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Verso un esercito europeo?

Angela Merkel lo ha detto chiaramente: l’Unione Europea non può più fidarsi degli alleati tradizionali. Era il 28 maggio, e le sue parole hanno fatto scalpore rimbalzando sulle testate di tutto il mondo. Eppure, non sono state altro che la conferma di un percorso politico intrapreso dall’insediamento di Trump alla Casa Bianca.
Lo sganciamento, per ora ancora parziale, dalla crisi in Est Europa, la richiesta ai membri NATO di aumentare la propria spesa militare, l’escalation in Siria erano le avvisaglie di una crisi politica coronata dal ritiro dagli accordi di Parigi.
A dieci giorni dalla dichiarazione della cancelliera tedesca, la Commissione Europea ha varato un fondo di 5,5 miliardi di euro destinato alle forze armate comunitarie. Lo scopo del fondo, reso noto da un comunicato firmato da Federica Mogherini e Jyrki Katainen, è esplicito: indirizzarsi verso un esercito federale europeo.
Sorprendentemente, la notizia non ha ricevuto l’attenzione mediatica che avrebbe meritato.
Il documento pubblicato dalla Commissione Europea evidenzia come le forze armate dei paesi membri utilizzino una varietà enorme di sistemi d’arma a volte addirittura incompatibili tra loro. Una forza armata unitaria, i cui fondi possano essere gestiti dagli organi europei, porterebbe ad una standardizzazione degli armamenti, ad una semplificazione della catena di comando, ad una razionalizzazione delle risorse investite. Consentirebbe dunque risparmi consistenti oppure, a parità di risorse investite, porterebbe ad un netto aumento dell’efficienza delle forze armate.

Gran parte dei fondi di questo primo finanziamento verrà resa disponibile solo a partire dal 2020. Circa 600 milioni di euro verranno destinati alla ricerca di tecnologie militari a livello europeo, superando lo stadio di collaborazione tra singoli stati che aveva caratterizzato lo sviluppo di nuovi armamenti dalla seconda metà della Guerra Fredda.
1,5 miliardi di euro saranno invece indirizzati all’acquisizione e alla produzione di sistemi d’arma a livello europeo.
Il resto dei fondi copriranno operazioni ed esercitazioni militari congiunte.

Il fatto che la proposta sia arrivata subito dopo le dichiarazioni di Angela Merkel dimostra che il progetto fosse nell’aria già da tempo (il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Junker lo aveva ventilato nel settembre 2016), e che la recente crisi dei rapporti USA-UE sia stata colta al balzo come pretesto per iniziare a lavorare su quell’autonomia militare che sembra ormai indispensabile perché l’Europa possa acquisire una reale compattezza diplomatica.

Il processo di unificazione degli eserciti non sarà certo rapido. Esso dovrà coinvolgere gli apparati industriali dei paesi membri non meno delle loro ambasciate. Verranno probabilmente stabilite delle quote di investimento per ogni paese, alle quali c’è da aspettarsi un’opposizione da parte dei paesi europei che al momento investono meno nel settore militare. Ma la riforma è già iniziata e difficilmente potrà arrestarsi, nonostante le pretese di autonomia militare dei più bellicosi tra i paesi membri.

 

Numerosi paesi europei combattono in conflitti aperti. La Francia è ampiamente coinvolta nella crisi siriana e nelle guerre civili del Mali e della Repubblica Centraficana, l’Italia sembra venire lentamente ma inesorabilmente trascinata nel conflitto in Libia, la Gran Bretagna è intervenuta in Libia nel 2011 al fianco della Francia. Molti paesi rimangono schierati in Afghanistan.
La crisi in Ucraina ha risvegliato l’antica paranoia di Germania e Polonia nei confronti della Russia, riaprendo il contrasto sul Mar Baltico, dove proprio nel corso di giugno si sono succedute provocazioni reciproche.

Proprio la crisi politica ucraina ha messo in luce l’inconsistenza della politica estera europea, con il blocco est europeo (assecondato dalla Germania) propugnatore di una linea dura, fino forse all’invio di forze di interposizione, e paesi come l’Italia schierati su posizioni più accomodanti. Alla fine solo l’intervento degli USA, con il varo delle sanzioni, ha riportato i paesi europei sulla stessa linea diplomatica.
In Donbass la crisi è lontana dall’essere risolta, anche perché se da un lato la Russia è sempre più occupata a risolvere a proprio favore la crisi siriano-irachena, dall’altro Donald Trump ha mostrato scarso interesse nel risolvere il conflitto. Lo scandalo del Russia-Gate si mescola alla volontà di non voler favorire in alcun modo l’Unione Europea.

Il messaggio di Trump è stato recepito da Angela Merkel, che proprio per questo ha parlato di mancanza di fiducia nei confronti degli “alleati tradizionali”. La Germania è ad oggi la principale promotrice del processo di integrazione delle forze armate europee, paradossalmente incoraggiata proprio dalle richieste di Trump di un innalzamento delle spese per la difesa.
Non è un caso se il 25 giugno Martin Schulz ha accusato la cancelliera di voler “germanizzare l’Europa” anziché “europeizzare la Germania”. L’innalzamento della spesa militare tedesca potrebbe inserirsi nell’obiettivo di guidare, e non solo di sostenere, la creazione di un esercito europeo comunitario.
Le prospettive politiche e geopolitiche per una simile eventualità sono del tutto aperte.

Che la guerra abbia inizio

Recentemente mi è stato consigliato il libro di fantascienza distopica, edito nel 1906, intitolato “Il Padrone del Mondo” da Robert Hugh Benson, il quale narra di un mondo attorno all’anno 2000 diviso in due grandi blocchi di potere: l’Occidente, costituito in prevalenza dall’Europa, e l’Oriente, costituito dalle nazioni asiatiche e in particolare dall’Impero unico formatosi dall’unione tra Cina e Giappone. Un terzo blocco, in declino e meno determinante nello scacchiere mondiale è costituito dalle Americhe.

E’ vero siamo nel 2015, ma se non per l’unione tra Cina e Giappone, che nella realtà è costituita da Mosca e Pechino, molte delle previsioni macropolitiche dello scrittore inglese di inizio novecento si sono rivelate fondate. Infatti, l’Occidente sotto la forte guida statunitense rappresenta un blocco. L’altro grande blocco è costituito dall’incontro tra Russia e Cina, che dopo decenni di contrastri attorno al marxismo, si sono riunite stipulandol’accordo del secolo. A guardare resta un blocco più o meno indefinito che è composto dalle Americhe (Centrale e Latina) e da una parte di Africa non allineata ai grandi blocchi. Quest’ultimo blocco vive tra speculazione, teologia della liberazione e bolivarismo.

Quel che preme attualmente analizzare alle cronache e analisi di questi giorni è lo scontro imminente, in una guerra mondiale non dichiarata, tra il blocco occidentale e quello, che proverò a denominare, come “blocco dell’est”. Sul “Blocco occidentale” conosciamo tutto, sia perchè ne siamo parte tramite NATO e EU, ma anche perchè le dinamiche e intenzioni nella “crisi ucraina” ci sono chiare. Quel che meno si conosce è da dove provenga l’intransigenza di Putin e dell’alleato cinese. E’ certo, in questo quadro geopolitico, che il mondo disegnato, quasi per una casualità e sincronicità alla Carl Gustav Jung, uscito da Yalta in Crimea al termine del II conflitto mondiale non esiste più. Ma, a molti dei media occidentali e delle cancellerie europee non è chiaro cosa significhi ciò. Uno scontro in cui gli Stati Uniti d’America sanno calcolare le loro mosse, mentre l’Unione Europea di Hollande e Merkel naviga a vista. La sola Gran Bretagna potrebbe ritagliarsi per influenza e interessi un ruolo di primo piano in questo difficile contesto. Il blocco russo-cinese si appoggia su una fitta rete di paesi amici, con i quali seguendo l’esempio statunitense, stanno creando strutture sovranazonali in cui favorire una comune regulation e un importante zona di libero scambio. Si deve a ciò aggiungere il peso specifico di entrambi i paesi, che oltre a essere entrambi protagonisti del G20, possiedono l’importante ruolo di osseratori permanenti presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il che significa che senza alcuna autorizzazione delle Nazionui Unite, atti unilaterali contro di esse sarebbe quasi certamente giudicata dalla Corte Internazionale e considerata illeggittima.

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Sicuramente, rispetto alla “Crisi in Georgia” del 2008, la crisi delle regioni orientali dell’Ucraina non ha seguito i piani di Mosca. Eppure, a un’offensiva occidentale il Cremlino sta rispondendo piuttosto bene. Questa offensiva che prevede tra le varie forme di azione le cosiddette “sanzioni europee” ha portato a poco e nulla nella trattativa con il Cremlino. Quel che realmente ha inciso, perchè di un ente terzo, è stato il “declassamento del debito pubblico della Russia”. Al declassamento del debito di Mosca-da BBB- a BB+ con outlook negativo da parte di Standard & Poor’s, che ha dato indicazione implicita agli investitori occidentali di vendere titoli russi, una scelta dal significato politico più che macroeconomico – il Cremlino ha risposto con l’acquisto di oro per il 9° mese di fila e con il riacquisto delle azioni delle società energetiche russe in mano a investitori stranieri che ne hanno vendute a migliaia allo scoperto L’aiuto di Pechino non è mancato anche sul fronte energetico. Infatti, la  Cina, tenendo fede all’Accordo del Secolo, ha acquistato il 36% di petrolio in più dalla Federazione Russa (e l’8% in meno dall’Arabia Saudita. Con Riyad che mantiene il ruolo di primo fornitore di Pechino con 997 mila barili, ma la cui quota è scesa dal 19% al 16%. Il tutto mentre l’emirato conduce una difficile battaglia contro gli “idrocarburi non convenzionali” a colpi di deprezzamento continuo del barile.Mosca, ha risposto alle sovrastrutture nazionali occidentali Il 1° gennaio 2015 guidando la nascita dell’Unione Economica Eurasiatica. Il Trattato sull’Unione è stato firmato dai presidenti di Bielorussia, Federazione Russa e Kazakhstan il 29 maggio 2014, ad Astana, in attesa che Armenia e Kirghizistan ratifichino l’accordo di adesione. A cui potrebbero legarsii i paesi ex marxisti nell’orbita cinese, oltre che la stessa PechinoSecondo il Cremlino, grazie alla libera circolazione di beni, servizi, capitali e forza lavoro “il lancio dell’Unione Economica Eurasiatica consentirà ai paesi membri di raggiungere un più alto livello di integrazione, di perseguire una politica coordinata in settori chiave dell’industria, dell’energia, dei trasporti e dell’agricoltura, di risolvere efficacemente il problema della modernizzazione delle loro economie e migliorare la loro competitività. Il nuovo mercato unico, questa volta non euroccidentale, è formato da 170 milioni di potenziali consumatori, il quale produce un Pil totale di 2.700 miliardi di $ e detiene il 20% delle riserve globali di gas naturale oltre al 15% di quelle petrolifere.

 

Questi sono brevemente alcuni grandi dati a a cui si lega l’accordo di stamane a Minsk. Dati da cui è facilmente assumibile che il mondo che pensavamo di conoscere non esiste e con il quale, volenti o meno, presto dovremo fare i conti. Nel bene e nel male.

L’Ucraina di nessuno

Sulle questioni che riguardano l’universo politico e geopolitico, in questo momento storico, la corruzione della verità non arriva più soltanto dai media classici e  più influenti, responsabili della comunicazione ma anche – e forse soprattutto – da aspiranti giornalisti, tuttologi e complottisti, che possiedono tali patenti per l’importanza che assumono mezzi di trasmissione dell’informazione non tradizionali, quali internet e social network. La chiarezza su qualsivoglia argomento può derivare soltanto da un approfondimento storico non di parte, che sappia risalire con precisione da quelle pendici fino alle vette del presente.

Per comprendere la guerra civile in corso nel Donbass, ovvero l’estremità orientale dello Stato ucraino, tra truppe filogovernative e ribelli filorussi, è necessario analizzarne le ragioni storiche, per evitare di semplificare lo scontro a semplice contrapposizione tra un Occidente ed un Oriente di cui a nostro avviso i confini non appaiono così definiti.

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Voler relegare la Russia ad un ambito “orientale”, pur comprendendo la Federazione territori che vanno dal suo confine Occidentale con l’Ucraina, fino all’Alaska e al Giappone nelle sue estremità orientale ed essendo caratterizzata, quindi, da popolazioni e ceppi etnici variegati al suo interno, sarebbe un errore. Il territorio da cui nacque il primo stato russo nell’800, la Rus di Kiev, sulle sponde del Dnepr, abitato precedentemente da Sciti e Sarmati ( popolazioni nomadi di origine indoeuropea) e in età altomedioevale da slavi, finnici e variaghi (vichinghi) – questi ultimi insediati attraverso vie fluviali – , dimostra quanto etnicamente fosse inclusa in un ambito europeo la prima monarchia russa. E quanto artificiale possa essere la presunta divisione tra “ucraini europei” e “slavi russi”.

Una coscienza nazionale ucraina iniziò a svilupparsi dopo la formazione della Confederazione Polacco Lituana del 1569, con i territori meridionali di questa nuova formazione politica, corrispondenti all’attuale Ucraina, abitati da slavi ortodossi in contesto polacco. L’unione del Patriarcato di Kiev e di tutta la Russia alla Chiesa romana, del 1595-96, fu percepita da alcuni ortodossi come un contrasto alla propria autonomia e portò alla secessione di alcuni territori della confederazione, a maggioranza cosacca, che entrarono a far parte della Russia di Moscovia. Le spartizioni della Polonia nel ‘700 portarono ad una russificazione delle zone alla riva destra del Dnepr fino a Kiev e alla nascita, intorno al 1820, intorno a Kiev, dei primi tentativi di formazione di un’idea di nazione, per ora, tuttavia, solo a livello accademico. Inoltre, la Galizia orientale, passata all’Impero austriaco dopo la divisione della Polonia, era caratterizzata dalla paradossale situazione di una maggioranza di contadini ucraini sottomessi ad una minoranza polacca nobile. Questo portò ad un’incrinatura tra la Chiesa greco-cattolica e i polacchi, soprattutto dopo gli sconvolgimenti del 1848, quando si palesarono le divergenze tra gli ucraini, che rappresentavano la maggior parte dei fedeli in quella zona, e la minoranza polacca.

Nel periodo sovietico l’Ucraina – Repubblica Socialista Sovietica dal 1922 – vide attuata nei suoi confronti una duplice strategia da parte di Mosca: da una parte si favorì la creazione della nazione che costituiva la naturale estensione verso occidente dell’Unione Sovietica. Dall’altra, al contrario, si ostacolò l’indigenizzazione nel periodo in cui si collettivizzavano le campagne e se nedeportavano brutalmente i proprietari agricoli. Si stima che la carestia del 1932-33 abbia portato tre milioni e mezzo di morti nelle campagne ucraine. Il sentimento nazionale, tuttavia, in questi primi anni ’30, continuava a svilupparsi in Galizia, ancora sotto il dominio della Polonia e nella quale si riproponeva il già citato conflitto tra le élites polacche e la maggioranza della popolazione ucraina.

Il Donbass, sede del recente conflitto, rappresentava dall’800 l’enclave operaia ucraina. Zona mineraria, nel ‘700 vi entrarono in funzione le prime miniere di carbone, di cui il sottosuolo dell’Est ucraino è particolarmente ricco, affiancate da impianti di produzione di metallo. Nell’800 Alessandro II sancì l’abolizione della servitù della gleba in Russia, che permise  agli operai russi di recarsi nel Donbass per cercare fortuna e lavoro. Si rese disponibile, in questo modo, una quantità sufficiente di manodopera per ottimizzare la produzione in quest’area. Il Donbass sarebbe divenuto ,in seguito, un modello valoriale di riferimento per tutta l’Unione Sovietica, attraverso l’universo semantico dell’instancabile e sudato operaio stacanovista, in questo caso minatore.

In sintesi, quindi, la russificazione della regione e conseguentemente dell’Ucraina, se fu favorita anche dall’entrata del Donbass nei territori dell’allora Repubblica Popolare di Ucraina nel 1918 per volere di Lenin e da decisioni di Stalin, che impedirono (solo in parte) la fuga di ucraini dalle campagne nel tempo della carestia del ’32 verso il Donbass stesso, trova le sue radici sociali nelle braccia, nel vigore e nelle famiglie dei primi volenterosi operai russi giunti in questo luogo nell’800.

Prima della reazione a catena scatenata dagli eventi di piazza Majdan nel dicembre 2013, con la conseguente destituzione del Presidente Yanukovyc non c’erano mai stai contrasti degni di nota tra ucraini e russi nel Donbass. La convivenza, facilitata dallo stesso retroterra culturale e dalla stessa etnia di appartenenza, non aveva mai dato segni di instabilità. “Euromajdan” doveva essere, nelle intenzioni dei suoi – manifesti ed occulti – promotori, una nuova alba per un’Ucraina che si sarebbe ora voluta definitivamente sganciata dagli interessi degli oligarchi e di Mosca, trasformata nuovamente, quest’ultima, nello spauracchio del mostro imperialista sovietico.

Oggi siiamo di fronte, al contrario, ad uno Stato diviso e in guerra, privo della legittimità del governo sui territori orientali, lacerato da un esodo di 1 milione di individui verso la Russia e che vede i suoi fratelli, ogni giorno, uccidersi senza pietà e memoria del passato. Inoltre, il nuovo Presidente Poroshenko, capitalista e imprenditore miliardario e il nuovo primo ministro Yatsenyuk, ex Presidente della Banca Nazionale Ucraina e prediletto dagli ambienti americani, non rappresentano esattamente i tribuni popolari che quella piazza di “tutte le genti d’Ucraina”sembrava volesse portare al potere. Palazzi in fiamme bersagliati da molotov, donne incinte sgozzate su scrivanie, morti carbonizzati abbandonati nelle strade, scuole bombardate e mutilazioni di ogni tipo non erano di casa dalle parti di Donetsk e Odessa. E per chi volesse insistere sull’opportunismo di Vladimir Putin nel difendere questi territori per ragioni imperialistiche, quindi nel senso di un’ appropriazione di risorse, ricordiamo che ne è stata garantita l’autonomia nonostante rappresenti, rispetto alla Crimea – riassorbita dalla Federazione Russa ma che basa la propria economia esclusivamente sull’agricoltura, la pesca e il turismo – un bacino minerario immensamente più redditizio e ricco di materie prime esportabili.   L’Europa vuole l’Ucraina con sé e non vede i massacri dei militanti dell’ucraino Battaglione d’Azov nell’Est, che ora vede rappresentato i in Parlamento il suo comandante Adriy Biletsky, dopo le elezioni dell’ottobre 2014. George Soros incoraggia i giovani ucraini nella loro battaglia per la libertà e finge di non vedere le milizie ultranazionaliste che marciano per Kiev con simpatiche simbologie runiche, quando questo, se fosse successo in qualsiasi altro paese europeo, sarebbe stato condannato aspramente da tutti i media occidentali e bollato come tentativo di ricostituzione del Terzo Reich.

Prescindendo da qualsiasi tipo di logica complottistica e basandoci esclusivamente su conoscenze oggettive, possiamo affermare che, nonostante il coraggio non indifferente mostrato da chi in piazza, a Kiev, credeva con cuore puro nella possibilità di un ritorno dell’Ucraina agli ucraini – dimenticando, tuttavia, gli ampi sconti finanziari e la clemenza sul pagamento degli arretrati nell’ambito dell’importazione di gas dalla “perfida Russia”- la questione ucraina ha servito interessi più grandi ma del tutto diversi da quelli della nazione. In primis, attraverso Kiev, si è voluto rompere l’asse Mosca- Berlino e quindi Mosca-Pechino-Berlino, ma soprattutto Europa- Federazione Russa, che costituivano un volano economico e sociale per le economie di queste ultime. Con le sanzioni comminate alla Federazione Russia del 2014, l’Italia, ad esempio, ha visto notevolmente ridotto l’export agroalimentare verso Mosca, con conseguenti perdite economiche e ricadute non indifferenti sul piano imprenditoriale e occupazionale.

La messa in scena, poi, a seconda di come è costruita, può trarre chi la osserva in inganno se ogni volta diversi sono i suoi osservatori o se cambia nel tempo la strategia attraverso la quale si costruisce la farsa. I personaggi coinvolti negli sconvolgimenti dell’Ucraina di oggi  sono gli stessi che presero parte al corso di eventi della cosiddetta “rivoluzione arancione” del 2004. Con quest’ultima, Viktor Yushenko riuscì a ribaltare il risultato elettorale delle urne, che dava vincitore il suo antagonista Viktor Yanukovich. Fu sostenuto, in questa sua trama, da manifestazioni di piazza continue, da Julia Timoshenko, da George Soros e, guarda caso, proprio dall’odierno Presidente dell’Ucraina Poroshenko, che organizzò la campagna mediatica sulla sua rete televisiva “Canale 5”. Washington ha investito in Ucraina 5 miliardi di dollari dalla fine della guerra fredda. Nonostante l’esasperazione nei confronti di Yanukovich da parte del popolo ucraino fosse consolidata, all’epilogo della sua presidenza hanno contribuito indubbiamente alcuni fattori esterni. Tra di essi spiccano infiltrazioni e conoscenze americane indirette all’interno della polizia e dell’intelligence ucraina, pressione sull’opposizione al governo e su oligarchi vari, 300.000 razioni militari finite sul mercato nero e l’immancabile Open Society di George Soros. Chiude il cerchio la visita, definita di “urgente necessità”, del capo della CIA John Brennan a Kiev, nell’aprile del 2014, in concomitanza con l’apertura delle ostilità delle forze militari ucraine contro i ribelli separatisti del Donbass.

In conclusione, tuttavia, una domanda sorge spontanea: come può l’Occidente americano ed europeo contestare la legittimità della pretesa della Federazione Russa di difendere le prerogative dei suoi compatrioti nel Donbass ed emettere sanzioni nei confronti di Mosca, in nome della sempre ostentata democrazia e sovranità dei popoli, di fronte ad un Presidente, Vladimir Putin, che gode dell’88 % dei consensi dei propri cittadini? Quale Presidente o capo di governo europeo o americano beneficia di un indice così alto di gradimento?

Dissociandoci da quegli strateghi militari da tastiera, i quali sembrano provar piacere nel contemplare la guerra fratricida che si svolge in territorio ucraino, auguriamo al popolo del Donbasse dell’Ucraina tutta un’immediata pacificazione del conflitto in corso e la ricostituzione definitiva del proprio tessuto sociale, augurandogli di non scambiare mai più un nuovo carceriere per un presunto liberatore.

 

Polinice intervista l’Ambasciatore di Francia S.E. Alain Le Roy

IMG-20140404-WA002Nelle scorse settimane abbiamo avuto il privilegio di incontrare S.E. Alain Le Roy, Ambasciatore di Francia in Italia. Diplomatico di raffinata esperienza, già vice Segretario generale presso le Nazioni Unite, ha ricoperto nel corso della sua lunga carriera diplomatica numerosi incarichi di rilievo internazionale.

Polinice lo ha intervistato per voi, sottoponendogli alcuni temi di pressante attualità: sviluppo futuro del progetto Europa, ruolo di Italia e Francia nell’ambito dell’Unione, rapporti culturali che legano i due paesi, la sua visione dei recenti conflitti sullo scacchiere internazionale.

D: Ambasciatore S.E. Alain Le Roy, la storia, la geografia e le molteplici origini comuni da sempre legano Francia ed Italia. A che punto ritiene sia arrivato il cammino di questi due popoli assieme e quanto, vista la presenza nel Mar Mediterraneo, essi potranno continuare a segnare il passo dell’Europa che verrà?

R: È evidente che sia la storia che la geografia uniscono i due paesi, e i due paesi dal primo giorno erano fondatori dell’UE. Ora, sia Francia che Italia sono un motore molto importante per l’UE. È chiaro che la Germania attualmente è molto potente in Europa grazie alla sua economia, quindi è ancora più importante unire Francia e Italia, perché oltre alla stessa storia abbiamo anche gli stessi problemi. I due popoli ovviamente si intendono e le lingue sono prossime: ma ciò che è più importante è che in Europa le posizioni di Francia ed Italia sono molto simili. Quando i premier delle due nazioni si incontrano c’è un’intesa evidente su tutti i temi: i due paesi da una parte oggi hanno un gran problema con la disoccupazione giovanile e con un debito pubblico troppo alto; ma dall’altra, allo stesso tempo, hanno un’industria molto forte. E ci sono tanti investimenti francesi in Italia e viceversa. Anche nel caso di imprese franco-italiane la sinergia è forte perché siamo complementari: la Francia è più cartesiana, più riflessiva, mentre l’Italia è più pratica. Ci sono tanti esempi di queste imprese franco-italiane che funzionano bene, non solo nel campo del lusso. E dunque, adesso, per il futuro dell’Europa sarà molto importante durante la campagna per le elezioni al parlamento europeo che i discorsi delle autorità italiane e francesi siano vicini. Penso che i due governi avranno delle posizioni molto vicine.

D: Nel 1950 Robert Schuman, su ispirazione anche di Jean Monnet, presentò la sua proposta di porre le basi per la creazione graduale di una federazione europea, indispensabile per il mantenimento di pacifiche relazioni nel futuro dell’Europa. Da quel disegno è nato il sogno di un’Europa unita. Eppure, ad oggi, nonostante una sempre più stretta vicinanza dei popoli europei, in molti paesi cresce la diffidenza verso l’Unione. Dove ritiene giusto intervenire e quali sono gli errori da non commettere in futuro?

R: Renzi ha detto che c’è uno spread tra le attese dei cittadini italiani e le risposte dell’Europa: questo è molto vero. L’Europa negli ultimi anni è stata lontana dai cittadini, quindi ora le elezioni sono importanti per riavvicinarli ed ascoltare le loro istanze. E su questo punto credo che ancora una volta Francia ed Italia abbiano una stessa visione del futuro dell’Europa. Entrambi i paesi dicono che la soluzione non è meno Europa: sappiamo che in Italia sia i partiti di centro destra che quelli di centro sinistra sono per un’Europa federale in forma di “Stati Uniti dell’Europa”. In Francia non la si pensa così: la Francia ha una visione un po’ meno federalista dell’Europa, ma le due posizioni sono conciliabili perché la Francia è per una maggiore integrazione. Dal 2008 l’UE ha fatto molte cose, tra cui l’unione bancaria, in favore delle quali la Francia ha accettato di limitare la propria sovranità in favore di una maggiore integrazione europea. Bisogna dire comunque che i due paesi ritengono che l’UE debba fare di più, di più per la crescita, di più per sviluppare un programma per i giovani europei.

D: Le cessioni di “Sovranità Nazionale”, monetaria-bancaria e agricola, sono state concesse dai popoli europei a Bruxelles affinchè si costruisse attraverso l’Unione Europea un futuro migliore. Eppure, in molti vedono in questa poca presenza dei governi nazionali e delle assemblee elettive il punto debole dell’attuale architettura dell’Unione Europea. Bruxelles appare come il luogo della burocrazia e delle lobby e non la casa comune di ogni paese europeo. Cosa auspicherebbe per invertire questa tendenza?

R: Per la Francia è evidente che l’UE abbia problemi e che i cittadini europei non siano contenti. La soluzione non è meno Europa, e neanche uscire dall’euro. Questa sarebbe una follia: i prezzi della benzina salirebbero e il debito sarebbe più difficile da rimborsare. Allo stesso tempo bisogna cambiare l’Europa. Lei ha toccato la questione del ruolo tra il Parlamento e il Consiglio europeo. Con il Trattato di Lisbona il ruolo del Parlamento europeo è diventato più forte, ma allo stesso tempo è il Consiglio europeo a dare l’impulso politico all’Unione europea. Per l’elezione del Presidente della Commissione sarà necessario un dialogo tra Consiglio europeo e Parlamento. Poi, quale sarà l’equilibrio tra cinque o dieci anni non si sa, ma secondo me è un’esperienza di democrazia quella di trovare un equilibrio. D’altronde la democrazia europea è giovane, ha solo cinquant’anni, e per me è un’esperienza democratica vera.

D: Le recenti crisi internazionali, quali Libia, Siria e Ucraina hanno visto un’Unione Europea debole. In molti casi non vi è stata un’azione comune poiche l’UE è stata divisa da singoli interessi di ogni membro e da alleati extraeuropei. A che punto è l’attuale costruzione di una politica estera comune?

R: È evidente che una posizione comune al momento non è raggiungibile in ogni caso, ma alcuni progressi sono stati fatti in tale direzione. Vorrei addurre qualche esempio, il primo inerente la crisi nei Balcani. Nel 1992 tutta l’Europa era divisa sulla questione dell’indipendenza della Slovenia dalla Croazia: da qui la guerra nei Balcani, culminata nel 1995 con la strage di Sarajevo. In seguito, con il Trattato di Maastricht del 1992 e il successivo Trattato di Amsterdam, la politica europea è risultata essere più coesa, con la creazione di un Alto rappresentante per la politica estera. E nei Balcani è cambiato tutto: dopo il 1995 l’Europa è diventata molto più unita. Nel caso del Kosovo, l’Europa per la crisi del 1999 era unita e ha avuto un’influenza molto importante. Altrettanto è accaduto per la Macedonia. Quindi quando l’Europa è stata unita, è riuscita a realizzare importanti risultati positivi, quando non lo è stata, il risultato è stato quello dei Balcani del 1992. Anche nel caso della Libia l’Europa era unita: la sua impotenza dunque non derivava da una divisione ma dalle difficoltà del caso. In merito alla Siria, gli Stati membri non avevano la stessa visione sulla risposta all’uso delle armi chimiche da parte di Bachar El Assad, ma dopo, quando si è trovata una soluzione per farle ritirare, la posizione europea era comune. Anche per quanto riguarda l’Ucraina l’Europa è unita: anche qui con un po’ di difficoltà a far valere le sue posizioni, è vero, perché non vogliamo inviare soldati e risolvere la questione con le armi. Momento emblematico di questo processo di coesione europea sono le manifestazioni e le proteste dei cittadini ucraini a piazza Maidan a Kiev, i quali rischiando la vita rivendicano la loro volontà di avvicinarsi all’Europa. Ecco, quando sento dire che l’Europa non fa più sognare, penso a quei giovani che rischiano la propria vita credendo nel sogno europeo.

D: Ricollegandomi al discorso da lei fatto sul Kosovo e sull’Ucraina, volevo chiederle che cosa pensa dell’autodeterminazione dei popoli. Un popolo può decidere a quale nazione appartenere?

R: La Russia ha usato questo argomento per legittimare il proprio operato. Ma ciò che è stato possibile per il Kosovo non lo è ora per la Crimea. C’è una grandissima differenza: la prima è che nel Kosovo la gran parte popolazione albanese era veramente oppressa e priva di diritti. Invece, nessuno può dire oggi che la popolazione della Crimea sia oppressa dall’Ucraina. In tal caso infatti non sussiste nessuno pericolo per la popolazione. [GM1]

D: Col Kosovo però è stato creato una sorte di precedente giuridico, perché lì la minoranza serba e la missione militare italiana, tuttora presente, sono a difesa di monasteri e piccole enclavi serbe che al momento sono oppresse. E quindi i russi dicono, perché lì si è permessa l’autodeterminazione e a noi, nel caso della Crimea, no?

R: È vero che in Kosovo la situazione al momento non è perfetta, e la comunità internazionale e la missione italiana svolgono ancora un ruolo di protezione. Bisogna tuttavia riflettere sul motivo per cui c’è stato l’intervento della comunità internazionale: in Kosovo tanti cittadini erano oppressi ed in pericolo di vita, cosa che non accade invece in Crimea.

D: Appunto per questo, l’UE con la crisi in Ucraina da un lato ha dimostrato una politica comune, ferma in suo supporto, dall’altro appare schiacciata come prima del 1989 tra gli USA e la loro politica e la dipendenza economica ed energetica dalla Russia. Come si può trovare una posizione comune che faccia avere un ruolo dominante all’UE e non faccia galleggiare tra una posizione e l’altra? 

R: È esattamente il ruolo del Consiglio europeo, quello di mettere in conto tutte le posizioni diverse. È vero che la dipendenza della Francia dalla Russia nel settore energetico è minore dal momento che abbiamo il nucleare, cosa che invece è differente per l’Italia ed altre realtà statali. Ma il Consiglio europeo deve trovare un buon equilibrio, indicando come via preferibile quella del dialogo con Mosca, prendendo in conto i vari interessi degli stati europei. È evidente che non è facile: ma come nel caso di Israele, sul quale ci sono posizioni diverse, spetta al Consiglio europeo contemperare i vari interessi con un’opera di arbitraggio.

D: Francia e Roma, un rapporto secolare che sembra destinato a non interrompersi mai. Dalle attività culturali dell’Ambasciata passando per il ruolo dell’Accademia di Francia Villa Medici, l’École française de Rome ed il Centre Saint Louis questo legame sembra indissolubile. E’ fiero di rappresentare una nazione cardine nel pensiero e nella vita della città eterna? Secondo lei cos’è che lega Parigi a Roma in questa maniera?

R: Per prima cosa, come lei sa, Roma ha tante relazioni con tante altre città del mondo ma ha solo un gemellaggio, quello con Parigi, e viceversa, Parigi è gemellata solo con Roma. Mi piace molto l’espressione: “Solo Roma è degna di Parigi, e solo Parigi è degna di Roma”. Perché questo gemellaggio fonda tutto? I due paesi hanno storie di rapporti da secoli e c’è una volontà di lavorare insieme. L’attività culturale è un bellissimo esempio di questo. L’istituto culturale italiano a Parigi è molto attivo perché c’è una domanda della Francia e di Parigi di sapere di più della cultura italiana: cinematografica degli anni ’60-’70, ma anche della letteraria. E questo vale naturalmente anche per il teatro, per la danza, per l’arte in tutte le sue forme: c’è una domanda reciproca.

D: Come pensa che sia stata gestita dall’Italia la questione diplomatica dei marò in India?

R: So che è molto complicato, non vorrei commentare perché è un discorso  di competenza delle autorità italiane. Una cosa è certa: sono più di due anni che i marò sono in prigione e l’Europa deve necessariamente aiutare l’Italia a trovare una soluzione.

 

Ringraziamo S.E. l’Ambasciatore Alain Le Roy per la cortese ospitalità riservata alla redazione di Polinice.

 

A cura di Antoniomaria NapoliMatteo Santamaria, Niccolò Antongiulio Romano per AltriPoli


 [GM1]

1. Sulle operazioni di peace-keeping delle Nazioni Unite la bibliografia è vastissima. Nella letteratura più recente cfr., tra gli altri, Le développement du rôle du Conseil de Sécurité: peace-keeping and peace-building (Colloque de l’Académie de Droit International de La Haye), a cura di Dupuy (R.-J.), Dordrecht, 1993; New Dimensions of Peace-Keeping, a cura di Warner, Dordrecht-Boston-London, 1995; Ratner, The New UN Peacekeeping: Building Peace in Lands of Conflict After the Cold War, New York, 1995; Nazioni Unite, The Blue Helmets. A Review of United Nations Peace-Keeping, New York, 1996; Picone, Il peace-keeping nel mondo attuale: tra militarizzazione e amministrazione fiduciaria, in RDI, 1996, 5 ss.; Pineschi, Le operazioni delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace, Padova, 1998; Cellamare, Le operazioni di peace-keeping multifunzionali, Torino, 1999; Gargiulo, Le Peace Keeping Operations delle Nazioni Unite. Contributo allo studio delle missioni di osservatori e delle forze militari per il mantenimento della pace, Napoli, 2000.

. Per un’analisi di alcuni fra i più importanti interventi delle Nazioni Unite, rientranti tanto nel modello qui considerato che nei modelli considerati di seguito nel testo, si vedano i saggi contenuti nel volume Interventi delle Nazioni Unite e diritto internazionale, a cura di Picone, Padova, 1995.

. Su questo tipo di interventi delle Nazioni Unite si vedano, oltre alle opere citate nelle due note precedenti, Corten e Klein, Action Humanitaire et Chapitre VII: la redéfinition du mandat et des moyens d’action des forces des Nations Unies, in AFDI, 1995, 105 ss.; Fink, From Peacekeeping to Peace-Enforcement: The Blurring of the Mandate for the Use of Force in Maintaining International Peace and Security, in Maryland JIL Trade, 1995, 1 ss.; Marchisio, The Use of Force by Peace-keeping Forces for the Implementation of Their Mandate: Recent Cases and New Problems, in Italian and German Participation in Peace-keeping: From Dual Approaches to Co-operation, a cura di De Guttry, Pisa, 1997, 75 ss.; Lattanzi, Assistenza umanitaria e intervento d’umanità, Torino, 1997, 56-67. Vedi anche Magagni, L’adozione di misure coercitive a tutela dei diritti umani nella prassi del Consiglio di Sicurezza, in CS, 1997, 655 ss.. Sull’uso della forza armata autorizzato dal Consiglio di Sicurezza si vedano, tra gli altri, Freudenschuss, Between Unilateralism and Collective Security: Authorizations of the Use of Force by the UN Security Council, in EJIL, 1994, 492 ss.; Gaja, Use of Force Made or Authorized by the United Nations, in The United Nations at Age Fifty, a cura di Tomuschat, Dordrecht, 1995, 39 ss.; Lattanzi, op. cit., 71 ss.; Österdahl, By All Means, Intervene! (The Security Council and the Use of Force under Chapter VII of the UN Charter in Iraq, in Bosnia, Somalia, Rwanda and Haiti), in Nordic JIL, 1997, 241 ss.; Sarooshi, The United Nations and the Development of Collective Security. The Delegation by the Un Security Council of its Chapter VII Powers, Oxford, 1999.

 Per questo tipo di interpretazione dei poteri spettanti al Consiglio di Sicurezza in base al Capitolo VII della Carta vedi soprattutto Arangio-Ruiz, On the Security Council’s ‘Law Making’, in RDI, 2000, 609 ss. e Cannizzaro – Diritto Internazionale 2012 Capitolo 1, 34 ss.

9. Per una valutazione della prassi rilevante in questo contesto si vedano, tra gli altri, Ronzitti, Uso della forza e intervento di umanità, in NATO, conflitto in Kosovo e Costituzione italiana, a cura di Ronzitti, Milano, 2000, 1 ss. e Lattanzi, op. cit., 68 ss.

 Per una ricostruzione dei fatti rilevanti della crisi del Kosovo e dell’intervento dei Paesi della NATO, si veda Pretelli, La crisi del Kosovo e l’intervento della Nato, in Studi Urbinati, 1999/2000, pp.295 ss. Per un’accurata raccolta della documentazione rilevante si veda il volume L’intervento in Kosovo – Aspetti internazionalistici e interni, a cura di Sciso, Milano, 2001, 189 ss.

 Sui dati e sulla situazione relativi agli esodi di massa verificatisi durante la crisi del Kosovo cfr. Lo Savio, Esodi di massa e assistenza umanitaria nella crisi del Kosovo, in L’intervento in Kosovo, cit., 99 ss.

 Sulla valutazione dell’intervento in Kosovo dal punto di vista del diritto internazionale la bibliografia è molto nutrita. Tra gli autori che, con argomentazioni differenti, si sono pronunciati a favore della legittimità dell’intervento – o comunque di una sua qualche giustificazione giuridica – ricordiamo: Balanzino, NATO’s Actions to Uphold Human Rights and Democratic Values in Kosovo: A Test Case for a New Alliance, in Fordham ILJ, 1999, 364 ss.; Bermejo Gracía, Cuestiones actuales referentes al uso de la fuerza en el derecho internacionál, in An. Der. Int., 1999, 3-70; Zanghì, Il Kosovo fra Nazioni Unite e diritto internazionale, in I diritti dell’uomo – cronache e battaglie, 1998, n. 3, 57 ss.; Henkin, Kosovo and the Law of ‘Humanitarian Intervention”, in AJIL, 1999, 824 ss.; Reisman, Kosovo’s Antinomies, ibid., 1999, 860 ss.; Wedgwood, Nato’s Campaign in Yugoslavia, ibid., 1999, 828 ss.; Frank, Lessons of Kosovo, ibid., 858; Vigliar, La crisi dei Balcani nell’odierno ordine europeo ed internazionale, in questa Rivista, 1999, 13-28; Ipsen, Der Kosovo-Einsatz – Illegal? Gerechtfertig? Entschuldbar?, in Der Kosovo Krieg, Rechtliche und rectsethische aspekte, a cura di Lutz, Baden Baden, 1999-2000, 101 ss.; Delbrück, Effektivität des UN-Gewaltverbots, ibid., 11 ss.; Tomuschat, Völkerrechtliche Aspekte des Kosovo-Konflikts, ibid., 31 ss.; Condorelli, La risoluzione 1244(1999) del Consiglio di Sicurezza e l’intervento NATO contro la Repubblica Federale di Iugoslavia, in NATO, conflitto in Kosovo e Costituzione italiana, a cura di Ronzitti, Milano, 2000, 31 ss.; Leanza, Diritto internazionale e interventi umanitari, in Rivista della cooperazione giuridica internazionale, dicembre 2000, 9 ss.;Momtaz, L’intervention d’humanité de l’OTAN au Kosovo et la règle du non-recours à la force, in RICR, 2000, 89 ss.; Sofaer, International Law and Kosovo, in Stanford JIL, 2000, 1 ss.; Weckel, L’emploi de la force contre la Yougoslavie ou la Charte fissurée, in RGDI.P, 2000, 19 ss.Tra gli autori che invece hanno valutato, pur con argomentazioni diverse, come “irrimediabilmente” contraria al diritto internazionale l’azione della NATO, ricordiamo: Bernardini, Jugoslavia: una guerra contro i popoli e contro il diritto, in I diritti dell’uomo – cronache e battaglie, 1998, n. 3, 33-40; Saulle, Il Kosovo e il diritto internazionale, ibid., 53-54; Charney, Anticipatory Humanitarian Intervention in Kosovo, in AJIL, 1999, 834-841; Falk, Kosovo, World Order, and the Future of International Law, ibid., 847-857; Ferraris, La NATO, l’Europa e la guerra del Kosovo, in Aff. Est., 1999, 492-507; Cassese, Ex iniuria ius oritur: Are We Moving towards International Legitimation of Forcible Humanitarian Countermeasures in the World Community?, in EJIL, 1999, 23-30, e A Follow-Up: Forcible Humanitarian Countermeasures and Opinio Necessitatis”, ibid., 1999, 791-799; Krisch, Unilateral Enforcement of Collective Will: Kosovo, Iraq and the Security Council, in Max Planck YUNL, 1999, 59 ss.;Nolte, Kosovo und Konstitutionalisierung: Zur humanitären Intervention der NATO-Staaten, in ZaöRV, 1999, 941-960; Starace, L’azione militare della NATO contro la Iugoslavia secondo il diritto internazionale, in Filosofia dei diritti umani, 1999, paragrafi 4-6;Villani, La guerra del Kosovo: una guerra umanitaria o un crimine internazionale?, in Volontari e terzo mondo, 1999, n. 1-2, 26 ss.; Kühne, Humanitäre NATO-Einsätze ohne Mandat?, in Der Kosovo Krieg, cit., 73-99; Lutz, Wohin treibt (uns) die NATO?, ibid., 111-128; Preuß, Zwischen Legalität und Gerechtigkeit, ibid., 37-51; Weber, Die NATO-Aktion war unzulässig, ibid., 65-71; Mégevand Roggo, After the Kosovo conflict, a genuine humanitarian space: A utopian concept or an essential requirement?, in RICR, 2000, 31-47; Picone, La ‘guerra del Kosovo’ e il diritto internazionale generale, in RDI, 2000, 309-360; Ronzitti, Uso della forza e intervento di umanità, in NATO, conflitto in Kosovo, cit., 1-29; Thürer, Der Kosovo-Konflikt im Lichte des Völkerrechts: von drei – echten und schinbaren Dilemmata, in AVR, 2000, 1-22; Marchisio, L’intervento in Kosovo e la teoria dei due cerchi, in L’intervento in Kosovo, cit., 21 ss.; Sciso, L’intervento in Kosovo: l’improbabile passaggio dal principio del divieto a quello dell’uso della forza armata, ibid., 47 ss.; Joyner, The Kosovo Intervention: Legal Analysis and a More Persuasive Paradigm, in EJIL, 2002, 597-619. Più ambigua la posizione di Simma, (NATO, the UN and the Use of Force: Legal Aspects, in EJIL, 1999, 1-22), il quale pur riconoscendo la contrarietà alla Carta delle Nazioni Unite della minaccia (poi effettivamente attuata) della violenza armata da parte della NATO, arriva tuttavia a giustificarla quale eventualità del tutto eccezionale, quale ultima ratio per fronteggiare la drammatica situazione del Kosovo, non idonea pertanto a costituire sul piano giuridico un valido precedente.

Ucraina, Russia, Europa: giochi politici e destini incrociati

La geografia, come affermò un ignoto geografo in evidente conflitto di interessi, è destino. Difficile dargli torto se si pensa alla storia recente e passata dell’Ucraina. Già nella variante orientale della lingua slava antica il nome “Ucraina” era infatti dotato di un significato geografico ben preciso (che curiosamente si è conservato nella lingua russa corrente): il paese “al confine”, che divide il mondo russo, con le sue steppe e le sue terre nere, dal resto dell’Europa non ortodossa. Un mondo scisso tra la fratellanza storica e culturale con l’ingombrante vicino russo (ai tempi di Gogol’ in Russia gli ucraini venivano chiamati “piccoli russi”) e i legami intensi anche se spesso conflittuali con il mondo europeo, molto frequenti ad ovest del fiume Dnepr grazie alla prossimità alla Polonia. Due anime, una orientata verso l’UE e la NATO e una verso l’ex Unione Sovietica, incapaci di trovare una sintesi, in uno scontro senza interruzioni iniziato a partire dal 1 dicembre 1991, data dell’indipendenza ucraina. Come l’anno scorso, quando la proposta della maggioranza di tollerare l’uso di lingue non ufficiali – principalmente il russo, parlato dal 24% della popolazione con punte nella zona orientale e in Crimea – ha scatenato una enorme rissa nella Rada, l’Assemblea generale di Kiev. O come nel 2004, quando i pesanti brogli elettorali messi in atto dal candidato sostenuto dall’apparato, dalle province orientali e dalla Russia, Viktor Janukovych, vennero denunciati dalla Corte Suprema ucraina e dall’opposizione guidata da Viktor Yuschenko e Julija Tymoshenko, che diede vita a manifestazioni con più di 300.000 persone a Kiev conosciute il nome di “Rivoluzione arancione”.

Quasi dieci anni dopo, a seguito di numerosi mutamenti di scena, il contrasto che divide l’Ucraina è tornato rovente su due diversi tavoli di gioco. All’interno del paese grandi folle hanno tornato ad ammassarsi a Piazza dell’Indipendenza a Kiev – popolarmente nota come piazza Maidan – per protestare contro l’incarcerazione di Julija Tymoshenko, contro le condizioni economiche precarie del paese e soprattutto contro la repressione violenta delle manifestazioni studentesche messa in atto da Janukovych, tornato al potere nel 2010. Ma per un paese in cui all’arretratezza dell’economia si affianca una posizione geopolitica strategica, alle dinamiche interne si collega profondamente la scena internazionale: la partita ucraina rappresenta infatti uno dei nodi più complessi dello scontro tra Unione Europea e Federazione Russa.

Da una parte, un blocco europeo che proprio sul tema dei rapporti con il mondo russo appare ancora troppo diviso tra paesi favorevoli ad una rapida integrazione dell’Ucraina, come Polonia e Lituania (intenzionate a limitare il più possibile l’influenza russa nella zona) e grandi potenze poco interessate ad un paese così distante e storicamente assoggettato a Mosca. Dall’altra parte, la Russia di Putin, che con le Olimpiadi di Sochi di febbraio intende celebrare il ritorno del paese al ruolo di protagonista della scena internazionale, con il successo diplomatico sul caso siriano, il peso economico e politico sempre più accresciuto grazie alle risorse energetiche e alla solidità del gruppo BRICS e con il progetto sul tavolo di una unione euroasiatica che imiti il modello europeo e contenga le spinte cinesi in Asia centrale. Questo progetto, presentato durante la campagna elettorale del 2012 come sviluppo del regime doganale comune per il momento limitato a Russia, Bielorussia e Kazakhstan,viene percepito a Bruxelles come un tentativo di sabotare l’avvicinamento tra Unione Europea ed ex repubbliche sovietiche, che con il programma di associazione “Eastern Partnership” (EaP) approvato nel 2008 aveva visto un buon punto di partenza. A questo programma doveva seguire la firma a Vilnius, il 29 novembre passato, di un accordo di associazione, ultimo passo prima di una possibile candidatura alla membership nell’UE. Ma, come era prevedibile, alle firme di Georgia e Moldova non è seguita quella dell’Ucraina, il cui presidente Janukovych si è accordato il 17 dicembre con Vladimir Putin per una ricompensa ben più sostanziosa dei proverbiali trenta denari: il voltafaccia all’Europa è infatti fruttato all’Ucraina un prestito da 15 milioni di dollari e una riduzione del prezzo del gas da 400 a 268 dollari per mille metri cubi.

Ma alla fine di questa costosa partita, vittoria e sconfitta non sembrano essere divise così nettamente come potrebbe sembrare. A Kiev, Janukovych è riuscito a far fruttare al massimo la posizione ucraina in bilico fra due blocchi, ottenendo un’ottima rendita in cambio della neutralità del suo paese: ma in questo gioco diplomatico ha perso il sostegno della popolazione filo-europea, che dalle barricate erette a piazza Maidan minaccia seriamente il suo governo, specialmente in vista delle elezioni del 2015 – dove in assenza della Tymoshenko sta acquistando sempre più seguito la candidatura dell’ex pugile Vitali Klitschko. A Mosca, Putin ha pochi elementi per gioire dell’ulteriore prova di forza russa davanti a istituzioni occidentali. L’ingresso dell’Ucraina nell’unione eurasiatica entro il 2015, ipotetica contropartita della salata ricompensa, dipende dalla capacità di Janukovych di mantenere la sua promessa senza scatenare una guerra civile nel paese. Oltre a questo, la responsabilità per la gestione della disastrata economia ucraina passa ora dall’Europa alla Russia, i cui finanziamenti probabilmente non si limiteranno a questa prima tranche. Ma forse per Putin, che considera il crollo dell’Urss “la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo”, la fedeltà ucraina non ha prezzo, e, con il petrolio stabile sul mercato internazionale, le casse statali possono permettersi anche questo fardello, oltre ai mal di pancia causati ai dirigenti Gazprom per gli sconti accordati all’Ucraina.

Il vero rebus di questa trojka è rappresentato però dalla posizione di Bruxelles: raramente come sulla querelle ucraina la mancanza di una politica estera comune ha causato passi falsi così maldestri. Spinta dagli entusiasmi polacchi e svedesi, l’Unione ha iniziato un gioco pericoloso, che ha deteriorato i già freddi rapporti con la Russia, e il cui successo era pregiudicato da due limiti: l’incapacità di promettere a Janukovych un forte sostegno economico sul breve termine da un lato, e la rigidità in materia di democrazia e diritti umani dall’altro, che hanno portato la missione diplomatica a Kiev ad arenarsi sulla richiesta di scarcerazione della Tymoshenko e di riforme economiche e politiche. L’assenza di elasticità al tavolo negoziale non è certo una novità, dato che il bagaglio istituzionale e culturale, vanto del processo di integrazione europea, aveva già ostacolato i rapporti con gli stati africani, spinti dalle pretese europee a preferire finanziamenti cinesi, più sostanziosi e meno esigenti dal punto di vista etico.

Ma, ad di là della magra figura internazionale rimediata dalle istituzioni europee, incapaci di sostenere coi fatti oltre che con le parole i manifestanti di Kiev, dovremmo vedere il lato positivo di questo passo falso, che non ci ha solo rivelato cosa non va nella nostra andatura, ma anche che forse stavamo imboccando un percorso sbagliato. Non esiste infatti una vera volontà politica all’interno dell’Unione riguardo all’espansione dei confini definiti dagli ingressi del 2004. Le uniche annessioni nel breve periodo saranno semmai quelle volte a ricomporre il mosaico insanguinato dei Balcani, nel quale l’UE ha iniziato ad addentrarsi con l’ingresso della Croazia nel 2013. Il futuro delle relazioni tra Unione Europea e Federazione Russa rimane comunque interlocutorio, nonostante il successo di alcuni rapporti bilaterali (come quello tra Russia e Italia), e rimarrà la chiave di volta di numerose dinamiche politiche ed energetiche fino a quando le due parti non riusciranno a istituzionalizzare e pacificare i loro rapporti. Un buon punto di partenza potrebbe essere rappresentato dal riavvicinamento tra Unione Europea e Serbia, roccaforte ortodossa neiBalcani e storicamente alleata dello stato russo per il controllo di un’area di grande rilievo simbolico e geopolitico non solo per il Cremlino, ma per l’Europa intera, in quanto luogo di convivenza e di scontro tra cattolicesimo, ortodossia e Islam. Perché sicuramente il geografo era di parte, ma sulla geografia e sul destino qualcosa aveva capito.

Francesco Tamburini – AltriPoli