tunisia che non ha collaborato nell’iter procedurale del rimpatrio. Grazie a questo vuoto normativo Amri ha avuto la possibilità di andare in Germania, fare domanda di asilo aspettare una risposta negativa a causa di insufficienza di documenti, radicalizzarsi e procedere. Il ragazzo era già sotto controllo delle autorità tedesche in quanto altamente sospettato di poter attentare la sicurezza pubblica.

Potremo dare la colpa alla scarsa efficienza delle forze dell’ordine tedesche, alla scarsità del garantismo procedurale in ambito di rimpatri che ha fatto sì che un soggetto pericoloso viaggiasse liberamente sul suolo europeo o semplicemente alle cellule radicali che serpeggiano e arruolano soggetti vulnerabili nei paesi europei o forse potremmo dare la colpa a tutto questo insieme di fattori e anche questo non sarebbe sbagliato. All’indomani e a solo poche ore dall’attentato sono state numerose le reazioni e i dibattiti circa il tema dell’immigrazione e il terrorismo. Largo a chi da quando ha avuto inizi la crisi migratoria ha sempre legato immigrazione terrorismo, “profughi” (che per la cronaca è un termine giuridico che è privo di significato) e insomma a tutta quella schiera politica che ha costruito la sua bandiera sulla paura di chi non siamo noi. Che poi se qualcuno mi spiegasse chi siamo questi Noi sarebbe fantastico.

Fermo restando la condanna perentoria a qualsiasi atto violento e terroristico fatto in nome di qualsiasi dio e/o idea e compiuto da qualsiasi persona il quesito che dobbiamo porci è quali sono le conseguenze a lungo termine per la convivenza multiculturale che piaccia o no ci sarà.

L’EDITORIALE VITTORIO FELTRI: “ANDATE TUTTI FUORI DAI COGLIONI”. IL TRIPUDIO DELLA BANALIZZAZIONE

All’indomani dell’attentato Vittorio Feltri non di certo famoso per i suoi toni pacati e democratici sazia pance affamate di frasi xenofobe, analisi dozzinali sulla cultura islamica e il classico e banalissimo manicheismo Oriente e Occidente, Islam e fede cattolica il tutto condito da una volgarità linguistica spicciola e demagogica. Buon appetito!

Tra le sue parole: “ Facciamo di tutto, noi cristiani, per renderci simpatici agli islamici sfegatati e loro ci ripagano sgozzandoci. A Berlino ieri sera ne hanno stecchiti nove (tedeschi) travolgendoli con un camion lanciato all’impazzata sulla folla. I feriti non si contano. La contabilità precisa l’avremo oggi. Cosa dobbiamo fare se non odiare chi ci odia? Siamo esausti. Vogliamo liberarci da chi ci minaccia e stermina. Coraggio, mandiamo questa gente fuori dai coglioni.”

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Capisco la difficoltà d’interpretazione, perché è un tema complesso. Con 360 mila arrivi via mare in Europa nel 2016, più di un milione di arrivi nel 2015 e una prospettiva di strutturalizzazione del fenomeno migratorio considerata la situazione nel medio oriente e in alcune regione dell’Africa come l’Eritrea, l’Etiopia, il Sud Sudan, il Niger, la Libia – tanto per nominarne alcuni- suggerisco la difficoltà di levarsi dai coglioni chi scappa da violenze e conflitti perché levarseli dai coglioni significherebbe abbandonarli alla tortura, alla persecuzione e spesso “regalargli” la morte. A quel punto gli sfegatati che sterminano chi sarebbero? Poi non consideriamo quegli strumentini lì del diritto internazionale tipo la Carta dei diritti dell’uomo o la Convenzione di Ginevra o per carità la stessa Costituzione sulla quale si fonda la nostra cultura democratica che ci indicano l’accoglienza e dunque l’integrazione che fa parte di questo processo non come una scelta ma come un dovere.

Insomma polemiche a parte diciamo che la risposta di Feltri a lungo termine non sembra avere uno scenario propriamente roseo semplicemente perché banalizza la questione. Risulta difficile anche fare una critica più dettagliata considerando la sua vaghezza cosmica non si capisce bene nemmeno a chi si riferisca, se ai terroristi, se alle persone di fede islamica oppure a tutti i migranti.

Ad ogni modo le considerazioni che andrebbero fatte sono ben più profonde e riguardano il nostro sistema di integrazione, il modello al quale ci ispiriamo in quanto i numeri di arrivi che oggi sentiamo in modo così astratto saranno tutte le persone che decideranno di vivere nel nostro suolo e che lavoreranno, andranno a scuola, faranno i corsi di inglese e vivranno nel nostro vicinato. Le risposte che diamo oggi, l’approccio che plasmiamo è la chiave del futuro.

 

I RISCHI DI UN APPROCCIO DI PAURA –  La profezia che si auto-avvera ?

Legare il terrorismo al fenomeno migratorio aumentando la paura come nel caso di Vittorio Feltri è un rapporto lose-lose per tutti. Impoveriscono l’accesso ai diritti fondamentali dell’uomo sfatando l’universalismo, creano confini netti tra culture e identità in un mondo fatto di identità arlecchine. Insomma creano disagio, un disagio che si tramanda di generazione in generazione e che crea rabbia perché tutti i disagiati sono arrabbiati e rabbia e disagio sono il terreno fertile per la radicalizzazione.

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Secondo il filosofo canadese Kymlichka celebre per le sue analisi del successo e del fallimento del modello multiculturale esistono dei fattori che possono inceppare e far fallire un’integrazione basata sui principi democratici degli immigrati nel tessuto sociale e un’integrazione della società nei confronti dei nuovi arrivati.

Tra questi vi è la SICURIZZAZIONE: tanto più uno Stato e l’opinione pubblica percepisce gli immigrati nel loro complesso come problema di sicurezza pubblica e non di policy sociale tanto più gli immigrati verranno percepiti come una minaccia facendo diminuire il godimento dei diritti fondamentali dell’uomo.

  • Si veda modello approccio Feltri.

La probabilità di integrazione nel rispetto reciproco diminuisce tendenzialmente tutte quelle volte che si ha la percezione di una carenza di controlli di frontiera. Fenomeni come inaspettate onde di immigrati producono panico sociale e aumentano la possibilità di radicalizzazione.

  • Si veda la retorica dell’invasione

CONTRIBUTI ECONOMICI: un paese è più predisposto a investire sull’integrazione se ha la percezione che gli immigrati siano motivo di sviluppo economico del paese.

  • Si stima che nell’opinione pubblica la maggioranza abbia la percezione che l’immigrazione sia solo un costo. Elevatissimo tra l’altro.

Quanti di voi sanno che 2,3 milioni di stranieri che lavorano in Italia hanno prodotto, solo nel 2015 ben 127 miliardi di ricchezza (8,8% del valore aggiunto nazionale). E che i contributi pensionistici versati dagli stranieri occupati nel 2014 hanno raggiunto quota 10,9 miliardi (Rapporto Fondazione Leone Moressa)?

Quello su cui dovremo riflettere di più è che le risposte che diamo oggi sono il nostro futuro e che sia per Noi che per Loro in fondo tutti gli odi vengono al pettine persino quelli lontani nel tempo e nello spazio; meglio scioglierli ora piuttosto che crearli.

LA MARCIA DELL’INTEGRAZIONE PER CONQUISTARE LA DEMOCRAZIA

Lungi da cadere nel buonismo cosmico che detesto resta ovvio che per tutti coloro che vengono considerati come già radicali e con chiare intenzioni di attentare la sicurezza pubblica devono essere allontanati, come definito dalla normativa nazionale ed internazionale. Ma non per colpa loro attenteremo noi stessi i principi democratici alzando voci islamofobe, razziste e anti-democratiche, bensì è grazie a questa consapevolezza che dovremmo rafforzarle.

La Costituzione, il calderone incommensurabile di principi democratici, deve essere il porto sicuro, la misura di tutte le relazioni, norme e azioni politiche in ambito migratorio in quanto ha gli strumenti per plasmare le regole della trasformazione che l’immigrazione porta con sé. Una trasformazione che deve essere concepita come multipla, sia della maggioranza, il paese ospitante, che della minoranza per scongiurare l’implosione sociale.

La Costituzione inoltre non è solo misura ma il linguaggio che questa rivoluzione deve assumere da parte di entrambi gli interlocutori: gli stranieri e le istituzioni. In tal modo viene assicurato il limite dentro il quale questa trasformazione avviene per entrambi definendosi così dentro il linguaggio liberaldemocratico. Solo in tal modo è possibile alleviare i timori e le paure che sono alla base della gestione securitaria. Ed è proprio grazie all’utilizzo pedante di questa fonte primaria che dovremmo avere tutti meno paura che qualcuno possa “attentare” la nostra democrazia, in quanto è dal rispetto di questa che nasce il principio d’integrazione.

Amen.

 

All’armi internazionali

Tre eventi di sangue hanno colpito tre diversi paesi del mondo negli ultimi dieci giorni. Il 12 giugno gli Stati Uniti, il 13 la Francia e il 16 la Gran Bretagna. Tre casi diversi.

La strage che ha portato alla morte di 49 persone in un club frequentato dalla comunità LGBT di Orlando in Florida il primo, l’uccisione di una coppia di poliziotti a Magnanville, vicino Parigi il secondo e l’assassinio di una deputata laburista a Birstall, nello Yorkshire il terzo.

Tre sono anche i fattori che accomunano gli assassini: possesso di armi, estremismo, religioso e politico e l’aver agito in solitaria.

Omar Mateen è l’autore della sanguinosa sparatoria al Pulse, il club che secondo alcune rivelazioni, usava frequentare e che ha trasformato da luogo di divertimento ed evasione a luogo di orrore e morte.

Come ha detto Obama, ha rilevanza che ad essere colpita sia stata la comunità LGBT ma ricorda che prima di tutto, sono state colpite delle persone, degli americani. In un momento difficile come questo è l’intero Paese ad essere sotto attacco, senza distinzioni di razza, di orientamento sessuale o religioso.

Da quanto riportato, l’attentatore nell’ultimo atto della strage ha annunciato fedeltà all’ ISIL ma non vi sono prove che fosse diretto dal sedicente Stato Islamico e che il suo gesto facesse parte di un complotto più grande. La CIA ha infatti smentito un legame tra l’attentatore e le organizzazioni terroristiche. In questo caso sembrerebbe trattarsi di un tipo di estremismo homegrown, nato e cresciuto in suolo americano.

Il problema che emerge è la facilità con cui Mateen sia riuscito a procurarsi delle armi e che lo abbia potuto fare legalmente. Una delle più grandi sfide che gli Stati Uniti e il mondo intero stanno vivendo è un tipo di propaganda terroristica, di perversione dell’Islam che trova la sua massima espressione di degenerazione e di diffusione su internet. La capacità di chi compie l’indottrinamento è quella di fare leva su categorie di persone in difficoltà, non integrate e che vivono in condizioni di disagio sociale, individui deboli e motivarli a prendere parte ad azioni terroristiche dirette contro il paese in cui vivono.

Il ventinovenne, di nascita e cittadinanza americana ma di origine afghane, voleva raggiungere il paradiso tramite il martirio. Paradiso promessogli dalla propaganda islamica estremista che lo aveva radicalizzato su internet e da internet lo aveva portato a recarsi in Arabia Saudita nel 2011 e nel 2012.

Momenti tragici come questo devono portare la riflessione sul piano dei rischi che si corrono in un mondo in cui armi da fuoco così potenti sono messe a disposizione di persone intenzionate ad utilizzarle per spargere terrore prima che sangue. La lotta al terrorismo di organizzazioni come l’ISIL non può ignorare le conseguenze poste dal facile accesso alle armi e non può essere combattuta senza aver prima risolto questo problema.

La Gran Bretagna si è trovata a fronteggiare questa medesima minaccia quando Tommy Mair, 52 anni, ha prima ferito a coltellate e poi ucciso a colpi di pistola Joe Cox, la parlamentare laburista contraria alla Brexit, ovvero all’eventuale uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.

La matrice di questa azione è decisamente differente ma ugualmente estrema. Le prime parole che Mair ha pronunciato davanti ai giudici della Westminster Magistrates Court che gli chiedevano di dire il suo nome sono state “morte ai traditori, Gran Bretagna libera”.

L’uomo dovrà rispondere non solo dell’omicidio contro la deputata ma anche del possesso di armi, da fuoco e da taglio con cui ha commesso il crimine. Dalle indagini è emerso che Mair ha sofferto di problemi mentali ed epilessia per cui era stato ricoverato presso un centro di cure. Ad aumentare lo sconcerto per l’accaduto è che la parlamentare aveva manifestato una certa preoccupazione per la sua sicurezza e che il Governo britannico non ne abbia tenuto sufficientemente considerazione.

Il punto è che individui instabili o radicalizzati sono presenti ormai in ogni paese e nonostante il continuo lavoro dell’intelligence, risulta difficile trovarli e neutralizzarli prima che possano agire. La facilità o meno con cui riescono ad impossessarsi delle armi può fare la differenza.

Un altro rischio proviene dalla propaganda che organizzazioni come ISIL o Al-Qāʿida stanno promuovendo tramite internet con il risultato di riuscire a fidelizzare e avvelenare le menti di ragazzi sempre più giovani. Omar guardava i video dell’ISIL ai quali si è ispirato per compiere la strage ad Orlando.

Quei video li guardava anche Larossi Abballa, il venticinquenne francese di origini marocchine che ha ucciso a coltellate una coppia, lui funzionario e lei impiegata in polizia, nella loro casa non distante da Parigi.

Gridava “Allah Akbar” in preda alla furia omicida, postava le foto e i video dei coniugi agonizzanti in diretta su Facebook, emulando le immagini delle esecuzioni di ostaggi da parte dei terroristi islamici.

Alle forze speciali francesi, che stavano negoziando con lui, aveva detto di aver prestato giuramento di fedeltà all’ ISIL e al suo leader Abu Bakr al-Baghdadi e di aver così adempiuto al suo appello di “uccidere gli infedeli nelle loro case e con le loro famiglie”.

Abballa era stato condannato nel 2013 per appartenenza a una rete di reclutamento alla jihad che si occupava di inviare combattenti in Afghanistan e Pakistan ed era stato schedato tra gli individui radicalizzati e a rischio terrorismo. Il killer, cittadino francese è stato ucciso nel blitz delle forze speciali ma prima di morire ha lasciato un messaggio inquietante. Il campionato europeo di calcio in Francia sarà un cimitero, appellandosi a tutti i “lupi solitari” come lui, perché uccidano poliziotti, giornalisti. “Uccideteli- prosegue il messaggio- anche se il loro nome è Mohammad o Aisha. Attaccateli, anche se morite. Così andrete in paradiso”.

Gli ultimi due attacchi terroristici subiti dagli Stati Uniti, quello di Orlando e quello precedente di San Bernardino, così come gli attentati in Francia sono stati il frutto di un terrorismo domestico, coltivato direttamente sul suolo dell’attacco. Non si è trattato di gesti diretti da attori esterni, da vaste reti o cellule sofisticate ma da individui che sono stati deformati da un’odiosa quanto efficace propaganda.

Abbiamo dei limiti nella lotta al terrore, dice Obama. Non si può catturare ogni singolo individuo più o meno squilibrato che potrebbe voler fare del male ai suoi vicini, alle persone per strada, nei ristoranti o nei locali ma sicuramente si può circoscrivere l’entità del danno che arrecano.
Non si potrà fermare o evitare che le tragedie avvengano, come non si può cancellare il male e l’odio. La nostra sicurezza e la nostra libertà possono essere assicurate scegliendo di utilizzare l’intelligenza al posto della pistola, scegliendo delle politiche che non rendano né facile né possibile ad un terrorista o a un individuo di procurarsi delle armi. Solo in questo modo si potrà finalmente ridurre l’impatto di un attacco terroristico e di salvare delle vite. Se non si agirà in questo senso, continueremo ad assistere a massacri come questi perché ora come ora stiamo lasciando che accadano.

Bruxelles – La chiamavano Europa

È la mattina del 22 marzo quando Bruxelles, il cuore dell’establishment Europeo, si ritrova sotto attacco. Prima due esplosioni all’aeroporto di Bruxelles Zaventem alle 8 del mattino che hanno ucciso almeno tredici persone e  ferito trentacinque. Un’ora dopo un ordigno esplode in centro, alla fermata della metropolitana Maelbeek, vicino alle istituzioni europee. Anche qui il bilancio è pesante: almeno venti morti, oltre dieci feriti gravi. L’Is ha rivendicato gli attacchi attraverso l’Amaq News Agency, network vicino allo Stato islamico. Una delle due uscite della stazione Maelbeek porta alla sede della Commissione europea, l’altra al Consiglio europeo.
Secondo quanto riporta l’ International Centre for the Study of Radicalisation and Political Violence di Londra (Icsr) sarebbero più di ventimila i combattenti stranieri che militano nelle organizzazioni islamiste armate, attive in Siria e Iraq. Quattromila sarebbero residenti o nati in Europa. Il rapporto dell’Icsr risale all’inizio del 2015 e registra un incremento significativo (quasi il doppio) rispetto ai numeri riportati nel dicembre 2013. È una tendenza che preoccupa soprattutto il Belgio, uno dei Paesi europei che “produce” il più alto numero di combattenti: per l’Icsr, ci sarebbero quaranta foreign fighters per ogni milione di abitanti, in confronto ai diciotto della Francia e ai 9.5 del Regno Unito. Il Belgio dunque è il Paese che registra il più alto numero di foreign fighters (tra i 350 e i 500) in rapporto alla popolazione (11 milioni di abitanti).

IL BELGISTAN – Questa la cronaca. Come di consueto passiamo all’analisi. Il Belgio, che segue la Francia dai tempi della divisione con i Paesi Bassi, passa da ElDorado della globalizzazione a parco giochi del terrore. Per analizzare il Belgio è utile portare in evidenza fatti storici che in queste ore hanno maturato i loro frutti, seppur marci.

Forse, non tutti sanno che alla potenza coloniale belga è attribuito il più grande eccidio tra fine XIX e inizio XX secolo in Congo. E’ da quel genocidio, di due milioni di persone native, che nascerà il mito del missionario Edmond Morel, il quale, scoperti i loschi traffici nascosti dietro il commercio del caucciù, si buttò anima e corpo nella lotta contro i «nuovi negrieri».

Pochi decenni dopo il Regno di Leopoldo II, il Belgio, seguendo l’esempio francese, creerà immensi sobborghi dove stanziare le generazioni d’immigrati che scelsero di appartenere allo Stato che li aveva colonizzati.

Il resto è cronaca di questi giorni, dove per mesi reparti speciali hanno compiuto azioni nei sobborghi, ossia in quella periferia del mondo delle nostre città. Nuova nota da aggiungere nel puzzle europeo del terrore è quella che anni addietro i servizi segreti militari del Belgio furono eliminati per poi essere frettolosamente ricostituiti, nella vana inconsapevolezza che finita la guerra fredda tutto fosse pacificato.

Del Belgio, inoltre, non tutti sanno che nel 1974, il governo di Bruxelles fu il primo a riconoscere ufficialmente in Europa la religione islamica. Il risultato immediato, nel 1975, fu l’inserimento della religione islamica nel curriculum scolastico. «Fu una decisione del re belga Baldovino», ha recentemente dichiarato al Foglio Michael Privot, massimo islamologo belga e direttore dell’Enar, l’European Network Against Racism.

Questo riconoscimento avvenne per questioni finanziarie, palesate da progressiste, nel mezzo della crisi petrolifera, perché il Belgio cercava rifornimenti dall’Arabia Saudita. Il re Baldovino offrì ai sauditi il Pavillon du Cinquantenaire con un affitto della durata di novantanove anni. L’edificio sorge a duecento metri dal Palazzo Schuman e dal quartier generale dell’Unione europea; l’Arabia Saudita lo trasformò nella Grande Moschea del Cinquecentenario, diventando l’autorità islamica de facto del Belgio. Il patto col Belgio rientra in un più vasto progetto globale: dal 1979, le autorità saudite hanno speso più di sessanta miliardi di euro nella diffusione nel mondo del wahabismo, una visione dell’islam che si basa sul monoteismo assoluto (tawhid), il divieto di innovazioni (bid’ ah), il rigetto di tutto ciò che non è musulmano, la scomunica dei «miscredenti» (takfîr) e la lotta armata (jihad). L’Arabia Saudita dona ogni anno un milione di euro alle venti moschee di Molenbeek per il loro rinnovamento e manutenzione.

CENTRALE MOLENBEEK – Molenbeek è un quartiere che si trova a ovest del centro di Bruxelles: si estende per poco meno di sei chilometri quadrati, è abitato da circa centomila persone e ha una grande concentrazione d’immigrati provenienti dal Nord Africa e da altri paesi arabi, pari al 30% della popolazione. Come gli altri quartieri della capitale belga, ha una grande autonomia dall’amministrazione comunale di Bruxelles.

Molenbeek è il set dell’inferno creato dai progressisti caviale&attico – da cui guardare la disperazione delle genti. A questa municipalità sono legati l’attentato al Museo Ebraico di Bruxelles del maggio 2014, la cellula jihadista di Verviers che stava organizzando attentati in Europa smantellata nel gennaio del 2015 e l’attentato fallito sul treno francese dell’agosto 2015 (il New York Times ha spiegato chiaramente i dettagli dei legami tra Molenbeek e ciascuno di questi episodi).

Da questo quartiere partirono i due terroristi che – fingendosi due giornalisti – due giorni prima dell’11 settembre 2001 uccisero il militare e politico afghano Ahmed Shah Massoud, principale oppositore del regime dei talebani, in pratica dando il via all’era jihadista di Al Qaida. Sempre dal quartiere che dista sedici minuti a piedi dalla Grand Place di Bruxelles avevano vissuto due dei protagonisti degli attentati di Madrid del 2004. A Molenbeek è collegato anche l’attacco al supermercato kosher di Parigi, successivo all’attentato contro la redazione di Charlie Hebdo. Inoltre, come dimostrato dalla cronaca, il commando della Strage del 13 Novembre è partito e ha agito dalle abitazioni del quartiere belga.

Dice l’esperto francese di terrorismo Gilles Kepel: «Gli jihadisti pensano che l’Europa sia il punto debole dell’occidente e che il Belgio sia il punto debole dell’Europa». Jean-Charles Brisard, autore della biografia di Abu Musab al-Zarqawi, crede che l’apparato franco-belga sia molto più grande di quanto si possa pensare. Rintracciare gli individui è una missione difficile. Per ogni sospetto terrorista sorvegliato, ci sono in campo 20-25 agenti. In tutto questo quadro si avverte l’indispettimento Usa per le cattive performance degli Europei, incapaci in tutto a quanto sembra. In effetti, Belgi e Francesi hanno trasformato al grido di “caviale e progressismo” semplici sobborghi, in centrali operative del terrorismo. Neanche negli anni ottanta in Sicilia era così semplice restare nascosti in un quartiere con centinaia di uomini all’inseguimento.

ALCUNI INTERROGATIVI – Sulle pagine dei giornali e dei siti imperversano intere colonne sul pericolo imminente della jihad. Ma, gli stessi autorevoli colleghi non si domandano come sia stata creata una “rete militarmente efficace”.

L’operazione a Bruxelles è definibile di tipo militare. Essa, è stata coordinata e progettata in maniera accurata con sopralluoghi, comunicazioni, scambio di armi ed esplosivi. Ma, come recita uno striscione apparso alla Facoltà di Scienze Politiche della Sapienza “vostre le guerre, nostri i morti”. Si, perché nonostante la proclamata guerra all’Islamic State, ingenti quote azionarie delle nostra banche sono state vendute a possibili finanziatori del cosiddetto Califfato. Le primavere arabe sono state finanziate anche con i soldi dei contribuenti, poi felicemente massacrati dai membri del Califfato, tramite l’Unione Europea.

Chiedo legittimamente, non so se per paura dei propri editori lo faranno altri, dove Salah trovi soldi per permettersi il più famoso e dispendioso avvocato di Bruxelles, Sven Mary, noto per le sue parcelle milionarie. In seconda istanza, come lo avrebbe contattato?

Resta il sangue. Quello di persone comuni. Perché se la radicalizzazione dell’islam ha creato una nuova generazione di soldati, che con le vostre immagini sui social network appoggiavate per ribaltare Assad, qui non si parla di BR o NAR. Qui l’obiettivo delle milizie siete voi. La canzone Imagine di John Lennon, cantata nelle piazze delle stragi, racchiude la nostra sconfitta. Essa incarna, la distruzione di ogni differenza che al suo tempo è ricchezza. E quindi, me lo si permetta, alla pazzia e coraggio di gruppi di assassini opponiamo i Beatles. Al loro sacrificio, tanto romantico quanto assurdo, opponiamo le nostra carte di credito. Alle loro armi, che in realtà gli forniscono eminenti e rispettati personaggi delle istituzioni, opponiamo i nostri Mc Menù. Abbiamo ucciso Dio, le differenze e ridotto tutto a un “pensiero unico”, purché fosse vuoto di alternative.

L’islamofobia è una sconfitta. In questi giorni ho visto chiedere le proprie scuse ai rifugiati che scappano dalle guerre dell’Islamic State. Le abbiamo ottenute da un bambino che aspetta una decisione dei nostri governanti nel fango e melma del campo profughi di Idomeni, in Grecia. Dovremmo vergognarcene.

Sì, poiché la colpa è la nostra. Nel non contrastare le disuguaglianze sociali create coscientemente da chi accetta l’immigrazione, solo per favorire il costo del lavoro. Perché abbiamo avallato le scelte di chi ha coscientemente creato un “nuovo disordine mondiale”.Refugees

La chiamavano Europa, piccolo profugo di Idomeni. La chiamavano Europa a te che sei morta con il tuo zaino in una fermata di Bruxelles. La chiameremo Europa se sapremo recuperare le differenze e farne ricchezza per gli europei e non solo. Sì, perchè stavolta o l’Europa riscopre se stessa, lontana dall’attuale esthablishment culturale e politico, o altrimenti l’eutanasia è compiuta. Sì, perché stavolta salvarci, non può essere compito di Washington o Mosca. Ai profughi e vittime la mia preghiera e analisi. Nostri i morti, loro le guerre…

L’altra responsabile dell’attentato a Charlie Hebdo? L’informazione.

Il terribile attentato del 7 gennaio scorso contro la redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo ha prodotto un fiume di reazioni. Oltre alla comprensibile commozione per l’accaduto, è ripartito il dibattito mediatico sull’importanza della libertà d’espressione. In tanti hanno elogiato pubblicamente la libertà assoluta di poter dire e di poter ridere di quello che si vuole; in molti hanno fatto notare che la satira “non deve essere politically correct, sennò non sarebbe satira”; altri hanno fatto invece ricorso al motto “Una risata vi seppellirà”. Il tutto è poi confluito nell’oceanica folla che ha riempito le strade di Parigi domenica 11 gennaio in una manifestazione di condanna al terrorismo e di esaltazione massima della libertà d’espressione nel paese di Voltaire: manifestazione bellissima, che ha unito un popolo dignitoso e fiero delle proprie origini, ma anche composto da cittadini musulmani o di origine araba, additati da alcuni spara-sentenze come i responsabili morali dell’attentato. Peccato solo che la manifestazione si sia svolta “solo” per questo attentato e non anche per ricordare le oltre 2.000 vittime di Boko Haram in Nigeria e gli oltre 130 bambini pakistani morti nella strage della scuola di Peshawar, compiuta dai talebani il 16 dicembre scorso. Ma si sa, ormai gli “inceneritori mediatici” non ricordano niente e smaltiscono gli eventi come fossero rifiuti. Ciò che è successo ieri non conta più, se poi il fatto accade a chilometri di distanza a chi vuoi che importi?

Tornando alla manifestazione, è opportuno ricordare come vi sia stata la partecipazione in prima fila anche di alcune personalità politiche non propriamente fulgidi esempi di laissez-faire verso la stampa come il re ʿAbd Allāh di Giordania, il ministro degli esteri Egiziano Sāmiḥ Šukrī, il primo ministro ungherese Viktor Orban, il primo ministro russo Sergej Lavrov e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, in rappresentanza di un paese le cui forze armate l’anno scorso hanno causato la morte di 7 giornalisti nella Striscia di Gaza. Senza contare la partecipazione di Eric Holder, Procuratore Generale degli Stati Uniti – con annesse polemiche sull’assenza del Presidente Obama – un paese che, alla luce delle rivelazioni di Edward Snowden e del premio Pulitzer Glenn Greenwald sul cosiddetto scandalo Datagate, avrebbe ben poco da insegnare in materia di rispetto dei diritti civili. Vogliamo parlare anche del ministro degli esteri dell’Arabia Saudita Nizār Bin ʿAbīd Madanī? Il ministro degli esteri di un paese che (solo per restare ai giorni nostri) ha condannato il blogger Rāʾif Badawī a ricevere 50 frustrate ogni venerdì santo per aver rivolto presunte “offese all’Islam” a causa di “pericolosi” messaggi postati sul suo sito Free Saudi Liberals come il seguente? «Abbiamo il diritto di dire e pensare ciò che vogliamo così come abbiamo il diritto di amare e odiare, di essere islamisti o liberali» Caspita, quanta libertà di espressione! Possibile che nessuna delle autorità presenti (francesi e non) abbia avuto qualcosa da ridire contro la partecipazione alla manifestazione di uno stato che calpesta così sfacciatamente il diritto alla libertà d’espressione?

LO SCONTRO DI CIVILTÀ – Ovviamente, insieme al dibattito sulla libertà di stampa, sono ripartiti i tuttologi di niente che tutto vogliono dare a bere di sapere, nel dire che “se non ce ne fossimo accorti, noi siamo in guerra”, che ragione da vendere aveva Papa Francesco quando faceva riferimento alla Terza Guerra Mondiale, che d’altronde anche loro l’avevano sempre detto e che chi non la pensa così “è un imbecille”. Però, che arguzia! Che profondità di pensiero! Eppure Giuliano Ferrara dovrebbe ricordare che parte di questa guerra l’abbiamo causata noi quando abbiamo assecondato e seguito la scriteriata politica mediorientale statunitense in Afghanistan e in Iraq con la risibile scusa della lotta al terrorismo (quando invece se proprio di guerra bisognava parlare, sarebbe stato necessario volgere lo sguardo allo Yemen e all’Arabia Saudita). Provocazioni a parte, chi scrive non vuole certo legittimare le formazioni integraliste e lo scompiglio che stanno creando in Medio Oriente; né, d’altronde, si vuole giustificare in alcun modo ciò che è accaduto il 7 gennaio, dal momento che la violenza è sempre sbagliata. Eppure, questo non dovrebbe essere un alibi per dover leggere sulla stampa nostrana articoli o titoli che provocano una vera e propria islamofobia, come denunciato da tutti i firmatari dell’appello “Basta, Khalas” lanciato dai curatori del sito osservatorioiraq.it.

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DI TUTTA L’ERBA UN FASCIO – Leggere titoli come questo sui nostri organi d’informazione è uno schiaffo in faccia a quanti ogni giorno cercano di informarsi davvero e di non ragionare in base alle logiche di parte, semplificatrici e, tutto sommato, consolatorie che il nostro senso comune prova subito a suggerirci. Qui nessuno si deve “auto-assolvere”, in primis perché tutti sanno (o dovrebbero sapere) che la responsabilità penale è personale; in secondo luogo, perché attribuire all’intera classe degli Imam la responsabilità anche solo parziale dell’accaduto in un titolo (sia pure come provocazione) denota una certa forma di razzismo ed ignoranza. È innegabile, sicuramente alcuni Imam avranno mandato messaggi estremi usando come pretesto la predicazione dell’Islam. Ma alcuni, non tutti. Secondo questa logica, siccome alcuni preti e vescovi cattolici hanno commesso abusi sessuali e stupri su minori bisognerebbe intitolare “Stupri, i preti si auto-assolvono”.

E che dire di alcuni eminenti studiosi ed esperti nel proprio campo che decidono di indossare i panni dell’arabista per l’occasione? Ecco Bruno Tinti, ex magistrato, ora editorialista per Il Fatto Quotidiano che in un articolo che già si presenta bene con l’accattivante titolo “Si fa presto a dire dialogo tra culture” ci illumina così:« Le differenze tra occidentali sono in effetti profonde: nulla accomuna un norvegese e un italiano. Ma per gli arabi è diverso, per via della loro religione che tutti li unisce. E siccome è una religione intollerante (come lo era quella cattolica ai tempi dell’Inquisizione), anche in questo sono uguali: la laicità, per gli arabi, è incomprensibile.» Poi Tinti, magnanimo, aggiunge:«Tutto questo non ho detto ad alcuni conoscenti libanesi che commentavano la strage di Parigi.» E meno male che non l’ha detto, verrebbe da aggiungere! Peccato solo che abbia sentito il bisogno incontenibile di scriverlo su un quotidiano che esce a tiratura nazionale. Non occorrerebbe essere degli arabisti per sapere che il Libano è diviso sin dalla sua indipendenza in confessioni religiose, ma in ogni modo l’ex magistrato prima di discettare sul mondo arabo si sarebbe potuto leggere un bel libricino, Il Libano Contemporaneo (Carocci, Roma, 2009) di Rosita Di Peri, docente di Politiche, istituzioni e culture del Medio Oriente all’Università di Torino. Avrebbe scoperto che il Libano è diviso in 18 comunità religiose: 12 di estrazione cristiana, 5 di tipo musulmano oltre a quella ebraica. Ma Tinti questo non lo sa o non lo dice, quindi si riparte con la Rumba delle generalizzazioni e vai con il sempre verde «Tutti gli arabi sono musulmani». Che è un po’come dire che le bionde sono tutte stupide; o che gli italiani sono tutti mafiosi (e quanto ci rode a ragione quando qualcuno lo sostiene!). «Perché gli arabi non utilizzano le loro immense risorse economiche e finanziarie per avviare un processo di modernizzazione dei loro Paesi? Perché la massima aspirazione dei componenti la classe dirigente è quella di avere il palazzo più alto e il palmeto più rigoglioso invece che l’impiego della ricchezza nell’istruzione diffusa e nella creazione di strutture produttive che garantiscano qualificate opportunità di lavoro?» Tralasciando il fatto che in questo momento noi italiani siamo difficilmente in grado di impartire a chicchessia lezioncine sulle “qualificate opportunità di lavoro”, Tinti probabilmente pensa che tutti “gli arabi” abbiano le stesse disponibilità economiche degli sceicchi dei paesi del Golfo. E al povero lettore che mentre legge si chiede «ma che c’entra il dialogo tra le culture?» l’ex magistrato risponde nel finale:«Sarà per questo che vi state indignando [i libanesi di cui sopra ndr] per la presunta propaganda sionista invece che per l’ottusa intolleranza religiosa in cui i vostri governi vi mantengono? Si sono tutti arrabbiati. Ma non una signora che mi ha detto pacatamente:”Bravo, ha ragione”. Un’economista, laureata in Gran Bretagna.» Ah ecco, ora è tutto chiaro: i libanesi in questione che rappresenterebbero “gli arabi” sono degli squilibrati che, almeno a sentire il racconto di Tinti, si lamentavano della «presunta lobby giudaica che controllava l’informazione e che sfruttava l’avvenimento per rappresentare gli arabi come barbari sanguinari» (come se noi occidentali difettassimo di teorie complottiste); l’economista laureata in Gran Bretagna che “pacatamente” gli dava ragione – ora sì che possiamo dormire sonni tranquilli – è, guarda caso, occidentale, dunque ragionevole, non come quegli altri esaltati.

Semplificazioni come queste  – che ovviamente non si esauriscono a questo articolo e che non sono riconducibili solo a Tinti, contro cui non si ha niente di personale – non solo è aberrante che vengano pubblicate su un quotidiano che, piaccia o meno, è di stampo nazionale  ma sono totalmente scollegate dalla realtà. Il mondo arabo non è composto solo da musulmani integralisti e musulmani non integralisti, perlopiù ricconi che si crogiolano tra le loro palme: oltre che dalla presenza di altre comunità religiose, il mondo arabo, proprio come quello occidentale, è fatto anche di persone atee, agnostiche o che si professano musulmane più per convenienza sociale che per reale aderenza ai valori islamici tout court. Così come molte persone si professano cattoliche pur andando a messa (se ci vanno) solo il giorno di Natale. Le realtà nelle quali viviamo sono molto più complesse e diversificate di quanto non venga fatto passare in molti dei nostri organi di informazione, che saranno anche più liberi di esprimersi, almeno rispetto a quelli di altri paesi, ma che non approfittano della maggior libertà che hanno per presentare un’informazione non banale e che non ricada sui soliti luoghi comuni.

In Italia la maggior parte dei credenti è di religione cattolica; ma quanti di quelli che si professano cattolici vanno a messa tutti i giorni? Stesso discorso vale per la realtà araba, seppur con delle distinzioni da fare. È vero, il retaggio sociale e culturale dell’Islam nel mondo arabo è indubbio, maggioritario e più profondo di quanto non lo sia quello del cristianesimo attualmente da noi; non ci piove, molti paesi arabi non sono laici e hanno posto come basi dei propri regimi dittatoriali fondamenta religiose; ma occorrerebbe sempre essere attenti a non fare di tutta l’erba un fascio. Nella pur autoritaria monarchia saudita, la cui casa dinastica governante si rifà all’islamismo wahabita (scuola di pensiero, quella sì, integralista) e in cui una donna al volante è considerato un reato, per fortuna vi è anche chi riesce ad ironizzare su questi assurdi divieti come Hišām Faqīh e Fahad Al-Butayrī, che hanno riproposto online una versione ironica della celebre No Woman, No Cry di Bob Marley, ossia No Woman, No Drive.

E che dire del caricaturista siriano ʿAlī Farzāt -brutalmente pestato a Damasco da tre uomini col volto coperto nell’agosto del 2011 in seguito alla pubblicazione di vignette satiriche su Bašar al-Asad – che in riferimento all’attentato di Parigi ha recentemente scritto:«L’Islam e i musulmani non hanno colpa di tutto quest’orrore, di questa brutalità e ignoranza, il loro è un messaggio di luce e di amore, non un messaggio di morte.» Eppure non sembra un messaggio detto da uno la cui “religione è intollerante”. Persino il leader della formazione sciita libanese Ḥizballāh – considerata un’organizzazione terroristica sia da UE che da USA – Ḥasan Naṣr Allāh ha dichiarato che atti terroristici condotti dai “gruppi takfiristi” – takfīr in arabo vuol dire “apostasia” e il termine fa riferimento alla scissione tra sunniti e sciiti del 632 – come quelli di Parigi offendono il Profeta più delle vignette. Ma questo i vari Bruno Tinti della situazione non lo sanno o lo ignorano. E non lo sanno o lo ignorano perché forse scrivono su una realtà che conoscono poco. Non c’è niente di male in questo, non si può sapere tutto: ma proprio perché non è possibile magari sarebbe buona norma documentarsi prima di scrivere un articolo così superficiale su un quotidiano nazionale.

 

VIVA LA SATIRA! – Ora che Charlie Hebdo è diventato un’icona della satira e della risata dissacrante molti commentatori si sono messi a pontificare sul valore benefico e positivo per le nostre società laiche dello strumento della satira;  satira che, secondo Massimo Gramellini (La Stampa del 9 gennaio scorso), «non è mai blasfema, perché non si occupa dell’assoluto, ma del relativo. Non di spiritualità, ma di umanità. La satira non manca di rispetto a Dio, casomai agli uomini che usano Dio per dominare altri uomini.» Chissà se si tratta dello stesso Massimo Gramellini che qualche anno fa a Che Tempo che Fa ci ammoniva che no, non si può ridere di tutto, in riferimento ad una battuta molto cattiva sulla Shoah, come fatto notare su Linkiesta da Andrea Coccia.
Si è fatto l’esempio di Gramellini, ma qui il discorso è più ampio. Dal momento dell’attentato in poi si è voluto mitizzare il settimanale satirico francese, quando in precedenza nei canali della nostra informazione – notoriamente chiusi verso il mondo esterno – lo si ignorava palesemente. Ora tutto ciò che pubblica Charlie Hebdo è satira e fa ridere? Al parer di chi scrive, molti dei discorsi che si sono fatti risentono dell’onda emotiva che è inevitabilmente seguita agli attentati di Parigi. Chi di noi non si è sentito Charlie se ad essere messe in gioco sono la libertà di stampa e d’espressione? Eppure, questo non dovrebbe impedire di perdere del tutto il raziocinio e di fare dei distinguo che, lo si ripete ancora una volta a scanso di equivoci, non sono assolutamente finalizzati a giustificare l’uso della violenza. Tuttavia pubblicare una vignetta con su scritto sopra:«Le Coran c’est de la merde», seppur con intento ironico, è davvero satira?

Come ha dichiarato recentemente Vito Mancuso, docente di Storia delle Dottrine Teologiche dell’Università di Padova:«Tra il bianco e il nero esistono sfumature seppure nel caso della strage di Charlie Hebdo il nero stia tutto dalla parte degli assassini. Condivido però la critica di aver radicalizzato lo scontro, rivolta da Delfeil de Ton, uno dei fondatori del settimanale francese, ora a Le Nouvel Observateur, al defunto direttore Charb». Paradossale vero? Una delle poche voci critiche che si è levata in questi giorni contro il settimanale è quella di Henry Roussel, uno dei fondatori di Hara Kiri (poi divenuto Charlie Hebdo) che ha scritto recentemente un pezzo polemico sul Nouvel Observateur – sotto lo pseudonimo di Delfeil de Ton – dal titolo “Ce l’ho veramente con te, Charb” in cui accusa l’ormai ex direttore di Charlie Hebdo di aver trascinato l’intera redazione alla morte, radicalizzando le vignette satiriche pubblicate in questi anni in senso islamofobo. Ergo, se anche uno dei padri della rivista “osa” criticarla, forse il settimanale in questione non è perfetto e del tutto esente da critiche. E in alcuni casi bisognerebbe avere rispetto quantomeno dei credo delle persone. Questo lo si vede anche nella vita quotidiana: se mi siedo ad un tavolo con una persona profondamente credente, farò ben attenzione a cercare di non bestemmiare. Certo che sono libero di poter dire quello che voglio, ma la mia libertà personale dovrebbe cercare anche di non recare offesa alle credenze altrui. E questo non perché ci deve essere una legge a dovermelo impedire. Ancora Mancuso dice:« [Bisogna scrivere e disegnare  con il limite del rispetto] Della legge, certo. Ma si deve anche rispettare la sensibilità altrui, il patrimonio ideale degli altri. Da dove viene questa idea di laicità? Da un processo di pace e di tolleranza? No. Viene dalla Rivoluzione Francese che nei 17 mesi di terrore tra il 1793 e il 1794 causò 100.000 morti: una media di 200 al giorno. E tutto questo nel nome di “liberté, egalité, fraternité”, compresa, immagino, la libertà di stampa.[…] Il comico Dieudonné viene arrestato per apologia di terrorismo per aver scritto “Je suis Charlie Coulibaly” dalla stessa Francia laica che, a sua volta, riconosce che le parole hanno dei limiti.»

Ora tutti si scandalizzano quando le massime autorità religiose e teologiche islamiche condannano le vignette della rivista e raccomandano ai credenti di non comprarla: ma quando ad essere presi di mira da Charlie Hebdo erano il Papa o le figure divine cristiane, la CEI si sganasciava dal ridere fino ad offrire un aperitivo all’autore della vignetta o invece reagiva scandalizzata? Se abbiamo la memoria corta – e a quanto pare la abbiamo – la risposta sembra suggerircela niente popò di meno che il pur moderno Papa gesuita dei nostri tempi che ricorda sì come «non si può offendere o fare la guerra, uccidere in nome della propria religione, in nome di Dio […] Ognuno ha non solo la libertà e il diritto ma anche l’obbligo di dire ciò che pensa per aiutare il bene comune», ma aggiunge anche «senza offendere, perché è vero che non si può reagire violentemente, ma se il dottor Gasbarri (l’organizzatore dei viaggi papali, che si trovava a fianco del Pontefice, ndr), che è un amico, dice una parolaccia contro mia mamma, gli aspetta un pugno. Non si può provocare, non si può insultare la fede degli altri.»

Ora, andando anche oltre le parole del Papa, mettere in risalto con certosina malizia che i massimi organi teologici e religiosi islamici si offendono per le vignette di Charlie Hebdo, facendo passare neanche troppo sottotraccia il messaggio «Vedete? Non saranno tutti integralisti, ma i musulmani non sanno ridere di loro stessi!» è un’operazione mediatica di autentico sciacallaggio, in un momento come questo. Inoltre, anche se ovviamente la stragrande maggior parte dei musulmani condanna la violenza, probabilmente queste vignette non hanno offeso solo gli integralisti e i terroristi ma anche quella vasta porzione di credenti che non commetterebbe mai un omicidio in nome di Dio. Ci piace? Non ci piace? Siamo d’accordo? No? Siamo liberissimi di credere quello che vogliamo. Ma proprio perché sosteniamo la libertà di espressione non dovremmo stigmatizzare o stupirci di chi si lamenta (e si limita solo a quello, ovviamente) delle vignette sul Profeta. Proprio come ormai non ci stupiamo più – purtroppo – di un’autorità religiosa cristiana che pronuncia messaggi di chiusura verso gli omosessuali. Anche qui, possiamo non essere d’accordo, eppure nessuno prende le parole della CEI e le attribuisce ad una comunità intera di credenti, perché tra i cattolici praticanti sappiamo bene che vi sono omosessuali e anche coloro che non avrebbero nulla di male se un omosessuale si dichiarasse cattolico praticante.

 

CHARLIE SI PUÒ CRITICARE? – Un ultimo pensiero lo vorrei dedicare a Maurice Sinet. Per chi non sapesse o non ricordasse chi sia, Maurice Sinet era uno delle firme di punta di Charlie Hebdo. Il 15 luglio 2008 fu espulso “dall’irresponsabile” settimanale satirico francese con l’accusa di “antisemitismo” per aver pubblicato nel numero del 2 luglio di quell’anno questo testo che ironizzava sulla conversione all’ebraismo di Jean Sarkozy, figlio dell’allora Presidente della Repubblica Nicolas:« Jean Sarkozy, degno figlio di suo padre e già consigliere generale de l’UMP, è uscito praticamente applaudito dal processo per omissione di soccorso in scooter. Il pubblico ministero ha persino richiesto il suo rilascio! Bisogna dire, però, che colui che lo querela è un arabo! E non è tutto: lui [il figlio di Sarkozy, ndt] ha appena dichiarato di volersi convertire all’ebraismo prima di sposare la sua fidanzata, un’ebrea, ereditiera dei fondatori di Darty. Ne farà di strada, nella vita, il piccolo!»

Ora, il testo può piacere o meno, ma non è questo il punto. Dov’era la liberta di ridere di tutto in questo caso? Per quanto ancora potremo ironizzare su tutti i credo, ad esclusione di quello ebraico, senza che ci venga rinfacciato l’Olocausto? Non si tratta di essere antisemiti; ma una volta riconosciute le colpe, che si scindano una buona volta. Se un vignettista nel 2008 può sentirsi libero di ironizzare su tutte le religioni ma non su quella ebraica è evidente che abbiamo ancora un “complesso di Hitler” dal quale non riusciamo proprio a liberarci. E in questi giorni in cui Charlie Hebdo viene preso ad esempio come emblema della libertà di stampa e d’espressione solo in pochi hanno ricordato il caso di Sinet, cacciato per “antisemitismo” – o presunto tale – e mai più reintegrato nel settimanale. Per completezza d’informazione va detto che nel 2008 il direttore non era ancora Stephane Charbonnier, ma Philippe Val; tuttavia anche con il cambio alla guardia, Maurice Sinet non è mai tornato al suo posto, al punto che ora esiste il Siné Mensuel, il mensile (in origine un settimanale) che Sinet pubblica da quando fu licenziato da Charlie Hebdo.

Ma la domanda è: perché quasi nessuno lo ha ricordato? Probabilmente una delle spiegazioni è che eravamo tutti così indaffarati a twittare #JesuisCharlie sui nostri pc, tablet e smartphone fabbricati col sangue di bambini e ragazzi congolesi (e per loro quale capo dello stato scende in piazza?) che muoiono ogni anno a milioni mentre sono costretti a raccogliere il Coltan e la Cassiterite – minerali altamente radioattivi – che ci si è dimenticati la realtà più semplice: e cioè che una rivista deve essere libera di pubblicare quello che vuole ma che non si può pretendere possa piacere a tutti. Solo una cosa è certa: la violenza va sempre condannata. Ma a parer di chi scrive anche l’ipocrisia;  ha scritto giustamente il già citato Andrea Coccia:«È fondamentale ricordare l’umanità di quella rivista, un’umanità che si rivela nelle contraddizioni, nelle ombre, perché solo gli eroi non hanno ombre, solo le divinità sono senza contraddizioni». Io non mi sento Charlie perché, pur essendo un profondo sostenitore della libertà d’espressione e pur essendo ateo, sono convinto che per ridere si possa evitare di farlo sulle credenze altrui. Sono ancor più convinto che Charlie Hebdo – come tutti gli altri giornali – è ben lungi dal non sbagliare mai. E sarò lieto se qualcuno leggendo queste righe scuoterà la testa o si troverà in disaccordo: perché in fondo è anche questo ciò che è chiamato “libertà d’espressione”.

 

P.s. Il giorno seguente Bruno Tinti ha scritto un articolo davvero bello e incisivo sull’impunibilità del falso in bilancio, argomento nel quale è decisamente più ferrato, con un incipit volutamente provocatorio:«Ma perché nessuno glielo dice a Renzi che il suo ministro della Giustizia di Giustizia non capisce niente?». Caro Tinti, non me ne voglia, ma qualcuno deve pur dirglielo: lasci stare gli arabi e continui a scrivere di leggi e giustizia. Con profonda stima.

Francia – Charlie Hebdo, quando la guerra sbarca in Europa

Il risveglio dalle vacanze natalizie per l’Europa è stato il peggiore possibile. Uno di quei risvegli che ti catapultano all’inferno. Un inferno fatto di armi, morte, che vede la guerra nella Nazione culla e ispiratrice del moderno concetto d’Europa. Non è questione di atteggiamenti allarmistici, qui non si tratta d’insurrezionalismo o black block. Qui si tratta di guerra. Guerra non più combattuta a migliaia di chilometri da noi, ma dentro le strade delle nostre capitali.

Nella giornata del 7 Gennaio un commando ha assaltato la sede del giornale satirico francese CHARLIE HEBDO, noto per le sue vignette sull’Islam, e ha aperto il fuoco al grido di “Allah akbar”. Si tratta di due fratelli franco-algerini e di un giovane senza fissa dimora. Sono Saïd Kouachi (34), Chérif Kouachi (32) – entrambi nati a Parigi – e Hamyd Mourad (18). Tutti cittadini francesi e quindi con libertà di movimento nell’Unione Europea. In Francia lo Ius Soli è legge da decenni.

Il giornale CHARLIE HEBDO è da sempre noto per la sua irriverente spregiudicatezza. Già nel 2006 il settimanale suscitò polemiche pubblicando una serie di caricature del profeta Maometto, diffuse inizialmente dal quotidiano danese Jyllands-Posten. Si ricorderà come l’esposizione nel 2011 delle vignette satiriche sul Profeta Maometto da parte del Senatore italiano della Lega Nord Calderoli sulla televisione di Stato Rai provocarono l’assalto al Consolato italiano di Bengasi. La sede del settimanale fu successivamente distrutta da un incendio provocato dal lancio di una bottiglia incendiaria nel novembre 2011. L’attentato, che non provocò vittime, avvenne nel giorno in cui era stata annunciata l’uscita di un numero speciale dedicato alla vittoria elettorale degli islamisti in Tunisia. “Maometto direttore responsabile di Charia Hebdo”, si leggeva su un comunicato stampa che annunciava il numero, con un gioco di parole sulla legge islamica.

Charlie Hebdo riuscì a conquistare nuovamente le pagine dei giornali internazionali nel 2012, quando pubblicò nuove vignette satiriche sul profeta dell’Islam. Uno di essi raffigurava Maometto nudo, steso sul letto, che ripete la battuta cult di Brigitte Bardot al regista che la inquadra nel film Il disprezzo: ”E il sedere? Ti piace il mio sedere?”. La pubblicazione avvenne nel pieno della bufera scatenata dal film sulla vita del profeta L’innocenza dei musulmani, prodotto semi-clandestinamente negli Usa, che aveva infiammato il Medio Oriente.

 

Je suis CHARLIE HEBDO
Je suis CHARLIE HEBDO

 

Vista la sua intransigenza Charb era finito nella lista nera dei most wanted di Al Qaeda, per i “crimini commessi contro l’Islam” a causa della satira pungente del settimanale contro Maometto. La foto del direttore di Charlie Hebdo, accanto a quella di altri 9 “nemici dell’Islam“, era stata pubblicata in un vero e proprio “manifesto di morte” nel marzo del 2013 su Inspire, il magazine gestito dall’Aqap. Inspire è come se fosse il bollettino ufficiale del mondo estremista islamico.

Così, mentre il mondo intero condanna la strage nella redazione di Charlie Hebdo, ad aprire un’anomala e scomoda riflessione, cosa impossibile nel desolante panorama italiano, è stato il giornale Financial Times che da oltre Manica ha posto il problema dei limiti di buonsenso alla libertà d’espressione. Libertà d’espressione che è comunque costata la vita a dodici giornalisti e due poliziotti. Ma, i britannici hanno un approccio molto più similare alla realpolitik rispetto alla ideologizzata e  sempre accesa Francia.

In un editoriale pubblicato online il Ft ha accusato il magazine, che in passato era stato già colpito per la pubblicazione delle vignette su Maometto, di aver peccato di “stupidità editoriale” attaccando l’Islam. “Anche se il magazine si ferma poco prima degli insulti veri e propri, non è comunque il più convincente campione della libertà di espressione“, si legge ancora dalle colonne del quotidiano economico britannico. Così il giornale della City, cuore economico dell’Europa, ha attaccato nelle ore di lutto e sgomento, chi ha con quelle vignette causato la reazione terroristica.

“Con questo non si vogliono minimamente giustificare gli assassini, che devono essere catturati e giudicati, è solo per dire che sarebbe utile un po’ di buon senso nelle pubblicazioni che pretendono di sostenere la libertà quando invece provocando i musulmani sono soltanto stupide”.

All’inizio dell’articolo Toby Barber, direttore per l’Europa di Ft, afferma che l’attacco “non sorprenderà chiunque abbia familiarità con le crescenti tensioni” tra gli oltre 5 milioni di cittadini musulmani di Francia e “l’eredità velenosa del colonialismo francese in Nord Africa”. Barber ricorda che;

il peggior attacco terroristico in Europa degli ultimi anni, l’omicidio di 77 persone in Norvegia nel 2011, è stato commesso non da militanti islamici ma da un fanatico di estrema destra, Anders Behring Breivik.

Insomma, un’analisi argomentata, dal carattere storico e geopolitico.

Barber definisce “l’atrocità a Charlie Hebdo”, come del resto altri attentati tra cui quelli dell’11 settembre, “spregevole e indifendibile”. Ma allo stesso tempo l’editorialista ricorda che la rivista “è un bastione della tradizione francese” della satira più incisiva. “Ha una lunga storia di irrisione e pungolo” nei confronti dei musulmani. Nell’editoriale si ricorda che poco più di due anni fa la rivista ha pubblicato un 65 pagine con le vignette su Maometto e questa settimana ha dato la copertina a Sottomissione, un nuovo romanzo di Michel Houellebecq “che raffigura la Francia nella morsa di un regime islamico guidato da un presidente musulmano”.

A oggi la risposta, come suggerito dal Ft, va cercata nell’identità libera e pluralista della tradizione Europea. La quale è però priva del consenso sulle proprie origini cristiano giudaiche, ma piena di parole e di ideologie, come a fine ottocento.

 

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Ora, ci si chiederà chi è che ha portato la guerra nelle nostre città. Ebbene, siamo stati noi stessi o meglio i nostri governanti e apparati statali. Politiche immigratorie sbagliate, false integrazioni disposte solo sulla carta e, infine, le ferite storiche mai sanate hanno portato alla tragedia di ieri. Così come, e in ciò i Francesi hanno molteplici colpe, la miopia geopolitica dell’Occidente, la cui massima manifestazione di scarsa acutezza è stata dimostrata nella ” Questione Siriana “, che ha riportato linfa vitale all’estremismo islamico. Quali e quanti saranno gli interrogativi su chi ha appoggiato e favorito con aiuti materiali i ribelli siriani poi trasformatisi in massa in combattenti dell’Islamic State? Quanto incide quella piaga decennale e sociale che si concretizza nell’architettura di Le Courbusier e della sua  Unitè , nel cui esempio paragono sono nati e cresciutii presunti attentatori? Ora che la guerra e quei combattenti tornano dai paesi arabi bisognerà affrontarli. Affrontarli senza la capacità militare americana, senza uno spirito come quello degli israeliani o dei Cristiani del Medio Oriente e senza più anima europea. Anima che accoglie e costruisce nel Mediterraneo il suo terreno d’incontro, ma che schiacciata dal materialismo storico e dal positivismo è ormai morta.  La risposta all’odio  può essere  solo il dialogo e la piena consapevolezza di ciò che si è, dei propri errori ed origini e di ciò che si  vuol diventare.