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Fortezza Europa

 

L’UE DA UNA PROSPETTIVA PESSIMISTICA

Dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea e dopo l’elezione di Donald Trump alla presidenza USA, i cittadini europei sono convinti di essere sotto assedio da parte di potenze esterne oscure e in buona misura imprevedibili. Ma tale convinzione è frutto di un’attenta analisi, o è piuttosto il ritorno ad una mentalità che ha caratterizzato la cultura europea fino dai suoi albori?

Il concetto di Europa come entità non solo geografica ma anche culturale, religiosa e sociale nasce nel corso del Medioevo, in un periodo in cui i regni sorti sulle rovine dell’Impero Romano lottavano incessantemente tra loro e contro un nemico esterno sempre nuovo (dai Goti agli Unni, e poi i Normanni, i Saraceni, gli Ungari, i Mongoli, i Turchi). Il modo di fare politica, la società, l’economia e la religione si erano sviluppati in questa atmosfera di conflitto latente, che si potrebbe definire come duplice: rivolto verso un avversario interno oppure esterno.
I fondamenti culturali europei si sono strutturati in un panorama politico dominato dal senso di perdita del passato grandioso dell’Impero Romano (che i soggetti politici successivi si sono affannati a riproporre), e dalla mentalità di chi si sente sotto assedio e diffida dei propri vicini.
Ed è in un simile panorama che, accanto ai nazionalismi, è nata l’aspirazione ad un’Europa unita, di volta in volta in senso religioso, politico, culturale o economico.

La concezione di dover sostenere un assedio costante contro un nemico esterno insieme ad una lotta per la stabilità interna è stata propria di tutti i regimi politici egemonici europei, dal sistema asburgico a quello bonapartista, dal regime bolscevico a quello nazifascista, senza contare i regimi nazionalisti europei, ognuno dei quali ha scorto nei propri vicini la più importante minaccia.
Questo sistema di sospetto reciproco e di paura di una grande invasione esterna ha continuato a dominare le relazioni diplomatiche europee anche nel corso delle prima parte della Guerra Fredda, prima che un soggetto sovranazionale come l’Unione Europea si proponesse come garante della pace e della stabilità economica europea. Ma se l’UE superava gli attriti tra stati dell’Europa Occidentale, il timore per un’invasione esterna era rafforzato ogni giorno dal confronto USA-URSS.

Non bisogna stupirsi, dunque, se i recenti avvenimenti politici hanno instillato una paura antica nei cittadini europei: la paura di un assedio.
Ad un primo sguardo, tale paura sembra giustificata: negli Stati Uniti l’amministrazione Trump guarda con aperta freddezza all’Unione Europea, mentre c’è chi vede delinearsi un improbabile asse diplomatico USA-UK-Russia.
La Russia sta riprendendo la propria linea diplomatica “classica”, proteggendo la propria sfera d’influenza nel Vicino Oriente, in Asia Centrale e, appunto, sui confini europei.
La Gran Bretagna, che per quasi sessant’anni ha svolto la funzione di ponte privilegiato tra gli USA e gli stati europei, ha scelto la via nazionalista, tirandosi fuori dal calvario economico dell’austerità.

Ma al di là di facili allarmismi, un’analisi più approfondita ci restituisce una narrazione diversa di questi avvenimenti.
La ritirata militare e diplomatica degli Stati Uniti va interpretata come tale, e non come una minaccia. Trump vuole levarsi d’impiccio dal pantano mediorientale, per reindirizzare le proprie risorse in un “fronte interno” che minaccia di sfuggirgli di mano.
Trump ha attaccato per settimane la NATO, ma il recente incontro tra il vice presidente Mike Pence ed Angela Merkel lasciano pensare ad una soluzione di compromesso, l’unica realisticamente attuabile, che vedrà un graduale aumento dei contributi militari da parte di alcuni paesi europei.
Anche il rapporto con Mosca non è segnato da una chiara apertura. Il 15 febbraio Trump ha dichiarato su Twitter che l’amministrazione Obama è stata troppo indulgente con la Russia in occasione dell’annessione della Crimea; il 24 ha annunciato un massiccio riarmi, contro un nemico ignoto, che è stato interpretato dalla Russia come una minaccia diretta. Nei prossimi mesi si potrà capire appieno lo sviluppo di questa dinamica.

Un discorso simile, almeno in parte, si può elaborare per il Regno Unito. L’economia della Gran Bretagna attraverserà con tutta probabilità un periodo di instabilità, per un motivo semplice: è molto difficile portare avanti una politica economica nazionalista su un tessuto socio-economico ormai post-industriale. Tutti gli sforzi della Gran Bretagna, nei prossimi anni, si concentreranno probabilmente nel cercare accordi vantaggiosi con l’Unione Europea e nel mitigare in qualche modo gli effetti deleteri di un’economia ormai quasi completamente finanziaria e virtuale. È impensabile che in un simile contesto la Gran Bretagna dimostri un dinamismo diplomatico che la porti al fianco della Russia.

Per quanto riguarda la Russia stessa, essa incarna probabilmente al meglio il nuovo nazionalismo che sembra propagarsi di nuovo in tutto il Mondo. Ma il consolidamento della Russia in senso nazionalista limita al contempo le sue aspirazioni “imperiali”. Quello russo è un nazionalismo dettato dalla necessità.  Il relativo isolamento economico, il costante calo demografico, la situazione pietosa di un tessuto sociale ormai lacerato da diseguaglianze e corruzione, relegheranno ancora a lungo la Russia al ruolo di potenza regionale. La Russia interverrà ancora militarmente in Est Europa, ma non tanto da poter minacciare effettivamente la stabilità dell’Europa Occidentale.

Nonostante il susseguirsi di mutamenti cruciali della politica internazionale, nonostante i propri problemi interni l’Unione Europea non deve temere un isolamento o un assedio peggiori di quelli che avrebbe subito nei vent’anni trascorsi. Ci aspettano anni in cui la geopolitica subirà mutamenti sostanziali. Ma questi mutamenti possono essere un’occasione per l’Europa, affinché si imponga come potenza regionale autonoma. Cercando di evitare l’eventualità, altrettanto probabile, di un trionfo dei nuovi nazionalismi.

Gli Usa di Trump e l’Europa sul fronte migrazioni: compagni di merende

Proprio così, compagni di merende. Precisiamo però in che termini. A scuola ci sono sempre stati a ricreazione i gruppetti che fluttuano per le scale e i corridoi, quelli che quando esci dalla classe​ sono talmente ben trapanati negli stessi posti a parlare delle stesse cose che tu, il vecchio e​caro lupo solitario sfigato, sei costretto ad attuare il vecchio e caro slalom per non incapparci dentro. È un percorso difficile quello. Quando​andavo a scuola io c’era una grande varietà di gruppetti che per quanto considerassi del tutto naturali mi hanno sempre fatto molto ridere. Sembravano tutti molto diversi, chi portava le Vans, chi le All Star, qualcuno quache celtica qua e là e qualcuno falce e martello​.

Rigorosamente o​gnuno si indignava per l’atteggiamento ​e le ostentazioni degli altri. Ci ho pensato a lungo a quale gruppo potessi appartenere, così per naturale curiositas adolescenziale, e sono giunto alla conclusione che tanto far parte di tutti sarebbe stata la cosa migliore ​in quanto nonostante si impacchettassero in vestiti e toni ​diversi, avessero colonizzato angolini dei corridoi ben distinti mangiavano tutti la stessa merenda. Cambiava la confezione, ma la sostanza era sempre la stessa.

​ In fondo dunque erano compagni di merenda.​

A partire da questa riflessione questo articolo vuole analizzare brevemente come strategie e direttive di immigrazione del governo Trump che indignano il mondo occidentale fatto di padri buoni famiglia strenui templari della democrazia e del solidarismo non siano molto lontano  da quelle europee. 

A cambiare è la confezione ma il principio di​sostanza è la stesso​.

Pensateci nella vita di tutti i giorni quanto sono diventate importante le confezioni, se impacchetti bene non è così importante cosa c’è dentro, qualcuno che compra comunque lo trovi. Ad ogni modo venderai a maggior prezzo un prodotto con una bella confezione piuttosto che un ottimo prodotto con una confezione scrausa.

Sta di fatto che noi cittadini dobbiamo smettere di abbuffarci tanto pe’ magnà.

​Altrimenti il r​ischio è​: essere intortati.

POLITICA DI TRUMP E LE VICENDE

Venerdì 27 gennaio Trump ha firmato il quattordicesimo ordine esecutivo della sua presidenza intitolato: Misure per proteggere gli Stati Uniti dall’ingresso di terroristi stranieri sul territorio nazionale. Il titolo già ci dice molto. È iniziata una nuova era.

Lo avevamo sospettato tutti che Trump fosse un fanfarone ciarlatano che aveva strumentalizzato il tema del terrorismo e della migrazione e invece no. Ha promesso e ha mantenuto.

Ma cosa prevede esattamente?

I punti salienti: Congelati per tre mesi gli arrivi da sette paesi a maggioranza islamica – Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen – e per quattro mesi il programma di relocation dei rifugiati (che poi ripartirà a quote annue dimezzate, passando da 110.000 posti a 50.000).

Bloccato totalmente e a tempo indeterminato l’ingresso dei profughi in fuga dalla Siria, definito come “dannoso” per gli interessi statunitensi.
Nel divieto di ingresso per i cittadini dei paesi interessati sono inclusi anche coloro in possesso di green card – e cioè con legittima residenza sul suolo statunitense – e i titolari di doppia cittadinanza (statunitensi esclusi, ovviamente). Restano possibili eccezioni sulla base di una valutazione caso per caso da parte della polizia di frontiera e aeroportuale. Questo che significa? Un aumento smisurato della discrezionalità della polizia di aeroportuale e di frontiera nella valutazione dei casi che non è definita attraverso dei criteri di trasparenza e onnicmprensivi.In aggiunta, viene sottolineata la gravità di una clausola sulla base della confessione religiosa. Banalissimamente una selezione severa dei rifugiati provenienti dagli stati islamici, i cristiani e altre minoranze religiose prima rispetto ai musulmani. Obiettivo: preservare l’Occidente.

Ecco perché è illegale

Come è stato fatto notare dai giudici federali che hanno bloccato l’ordine esecutivo sono due gli strumenti che ne contestano la legalità: la Costituzione, una legge del 1965 contro la discriminazione E LA Convenzione di Ginevra del 1951.

La violazione della Costituzione riguarderebbe la norma che garantisce l’eguaglianza nella protezione garantita dalla Costituzione. L’ordine esecutivo di Trump impone distinzioni basate sulla razza e il credo religioso.         ​

Una legge del 1965, precisamente The Immigration and Nationality Act che vieta la discriminazione contro immigrati basata sul paese di origine. La discriminazione in questo caso è aggravata dalla logica religiosa che dà priorità ai cristiani e ad altre minoranze religiose perseguitate.

Nella misura in cui il decreto è applicabile a un richiedente asilo, questo non pare assicurare il principio di due process (ovvero la valutazione dei singoli casi) proprio in virtù della forte discrezionalità che viene data alla polizia di frontiera né adempie all’obbligo di non refoulment, ovvero di non respingimento che vieta il respingimento forzato di individui provenienti da zone di conflitto, sancito​ dalla Convenzione di Ginevra.

​ECCO COME VIENE GIUSTIFICAT​O​

E’ una questione di sicurezza nazionale, di lotta al terrorismo. Questo a quanto pare l’ampia discrezionalità data alla polizia nella valutazione degli ingressi di stranieri negli USA compresi anche i possessori di Green Card.​

​Oltre alla precisazione che sono stati respinti numerosi immigrati non provenienti dalla lista dei paesi c.d. “pericolosi” la verità è ancora un passo più avanti, come spesso accade, rispetto alla politica in quanto nessuno degli attacchi terroristici avvenuti negli ultimi anni su suolo americano è stato commesso da cittadini dei sette stati sulla lista nera di Trump o tantomeno da rifugiati siriani.

​Un recente studio scientifico fatto da Cato Institute è stato dimostrato che delle persone (anzi, tutte) che hanno perpetrato attacchi terroristici sul suolo americano sono erano nati o residenti negli Stati Uniti.

​Lo stesso studio inoltre dimostra la mancata correlazione tra terrorismo e immigrazione. Infatti viene dimostrato chela probabilità che un cittadino statunitense perda la vita a causa di un atto di terrorismo commesso da un rifugiato è estremamente remota 1 su 3.6 miliardi.

IL SUMMIT DELL’UNIONE EUROPEA A MALTA 

​L’unione Europea che si preoccupa da tutti i lati, giustamente, di indignarsi a Trump all’ultimo Summit tenutosi a febbraio a Malta, La Valletta, a dimostrato di essere allineata su tutti i fronti alle politiche di Trump ma di confezionarli in pacchetti più carini.  Allo stesso modo infatti viene utilizzato l’approccio emergenziale securitario e viene chiaramente esplicitata l’intenzione di respingimento  dei migranti. Secondo al Dichiarazione di Malta firmata da tutti i partecipanti al Summit si possono evincere i punti chiave di azione:

​1. Contrasto immigrazione irregolare

  1. Contrasto alla traffico di esseri umani
  2. Lavorare con i paesi di di partenza come la Libia e altri paesi del Nord Africa e delll’Africa Subsahariana​

Per raggiungere questi obiettivi si è pensato di utilizzare uno strumenti prioritario, la cooperazione con la Libia.

Dunque cooperazione, training della guardia costiera per impedire alle imbarcazioni di partire, adeguare i centri di accoglienza a standard minimi, sensibilizzare i migranti circa i rischi che corrono e infine per assicurare alla Libia che non corre il rischio di essere il tampone dell’Europa è stato previsto anche di rendere più efficaci i controlli alle frontiere via terra libiche. Dunque di fatto abbiamo tre elementi che ci ricordano le poltiche di Trump: di fatto il respingimento con l’inasprimento dei controlli via mare e via terra e l’approccio emergenziale che è chiaramente frutto della volontà di salvaguardare la sicurezza nazionale.

Ci sono due punti da aggiungere a tutto questo: il primo è che viene apertamente vìolato il principio di non respingimento, in quanto più del 39% di migranti provenienti dalla Libia viene riconosciuta la protezione internazionale con l’aggravante che le condizioni disastrose libiche in termini di accoglienza di migranti, che prevedono prigioni, torture, violenze sessuali non rientrano negli standard minimi che lo possano definire come un paese terzo sicuro. Inoltre la Libia è uno dei paesi che non ha firmato la Convenzione di Ginevra sui diritti dei rifugiati. Date tutte queste premesse va da sè che respingere migranti in Libia ance con una cooperazione e training in atto ad oggi provocherebbe gravissime conseguenze per la vita di migliaia di persone.

Per rafforzare la collaborazione con la Libia a questa dichiarazione di intenti è stato firmati e ratificato un Memorand​u​m d’intesa tra l’Italia e il governo libico, o sarebbe più corretto dire uno dei governi libici, ovvero quello di Farraj per il rafforzamento della sicurezza delle frontiere. Chissà che ne pensano gli altri governi libici.

Il fatto che il Memorandum faccia uso della parola “clandestino”  come sinonimo di migrante irregolare che non propriamente non ha significato giuridico e che è stata, grazie al supporto ​dell’Associazione Carta di Roma, è stata cancellata dalla documentazione ufficiale italiana, la dice lunga sull’approccio che è stato utilizzato e purtroppo ance sulla competenza di chi lo ha concepito e stilato.

Lontano da retoriche populiste che non mi appartengono c’è ancora molto da fare in Europa e negli Stati Uniti per dare sostanza alla retorica dei diritti dei migranti.

La verità è che la campanella è suonata, la ricreazione è finita e ora sarebbe ora di guardare oltre i gruppetti e capire che siamo tutti nella stesa classe.

L’insediamento di Donald Trump, l’attesa è finita

L’insediamento di Trump, occasione in cui sarà a tutti gli effetti presidente degli Stati Uniti, è fissata per il giorno venerdì 20 gennaio 2017 a partire dalle ore 18:00 (ora italiana).

Il protocollo prevede che il presidente eletto e il suo vice Mike Pence effettuino un giuramento sui gradini di Capitol Building, il Campidoglio di Washington DC. Trump pronuncerà il giuramento con cui diventa ufficialmente il nuovo presidente USA intorno alle 12:00 ora locale di fronte al capo della Corte Suprema degli Stati Uniti, John Roberts.Le parole comprese nel discorso di giuramento e insediamento di Donald Trump saranno queste: “Io Donald J. Trump giuro solennemente che adempirò con lealtà il ruolo di Presidente degli Stati Uniti, e agirò al meglio delle mie capacità, preserverò, proteggerò e difenderò la Costituzione degli Stati Uniti, per questo aiutami oh Dio”. Pence pronuncerà un giuramento simile poco prima che inizi a parlare il magnate repubblicano. Dopo la cerimonia, Trump farà il suo discorso di insediamento, per il quale c’è ovviamente grandissima attesa. La famiglia Trump parteciperà poi ad un pranzo al Congresso, seguito dalla tradizionale sfilata inaugurale da Capitol Hill alla Casa Bianca, nella quale risiederanno fino a termine del mandato.

 

Il lutto dei progressisti

I progressisti dem di tutto il mondo e quindi non solo Usa stanno portando avanti una battaglia mediatica senza quartiere nei confronti del neoeletto Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Quasi ogni giorno, tutte le maggiori testate occidentali hanno polemizzato qualche sua dichiarazione, dalla mancata partecipazione della gran parte degli artisti mainstream (legati al partito democratico) alle parole di Meryl Streep che hanno monopolizzato l’ultima edizione dei Golden Globe, levando l’attenzione dalla cerimonia di consegna delle statuette più prestigiose per il cinema dopo gli Oscar. Ci si chiede quanto e come si indignasse la Streep quando Obama utilizzò dieci volte più attacchi di George W. Bush con i droni, quando aiutò l’Arabia Saudita a bombardare funerali e feste di matrimonio in Yemen e soprattutto dov’era quando Obama facilitava l’ascesa dello Stato Islamico, favorendo gli attacchi terroristici in Europa e nel resto del mondo.

Anche le Femen, notoriamente sponsorizzate dal nemico numero uno di Trump, Soros, vanno ad allungare la lista degli haters, come racconta Elena Barlozzari su il Giornale.

Sono previste manifestazioni contro Trump in occasione della cerimonia tanto che circa cinquanta deputati del partito democratico boicotteranno l’evento.

meryl streep

Sviluppi politici

Mentre i media si preoccupano degli stilisti che non vogliono vestire Melania, la nuova firstlady, Trump sconvolge equilibri decennali dei rapporti Usa con il resto del mondo. Mantenendo di fatto le promesse fatte in campagna elettorale continua la linea dura sul protezionismo nei confronti della Cina, per poi ribadire la sua fiducia personale nei confronti del leader russo Vladimir Putin e della Nato dice che si tratta di: un’istituzione obsoleta, una reliquia del passato. Le relazioni con la Gran Bretagna del Brexit, sono una priorità e allo stesso tempo invita gli europei a  «rispettare il senso d’identità dei popoli» ed esprime il suo «grande rispetto» per Angela Merkel, ma afferma che l’Ue è diventata «il veicolo degli interessi della Germania».

Donald Trump è il nuovo trascinatore mondiale dei movimenti populisti o almeno sembra esserlo, fino ad ora ha avuto la possibilità di fare tante chiacchiere, ma non di produrre fatti. Ed è questo che il mondo si aspetta di vedere: quali saranno le prime azioni politiche nazionali ed internazionali del presidente più contestato della storia degli Stati Uniti d’America.

 

 

Soros contro Trump, c’è il magnate dietro le proteste dei democratici

A Soros e ai suoi compagni di merende, i magnati della finanza, non va giù l’elezione di Trump, non riescono ad accettarla. Dalle rivoluzioni “colorate” nei paesi dell’ex Patto di Varsavia alle proteste anti Trump, questo è il modo di operare di George Soros, pagare i manifestanti per influenzare l’opinione pubblica. Un esercito di pullman noleggiati per spostare i manifestanti/attori pagati dai 15 ai 20 dollari l’ora per gridare «Not my President» contro Trump, panini e bibite gratis.

Lo  dimostra il fatto che dietro ai manifestanti si trovano le associazioni UsAction e MoveOn, entrambe sovvenzionate e finanziate fortemente da George Soros. MoveOn si propone di “portare la gente comune nella politica” e ora si dichiara contro l’elezione di Donald Trump, UsAction invece rappresenta una rete di 501 associazioni e gruppi distribuiti su tutti gli Stati Uniti.

Inoltre al Mandarin Oriental Hotel di Washington, si è svolto un “seminario” a porte chiuse, fra i partecipanti la Democracy Alliance, un club iper esclusivo il cui tesseramento costa 30 mila euro l’anno e richiede un minimo di donazioni di altri 20 mila euro. Si batte, come da statuto, per “una democrazia onesta, un’economia inclusiva e un futuro sostenibile” La sua presidente Gara Lamarche, oggi fa mea culpa: «non si perde un’elezione che si doveva vincere e con così tanto in gioco senza commettere errori pesanti nella strategia e nella tattica». Al Mandarin Oriental Hotel hanno partecipato anche Nancy Pelosi (ex presidente della Camera dei Rappresentanti) e la senatrice Elisabeth Warren, oltre ai capi dei sindacati e dei gruppi di pressione liberali.

Ordine del giorno? Organizzare la resistenza anti-Trump. La notizia è stata riportata da Politico.

Per chi ancora non ha capito di chi si parla, George Soros è uno squalo della finanza globale. Uno che si è arricchito speculando su titoli di industrie e scommettendo sul fallimento degli Stati. Tutto in modo assolutamente legale, in un mondo che permette alla finanza e a chi ci opera di fare qualsiasi cosa. George Soros non è nuovo nell’architettare proteste, attraverso le sue fondazioni ha promosso le rivoluzioni che poi hanno consentito ad Obama di compiere le invasioni e le carneficine nei Paesi in cui negli ultimi anni si è “esportata la democrazia”.

Con Donald Trump questo giochino dell’interventismo imperialista sembra essere finito, e George Soros non ci vuole stare.

Come dice Pietrangelo Buttafuoco: “i liberal non sono più dalla parte del torto, ma dei privilegi. La sinistra, adesso, è il potere. L’anti-potere è il popolo. E di chi se lo prende.”

La migliore offerta di Donald, collezionista d’Architettura

Sotto la Trump Tower, sulla Fifth Avenue, nel centro di New York, si sono affollati negli scorsi giorni, in attesa degli esiti delle elezioni, i sostenitori e i contestatori di Donald Trump, i primi, con la speranza di acclamarlo, i secondi, con intenzioni un po’ meno amichevoli.

La fortuna – quella economica, almeno, quella politica è altra faccenda – di Donald Trump è legata alla sua carriera immobiliare, cominciata sin da giovanissimo presso l’azienda che il padre e la nonna avevano creato per affittare alloggi a New York, nei quartieri di Brooklyn, Queens e Staten Island. Malgrado qualche intoppo legale, legato alle accuse di non concedere in affitto appartamenti e case ad inquilini di colore, violando così il Fair Housing Act e la partecipazione dilettantistica a qualche serie televisiva, Donald gestisce dal 1971 la Trump Organization, oggi di proprietà della famiglia, che include nel “Trump Real Estate Portfolio” proprietà di vario tipo: ‘Trump Golf’, ‘Trump Hotels’, ‘Trump International Realty’, ‘Corporate’ e ‘Trump Winery’.

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Donald Trump with Alfred Eisenpreis, Renovation project of Commodore Hotel, New York.

Fra le proprietà passate per le mani di Donald, ci sono alcuni degli edifici più rilevati della storia Americana: è il 1980, quando Donald si fa notare incaricando lo studio Gruzen Samton della modernizzazione dell’allora ‘Commodore Hotel’, oggi Grand Hyatt a New York. L’intervento è radicale e prevede che i solai dei primi piani vengano eliminati, l’involucro in muratura dei 26 piani rivestito con vetri riflettenti e che l’unica parte che rimanga inalterata sia il foyer, con i suoi stucchi e le sue colonne neoclassiche.

Ma a New York, anche L’Empire State Building, l’edificio completato nel 1931 da Shreve, Lamb & Harmon che appare nella locandina di King Kong, il Plaza Hotel, dove Fitzgerald ambienta alcune delle scene del Grande Gatsby ed i 50 piani della Torre della General Motors sono passati per le mani del ricco Trump. Insomma, il patrimonio del nuovo presidente degli Stati Uniti annovera nella sua collezione passata e presente pezzi rari e preziosi, contemporanei e non, alcuni dei quali realizzati su misura dai più importanti architetti viventi.

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Trump Tower, New York

La Trump Tower di New York si trova sull’ambitissima Fifth Avenue, di fianco allo storico negozio di Tiffany&Co, quello del romanzo di ‘Colazione da Tiffany’ di Truman Capote. Disegnata da Der Scutt e Swanke Hayden & Connell Architects, coloro che nel 1986 si sono occupati del Restauro della Statua della Libertà, svetta in quell’area dove un tempo sorgevano i negozi principali di Bonwit Teller, demoliti nel 1979, quando Donald acquistò l’area con l’intenzione di costruire il primo edificio «first super-luxury high rise». Grazie al ricorso ad alcuni stratagemmi, Trump riuscì a completare in quattro anni quello che nel 1983 era l’edificio più alto di New York, con ben 58 piani ufficiali – anche se lui preferisce dichiararne 68 – di cui numerosi riservati agli uffici e agli appartamenti del neo Presidente. La facciata è stata disegnata per ottimizzare l’illuminazione degli ambienti all’interno dell’edificio che, nel 2011, hanno ospitato anche i quartieri generali di Batman, le Wayne Enterprises, nelle riprese de ‘Il ritorno del Cavaliere Oscuro’ di Christopher Nolan.

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Trump Tower, New York, Wayne Enterprises, Batman
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Trump International Hotel and Tower, Chicago, SOM

A New Work, oltre alla Trump International Hotel and Tower (1970), alla Trump Tower (1983), all’ AXA Equitable Center (1985), alla Trump World Tower (1999-2001), il settimo grattacielo più alto di New York (262 metri) riconoscibile per l’inconfondibile rivestimento in vetro scuro, Donald Trump possiede anche il 40 Wall Street, conosciuto anche come The Trump Building, completato nel 1930 per ospitare gli spazi della Bank of Manhattan Trust Building e soggetto dell’infelice dichiarazione nel Settembre 2011, dopo l’attacco alle Twin Towers «40 Wall Street […] actually was the second-tallest building in downtown Manhattan, and it was actually, before the World Trade Center, was the tallest-and then, when they built the World Trade Center, it became known as the second-tallest. And now it’s the tallest».

Anche a Chicago, Donald Trump è determinato a lasciare il segno: nel 2005, per costruire la Trump International Hotel and Tower chiama all’appello tre fra i più importanti Studi di architettura Americani: Lohan Associates, Kohn Pedersen Fox Associates, e Skidmore, Owings e Merrill (SOM). L’incarico verrà affidato infine ad Adrian Smith, dello Studio SOM, specializzato nella progettazione e realizzazione di edifici ‘supertall’, fra cui anche il più alto al modo, il Burji Khalifa, che propone l’interpretazione di uno dei più alti edifici residenziali del Nord America come un segno inconfondibile nello Skyline di Chicago.

Nel 2006, ben prima che Donald Trump venisse eletto neo Presidente degli Stati Uniti d’America, «in Architettura e Potere, Come i ricchi e i potenti hanno dato forma al mondo», Deyan Sudjic sostiene «L’architettura ha a che fare con il potere […] costruire si presta a esprimere la capacità, la risolutezza e la determinatezza del potere. In primo luogo, l’architettura racconta la storia di coloro che l’hanno creata. I leader politici la utilizzano per sedurre, impressionare e intimidire».
Donald Trump sembra averlo compreso perfettamente.

Elisa Russo

 

Bibliografia essenziale

  1. “Trump Tower New York | History Of Trump Tower NYC”. trumptowerny.com. Trump Tower. Retrieved 2016-08-11.
  2. http://www.huffingtonpost.com/entry/trump-9-11-bragged-towers_us_57d58b91e4b03d2d459aee98
  3. A. Smith, The Architecture of Adrian Smith, SOM, Toward a Sustainable Future, Images Publishing, 2007
  4. D. Sudjic, The Edifice Complex: How the Rich and Powerful Shape the World. Penguin. 2006

Geopolitica di Donald Trump

La vittoria di Donald Trump all’elezioni presidenziali ridisegnerà l’attuale dottrina estera e la geopolitica della superpotenza per eccellenza. Lontani dai propositi di scontro frontale con la Russia, sono molti gli ambiti in cui la presenza o assenza statunitense si farà più rilevante. Resta l’incognita delle azioni che verranno messe in campo dal magnate. Certamente, con Hillary Clinton avremmo assistito a un nuovo interventismo nel medioriente.

STOP ALL’EXPORT DELLA DEMOCRAZIA – Nel corso della campagna elettorale Donald Trump ha spesso imputato all’amministrazione uscente il caos geopolitico vigente in Medio Oriente e nell’Europa orientale. Il sostegno alle Primavere Arabe, la piena aderenza al programma delle Monarchie del Golfo e l’Ucraina, hanno fatto dimenticare Spykeman alla superpotenza per eccellenza. Fedele al suo modello di business è probabile che utilizzando la real politik di kissingeriana memoria l’amministrazione Trump abbandoni la fallimentare linea di ‘esportazione della democrazia’.

UNIONE EUROPEA – Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e quello della Commissione Jean Claude Juncker si sono congratulati con Donald Trump in una lettera congiunta. “Oggi – hanno scritto – è più importante che mai rafforzare le relazioni transatlantiche. Non dovremmo risparmiare alcuno sforzo per assicurare che i legami tra noi restino forti e duraturi”. Nella missiva, Tusk e Juncker hanno anche invitato Trump a visitare l’Europa per un summit Ue-Usa appena possibile. Per la classe dirigente dell’Unione Europea è quanto mai necessario ristabilire contatti che pongano l’ente sovranazionale capace di dialogare alla pari con gli Stati Uniti d’America. Come dimostrato dai leaks sul TTIP, rilasciati e diffusi da Greenpeace Olanda, in oltre venti capitoli di negoziato gli europei si sentivano non pari nelle trattative. Nonostante lo slogan per il “protezionismo”, l’indole americana al business, fa intendere che non sarà il TTIP a esser sacrificato. Questo anche nell’ottica di maggiori benefici per gli USA che potrebbero derivare dalla sua concretizzazione. Quanto ai rapporti con la Russia dell’Unione Europea molto probabilmente sarà l’Unione ad aver pagato alla fine dei giochi il prezzo più alto. Ciò alla luce delle sanzioni che ad oggi hanno semplicemente frenato l’economia interna e non le bellicosità nei territori orientali dell’Ucraina al confine russo. Certo è che l’arroganza del giorno dopo dimostra dal socialista Schultz non è un buon inizio per le relazioni future. Quel che manca ad ora nell’Unione Europea è un interlocutore con Trump.

RUSSIA – Henry Kissinger nel suo ultimo saggio “World Order” ha criticato aspramente la volontà statunitense di inserirsi oltre la propria area d’influenza, ponendosi con Obama – Clinton al confine tra Russia e Ucraina. La partita ucraina è al centro degli interessi internazionali e come tutte le cosiddette Rivoluzioni Arancioni dovrà necessariamente far i conti con la volontà del tycoon americano di ristabilire dei buoni rapporti con Mosca, anche se in molti scommettono sulla rilevanza che potrebbero ancora assumere le lobbies impegnatesi nella partita. In campagna elettorale più volte Trump ha affermato la volontà di riconoscere l’indipendenza della Crimea e il suo conseguente ingresso nella Federazione Russa.

Ciò non deve far pensare che tra Russia e Stati Uniti d’America si trovi un’intese funzionale, ma certamente si assisterà a una distensione dei rapporti diplomatici e, soprattutto, militari. Nelle mail della Clinton appariva quanto mai chiara l’intenzione di creare una no-fly zone sulla Siria e la massima convergenza con le Monarchie del Golfo. E’ infatti sul fronte della guerra tra Sciiti e Sunniti che si sono registrate le altre tensioni con la Russia, che hanno visto Siria e Yemen interessate da guerre per procura. Guerre per procura che con la nuova amministrazione potrebbero cessare. Potrebbe aprirsi anche un dialogo, ma un’Italia di inizio anni duemila non appare all’orizzonte.

CINA – Nel corso della campagna elettorale Trump ha affermato di voler “Tassare l’export di Pechino fino al 45% e riportare in America i posti di lavoro rubati”. Nonostante ciò, la possibile svolta a sostegno dei lavoratoti americani non andrà mia a imporsi sui rapporti con la Cina e molto probabilmente il rialzo dei dazi sarà, se mai realizzato, imposto a una percentuale ideologica. Xi Jinping, si è congratulato subito con Trump: ricordandogli però la necessità “del rispetto reciproco” e della “collaborazione vantaggiosa per entrambi”. Questo a difesa dell’interesse cinese, che nel ritorno alla produzione negli Stati Uniti d’America, specie nei Key State dove a sorpresa ha vinto il GOP, vede un pericolo da scongiurare. Anche se annoto che come insegnato agli europei dal barone Rothschild chi detiene il denaro, detiene il potere. E la Cina è la prima creditrice dell’immenso debito pubblico a stelle e strisce.

ISRAELE – I rapporti tra Israele e Stati Uniti non sono mai stati così lontani che sotto la Presidenza Obama. L’ex Presidente ha ottenuto nell’accordo sul nucleare iraniano la sua più grande vittoria e, forse, il più grande lascito internazionale assieme a Cuba. Questo, insieme al caos generato dalle Primavere Arabe ha raffreddato i rapporti con Tel – Aviv. In queste ore Israele ha accolto con soddisfazione l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Benyamin Netanyahu ha espresso soddisfazione per il risultato del voto. Trump “è un amico sincero dello stato di Israele. Agiremo insieme per portare avanti la sicurezza, la stabilità e la pace nella nostra regione”, ha detto il premier israeliano. “Il forte legame tra Usa e Israele si basa su valori, interessi e destino comuni. Sono sicuro che Trump ed io – ha concluso – continueremo a rafforzare l’alleanza speciale tra i due Paesi e la eleveremo a nuove vette”. Frasi che non erano mai state pronunciate con la precedente amministrazione. Infatti, la precedente amministrazione nel caos siriano aveva visto rinsaldarsi i rapporti tra Israele e Russia, che nell’ottica di evitare problemi militari, si sono scambiate i codici di riconoscimento nello spazio aereo di Damasco. Infine, l’amicizia tra Trump e Israele è stata confermata uno dei suoi più stretti consiglieri Jason Greenblatt, il quale ha riferito alla Radio militare israeliana che il presidente eletto ” non vede negli insediamenti un ostacolo alla pace”. “Non appartiene certamente alla visione di Trump – ha spiegato – la condanna dell’attività di insediamenti” da parte israeliana.

TURCHIA – Il fallito golpe di luglio ha lasciato un segno indelebile nei rapporti tra la nazione leader della NATO e il secondo contingente della stessa alleanza militare. Appare quasi certo che, visto l’utilizzo di parte dell’esercito da parte dei golpisti, il Dipartimento di Stato americano fosse a conoscenza dei movimenti che stavano interessando la Turchia. Infatti, da quel giorno rapporti amichevoli incessanti hanno visto una pesante battuta d’arresto. Tale battuta d’arresto, non solo ha rinforzato Erdogan, ma oltre ad aver avvicinato Ankara a Mosca, è giunta dopo la ritrovata sintonia con Israele. La notte del fallito golpe, arrestato anche dagli ultras e soprattutto dalle opposizioni, è rimasta indelebilmente nelle mente che ora vuole vendetta di Erdogan. Il presidente turco al neo eletto Trump ha subito detto che: “Se ci consegna Fetullah Gulen, apriremo una nuova pagina delle relazioni tra i nostri due Paesi”. Un avvertimento o speranza a cui al momento nessuno sa dar risposta, se non nel futuro lo stesso Trump.

GRAN BRETAGNA – La Gran Bretagna di Theresa May si è subito accreditata presso Trump. Lo ha fatto forte della Brexit, su cui media e Obama avevano sbagliato previsioni. Lo ha fatto anche nella speranza di ritrovare e risaldare l’eterna alleanza che potrebbe fare fa sponda alle difficoltà trovate dal Regno Unito dopo l’inizio del periodo Brexit in attesa delle procedure di uscita dall’Unione Europea. Con gli Stati Uniti, infatti, la Gran Bretagna condivide da sempre una visione geopolitica specifica e il prossimo disimpegno potrebbe spostare il tipo di approccio americano dall’innercircle ai mari su impostazione prettamente mackinderiana. Ciò favorirebbe anche il ruolo di Londra, che forte del suo Commonwealth auspica il fallimento del TTIP nella speranza di creare il proprio spazio economico privilegiato con Washington.

SUD AMERICA – In molti si stanno chiedendo come si comporterà Trump nei confronti dell’America Latina. Probabilmente come ogni Repubblicano. L’eredità fortunata l e importante di Obama ha notevolmente agevolato il prossimo lavoro del successore, soprattutto dopo la cacciata del blocco sociale dal potere in Brasile e la ritrovata sintonia con Cuba. Restano aperte le questioni Venezuela e Ecuador, paesi chiave dell’America Latina dove nei prossimi mesi sicuramente si assisterà a uno stravolgimento dell’attuale assetto.

ITALIA – La campagna elettorale di una superpotenza dovrebbe esser vissuta e vista con l’occhio dell’osservatore e se in un ruolo di governo l’equidistanza dovrebbe esser la stella Polare. Ciò, non è stata prassi nell’attuale modus operandi del Governo Renzi. Convinti della vittoria della democratica Clinton, cosa non fatta da nessuna compagine governativa, l’Italia si è spesa in maniera ufficiale per la campagna della ex Segretario di Stato. La vittoria di Trump, quanto mai inaspettata, però difficilmente cambierà i rapporti rispetto al passato. Sicuramente è da ridefinirsi il rapporto sulla sicurezza cybernetica, vista la disapprovazione della nomina di Carrai alla speciale Agenzia di Sicurezza Dis (l’organismo di coordinamento dei Servizi segreti) per Palazzo Chigi, preposta ai dati cibernetici, da parte statunitense.

 

Quella di Trump in ottica italiana è però un’occasione sprecata. Infatti, alla luce di un possibile disgelo con Mosca, l’Italia sarebbe potuta essere l’interlocutrice principale, rendendosi nuovamente leader e protagonista mondiale. Non lo ha fatto, perchè la nostra politica estera è condizionata ormai più da Beppe Severgnini che dagli insegnamenti di Enrico Mattei. Pratica di Mare nel 2002 sembra esser solo un lontano ricordo. Ora, se si avesse avuta sensibilità e visione, oggi, Roma poteva essere nuovamente protagonista. Con risvolti e forza da far pesare sull’intera Unione Europea. Non lo ha fatto, poichè non ha più una propria visione geopolitica e questo si riflette anche su sul ruolo di gregario in Europa. Europa che avrebbe un disperato bisogno d’Italia, soprattutto ora che l’America vuol pensare a sé stessa. Ai propri figli e solamente in seconda battuta , alla vecchia mamma.

 

Stati Uniti d’America: cronaca di un paese perennemente in guerra con qualcosa

Come per la maggior parte delle nazioni o degli imperi del mondo, la storia di questo grande paese, gli Stati Uniti d’America, è iniziata con una guerra. Era il 1775 e i coloni britannici che abitavano questo sconfinato e sconosciuto continente – i diretti discendenti dei primi padri pellegrini giunti sulla ‘May Flower‘ – accendevano la miccia che li avrebbe portati a combattere la prima guerra d’indipendenza contro quella madre patria, l’Inghilterra, che non intendeva concedere alcuna rappresentanza alle 13 colonie nordamericane. I padri fondatori, come George Washington e Jefferson, e i loro più astuti generali, come Gates e Knox, s’immolavano nelle battaglie di Lexington e Saratoga, di Princeton e Yorktown; sconfiggendo gli inglesi essi dichiarano la propria indipendenza divenendo una nazione riconosciuta nel 1783.

I primi dieci anni di questo paese, che si era formalmente dichiarato indipendente già dal 4 luglio 1776, avevano già assistito a 8 anni di guerra sul proprio suolo. ‘L’albero della libertà deve essere ogni tanto bagnato col sangue dei compatrioti ‘ asseriva fermamente Thomas Jefferson, e di qui la libertà venne, ma senza trovare mai pace. Tra conflitti mondiali e interventi internazionali, espansioni territoriali e guerre di secessione, tra ‘guerra fredda’ e semi fredda, occupazioni e operazioni ‘black ops‘ clandestine – che sotto l’occulto controllo della CIA hanno segretamente sovvertito i governi di mezzo pianeta – gli Stati Uniti d’America sono stati in guerra per un buon 90% del tempo che hanno trascorso dalla loro creazione: approssimativamente 210 anni di conflitti in 240 anni di esistenza. Con soli 21 anni trascorsi in pace, a meno che notizie desecretate in futuro non rivelino ulteriori operazioni sottocopertura mosse dalla CIA negli anni indicati, gli USA sono sempre intervenuti militarmente per i loro interessi o in nome dei presunti interessi dei propri alleati.

07_0978_art066_03-storming-a-redoubt-600x411Per tutta la durata della Guerra d’Indipendenza i coloni rimasero in guerra con le tribù indiane dei Cherokee e degli Oconee, e queste prime due guerre indiane si protrassero con le conseguenze che potere immaginare fino al 1794/95. Pressapoco nello stesso lasso di tempo, lungo lo Susquehanna River, si consumavano le tre Pennamite–Yankee War (1769-1799): anche se in questo singolare caso si contarono solo 3 morti. Tra il 1796 e il 1800 non si verificò nessuno scontro armato degno di nota, ma l’anno seguente ebbe inizio la Prima Guerra Barbary – primo conflitto combattuto dagli Stati Uniti al di fuori dei propri confini – che si protrasse fino al 1805. A causa della guerra di corsa gli yankees muoveranno diverse guerre antipirateria nel corso di tutto il XIX secolo (1816-1821). Nel 1806 Sabine Expedition portò una milizia americana nel Texas spagnolo e in quella che diventerà la Luisiana. Tra il 1807 – 1809 non si verificò nuovamente nessun conflitto degno di nota finché nel 1810 gli Stati Uniti non mossero l’occupazione militare della West Florida spagnola. Tra il 1811 e il 1813 si consumò la Guerra di Tecumseh combattuta contro la tribù indiana Shawnee. Nel 1814 ebbe inizio la Creek War. Nello stesso periodo veniva occupata militarmente l’East Florida e si espandeva ulteriormente ulteriormente il dominio americano nella West Florida. Nel 1816 scoppia la guerra con la tribù indiana dei Seminole, originari della Florida. La guerra indiana con i Seminole sarà il conflitto più lungo insieme alla guerra del Vietnam nella storia degli Stati Uniti. Una serie di spedizioni militari atte ad espandere il territorio degli Stati Uniti viene registrata tra gli anni 20′ e 25′, come ad esempio la Spedizione di Yellowstone. Nel 1823 scoppia la guerra con gli indiani Arikara, originari del South Dakota. Nel 1826 non si registra nessun conflitto armato degno di nota come di nuovo tra il 1828 e il 1830. Nel 1827 scoppia la guerra indiana di Winnebago, nel 1831 le guerre indiane Sac e Fox e nel 1832 quella con Falco Nero. Nel 1833 riprende la guerra indiana con la famigerata tribù Cherokee che, come quella con Seminole, si protrae fino al 1840. Lo stesso anno la US NAVY invade le Isole Figi, nel ’41 le Isole McKean, Gilbert e Samoa. Nel 1843 le forze americane si scontrano di nuovo al di fuori del loro continente, questa volta con la Cina. Tra il 1844 e il 1846 si consumano le guerre indiane del Texas e contemporaneamente, a causa dell’espansione nel territorio di dominio messicano, scoppia un’ulteriore guerra tra Messico e USA: terminerà nel 1848 (già nel 1835 la guerra d’indipendenza dello Stato del Texas aveva reso leggendaria la famosa Battaglia di Alamo contro il potente esercito di Antonio López de Santa Anna). Per tutta la seconda metà del XIX secolo l’esercito regolare americano darà seguito nella sua espansione a alle sanguinose guerre indiane con tutte le tribù che non si sottometteranno immediatamente alle necessità occidentali: Cayuse, Comanche, Navajo, Sioux e i celebri Apache saranno i loro avversari (nel 1876 l’emblematica figura del generale George Armstrong Custer perirà sotto le frecce di Sioux di Toro Seduto con il suo 7° cavalleggeri). Nel 1861 scoppiava la Guerra di Secessione, la più sanguinosa guerra, non che l’ultima di ingenti dimensioni, combattuta sul suolo americano tra gli l’Unione e i secessionisti Stati Confederati del Sud intesi a staccarsi dagli Stati Uniti d’America per interessi di carattere economico che le decisioni politiche sulle sorti della schiavitù (dunque le sue ripercussioni sul mercato del cotone) avrebbero danneggiato enormemente; terminerà del 1865 con la vittoria del Nord. Nel 1867 le truppe statunitensi occupano il Nicaragua e attaccano Taiwan. Per tutta la durata degli anni ’80 del medesimo secolo un’invasione progressiva del Messico da parte dell’esercito USA provoca un graduale allargamento dei propri confini nell’area. Nel 1988 l’esercito si cimenta in una dimostrazione di forza contro Haiti, nel 1890 inizia la Ghost Dance War con la tribù indiana Sioux, nel 1892 ha luogo la Johnson County War e tra il 1894 e il 1896 le forze statunitensi invadono nuovamente il Messico. Nel 1897 non viene registrata nessuna attività belligerante, ma l’anno seguente ha inizio delle Guerre delle Banane: un conflitto ispano-americana (incentrato su interessi economici produzione di banane, tabacco, zucchero di canna) che si protrarrà fino al 1934 e comprenderà una serie di operazioni ed occupazioni militari a Panama, in Honduras, Nicaragua, Messico, Haiti e Repubblica Dominicana. Nell’ultimo anno del XIX secolo ha inizio la Guerra Filippino-Americana che terminerà nel 1913.

In seguito al celebre affondamento del piroscafo Lusitania, causato dalla guerra sottomarina ‘senza quartiere’ alla quale aveva dato vita la Germania durante la Prima Guerra Mondiale, il 6 aprile 1917 gli USA dichiarano guerra alla Germania imperiale entrando in guerra a fianco dell’Intesa (Gran Bretagna, Francia, Italia) e cambiando le sorti del conflitto in suo favore. Lo stesso anno gli USA iniziano formalmente la loro guerra al Comunismo inviando sul campo della Guerra civile russa un contingente di 5.000 per fiancheggiare i bolscevichi bianchi. Se l’obiettivo formalmente dichiarato era quello di supportare la Legione Cecoslovacca rimasta immischiata negli scontri tra i ‘rossi’ e i bianchi’, la vera essenza della missione era quella di impedire che il bolscevismo di espandesse in tutta la Russia; ma come sappiamo lo sforzo internazionale nulla poté contro l’Armata Rossa.

Tra il 1935 e il 1940, durante la Grande Depressione e l’Isolazionismo voluto dal presidente più amato della storia degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosevelt, non si registra per ovvi motivi nessun tipo di conflitto anche se: le forti tensioni internazionali, la vendita di armi a favore dei vecchi alleati già impegnati in Europa in un nuovo conflitto e l’embargo di un vicino in piena espansione come il Giappone portavano tutte le promesse per un nuovo coinvolgimento su larga scala. Quando il 7 dicembre 1941 gli aerei giapponesi attaccarono a sorpresa (…) Pearl Harbour distruggendo gran parte della flotta USA ancora alla fonda nel Pacifico, la dichiarazione di guerra ai paesi dell’Asse (Germania, Giappone, Italia) fu immediata; come disse l’ammiraglio Yamamoto “Il Gigante si era svegliato“. Come avvenne per il primo conflitto mondiale, l’entrata in guerra dell’America ribaltò completamente le sorti del secondo. Impegnati sui fronti del Nord Africa, dell’Asia e dell’Europa, i milioni di uomini uniti all’inesauribile potenza industriale degli Stati Uniti si impressero una volta per tutti come potenza globale suprema. La vittoria del conflitto nel 1945 – che verrà sancita dall’impiego della bomba atomica – porterà il mondo ad essere diviso da quella ‘cortina di ferro’ tra il modello capitalista della Nazioni Unite, e il modello comunista della’URSS, dando vita alla contrapposizione bipolare che il giornalista americano Walter Lippmann battezzerà come una Guerra Fredda.

La ‘Guerra Fredda’ però sarà combattuta realmente per quasi 40 anni, frammentata in decine di crisi e scontri, più o meno noti, dove gli USA condurranno sempre i giochi; a volte alla luce del sole, come nell’intervento nella Guerra di Corea, a volte nell’ombra attraverso centinaio di missioni sotto copertura codificate come ‘Black Ops‘.

Nel 1946 gli Stati Uniti occupano militarmente le Filippine e la Corea del Sud, nel 1947 sbarcano un contingente in Grecia: per sedare la guerra civile e aiutare la reggenza britannica a scongiurare il rischio che una vittoria comunista facesse guadagnare un paese satellite all’URSS. Nel biennio 48/49 non è stata rivelata nessuna operazione militare offensiva. Nel 1950, in seguito all’invasione dalla truppe comuniste di Pyongyang della Corea del Sud, il presidente Truman – l’unico presidente della storia ad aver dato il via libera all’uso della potenza atomica su una nazione avversaria – da l’ordine di intervenire alle forze di occupazione americane. È il primo scontro militare della Guerra Fredda.

Da questo momento in poi la totalità dei conflitti nei quali gli Stati Uniti interverranno saranno una bizzarra combinazione di interventi previsti dalle risoluzione delle Nazioni Unite , atti a difendere o salvaguardare la pace e la democrazia di paesi membri o affini, e di interessi legati al mantenimento dell’equilibrio bipolare del globo. Nel 1953 la CIA architettò un colpo di stato in Iran (operazione Ajax). Nel 1954 la CIA diede vita ad un colpo di stato in Guatemala (operazione PBSUCCESS), mentre già dal 1953 era impegnata in Indocina (Laos e Cambogia) a contrastare i guerriglieri Viet Cong del presidente comunista vietnamita Ho Chi Minh. Centinai di ‘consiglieri militari’ e agenti della CIA operarono tra gli anni ’50 e ’60 addestrando, armando e combattendo i guerriglieri armati dai comunisti finché nell’agosto 1964 l’incidente nel Golfo del Tochino portò gli Stati Uniti (amministrazione Johnson) in una delle più lunghe e sanguinose della sua storia: la Guerra del Vietnam. Terminerà nel 1975 (amministrazione Nixon). Intanto nel 1961 sotto la presidenza Kennedy la CIA aveva tentato senza successo di rovesciare il regime di Castro a Cuba con quella che rimarrà nella storia come ‘Invasione della baria dei Porci‘.

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Nel biennio 76/78 non si registra alcuna guerra operazione, mentre a partire dal 1979 la CIA procura una vera e propria guerra in Afghanistan contro l’Unione Sovietica che terminerà nel 1986. Nel 1981/83 la CIA foraggia e addestra gli antisandisti in Nicaragua. Nell’82 gli USA intervengono insieme al resto delle Nazioni Unite in Libano, nel 1983 invadono Grenada per paura che il regime filo marxista desse vita ad un’altra Cuba (amministrazione Reagan). Nel 1988/89/90 gli USA invadono e occupano Panama per sovvertite il dittatore Manuel Noriega (amministrazione Bush Sr.). Nel 1990 gli USA sono in prima linea nella Guerra del Golfo, intesa a liberare il Kuwait dalle forze d’invasione del dittatore iracheno Saddam Hussein. Nel 1994 l’America invade con i suoi paracadutisti Haiti per far reinsediare il presidente Jean-Bertrand Aristide esautorato da un colpo di stato nel 1991 (operazione Uphold Democracy). Nel 1992 interviene in Somalia nell’operazione Restore Hoper. L’operazione umanitaria, all’interno della quale le forze speciali già operavano sotto copertura, si tramutò in una vera e propria guerra quando i soldati americani vennero ingaggiati a Mogadiscio e il noto Black Hawk (elicottero, n.d.r.)venne abbattuto da un RPG (razzo, n.r.d.) lanciato dai miliziani di Adid (amministrazione Clinton). Nel 1995 durante la Guerra dei Balcani i caccia bombardieri USA conducono i bombardamenti NATO in Bosnia contro le forze serbe di Milosevic (sempre amministrazione Clinton). Nel 1997 non si registra nessuna operazione militare. Nel 1998 vengono conditi bombardamenti in Iraq, Afghnistan e Sudan . Nel 1999 gli USA partecipano alla missione NATO per costringere il presidente serbo Milosevic a lasciare il Kosovo con una sequenza di raid aerei e un invasione e occupazione militare. Nel primo anno del nuovo millennio non viene registrata alcuna operazione militare l’attentato terroristico di matrice islamista (Al Quaeda di Osama Bin Laden n.d.r) alle Torri Gemelle da il via alla ‘Guerra al Terrorismo‘: invasione dell’Afghanistan nel 2001 (amministrazione Bush jr.), in Yemen nel 2002, in Iraq nel 2003 (Invasione dell’Iraq e guerra al Terrore), in Pakistan e Yemen tra il 2004 e il 2006, e ancora in Afghanistan fino al 2011. Nel 2011 gli Stati Uniti intervengono in Libia durante la guerra civile per aiutare la deposizione del dittatore Muhammar Gheddafi. L’ultimo impegno militare degli Stati Uniti, contemporaneo all’occupazione di tutte le nazioni sopracitate perdurato durante la presidenza Obama, è l’intervento in Siria e Iraq nei territori occupati dall’autoproclamato ISIS (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) di matrice jhiadista salafita (e la destabilizzazione del presidente siriano Bashar al-Assad).

Secondo un report più o meno ufficiale elaborato dal Socom, il Comando Unificato della Forze Speciali Americane, nei conflitti ai quali SEAL, Berretti Verdi e DELTA force hanno preso parte negli ultimi 15 anni il risultato reale sarebbe di “zero vittorie, due sconfitte e sette pareggi”. Secondo un resoconto più generale” nei conflitti ai quali gli USA hanno preso parte negli ultimi 100 anni solo il 20% li ha visti vittoriosi”.

Per ora le tensioni tra USA e Russia, quella guerra fredda che sembra non essere mai terminata nemmeno dopo la ‘caduta del muro’, si sono rinvigorite nella crisi siriana tuttora in corso; il futuro appartiene al prossimo presidente degli Stati Uniti, e se siete terrorizzati che i codici degli ICBM (Intercontinental Ballistic Missile n.d.r) possano trovare un commander-in-chief come Donald Trump, non consolatevi troppo con la speranza di una vittoria della democratica Hillary Clinton, perché la storia insegna che ‘l’uomo è la testa, ma la donna è il collo che fa girare la testa dove vuole.”

USA 2016: tutto quello che c’è da sapere

Il prossimo gennaio, dopo una interminabile e costosa campagna elettorale, la nazione più potente della terra avrà un nuovo leader. Barack Obama terminerà il suo secondo mandato e verrà succeduto dal 45esimo presidente della storia degli Stati Uniti d’America, vale a dire uno tra Hillary D. R. Clinton e Donald J. Trump. Quando i cittadini statunitensi eleggeranno il loro presidente, non sceglieranno solamente il capo di Stato, ma anche il capo di governo – in quanto gli USA sono una repubblica presidenziale – nonché il comandante in capo del più grande esercito del pianeta. Hanno, in sostanza, una grande responsabilità.
Ma come funzionano le elezioni negli Stati Uniti?

Chi può essere presidente?

Tecnicamente, per correre alla presidenza, bisogna “solamente” possedere la cittadinanza statunitense sin dal momento della nascita, avere almeno 35 anni ed essere stato residente negli States per almeno 14 anni. Sembra facile, no?
In realtà, quasi ogni presidente è stato, prima di ricoprire tale ruolo, un governatore, un senatore o un generale dell’esercito USA.
Il candidato, una volta scelto, viene dunque nominato a rappresentare i partiti repubblicano o democratico nelle elezioni presidenziali.

Chi arriva a essere la scelta presidenziale per ciascuna delle parti?

Il processo, per la scelta di un candidato presidenziale, è lungo e complesso.
In ogni Stato degli USA, a partire dal mese di febbraio, si svolgono una serie di elezioni (le c.d. primarie). Queste determinano chi diventerà in seguito il candidato presidenziale ufficiale di ciascun partito.
Le primarie sono incentrate a vincere più “delegati” in ogni Stato, proporzionalmente alla propria popolazione ed alla propria influenza politica. I delegati sono membri del partito che si impegnano ad appoggiare uno dei candidati alle convention del partito. Più delegati un candidato vince per ogni Stato, più delegati lo appoggeranno durante la convention
La democratica Hillary Clinton ed il repubblicano Donald Trump sono stati ufficialmente nominati dai loro partiti nelle convention del mese di luglio. Questi, hanno inoltre presentato ufficialmente le loro scelte per il vicepresidente: il senatore Tim Kaine della Virginia per la signora Clinton, ed il governatore dell’Indiana Mike Pence per i repubblicani.

Come funziona il voto di novembre?

L’uomo politico con il maggior numero di voti in ogni Stato diventerà il candidato che tale Stato sosterrà poi per la corsa alla presidenza degli Stati Uniti. Quello americano è un sistema elettorale semidiretto. Il cittadino vota, tramite una lista collegata ad un candidato presidente, per eleggere i c.d. Grandi Elettori, i quali formeranno lo United States Electoral College (USEC). Saranno proprio i Grandi Elettori, in seguito, ad esprimere il proprio voto per uno dei candidati alla Casa Bianca, decretando così il presidente degli Stati Uniti.
Lo USEC è composto da 538 Grandi Elettori e, secondo la Costituzione statunitense, per essere eletti presidenti bisogna conquistare la maggioranza assoluta, vale a dire almeno 270 voti.
Tuttavia, non tutti gli Stati federali hanno lo stesso peso politico: la California, per esempio, ha una popolazione 10 volte maggiore del Connecticut. Ecco perché il numero dei Grandi Elettori di uno Stato è proporzionale alla sua popolazione.
Quando i cittadini votano per il loro candidato preferito in realtà votano per i Grandi Elettori, impegnati sostenere il candidato di partito, che a loro volta saranno chiamati a votare per il nuovo inquilino della Casa Bianca.
In quasi ogni Stato americano (tranne nel Nebraska e nel Maine, dove storicamente si vota col sistema proporzionale), il sistema elettorale è un maggioritario secco, noto ai più come il sistema del winner takes it all. Questo sta a significare che il candidato che ottiene la maggioranza dei voti in uno Stato ha diritto ad ottenere tutti i voti di quello Stato.
Nella gara per raggiungere il magic number (270) sono gli Stati indecisi, cioè quelli non storicamente schierati né da una parte né dall’altra, a giocare spesso un ruolo fondamentale.

Cosa sono gli Stati indecisi?

Dunque, abbiamo due candidati, entrambi in corsa per arrivare a 270 grandi elettori attraverso la vittoria dei voti di interi stati. Entrambe le parti sanno di poter confidare sull’esito positivo delle votazioni di determinati stati, grandi e piccoli. I repubblicani, ad esempio, contano sul voto del Texas, pertanto non hanno sprecato i loro fondi in grandi campagne elettorali in quel territorio. Allo stesso modo, la California sarà con molta probabilità uno stato schierato verso i democratici.
Gli altri stati sono considerati gli swing states (gli Stati indecisi), dove il risultato elettorale potrebbe indistintamente andare in entrambe le direzioni. È noto, infatti, che la Florida in particolare, con i suoi 29 voti, ha deciso le elezioni del 2000 a favore di George W. Bush, il quale, nonostante avesse perso il voto popolare a livello nazionale, grazie ai voti del Sunshine State divenne il 43esimo presidente degli USA.
Ciò sta a significare che non è tanto necessario vincere nel maggior numero di stati per essere eletti, quanto invece trionfare in quelli che assegnano il maggior numero di Grandi Elettori.
Altri stati indecisi, oggi, sono l’Ohio, la Virginia, il Colorado, la North Carolina ed il Nevada.

I “grandi” punti di discussione della campagna 2016

Dall’inizio della campagna elettorale Trump è stato avvolto da numerose polemiche. La sua prima “uscita imbarazzante” l’ha avuta quando, durante le prime dichiarazioni in qualità di candidato alla Casa Bianca, l’uomo d’affari di New York ha etichettato gli immigrati messicani come “stupratori e criminali”. La sua candidatura ha ininterrottamente suscitato un ardente scalpore mediatico. Ha attaccato verbalmente un giudice, Miss Universo, un conduttore di Fox News nonché la famiglia musulmana di un soldato caduto. Trump si è inoltre dovuto difendere pubblicamente dalle accuse di non aver pagato le imposte federali per 18 anni e si è dovuto giustificare del fatto di non aver voluto rivelare le sue dichiarazioni dei redditi. Oltre a ciò, poi, ha dovuto prendere le distanze da diverse questioni controverse circa la sua fondazione di beneficienza. L’ultima bomba, del fenomeno mediatico Trump, è esplosa il 7 ottobre scorso con la pubblicazione di un video del 2005, nel quale il tycoon offendeva una donna con insulti a sfondo sessuale. Il furore mediatico che ne è risultato lo ha costretto a chiedere scusa pubblicamente. Questi ed altri comportamenti hanno dissuaso decine di repubblicani dal votare il proprio candidato e convinto gli stessi ad optare per i democratici, innescando così una guerra civile all’interno del loro partito. Tra questi, figurano i nomi illustri dell’ex presidente George W. Bush, dell’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani, dell’ex governatore della California Arnold Schwarzenegger, nonché dei due ex candidati alle primarie repubblicane Marco Rubio e Ted Cruz.

Anche Hillary Clinton, dalla sua, ha avuto i suoi “momenti da dimenticare”. Significativo è stato il danno causato alla sua reputazione dalla questione delle mail segretate. Sono state, inoltre, sollevate perplessità anche circa le donazioni, provenienti dall’estero, alla Clinton Foundation. Ancora, Donald Trump ha puntato le sue accuse su come la Clinton abbia gestito la tematica delle varie relazioni extraconiugali di suo marito Bill. Con WikiLeaks, inoltre, sono state portate alla luce delle mail hackerate, le quali hanno rivelato alcune imbarazzanti conversazioni tra i membri del suo team durante questa campagna elettorale.

Chi ha vinto il secondo dibattito?

Quello dello scorso 9 ottobre, tenutosi a St. Louis, è stato raccontato come uno dei peggiori dibattiti presidenziali di sempre.
La candidata democratica ha incentrato il suo discorso sul video del 2005, in cui sono evidenti i commenti volgari sulle donne da parte di Trump. Il video ha dimostrato, ha detto la Clinton, “chi sia lui esattamente”.
Trump si è invece focalizzato sul passato da avvocato della ex segretaria di Stato, in particolare a quando aveva accettato l’incarico di difendere uno stupratore, nonché sulla scorrettezza sessuale di Bill Clinton, nei confronti della moglie Hillary.
“La signora Clinton dovrebbe finire in prigione a causa dello scandalo riguardante l’uso di un account di posta elettronica privata per le attività ufficiali quando era segretario di Stato” ha, infine, dichiarato il candidato repubblicano.

E il primo?

Il primo dibattito, tenutosi a New York nel settembre scorso, ha visto i due candidati condividere un palco per la prima volta. È stato uno spettacolo che non ha deluso le aspettative.

Trump e Clinton si sono scontrati per 97 minuti, con la democratica che sembrava avesse indossato i panni di Trump, accusandolo a ripetizione di rapinare gli imprenditori, di evitare il pagamento delle tasse federali, di essere un misogino e di promuovere “la razzista, menzogna nazionalista”.
Il newyorkese Trump, dal canto suo, ha sferrato alcuni colpi sugli accordi commerciali della ex senatrice, sulle sue e-mail e sul Medio Oriente, definendola una donna che non è riuscita a raggiungere nessun risultato per la nazione dopo circa trent’anni di carriera politica.

Quali sono i prossimi momenti chiave delle elezioni?

Dopo l’ultimo dibattito, tenutosi a Las Vegas lo scorso 19 ottobre, finalmente l’8 novembre (Election Day) si andrà al voto. Dopodiché, il 20 gennaio 2017, potremmo assistere all’Inauguration Day ovvero il giorno dell’insediamento del nuovo presidente.

IMMIGRAZIONE: LE PROPOSTE DEI DUE CANDIDATI ALLE ELEZIONI USA

IMMIGRAZIONE: IL NUOVO OPPIO DEI POPOLI.

Trump non è certo l’unico nella storia contemporanea ad essersi ingoiato la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1949 per vomitarne una versione che usa le stesse parole ma ne sbudella l’essenza. Basti pensare al cavaliere nero europeo: Orbàn. La dichiarazione universale, quella che ha cresciuto generazione di sognatori ed idealisti (me compresa) di un mondo non più giusto ma più equo dove ognuno ritaglia i suoi spazi senza necessariamente invadere lo spazio di diritto altrui. La nostra epoca è il risveglio dall’onirico entusiasmo egalitario postbellico che sognava un’esistenza più equa, nuda di quei fanatismi che avevano inquinato un’epoca intera. Il nostro risveglio è il risveglio dell’amor proprio più gretto dettato dalla paura che lo spazio di diritto di qualcuno, seppur uno spazio diverso dal nostro, non possa invadere non solo la sfera dell’essere ma anche dell’esistenza dell’uomo post-moderno. Questo significa che confermare nella pratica la fede a quei diritti tanto dichiarati e chiacchierati e poco praticati oggi fa molta paura perché vige il diktat  “ciò che dò a te lo levo a me” e intorno a quel “me” si è dichiarato il ghirigoro del “noi” che rassicura animi inquieti, incerti. La crisi economica, il precariato giovanile, lo smarrimento esistenziale, lo stress esistenziale della vita non rendono forse necessario uno spazio in cui sentirsi protetti? Ma protetti da chi? Dagli “altri”. Ma chi sono questi altri? Boh. In fondo non è poi così importante perché la loro definizione è finalizzata non alla loro affermazione come esseri ma alla nostra dichiarazione di esistenza e sopravvivenza a scapito della loro. Gli altri sono un po’ tutti, uno sciame di camaleonti che si concretizza tutte quelle volte che un Noi necessità di auto-conoscersi per creare sparti acque, un punto fermo tra le vertigini di una confusione totale di quella che Bauman chiama società fluida e che io aggiungo evapora sotto bollori stridenti.

In questo clima di confusione totale, di incertezza ma soprattutto di indecisione (non so voi ma per me quei 10 minuti davanti all’armadio prima di andare a lavoro quando devo scegliere e non c’è più tempo è fonte di ansia terribile) la politica ha acquisito un nuovo ruolo: quello di rispondere a questa incertezza con risposte concrete che rassicurano la grande massa della società liquida. Inevitabilmente il risultato è stato quello di sacrificare la visione politica a lungo termine per la contingenza che fa poco ma raccoglie voti.

L’immigrazione in questo contesto rappresenta lo strumento per eccellenza, mastica la lingua dei diritti umani (non importa se scardinata l’essenza) e dà assuefazione. Il nuovo oppio dei popoli.  Anche se gli Stati Uniti si ravvedono dall’usare slogan marxisti nella strategia politica l’immigrazione si è dimostrata la carta vincente nel “giochetto” tra Trump e la Clinton, la carta prende e togli tutto.

 

LA SINTESI DELLE PROPOSTE

Dopo diversi battibecchi “virtuali”, dichiarazioni confusionarie e d’impatto sulla politica dell’immigrazione presentato dai due candidati il dibattito aveva nell’agenda informale l’attesissima trattazione del tema migratorio a lungo fuorviato nella sua trattazione più profonda e concreta scevra di dichiarazioni sceniche dell’uno e dell’altra parte.  La posizione sul tema migratorio, inevitabilmente correlato alla gestione del terrorismo nell’immaginario collettivo, è senza ombra di dubbio il tema che maggiormente divide e oppone i due candidati.

Come sottolinea il moderatore Wallace la sintesi perfetta e semplificata della divisione netta che li contraddistingue è che Trump «vuole costruire muri» soprattutto facendo riferimento alla dichiarazione fatta sulla costruzione del muro al confine con il Messico mentre  Hillary «non ha presentato un piano specifico su come mettere in sicurezza la frontiera degli Usa con il Messico» ma ha proposto una sanatorie degli immigrati irregolari , sulla scia di quanto fatto dalla legislazione di Obama, e un percorso di integrazione assistito.

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ECCO LE PROPOSTE DEI DUE CANDIDATI, I PUNTI PIU’ IMPORTANTI:

 

  1. SICUREZZA DELLE FRONTIERE

 

La proposta che ha tristemente reso famoso Trump riguarda la messa in sicurezza delle frontiere dall’immigrazione illegale attraverso la costruzione di un muro al confine con il Messico è stata ribadita durante il dibattito. Il binomio è dei più banali: immigrazione illegale uguale criminalità e soprattutto droga, si tratta di “sicurezza nazionale” non sia mai razzismo.

Secondo le sue dichiarazioni la costruzione del muro potrebbe costare tra i 5 e 10 miliardi di dollari, non è stato specificato chi pagherà questo muro ma stando alle dichiarazioni fatte dal Tycoon del giugno 2015 in occasione dell’annuncio della sua candidatura, dovrebbe essere il proprio governo messicano a pagarlo. In tal senso l’operazione risulterebbe avere la logica esattamente inversa rispetto al muro in costruzione in Europa al confine tra Inghilterra e Francia a Calais dove è l’Inghilterra, paese di arrivo, a farsi carico delle spese di costruzione. Dopo l’incontro tra il presidente messicano e Trump è risultato ben chiaro che il “Messico non pagherà nulla e non innalzerà nessun muro” nel frattempo giunge la risposta sarcastica dall’arte, un’installazione “un muro di caricature di Trump”.

Le alternative per il finanziamento proposte sono diverse anche se sconclusionate e disparate, una di queste è quella di intercettare i bonifici fatti da immigrati non regolari e bloccarne l’importo, aumentando le tasse sui visti e soggiorni (come se già non costassero abbastanza….) e sui permessi alla frontiera.

La proposta di Trump ha creato subbuglio e disdegno ma, lo si voglia credere o no, anche molta approvazione.

Dopo aver deriso definendo “fantasie” deliranti le proposte di Trump, la Clinton non è stata propriamente in grado di dare un’alternativa tangibile e concreta su questo argomento, quella che placa gli animi.

Durante il dibattito la candidata si è infatti distaccata dalla posizione di Trump affermando che non è necessaria la costruzione di muri ma è più opportuno rafforzare i metodi di espulsione di quegli immigrati che rappresentano un pericolo pubblico e qualora questo non sia sufficiente rafforzare il controllo alle frontiere. Pur ribadendo la necessità di assicurare la sicurezza nazionale, bene supremo -ricordando il suo appoggio in senato alla proposta di legge del 2013 per il rafforzamento delle frontiere- ha sostenuto che “il confine con il Messico è il più sicuro che abbiamo mai avuto”, e che è giunto il momento di spostare l’attenzione verso “una riforma globale e multilivello sull’immigrazione con un percorso alla cittadinanza.”

Il tentativo è proprio quello di spostare l’attenzione sul fenomeno dell’integrazione piuttosto che sull’emergenzialità che provoca panico e un’escalation di violenza di matrice razzista, già abbastanza in auge in alcune regioni degli Stati Uniti.

 

  1. DEPORTAZIONI E CENTRI DI DETENZIONE

Nel giugno dello scorso anno Trump ha promesso di espellere circa 11 milioni di immigrati senza documenti, ovvero irregolari. Ha promesso di creare una vera e propria “deportation force” imponendo sanzioni a tutti gli immigrati stupratori e spacciatori di droga. Tra le altre, la proposta di triplicare il numero di ufficiali dell’ “Immigration and Customs Enforcement (ICE)” da 5.000 a 15.000 e creare sistemi di coordinazione con forze dell’ordine locali mirando a fare controlli a tappeto a migranti irregolari con il beneficio di sventare cellule mafiose. Nonostante verso fino estate le dichiarazioni del Tycoon hanno visto un certo freno e un alleggerimento dei toni dovuto anche alla paura del precipizio di endorsement, la posizione rimane chiara e anche piuttosto dura.

Per quanto riguarda la candidata Clinton ha messo in evidenza che la cifra stimata per una tale operazione, che de facto consisterebbe in una deportazione di massa, ammonta a 600 miliardi di dollari che peserebbe non poco sul PIL. Aldilà del mero dato economico inoltre la Clinton pone l’attenzione sull’inevitabile conseguenza dello “strappo” all’interno delle famiglie -che vedono ancora figli nati in negli Stati Uniti e dunque cittadini per lo ius sanguinis in vigore con genitori irregolari- e l’aumento del rischio di vite passate all’ombra dell’illegalità e della società. Vengono poi sottolineati i rischi in termini di diritti umani considerando che per effettuare deportazioni di tale entità sarebbero necessarie incarcerazioni di massa e nuove ondate di centri di detenzione già ampiamente denunciate per le disumane condizioni di vita che assicurano.

Alla securizzazione schizzofrenica di Trump la Clinton propone una deportazione più selettiva che riguardi solo chi “minaccia gravemente la sicurezza pubblica” e contrappone percorsi di cittadinanza per quegli 11 milioni di immigrati illegali nel paese (una sanatoria insomma), sostenendo che solo attraverso la legalizzazione si può assicurare una vita dignitosa a queste persone e rendere contemporaneamente l’America più sicura. La promessa è stata quella di lavorare sulla riforma globale dell’immigrazione entro i primi 100 giorni della sua presidenza.

La linea è quella di continuare la strategia di protezione e supporto di alcune categorie di immigrati irregolari inaugurata dalla presidenza di Barack Obama che ha varato due programmi – DACA E DAPA oggi in stallo per un’esaminazione della Corte Suprema – che permettevano a oltre 5 milioni di residenti senza documenti americani o senza visto di fare richiesta di regolarizzazione e così di avere un permesso di lavoro.

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QUALCOSA CHE CI RIGUARDA: LA RICOLOCCAZIONE DEI RIFUGIATI

Dando una lezione a molti paesi europei Hillary Clinton ha promesso di accogliere 65.000 rifugiati siriani e di assicurare ai rifugiati e richiedenti asilo “la possibilità di raccontare la loro storia” insegnando al popolo americano ad ascoltare e capire chi sono i rifugiati aldilà dei numeri. “Abbiamo sempre accolto migranti e rifugiati. Abbiamo sempre fatto capire a queste persone che l’America sarebbe stata la loro nuova casa, che ci sarebbe stato sempre posto per tutti coloro che avevano voglia di fare la loro parte lavorando e mandando i figli a scuola.” dice la candidata riferendosi alla necessità di stabilire percorsi di integrazione bidirezionali tra la comunità e i migranti.Dall’altra parte di questo universo siede la posizione di Trump che si concentra sulla necessità di fare uno screening attento dei rifugiati che cercano asilo negli Stati Uniti. Dopo la sparatoria di San Bernardino Trump ha fatto una delle sue uscite chiedendo “l’arresto totale dei musulmani che entrano negli Stati Uniti”, più tardi rimangiato e addolcito con un divieto temporaneo a tutti quegli immigrati con “una storia comprovata di terrorismo”.

USA 2016. Tutti i dibattiti tra Clinton e Trump, l’analisi

A poche ore dall’ultimo dibattito tra i due candidati alla Casa Bianca, si può già stilare un bilancio di come siano andati gli incontri in tv tra Hillary Clinton e Donald Trump.

Si tratta di una guerra tra poveri, questo è sempre stato chiaro, due tra i peggiori candidati di sempre alla presidenza degli Stati Uniti. Donald Trump è la versione peggiorata (e di molto anche) di Silvio Berlusconi, mentre Hillary Clinton rappresenta tutto quello che non è mai andato all’interno del sistema di potere statunitense, ma anche mondiale. Di seguito proponiamo l’analisi di tutti e tre i dibattiti sostenuti dai candidati.

Il primo dibattito si è tenuto davanti a circa 100 milioni di telespettatori nel mondo, e si tratta di una stima certamente riduttiva. Al centro del dibattito i temi caldi dell’economia e della sicurezza, tuttavia già dal primo incontro i due si sono attaccati andando sul personale e lasciando perdere il piano politico. La Clinton ha cominciato muovendo delle critiche sui metodi che Donald Trump ha utilizzato per costruire il suo impero milionario (cominciò come “palazzinaro” con i soldi di papà, ndr) e ha concluso il tycoon con lo scandalo delle email della Clinton, argomento senz’altro più vincente e politico.

 


Il secondo dibattito tra i due candidati ha avuto luogo a Saint Louis in Missouri ed è senz’altro il clima teso ad aver avuto il ruolo di protagonista. Trump e Clinton non si sono neanche salutati all’inizio e hanno cominciato a dirsene di tutti i colori. La Clinton ha dimostrato debolezza nel ritirare fuori argomenti vecchi di 30 anni: “I russi vogliono che il candidato repubblicano Donald Trump diventi presidente degli Stati Uniti. Non era mai successo prima che un avversario si adoperasse così tanto per influenzare il risultato delle elezioni. E credetemi, non stanno cercando di far eleggere me”.  In effetti sarebbe il caso di ricordare alla candidata democratica che il “nemico” in questo momento non è più la Russia, bensì l’Isis, avversario che sta combattendo anche Putin, in modo decisamente più risolutivo di quanto non abbia mai fatto Obama fino ad oggi.

Hillary ha poi continuato ad attaccare Trump sul tema del sessismo (il Washington Post qualche giorno prima aveva pubblicato un video del 2005 in cui il tycoon utilizzava termini decisamente volgari riferiti  delle donne), Trump ha replicato porgendo delle scuse e poi ha puntualizzato dicendo che si trattava di temi che distraevano dal dibattito politico. Infine lo scontro è tornato sul tema delle tasse e poi della Siria: Hillary Clinton si schiera con i curdi, “che stanno combattendo sul campo e hanno già ottenuto grandi risultati contro l’Isis”, mentre Trump è dell’avviso che la guerra contro lo stato islamico non possa prescindere da Putin e Assad: loro combattono l’Isis.


Il terzo e ultimo dibattito che ha avuto luogo questa notte ha visto crescere il clima teso creatosi durante il secondo incontro in tv, infatti i due candidati non si sono stretti la mano né all’inizio né alla fine della trasmissione.

“Sei il candidato più pericoloso nella storia delle elezioni americane” questa una delle frasi rivolte a Trump dalla Clinton che continua “c’è il governo russo dietro l’attacco degli hacker che sono entrati in possesso delle email private, passando poi le informazioni. Diciassette agenzie di intelligence, militari e civili, lo confermano. Putin vuole condizionare le nostre elezioni”.

Sul tema delle armi invece Trump si dimostra apertamente fiero di rivendicare il diritto dei cittadini a possedere un’arma e aggiunge “A Chicago, dove c’è una delle leggi più restrittive sulle armi, c’è il maggior numero di morti” conclude poi dicendo che gode del sostegno della lobby statunitense delle armi la NRA. Anche la Clinton non si dimostra sfavorevole dichiarando più sommessamente: “Capisco e rispetto le nostre tradizioni sul possesso di armi, fa parte della nostra storia, ma credo ci debba essere una regolamentazione”.

In tema di aborto, la Clinton si è dichiarata favorevole ad ogni tipo di interruzione di gravidanza e Trump ha ribattuto: “Sulla base di questo ragionamento il feto si può eliminare in qualsiasi momento, ma questo non va bene”.

Il candidato repubblicano dichiara che il voto è truccato e che forse potrebbe non accettare un esito negativo in quanto “Clinton non avrebbe potuto concorrere a causa dello scandalo delle email”, e ribadisce infine la volontà di voler innalzare un muro al confine con il Messico per contrastare il traffico di droga e l’ingresso dei clandestini.

Per concludere anche il tema delle tasse è stato soggetto di grande battaglia, Trump ha dichiarato che taglierà le tasse mentre Clinton le aumenterà e la candidata ha ribattuto dicendo che Trump le taglierà solo ai suoi amici imprenditori, alzandole alla classe media.

Nessun dei due candidati, mai come questa volta, sembra essere meglio dell’altro. L’unica certezza è che in tema di politica estera, Trump ha dimostrato di essere decisamente più isolazionista e di avere in serbo una strategia migliore di quella fortemente fallimentare di Obama. Si vota l’8 Novembre, ai posteri l’ardua sentenza.