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La sfida per la Commissione: volti, partiti e programmi delle prossime elezioni europee

Le elezioni per il rinnovamento del Parlamento europeo che si terranno dal 22 al 25 maggio nei 28 paesi dell’Unione Europea presentano molti elementi di interesse rispetto alle ultime avvenute nel 2009. Quelle di maggio saranno infatti le prime elezioni in cui verrà applicato integralmente il paragrafo 7 dell’articolo 17 del Trattato di Lisbona: i capi di Stato e di governo della UE, riuniti nel Consiglio Europeo, dovranno proporre al Parlamento Europeo un candidato per la presidenza della Commissione ‘tenendo conto delle elezioni del Parlamento europeo’.

Per la prima volta i partiti politici europei, nati a Maastricht come indispensabile spazio di condivisione politica oltre i confini nazionali, hanno avuto la possibilità di proporre un candidato affiliato alla propria lista, che difenda il proprio programma davanti agli elettori europei e che in caso di vittoria si prenda la responsabilità di dirigere la Commissione, ovvero l’organo esecutivo dell’Unione Europea. La carica innovativa di questa norma è prorompente: mai prima d’ora si era presentata la possibilità di costruire un vero dibattito comune europeo durante la campagna elettorale, spesso tirannizzata dai partiti nazionali interessati alle elezioni europee come ad una mera verifica del consenso alla politica interna. Inoltre, l’instaurazione di un legame diretto tra elettori e Commissione permetterebbe di ridurre il deficit democratico spesso rinfacciato alle istituzioni di Bruxelles, rendendo queste elezioni veramente europee, come mai era avvenuto dal 1979.

A questa apertura dal sapore cosmopolitico si oppongono naturalmente i governanti, a difesa del classico carattere intergovernativo delle istituzioni europee: in questo senso vanno lette le dichiarazioni Angela Merkel (‘non vedo nessuna automaticità tra i candidati più votati e la scelta del Presidente’) e di Herman Van Rompuy, secondo il quale senza un aumento dei poteri della Commissione, l’elezione diretta del presidente sarebbe una pericolosa fantasia, poiché ‘politicizzare le elezioni serve solo a preparare in anticipo la delusione’. Si potrebbe obiettare che mai come durante in questi anni la Commissione ha avuto poteri così ampi e delicati, tali da limitare fortemente la sovranità nazionale di alcuni stati in collaborazione con la BCE ed il Fondo Monetario Internazionale nella temuta ‘troika’. Ed è difficile dare torto a Thomas Klau, membro dello European Council on Foreign Relations, quando sostiene che la fiducia nelle istituzioni europee è messa a rischio in primo luogo dai leader nazionali, che da una parte permettono al sistema di influenzare la politica nazionale, dall’altra rifiutano di dare al sistema la leadership politica necessaria per esercitare questo potere in maniera responsabile. Ad ogni modo, sembra chiaro che l’esito di queste elezioni europee sarà fondamentale per capire che direzione prenderanno le istituzioni europee nei prossimi anni. Risulta quindi indispensabile comprendere chi sono i candidati alla Commissione e quale visione dell’Europa propongono.

Difficilmente ripeterà la grande vittoria del 2009, che gli permise di confermare Barroso presidente della Commissione e di nominare Van Rompuy presidente del Consiglio, il Partito Popolare Europeo, il più grande e più influente partito all’interno della UE, che annovera tra le sue fila 73 partiti nazionali, tra cui la CDU-CSU tedesca capeggiata da Angela Merkel e Forza Italia, UDC e Nuovo Centrodestra per l’Italia. Al congresso del 7 marzo è stato scelto come candidato per la Commissione Jean-Claude Juncker, eterno presidente del Lussemburgo e presidente dell’Eurogruppo dal 2005 al 2013, il quale ha provato già nel suo discorso d’investitura a prendere le distanze dalle impopolari politiche di austerità difese dal suo partito in questi anni, promettendo una sterzata dell’Unione dalle politiche finanziarie alla sfera sociale per combattere la disoccupazione giovanile e la divisione tra Nord e Sud del continente. La vittoria di misura raggiunta da Juncker sul secondo arrivato, Michel Barnier, grazie all’appoggio decisivo della Merkel ha però fatto alzare più di un sopracciglio a molti partecipanti al congresso di Dublino. I più maliziosi vedono addirittura una candidatura così debole come parte di un disegno politico: Juncker sarebbe infatti messo facilmente da parte per far spazio all’attuale direttrice del FMI, Christine Lagarde, indicata da molti come candidato ideale per un compromesso tra Consiglio e Parlamento Europeo, in caso si arrivasse ad un pareggio elettorale tra i due principali partiti, il PPE e PSE.

Guai però a sottovalutare proprio il candidato designato dal Partito Socialista Europeo, Martin Schulz, presidente uscente del Parlamento Europeo, noto in Italia soprattutto per l’epiteto di ‘kapò’ con cui lo ingiuriò Silvio Berlusconi, in una delle sue rare visite al Parlamento Europeo, non a caso coincidente con una delle pagine più vergognose della storia italiana in Europa. Il socialdemocratico tedesco ha infatti parecchie frecce al proprio arco: un programma completo che punta a rilanciare la crescita, a rafforzare l’uguaglianza di genere in Europa e a sviluppare un’efficace politica comune sull’immigrazione, una massiccia campagna di propaganda condotta da volontari socialisti porta a porta (efficacemente nominata ‘Knock the vote’) e una stima bipartisan guadagnata in anni di lavoro nelle istituzioni europee. Non ultimo, Schulz è certo che, con un buon risultato del PSE alle elezioni, la sua candidatura sarebbe difesa da avvocati preziosi all’interno del Consiglio Europeo: non sarebbe certo il sostegno degli alleati nel PSE Renzi e Hollande, ma probabilmente anche l’endorsement pesante della stessa Angela Merkel. La Cancelliera infatti vede in Schulz un valido alleato per il futuro rilancio dell’Unione Europea e la revisione del Trattato di Lisbona, e gli ottimi rapporti personali tra i due sono persino migliorati a livello politico grazie alla cooperazione tra SPD e democristiani nella nuova “Grosse Koalition”. Eppure la vicinanza alla Merkel potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio per il candidato socialista: questa strana alleanza infatti gli rende quasi impossibile criticare le politiche di austerità imposte dalla Cancelliera in questi anni, e rischia di far inabissare il programma socialista nel motto merkeliano ‘soldi in cambio di riforme’, che in questi anni ha portato al commissariamento diretto o indiretto di molti paesi europei. La vera sfida per Schulz, ovvero quella di presentarsi come candidato di un’Europa diversa da quella del rigore, sembra quindi quantomeno problematica, e l’appartenenza nazionale non lo aiuta: difficile infatti far scomparire dalla mente di molti cittadini europei l’immagine negativa della Germania diffusa dai media in questi anni di crisi economica.

La nazionalità gioca un ruolo evocativo anche per un’altra delle candidature alla Commissione, ma in chiave opposta: Alexis Tsipras, leader del partito Syriza, che alle elezioni greche del giugno 2012 raggiunse ben il 27% dei consensi, è stato scelto dalla Sinistra Unitaria Europea come candidato a sostegno di un cambiamento radicale nelle politiche economiche europee, che proprio in Grecia hanno mostrato tutti i loro limiti: l’attenzione rivolta solo alla stabilità finanziaria, che alcuni commentatori economici dichiarano ormai raggiunta, ha impedito di valutare l’impatto sociale disastroso delle politiche di austerità, poi riconosciuto dallo stesso Fondo Monetario Internazionale. Il programma di Tsipras non si limita però al rifiuto dell’austerità e all’abolizione del Fiscal compact, ma tocca anche temi dell’ambiente, con un’attenzione particolare allo sviluppo sostenibile e alle fonti rinnovabili, e dell’immigrazione, con il rifiuto della concezione dell’Europa come fortezza e la condanna di tutte le forme di discriminazione. L’obiettivo ambizioso è quello di imporsi come ago della bilancia delle politiche europee, in modo da scongiurare una grande coalizione PPE-PSE, ma gli ostacoli non sembrano pochi. Specialmente in Italia, è in dubbio la stessa presenza alle elezioni della lista civica ‘L’altra Europa con Tsipras’, sostenuta da Barbara Spinelli e da Stefano Rodotà, a causa della normativa bizantina che impone alla lista, non sostenuta da alcun parlamentare europeo o italiano, la raccolta di 150.000 firme entro il 15 aprile, di cui almeno 3000 per ogni regione, senza alcuna distinzione tra l’enorme Lombardia e la minuscola Valle d’Aosta. La partecipazione di numerosi volontari alla raccolta firme in questi giorni sembra scongiurare il rischio di esclusione, ma non si può non sottolineare, come nota lo stesso Aldo Giannuli, la disparità di trattamento tra partiti istituzionali e movimenti nati dalla società civile nell’ordinamento italiano.

Grande attenzione ai temi dell’austerità, dell’immigrazione e ovviamente dell’ambiente viene dedicata anche dai Verdi, che propongono la candidatura unita di Ska Keller, giovane parlamentare tedesca, e di José Bové, ex sindacalista francese che incarna l’anima anti-liberista del partito. I due rappresentanti, selezionati tramite votazioni online, non si fanno illusioni su un’improbabile vittoria: il loro scopo è piuttosto quello influenzare la scelta del prossimo presidente della Commissione e di stilare un’agenda comune all’interno del nuovo Parlamento seguendo il motto ’la via giusta  e verde fuori dalla crisi’.

Anche la Alleanza dei Democratici e Liberali per l’Europa (ALDE), principalmente composta dai libdem inglesi e dai liberali tedeschi, presenterà un candidato per la Commissione: si tratta dell’ex primo ministro del Belgio, il fiammingo Guy Verhofstadt, scelto a seguito del passo indietro del Commissario per gli Affari Economici e Monetari Olli Rehn. La candidatura del belga sembra improntata prevalentemente in ottica anti-populista, con un programma federalista che punta ad un’Unione ancora più integrata, simboleggiato anche dalla presenza di Verhofstadt lo scorso 20 febbraio in piazza Maidan a Kiev, a sostegno di un?Ucraina democratica e integrata in Europa. La sua candidatura è stata però ferocemente criticata dall’ex commissario Frits Bolkenstein, peraltro alleato del belga nell’ALDE, il quale ha dichiarato che i federalisti europei sostengono un progetto federale irrealizzabile e al momento ‘sono un pericolo maggiore per l’UE degli euroscettici’.

L’affermazione dell’olandese potrebbe però suonare ottimistica, se osserviamo la prepotente ascesa dei movimenti euroscettici e nazionalisti, che probabilmente raccoglieranno successi rilevanti alle elezioni di maggio e che ovviamente non presentano nessun candidato comune: la loro politica è chiaramente contraria a qualsiasi forma di integrazione troppo avanzata, come la creazione di  un partito politico comune. Tutt’al più questi partiti sono disposti a raggrupparsi in formazioni variegate, come l’Alleanza dei Conservatori e Riformisti Europei, che comprende Tories britannici ed euro-scettici cechi. Sembra in via di definizione anche un rassemblement anti-europeista accentrato attorno al Front National di Marine Le Pen, che comprenderebbe anche il ‘Vlaams Belang’ (‘Interesse Fiammingo’), il Partito della Libertà di Geert Wilders, l’Alleanza per il futuro dell’Austria (‘BZO’) e altri partiti di destra anti-immigrazione, come la Lega Nord. Da notare  la vistosa assenza di Alba Dorata, del Partito Indipendentista del Regno Unito, dello ‘Jobbik’ ungherese: coerentemente con la riuscita ‘sdemonizzazione’ in politica interna, la figlia di Jean-Marie Le Pen è fermamente intenzionata a rompere ogni associazione con gruppi estremisti di ispirazione fascista e apertamente razzista. Ricordare la fallimentare storia di simili gruppi di nazionalisti esplosi a causa di contrasti interni sarebbe una magra consolazione, poiché mai come a queste elezioni i nazionalisti europei si presentano uniti da una causa comune:  cancellare il Trattato di Schengen, capro espiatorio di tutti i mali europei, e con esso l’Unione Europa, ormai indebolita dagli squilibri economici interni, dai contrasti politici fra stati membri e dai passi falsi in politica estera, simboleggiati dall’impotenza davanti all’annessione russa della Crimea.

Non c’è dubbio che uno spettro si aggiri per l’Europa: lo spettro del fallimento del progetto comunitario e del ritorno all’angustia dei confini nazionali. Ma a queste elezioni ci è data la possibilità di scegliere il nostro futuro e il futuro dell’Europa, un continente che, con i suoi difetti e le sue divisioni, in cinquant’anni ha abbattuto più muri culturali e politici di qualsiasi altra comunità umana nella storia moderna e contemporanea. Domenica 25 maggio, e in tutti i giorni che seguiranno, dovremo provare ad essere degni di questa eredità.

Francesco Tamburini – AltriPoli

Un rinnovato Parlamento europeo per una nuova UE

Mancano ormai poche settimane alle nuove elezioni per il Parlamento Europeo e in generale, in Italia e in tutto il continente, inizia ad avvertirsi un certo fermento. Questo anche perché queste elezioni presentano alcune novità che ne aumentano il valore e il significato. Quelle di maggio saranno le prime elezioni per le quali verrà integralmente applicato il Trattato di Lisbona del 2009 che modifica il potere ed il ruolo del Parlamento Europeo, l’unico organo direttamente rappresentativo dei cittadini europei nel quadro delle istituzioni dell’Unione.

Ogni 5 anni i cittadini degli stati membri sono chiamati alle urne per eleggere i loro rappresentanti che siederanno nell’assemblea per tutelare e promuovere i loro interessi. Ogni stato membro ha il diritto ad eleggere un determinato numero di rappresentanti e il nuovo Parlamento sarà composto da 751 parlamentari (l’Italia ne eleggerà 73). La principale novità nell’ambito dei nuovi poteri del Parlamento riguarda il ruolo di primo piano nell’elezione del Presidente della Commissione Europea (alla quale spetta il potere esecutivo). Per la prima volta gli elettori avranno voce in capitolo.

La critica maggiore che, soprattutto negli ultimi anni di crisi economica, è stata rivolta all’UE è stata quella di non essere sufficientemente democratica nei metodi e di non garantire una corretta e sufficiente rappresentanza dei suoi cittadini. L’UE ormai viene percepita principalmente come qualcosa di calato dall’alto, autoritario ed usurpatore della sovranità nazionale degli stati membri e lontana dall’esprimere le istanze dei cittadini.

Così, con il Trattato di Lisbona si è deciso che i partiti politici europei (sorta di coalizioni transnazionali nelle quali dovrebbero confluire partiti nazionali affini tra di loro per ideali e valori) debbano indicare il nome di un candidato alla presidenza della Commissione per far sì che i cittadini possano esercitare una scelta più consapevole e chiara. A loro volta, i partiti politici nazionali sono invitati a esprimere la loro adesione ad un formazione politica europea.

Votando alle elezioni europee, dunque, i cittadini determinano composizione e peso dei gruppi nel Parlamento e indirettamente la Presidenza della Commissione. Ci si aspetta che questa democratizzazione dei metodi e della rappresentanza all’interno del quadro istituzionale continentale possa rafforzare i poteri e la legittimità dell’Unione. Dopo le elezioni, dunque, il Consiglio Europeo (l’organo composto dai capi di stato e di governo degli stati membri) sarà tenuto a considerare i risultati usciti dalle urne nell’elaborare una proposta per il candidato alla Presidenza. Il Parlamento voterà poi il candidato proposto, che per essere approvato avrà bisogno della maggioranza dei parlamentari (almeno 376 su 751).

Anche i candidati per i ruoli di Commissari saranno indirettamente e parzialmente espressione dei risultai delle elezioni di Maggio e anche loro dovranno superare la verifica parlamentare prima di poter assumere la carica. Il Consiglio, d’accordo con il Presidente eletto, stilerà la lista dei candidati. Questi, in prima battuta, dovranno presentarsi in udienza pubblica di fronte alle Commissioni parlamentari nei rispettivi settori di competenza per presentare i loro programmi. Il Presidente, poi, presenterà il Collegio dei Commissari e il suo programma in seduta parlamentare. Presidente, Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la Sicurezza e gli altri membri della Commissione saranno soggetti, collettivamente, a un voto di approvazione da parte del Parlamento. Una volta approvati, potranno essere ufficialmente nominati dal Consiglio, che dovrà deliberare a maggioranza qualificata.

Penso che non votare sia legittimo e a volte persino giusto, ma credo anche che votare non sia mai sbagliato. In particolar modo in questa occasione ritengo che sia necessario andare a votare. Alla luce di ciò che è avvenuto negli ultimi anni, è ormai chiaro a tutti che l’UE abbia un peso e un’ influenza sulla vita quotidiana dei cittadini europei superiore a quanto si potesse pensare. Ciò ha creato diversi malumori, perché spesso dinamiche e scelte delle istituzioni comunitarie sono parse (o sono state presentate) come troppo invadenti. La disaffezione nei confronti di un’entità che in pochi avvertono come promotrice di reali valori comunitari e solidali è cresciuta come non mai.

Queste elezioni sono, secondo me, un’interessante e importante banco di prova tanto per l’UE come istituzione, quanto per i cittadini che ne fanno parte. L’UE dovrà dare prova di sapersi rinnovare, di essere in grado di colmare quel deficit, quel reale gap di rappresentanza democratica del quale viene accusata per riuscire ad arrivare ad esprimere le istanze dei cittadini che la animano. I cittadini, invece, dovranno dimostrare di saper riconoscere il valore e l’opportunità che un’unione di stati basata su valori e interessi (in questo ordine) comuni può ricoprire nell’affrontare le sfide e le difficoltà che il mondo contemporaneo pone.

Matteo Mancini – AltriPoli

Ucraina, Russia, Europa: giochi politici e destini incrociati

La geografia, come affermò un ignoto geografo in evidente conflitto di interessi, è destino. Difficile dargli torto se si pensa alla storia recente e passata dell’Ucraina. Già nella variante orientale della lingua slava antica il nome “Ucraina” era infatti dotato di un significato geografico ben preciso (che curiosamente si è conservato nella lingua russa corrente): il paese “al confine”, che divide il mondo russo, con le sue steppe e le sue terre nere, dal resto dell’Europa non ortodossa. Un mondo scisso tra la fratellanza storica e culturale con l’ingombrante vicino russo (ai tempi di Gogol’ in Russia gli ucraini venivano chiamati “piccoli russi”) e i legami intensi anche se spesso conflittuali con il mondo europeo, molto frequenti ad ovest del fiume Dnepr grazie alla prossimità alla Polonia. Due anime, una orientata verso l’UE e la NATO e una verso l’ex Unione Sovietica, incapaci di trovare una sintesi, in uno scontro senza interruzioni iniziato a partire dal 1 dicembre 1991, data dell’indipendenza ucraina. Come l’anno scorso, quando la proposta della maggioranza di tollerare l’uso di lingue non ufficiali – principalmente il russo, parlato dal 24% della popolazione con punte nella zona orientale e in Crimea – ha scatenato una enorme rissa nella Rada, l’Assemblea generale di Kiev. O come nel 2004, quando i pesanti brogli elettorali messi in atto dal candidato sostenuto dall’apparato, dalle province orientali e dalla Russia, Viktor Janukovych, vennero denunciati dalla Corte Suprema ucraina e dall’opposizione guidata da Viktor Yuschenko e Julija Tymoshenko, che diede vita a manifestazioni con più di 300.000 persone a Kiev conosciute il nome di “Rivoluzione arancione”.

Quasi dieci anni dopo, a seguito di numerosi mutamenti di scena, il contrasto che divide l’Ucraina è tornato rovente su due diversi tavoli di gioco. All’interno del paese grandi folle hanno tornato ad ammassarsi a Piazza dell’Indipendenza a Kiev – popolarmente nota come piazza Maidan – per protestare contro l’incarcerazione di Julija Tymoshenko, contro le condizioni economiche precarie del paese e soprattutto contro la repressione violenta delle manifestazioni studentesche messa in atto da Janukovych, tornato al potere nel 2010. Ma per un paese in cui all’arretratezza dell’economia si affianca una posizione geopolitica strategica, alle dinamiche interne si collega profondamente la scena internazionale: la partita ucraina rappresenta infatti uno dei nodi più complessi dello scontro tra Unione Europea e Federazione Russa.

Da una parte, un blocco europeo che proprio sul tema dei rapporti con il mondo russo appare ancora troppo diviso tra paesi favorevoli ad una rapida integrazione dell’Ucraina, come Polonia e Lituania (intenzionate a limitare il più possibile l’influenza russa nella zona) e grandi potenze poco interessate ad un paese così distante e storicamente assoggettato a Mosca. Dall’altra parte, la Russia di Putin, che con le Olimpiadi di Sochi di febbraio intende celebrare il ritorno del paese al ruolo di protagonista della scena internazionale, con il successo diplomatico sul caso siriano, il peso economico e politico sempre più accresciuto grazie alle risorse energetiche e alla solidità del gruppo BRICS e con il progetto sul tavolo di una unione euroasiatica che imiti il modello europeo e contenga le spinte cinesi in Asia centrale. Questo progetto, presentato durante la campagna elettorale del 2012 come sviluppo del regime doganale comune per il momento limitato a Russia, Bielorussia e Kazakhstan,viene percepito a Bruxelles come un tentativo di sabotare l’avvicinamento tra Unione Europea ed ex repubbliche sovietiche, che con il programma di associazione “Eastern Partnership” (EaP) approvato nel 2008 aveva visto un buon punto di partenza. A questo programma doveva seguire la firma a Vilnius, il 29 novembre passato, di un accordo di associazione, ultimo passo prima di una possibile candidatura alla membership nell’UE. Ma, come era prevedibile, alle firme di Georgia e Moldova non è seguita quella dell’Ucraina, il cui presidente Janukovych si è accordato il 17 dicembre con Vladimir Putin per una ricompensa ben più sostanziosa dei proverbiali trenta denari: il voltafaccia all’Europa è infatti fruttato all’Ucraina un prestito da 15 milioni di dollari e una riduzione del prezzo del gas da 400 a 268 dollari per mille metri cubi.

Ma alla fine di questa costosa partita, vittoria e sconfitta non sembrano essere divise così nettamente come potrebbe sembrare. A Kiev, Janukovych è riuscito a far fruttare al massimo la posizione ucraina in bilico fra due blocchi, ottenendo un’ottima rendita in cambio della neutralità del suo paese: ma in questo gioco diplomatico ha perso il sostegno della popolazione filo-europea, che dalle barricate erette a piazza Maidan minaccia seriamente il suo governo, specialmente in vista delle elezioni del 2015 – dove in assenza della Tymoshenko sta acquistando sempre più seguito la candidatura dell’ex pugile Vitali Klitschko. A Mosca, Putin ha pochi elementi per gioire dell’ulteriore prova di forza russa davanti a istituzioni occidentali. L’ingresso dell’Ucraina nell’unione eurasiatica entro il 2015, ipotetica contropartita della salata ricompensa, dipende dalla capacità di Janukovych di mantenere la sua promessa senza scatenare una guerra civile nel paese. Oltre a questo, la responsabilità per la gestione della disastrata economia ucraina passa ora dall’Europa alla Russia, i cui finanziamenti probabilmente non si limiteranno a questa prima tranche. Ma forse per Putin, che considera il crollo dell’Urss “la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo”, la fedeltà ucraina non ha prezzo, e, con il petrolio stabile sul mercato internazionale, le casse statali possono permettersi anche questo fardello, oltre ai mal di pancia causati ai dirigenti Gazprom per gli sconti accordati all’Ucraina.

Il vero rebus di questa trojka è rappresentato però dalla posizione di Bruxelles: raramente come sulla querelle ucraina la mancanza di una politica estera comune ha causato passi falsi così maldestri. Spinta dagli entusiasmi polacchi e svedesi, l’Unione ha iniziato un gioco pericoloso, che ha deteriorato i già freddi rapporti con la Russia, e il cui successo era pregiudicato da due limiti: l’incapacità di promettere a Janukovych un forte sostegno economico sul breve termine da un lato, e la rigidità in materia di democrazia e diritti umani dall’altro, che hanno portato la missione diplomatica a Kiev ad arenarsi sulla richiesta di scarcerazione della Tymoshenko e di riforme economiche e politiche. L’assenza di elasticità al tavolo negoziale non è certo una novità, dato che il bagaglio istituzionale e culturale, vanto del processo di integrazione europea, aveva già ostacolato i rapporti con gli stati africani, spinti dalle pretese europee a preferire finanziamenti cinesi, più sostanziosi e meno esigenti dal punto di vista etico.

Ma, ad di là della magra figura internazionale rimediata dalle istituzioni europee, incapaci di sostenere coi fatti oltre che con le parole i manifestanti di Kiev, dovremmo vedere il lato positivo di questo passo falso, che non ci ha solo rivelato cosa non va nella nostra andatura, ma anche che forse stavamo imboccando un percorso sbagliato. Non esiste infatti una vera volontà politica all’interno dell’Unione riguardo all’espansione dei confini definiti dagli ingressi del 2004. Le uniche annessioni nel breve periodo saranno semmai quelle volte a ricomporre il mosaico insanguinato dei Balcani, nel quale l’UE ha iniziato ad addentrarsi con l’ingresso della Croazia nel 2013. Il futuro delle relazioni tra Unione Europea e Federazione Russa rimane comunque interlocutorio, nonostante il successo di alcuni rapporti bilaterali (come quello tra Russia e Italia), e rimarrà la chiave di volta di numerose dinamiche politiche ed energetiche fino a quando le due parti non riusciranno a istituzionalizzare e pacificare i loro rapporti. Un buon punto di partenza potrebbe essere rappresentato dal riavvicinamento tra Unione Europea e Serbia, roccaforte ortodossa neiBalcani e storicamente alleata dello stato russo per il controllo di un’area di grande rilievo simbolico e geopolitico non solo per il Cremlino, ma per l’Europa intera, in quanto luogo di convivenza e di scontro tra cattolicesimo, ortodossia e Islam. Perché sicuramente il geografo era di parte, ma sulla geografia e sul destino qualcosa aveva capito.

Francesco Tamburini – AltriPoli

Europa sì, Europa no: verso le elezioni 2014

Ci stiamo pian piano avvicinando alle elezioni europee di maggio prossimo e nell’ultimo periodo, ancor prima che inizi la campagna elettorale, si sta sviluppando una discussione importante. Sempre maggiori sono le preoccupazioni dell’attuale classe dirigente dell’UE e dei partiti cosiddetti europeisti in merito alla probabile avanzata elettorale di quei partiti invece definiti come euroscettici.

Negli ultimi anni, infatti, in quasi tutte le elezioni per i parlamenti nazionali abbiamo assistito ad un notevole aumento di consensi per quei partiti – generalmente di destra, ma non solo e con programmi spesso divergenti su diverse questioni – dichiaratamente ostili all’Unione come istituzione in sé e alle sue politiche. Un successo che, in vista delle nuove elezioni europee, inquieta molti tra Bruxelles e Strasburgo.

Ciò che maggiormente preoccupa è il fatto che la retorica di questi partiti o movimenti possa attecchire e trovare riscontro fra quella parte dell’elettorato che si dichiara effettivamente deluso ed insoddisfatto dai risultati ottenuti dall’Unione, soprattutto negli ultimi anni. Stando ai numeri forniti dall’istituto di ricerca e statistica Gallup, solo un cittadino europeo su quattro ha una percezione positiva dell’UE e la stessa membership al consorzio continentale non è necessariamente ritenuta come privilegio positivo. La divisione dell’elettorato fra eurosceptics e optimists vede addirittura i primi in leggero vantaggio (43% contro 40%).

Tra le opinioni pubbliche nazionali la disaffezione verso Bruxelles e l’impopolarità del progetto di integrazione europea hanno raggiunto livelli mai visti prima. L’europeismo come ideale e progetto politico, dunque, sembrerebbe in grosse difficoltà. Tutti i leader degli attuali governi nazionali hanno espresso la loro preoccupazione in merito, ravvisando nell’“avanzata populista” una grave minaccia per il sistema. “C’è il grosso rischio di avere il Parlamento europeo più anti-europeo di sempre”, sostiene anche il nostro premier Enrico Letta.

Che poi i leader nazionali che difendono l’istituzione Europa siano gli stessi che negli ultimi anni di politiche di austerità si sono spesso giustificati sostenendo che fosse l’Unione stessa a richiederle o imporle è un fatto curioso. Ma d’altronde anche queste idee hanno diritto di esistere ed eventualmente essere rappresentate nelle istituzioni.

FrontNational in Francia, Movimento 5 Stelle e Lega Nord qui da noi, Alba Dorata in Grecia, Partito della Libertà olandese, il Partito dell’Indipendenza inglese sono solo alcune delle realtà nazionali dichiaratamente ostili e contrarie al processo di integrazione europea e all’euro. Oramai ogni singolo parlamento europeo contiene un partito di questo tipo, legittimato da un considerevole supporto elettorale.

La notizia di soli pochi giorni fa del raggiungimento di un probabile accordo tra Marine Le Pen (leader del FN francese) e l’olandese Geert Wilders (a capo del Partito della Libertà), volto a coordinare le loro campagne elettorali in vista delle elezioni europee, testimonia il fatto che il movimento si stia organizzando a livello internazionale e rende sempre meno remota la possibilità che ottenga il successo che in molti pronosticano e temono. Non suonano molto rassicuranti le parole di Wilders, che con una certa leggerezza afferma: “Il nostro obiettivo è fare tutto il possibile per trasformare le prossime elezioni europee in una frana collettiva contro Bruxelles” che definisce come “mostro”. La considerazione dell’UE come un’istituzione prevaricatrice ed ingombrante accomuna i programmi di questi due partiti che aspirano a creare un gruppo anti-Europa nel Parlamento Europeo. Per creare un gruppo parlamentare serve riunire 25 deputati da 7 Stati membri differenti e comporta notevoli vantaggi e poteri: staff, uffici, soldi e maggior tempo di parola a disposizione nei dibattiti.

Alla luce di questi fatti sorgono diversi dubbi rispetto al percorso che il processo di integrazione europea ha intrapreso negli ultimi anni. Senza dubbio la crisi economica ha complicato processi ed equilibri, esponendo le istituzioni europee e le sue politiche a forti critiche e rischi. Ma non credo che le difficoltà determinate dalla contingente situazione economica siano sufficienti a spiegare il successo di partiti portatori di istanze e ideali di questo tipo. Sarebbe riduttivo e semplicistico.

Più che meravigliarsi, la classe dirigente europea e i leader dei governi che la sostengono dovrebbero porsi alcune domande, analizzare la storia degli ultimi anni e cercare di capire dove si è sbagliato. Perché fino a qualche anno fa partiti e movimenti euroscettici viaggiavano su percentuali a cifra singola (se non con la virgola dopo lo zero) e ora invece concorrono per la vittoria delle elezioni? Perché la gente ha perso fiducia nell’idea che sia preferibile collaborare con gli altri a costo di cedere parte della propria sovranità nazionale, piuttosto che districarsi da soli tra i “pericoli” del mondo contemporaneo?

A mio parere, rilanciare, piuttosto che lasciar regredire, il processo di integrazione europea è probabilmente l’unico modo perché la gente ritorni a credere nelle possibilità e nei vantaggi che la federazione tra le nazioni europee offre. Procedere alla reale democratizzazione dei processi di legittimazione delle massime istituzioni e degli organi comunitari, così come all’implementazione dei valori fondanti dell’Unione rappresentano la via maestra attraverso la quale superare le varie crisi economiche, politiche, sociali e di fiducia.

Matteo Mancini – AltriPoli

Caso Cipro: una crisi economica ed etica che minaccia l’Europa

2013. Un anno iniziato con numerose incertezze, per l’Italia come per molti altri Paesi del mondo. La crisi economica continua a mietere vittime, talvolta innocenti e ignare. E’ il caso di Cipro, Paese sino ad ora marginale dell’Eurozona, che per fronteggiare l’ingente debito pubblico ha scelto di adottare alquanto drastiche misure. Al fine di ottenere il supporto economico dell’UE, il governo cipriota ha proposto d’imporre una tassa sui conti dei privati cittadini, con un’aliquota variante dal 6,75% al 9,9%. In cambio, ai risparmiatori danneggiati sarebbe assegnato un esiguo pacchetto azionario delle banche.

Nei giorni scorsi, la notizia ha gettato scompiglio nel panorama finanziario dell’Europa, creando notevoli ribassi nelle Borse. Un rilevante accento è stato posto sulla decisione di tassare anche i patrimoni inferiori ai centomila euro. I risparmiatori più poveri si troverebbero costretti a pagare un’aliquota (6,75%) proporzionalmente maggiore a quella erogata dei più ricchi (9,9%). Si aggiunga a tale fatto che il ceto medio-basso tende a conservare la maggior parte del proprio patrimonio all’interno della banca, mentre i più abbienti hanno la possibilità di investire altrove i propri risparmi: ergo, gli averi di questi ultimi verrebbero assai inferiormente danneggiati. Una spiegazione a questa scelta del governo di Nicosia potrebbe risiedere nel fatto che Cipro sia ben nota come paradiso fiscale dei magnati russi e non voglia intaccare questo suo stato attuale.

Gli analisti delle più importanti banche del mondo, come Morgan Stanley e Goldman Sachs, hanno espresso grandi perplessità sulle conseguenze che la tassa forzata imposta da Cipro potrebbe avere sul resto dell’Eurozona. La fede che gli europei ripongono nel sistema finanziario è già stata messa a dura prova negli scorsi anni di crisi e il caso di Cipro potrebbe creare un pericoloso precedente, minando i fondamentali diritti di proprietà, come riportato da Lars Seier Christensen, CEO di Saxo Bank. Inoltre, si rischia un “effetto-contagio”, che porterebbe in un futuro prossimo Paesi come la Spagna ad affrontare la medesima situazione.

Di parere differente sono gli esperti di Chevreaux e il capo economista di Unicredit, Erik Nielsen, che sostengono che la crisi di Cipro sia destinata a rimanere un caso isolato. Nielsen afferma che ciò sia dovuto all’unicità del sistema bancario di Cipro, in cui quasi la metà dei depositi appartiene a stranieri ed è giunta nell’isola grazie a deboli leggi anti-riciclaggio e scarse regole fiscali. In seguito a tali tumulti e alla reazione negativa dei mercati, ma soprattutto a causa dello scontento interno, il Parlamento di Nicosia ha bocciato il piano di salvataggio cipriota, il 19 Marzo.

Iniziano ora nuove negoziazioni tra Cipro e l’Eurogruppo, per sancire i termini di un nuovo piano di aiuto all’isola. La mancanza di struttura dei provvedimenti proposti per far fronte alla crisi di Cipro potrebbe causare sviluppi negativi per il resto dell’Eurozona. Non si parla più soltanto di sfiducia da parte dei cittadini, bensì dello scetticismo che i mercati internazionali potrebbero manifestare nei confronti dell’UE qualora si scateni un futuro crollo economico.

L’UE rischia dunque di essere afflitta da una crisi che si spinga oltre la sfera economica e finanziaria e che ponga in primo piano una leadership instabile. Il caso di Cipro è, infatti, emblema di una carenza di attenzione, organizzazione nel gestire uno stato di emergenza e solidarietà infra-statale e internazionale.

Giulia Aloisio Rafaiani – AltriPoli

Gran Bretagna ed Unione Europea: In or Out!

Gatwick Airport of London: atterri e ti dirigi verso il terminal del treno che porta alla Stazione Victoria. Prendi il treno e in mancanza di musica sintonizzi la radio del lettore mp3 sulla BBC1 e ascolti il seguente messaggio: “Il primo ministro David Cameron ha annunciato di voler concedere un Referendum per far scegliere ai cittadini se la Gran Bretagna resterà nell’Unione Europea”. Così, neanche atterrato, mi ritrovo a pensare che forse la vincitrice del premio Nobel per la Pace, ovvero l’Unione Europea, non è vista con diffidenza esclusivamente dai paesi latini e di derivazione culturale cattolica.

Ad analizzare alcuni degli aspetti maggiormente importanti di una tale decisione, anticipando come sempre su questo blog i tempi dei media convenzionali, fu Giulio Sansone nell’agosto dello scorso anno nell’articolo “Brexit”. La questione “In or Out” non è da affrontare in modo emotivo ed ideologico, né tantomeno la si può affrontare esclusivamente dal punto di vista economico o giuridico. L’impegno preso dal Premier inglese verso i propri cittadini è quello di ridare a loro il potere di decidere democraticamente. Infatti, chiunque abbia solamente sfogliato una decina di pagine del Diritto dell’Unione Europea può facilmente rendersi conto di come l’Europa unita sia un immenso paradosso. Nessun cittadino può scegliere chi viene messo al vertice decisionale dell’Unione, le cui direttive sono vincolanti. E, ciliegina della “non democrazia rappresentativa”, l’organo per eccellenza al centro del concetto e dell’architettura dell’ordinamento democratico, ovvero il Parlamento Europeo, vota quel che producono le Commissioni. Se Berlino e Parigi finora erano pronte a contrastare le inutili richieste dei governi di Roma e Madrid, oltre che della depredata Atene, adesso si ritrovano di fronte Londra. I britannici non hanno il concetto di “ce lo chiede l’Europa”, né tantomeno sono disposti a cedere quote di “sovranità”.

Il punto centrale è questo: nessuno tra i maggiori partiti britannici vuole realmente uscire dall’Unione Europea, ma la Gran Bretagna vuole che l’UE lasci ai singoli parlamenti nazionali specifiche politiche (capitolo sociale, immigrazione, sovranità alimentare). Qualora Bruxelles o meglio il direttorio franco-tedesco non concederà tali prerogative a Londra essa si rifiuterà di firmare i Trattati che richiedono il consenso equanime. Cinque sono i punti attualmente delineati da David Cameron per evitare il pur difficile referendum. Al primo punto vi è la richiesta di un “mercato unico” privo di sovrastrutture e burocrazia. Al secondo punto, il più importante, e per il quale neanche i più convinti unionisti tacciono le critiche, è il sopracitato “deficit democratico” espresso nelle parole del leader dei Conservatori così: “Non esiste un demos europeo, i poteri vanno nuovamente concentrati nei parlamenti nazionali” (fonte: Sole24 ore). Sicuramente molti hanno visto nell’annuncio di David Cameron un appiglio elettorale e dall’elezione del 2015 dipenderà l’indizione o meno del referendum “In or Out”. In caso di vittoria i Laburisti si sono detti contrari al voto sulla permanenza nell’Unione Europea.

Quel che resta da osservare è di come alcuni paesi, per convenienza o storia, non sono disposti a svendere la propria sovranità monetaria, la propria sovranità alimentare e le proprie politiche sociali. Berlino e Parigi sono avvertite, la partita sul futuro d’Europa e Gran Bretagna è all’inizio e nessuno accuserà mai di “populismo” gli inglesi. Una partita che interesserà il prossimo lustro e nella quale Angela Merkel sa che neanche la Luftwaffe è riuscita a piegare Londra.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

 

Venezuela: tra petrolio, welfare, povertà e Hugo Chàvez

Nell’ultimo articolo su questa rubrica affermavo che le elezioni che si sarebbero tenute nel giro di un mese, ovvero da ottobre a novembre, in tre aree differenti avrebbero inciso sul futuro della geopolitica e sui rapporti economici internazionali. La seconda tappa elettorale è il Venezuela. Paese sudamericano, che straborda di petrolio e che dalla fine del 1998 è il simbolo di tutti coloro hanno una visione del mondo socialista o quantomeno non liberista.

L’anno che cambia irrimediabilmente la storia recente del Sud America è il 1998, quando in una notte di dicembre, mentre le Chiese di Caracas si preparavano a celebrare l’Immacolata Concezione, un socialista di ispirazione bolivariana, dalle visioni laiche e affine alla Teologia della Liberazione vince la sua prima elezione. Il suo nome è Hugo Rafael Chávez Frías. Da quel momento il suo unico obiettivo è rendere reale la sua prospettiva di una Quinta Repubblica (nome del suo movimento politico). All’indomani del suo insediamento indice un referendum che propone il cambio della Costituzione, il consenso alle urne raggiunge l’80%. Tenete ben presente che il periodo in cui si affermano Chàvez e il MQR è antecedente all’11 settembre e a quel che ne consegue in termini di priorità per le cancellerie occidentali. Era l’epoca della critica alla globalizzazione deregolamentata e un Presidente che si ispira a Simon Bolivar altro non può fare se non dichiarare guerra al liberismo e al cosiddetto “imperialismo occidentale”. E’ questa la chiave di volta socialista che permette la vittoria anche nei tredici anni a seguire: Welfare, redistribuzione della ricchezza, nazionalizzazione delle imprese ed autodeterminazione latina.

Non si limita il MQR a cambiare la serie di relazioni internazionali che intercorrevano tra il paese caraibico e l’occidente liberista. Nel 2000 richiama al volere popolare ogni carica elettiva e cambia il nome del paese in “Repubblica Bolivariana del Venezuela”. Non finisce qui, in una prospettiva socialista, il paese esce dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale. Agli Stati Uniti d’America e all’occidente in generale ciò non può andar bene. Tenete presente che il discorso che sto articolando non si basa sulla condivisione di ideali o sulla reale capacità nel riconoscere i governi legittimati dalle elezioni, bensì esso fonda le proprie radici sulla cosiddetta “Real Politik” e sulla reale convenienza o meno per l’occidente di accettare modelli subalterni. Tant’è che nel 2002, quello che sembrava un “colpo di stato” fu subito avallato dagli Stati Uniti d’America ed in seconda battuta dalla Spagna con l’UE a far da garante. Le migliaia di sostenitori di Chàvez e la fedeltà alla Nuova Costituzione della maggior parte dell’esercito fecero fallire il tentativo di golpe. Nulla tornerà come prima. Il Venezuela stringerà e risalderà alleanze con paesi come Cuba, Iran, Nord Corea e con le FARC colombiane. La ideologizzazione della politica estera porterà nel 2009 il Venezuela ad espellere l’ambasciatore Israeliano e al riconoscimento dello Stato Palestinese.

Data l’analisi finora apportata penserete che un paese che porta avanti un tale indirizzo in politica estera sia stato accantonato dai paesi in costante crescita economica del Sud America. Eppure, Chàvez riesce nel suo intento di rendere sempre più forte l’autonomia dell’America Latina, mediante l’Alba (Alternativa Bolivariana para América Latina y el Caribe) costituita in contrapposizione all’Alca (Area di Libero Commercio delle Americhe) voluta dagli USA. Il resto lo fanno nel tempo la vittoria del comunista Lula in Brasile, di Evo Morales in Bolizia e della peronista Kirchner in Argentina. Altro dato da sottolineare è il ruolo forte che il Venezuela si è ricavato all’interno dell’OPEC, quasi a rimarcare una subalternità ai paesi arabi ed alla Russia. D’altronde l’economia Venezuelana si fonda su un unico grande elemento: il petrolio.

Il petrolio nel corso del tempo ha permesso a Chàvez di apportare alcune delle modifiche sociali da lui aspirate. Vista l’importanza dell’oro nero, il Venezuela sotto il primo mandato di Chavez nazionalizza tutte le compagnie petrolifere, in modo da aumentare le forme di Welfare visto il grande gettito derivato dalla produzione. Un’altra grande riforma in campo economico risiede in una legge in materia agricola la cui importanza nella storia è paragonabile solo ed esclusivamente a quella proposta al Senato Romano da Tiberio Gracco. Questa legge trova il suo fondamento nella lotta al latifondismo. Certo, la parola latifondismo a noi Europei fa sorridere, ma in un paese come il Venezuela, in cui il 10% della popolazione possiede ben l’80% dei terreni disponibili, è un problema. Su alcune espropriazioni, in contrasto ad ogni principio di libero mercato, anche se rassomigliante ad un oligopolio, si fonda la redistribuzione delle terre alle fasce più povere della popolazione. Con un modello di stato sociale fondato su nazionalizzazione e socialismo in Venezuela crescono gli investimenti nella ricerca scientifica. Dal 2004 per la prima volta tutta la popolazione venezuelana riceve assistenza sanitaria pubblica. Con la forte presenza dello Stato crolla il dato riguardante l’analfabetismo.

Ora come in tutte le storie che non sono scritte in un libro di favole c’è anche il rovescio della medaglia. Sì perché il Venezuela vive sotto un regime economico d’iper-inflazione, con dati pari al 28%. Le nazionalizzazioni, se da un lato hanno migliorato, con il gettito ricavato, le condizioni di vita delle fasce più deboli, dall’altro hanno bloccato gli investimenti esteri. In molti casi le risorse petrolifere sono rimaste ancoraggio della borghesia venezuelana, il che non permette miglioramenti della condizione sociale collettiva, ne’ favorisce i liberi investimenti interni ed esterni. Altro dato su cui riflettere è stato riportato dell’Economist, il quale ha affermato che sotto i mandati di Hugo Chàvez il tasso di omicidi si è triplicato. Il doppio tasso di cambio inoltre crea incertezza sul mercato e le condizioni degli oppositori politici sono pessime. A far da cornice ai problemi del Venezuela vi è l’altissimo tasso di corruzione. I dati sopra proposti aiutano a comprendere come se gli Usa sono pieni di contraddizioni, forse il Venezuela ne possiede ancora di più. Eppure, le forti politiche sociali di stampo bolivariano applicate da Chàvez hanno, secondo l’agenzia delle Nazioni Unite Habitat, diminuito la povertà, esteso il diritto alla salute, privato il paese di alcune delle più forti differenze sociali, ma non dalla corruzione e dalla criminalità.

Con queste premesse la scorsa domenica si sono svolte le seconde elezioni più importanti da qui ai prossimi quattro anni. La loro importanza deriva,innanzitutto per il ruolo che sotto i mandati Chàvez si è ritagliato il paese caraibico sullo scacchiere mondiale. In secondo luogo, perché dopo un golpe fallito e vari candidati inadatti l’opposizione si è ritrovata un candidato realmente spendibile. Lo sfidante alla presidenza di Chàvez è stato Henrique Capriles. Ex governatore quarantenne, in pochi mesi di campagna elettorale è riuscito ad erodere migliaia di voti ad Hugo Chavez, ma l’indefinitezza del programma economico, correlata alla rivendicazione del diritto ad un libero mercato hanno ancora una volta fatto prevalere Hugo Chàvez. Il Terzo motivo d’importanza della passata tornata elettorale venezuelana è dovuto alle capacità attuali e future di estrazione degli idrocarburi non convenzionali di cui Caracas è ricchissima. Su tali idrocarburi non convenzionali si baserà il mercato energetico dei prossimi cinquant’anni.

Di fatto la spinta ad un’ autodeterminazione continentale, la proiezione di un economia fondata su principi socialisti ed il forte welfare hanno riconsegnato per la terza volta il Venezuela a Chàvez, con un’ affluenza che ha toccato l’80%. Resta come dato fondante del successo chavista la povertà, che costringe miliardi di persone in ogni dove a cercare risposte diverse al capitalismo globalizzato -ove l’uomo sia al centro di politiche efficaci e non di dati macroeconomici-. Al momento il destino della nazione mi appare incerto tra il sogno di abbattere la povertà e le differenze sociali e la sensazione di essere schiacciato da modelli troppi grandi e attualmente troppo forti per esser vinti. D’altronde ogni medaglia ha il suo rovescio, a cominciare dai diritti umani. Ma, quantomeno, il Venezuela la sua medaglia se la vuole giocare per appendersela al collo, mentre noi guardiamo come Europa il susseguirsi degli eventi in una non azione perpetua.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Il vento della Primavera Caucasica

E’ ottobre. Da questo mese fino all’inizio di novembre si terranno le elezioni più importanti dei prossimi quattro anni. I paesi in questione sono tre: Stati Uniti d’America, Venezuela e Georgia. Al centro della mia digressione è proprio questo piccolo paese ex sovietico. Ora vi starete chiedendo il motivo per il quale parlerò della Georgia. Tale motivazione risiede nel fatto che in Georgia passano tre dei più importanti oleodotti che non transitano dalla Russia. Risiede nel fatto che questo piccolo paese è stato elogiato dopo la “Rivoluzione delle Rose” da tutti i media e cancellerie occidentali, con il Presidente Mikheil Saakashvili accusato da tutte le ONG e dagli osservatori internazionali di autoritarismo.

Inoltre, nell’agosto 2008 la Georgia è stata al centro di una guerra lampo per il controllo dell’Ossezia del Sud, durata tre giorni, con la vittoria in larga scala delle forze russe. Dopo l’attacco di Tbilisi all’Ossezia meridionale per la Georgia la rivalsa su un quinto del suo ex territorio si rivelò un disastro geopolitico. Se in un primo momento, grazie ai contatti tra i media occidentali del Presidente Saakashvili, il paese caucasico sembrava la vittima di un sproporzionato attacco russo, il Rapporto degli Osservatori dell’Unione Europea denominato Rapporto Tagliavini dimostrarono che ad accendere la miccia fu l’attacco di Tbilisi alle Repubbliche separatiste di Abkhazia e Ossezia del Sud. Tale conflitto fu concluso grazie all’unico successo diplomatico del Governo Berlusconi e di Nicolas Sarkozy che fecero da tramite tra Mosca, Washington e Bruxelles. Per i suddetti motivi capirete perché tra petrolio, relazioni internazionali e diritti umani Tbilisi sia al centro dell’attenzione internazionale. Fatto sta che nella giornata di martedì 2 ottobre si sono svolte le elezioni per il rinnovo del Parlamento georgiano che hanno visto la vittoria dell’opposizione guidata da Bidzina Ivanishvili. Nella notte la Commissione elettorale centrale, sotto l’attento sguardo degli osservatori dell’Ocse e dei media, ha confermato la vittoria a favore del partito “Sogno Georgiano” di Ivanishvili.

La campagna elettorale vinta dall’opposizione non ha escluso colpi di scena, in una cornice di altissima tensione, con un video sulla rete che dimostrava le torture compiute nei penitenziari di Tbilisi. Eppure, nonostante la guerra persa per un errore d’opportunità e per il rafforzamento autoritario del potere centrale, in molti avevano scommesso in una riconferma del Partito “Movimento Nazionale Unito” dell’attuale Presidente della Repubblica Georgiana Mikheil Saakashvili.

La crescita economica di Tbilisi, confermata dalle graduatorie del Doing Business e coadiuvata da un pacchetto di liberalizzazioni e da stretti rapporti con l’occidente e la Nato avevano fatto pronosticare una riconferma per il partito di Saakashvili, il quale anche se impossibilitato dalla legge georgiana aveva già immaginato un impegno da leader anche dopo il 2013 (data scadenza mandato presidenziale). Le speranze nella Rivoluzione delle Rose del 2004 di fatto si sono infrante davanti ad una crescita economica priva del benessere della società che si fonda sul diritto.

Il cambio al vertice del paese caucasico ha visto la vittoria del magnate del metallo e banchiere Bidzina Ivanishvili, il quale ha guidato la coalizione “Sogno georgiano” i cui sostenitori già parlano di una “Primavera del Caucaso”. A rimarcare l’importanza della vittoria per la coalizione di Ivanishvili sarà nel 2013 l’attuazione delle recenti norme di modifica alla Costituzione georgiana, attraverso cui la maggioranza nell’organo dell’assemblea parlamentare potrà governare il paese anche se con una presidenza di appartenenza politica differente. La Georgia di fatto passa da un sistema presidenziale a quello parlamentare.

Bidzina Ivanishvili è una sorpresa a tutti gli effetti. Imprenditore che fatto la propria fortuna in Russia, se non siete conoscitori del Cda di Gazprom e dei suoi patners o lettori Forbes difficilmente ne avrete sentito parlare. Il suo patrimonio è stimato secondo fonti della rivista americana Forbes intorno ai 6,4 miliardi di U$D, una cifra che è pari alla metà del Prodotto Interno Lordo di Tbilisi. Estraneo alla politica fino ad un anno fa, ha condotto una campagna elettorale all’americana. Ora seppur indubbia la sua propensione verso Mosca, subito dopo l’annuncio della sconfitta da parte del rivale Saakashvili, alla domanda della stampa estera riguardo un prossimo orientamento internazionale della Georgia Ivanishvili ha risposto “Se mi chiedete, America o Russia? Io dico che dobbiamo avere buoni rapporti con tutti”. E qui permane un malumore russo per la perdita di egemonia totale sull’area caucasica.

A meno di rivolte dell’ultima ora da parte dei sostenitori del Presidente Saakashvili, cosa improbabile dopo il riconoscimento della sconfitta da parte dello stesso, dalla nascita della Georgia stiamo assistendo al primo passaggio di potere per via democratica. Questo è di certo il dato più importante ai fine della stabilità nell’area caucasica. Da qui parte la soddisfazione di Ocse e Unione Europea con il Presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz che ha espresso la propria soddisfazione nella seguente nota “Mi congratulo con le autorità georgiane sullo svolgimento delle elezioni legislative in modo libero, pacifico e competitivo. Nonostante il clima teso che ha caratterizzato la campagna elettorale e alcune carenze procedurali, queste elezioni sono un segno di crescente maturità politica e democratica della Georgia”.

Ulteriore soddisfazione, dopo il conflitto lampo del 2008, è stata espressa dal portavoce del Ministro degli Esteri russo Alexander Lukashevich, il quale ”auspica che il cambiamento segnato dall’esito delle elezioni georgiane normalizzi e costruisca relazioni rispettose” tra Tbilisi e ”i suoi vicini”. L’ambasciatore americano a Tbilisi Richard Norland ha fatto le sue congratulazioni per “il successo elettorale, che è un importante passo nello sviluppo nazionale”.

Per ora, invece, tacciono il Segretario di Stato Americano Hillary Clinton e Vladimir Putin. La prima probabilmente per la sconfitta di Saakashvili il quale era molto legato agli Stati Uniti, il secondo perché al presidente georgiano dopo la Guerra dell’agosto del 2008 aveva letteralmente promesso di “volerlo appendere per i testicoli”. State sicuri che la partita in Georgia non è ancora chiusa e che venti da “Guerra Fredda” riscalderanno non poco il clima nella “Primavera Caucasica”.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Un barile al giorno non leva il problema di torno

L’attuale crisi economica con le vertenze Alcoa, Ilva, Fiat e similari lo ha ribadito ulteriormente, l’Italia è in crisi energetica e da qui ne segue la mancanza di crescita. I dati sono ineccepibili e difficilmente possono esser contestati perché provenienti da vari studi di settore sia pubblici che privati ed affermano che produrre in Italia costa minimo il 30% in più che in altri paesi europei.

Lo scorso governo aveva messo in campo il nucleare, bocciato nel 1987 da un referendum abrogativo e confermato nel 2009 con una schiacciante maggioranza. Sebbene ambientalisti ed esperti del settore abbiano messo in campo varie proposte alternative, nulla sembra poter competere nella produzione energetica nostrana con i “combustibili fossili”, di fatto al momento manca la completa alternativa a tale forma produttiva per il raggiungimento del fabbisogno nazionale da parte delle energie rinnovabili. Come “fossili” vengono definiti quei “combustibili” che derivano dalla carbogenesi di una sostanza organica, seppellitasi per ere geologiche, in molecole più stabili ricche di carbonio.

Secondo dati statistici del 2007, il prezzo medio dell’energia elettrica in Italia è il più alto in Europa calcolando sul piano domestico. Nell’ambito produttivo tale dato non varierebbe se non nel caso lo Stato italiano non si facesse carico del surplus dei costi a forma d’incentivi a favore degli investimenti industriali. L’acutizzarsi della crisi dei debiti pubblici e le ferree regole sulla libera concorrenza correlate da limitazioni ad interventi pubblici da parte dell’Unione Europea rendono non più usufruibili forme di promozione d’incentivi energetici da parte dell’Italia. Ne deriva dall’analisi finora affrontata del “problema energia” che la dipendenza strutturale della penisola italica dall’estero è pari al 76,7% lordo su base annuale e che con tali mancanze è praticamente utopica la prospettiva di una qualsiasi crescita economica sul piano industriale. Con questo pesantissimo fardello deve far i conti l’attuale governo tecnico.

Ora sarebbe da chiedersi: chi meglio di un esecutivo tecnico possa affrontare il problema della sudditanza energetica dall’estero. Eppure al momento pare che esso viva in uno stato di schizofrenia. Da un lato il Ministero per lo Sviluppo Economico retto da Corrado Passera afferma in forma ufficiale l’intenzione di transitare e diminuire il nostro fabbisogno energetico attraverso il potenziamento delle rinnovabili (senza alleggerirne però il carico burocratico), dall’altro nel Decreto “Cresci Italia” prospetta e apre la via alle richieste di estrazione di petrolio nelle terre e nei mari italici. Come facilmente potrete intuire il piano per l’unità energetica nazionale favorisce di gran lunga il secondo aspetto sopracitato, con uno slogan che potrebbe essere: “Più trivellazioni per tutti”.

Attualmente nella quasi totalità delle Regioni italiane sono attive piattaforme di estrazione con benefici apparentemente indecifrabili dal punto di vista del costo dell’energia per industrie e consumatori. L’articolo del 35 del Decreto Sviluppo promosso e redatto dal Ministro per lo Sviluppo economico Corrado Passera agevolerà, l’approvazione è quasi certa vista l’ampia maggioranza parlamentare, la possibilità di ricerca e perforazione del territorio e dei mari italiani.

Al momento dai dati raccolti dall’associazione Lega Ambiente nel Rapporto del corrente anno “Trivella Selvaggia” sono circa settanta le richieste di ricerca per la perforazione a fini di estrazione. Personalmente dal Rapporto dell’associazione ambientalista ho calcolato che sono interessati circa 30.000 Kmq di mare concessi alla ricerca e perforazione per l’estrazione di idrocarburi. Gli investimenti sarebbero pari a 15 miliardi di euro e creerebbero secondo il Ministero per lo Sviluppo economico 25.000 posti di lavoro.

Si potrebbe pensare che il prezzo da pagare sia adeguato al rischio, ma su stessa indicazione del Dicastero con sede nella via della Dolce Vita la prospettiva si articolerebbe in 7 anni per il gas e 14 per l’olio. A ciò va aggiunto che le royalties (Imposte dirette di produzione) sono pari al 4% ove il nostro paese leader in tutte le classifiche di tassazione farebbe pagare alle compagnie petrolifere la metà di quanto imposto dagli Stati Uniti d’America e dall’Australia. Se come evidenziato dallo stesso Ministero dello Sviluppo economico sui nostri fondali sono certe solamente 10,3 milioni di tonnellate che potrebbero contenere e supportare l’attuale fabbisogno energetico per due mesi.

A pagare il prezzo più grande è la Sicilia che per i suoi mari è al centro di metà delle richieste di estrazione di idrocarburi, con notevoli problemi che ne potrebbero derivare per turismo e pesca. Turismo e pesca che nell’isola più grande del mediterraneo hanno una forza maggiore ben più ampia dei 25.000 ipotetici posti lavoro che sarebbero indotte dalle trivellazioni.

Se ora continuate a chiedervi quale sia la risposta alla dipendenza energetica la mia risposta è la stessa che do a molti altri interrogativi durante i nostri tempi: l’Europa. L’Europa se davvero fosse unita anche dal punto di vista energetico potrebbe rendere il fabbisogno collettivo la metà dell’attuale con imposizioni e direttive in campi come l’edilizia e le rinnovabili capaci da salvaguardare anche territori e mari del vecchio continente. Quanto al governo posso solo affermare che l’idea di un impianto di trivellazione a largo delle Isole Egadi mi fa schifo quanto una discarica a pochi passi da Villa Adriana.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli