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Violent is the new sexy: Hap & Leonard, la serie

Ogni nerd che si rispetti ha un suo santo patrono. Non importa che sia un fumettista, un game designer o un regista, l’importante è la totale devozione che la sua opera suscita nelle nostre menti affamate. Prevedibilmente, non faccio eccezione. Ogni giorno mi inginocchio ai piedi del santuario mentale da me dedicato a zio Joe R. Lansdale. Questo cantore delle meraviglie del Texas orientale ha un albero delle abilità che lo dovrebbe porre nell’olimpo di ogni lettore di Playground: scrittore di pulp, horror, western e fantascienza, sceneggiatore di fumetti, appassionato di country e maestro di arti marziali (ha fondato un suo stile personale). Da quando lo scoprii grazie al più classico stratagemma degli adulti (“non lo leggere, non sei abbastanza grande”), è senz’altro lo scrittore di cui ho letto di più, consapevole della difficoltà di platinare la sua opera (per farvi un’idea delle dimensioni date un’occhiata alla sua bibliografia) ma più che determinato ad avvicinarmi il più possibile all’obbiettivo.

Ecco il Nostro. Non accenno alla celebre saga del drive-in perchè se la conoscete è inutile, e se invece non la conoscete siete pazzi
Ecco il Nostro. Non accenno alla celebre saga del drive-in perchè se la conoscete è inutile, e se invece non la conoscete siete pazzi.

Una delle pietre fondanti del castello della fama di Lansdale è senz’altro la saga di romanzi e racconti dedicata ad una delle coppie di investigatori meno canonici della storia: Hap Collins e Leonard Pine. Le trame, impregnate di sarcasmo e metafore brucianti, vedono i due protagonisti strappati alla placida routine in cui vorrebbero crogiolarsi per venire a capo di misteri che, regolarmente, trascineranno loro e chi li circonda in paradossali baraonde dominate dal caos, da cui, bene che vada, usciranno comunque con le ossa rotte. Ad amplificare il tono surreale e affascinante dei romanzi contribuisce la caratterizzazione dei protagonisti: uno, Hap, è un ex idealista disilluso, cecchino infallibile, pigro, bianco e donnaiolo. Leonard è il suo complementare: nero, veterano del Vietnam, repubblicano, conservatore, violento e gay. Ciò che li accomuna è l’essere entrambi ultra-quarantenni, perennemente disoccupati, dotati di un senso dell’umorismo capace di mandare al manicomio un monaco shaolin e esperti nel menare le mani. Chiaramente i personaggi di contorno non sono da meno: nani bodybuilder, redneck, detective vaccari, assassine, puttane pentite e i membri della sconosciuta ma letale Dixie Mafia, la criminalità organizzata degli stati confederati, formano un coro di volti e voci che difficilmente potrete dimenticare.

Quello che a una produzione come quella di Lansdale, incredibilmente, mancava era un’abbondante trasposizione in forme diverse da quella scritta: per la potenza di trame e stile estremamente descrittivo, diversi dei suoi lavori sembravano solo attendere che qualcuno li mettesse su pellicola. A colmare questa lacuna è arrivata, guarda caso, una coppia di autori: nel 2014 Nick Damici e Jim Mickle realizzano la trasposizione cinematografica di “Freddo a Luglio”, romanzo di Lansdale del 1989, nonché una delle sue storie più dure e cupe. Michael C. Hall, Sam Shepard e Don Johnson danno vita all’intricata vicenda che vede un corniciaio di provincia uccidere per legittima difesa un ladro introdottosi in casa sua, per poi veder calare sulla sua famiglia la minaccia del vendicativo padre della vittima.

Constatato il successo di questo primo esperimento, i due procedono a compiere il passo che, a noi fan, sembrava da tempo inevitabile: la realizzazione di una serie tv tratta dai romanzi di Hap e Leonard. La voce circolava da parecchi anni, ricordo addirittura un incontro con il Sommo Vate Joe alla Feltrinelli di via Appia, ormai quasi dieci anni fa, durante il quale comunicò a noi presenti come avesse pensato a Matthew McConaughey (before it was mainstream) per il ruolo di Hap. È servito però un canale di nicchia come lo statunitense SundanceTV perché il sogno si avverasse: sfumata la possibilità di vedere l’ormai inarrivabile star di True Detective nei panni di Hap, la scelta è paradossalmente ricaduta su James Purefoy, che si inserisce nel solco tracciato da Idris Elba in The Wire: quello dei britannici che parlano americano meglio degli americani stessi. Ciò che più mi ha gasato è stata però la scelta del volto da conferire a Leonard: dopo anni passati ad immaginarlo identico a Siberius degli Incredibili, non ho che potuto volare quando ho letto che lo avrebbe interpretato uno dei miei idoli assoluti, Michael Kenneth Williams, attore che dovunque reciti, da The Wire a Boardwalk Empire, finisce sempre con il portare in scena il mio personaggio preferito.

I nostri eroi in uno dei loro momenti meno gloriosi.
I nostri eroi in uno dei loro momenti meno gloriosi.

Per quanto riguarda la trama, essa è tratta dal primo romanzo della saga, “Una stagione selvaggia”. Oltre a fungere da introduzione ai due protagonisti e al loro mondo, questo primo capitolo offre anche spunti abbastanza insoliti per la produzione classica di Lansdale. Prendendo spunto dalle vicende della storica ex di Hap (nella serie la giunonica Christina Hendricks di Mad Men) e del gruppo di post-hippie di cui fa parte, intenzionati a recuperare il tesoro di un criminale per finanziare il loro disegno rivoluzionario, Lansdale ci porta a scoprire la storia dei movimenti progressisti statunitensi e del loro declino. Sebbene ricordo che, ad un primo approccio, il romanzo non mi avesse entusiasmato troppo, ho capito rileggendolo da poco che ciò era dovuto in larga parte alla sua natura più introspettiva e riflessiva, poco adatta a soddisfare le voglie letterarie di un quattordicenne affamato di tette e sparatorie. Oggi considero invece quelli che mi sembravano difetti dei pregi, e nella rarità dell’amara analisi dell’autore su quello che è stato anche il suo passato, vedo una preziosa testimonianza utile a smuovere noi europei dalla convinzione di essere gli unici detentori di una coscienza politica.

Dal punto di vista tecnico, il formato scelto è stato quello dei pochi episodi, sei, che in più di un’occasione si è rivelato un metodo funzionale alla creazione di prodotti che lasciassero il segno nell’attenzione e nella memoria degli spettatori. Il rischio maggiore che si corre in questi casi, quello di rimanere insoddisfatti dal concretizzarsi di eventi, luoghi e personaggi resi epici dalla forza della nostra fantasia, è stato evitato dall’evidente venerazione che i due creatori e sceneggiatori provano nei confronti dell’opera di Lansdale. Aiutati anche dal non dover comprimere duecento pagine in due ore di film, i due hanno potuto riprodurre l’opera in maniera quasi del tutto fedele, prendendosi qua e là qualche licenza autoriale tutto sommato accettabile. Nonostante alla serie manchi l’afflato sperimentatore di diverse altre che negli ultimi anni hanno contribuito all’avvicinarsi sempre meno graduale del medium a quello cinematografico, potete stare sicuri che questi sei episodi vi doneranno godimento. Se inoltre ancora non fate parte della Lansdale-church, potreste utilizzare Hap&Leonard come trampolino per tuffarvi in uno degli universi letterari più intriganti di sempre. Ave Zio Joe!

Playoff MLB, la fase finale dello sport più romantico al mondo

I Playoff sono il momento più bello di ogni sport americano. Una lunga stagione volge al termine e le migliori squadre sono pronte a giocarsi il tanto ambito titolo di campione nazionale o, come piace dire agli americani, del mondo. In MLB, la lega professionistica di baseball made in USA, è facile ritrovare qualche sorpresa nella fase finale ma questa stagione 2015 ha regalato particolari gioie ai romantici grazie alla presenza di un entusiasmante mix tra “eterne perdenti”, grandi conferme e franchigie sorprendenti.

Bracket

WILD CARD, BELLE E SPIETATE

Per chi è meno avvezzo a questo mondo è giusto spiegare cosa siano le Wild Card, ovvero le quattro squadre (due dell’American League e due della National League) con il miglior record tra quelle che non sono riuscite a sincere la propria division. Queste squadre si affrontano tra loro nel Wild Card Game, una gara a eliminazione diretta che riduce l’ingresso nei Playoff a una sola squadra per conference. quest’anno i Chicago Cubs hanno demolito 4-0 i Pittsburgh Pirates, mentre gli Houston Astros hanno eliminato i New York Yankees col risultato di 3-0.

Perché tutto ciò è bellissimo ma anche paurosamente spietato? Basti pensare ai Pirates. Da quando Clint Hurdle è diventato manager nel 2011, i Pirates si sono trasformati in una squadra vincente e ormai arrivano a giocarsi il Wild Card Game ormai dal 2013. Va però detto che nel 2014 hanno perso contro i San Francisco Giants, poi campioni delle World Series, e quest’anno hanno perso di nuovo vanificando due annate da 186 vittorie complessive su 324 partite.

Se per la squadra guidata dal fuoriclasse Andrew McCutchen vede ormai il Wild Card Game come un incubo, lo stesso non si può dire per Houston. Gli Astros sono una realtà meravigliosa, un magnifico esperimento che rielabora e porta all’estremo il famoso “Moneyball” degli Oakland A’s raffigurato anche nel film con Brad Pitt e Jonah Hill. Idee rivoluzionarie, cervelli con un passato alla NASA e supporti tecnologici senza precedenti hanno portato i texani ad autodistruggersi e risorgere dalle proprie ceneri in pochissimi anni. Squadra una volta vincente, alla conclusione del suo ciclo di vittorie si è ritrovata a oscillare in quel limbo di mediocrità che negli sport americani rappresenta il male più assoluto. Nel 2011 arriva la proprietà di pazzi/rivoluzionari di cui sopra che opta per la mentalità-Borlotti in “L’allenatore nel pallone”: perdere e perderemo. Questa idea ha portato a una notevole quantità di scelte di ottimo livello al Draft che hanno permesso ai giovani Astros di crearsi un roster di estremo talento, almeno in potenza. Non tutto è stato rose e fiori, tra le prime scelte di Houston infatti figurano giocatori come Carlos Correa, fenomenale interbase fermo però ai box con una caviglia rotta, il deludente lanciatore Mark Appel e il problematico lanciatore Brady Aiken, unica prima scelta assoluta al Draft in trent’anni a non essere firmata dalla squadra che l’aveva scelta, questa volta per via di un problema al gomito riscontrato successivamente. Fortunatamente (si fa per dire, nella dirigenza degli Astros non c’è nulla di casuale) per loro ben altri talenti sono esplosi rivelandosi giocatori di altissimo livello quali George Springer, Josè Altuve e Jon Singleton, un blocco solido a cui l’aggiunta di validi conoscitori della MLB quali Chris Carter e Luke Gregerson ha trasformato Houston in una squadra da Playoff o, come ha detto Sports Illustrated, nella squadra che vincerà il titolo nel 2017. Dimenticavo, Houston nel Wild Card Game ha eliminato gli Yankees che nonostante i tanti infortuni e problemi fuori dal campo resta l’organizzazione con il secondo monte ingaggi più alto in MLB con i suoi 219 milioni di dollari. Il monte salari di Houston è invece il secondo più basso nel baseball professionistico con soli 70 milioni.

Moneyball

C’ERANO UNA VOLTA I PLAYOFF DEI BLUE JAYS

I Toronto Blue Jays sono arrivati finalmente ai Playoff vincendo la American League East quasi a sorpresa. A metà stagione Toronto si ritrovava con un record addirittura in negativo ma una strepitosa fase finale di stagione ha permesso ai canadesi di arrivare finalmente alla postseason. I soliti Josè Bautista, Edwin Encarnación e Josh Donaldson hanno finalmente trovato l’aiuto che hanno sempre cercato da Troy Tulowitzki e dal lanciatore David Price, arrivati entrambi a stagione in corso tramite trade. Forti dei nuovi arrivi e di un arsenale offensivo impressionante Toronto ha finalmente raggiunto i Playoff per la prima volta dal 1993, togliendosi dal libro nero dello sport americano quale squadra con più anni di assenza dalla postseason. Per capire quanti siano lunghi ventidue anni, prendiamo in esame dieci riferimenti.
L’ultima volta che i Blue Jays hanno giocato i Playoff…

1) Il Marsiglia batte il Milan nella finale di Champions League più discussa e controversa di tutti i tempi.
2) Francesco Totti fa il suo esordio in Serie A a soli 16 anni in Brescia-Roma 0-2.
3) Durante il torneo di tennis di Amburgo lo spettatore Günther Parche pugnala la tennista Monica Seles nel corso di una partita.
4) In Finlandia viene inviato il primo SMS tra due persone viventi nella storia della telefonia.
5) Nasce l’Unione Europea con l’entrata in vigore del Trattato di Maastricht.
6) Viene arrestato Totò Riina dopo 23 anni di latitanza
7) Bill Clinton si insedia alla Casa Bianca quale 42° presidente
8) Sulla CBS Debutta il Late Show con David Letterman
9) “Unplugged” di Eric Clapton domina ai Grammy Awards e nelle classifiche di vendita
10) Jurassic Park, Schindler’s List, Nightmare Before Christmas, Philadelphia e Carlito’s Way escono in sala.

METS E CUBS, LA RIVINCITA DEI RINNEGATI

I Chicago Cubs negli ultimi anni sono stati i cugini brutti piuttosto sfigati dei Chicago White Sox. Diciamo che i White Sox hanno rappresentato la ragazza più bella e popolare della scuola (vittoria della World Series nel 2005) mentre i Cubs erano l’amica poco attraente che non veniva invitata alla feste e finiva per restare a casa a fare i compiti per la già citata amica piacente. Ecco, a con qualche anno di ritardo la ragazza bruttina si è trasformata in una modella, i Cubs infatti sono tornati ai Playoff per la prima volta dopo sette anni a seguito di una stagione da 97 vittorie, il terzo miglior record di tutta la MLB. I Cubs hanno iniziato benissimo la loro cavalcata ai Playoff vincendo il Wild Card Game contro i Pirates per 4-0 e ora si ritrova con una serie sull’1-1 contro i St. Louis Cardinals. Cubs-Cardinals è stata anche la prima vittoria stagionale e casalinga dei Cubs, partita che ha dato inizio alla strepitosa stagione del lanciatore Jake Arrieta che ha chiuso la stagione con 22 vittorie, 6 sconfitte e una ERA di soli 1.77, diventando il sesto giocatore dal 1913 a chiudere una stagione con almeno 22 vittorie, non più di 6 sconfitte e una ERA inferiore a 2.00. Questa partita giocata l’8 aprile 2015 non è stata solo la prima vittoria stagionale dei Cubs ma anche la partita che ha ospitato il sottoscritto e il mio collega di rubrica Niccolò Costanzo nell’allora gelido Wrigley Field. Un gruppo giovanissimo composto da enormi talenti quali Kyle Schwarber, Kris Bryant, Anthony Rizzo, Jorge Soler e Starlin Castro non solo rende i Cubs una squadra di temibile per chiunque ma li rende anche una franchigia da temere nelle prossime stagioni, specie se a questi si aggiungeranno altri giocatori esperti come è successo in queste ultime stagioni con l’arrivo di Jon Lester e del già citato Arrieta. Come se non bastasse, a supportare la causa dei Cubs c’è il secondo episodio della trilogia “Ritorno al Futuro”, secondo il quale i Cubs avrebbero vinto le World Series il 21 ottobre 2015. Nel caso Doc e Marty avessero avuto ragione prepariamoci a vedere una parata di festeggiamento sulle DeLorean DMC-12.

McFly

I Mets sono i newyorkesi meno famosi, d’altronde condividere la stessa stanza con gli Yankees non è per nulla facile, anche se hai vinto due titoli, l’ultimo dei quali nel 1986. Un ottimo mix di giovani talenti (Wilmer Flores e Noah Syndergaard), abili veterani (Curtis Granderson, David Wright e Bartolo Colón) e stelle consolidate (Matt Harvey e Lucas Duda) ha permesso ai Mets di conquistare il titolo della National League East, inoltre l’arrivo di Yoenis Céspedes a stagione in corso ha dato ai newyorkesi una ulteriore spinta verso il successo. Al momento i Mets sono sull’1-1 nella serie contro i favoritissimi Dodgers e sono quindi pronti a giocarsi l’accesso alle Championship Series con il ritorno di Harvey sul monte di lancio. In ogni caso la fantastica stagione dei Mets sarà ricordata per le strepitose giocate dei suoi fenomeni, una su tutte l’eliminazione eseguita dal paffuto quarantaduenne Bartolo Colón in settembre.

Bartolo Colon

WINNING IS A HABIT

La citazione del leggendario coach di football americano Vince Lombardi è particolarmente calzante per la seconda e la sesta squadra più titolata della MLB, i St. Louis Cardinals e i Los Angeles Dodgers.

I Dodgers infatti hanno una squadra impressionante, capitanata dallo strepitoso duo di lanciatori formato da Zack Greinke e Clayton Kershaw, due mostri sacri che non hanno eguali in MLB, tantomeno in una singola franchigia. I Dodgers sono la squadra che più spende in ingaggi come dimostrano gli oltre 272 milioni che staccano di parecchio i 219 milioni dei secondi classificati Yankees. Questa cifra permette alla squadra della west coast di schierare diverse stelle ed esperti giocatori da Playoff come Adrian Gonzalez, Jimmy Rollins, Chase Utley, Carl Crawford e tanti altri, a cui si aggiunge il fenomenale Yasiel Puig, il giovane campione cubano che però viene da una stagione tormentata dagli infortuni. Se i Dodgers potranno continuare la loro cavalcata nei Playoff dipenderà sì dall’attacco ma soprattutto dal monte di lancio che, come detto, è più unico che raro in MLB nonostante la sconfitta di Kershaw in Gara-1. Ora la serie con i Mets è sull’1-1 e sul monte di lancio dei Dodgers salirà Brett Anderson che è un buon pitcher ma non si avvicina nemmeno lontanamente ai due già citati compagni. Il futuro dei Dodgers passa anche da lui.

I Cardinals invece rappresentano l’arte della vittoria nella MLB. Dodici apparizioni ai Playoff negli ultimi sedici anni, quattro apparizioni alle World Series, due titoli e un’ultima stagione chiusa a cento vittorie sono il biglietto da visita di una franchigia che sa come vincere. Di solito i Cardinals hanno dato il meglio quando non erano i favoriti, cosa che invece sono quest’anno, ma la presenza di giocatori simbolo quali Jhonny Peralta, Matt Carpenter, Mark Reynolds, Yadier Molina e Matt Holliday rendono i Cardinals una squadra di enorme esperienza in postseason e per questo motivo più temibile che mai.

SEMPLICEMENTE PLAYOFF

Dopo aver snocciolato i seguenti temi, resta comunque impossibile sapere chi vincerà. Non si tratta di una frase fatta, anzi è un fatto: negli ultimi anni quasi mai hanno vinto le squadre col record migliore, anzi l’anno scorso a trionfare sono stati i San Francisco Giants, squadra che era entrata ai Playoff tramite Wild Card e che quest’anno non ha raggiunto la postseason. Vincerà Houston, la squadra basata sulla sabermetrica, o Kansas City, la franchigia che più di qualunque altra ripudia questo sistema di analisi? Forse vincerà una tra Mets e Cubs, le “seconde squadre” delle rispettive città, una delle quali farebbe avverare la profezia di “Ritorno al Futuro”. Potrebbero vincere le elitarie come Cardinals, Dodgers e Texans ma anche l’eterna assente Toronto. L’unica cosa certa è che, chiunque vinca, le belle storie non mancheranno.

Dove è finita la moda del poker?

“..l’ambiente era pregno di fumo, fumo di sigarette fumate male, che denso e misto ai fumi di superalcolici stipati in fondo in fondo a qualche vecchio armadietto del papì, saliva tra la penombra che diffondono certe lampade dal tavolo di un salotto qualsiasi. Talvolta in cristallo, talvolta di legno antico, talvolta un banale tavolo da cucina, i tavoli settimanalmente si ritrovavano sempre gli stessi. Quella tipica nebbia da bisca volteggiava nel silenzio della seconda serata, per ripiombarci addosso e impregnare i nostri vestiti fino all’inverosimile. Per dare un po’ di carattere a quelle tovaglie di feltro poco pregiate che coprivano alla buona le briciole della cena. Mando all-in i resti, non ho niente in mano. Spero che ci caschino. Però adesso penso soltanto a sto caspita di fumo, mia madre domani odorandomi i vestiti mi farà due palle, come al solito..”

Si non è proprio l’inizio di Casino Royale, e io non sono proprio Ian Fleming, ma questa descrizione di una nottata qualsiasi di cinque anni fa era essenziale per ricordarmi e per ricordarci. Tutto è collegato, forse, dal fascino del poker alla moda che per un certo periodo ne è venuta fuori. Non è un caso infatti, se il rifacimento del film ispirato al sopra citato romanzo, già stato messo su pellicola con un altro nome, spiegò le vele verso il suo dissacrante successo anche grazie all’inserimento del Poker alla Texana come assurdo sostituto dello chamin de fer.Era il 2006 e in quel momento la moda del poker, quello che avevo sempre idealizzato come gioco d’azzardo per gentiluomini(e simpatici bari), era diventò tristemente uno “sport”.

Il poker sportivo per la precisione : un torneo disputato tra un numero di partecipanti che seduti ad uno o più tavoli, hanno la stessa posta, ossia l’ammontare del cambio in fiches di denaro prestabilito. E con che 2 carte in mano e 5 sul tavolo, esprimono le loro puntate in 4 riprese dopo aver coperto a turni un buio e un contro-buio. Niente teresine, niente cinque carte coperte in mano all’italiana. Niente più puntante milionarie per scoraggiare gli antagonisti difronte ai calcolati bluff da cinema, niente ferme e compiaciute affermazioni che pronunciano la parola: “servito”. Niente più fascino. Niente più romanticismo. Niente di niente. La moda portava via tutto questo e lo rispediva un remoto passato. Sulle emittenti televisive si moltiplicavano le trasmissioni condotte da presentatori con marcati accenti volutamente anglofoni che raccontavano i tornei di buffi “figuri” più degni della sceneggiatura del Grande Lebowski, che dei romanzi di spionaggio. Sempre li a mitizzare quelle giocate da KK, che con le carte di tutti in vista, sono tutti bravi. Ah loro.. i giocatori professionisti, quelli che poi pagati dagli sponsor delle piattaforme di scommesse hanno dato volto e fama al Poker on-line. La sublimazione del male, l’inflazione spasmodica della moda a caccia dei soldi di tutti. L’omologazione di massa del sesso maschile davanti ad uno schermo, li a giocare, sbeffeggiare, insultare e a loro volta farsi spennare da anonimi sconosciuti con nickname da chat-room anni 90.

Tutto questo era svariati anni fa, e chi prima chi dopo, ci sono passati tutti. Nelle case di amici di amici, dove a rotazione c’era quello che portava la scatola di fiches colorate e professionali acquistate per un barlume di protagonismo, e accompagnate da mazzi di carte dai semi enormi, appena sballate, che ispiravano gli ultimi arrivati. Poi tutto è svanito. La fine di una moda e l’invertirsi di una tendenza hanno lasciato che la bolla si sgonfiasse, e adesso con Ronaldo su PokerStars non vuole giocarci più nessuno. Perchè? Forse hanno perso tutti troppo? forse il fenomeno di massa era mal calcolato, sopravvalutato.La moda del poker è stata in gran parte rimpiazzata da un altro tipo di azzardo di massa,quello che si consuma nella Stanleybet, i nuovi circoli d’aggregazione dei ceti medi. Mentre i salottieri più affezionati, acquistando anni d’età si sono convertiti alla moda del Burraco. E quelli che giocavano seriamente a poker da anni hanno abbracciato l’anticonformismo, o si sono concessi anni sabbatici.
I portali che offrono la possibilità di giocare si sono moltiplicati come gremlins per un pubblico che semplicemente non c’è più. E noi un po’ ce lo immaginavamo. Insomma dove siete finiti giocatori di poker ? Provo a riconoscervi per le strade ma non vi vedo più, un tempo era più semplice. Un tempo eravate tutti giocatori di poker.

Alberto Burri. Quando dalla sofferenza nasce la magia.

Pochi artisti sono stati interpretati in maniera così discordante come Alberto Burri. E’ stato acclamato e criticato, ammirato e disprezzato, amato e spesso, ingiustamente, sottovalutato. Tutte queste divergenze da parte della critica artistica sviluppatesi nei circoli intellettuali dei salotti novecenteschi, sono state superate in seguito all’esplosione artistica di Burri negli anni cinquanta, in cui finalmente la critica ha realizzato che, indipendentemente dal pensiero estetico personale nei confronti di tale autore, l’emozione che suscita questo artista alla vista di una sua opera, è qualcosa di difficilmente spiegabile. Le emozioni suscitate dall’artista sono forti, violente, intense, tanto da lasciare per un attimo come attoniti. L’osservatore viene catturato dall’opera in una sorta di ipnotica contemplazione.

Per comprendere efficacemente le motivazioni interiori che hanno delineato lo stile artistico di Alberto Burri, è importante conoscere alcune vicende che hanno determinato il corso della sua vita. Laureato in Medicina e Chirurgia nel 1940, Alberto Burri si arruola giovanissimo come ufficiale medico nell’esercito italiano, in seguito allo scoppio del secondo conflitto mondiale. Durante tali anni, egli vive probabilmente l’esperienza che maggiormente segnerà la sua esistenza e che lo priverà della tranquillità e serenità sempre desiderata ma mai raggiunta.

L’incontro tra Alberto Burri e l’arte avviene in modo casuale. Durante i combattimenti in Africa, l’artista viene catturato in Tunisia dai soldati dell’esercito americano e deportato nel campo di prigionia di Hereford, Texas. Durante tale periodo, riceve in regalo una tela con dei colori, ed è così che l’artista da inizio al suo estro creativo. Quando viene rilasciato al termine della guerra, Burri decide di abbandonare definitivamente la professione medica, suo primo amore, per dedicare completamente la sua anima all’arte. Il successo arriva rapidamente. Nel 1947 Burri espone le prime opere astratte “Bianchi e Catrami”, nel 1955 è già un artista di fama internazionale, sviluppando in modo imprevedibile tutta la sua incredibile creatività, una creatività sempre dinamica, che andrà incontro a varie modifiche nel corso degli anni in un crescendo di intensità ed originalità. Ogni elemento aggiuntivo alle sue opere, è una nota di potenza e di anticonformismo. Tali caratteristiche porteranno la visione artistica di Burri a rappresentare un unicum nel panorama dell’arte del novecento.

Le opere emblematiche dello stile di Burri, ovvero le rappresentazioni corrispondenti al periodo di massima maturità di tale artista (seconda metà del novecento), sono composizioni ottenute mediante l’impiego della materia. Burri utilizza sacchi di tela, legno, materiali plastici bruciati dalla fiamma ossidrica, terra, ferro, che si intersecano e si mischiano al colore rosso del sangue. L’artista sceglie di utilizzare come sfondo, tinte violente come il rosso e il nero, talvolta ricorrendo all’uso dell’oro. E’ evidente che dalla sua esperienza di chirurgo, unita alla violenza della guerra, è scaturita la tendenza ad utilizzare materiali semplici con colori accesi e superfici demolite dal fuoco per rievocare i ricordi della sofferenza, della violenza, del sangue grondante dalle ferite di guerra, delle ustioni provocate dai colpi d’arma da fuoco. E’ dalla violenta sofferenza inflitta dai ricordi derivanti dalla guerra, che scaturisce l’esigenza dell’artista di rappresentare le stesse immagini che tormentano i suoi incubi. Rievocare e rivivere per superare. Da tale percorso di vita originano le tele di Burri. L’arte figlia della sofferenza e del dolore.

Molto importante per Burri è l’utilizzo della materia. I materiali scelti, sono materiali poveri (anticipando il movimento artistico dell’arte povera propiamente detta, sviluppatasi successivamente negli anni sessanta) rovinati dal tempo, scartati e abbandonati dall’umanità. A tali materiali, l’artista restituisce dignità, rendendoli portatori di un messaggio dolente. Le rappresentazioni di Burri sono “informali”, prive di significato figurativo. Non importa cosa l’opera rappresenti, importa ciò che suscita nell’osservatore. L’utilizzo sovente della linea perpendicolare, richiama il desiderio dell’artista di superare, andare oltre la visione superficiale della materia, per penetrare il vero significato delle cose. Burri non ha mai avuto maestri,è dal suo istinto che nasce uno stile artistico così particolare e suggestivo.

Abbandonare i contorni per rappresentare le dolorose sensazioni sotto forma di cruente lacerazioni. Disegnare sanguinose ferite fisiche, mai rimarginate, che richiamano le ben più profonde e dolorose ferite dell’animo umano. Creare un’opera d’arte che rappresenti emozioni pure ed impetuosamente rabbiose. Scavare a fondo nella sofferenza per carpirne l’essenza. Questo è Alberto Burri.

 

Giovanni Alfonso Chiariello