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Kurdistan: il rompicapo

La storia recente dei curdi è una storia di oppressioni e di rivolte. Il popolo curdo, frammentato tra Turchia, Iraq, Siria, Iran e Armenia, ha rischiato di essere travolto nel conflitto che sta dilaniando la Mezzaluna Fertile. Ma a differenza di quanto successo in passato, questa guerra ha aperto prospettive inaspettate per i curdi.
Quando il potere centrale dello stato iracheno è venuto meno, tra 2013 e 2014, i curdi iracheni hanno svuotato i magazzini militari abbandonati dall’esercito in rotta e hanno provveduto da sé alla propria difesa e alla propria amministrazione. Nella pratica, hanno creato un vero e proprio stato autonomo all’interno del territorio iracheno.

Questo esperimento, inizialmente, non è stato visto di buon occhio. L’autonomia dei curdi iracheni ha acceso le speranze dei curdi siriani, già in guerra aperta contro l’ISIS così come contro al-Assad e la Turchia.
Nonostante l’ostilità violenta dei “paesi ospiti” tradizionali (Turchia, Siria, Iraq, Iran), l’intervento armato del popolo curdo è stato determinante per lo svolgimento della guerra civile in Siria e Iraq. Dopo il crollo dell’autorità di al-Assad su gran parte del paese, nel 2014 i curdi siriani del Rojava sono insorti creando zone di autogoverno. Le Unità di Difesa Popolare (Yekîneyên Parastina Ge o YPG) sono state le prime ad ottenere una vittoria su larga scala contro il Daesh a Kobane il 26 gennaio 2015, sotto molti aspetti il punto di svolta dell’intero conflitto contro l’ISIS.
Con la vittoria di Kobane, l’importanza politica e le capacità militari della fazione curda sono emerse agli occhi del Mondo. I primi ad approfittarne sono stati gli Stati Uniti. Abbandonando la dottrina statunitense che andava avanti dal 1945, Barack Obama ha scelto di allearsi con i curdi siriani del PKK nonostante la loro appartenenza ideologica marxista.
Si trattava di una scelta obbligata. Da un lato, per gli USA era impensabile allearsi con al-Assad, dal momento che gli sforzi statunitensi erano indirizzati a spodestare il dittatore filorusso. Dall’altro, il governo sciita iracheno, vista l’insufficienza del supporto occidentale nella sua lotta contro l’ISIS, ha preferito ricorrere al sostegno iraniano e in generale delle forze sciite dell’area. Oltretutto, le forze dell’Esercito Siriano Libero, addestrato e armato da Stati Uniti e Giordania, hanno dato una prova molto modesta fino al 2016 inoltrato.

In Turchia, l’irritazione per questa nuova alleanza è stata evidente. L’esercito turco ha cercato di ostacolare in ogni modo la resistenza curda contro il Daesh, impedendo il passaggio di militanti dalla Turchia alla Siria e arrivando a bombardare numerosi villaggi di frontiera.
Al momento, le truppe turche si sono schierate intorno alla città curda di Efrîn, dove dopo alcune schermaglie sembra imminente un attacco turco in piena regola.

Dall’inizio del 2015 alla metà del 2017 la collaborazione militare tra NATO e curdi siriano-iracheni ha dato buoni frutti. Grazie ai raid aerei e ai rifornimenti alleati, i curdi hanno consolidato le proprie posizioni in Siria e Iraq, ma soprattutto hanno goduto di un pieno riconoscimento internazionale.
La Francia ha seguito gli statunitensi nel dare appoggio alle milizie curde, mentre Italia, Germania e Repubblica Ceca hanno inviato ai curdi ingenti dotazioni militari.
Anche grazie a queste armi, i curdi hanno potuto giocare un ruolo decisivo sia nell’assedio di Mosul che in quello di Raqqa, le due città simbolo dell’ISIS.
Ma proprio a causa di questo appoggio, e forse in vista di operazioni su larga scala a Efrîn, in giugno le truppe della Germania sono state costrette a ritirarsi dalla base NATO di Incirlik, nella Turchia meridionale, dopo il rifiuto di Erdogan nel concedere visti ai militari tedeschi.

Tuttavia, proprio il sostegno occidentale rischia di rivelarsi ingombrante per i curdi. Gli USA vedono come propria priorità la sconfitta del Daesh tanto quanto il rovesciamento di al-Assad, e fino a giugno solo l’intervento diretto della Russia era riuscita a congelare il conflitto su larga scala tra l’esercito lealista e le forze siriane antiregime.
Questo equilibrio precario è stato però ripetutamente violato da Washington. Nella notte tra 6 e 7 aprile le navi statunitensi hanno lanciato 59 missili sulla base lealista di Shairat come rappresaglia per un attacco chimico che l’esercito regolare siriano avrebbe effettuato a Khan Sheikun. Il 18 giugno gli statunitensi hanno abbattuto un cacciabombardiere lealista che secondo il Pentagono, avrebbe colpito le posizioni curde schierate a Raqqa, mentre Damasco ha affermato che l’aereo stesse effettuando raid contro le truppe del Daesh in fuga dalla città.
Per tutta risposta poche ore dopo l’abbattimento l’Iran ha lanciato missili balistici contro postazioni del Daesh in Siria, in pratica mettendo in guardia gli USA dal non rompere nuovamente la tregua.

Questa escalation è stata provocata dalla scelta di Donald Trump di concedere larghe autonomie decisionali ai propri generali, i quali lo hanno ripagato con una serie di operazioni che rischiano di far degenerare ulteriormente una situazione estremamente precaria. Le improvvisate dell’amministrazione Trump non possono far altro che danneggiare i curdi.
In Iraq si era giunti ad un’alleanza de facto tra i curdi e le milizie sciite filoiraniane, e perfino in Siria curdi e lealisti erano arrivati ad una tregua e ad una quasi-collaborazione per sconfiggere il Daesh.
Le mosse degli Stati Uniti stanno cambiando questo contesto, portando i curdi verso un’ostilità sempre più aperta nei confronti delle truppe lealiste siriane.

Di certo non ha aiutato la decisione delle autorità curdo-irachene di indire un referendum sull’autonomia del Kurdistan per il prossimo 25 settembre. A causa della cattiva scelta dei tempi, la mossa rischia di alienare le simpatie dello stato iracheno proprio in un momento in cui i curdi hanno disperatamente bisogno di alleati. Anche perché non è chiara quale strategia possa essere intavolata in caso di vittoria del fronte autonomista.

I curdi si trovano ormai ad un bivio: scegliere se continuare ad essere supportati dagli occidentali rischiando di inimicarsi tutti gli altri attori coinvolti nella regione, oppure cercare una mediazione con almeno uno di questi attori (e il fronte costituito da Russia, Iran e Damasco potrebbe essere il più papabile). Il rischio, però, è che l’interventismo statunitense non lasci loro alcuna scelta.

 

#Golpe – Tensione USA -Turchia

Ore 14.55 – Tensioni Turchia-Stati Uniti
Secondo quanto riporta la Cnn citando fonti diplomatiche, la base turca di Incirlik, usata dagli Usa per lanciare raid aerei contro l’Isis, è stata chiusa.

Ore 14.40 – Kerry: “Dateci indizi su Gulen”
Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare la Turchia nelle indagini sul tentato golpe. Lo ha detto il Segretario di Stato John Kerry, che ha invitato Ankara e mostrare, se esistono, indizi in grado di attribuire a Fetullah Gulen la responsabilità dell’iniziativa sovversiva.

Ankara ha chiesto più volte nel passato a Washington di espellere Gulen, predicatore, una volta alleato di Erdogan e oggi suo nemico.

 

Nel frattempo problemi ulteriori per la Commissione Europea di Juncker che starebbe intensificando i contatti con Atene per la questione degli otto golpisti che hanno richiesto asilo al paese ellenico.

 

 

#GolpeTurchia – I primi numeri

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Mustang di Deniz Gamze Ergüvent

“Tutto mutò in un battito di ciglia”.

Lale, la minore delle cinque sorelle protagoniste, nell’incipit suggerisce con queste parole l’inizio di un cambiamento. Come una pallina da tennis sul filo della rete, che una piccola spinta verso una parte o l’altra del campo decide di quale giocatore sarà il punto, lo spettatore si trova subito di fronte all’idea di uno scenario in bilico tra il prima e il dopo.

E il punto di svolta è la colpa. In una società ancora fortemente patriarcale, in cui anche la più sfocata idea di misoneismo sembra essere un’utopia, le cinque giovani donne pagano lo scotto di non mantenere un sussiego abbastanza distaccato nel rapporto di amicizia con i compagni di scuola: giocare vestite, nel mare, sedute sulle spalle di ragazzi loro coetanei.

La punizione che spetta loro sarà di essere rinchiuse in casa fino a che l’onore della famiglia non sarà rivitalizzato grazie a quattro matrimoni combinati, uno per ogni ragazza in età da marito. La telecamera è in continuo movimento e segue dal punto di vista della piccola protagonista, anche voce narrante, le vicende che abitano i mesi estivi delle vite delle ragazze.

Lale è la vitalità espressiva di una giovinezza non ancora del tutto sbocciata, ma pronta a valicare le barriere del bigottismo anacronistico di certe realtà di piccoli paesi, non poi così remoti, che contornano alcune grandi città. La piccola protagonista è contemporaneamente allegoria di modernità e di rivendicazione, scevra da ideologie politico-sociali, richiama l’attenzione dello spettatore sulla rivalsa dell’identità, non solo femminile, ma anche e soprattutto personale, di chi sceglie di combattere in un ferale agone tra l’ipocrisia della falsa moralità e la virtuosità di vivere liberamente le proprie scelte sessuali e relazionali.

Non a caso il titolo si riferisce a un tipo di cavallo selvatico del Nord-America, il cui crine è evocato dai lunghi e selvaggi capelli delle cinque ragazze: legati, pettinati, tagliati, accarezzati. Ma la trasgressione ha ragion d’esistere solo in una società impositiva, in cui regole e dogmi si contrappongono al comune senso della morale collettiva. E tutte le sorelle trovano, chi in un modo chi in un altro, una maniera per fuggire da quella stessa realtà soffocante che le aveva rese anarchiche senza volerlo.

Imprigionate in una casa in cui le discriminanti per giudicare la morale sembrano sovvertite (lo zio si erge a giudice imponendo alle giovani di rimanere segregate in casa per punirle, ma lo spettatore, dagli occhi di Lale, percepisce i suoi abusi nei confronti delle nipoti), le ragazze ci raccontano una storia che la stessa regista ha vissuto sulla sua pelle e ha voluto raccontare senza mezzi termini, restando sui binari della coerenza narrativa e del pathos privo di piaggeria. Quando la telecamera si avvicina al viso dei personaggi, gli argomenti di conversazione diventano più intimi, quasi per permettere allo spettatore di ascoltare, senza invadenza, le confidenze che le sorelle si rivolgono a vicenda, in un clima di tale amicalità da rendere incongrua la dimensione spaziale di cattività in cui esse si svolgono.

E così come ci si affeziona alle ragazze, tanto si lotta insieme a loro contro lo zio, antagonista paradigmatico della storia, in cui l’orrore della realtà si scontra prepotentemente con l’atmosfera pigra e sopita dei giochi e delle conversazioni delle giovani.

La Questione Curda: storia e processo di pacificazione in corso

Di Turchia scrissi già ad agosto, in riferimento alle interessanti forme che allora avevano preso le ormai famose proteste di Gezi Park iniziate a fine maggio. Sicuramente i fatti dei quali si è sentito parlare queste ultime settimane meriterebbero un approfondimento, ma oggi vorrei scrivere di un altro aspetto riguardante la storia ma anche l’attualità di questo strano paese al quale sono particolarmente legato (e poi avevo già deciso di scrivere di altro prima che scoppiassero gli scandali e ciò che ne è seguito).

Molti avranno sentito parlare della cosiddetta “questione curda”, ma non so quanti siano coloro che conoscono la materia. Più volte mi è capitato di parlare di Kurdistan e dover spiegare, a gente convinta del contrario, che sia un’entità politica inesistente. Il Kurdistan non è uno stato, se non nella mente dei curdi stessi. Si può parlare di Kurdistan solo in termini geografici.

Il Kurdistan, noto anche come Anatolia (l’antica Mesopotamia), è un’area geografica, principalmente montuosa, che occupa buona parte del sud-est della Turchia, il nord dell’Iraq, parte del nord della Siria e parte del nord-ovest dell’Iran (in piccola parte si estende an che in Armenia). Quantificare la popolazione curda non è una questione di facile soluzione. Realisticamente si può parlare di almeno 25 milioni di persone che rappresentano il popolo senza stato più numeroso al mondo. La maggior parte di loro vive in Turchia, dove rappresenta quasi il 20% della popolazione nazionale. Turchi e curdi sono differenti dal punto di vista socio-culturale. Tradizioni, lingua, radici storiche e organizzazione sociale divergono sensibilmente. Le radici della questione curda affondano in uno dei periodi più importanti della storia europea del secolo scorso, in particolar modo per la Turchia moderna: la prima guerra mondiale. Nel Trattato di Sèvres del 1920, l’accordo di pace tra alleati e Impero Ottomano, per la prima volta si prevedeva la creazione di un Kurdistan indipendente (allora diviso tra l’impero ed il regno persiano). Con il seguente Trattato di Losanna del 1923, invece, le nazioni vincitrici (in barba al principio di autodeterminazione dei popoli), trattando con la nascente Repubblica di Turchia, divisero arbitrariamente l’area geografica del Kurdistan come detto precedentemente, fra cinque diversi paesi, infrangendo di fatto il sogno della nascita di uno stato curdo autonomo ed indipendente.

Da quel momento in poi, i curdi, come tutte le altre minoranze che avevano composto il variegato sistema sociale dell’impero, subirono il processo di istituzionalizzazione di una forte identità nazionale turca, unica ed indivisibile, avviato dal padre fondatore della Turchia moderna, Mustafa Kemal Atatürk. Il “nazionalismo etnico” sul quale si fondava la nuova Repubblica non lasciava spazio e libertà alle minoranze presenti sul territorio nazionale e prospettava solo l’assimilazione coatta, se non l’allontanamento, per chi non fosse turco (sempre negli anni ’20, furono quasi un milione i greci ortodossi, che risiedevano in Turchia da secoli, costretti a lasciare il paese). Fu così che lingua, tradizioni e cultura curde furono bandite.

Ogni rivolta verrà repressa nel sangue e nel corso del tempo verranno attuate diverse iniziative di deportazione o deliberato annichilimento delle resistenze nei villaggi curdi. Spesso si tratterà di azioni congiunte fra i governi dei diversi stati tra i quali popolo e territorio curdi sono distribuiti e prevederà anche l’utilizzo di armi chimiche.

Il tentativo di reprimere l’identità curda da parte della classe dirigente turca è stato molto sofisticato. La cruciale riforma linguistica del 1928 – quella che in sostanza ha determinato il passaggio dall’ arabo-ottomano ad una rivisitazione dell’alfabeto latino – proibiva l’utilizzo delle lettere “q”, “x” e “w” proprio perché presenti nella lingua curda. Con un’interessante operazione linguistica si cercò di negare addirittura l’esistenza dell’etnia curda: i curdi vennero denominati “i turchi della montagna” (vista la conformazione geofisica della regione nella quale vivono), e furono cambiati i nomi delle loro città e i loro villaggi, per renderli più turchi. Nel 1934, una legge imponeva alle famiglie curde di cambiare cognome adottandone uno che rimandasse maggiormente ad ascendenze turche e nel 1972 si vietò di dare nomi curdi ai propri figli.

Tutto questo tentativo di sistematica cancellazione delle radici culturali e linguistiche della popolazione curda era volto a proteggere e preservare “la cultura e le tradizioni della nazione”. Lingua e cultura ottenevano così un importante valore politico.

Ma i curdi in Turchia sono sempre stati tanti e hanno cercato di resistere a questo processo di integrazione forzata. Il 27 novembre 1978, Abdullah Öcalan, studente di scienze politiche ad Ankara, e suo fratello Osman fondarono il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Partîya Karkerén Kurdîstan, PKK), movimento di ispirazione marxista, con il fine di difendere gli interessi e i diritti della popolazione curda.

La situazione è peggiorata dopo il colpo di stato (l’ennesimo) del 1980. Per “salvaguardare l’unità e l’indivisibilità della nazione” le misure contro i curdi furono inasprite. Il curdo venne definitivamente bandito dai luoghi pubblici e per la Costituzione la lingua turca, da “lingua ufficiale” dello Stato, divenne “lingua madre” di tutti i cittadini turchi. In questi anni il PKK mutò atteggiamento divenendo una formazione militare con il fine di intraprendere una rivoluzione che liberasse il Kurdistan. Nella regione le violenze si intensificarono con attentati da parte dei guerriglieri seguiti da feroci rappresaglie da parte dell’esercito turco.

Solamente nel decennio successivo, vista anche la drammaticità che le tensioni stavano raggiungendo, rientrerà il divieto di esprimersi in lingua non-turca ma diverrà sempre più usuale l’assimilazione “curdo=terrorista”. È in questi anni comunque che gli scontri militari iniziano ad allentarsi grazie anche a diversi “cessate il fuoco” unilaterali dichiarati da Öcalan che però non videro Ankara cogliere l’opportunità di aprire trattative per risolvere la questione.

Gli scontri tra guerriglieri ed esercito turco hanno causato finora più di 40000 morti in quella che nel corso del tempo ha preso i tratti e le dimensioni di una prolungata guerra civile. Öcalan, leader indiscusso del PKK, dopo aver trascorso diversi anni in clandestinità tra diversi paese (tra i quali anche l’Italia sul finire del 1998), nel 1999 viene arrestato in Kenya e confinato in isolamento nel bunker di Imrali (isoletta nel mare di Marmara). Inizialmente condannato a morte, la pena è stata poi tramutata in ergastolo grazie anche ad una massiccia mobilitazione internazionale. Progressivamente le aspirazioni del PKK sono passate dalla secessione, rivendicabile anche con la lotta armata, alla richiesta di maggiori diritti civili, sociali e autonomia amministrativa del territorio per “una soluzione democratica e pacifica della questione”. La scelta di abbandonare la lotta armata però non è accettata da tutti i combattenti e non sono mancati episodi terroristici ad opera di dissidenti anche negli ultimi anni, tutti prontamente condannati dallo stesso Öcalan. Dai primi anni del nuovo millennio il PKK è stato inserito nella lista internazionale delle organizzazioni terroristiche. Tuttavia, la maggior parte dei curdi lo considera come il legittimo rappresentante delle istanze della comunità di fronte al governo di Ankara e gli riconosce anche il diritto ad utilizzare la forza per tutelarne i diritti.

Sin dagli anni ’70 i curdi hanno dovuto ricorrere per necessità all’emigrazione. Le direttrici hanno condotto verso i grandi centri urbani della Turchia occidentale (paradossalmente, la più grande concentrazione di curdi si registra a Istanbul) e oltre, verso l’Europa. Secondo il Consiglio d’Europa sono circa un milione e trecentomila i curdi che risiedono in Europa, concentrati soprattutto in Germania, Francia e Olanda.

Dai primi anni 2000, che praticamente coincidono con l’insediamento dei governi AKP di Erdoğan , il graduale disgelo dei rapporti è proseguito con un cessate il fuoco da parte di entrambe le parti, mantenuto con molte difficoltà. I rapporti hanno tratto beneficio soprattutto dal fatto che la Turchia si sia ufficialmente candidata ad entrare nell’UE, avviando di fatto politiche più democratiche e pluraliste. Tuttavia, non si sono registrati risultati e progressi straordinari.

Il Kurdistan turco, per quanto abbastanza ricco di risorse naturali, continua a soffrire per condizioni socio-economiche nettamente inferiori alla media del paese: il reddito pro-capite è pari al 40% della media nazionale, il settore industriale è particolarmente arretrato e insufficienti sono anche i servizi sanitari e di istruzione. Le differenze economiche corrispondono e si sovrappongono a quelle etniche. Inoltre, la Costituzione vieta l’esistenza di partiti di matrice curda. Ma ancor di più, il 10% della soglia di sbarramento per entrare in parlamento (la più alta nel contesto europeo) impedisce un’adeguata rappresentanza politica delle minoranze presenti nel paese.

Ancora oggi l’associazione “kurdo=terrorista” è particolarmente diffusa. Da tempo varie organizzazioni per la tutela dei diritti umani denunciano l’arbitrarietà di arresti e processi a danno di politici, attivisti, intellettuali, avvocati e giornalisti con opinioni filo-curde.

Ma la svolta per la decisiva soluzione delle tensioni fra Turchia e popolo curdo potrebbe non essere lontana. Da qualche anno sono in atto trattative tra Ankara e Öcalan (al quale sono state alleggerite le condizioni detentive). Nei primi mesi dell’anno (ormai) passato è stata ribadita la sospensione di interventi armati da ambo le parti. Ad aprile, il PKK ha annunciato che avrebbe gradualmente ritirato i suoi uomini (circa 2000 unità) dal sud est del paese verso le montagne del nord Iraq. Da parte sua il governo turco si impegnava ad approvare delle riforme per garantire maggiori diritti, inaugurando di fatto il primo vero e proprio tentativo di avviare un serio processo di pacificazione.

Dopo un’estate con qualche ritardo e alcune esternazioni di insoddisfazione da parte di ambo le parti, a settembre il governo turco ha approvato il cosiddetto “pacchetto di democratizzazione”, una serie di riforme che, tra le altre cose, amplia i diritti e le libertà delle diverse minoranze presenti tra la popolazione turca. Alcune misure rappresentano un buon passo in avanti nella concessione di quei diritti civili e sociali che i curdi richiedono da anni: vedi la possibilità di fare campagna elettorale in lingue o dialetti altri che il turco e di insegnarli nelle scuole private, la fine del divieto di utilizzare lettere non presenti nell’alfabeto turco, il riconoscimento dei nomi curdi di alcuni villaggi ai quali era stato cambiato nome.

Tutto ciò, per quanto abbia deluso le aspettative del BDP (il Partito della Pace e della Democrazia), principale partito politico esponente degli interessi dei curdi, può comunque essere interpretato come un deciso segno di apertura da parte di Ankara. La possibilità di insegnare il curdo nelle scuole private va inteso come un progresso verso il riconoscimento della cultura curda che potrebbe portare a un riconoscimento più ampio del popolo curdo in sé. Come lo stesso Erdoğan ha riconosciuto, non si tratta della definitiva soluzione al problema, ma un importante stimolo a proseguire su questa strada, che già stanno facendo apprezzare dei risultati.

Critiche sono arrivate anche da parte dei nazionalisti del CHP e dei kemalisti del MHP, secondo i quali le misure rappresentano una minaccia per l’unità nazionale. Restano comunque aperte questioni e riforme di maggiore spessore ed impatto, come per esempio il problema legato all’abbassamento della soglia di sbarramento per entrare in parlamento o il definitivo riconoscimento della minoranza a livello costituzionale.

Un anno e mezzo fa ho avuto la possibilità di viaggiare con amici, tra i quali alcuni curdi, per buona parte del Kurdistan turco. In quell’occasione ho potuto confrontarmi con rappresentanti locali del BDP. Ignaro com’ero allora delle motivazioni, delle dimensioni e delle dinamiche storiche dei problemi in questione, una sera, discutendo con alcuni di loro chiesi quando, come e perchè fossero nate tutte queste tensioni e queste difficoltà. La risposta che ricevetti mi lasciò perplesso: in maniera abbastanza retorica un anziano rispose all’incirca così: “Nessuno lo sa più”.

Questa risposta credo dia un po’ la misura dell’anacronismo che la questione ha ormai assunto. Le posizioni si sono talmente radicalizzate nel tempo che, come spesso accade, ci si è scordati del perché e quando il “litigio” sia iniziato e di conseguenza si complicano le possibilità di risolvere il problema. Sembra, però, che la Turchia abbia raggiunto la maturità necessaria per fare i conti con la sua storia e i suoi aspetti più bui e controversi. Speriamo sia giunto il momento dell’emancipazione da pregiudizi e preconcetti e dell’affermazione di valori e diritti per garantire pacifica convivenza, solidarietà e sviluppo al paese e tutti i suoi cittadini.

Matteo Mancini – AltriPoli

Nuove realtà di protesta a Istanbul



Sopitesi in parte le violenze, la protesta a Istanbul non si è assolutamente spenta, ma ha assunto forme nuove e originali. Da settimane ormai, in vari quartieri della città, nei parchi di zona, sono nati diversi comitati coordinati tra di loro, che quotidianamente la sera si riuniscono in assemblea aperta per parlare assieme in merito ai diversi temi emersi nei giorni di occupazione diGezi Park.


Gli argomenti sono vari: nei forum in questione, i cittadini si ritrovano per approfondire e discutere le modalità con le quali portare avanti la protesta (non essendo ancora stata detta l’ultima parola circa il famoso progetto di sostituire al parco l’ennesimo centro commerciale), ma si analizzano anche i diversi progetti edilizi e ingegneristici (riguardanti Istanbul e non solo) che il governo ha in cantiere, che inciderebbero pesantemente sulla morfologia e la vita della città. Non mancano ovviamente neanche questioni politiche e sociali più generali.
Le giornate di Gezi hanno lasciato il segno, risvegliando l’animo e il senso civico della società civile di Istanbul. In realtà, si tratta del probabile coronamento di un processo iniziato prima dell’occupazione del parco. Già da qualche anno, infatti, sono in atto proteste contro le sconsiderate politiche edilizie e ingegneristiche attuate o progettate per la città da parte del governo. Da più parti si denuncia l’insostenibilità della crescita di Istanbul e sono sempre di più coloro che avvertono che i limiti naturali dello sviluppo della città sono stati raggiunti se non superati.

Il progetto riguardante Gezi Park e i violenti scontri che la sua tentata attuazione ha innescato hanno ulteriormente radicalizzato e allargato il movimento di protesta. Si tratta, infatti, di una protesta incredibilmente trasversale che ha unito tutta la cittadinanza senza distinzioni di genere, età, religione, etnia o fede sportiva. È questa probabilmente la cifra più importante di una protesta sviluppatasi per la salvaguardia di un parco ed evolutasi in un movimento organizzato schierato a difesa di diritti, libertà, ambiente e cultura. Buona parte della cittadinanza istanbuliotanon si fida più di un governo nazionale sempre più sordo e autoritario, legato a grossi interessi economici, che ha dato anche l’impressione di voler sviluppare un programma politico sempre più conservatore in senso islamico. Una scelta incompatibile con la radicata tradizione laica della giovane storia repubblicana del paese.


I forum, spesso suddivisi in più atelier(gruppi di discussione con compiti o argomenti specifici), fanno registrare un’ampia partecipazione e sono organizzati in maniera eccellente perché il tutto si svolga in maniera pacifica e rispettosa. Dopo una prima parte nella quale solitamente con l’ausilio di esperti viene illustrato ed esplicato l’argomento del giorno, si sviluppano dibattiti nei quali chiunque voglia (in alcuni casi previa richiesta di un numeretto perché l’ordine sia garantito) può dire la sua. Ognuno ha a disposizione 4 minuti per esprimere la propria opinione. Nessuno ha diritto ad interrompere chi parla. Per evitare ciò, ma anche per non recare disturbo al vicinato con urla e applausi, gli ascoltatori possono manifestare la loro approvazione alzando e roteando le loro mani (per intenderci, il modo di applaudire dei non udenti) ed il loro dissenso, invece, alzando e incrociando le mani. Il tutto ha inizio intorno alle 21.30 e si conclude intorno alla mezzanotte, non prima di aver ripulito l’area dall’eventuale immondizia. L’atmosfera è sempre molto pacifica e positiva e i presenti partecipano con attenzione e interesse. Gli abitanti di Istanbul, da anni violentata da politiche edilizie senza scrupoli e arbitrarie, votate al profitto di pochi, hanno deciso di riprendere il controllo della città e hanno dimostrato di essere disposti a tutto e andare fino in fondo.

Per il momento il governo di Erdoğan ha saputo confrontarsi con le istanze rappresentate dagli occupanti di Gezi solamente con la forza e la repressione, ma dovrà presto rifare i conti con una società civile non più disposta ad assecondare i progetti del suo governo e le sue manie di protagonismo. Erdoğan, infatti, forte di un notevole consenso elettorale che da più di dieci anni gli garantisce il ruolo di leader indiscusso del paese, ha accentrato il potere nelle sue mani e ha ritenuto lecito e possibile non curarsi delle pur presenti opposizioni, di non doversi confrontare con le diverse anime che compongono la società turca ed i suoi tradizionali principi repubblicani e democratici. Forte dei successi economici del suo governo, Erdoğan si è sentito legittimato a decidere per tutti.

Detto ciò, oltre a questa innovativa forma di organizzazione della protesta, la piazza e le strade non sono state abbandonate, a dimostrazione della serietà e la vivacità del movimento che si è sviluppato. Purtroppo, come anche gli ultimi giorni hanno ribadito, ogni volta che le manifestazioni tentano di raggiungere le aree o i luoghi più significativi ed importanti della città (nonché quelle più battute dai turisti), puntuale è l’intervento della polizia che senza mezzi termini non lascia spazio alla libera e pacifica espressione dei propri motivi e delle proprie richieste.


In conclusione, il moto di protesta è tutt’altro che morto o sopito. Ha assunto nuove forme originali e promette di dare filo da torcere al governo se questo, in un anno particolare per il paese, carico di aspettative legate soprattutto alla ripresa del processo di pace con i curdi, non deciderà finalmente di ascoltare e confrontarsi in maniera costruttiva con le istanze che una rediviva società civile sta presentando con tanta forza e passione.

Istanbul, 5 agosto 2013

Matteo Mancini

Erdogan: ancora un eroe?

Nel corso dell’ultima decade, RecepTayyip Erdogan ha governato con successo la Turchia, portandola a una prosperità economica senza precedenti e accrescendone l’influenza a livello internazionale. Tuttavia, dopo essere stato eletto Primo Ministro per tre mandati consecutivi, Erdogan è ora al centro di animate proteste che mirano alle sue dimissioni.

L’insoddisfazione per il recente operato di Erdogan si sta diffondendo anche tra alcuni deputati del suo partito, l’AKP (Partito per la Giustizia e lo Svilluppo – PPE), che sostengono che le sue politiche dovrebbero assumere un carattere più “soft”: le critiche vertono sull’attitudine troppo autoritaria del Primo Ministro. Erdogan è stato recentemente accusato di fondamentalismo, per aver posto restrizioni sul commercio di alcolici, non per preservare la salute dei cittadini, bensì per motivi religiosi. Inoltre, in molti credono che il Primo Ministro punti a sostituire la repubblica secolare Turca con un regime islamico.

Gli oppositori sembrano aver dimenticato i progressi ottenuti da Erdogan nell’ambito dei diritti umani, quali l’avvio delle negoziazioni per annettere la Turchia all’Unione Europea, l’abolizione di un National Security Council dominato dal potere militare e il riconoscimento dei diritti della minoranza Curda. Per difendersi dalle accuse, Erdogan rivendica la sua legittimità di leader, affermando di aver ricevuto il 50% dei voti alle ultime elezioni e di detenere la netta maggioranza in Parlamento. E’ un dato di fatto che, a oggi, Erdogan non abbia alcun valido rivale, né il suo partito abbia una solida opposizione.

A far da contralto alle critiche, il fatto che molte comunità locali identifichino ancora la figura del Primo Ministro con quella di un eroe nazionale. In un interessante articolo, “The Guardian” ha intervistato alcuni cittadini che ancora sostengono Erdogan, nel quartiere conservatore di Kasimpasa. Tra questi, il barbiere di Erdogan e i suoi clienti abituali. Secondo il loro punto di vista, quando l’AKP è salito al potere, la Turchia è migliorata sotto ogni aspetto: meno rifiuti per le strade, modernizzazione degli impianti di elettricità e acqua, sviluppi dell’ambito scolastico e della sanità, utili lavori stradali. Un altro abitante del quartiere accusa il CHP, partito dell’opposizione, di aver sfruttato le proteste degli ultimi giorni per indebolire l’AKP.

Che cosa accadrà ora in Turchia? Alla luce dei fatti, c’è la concreta possibilità che Erdogan non si ricandidi alle elezioni presidenziali del 2014 e Gul diventi il nuovo Primo Ministro. Comunque vada, Erdogan si è guadagnato un posto di rilievo nella storia del suo Paese, essendo stato il leader politico più importante dai tempi di Ataturk. Soltanto il tempo dirà se Erdogan potrà essere ricordato come l’uomo che unì la Turchia, a meno di un secolo dalla fine del dominio asiatico.

Giulia Aloisio Rafaiani – AltriPoli

La forza di Ankara: tra economia, geopolitica e rapporti con Israele

Nel febbraio del 2012 il Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana decise di non firmare la candidatura del Comitato Olimpico Nazionale Italiano per Roma2020 presso il CIO. La scelta scatenò inevitabili polemiche e, scomparendo la Città Eterna, la candidatura più forte all’aggiudicazione dell’organizzazione dei Giochi Olimpici Estivi del 2020 sembra essere Istanbul. Questo non deve esser preso come un dato sportivo, l’aggiudicazione di un’Olimpiade non lo è mai. Un primo elemento alla base di queste decisioni è l’economia, il secondo l’importanza geopolitica di un paese. In ambedue i casi la Turchia è forse la stella del Mar Mediterraneo nel post Guerra Fredda. Per cinquant’anni paese strategico per l’occidente e la sua politica di contenimento sovietico, la Turchia è membro effettivo e di condivisione nucleare della NATO. Pedina cruciale dell’occidente nei rapporti con e verso il Medio Oriente, ha visto accrescere il suo ruolo di “paese chiave” nella gestione di conflitti e rivolte nel Mar Mediterraneo e nel Vicino Oriente. Nel secondo decennio del terzo millennio le “Primavere Arabe” hanno accresciuto il potere e l’influenza di Ankara.

MOTORE ECONOMICO – A Roma, nei Rioni, vi è un detto che recita così “Per far la guerra ci vogliono i soldi”. Nella geopolitica e politica internazionale nulla è più vero di questo. Infatti, a trainare la Repubblica di Turchia agli attuali standard d’influenza vi è il motore economico. Appartenente al G20 (i venti paesi più sviluppati del globo), il paese ha visto nell’ultimo decennio una crescita del Prodotto Interno Lordo pari al 3% annuo con un calo nel 2012, dovuto alla forte crisi mondiale. Il paese è passato da un economia agricola a potenza industriale. Ciò è dovuto alle politiche iniziate dall’allora Ministro dell’Economia Kemal Dervis, che dopo la crisi del 2001, impostò riforme economiche che hanno visto nel quadriennio successivo aumentare il reddito nazionale del 7,4%. Oltre alle politiche interne bisogna ricordare il ruolo strategico negli investimenti e la partnership politica con gli Stati Uniti d’America e la Germania. Inoltre, la Turchia si avvale di un’unione doganale con l’UE, firmata nel 1995, che ha aumentato la sua produzione industriale e attirato numerosi investimenti europei, che rappresentano il 56% dell’esportazioni. A tenere a freno le esaltanti statistiche di crescita economica vi è la disoccupazione che, cresciuta nel 2008 fino al 10,8%, costrinse Ankara a richiedere un prestito al Fondo Monetario Internazionale.

INFLUENZA GEOPOLITICA – L’influenza geopolitica di Ankara è indiscutibile. Le radici di tale importanza risiedono nell’alleanza con gli Stati Uniti d’America, nel controllo fondamentale esercitato sul Bosforo e nell’influenza esercitata sul Vicino Oriente e sul Caucaso. Quest’ultima regione è al centro dell’attenzione internazionale dopo la “Guerra in Ossezia del Sud” scatenata dalla Georgia nel 2008 e al centro, come descritto in un articolo precedente, dei nuovi collegamenti di gas e petrolio dalla Russia all’Europa unita. A tre anni di distanza da quelle che in molti consideravano “Primavere Arabe”, fallite in ogni dove, la Turchia gioca ancora prepotentemente il ruolo di potenza ed alleato affidabile (oltre che portatrice di un islam moderato) per l’occidente. Eppure, qualcosa sta cambiando. Il rapporto con la Siria in guerra civile dal 2011 e la questione Curda, mai definitivamente affrontata ,sono punti ancora troppo foschi per esser decifrati come punto a favore o meno di Ankara.

RAPPORTI CON ISRAELE – E’ il 31 maggio 2010 quando le Forze navali Israeliane intercettano nelle acque internazionali del Mar Mediterraneo la Freedom Flotilla pro Palestina, la quale trasportava merci ed aiuti umanitari, cercando di violare il Blocco di Gaza. Dall’assalto militare in risposta alla possibile violazione del Blocco di Gaza scaturì la morte di nove attivisti, il ferimento di altri sessanta e di dieci militari israeliani. Questo avvenimento racchiuso in poche righe può e deve essere considerato il “punto di non ritorno” delle relazioni diplomatiche tra Israele e Turchia. Se non si conosce la storia non ci si può realmente render conto di ciò che ha significato l’assalto del 31 Maggio 2010. Difatti, la Turchia è stato il primo paese islamico a riconoscere nel 1949 lo Stato d’Israele e l’unico a rimanergli alleato dopo la Rivoluzione islamica d’Iran (la più grande rivoluzione del XX secolo per lo storico De Felice) e la Guerra in Libano del 1982. Ad oggi la scelta di Erdogan è dovuta più a considerazioni di realpolitik che al nuovo fervore islamizzante nella classe dirigente turca. Da parte sua Israele negli ultimi tempi sta cercando di riallacciare i rapporti base con Ankara per non perdere l’ultimo ed importante tassello della “strategia periferica” israeliana, ideata da David Ben Gurion.

In conclusione, finita la breve analisi sui tre punti base della forza di Ankara sul Mediterraneo e nello scacchiere mondiale, resta da chiedersi quanto la cultura avrà ancora la forza di bloccare l’entrata nell’UE della Turchia potenza economica, quali saranno i rapporti con Israele e se quest’ultimo riuscirà a ripercorrere le tracce dei successi diplomatici apparentemente ora troppo lontani dalla sua recente storia. Infine, fin quando la laica e moderata Turchia salvaguarderà gli interessi occidentali e degli Stati Uniti d’America nel mondo islamico, facendogli da apripista in molti conflitti?

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

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