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#Uk2017 – Nuove tattiche per vecchie strategie

La campagna elettorale britannica, entrata ormai nella sua fase conclusiva, ha visto l’adozione di un linguaggio antico da parte dei due principali partiti britannici, laburisti e conservatori. Nel dibattito pre-elettorale trasmesso dalla BBC la candidata conservatrice Theresa May si è proposta come paladina della Brexit e della difesa del Regno Unito dal terrorismo, mentre il candidato laburista Jeremy Corbyn ha spostato i temi del dibattito sulle disuguaglianze sociali e sulla lotta per la ricostruzione di un solido welfare state.
Il partito conservatore sembra muoversi secondo gli schemi economici assunti ormai da decenni dai tories, ma con alcune importanti novità economiche e con la grande incognita della Brexit.

Tasse
Dal punto di vista economico e di politica interna, i conservatori promettono come di consueto di abbassare le tasse, in particolare le imposte delle bollette.
– Investimenti
Vengono promessi aumenti dei fondi alla sanità per 8 miliardi di sterline entro il 2022, e 23 miliardi di sterline di investimenti in sviluppo e infrastrutture, in modo da creare mezzo milione di nuove abitazioni. È previsto un rifinanziamento di 4 miliardi di sterline per l’istruzione e l’assicurazione sanitaria gratuita per gli anziani.
Caccia alla volpe
Anacronisticamente, il programma dei tories include anche un referendum per la reintroduzione della caccia alla volpe, una tradizione amata dalla nobiltà ma osteggiata da circa il 70% dei sudditi britannici.
Brexit

Dopo essersi opposta alla Brexit fino alla primavera del 2016, Theresa May si è mossa con grande abilità, proponendosi paladina della corrente del Leave, riuscendo così a scavalcare lo sconfitto David Cameron e riuscendo a mettere in ombra Boris Johnson (privo di un reale programma politico post referendario).
Vinta l’opposizione interna, Theresa May si è incanalata con decisione nella strada che porterà la Gran Bretagna ad una rinegoziazione degli accordi commerciali con l’Unione Europea. Il programma elettorale si muove in tal senso, e la May ha annunciato che “Nessun accordo sarà meglio di un cattivo accordo”, riferendosi al pagamento delle penali per l’uscita dal mercato unico.
Ma di fronte ad un’uscita di scena che non preveda il pagamento di penali da parte della Gran Bretagna, e di fronte ad una restrizione dell’immigrazione dall’Europa, è molto probabile che le istituzioni europee reagiscano con severe misure economiche.
Sicurezza
Theresa May ha molto insistito su questo argomento, proponendosi paladina dell’immigrazione centellinata, chiave di volta, secondo i conservatori, per una maggiore sicurezza interna.
Il programma dei laburisti è probabilmente la vera sorpresa di questa tornata elettorale. Si tratta di un programma autenticamente di sinistra, che torna alle radici del movimento laburista sconfessando le politiche liberiste dell’era Blair.
Tasse
Discostandosi nettamente dalle politiche economiche attuate da Tony Blair, Jeremy Corbyn ha proposto senza giri di parole un nuovo sistema di tassazione, che prevede il 45% di tasse per chi guadagna 80.000 sterline l’anno e il 50% di tasse per chi ne guadagna più di 123.000. Si tratta di un aumento vistoso, dal momento che adesso chi guadagna meno di 150.000 sterline paga il 40% di tasse.
Secondo i laburisti, l’aumento delle tasse per i più benestanti porterebbe a nuovi fondi da investire diversamente. Anzitutto eliminando la “bedroom tax”, una legge che prevede la riduzione dell’assistenza statale per le famiglie che vivono in appartamenti di proprietà con camere da letto in più rispetto al numero di inquilini.
Infine, la drastica riduzione delle rette universitarie si inserisce in un problema drammatico del sistema di istruzione anglosassone, minato da tasse insostenibili per i ceti popolari.
Stato sociale
Uno dei punti più apprezzati del programma laburista è la messa al bando dei cosiddetti “zero hours contracts”, ovvero dei contratti a chiamata, e la parallela istituzione di un salario minimo contrattuale di dieci sterline orarie.
Viene proposto un finanziamento di 6 miliardi di sterline annue per il sistema sanitario, così come un rifinanziamento di 8 miliardi di sterline per l’assistenza pubblica.
Verrebbero poi reintrodotti i prestiti agevolati alle famiglie meno abbienti.
Investimenti
Come i tories, anche i laburisti hanno in programma grandi investimenti nel settore edilizio, che portino alla costruzione di 100.000 nuove abitazioni ogni anno.
Nazionalizzazioni
Forse la parte più controversa del programma dei labours è l’enorme spinta propulsiva che verrebbe data al settore pubblico. I laburisti prevedono infatti la costituzione di una banca pubblica di investimento, la nazionalizzazione del sistema ferroviario allo scadere delle licenze ottenute dalle aziende private, la nazionalizzazione delle poste, la creazione di compagnie statali nel settore dell’energia.
Il dibattito pre-elettorale trasmesso dalla BBC, per volontà del primo ministro uscente Theresa May, non ha visto un confronto diretto tra i due candidati, ma solo una serie di interviste incrociate, in cui Theresa May ha dovuto difendere il proprio cambiamento di opinione sulla Brexit a ridosso del referendum del 2016, mentre Corbyn è stato tempestato dalle domande sulla sicurezza e sulla lotta al terrorismo.
Benché abbia ricevuto accuse di “ritorno al marxismo” per via del programma elettorale laburista, Jeremy Corbyn ha ottenuto un vasto consenso popolare per le proprie proposte. Se all’inizio della campagna elettorale i laburisti erano indietro di diciotto punti percentuali rispetto ai conservatori, adesso i due partiti sono vicini ad un testa a testa, dimostrando di poter aspirare al governo della nazione senza fare concessioni alle politiche economiche liberiste.

Mark Ronson, il produttore più famoso del mondo. Genio o mestierante?

Musicista, cantante, dj, ma soprattutto grandissimo produttore. L’uomo che in Europa più di tutti (e forse anche fuori) è riuscito a trasformare ogni cosa che gli passasse sotto le mani in una hit di successo. Lily Allen, Amy Winehouse, Lady Gaga, Duran Duran, Paul Mc Cartney solo alcuni dei nomi con cui ha lavorato in questi anni e con cui è riuscito a produrre dischi fra i più venduti al mondo.

Se ne comincia a parlare davvero solo due anni fa con il successo di Uptown Special, suo quarto album lanciato dalla ormai celebre Uptown Funk, gran pezzo di musica funk arrangiato molto bene che ha scalato le classifiche mantenendo per 14 settimane la vetta della Billboard Hot 100 diventando così la canzone con più settimane al 1º posto del 21º secolo, nonché la seconda canzone più longeva in vetta della storia. Eppure Daffodils con Kevin Parker, nonostante abbia avuto meno successo, è decisamente il brano più pregevole dell’album.

Antipatico come pochi con quell’aria annoiata ricorda uno dei personaggi di Meno di Zero di Bret Easton Ellis; cresciuto tra New York e Londra da una famiglia molto ricca di ebrei, è sempre stato circondato da personaggi famosi ed ha cominciato la sua carriera senza grosse difficoltà suonando come dj nei più esclusivi locali newyorkesi durante gli anni 90. Tra i suoi successi più importanti, senza dubbio, il merito di aver lanciato sul mercato internazionale il genio di Amy Winehouse; Back to Black è uno degli album più belli che siano stati mai prodotti in Uk.

A dirla tutta Ronson è stato capace di produrre anche alcune fra le canzoni più brutte della storia della musica, penso a Lovelight di Robbie Williams, Hurt di Christina Aguilera, fino ad arrivare a Perfect Illusion di Lady Gaga uscita recentemente. Una cosa però accomuna tutte, indistintamente, le produzioni di Ronson: il successo. Che siano singoli di pregio oppure tormentoni inascoltabili, tutti i suoi pezzi hanno in comune il fatto di aver venduto tanto, il che spesso ha aiutato artisti in fase di declino ad allungare, se non altro, la propria agonia musicale.

La sua ricerca artistica risiede senz’altro nella black music, partendo dall’hip hop suo primo grande amore, passando per jazz, soul e arrivando infine al funk della sua Uptown Special. Ronson studia e produce, o riproduce come suggerisce qualche invidioso collega. Nell’ambiente infatti, dicono che sia un copione, a testimoniarlo il fatto che i primi di Novembre di quest’anno (2016, ndr) sia stato denunciato insieme a Bruno Mars da una band degli anni ottanta: i Collage. La band sostiene che gli elementi principali in Uptown Funk siano “palesemente e deliberatamente copiati” dal loro brano del 1983, Young Girls. Forse è solo il tentativo di recuperare qualche spiccio da una hit di grande successo, o forse no.

Copione o meno Mark Ronson come pochi altri al modo è in grado di produrre il prodotto musicale perfetto: la hit da primo posto in classifica, il che, qualunque giudizio se ne abbia, non è affatto facile. Si può dire che sia sempre riuscito a tirare fuori il meglio dagli artisti con cui ha collaborato, il che lo rende, tra le altre cose, il producer più richiesto di tutti.

Se Mark Ronson sia un genio o solo un bravissimo mestierante è una domanda a cui onestamente non è facile rispondere. La verità è che forse è un po’ tutte e due, e probabilmente va ammesso che nonostante la sua insopportabile spocchia, alla fine un po’ bravino lo è.

 

 

 

Carney – L’uomo che sfida la Brexit

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#GE2015: Le elezioni Inglesi spiegate con Twitter

L’approccio populista di Cameron, quello pragmatico di Miliband, la passione culinaria di Clegg e le compilation di Farage: ecco come i leader inglesi adottano Twitter per promuovere le proprie campagne. 

 

Meno di ventiquattr’ore separano gli Inglesi dallo scoprire chi sara’ il nuovo leader del Paese. Sara’ Cameron a essere riconfermato come Prime Minister? O perderà contro lo storico rivale Laburista Ed Miliband? Che ne sara’, invece, dell’estremista Nigel Farage, il cui fenomeno mediatico ha prepotentemente investito l’Inghilterra?

Mentre i cittadini britannici si recano alle urne, i leader dei vari partiti continuano a promuovere le proprie campagne elettorali sui social network.

Mai quanto in queste elezioni, i nuovi media sono stati protagonisti assoluti della politica britannica. Non soltanto i politici ne hanno fatto uso per attirare la fascia di elettori più giovani, ma anche le celebrità inglesi hanno manifestato le proprie preferenze politiche sui social media.

Twitter, in modo particolare, si e’ rivelato essere il social network tramite il quale la propaganda elettorale relativa alla General Election 2015 (#GE2015) ha ottenuto il seguito maggiore.

Nelle ore che ci separano dai risultati delle elezioni, rivisitiamo dunque i momenti più salienti delle campagne elettorali  “social” condotte dai vari leader britannici.

 

1. David Cameron

L’attuale Prime Minister inglese e’ di certo tra gli utenti più attivi di Twitter. Nell’arco della campagna elettorale, Cameron si e’ premurato d’informare i suoi sostenitori di ogni singola mossa da lui compiuta, aggiornando il suo profilo con costanti updates, spesso accompagnati da fotografie e video. Buona parte della strategia “social” del leader conservatore nel mese precedente alle elezioni si e’ basata sul mostrare le azioni che fanno di Cameron un uomo del popolo. Ecco dunque il Prime Minister circondato da folle entusiaste, da teneri infanti e gioiosi anziani.

La tattica di Cameron per simpatizzare con i suoi elettori sarebbe stata incompleta senza la presenza di foto in compagnia della fedele consorte Samantha, mostrata dal marito come una first lady attiva e impegnata nel sociale, sempre pronta a supportare le iniziative del Prime Minister. Nel Tweet che segue, Cameron mostra un’immagine di lui e Samantha dopo aver votato, sorridenti e fiduciosi.

Nonostante il leader conservatore si affidi a Twitter prevalentemente per enfatizzare il proprio lato populista, non mancano nel suo profilo Tweets dedicati alle politiche che il suo partito intende intraprendere in caso di vittoria. Focus principale di Cameron, negli ultimi giorni, sono stati i provvedimenti riguardo alle pensioni e l’accesso gratuito alla sanità:

Il Prime Minister, inoltre, ha voluto dimostrare il suo supporto per i giovani, spiegando loro le ragioni per cui il Conservative Party rappresenterebbe il partito ideale per gli Under-30.

Infine, non sono mancati gli attacchi ai partiti dell’opposizione, rivolti soprattutto al Labour Party di Ed Miliband. Eccone un esempio:

2. Ed Miliband

Seppur Miliband, come Cameron, abbia voluto mostrare ai suoi followers l’immagine di lui e sua moglie dopo aver votato e non sia stato esente dal criticare il suo principale rivale, l’approccio “social” del leader laburista e’ meno populista rispetto a quello adottato dal Prime Minister.

Miliband, infatti, dedica gran parte del suo profilo a promuovere dettagliatamente i piani del Labour Party.

Tra le politiche che più stanno a cuore al leader dell’opposizione, spiccano i provvedimenti sulla sanità, mirati a salvare economicamente NHS.

A questo riguardo, Miliband ha espresso su Twitter il proprio disappunto per le azioni compiute sinora da Cameron, che avrebbe tenuto nascosto per più di cinque mesi un report sulla situazione di NHS. Nel suo Tweet a riguardo, Miliband critica il Prime Minister per aver affidato il report a Lord Rose, ex chief executive della catena di supermercati Marks&Spencer.

Su Twitter, Miliband ha fatto luce anche sui suoi piani per ridurre le tasse universitarie, promettendo di dimettersi in caso non riesca a mantenere la propria parola, e sull’intenzione di ridurre il deficit ogni anno a favore delle famiglie inglesi:

Non mancano sul profilo di Miliband updates riguardo alla sua posizione di tolleranza verso l’immigrazione e la sua scelta di non coalizzarsi con SNP.

Infine, Miliband ha rinnovato su Twitter la sua prospettiva pro-Europa, dopo aver reso chiaro in vari dibattiti che il Labour Party non opterà per un referendum riguardo alla membership dell’Unione Europea.

 

3. Nick Clegg

L’approccio pragmatico di Miliband non e’ condiviso da Clegg, il quale usa Twitter prevalentemente per condividere con i suoi sostenitori le varie tappe della sua campagna, enfatizzandone anche gli aspetti non prettamente politici.

La ovvia passione culinaria di Clegg viene sfruttata su Twitter anche per mostrare come il leader dei Liberal-Dem svolga svariate attività con i giovani studenti inglesi.  Ecco un “retweet” postato da Clegg al proposito:

I vari aggiornamenti populisti di Clegg, simili a quelli di Cameron, sono intervallati da tweet riguardanti le politiche dei Liberal-Dem. Nei tweet che seguono, Clegg enfatizza il ruolo che il suo partito ha avuto nel percorso di ricrescita economica del Paese dopo la crisi e promette maggior stabilita’ per il futuro.

 

 

Come Miliband e Cameron, anche Clegg rivolge attacchi “social” ai suoi rivali. In modo particolare, Clegg invita gli Inglesi a diffidare dallo UKIP di Farage.

 

4. Nigel Farage

Anche Nigel Farage, il più grande fenomeno mediatico della politica inglese negli ultimi anni, fa un uso prevedibilmente populista di Twitter. Farage, paragonato da molti a Grillo (per la strategia reazionaria) o al Bossi dei tempi d’oro (per il pensiero politico), ha anche lanciato un proprio hashtag su Twitter: #TeamNigel.

Il leader di UKIP usa Twitter per condividere aspetti della propria quotidianità e per auto-promuoversi. Nel primo tra i Tweet che seguono, ad esempio, Farage ha condiviso con i suoi followers una compilation dei suoi migliori discorsi.

Oltre che per sponsorizzare se stesso, Farage usa Twitter per esporre i suoi piani agli elettori. Farage enfatizza soprattutto la volontà di controllare maggiormente l’immigrazione e tagliare gli aiuti economici ai Paesi esteri; promette supporto alle forze armate, l’eliminazione di tasse per coloro che ricevono il minimo salario e £3 bilioni extra da dedicare a NHS.

Anche nel caso di Farage, ovviamente, non mancano critiche ai grandi partiti rivali:

 

5. Natalie Bennett

Diretto e’ l’approccio Twitter della Leader del Green Party.

Sul suo profilo, Bennett pubblica prevalentemente updates riguardanti il partito e il suo manifesto.

Tra i provvedimenti più in evidenza, quello di garantire al popolo un accesso alla giustizia, con fondi equivalenti a £700 milioni all’anno.

La leader dei Greens promette inoltre £500 milioni di investimento per l’arte e ulteriori fondi destinati ai governi locali.

 

 

La battaglia elettorale dei vari leader su Twitter avra’ i suoi esiti domani mattina, quando i risultati delle elezioni saranno disponibili.

 

UK Independence Party: la rimonta dell’estremismo in Inghilterra

Londra. Una meta agognata da molti stranieri, in cerca di opportunità di studio, di lavoro, o semplicemente vogliosi d’immergersi nella città dei Beatles e dei Rolling Stones, di Lady Diana e Sherlock Holmes. Un luogo internazionale, cuore della finanza europea e del divertimento notturno, colmo d’arte e cultura. Londra, il più eclatante esempio di città cosmopolita in Europa.

E’ in parte grazie all’immigrazione di studenti e giovani lavoratori che Londra ha la costante possibilità di rinnovarsi e, fattore ancor più importante, incrementare le proprie finanze; le elites arabe, pakistane, russe e indiane che si recano a Londra hanno il merito di muovere sostanzialmente l’economia inglese, acquistando case, pagando affitti e rette universitarie, assumendo lavoratori inglesi.

Eppure, l’Inghilterra non è soltanto questo. E’ una realtà composta anche da città minori, per dimensioni e importanza, in cui l’immigrazione è ancora percepita come un fenomeno negativo, da combattere, e in cui l’Unione Europea è additata come responsabile di tale fenomeno.

Non è dunque un’assoluta sorpresa che il UK Independence Party (UKIP), il partito di estrema destra guidato da Nigel Farage, facilmente paragonabile alla Lega Nord di Salvini o al Front National di Le Pen, stia acquisendo consensi sempre maggiori, in un’era fortemente segnata dalla crisi economica, in cui l’estremismo nazionalista sembra essere l’unica ancora di salvezza per un’ampia fascia della popolazione.

In queste settimane che precedono le elezioni Europee del ventidue maggio, i sondaggi suggeriscono che l’UKIP supererà persino il partito di Cameron, piazzandosi secondo soltanto al Labour Party. Tuttavia, la campagne elettorale dell’UKIP sta assumendo toni fortemente razzisti: sotto accusa, in particolar modo, sono due poster del partito, il primo dei quali dichiarante che ventisei milioni di Europei siano in cerca di lavoro e lo vogliano “rubare” agli inglesi e il secondo, ancor più estremo, con in mostra un operaio inglese che chiede l’elemosina e spiega che i lavoratori britannici sono stati danneggiati dalle policies sul lavoro adottate dall’UE. Nonostante Mr. Farage abbia replicato alle accuse di razzismo affermando di non biasimare gli Europei che migrano in Inghilterra, ma di accusare il governo per non mettere i cittadini britannici al primo posto, la campagna di UKIP ha suscitato non poco scalpore.

La rimonta di un partito nazionalista di estrema destra, specialmente in un Paese come l’Inghilterra, in più occasioni rivelatosi Euroscettico, ma pur sempre estremamente evoluto, invita a una più profonda riflessione sulla natura della popolazione inglese.

La fede riposta in Farage e il conseguente astio maturato nei confronti degli stranieri dimostrano non soltanto che il popolo britannico si considera ancora un élite, superiore al resto dell’Europa, ma che non è in grado di riconoscere e sfruttare i benefici apportati dall’immigrazione. In Inghilterra, infatti, l’immigrazione ha nella maggior parte dei casi scopi scolastici o lavorativi e la percentuale di disoccupazione e delinquenza degli stranieri nel Regno Unito è considerevolmente più bassa rispetto ad altri Paesi dell’UE, inclusa l’Italia.

Inoltre, gli inglesi coltivano sentimenti razzisti nei confronti degli Europei dell’Est, in particolar modo provenienti da Bulgaria e Romania, in maniera indiscriminata, senza considerare due importanti elementi. In primo luogo, i rumeni, additati da Farage come la più dannosa fonte di delinquenza per l’Inghilterra, tendono a emigrare in quantità assai più considerevoli in Paesi come l’Italia, la Francia e la Spagna, ai quali sono legati da più profonde similitudini culturali; inoltre, i giovani provenienti dall’Europa dell’Est, quando si recano in Inghilterra, sono animati da un forte moto di rivalsa e orgoglio e danno il meglio di se’ per dimostrare le proprie capacità e smentire il luogo comune riguardante l’inferiorità dei loro popoli. Non a caso, le università inglese pullulano di studenti bulgari, slovacchi e rumeni con medie scolastiche che farebbero impallidire anche i migliori studenti di Oxford.

La fiducia che gli inglesi ripongono in Farage non evidenzia solamente il lato nazionalista e razzista degli inglesi, ma anche la loro debolezza: scegliendo di votare per un partito estremista, infatti, i cittadini britannici dimostrano di aver bisogno di un leader populista, al pari degli italiani che tanto hanno criticato nel ventennio passato, per riscoprire la passione politica.

Data la propensione degli inglesi a supportare l’UKIP, non è da escludersi che, in un futuro referendum, essi optino per uscire dall’Unione. Tuttavia, in un’epoca marcata da principi di globalizzazione e integrazione, tale scelta si rivelerebbe più dannosa per l’Inghilterra che per il resto dell’Europa, nonostante l’indiscussa forza della sterlina rispetto all’Euro.

La mentalità chiusa e nazionalista degli inglesi, guidati dai motti di Farage, rischia di portare il Regno Unito a una grande crisi politica e sociale, impedendo all’Inghilterra di evolversi grazie al contributo di talenti stranieri. Come la storia ha in più occasioni dimostrato, nessun estremismo porta al bene di un Paese. A oggi, l’Inghilterra dell’UKIP non sembra avere i presupposti per rappresentare un’eccezione alla regola.

Giulia Aloisio Rafaiani – AltriPoli

UK: Le politiche anti-immigrazione di Cameron e l’UE

Non è mistero che la Gran Bretagna abbia sempre rivendicato la propria indipendenza nei confronti delle politiche attuate dall’Unione Europea, al punto di essere etichettata come “reluctant partner” dell’UE in svariate circostanze. In particolare, a fronte della recente e sempre maggiore immigrazione in Inghilterra, i cittadini britannici hanno spesso manifestato un sentimento di ostilità verso gli stranieri. Le politiche anti-immigrazione messe in atto dal governo Cameron sembrano riflettere lo stato d’animo della popolazione. Le campagne contro l’immigrazione del Partito Conservatore si sono intensificate specialmente nell’ultimo periodo, poiché dal primo gennaio 2014 i cittadini di Bulgaria e Romania sono autorizzati a circolare liberamente e lavorare nel territorio del Regno Unito. Il Partito di Cameron ha espresso il timore che molti posti di lavoro possano essere “strappati” agli inglesi da lavoratori non altrettanto qualificati e il Primo Ministro si sta attivando affinché per altri cinque anni l’immigrazione dai Paesi dell’Est sia oggetto di restrizioni.

Al fine di rendere più complicata l’immigrazione dei lavoratori bulgari e rumeni in Inghilterra, il governo ha emanato alcuni provvedimenti: l’assegno di disoccupazione sarà rilasciato solamente a coloro che hanno trascorso più di tre mesi in Inghilterra e, una volta che il denaro sarà stato erogato, potrà essere bloccato nel caso in cui i lavoratori in questione non abbiano trovato un impiego a sei mesi dal loro arrivo nella patria della Regina. Inoltre, i senzatetto e gli elemosinanti saranno a rischio di espulsione dal Paese e le cure mediche saranno a pagamento per tutti i non-residenti. Essendo la libera circolazione dei lavoratori uno dei principi fondamentali alla base dell’Unione Europea, il ruolo della Gran Bretagna nel contesto dell’integrazione europea viene messo ancora una volta in discussione. Le politiche anti-immigrazione di David Cameron hanno portato ad ancor più forti tensioni tra Bruxelles e Londra, accusata di euroscetticismo e populismo.

Viviane Reding, vice Presidente della Commissione Europea, accusa Cameron di sfruttare il fenomeno dell’immigrazione per coprire le più serie problematiche del Regno Unito e sostiene che, al contrario di quanto suggerito da Cameron, l’immigrazione dei lavoratori stranieri potrebbe aiutare la crescita economica del Paese. Questa volta, neppure i Paesi Bassi, storicamente considerati come gli altri “reluctant partners” dell’UE, insieme all’Inghilterra, hanno appoggiato Cameron. Il vero problema alla base della posizione presa dal Primo Ministro è che essa mina le basilari libertà Europee e non si limita a indebolire l’unità dell’UE e vanificare i suoi successi nell’ambito dell’integrazione, ma costituisce un pericoloso precedente.

La crisi politica tra Bruxelles e la Gran Bretagna rischia di sfociare nell’abbandono dell’UE da parte di quest’ultima. Se nel 2015 sarà rieletto, David Cameron sostiene che invocherà un referendum per ridiscutere la partecipazione del suo Paese all’UE. Data la riscoperta di forti sentimenti nazionalistici da parte degli Inglesi negli ultimi decenni, al momento i risultati di un tale referendum sarebbero prevedibili. Se la Gran Bretagna dovesse realmente uscire dall’Unione Europea, il panorama politico dell’Europa sarebbe sconvolto e nuovi equilibri dovrebbero essere creati. La domanda che viene spontaneo porsi è se uscire dall’Unione costituirebbe una mossa vincente per l’Inghilterra, dal punto di vista politico ed economico. In attesa dell’ipotetico referendum, nel prossimo futuro, la risposta potrà essere tratta dall’isolamento politico in cui David Cameron è stato messo a seguito dei provvedimenti anti-immigrazioni.

Riuscirà la conservatrice Inghilterra a mantenere il suo prestigio senza il supporto dell’UE?

Giulia Aloisio Rafaiani – AltriPoli

UK: Miliband e il congelamento dei costi dell’energia. Come reagirà David Cameron?

Martedì 24 settembre ha avuto luogo la conferenza del Labour Party britannico. Tra i punti focali del discorso di Ed Miliband, spicca la proposta di congelare i prezzi dell’energia per un periodo di venti mesi. Miliband ha asserito che il governo laburista, a seguito del suddetto congelamento dei prezzi, obbligherebbe le compagnie energetiche ad adottare politiche di maggiore trasparenza riguardo ai loro prezzi.

Il leader del Labour Party ha avuto l’abilità di toccare un tasto alquanto dolente per la popolazione britannica, per la quale le bollette di elettricità e gas rappresentano uno dei maggiori ostacoli economici. In risposta al progetto di Miliband, le compagnie energetiche inglesi, come EDF e Centrica, hanno negato di ottenere profitti eccessivi dalle bollette dei contribuenti. Al tempo stesso, hanno asserito che lo stato abbia bisogno di una certa quantità di profitti provenienti dalle compagnie energetiche, se desidera che esse investano cento bilioni di sterline in nuovi impianti di gas, energia nucleare e altre infrastrutture nel corso dei prossimi dieci anni.

Labour Party and Ed Miliband – Photo: Eddie Mulholland

Nel formulare la sua proposta, Miliband ha annunciato che potrebbe creare divisioni interne alle compagnie, rendendo la produzione e il rifornimento di energia due settori distinti. A questo proposito, Angela Knight, dirigente di Energy UK, ha replicato che un atto, o meglio, una minaccia simile rappresenterebbe un implicito gesto di chiusura al business da parte del mercato britannico, che scoraggerebbe gli investitori stranieri. Reazioni contrastanti anche da parte delle associazioni dei consumatori. Il timore più diffuso è che un temporaneo congelamento dei prezzi possa portare, una volta terminato, un radicale aumento dei prezzi dell’energia.

Un’altra domanda che si pongono i cittadini britannici è in che modo Miliband riuscirà, se eletto nel 2015, a rendere immediato il suo progetto di congelamento dei prezzi, in assenza di una legge regolatrice. Nonostante Miliband abbia ancora quasi due anni a disposizione per affinare il suo progetto e, probabilmente, per negoziarne i termini con le compagnie energetiche, le sue dichiarazioni durante la conferenza hanno messo sotto grande pressione l’attuale Primo Ministro, David Cameron. Per far fronte all’onda mediatica e di speranza scatenata dalla conferenza dei laburisti, Cameron si troverà costretto a prendere immediati provvedimenti sui crescenti costi dell’energia e dovrà rispondere alle accuse secondo cui egli coprirebbe le spalle delle grandi compagnie energetiche britanniche.

E’ ancora presto per sapere come Cameron reagirà concretamente, o se Miliband riuscirà davvero a realizzare il congelamento dei prezzi. Una cosa è certa: il Primo Ministro inglese è ora ancor più minacciato dall’avversario, che ha saputo proporre una mossa politica intelligente, innovativa e in grado di smuovere le masse. La proposta di Miliband per ridurre i costi dell’energia annuncia una campagna elettorale aggressiva, moderna e incentrata su tematiche coinvolgenti per la maggior parte della popolazione.

Chi vincerà le prossime elezioni? Riusciranno i laburisti di Miliband a governare la perfida Albione? Per scoprirlo, arrivederci al 2015.

Giulia Aloisio Rafaiani – AltriPoli

L’indipendenza scozzese passa da un referendum

Nel mentre Sky e Rai vi bombardano con spot sulle prossime Olimpiadi Estive di Londra 2012 a scuotere i pensieri da mesi del Primo Ministro David Cameron è la Scozia. Infatti, era dai tempi della Battaglia di Bannockburn che Londra non temeva di perdere Edimburgo per sempre. Questa volta non sarà una battaglia sul campo militare, stile Guerre d’indipendenza Scozzese tanto amate dagli storici, bensì un referendum.

A sostenere fin dal Gennaio 2012 quando presentò davanti al Parlamento di Scozia il documento denominato “Your Scotland Your Referendum” con le linee guida della consultazione che si terrà molto probabilmente nell’autunno del 2014 è stato l’attuale Primo Ministro scozzese e leader dello Scottish National Party (SNP) Alex Salmond. Chi crede che tale corsa referendaria sia sostenuta esclusivamente dai nazionalisti scozzesi si sbaglia, perché attorno a tale proposta si sono aggregati anche ecologisti, socialisti e liberali di Scozia. Testimonial di eccellenza per la Campagna per il Sì all’Indipendenza scozzese è l’ex agente di Sua Maestà Sean Connery, il quale da sempre filo.indipendentista, ha affermato che “la campagna per il sì ha scelto una visione positiva della Scozia, fatta di accoglienza e uguaglianza e di quei valori democratici che garantiscono agli scozzesi di essere i guardiani migliori per il loro futuro”.

La sfida tra il sì ed il no si gioca sui tempi. In primo luogo il documento programmatico “Referendum Bill” ha una tabella di marcia molto chiara e prevede nel 2013 in seguito alla presentazione nel Parlamento scozzese un voto di conferma alla Consultazione da parte di quest’organo, successivamente all’avvallo della Regina Elisabetta II, e il raccoglimento di un milione di firme con in calce una motivazione da parte del corpo elettorale scozzese.

Se giuridicamente e ufficialmente i tempi da rispettare sono quelli sopraindicati, quelli ufficiosi del “quando” indire la consultazione tiene banco fra Indipendentisti e non. Il Primo Ministro Inglese David Cameron, forte dei sondaggi che attualmente vedono in svantaggio di oltre il 7% le mire indipendentiste, vorrebbe anticipare la data della Consultazione a fine 2013 in modo da non far decollare del tutto la Campagna elettorale favorevole all’indipendenza scozzese.

La proposta referendaria prevede due quesiti. Il primo quesito prevede in caso di responso favorevole la devo max ovvero un “indipendenza leggera” da Londra che permetterebbe ad Edimburgo la piena autonomia fiscale all’interno del Regno Unito e la piena libertà di legificazione da parte del Parlamento di Scozia ad eccezione della difesa e della politica estera. Tale quesito raccoglie il favore della maggioranza degli scozzesi. Il secondo quesito si basa sulla possibilità di far scegliere al corpo elettorale scozzese la piena indipendenza dalla Gran Bretagna, al momento secondo i sondaggi del The Guardian sostenuta da poco più del 23%.

Ora penserete che dietro questa battaglia per l’Indipendenza Scozzese vi sia solo esclusivamente lo spirito identitario e nazionalista di un popolo unito da oltre trecento anni con altre due nazioni da sempre in competizione. Invece, come sempre vi è l’economia. La Scozia sebbene travolta dalla forte crisi finanziaria che ha coinvolto la Royal Bank of Scotland è il fulcro delle risorse energetiche di Gran Bretagna ed Irlanda.

L’Istituto di Ricerca Wood Mackenzie ha previsto una crescita del settore energetico scozzese fino al 2014 e calcolato investimenti su di esso pari annualmente a 7,5 miliardi di sterline. Aggiungeteci che una moneta indipendentista non è contemplata da nessun ente economico attualmente ed in caso di una vittoria del sì all’Indipendenza totale da Londra in molti prevedono un adesione al malconcio Euro.

Come da settecento e più anni gli scozzesi pretendono e ogni tanto riescono a vincere la loro guerra d’indipendenza, ma alla fine gli Inglesi tornano e in un modo o l’altro vincono sempre e questo lo sanno sia Salmond che Cameron.