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Greekment: l’accordo che porterà alla morte di un paese

 

La bella favola che sembrava stesse vivendo la Grecia in questi giorni è da ieri giunta al suo termine.

Niente scarpette di cristallo o principi azzurri,solo debiti e un accordo kamikaze che sarà impossibile da rispettare.

La Grecia con la vittoria dell’Oxi si era dipinta nell’immaginario comune come l’alternativa all’Europa dell’austerity , “l’Europa delle banche” che tanto è cara ad Angela Merkel , ma che in pochi anni è diventato il cavallo di battaglia contro cui si scagliano nuovi movimenti e partiti, sia a destra che a sinistra.

Il responso del referendum aveva dato vita ad un’euforia generale, un pathos che univa magistrali intellettuali di tutto il mondo fino al più modesto popolo del web , dove impazzava virale una grecità diventata in poche ore mainstream, che ha avuto quasi più proseliti delle immaginette colorate di facebook dopo l’approvazione dei matrimoni gay in tutti gli U.S.A.

Insomma Tsipras aveva un forte appoggio popolare , nonostante le immagini toccanti di anziani che cercavano inutilmente di ritirare la propria pensione e si accasciavano mesti addosso lo sportello, o dichiarazioni incerte di chi non aveva ancora commisurato la propria scelta, dopo il responso era emersa un Grecia in piena crisi economica pronta al collasso, ma che difendeva ancora con orgoglio il proprio paese.

Gli accordi a cui si è giunti a Bruxelles, fra i leader politici dell’Eurozona, non farà che affondare la barca greca ,già da tempo imbarcante acqua.

Il “ ricatto” a cui si è giunti consiste nell’erogazione di 86 miliardi di euro a condizioni folli e durissime; prime fra le quali l’approvazione lampo di nuove riforme richieste da mamma Europa: un’altra garanzia sarà data dalla supervisione dei creditori su un fondo di beni pubblici di 50 miliardi di euro.

Quasi irriverente il commento ad accordo raggiunto del presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, che ha affermato: “Abbiamo raggiunto un Greekment, lo abbiamo fatto a condizioni molto severe, ma la decisione dà alla Grecia la possibilità di rimettersi in carreggiata ed evita le conseguenze economiche negative che un fallimento dei negoziati avrebbe comportato. Un accordo che consente di ripristinare la fiducia tra Atene i partner dell’Eurozona”.

Come se fosse la sua fiducia a rimpinguare le tasche dei cittadini greci,come se fosse la sua fiducia ad evitare di svendere una casa al centro di Atene a 9000 euro.

Dopo il “Greekment” nuovamente la massa virtuale si è scatenata a suon di ashtag: il più diffuso “ThisisaCoup” ( “questo è un colpo di stato”) , riferito alla spietatezza delle condizioni imposte dai creditori e accettate dalla Grecia, è stato adottato anche da autorevoli voci in campo politico ed economico.

Fra questi, ad esprimere un forte e indignato dissenso il Nobel per l’Economia,Paul Krugman che sottolinea come l’accettazione di questo compromesso porti alla completa erosione della sovranità nazionale, e alla servile sottomissione alle richieste feroci dei creditori ma soprattutto alla consumazione personale della vendetta Merkeliana.

Nel frattempo Syriza si spacca e il leader perde ogni secondo che passa fiducia,da parte dei compagni di partito ma in particolare da parte di quel popolo che aveva riposto nella sua figura tutta la speranza che li sosteneva per andare avanti.

Il quadro Europeo non è mai stato così limpido e cristallino: la Germania traina l’Eurogruppo e chi si oppone al suo cammino verrà calpestato, l’Europa tace o ha la voce flebile di Michel Sapin (ministro francese), e la Grecia si consuma, tra il fuoco appiccato dai creditori e quello stesso che stanno per scatenare gli anarchici e i neo-nazisti di Alba Dorata che Tsipras pensava di poter controllare.

Arianna Pepponi

L’occasione mancata

Il parlamento di piazza Syntagma ha votato sì al primo pacchetto di misure euroimposte oltre la mezzanotte di mercoledì ponendo così fine alla prima fase della più cruenta crisi che l’Unione abbia mai dovuto fronteggiare. Ad Alexis Tsipras la storia tributerà qualche alloro e tante gramigne.
Tra i pregi vi è quello indiscusso di aver dato una smorzata alla grigia estetica di Bruxelles e delle istituzioni europee con la nomina del mascalzone latino di Varoufakis, con il rifiuto dei protocolli, con l’uso continuo della mediterranea arte della procrastinazione, con l’audacia virtuale di aver proposto una via d’uscita solonica a proposte draconiane. Ma quello più importante è stato di aver rimesso la politica in ogni suo senso al centro della discussione storica sull’Unione europea e sui suoi meccanismi, sul suo funzionamento e sul suo stesso destino. Al netto dell’impatto scenografico, culminato con il referendum, il giovane premier di Syriza, ormai logorato da dissidi intestini, è stato autore di una interminabile partita a poker che lo sta vedendo in queste ore uscire inesorabilmente sconfitto poiché anche l’Unione è stata in grado di spostare il baricentro dialettico su temi politici – come l’opzione Grexit- e di condurre i negoziati in organismi, e con strumenti, extra Ue (eurogruppo, ESM ecc.).
La verità, che si può accettare o meno, è che dall’insediamento di febbraio ad oggi il governo greco ha attuato un decimo del suo programma e non ha cantierato nessuna della riforme strutturali di cui la Grecia ha bisogno da sessant’anni. Il premier, come si diceva, ha fatto il politico, bene, ma non lo statista, male. Il dark side della trovata referendaria è quello di aver consegnato l’illusione al proprio popolo di poter auto-determinarsi e di rinvigorire la propria capacità contrattuale nei negoziati senza consegnare un serio prospetto informativo di quali sarebbero state le conseguenze dell’una o dell’altra scelta.
Il gesto, irresponsabile quanto coraggioso, è stato subito preso in prestito da euroscettici, retori della dignità dei popoli ed ogni genere di pecorone. Ci si è messi in bocca l’antichità- Grecia antica e moderna sono come l’acqua e l’olio- lo sprezzo per i numeri e i fatti economici, il pretesto per disseminare commenti da bar per il disabile Schauble e la Kaiser culona. Gli ultras dell’ochì referendario si sono dimostrati abilissimi a paventare le terapie ma poco propensi ad impegnarsi in una diagnostica lucida dei problemi. Un po’ di chiarezza.
L’Europa così com’è è un mostro ibrido zeppo di malattie congenite che ha dimostrato oltremodo le ambiguità e la malafede sui cui si fonda. Dall’autunno del 2009, quando Papandreu disse al mondo che i greci truccavano i conti da trent’anni e il deficit superava il 15% del pil, ad oggi l’Europa ha percorso con folle convinzione la strada opposta a quella del buonsenso. Occorreva ristrutturare il debito e procedere in un concordato preventivo che permettesse tagli e dilazioni all’esposizione di allora (un terzo di quella odierna) e riportare il paese in bonis anziché condurre la nave nella tempesta di un fallimento irreversibile. Invece si è continuato a prestare danaro- in partite di giro ESM-Bce – ad un paese di 11 milioni di anime che ha l’economia siciliana, il malcostume calabrese e il welfare svedese, vessato dalla speculazione sui rendimenti dei titoli attuata dalle stesse banche tedesche e francesi, ora sole ed effettive creditrici. Lo spauracchio Troijka (l’Fmi è in ordine il quinto creditore e si sta dimostrando compiacente a un taglio netto stimolato da Washington impaurita di soluzioni eterodosse della vicenda) ha ipnotizzato l’opinione pubblica europea spostando il focus dell’attenzione dal reale quadro della situazione: la Grecia è un nonnulla economico che non ha mai avuto le credenziali per vivere in un sistema di mercato unico a moneta unica, amministrata per anni da delinquenti che la hanno depauperata offrendo il panem della spesa pubblica e del pubblico impiego ad un popolo pigro e godereccio che ha vissuto sopra le sue possibilità per decenni, successivamente attaccata dallo sciacallaggio finanziario degli speculatori, spinta per sopravvivere a ricorrere allo strozzinaggio di un’Europa/ Germania che ora, in preda ad una trance rigoristica è incapace, dolosamente, di vedere le prospettive a vent’anni e cioè di vedere pagare le colpe dei padri e degli usurai ad un’intera generazione di greci incolpevole.
Così l’Europa ha volutamente sconfessato ogni suo credo e ha riversato su un’intera nazione il gioco volumetrico della speculazione dei mercati- quantunque Mario Draghi abbia portato allo stremo le possibilità offertegli dagli angusti spazi dello statuto BCE- scoprendo le carte ed ammettendo la sua vera anima con una sentenza di condanna all’austerità perpetua.
La melassa buonista degli eurofili irriducibili deve ora interfacciarsi con una nuova e più matura forma di euro scetticismo, forte di argomentazioni inopinabili. La vera Europa, quella promessa come l’America, non si è fatta per preciso intento dei suoi architetti. Il trattato di Roma del 2004, iperbolicamente definito “Costituzione”, fu rispedito al mittente dai referendum francese e olandese, e la successiva frettolosa e inconsistente negoziazione di Lisbona ha lasciato un’Unione che null’altro è che una fabbrica di San Pietro fumosa e contraddittoria. Gli unici assetti definiti sono a totale appannaggio della macchina industriale tedesca per consolidare il ruolo del marco-dominus nella nuova veste di euro. Un’Europa colma di capetti e povera di padri nobili, accartocciata in un sistema di governance rarefatto. In ogni Stato membro si è aperta una discussione più ampia ed articolata sull’esistenza stessa dell’Unione. Si è coniato il termine Brexit per annunciare il prossimo referendum britannico sulla permanenza nell’Ue, la Finlandia è al settimo anno di recessione scalpita, la Danimarca ha virato verso destre nazionaliste, in autunno si vota in una Spagna affascinata da Podemos, la Polonia e la sua dinamica economia hanno frenato il processo di ingresso nell’eurozona. Come se non bastasse al coro anti Atene si è unito il partito dei neo-falchetti, ovvero sia quei paesi come Irlanda, Portogallo e statarelli dell’est che hanno obbedito all’austerity e ora rivendicano peso politico. Cosa avrebbero dovuto fare in questo scenario dantesco i principali attori non tedeschi?
Tsipras avrebbe dovuto avere la forza di andare oltre l’accordo con Putin, avrebbe potuto ad esempio, sfruttando anche la congiuntura del deal iraniano, corteggiare la sorniona Cina in realtà molto interessata a portare la sua ombra sul porto del Pireo. Solo così avrebbe trovato il passante vincente per strappare politicamente, oltre che economicamente, da Berlino e Bruxelles e fare andare su tutte le furie Obama, cosa parzialmente accaduta, e far diventare il caso ellenico una questione geopolitica di valenza mondiale.

 

Il premier greco ha preferito bluffare con l’intesa di Mosca e stuzzicare poco i creditori-ricattatori palesando limiti personali e ritrosie ideologiche troppo granitiche per consegnarlo alla storia. Ma i due principali falliti dell’intera vicenda sono François Hollande e Matteo Renzi, emanazione di due paesi codardi e miopi.
Il primo, con tutta probabilità il peggior capo di stato della storia francese repubblicana e non, se si votasse domani per l’Eliseo si piazzerebbe terzo dietro Marine Le Pen e il redivivo napoleonico Sarkò, ha perso l’opportunità di sferrare un colpo semi-mortale al Berliner consensus conducendo i giochi della trattativa e ha dimostrato definitivamente che l’asse franco-tedesco di matrice carolingia è solo una rubrica teorica perché tutte le decisioni fondamentali sono prese al Bundestag. Il secondo, uscito dal summit maratona con quell’aria da paninaro che racconta ai suoi amici le gesta della sera prima, ha confermato di essere il primattore di Firenze e la comparsetta di Bruxelles dopo la batosta sul caso migranti. Senso di smarrimento, inadeguatezza ed incompetenza lo hanno portato al capo chino su ogni questione rilegando ulteriormente l’Italia a quarto violino delle vicende europee. Avrebbero, i due, dovuto guidare il catamita greco e i terroni in genere contro il bullismo nordico, sfruttando pretestuosamente il caso greco per ridisegnare l’ingegneria costituzionale europea e rivedere i rapporti di forza. Entrambi, quindi, hanno ed avranno la colpa storica di non aver saputo sfruttare l’occasione di degermanizzare l’Europa, inanellando una serie di sconfitte politiche che non hanno fatto altro che rafforzare la leadership tedesca anziché indebolirla. Se si fossero fatti portavoce di proposte alternative serie per affrontare la “questione meridionale europea”, che vede protagonista anche Francia e Italia, come taglio del debito e protezione ipotecaria sulle richieste ad Atene, avrebbero potuto nel breve ritrattare il tetto al rapporto deficit-pil del 3% che è il principale motivo per cui i due paesi non possono abbattere la pressione fiscale e pianificare crescita. Si sono altresì accontentati di mostrare il fianco ancora una volta a questo progetto meschino di convivenza forzata, antropologica prima che politico-economica, invece di proporsi come guide di una nuova stagione costituente.

L’Europa, quella dei conti, ha vinto di nuovo ma inizia a vacillare.

La Grecia di Tsipras dice “NO”. Vincono la democrazia e il coraggio.

Con il 61,3% dei voti, il “NO” ha trionfato al referendum in Grecia.

Se il Paese avra’ un futuro all’interno dell’Unione Europea, e quale esso sara’, e’ ancora da stabilirsi. Ma Alexis Tsipras, Primo Ministro ellenico, ha certamente dimostrato all’Europa che la Grecia e’ forte e unita, dando al Paese una nuova forza per intraprendere nuove negoziazioni.

Il Primo Ministro ha espresso la gioia per i risultati del referendum su Twitter. “Oggi celebriamo la vittoria della democrazia. Domani, continueremo i nostri sforzi per raggiungere un accordo,” ha scritto sul social network Tsipras che, in un tweet successivo, ha aggiunto: “Procederemo con il supporto dei cittadini greci e con la democrazia e la giustizia dalla nostra parte.”

Nonostante la forte opposizione del Presidente del Parlamento Martin Schulz e della Cancelliera tedesca Angela Merkel, Tsipras ha ricevuto il supporto di illustri economisti e politici.

Che la vittoria del “NO” non sia la vittoria personale di Alexis Tsipras, ma la vittoria della democrazia, e’ infatti stato riconosciuto non soltanto da vari movimenti politici della sinistra europea, come L’altra Europa per Tsipras, ma anche da leader d’oltreoceano del calibro di Fidel Castro.

Il Líder máximo ha indirizzato una lettera al Primo Ministro Greco per esprimere supporto e ammirazione. “Il suo Paese, soprattutto il suo coraggio in questo frangente, suscita ammirazione tra i popoli dell’America Latina e dei Caraibi di questo emisfero nel vedere come la Grecia, contro le aggressioni esterne, difende la propria identità e cultura,” ha scritto Castro.

Il coraggio con cui Tsipras si e’ opposto all’austerita’ che ha devastato le sorti della Grecia e di molti altri Paesi europei per cinque anni dimostra, come scrive Marco Travaglio “la serieta’ e la dignita’ dei nuovi politici di Atene.”

 

A opporsi all’auterita’ in fovore della Grec ia e’, tra gli altri, il noto economista americano Paul Krugman, che accusa le politiche di austerita’ dell’UE di essere responsabili per la crisi dell’economia greca. “Le misure di austerita’ hanno dimostrato di essere fallimentari e continueranno a esserlo,” scrive Krugman sul The New York Times, definendo la creazione dell’euro come errore principale.

Oltre a Krugman, anche l’economista premio Nobel Joseph Stiglitz e il Professor Piketty si sono schierati a favore della Grecia. Insieme ad altri esperti e politici, tra i quali Massimo D’Alema, i due hanno usato il Financial Times per rivolgere un appello ai leader europei. “We call on European leaders to avoid creating bad history!,” ha esordito il gruppo nella lettera di appello, criticando in seguito le misure di austerita’ imposte alla Grecia ed evidenziando la volonta’ dei politici di Atene di attuare riforme.

Per Romano Prodi, ex Presidente della Commissione Europea, il vero problema giace nella mancanza di una vera autorita’ europea. Intervistato da La Repubblica, Prodi ha asserito che l’assenza di una forte autorita’ federale abbia permesso alla Grecia di entrare nell’Euro pur non avendo i requisiti per farlo.

 

Il fulcro della questione, nel caso della Grecia, non e’ economico. Anche nell’ipotesi di un’improbabile Grexit, l’UE non risentirebbe economicamente dei danni, ma la sua credibilita’ politica fallirebbe. Gli ideali d’integrazione e solidarieta’ sui quali l’UE si dovrebbe basare sarebbero irrimediabilmente minati. Mentre la Grecia, nonostante il falliento economico a breve termine, ne uscirebbe vincitrice, come il primo Stato in grado di sfidare apertamente l’austerity di Angela Merkel. Il primo Stato della moderna Europa in cui coraggio politico e democrazia sono prevalsi.

 

 

 

Tsipras l’uomo in più di Putin

 

La Madre Russia ha da  sempre un appeal particolare sui leader della sinistra socialista autentica. Nell’attuale assetto liberista incentrato sul riconoscimento di fatto dell’economia di mercato come fondamento della struttura sovranazionale UE, l’unico leader di quel mondo che ha le sue origini nel neo marxismo è Tsipras. A differenza di molti leader europei la sua autentica predisposizione al socialismo non è capace di spiegare l’importanza del passo economico e geopolitico che la Grecia si appresta a fare.

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Infatti, Tsipras ha modificato l’attuale assetto europeo del gas aprendo la strada alla partecipazione della Grecia a una pipeline russo-turca dopo lo stop al progetto South Stream. È questa una delle conclusioni dell’incontro durato circa due ore e mezzo al Cremlino tra il presidente russo Vladimir Putin e il premier greco. La visita di urgenza del Segretario di Stato statunitense John Kerry dopo le minacce di aprire alla Russia lo scorso febbraio assume un senso profondo. Perché energia significa in primis un partenariato geopolitico. Ora Merkel, Hollande e Renzi dovranno indubbiamente cercare di recuperare una frattura così ampia nella zona di interesse occidentale, in special modo per gli Stati Uniti d’America. Infatti, era dai tempi della Jugoslavia di Tito che la Russia non otteneva a ovest di Cipro un partner.

L’incontro tra Tsipras e Putin si è incentrato sulla crisi ucraina, e soprattutto sulla cooperazione energetica. La Grecia «è interessata alla realizzazione di un prolungamento della pipeline che porti il gas russo in Europa» ha detto Tsipras, un riferimento alla partecipazione di Atene al progetto di gasdotto che attraverserà la Turchia: ogni Stato membro, ha precisato, «ha diritto a firmare accordi bilaterali in campo energetico». Questo progetto può assicurare la «sicurezza energetica rispettando le regole sia della Grecia che dell’Unione Europea». Tsipras ha più volte sottolineato che la Grecia, pur facendo parte dell’Unione Europea, è un Paese sovrano e quindi ha il diritto di tutelare i suoi interessi nazionali in linea «con il suo ruolo geopolitico di Paese mediterraneo e balcanico». Atene, ha detto, è contraria alle sanzioni imposte dalla Ue a Mosca, una forma di «guerra economica» che non condivide affatto: spero, ha affermato, che sorga «una nuova primavera nelle relazioni tra i nostri due Paesi».

In cambio della partecipazione e messa a disposizione del proprio territorio Atene ha chiesto forti aiuti economici sotto forma di anticipi ai lavori. Una tecnica già sperimentata dalla Grecia nella vendita del Porto del Pireo a una società cinese. La Grecia ha un forte e disperato bisogno di aiuti o entrate per tener fede agli impegni presi. Non tanto nella tipologia di politiche economiche impostali, quanto più nei confronti dei sottoscrittori dei suoi titoli di Stato.

 

In questo quadro se Troika e il trio Merkel – Hollande – Renzi credevano di stringere nella loro morsa le aspirazioni di Alexis Tsipras e di un Paese stremato; ora dovranno correrre ai ripari. Ma, come sempre, l’incapacità europea dell’ultimo secolo, sarà rimessa in piedi da Washington. Washington che dopo il successo di Obama a Losanna sul Nucleare Iraniano dovrà recuperare al caos mediterraneo ampliato dai suoi alleati, con Mosca che si riprende le sue rivincite su chi le ha imposto sanzioni. Ma, si sa che quella greca è una delle tante battaglie in una guerra tra Usa-Nato e Russia-Cina ormai globale.

QE: così Draghi contrasterà l’inflazione nell’eurozona

Per le decisioni assunte dalla BCE, quella del 22 gennaio è stata una giornata destinata ad entrare nella storia. Non significa che con tale manovra si risolveranno tutti i problemi e che ci lasceremola crisi alle spalle, però per i provvedimenti posti in essere dalla BCE e per il tipo di intervento non ortodosso questo costituirà senza alcun dubbio un considerevole passo avanti.

Non tutta la stampa ha compreso a fondo la portata storica del passo avanti compiuto dalla BCE. Dopo l’ingresso nell’euro, a mio avviso, questa è la decisione più importante – fino a questo momento operativa – presa nello sviluppo del SEBC.

Riepiloghiamo, dunque, cosa ha deciso la BCE e perché è importante ciò che ha deciso.

Nella conferenza stampa della scorsa settimana Mario Draghi ha annunciato l’attuazione, da parte della BCE, di una forma estrema e non convenzionale di politica monetaria: il quantitative easing.

Il quantitative easing consiste, solitamente, in un abbassamento dei tassi di interesse da parte di una banca centrale, effettuato proprio nell’intento di stimolare un’economia i cui tassi di interesse sono pari o vicini allo zero. Tuttavia, quando ciò non è possibile, la banca centrale può altresì acquistare delle attività finanziarie (per lo più a breve periodo), tra cui titoli di stato ed obbligazioni aziendali, da istituzioni finanziarie (ad esempio gli enti creditizi) utilizzando nuova moneta.

Nel caso di specie, la Banca Centrale Europea si è impegnata ad acquistare, sul mercato secondario, non solo titoli di stato, ma anche i titoli di debito impacchettati, i c.d. ABS (Asset-backedsecurities). Questa serie di acquisti massicci, che partirà a marzo di quest’anno, andrà avanticontinuativamente ogni mese fino a settembre 2016. Con sessanta miliardi di euro ogni mese di acquisti, tra titoli sovrani e titoli di credito impacchettati, la BCE incrementerà in tal modo la quantità di moneta in circolazione con l’intento di far diminuire l’inflazione.

Un ulteriore dato da sottolineare è che l’intervento nel mercato della BCE potrà continuare anche oltre marzo 2016. Come si dice in gergo tecnico questo è un open-ended program, cioè questi mille e cento miliardi di euro di acquisti sono già decisi nel momento in cui sto scrivendo, ma tali acquisti potranno altresì protrarsi nel tempo perché l’obiettivo dichiarato del Governatore Draghi è quello diavvicinarsi in maniera soddisfacente a quel tetto di inflazione del 2%, dal quale oggi siamo lontanissimi (gli ultimi dati ufficiali dell’eurozona testimoniano che siamo in deflazione, cioè abbiamo un andamento dei prezzi al consumo negativo).

Analizziamo adesso alcuni elementi degni di nota.

Innanzitutto, la grandezza dell’operazione appena descritta è superiore ad ogni previsione, poiché ci si aspettava che il Governatore ed il Consiglio della BCE sarebbero con fatica arrivati ad immetterecinquanta miliardi di euro al mese, invece hanno scelto di destinarne sessanta.

In secondo luogo, non c’è una data fissa che sancirà il termine di questa manovra, ma c’è un obiettivo (combattere l’inflazione), che difficilmente sarà conseguito in tempi brevi. Dunque, ci troviamo di fronte ad un open-ended program.

Infine, chi si aspettava che la BCE ponesse dei limiti di acquisto dei titoli di alcuni paesi rispetto ad altri, anche in questo caso deve rimanere stupito positivamente. È vero che il criterio per l’acquisto dei titoli sovrani è quello dell’investment grade, dunque chi è sotto l’IG non rientrerebbe, in teoria,nei programmi di acquisto, ma c’è una clausola aggiuntiva, che si riferisce sostanzialmente alla Grecia (con uno sguardo rivolto alle recenti elezioni politiche del 25 gennaio). Anche i titoli ellenicisaranno ammissibili agli acquisti ma ciò dipenderà da come la Grecia si comporterà nei riguardi degli impegni assunti con la troika (Commissione europea, BCE, FMI).

In sostanza, quindi, non si chiude la porta in faccia alla Grecia: ci si auspica semplicemente che il nuovo Governo di Tsipras si comporti in maniera responsabile.

Un’altra questione da prendere in esame è capire quanta parte di questi acquisti verrebbe poi mutualizzata. Cioè le eventuali perdite e l’eventuale rischio di questi acquisti, in caso di default, da chi verrebbe assunto?

Al riguardo vi è un acceso dibattito, giacchè alcuni Paesi dell’euroarea chiedevano che il totale degli acquisti finisse sul bilancio della BCE. Per intendersi, la BCE avrebbe dovuto assumersi integralmente il rischio degli acquisti. Ciò che avrebbe significato andare oltre a quanto prescritto dallo statuto della stessa. Sul punto, è tornata pochi giorni fa l’Avvocatura Generale della Corte europea di Lussemburgo, perché, come è noto, tale questione delicata è stata sollevata dal Bundesverfassungsgericht.

Mario Draghi

La Corte Costituzionale tedesca è stata, infatti, chiamata a pronunciarsi sul fatto che gli acquisti di titoli sul mercato secondario violassero o meno l’obbligo a non monetizzare i debiti pubblici dei paesi della zona euro (è pacifico infatti che la responsabilità dei debiti pubblici resta nazionale e non è federalizzata, nonostante la moneta comune).

Di fronte a questo, la Corte di Karlsruhe aveva girato l’interrogativo alla Corte Europea per saperese l’eventuale acquisto dei titoli da parte della BCE fosse in linea con il suo statuto. L’Avvocatura Generale ha risposto positivamente, ma solo ad alcune condizioni. Una di queste, era proprio che il rischio negli acquisti non fosse prevalentemente a carico della BCE.

La soluzione partorita dal Consiglio Europeo è stata quella di ripartire il rischio di questi acquisti: 20% a carico della BCE e 80% distribuito per quota secondo la percentuale di titoli acquistati di ogni singolo paese dell’eurozona da parte della banca centrale di quello stesso paese (Banca d’Italia nel nostro caso) che fa parte del SEBC.

Naturalmente bisogna capire meglio quali saranno gli effetti e come si manifesteranno. I mercati in questo periodo stanno oscillando perché il contesto mondiale è molto complesso. Le banche centrali sono ora in una deriva asimmetrica. La FED ha terminato di attuare il QE dopo anni poiché il loro obiettivo finale dichiarato era quello di ridurre la disoccupazione al 6%. La Banck of England ha a propria volta smesso, in quanto è stato raggiunto lo stesso obiettivo di riduzione della disoccupazione. Il Giappone, invece, si sta muovendo in direzione opposta riprendo in mano tale strumento perché il suo obiettivo dichiarato è quello di ridurre l’inflazione. La stessa BCE ha come obiettivo, da raggiungere col QE, la riduzione dell’inflazione. Su questo punto Draghi è stato più che fermo. La BCE quindi farà tutto ciò che le sarà possibile affinché l’inflazione attesa prima, e quella effettiva poi, torni al 2%. Per intendersi, un’inflazione al 2% sta a significare che la ripresa è in atto e si sta consolidando. Il 2% di inflazione oggi significherebbe che anche il reddito reale aumenterebbe al 2% e quindi quello nominale al 4%. Tutta l’economia così ripartirebbe.

Per inciso, con un tasso di crescita reale al 2%, in Italia sarebbe anche sostenibile la riduzione del rapporto debito/PIL verso il 60%. Risulta pertanto chiaro che il vero obiettivo perseguito dalla BCE non è il 2% di inflazione, ma il 2% di crescita reale.

Nel frattempo ci sono state anche banche centrali, come quella Svizzera, che hanno spinto alcuni paesi ad uscire traumaticamente dal rapporto fisso di cambio con l’euro, in quanto messe di fronte alla prospettiva di un ulteriore indebolimento dell’euro. Inoltre la Banca Centrale Danese ha dovuto, per la seconda volta in pochi giorni, abbassare i tassi negativi allo 0,85.

Ci troviamo in conclusione in una situazione di grande volatilità, tuttavia non è da sottovalutare la svolta storica dell’accaduto. Dalla creazione di una moneta comune, la BCE, promettendo di attuare tali interventi non ortodossi per fronteggiare la deflazione, la bassa crescita e l’asimmetria dei mercati del credito nei diversi paesi della zona euro, ha compiuto ora un ulteriore passo significativo.

 

 

 

La Grecia al voto

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Domenica 25 Gennaio in Grecia si terranno le nuove elezioni politiche. Si arriva al voto in anticipo sulla fine della legislatura, data l’incapacità del Parlamento di eleggere il nuovo Presidente della Repubblica. L’ordinamento greco prevede, infatti, l’automatico scioglimento della camera in caso di mancata elezione entro tre votazioni. Il candidato proposto dal governo, Stavros Dimas, nonostante i grandi sforzi del Premier Samaras, non è riuscito a ottenere le preferenze necessarie e le borse europee sono andate in fibrillazione.

Samaras stesso parla di “elezioni più importanti degli ultimi decenni”. In effetti, molte sono le questioni rilevanti dietro questo appuntamento, questioni che travalicano i confini nazionali e interessano gli equilibri e le dinamiche interne di tutta la struttura europea.

La scelta è tra continuità e un’eventuale alternativa. È, infatti, una corsa a due tra Nuova Democrazia, il partito di destra al governo (con l’appoggio del partito socialista), e Syriza, l’originale partito di sinistra radicale guidato da Alexis Tsipras. I sondaggi danno Syriza in vantaggio di qualche punto percentuale (31% contro 27%). Nessun altro partito è dato oltre il 6,5%.

La Grecia arriva a questo appuntamento dopo anni di rigida austerità a seguito degli accordi con Commissione Europea-BCE-FMI (la cosiddetta troika), che hanno imposto le loro condizioni per elargire i prestiti di cui il paese aveva bisogno per non fallire. Condizioni che hanno costretto l’”improbabile” governo di larghe intese (centro-destra e socialisti) ad adottare riforme tali da ridurre la società greca allo stremo. Il PIL è sceso del 14% rispetto al 2010, la disoccupazione si attesta al 27%, il debito pubblico è al 177% del PIL (in Italia, per capirci, è al 133%), salario minimo e pensioni sono scesi a qualche centinaio di euro. Parallelamente, si assiste a un generale “abbrutimento” della società greca, con i dati relativi a uso di droghe, alcool, prostituzione e criminalità a disegnare uno scenario inquietante.

La Grecia in questi anni ha rappresentato la cavia delle misure più estreme che siano state applicate durante la crisi nei diversi paesi europei. Un modello che è servito a mantenere a galla il sistema euro, ma che ha sacrificato sull’altare della stabilità economica i diritti, il benessere e la dignità dei greci, ormai sempre più disillusi. Un modello che ha messo a rischio lo stesso impianto democratico del paese e la coesione sociale. Con il senno di poi, critiche, ripensamenti e ammissioni di colpe sono arrivate anche da coloro che le condizioni le hanno imposte.

Le proiezioni prospetterebbero una lieve inversione di tendenza rispetto alla decrescita già da quest’anno, ma viene da chiedersi a che prezzo tutto ciò sarà avvenuto?

Sotto le luci dei riflettori, ora come in occasione delle precedenti elezioni del 2012 e delle elezioni europee dello scorso anno, Alexis Tsipras, diventato ormai lo spauracchio dei mercati europei. Eppure il suo programma non contempla l’opportunità di uscire dall’euro né tanto meno dall’Unione. Rivendica la possibilità per un popolo sovrano di decidere come uscire da una situazione ormai drammatica.

Tsipras chiede a gran voce di ridiscutere e rinegoziare le condizioni che sono state imposte, riducendo i tassi di interesse e allungando i tempi di restituzione del debito. Una ristrutturazione che garantirebbe una boccata d’ossigeno al paese e darebbe la possibilità di approvare riforme che restituiscano benessere e speranza ai greci. Tsipras incassa anche il sostegno di diversi intellettuali europei, che lo vedono come il baluardo contro un certo tipo di Europa, incapace di esprimere vera solidarietà. “L’austerità ha fallito in Grecia”, ha scritto il leader di Syriza nei gironi scorsi, parlando di vera e propria “crisi umanitaria” nel paese. La speranza è che da parte dei creditori ci sia la disponibilità al confronto, consapevoli del fatto che lo scontro non convenga a nessuno e rappresenterebbe una grave sconfitta per l’Unione intera.

Samaras, da parte sua, invita i greci a votare per Nuova Democrazia perché il paese possa proseguire il percorso intrapreso ed evitare l’ingovernabilità, ma soprattutto l’isolamento all’interno del consorzio europeo. “Domenica si scontrano due mondi”, ha esclamato ieri a Salonicco, “scegliete in quale vivrete”. Il premier promette un leggero abbassamento delle tasse e difende gli accordi sottoscritti in questi anni, sostenendo che manchi solo un ultimo passo perché si possa risalire la china.

La vittoria di Syriza non è assolutamente scontata e ancora più incerta è la possibilità che riesca eventualmente ad ottenere la maggioranza assoluta dei seggi. Al primo partito va il premio di maggioranza di 50 seggi (su 300) e Tsipras è fermo sul punto di non voler negoziare alleanze.

 

Matteo Mancini

Elezioni Europee – Il successo del Pd (e di Renzi) e la rimonta degli euroscettici

Gli esiti delle appena concluse elezioni europee hanno certamente rappresentato una pietra miliare per la politica italiana. Il Partito Democratico, indiscusso vincitore con il 40,8% delle preferenze e un distacco che sfiora il 20% dal secondo partito più votato (Movimento 5 Stelle) è  l’unico partito ad aver superato il 40% dei voti alle elezioni dal 1958, quando Democrazia Cristiana ottenne il 42,3%. L’incredibile successo riscosso dal Pd riflette inevitabilmente la fiducia riposta dagli italiani in Matteo Renzi e la speranza che le ambiziose riforme economiche e costituzionali promesse dal suo governo siano attuate al più presto. Alla luce dei risultati elettorali, il Premier ha sottolineato che la schiacciante vittoria del Pd alle Europee è da interpretarsi come un voto di straordinaria speranza, piuttosto che come un referendum sul governo da lui guidato; il premier ha inoltre dichiarato che il successo del Pd alle elezioni dev’essere un ulteriore sprone per accelerare le riforme in Italia, senza prolungare futili festeggiamenti.

Decisamente meno soddisfatto è Beppe Grillo, leader del M5S, che ha più volte manifestato la certezza di poter vincere le Europee e il cui partito si è invece piazzato solamente al secondo posto, con il 21,16% delle preferenze. Nonostante le battaglie di Grillo contro la recessione, la corruzione dei politici e la disoccupazione siano condivise dalla maggior parte degli italiani, il risultato ottenuto dal M5S dimostra che il popolo italiano non ritiene opportuno fare affidamento su un partito che porta avanti le proprie idee con veemenza e rabbia, dando priorità allo spettacolo piuttosto che ai contenuti. E’ forse per la stessa ragione, l’inaffidabilità della “politica dello spettacolo”, che il partito di Silvio Berlusconi, Forza Italia, ha ottenuto soltanto il 16,82% delle preferenze. Il successo di Berlusconi, infatti, si è basato per anni sul consenso televisivo, ma le politiche portate avanti dal suo partito si sono rivelate inadeguate a promuovere lo sviluppo dell’Italia.

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Sorprendentemente alte, al contrario, le preferenze registrate da Lega Nord, al quarto posto con il 6,16% dei voti. La tendenza a votare partiti di estrema destra è ancor più evidente in Francia, dove il Front National si è affermato come prima forza politica del Paese, con il 25% delle preferenze, seguito dal conservatore e di destra UMP e dal Partito Socialista. Alla luce dei risultati, Le Pen ha dichiarato che il successo del suo partito è da considerarsi emblematico di un rifiuto nei confronti dell’Unione Europea, invitando tutti i leader euroscettici a unirsi a lei in un più ampio movimento politico. Grillo, tra i destinatari di tale invito, non sembra avere intenzione di unire le proprie forze a quelle del FN, affermando di non condividere con esso una visione comune. A “corteggiare” Grillo è anche Nigel Farage, leader dell’UKIP, che ha affermato di avere molto in comune con il fondatore del M5S. La vittoria dell’UKIP nel Regno Unito è un’ulteriore dimostrazione di quanto il sentimento euroscettico sia diffuso in Europa. La possibilità che il successo ottenuto dall’UKIP alle elezioni europee sia replicato nelle elezioni del 2015  è assai dibattuta. In caso l’UKIP confermasse la sua leadership, la discussa connotazione razzista del partito di Farage rischia di essere dannosa da un punto di vista di business per l’Inghilterra, in quanto potrebbe avere forti ripercussioni sul piano internazionale. Con pochi punti di distacco dall’UKIP, il Labour Party e il Conservative Party si sono rispettivamente classificati secondo e terzo partito del Regno Unito alle Europee, mentre i Liberal Democratici e i Greens non hanno raggiunto neppure il 10% dei voti.

In Germania, i conservatori si sono riconfermati quali forza politica principale. Tuttavia, il partito Euro-scettico (ma non Europa-scettico) AfD ha tolto ai conservatori molti voti, guadagnando il 7% delle preferenze e i Social Democratici hanno ottenuto un considerevole successo. L’AfD si oppone all’utilizzo di una moneta comune nell’UE e i suoi sostenitori non appoggiano le politiche di Angela Merkel che, al contrario, ha capito l’importanza di sostenere economicamente i Paesi più deboli, in quanto la Germania stessa può trarre beneficio da un’ Europa forte e di successo. I risultati meno soddisfacenti per gli euroscettici e per l’estrema destra si sono registrati in Austria, dove i piccoli partiti estremisti non hanno neppure ottenuto seggi nel Parlamento Europeo; il Freedom Party, il più grande partito dell’opposizione, ha tuttavia ottenuto il 19,5% dei voti. I Cristiano Democratici hanno ottenuto il primo posto con il 27,3% delle preferenze, mentre i Social Democratici si sono classificati secondi. Notevole crescita anche da parte del Green Party (15,1%). Al primo posto in Svezia i Social Democratici, seguiti dai Greens. Risultato deludente, invece, per il Moderate Party del Primo Ministro Reinfeldt, classificatosi al terzo posto con il 13,6% dei voti.

Le elezioni hanno visto l’entrata sulla scena europea di due nuovi partiti svedesi: la Feminist Initiative e gli Swedish Democrats, gruppo di estrema destra che vorrebbe unirsi all’euroscettico EFD, ma che potrebbe essere rifiutato dall’UKIP, poiché il partito di Farage non ha manifestato intenzione alcuna di accogliere il partito svedese di estrema destra.

In generale, la coalizione di centro destra EPP ha ottenuto la maggioranza dei seggi in Parlamento, seguita da S&D (centro-sinistra) e dai liberali (ALDE).

Elezioni Europee e Sinistra radicale: una nuova rinascita, dopo la crisi?

Secondo le statistiche di Pollwatch 2014, le ormai prossime elezioni europee vedranno una sfida all’ultimo seggio tra Popolari e Socialisti, rispettivamente accreditati di 213 e 208 seggi. Vi è meno certezza, invece, su quale gruppo rappresenterà la terza coalizione più grande nel Parlamento Europeo. Nonostante la destra euroscettica abbia assunto un considerevole rilievo in vari Paesi Europei nei mesi precedenti alle elezioni, le possibilità del gruppo Europe of Freedom and Democracy (Efd, del quale fanno parte Front National e Lega Nord) di aggiudicarsi il terzo posto in Parlamento appaiono ormai assai remote. Infatti, spaccature interne continuano a dilaniare il fronte euroscettico e molti partiti, tra i quali il Movimento 5 Stelle non hanno ancora finalizzato la propria adesione al gruppo Efd. A competere per il podio, dunque, saranno principalmente tre gruppi: Alliance of European Conservatives and Reformists (AECR), i liberali e la sinistra radicale.

Per quanto concerne la sinistra radicale, che ha ottenuto risultati soddisfacenti in Germania, dove è molto forte nella parte orientale del Paese, e in Spagna, la performance più eclatante del gruppo ha avuto luogo in Grecia. In Grecia, infatti, Alexis Tsipras e la sua formazione neocomunista sono in testa ai sondaggi con il 25,5% dei voti, seguiti dalla coalizione di centrodestra New Democracy (23,3%) e, sorprendentemente, dal gruppo neonazista Golden Dawn, che ha ottenuto il 10,3% delle preferenze. Il boom della sinistra di Tsipras è interessante per due ragioni. Innanzitutto, con la Lista Tsipras, la sinistra radicale è tornata a imporsi sul panorama europeo e a coinvolgere le masse; inoltre, questo cambiamento è rappresentato da una figura giovane ed emergente come Tsipras, abile dunque nel conquistare le preferenze dei giovani.

Il successo a livello internazionale di Tsipras è dimostrato dal fatto che la sua formazione sia presente anche in Italia, con la lista L’Altra Europa con Tsipras, alla quale ha aderito Sinistra e Libertà. Poiché la sinistra radicale sta ottenendo consensi anche in Repubblica Ceca, Portogallo e Cipro, è possibile notare che, a eccezione del caso della Germania, sembra esistere una correlazione tra i Paesi più propensi a votare la sinistra e quelli fortemente colpiti dalla crisi economica. Infatti, come dimostra il boom di Tsipras in Grecia, i cittadini europei sembrano associare la sinistra con l’idea di nuove opportunità, in contrasto con l’austerity del centrodestra.Ecco perché, a essere favorito insieme a Tsipras per la Presidenza della Commissione Europea è soprattutto Martin Schulz, attuale presidente del Parlamento Europeo, che propone una politica di crescita e integrazione tra i Membri dell’UE, al fine di superare l’austerity degli ultimi anni.

Tuttavia, vi sono Stati in cui la presenza della sinistra radicale non e’ forte quanto in Grecia o in Germania, come la Francia, dove a dominare le statistiche sono Front National (23,5%), Union for a Popular Movement (22,5%) e il partito socialista di Hollande (18,5%); la sinistra più radicale, al contrario, si colloca solamente al sesto posto, con 8% dei voti.Nell’ultimo decennio, la sinistra radicale europea ha affrontato un periodo di crisi; ciononostante, sembra che queste elezioni potrebbero dare una nuova centralità alle formazioni di sinistra, soprattutto in seguito al moderno intervento di Tsipras.In attesa delle elezioni, è possibile seguire regolarmente le ultime notizie e i sondaggi su Pollwatch2014 (available at: http://www.electio2014.eu/pollsandscenarios/polls).