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Verso un esercito europeo?

Angela Merkel lo ha detto chiaramente: l’Unione Europea non può più fidarsi degli alleati tradizionali. Era il 28 maggio, e le sue parole hanno fatto scalpore rimbalzando sulle testate di tutto il mondo. Eppure, non sono state altro che la conferma di un percorso politico intrapreso dall’insediamento di Trump alla Casa Bianca.
Lo sganciamento, per ora ancora parziale, dalla crisi in Est Europa, la richiesta ai membri NATO di aumentare la propria spesa militare, l’escalation in Siria erano le avvisaglie di una crisi politica coronata dal ritiro dagli accordi di Parigi.
A dieci giorni dalla dichiarazione della cancelliera tedesca, la Commissione Europea ha varato un fondo di 5,5 miliardi di euro destinato alle forze armate comunitarie. Lo scopo del fondo, reso noto da un comunicato firmato da Federica Mogherini e Jyrki Katainen, è esplicito: indirizzarsi verso un esercito federale europeo.
Sorprendentemente, la notizia non ha ricevuto l’attenzione mediatica che avrebbe meritato.
Il documento pubblicato dalla Commissione Europea evidenzia come le forze armate dei paesi membri utilizzino una varietà enorme di sistemi d’arma a volte addirittura incompatibili tra loro. Una forza armata unitaria, i cui fondi possano essere gestiti dagli organi europei, porterebbe ad una standardizzazione degli armamenti, ad una semplificazione della catena di comando, ad una razionalizzazione delle risorse investite. Consentirebbe dunque risparmi consistenti oppure, a parità di risorse investite, porterebbe ad un netto aumento dell’efficienza delle forze armate.

Gran parte dei fondi di questo primo finanziamento verrà resa disponibile solo a partire dal 2020. Circa 600 milioni di euro verranno destinati alla ricerca di tecnologie militari a livello europeo, superando lo stadio di collaborazione tra singoli stati che aveva caratterizzato lo sviluppo di nuovi armamenti dalla seconda metà della Guerra Fredda.
1,5 miliardi di euro saranno invece indirizzati all’acquisizione e alla produzione di sistemi d’arma a livello europeo.
Il resto dei fondi copriranno operazioni ed esercitazioni militari congiunte.

Il fatto che la proposta sia arrivata subito dopo le dichiarazioni di Angela Merkel dimostra che il progetto fosse nell’aria già da tempo (il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Junker lo aveva ventilato nel settembre 2016), e che la recente crisi dei rapporti USA-UE sia stata colta al balzo come pretesto per iniziare a lavorare su quell’autonomia militare che sembra ormai indispensabile perché l’Europa possa acquisire una reale compattezza diplomatica.

Il processo di unificazione degli eserciti non sarà certo rapido. Esso dovrà coinvolgere gli apparati industriali dei paesi membri non meno delle loro ambasciate. Verranno probabilmente stabilite delle quote di investimento per ogni paese, alle quali c’è da aspettarsi un’opposizione da parte dei paesi europei che al momento investono meno nel settore militare. Ma la riforma è già iniziata e difficilmente potrà arrestarsi, nonostante le pretese di autonomia militare dei più bellicosi tra i paesi membri.

 

Numerosi paesi europei combattono in conflitti aperti. La Francia è ampiamente coinvolta nella crisi siriana e nelle guerre civili del Mali e della Repubblica Centraficana, l’Italia sembra venire lentamente ma inesorabilmente trascinata nel conflitto in Libia, la Gran Bretagna è intervenuta in Libia nel 2011 al fianco della Francia. Molti paesi rimangono schierati in Afghanistan.
La crisi in Ucraina ha risvegliato l’antica paranoia di Germania e Polonia nei confronti della Russia, riaprendo il contrasto sul Mar Baltico, dove proprio nel corso di giugno si sono succedute provocazioni reciproche.

Proprio la crisi politica ucraina ha messo in luce l’inconsistenza della politica estera europea, con il blocco est europeo (assecondato dalla Germania) propugnatore di una linea dura, fino forse all’invio di forze di interposizione, e paesi come l’Italia schierati su posizioni più accomodanti. Alla fine solo l’intervento degli USA, con il varo delle sanzioni, ha riportato i paesi europei sulla stessa linea diplomatica.
In Donbass la crisi è lontana dall’essere risolta, anche perché se da un lato la Russia è sempre più occupata a risolvere a proprio favore la crisi siriano-irachena, dall’altro Donald Trump ha mostrato scarso interesse nel risolvere il conflitto. Lo scandalo del Russia-Gate si mescola alla volontà di non voler favorire in alcun modo l’Unione Europea.

Il messaggio di Trump è stato recepito da Angela Merkel, che proprio per questo ha parlato di mancanza di fiducia nei confronti degli “alleati tradizionali”. La Germania è ad oggi la principale promotrice del processo di integrazione delle forze armate europee, paradossalmente incoraggiata proprio dalle richieste di Trump di un innalzamento delle spese per la difesa.
Non è un caso se il 25 giugno Martin Schulz ha accusato la cancelliera di voler “germanizzare l’Europa” anziché “europeizzare la Germania”. L’innalzamento della spesa militare tedesca potrebbe inserirsi nell’obiettivo di guidare, e non solo di sostenere, la creazione di un esercito europeo comunitario.
Le prospettive politiche e geopolitiche per una simile eventualità sono del tutto aperte.

Fortezza Europa

 

L’UE DA UNA PROSPETTIVA PESSIMISTICA

Dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea e dopo l’elezione di Donald Trump alla presidenza USA, i cittadini europei sono convinti di essere sotto assedio da parte di potenze esterne oscure e in buona misura imprevedibili. Ma tale convinzione è frutto di un’attenta analisi, o è piuttosto il ritorno ad una mentalità che ha caratterizzato la cultura europea fino dai suoi albori?

Il concetto di Europa come entità non solo geografica ma anche culturale, religiosa e sociale nasce nel corso del Medioevo, in un periodo in cui i regni sorti sulle rovine dell’Impero Romano lottavano incessantemente tra loro e contro un nemico esterno sempre nuovo (dai Goti agli Unni, e poi i Normanni, i Saraceni, gli Ungari, i Mongoli, i Turchi). Il modo di fare politica, la società, l’economia e la religione si erano sviluppati in questa atmosfera di conflitto latente, che si potrebbe definire come duplice: rivolto verso un avversario interno oppure esterno.
I fondamenti culturali europei si sono strutturati in un panorama politico dominato dal senso di perdita del passato grandioso dell’Impero Romano (che i soggetti politici successivi si sono affannati a riproporre), e dalla mentalità di chi si sente sotto assedio e diffida dei propri vicini.
Ed è in un simile panorama che, accanto ai nazionalismi, è nata l’aspirazione ad un’Europa unita, di volta in volta in senso religioso, politico, culturale o economico.

La concezione di dover sostenere un assedio costante contro un nemico esterno insieme ad una lotta per la stabilità interna è stata propria di tutti i regimi politici egemonici europei, dal sistema asburgico a quello bonapartista, dal regime bolscevico a quello nazifascista, senza contare i regimi nazionalisti europei, ognuno dei quali ha scorto nei propri vicini la più importante minaccia.
Questo sistema di sospetto reciproco e di paura di una grande invasione esterna ha continuato a dominare le relazioni diplomatiche europee anche nel corso delle prima parte della Guerra Fredda, prima che un soggetto sovranazionale come l’Unione Europea si proponesse come garante della pace e della stabilità economica europea. Ma se l’UE superava gli attriti tra stati dell’Europa Occidentale, il timore per un’invasione esterna era rafforzato ogni giorno dal confronto USA-URSS.

Non bisogna stupirsi, dunque, se i recenti avvenimenti politici hanno instillato una paura antica nei cittadini europei: la paura di un assedio.
Ad un primo sguardo, tale paura sembra giustificata: negli Stati Uniti l’amministrazione Trump guarda con aperta freddezza all’Unione Europea, mentre c’è chi vede delinearsi un improbabile asse diplomatico USA-UK-Russia.
La Russia sta riprendendo la propria linea diplomatica “classica”, proteggendo la propria sfera d’influenza nel Vicino Oriente, in Asia Centrale e, appunto, sui confini europei.
La Gran Bretagna, che per quasi sessant’anni ha svolto la funzione di ponte privilegiato tra gli USA e gli stati europei, ha scelto la via nazionalista, tirandosi fuori dal calvario economico dell’austerità.

Ma al di là di facili allarmismi, un’analisi più approfondita ci restituisce una narrazione diversa di questi avvenimenti.
La ritirata militare e diplomatica degli Stati Uniti va interpretata come tale, e non come una minaccia. Trump vuole levarsi d’impiccio dal pantano mediorientale, per reindirizzare le proprie risorse in un “fronte interno” che minaccia di sfuggirgli di mano.
Trump ha attaccato per settimane la NATO, ma il recente incontro tra il vice presidente Mike Pence ed Angela Merkel lasciano pensare ad una soluzione di compromesso, l’unica realisticamente attuabile, che vedrà un graduale aumento dei contributi militari da parte di alcuni paesi europei.
Anche il rapporto con Mosca non è segnato da una chiara apertura. Il 15 febbraio Trump ha dichiarato su Twitter che l’amministrazione Obama è stata troppo indulgente con la Russia in occasione dell’annessione della Crimea; il 24 ha annunciato un massiccio riarmi, contro un nemico ignoto, che è stato interpretato dalla Russia come una minaccia diretta. Nei prossimi mesi si potrà capire appieno lo sviluppo di questa dinamica.

Un discorso simile, almeno in parte, si può elaborare per il Regno Unito. L’economia della Gran Bretagna attraverserà con tutta probabilità un periodo di instabilità, per un motivo semplice: è molto difficile portare avanti una politica economica nazionalista su un tessuto socio-economico ormai post-industriale. Tutti gli sforzi della Gran Bretagna, nei prossimi anni, si concentreranno probabilmente nel cercare accordi vantaggiosi con l’Unione Europea e nel mitigare in qualche modo gli effetti deleteri di un’economia ormai quasi completamente finanziaria e virtuale. È impensabile che in un simile contesto la Gran Bretagna dimostri un dinamismo diplomatico che la porti al fianco della Russia.

Per quanto riguarda la Russia stessa, essa incarna probabilmente al meglio il nuovo nazionalismo che sembra propagarsi di nuovo in tutto il Mondo. Ma il consolidamento della Russia in senso nazionalista limita al contempo le sue aspirazioni “imperiali”. Quello russo è un nazionalismo dettato dalla necessità.  Il relativo isolamento economico, il costante calo demografico, la situazione pietosa di un tessuto sociale ormai lacerato da diseguaglianze e corruzione, relegheranno ancora a lungo la Russia al ruolo di potenza regionale. La Russia interverrà ancora militarmente in Est Europa, ma non tanto da poter minacciare effettivamente la stabilità dell’Europa Occidentale.

Nonostante il susseguirsi di mutamenti cruciali della politica internazionale, nonostante i propri problemi interni l’Unione Europea non deve temere un isolamento o un assedio peggiori di quelli che avrebbe subito nei vent’anni trascorsi. Ci aspettano anni in cui la geopolitica subirà mutamenti sostanziali. Ma questi mutamenti possono essere un’occasione per l’Europa, affinché si imponga come potenza regionale autonoma. Cercando di evitare l’eventualità, altrettanto probabile, di un trionfo dei nuovi nazionalismi.

Romania – Una protesta che insegna il futuro ai giovani d’Europa

La Romania è nel cuore dell’Europa e appartiene all’ente sovranazionale Unione Europea. I suoi giovani sono in piazza da oltre due settimane e stanno dando un senso di risveglio alla gioventù europea, poco a quella italiana anestetizzata dagli intellettuali vicini all’ex Premier. In questi giorni stanno avvenendo le manifestazioni di piazza più imponenti dalla caduta del dittatore Ceausescu. L’accusa rivolta contro il governo è di aver varato una legge che ufficialmente ha come fattispecie l’intento di risolvere il problema carcerario interno, ma che in realtà avrebbe, secondo i manifestanti, favorito alcuni politici in carcere per corruzione.

La legge infatti avrebbe depenalizzato l’abuso d’ufficio e altri reati di corruzione. In particolare, depenalizzando l’abuso d’ufficio per casi riguardanti somme inferiori ai 44mila euro, il decreto avrebbe anche messo fine al processo in corso contro il socialdemocratico Liviu Dragnea, stretto collaboratore del premier Grindeanu e leader del suo partito. Dragnea è accusato di aver utilizzato 24mila euro di denaro pubblico per stipendiare due persone alle dipendenze del suo partito. Al fianco del popolo in protesta si è schierato apertamente il presidente della Romania, che ha chiesto al governo di dimostrare trasparenza e prendere decisioni a favore della società, e non di nascosto.  La rivolta è anche un modo di scagliarsi contro il governo del socialdemocratico Sorin Grindeanu, uno dei pochi governi rimasti a sinistra nella parte orientale dell’Unione Europea.

Quella rumena è una protesta ben raccontata in Italia, forse perchè tutti si dicono progressisti, per poi costantemente sbeffeggiare i ragazzi e le ragazze rumene, ormai inseriti appieno nel tessuto sociale del Belpaese. Ma, come la Grecia ha dimostrato, l’intelighenzia vera, non quella dei salotti o delle ultime spiagge, sta trovando conforto dall’azioni della nuova generazione europea. Per intenderci quella che non protesta solamente sui social network. Così per commentare la nuova scesa in campo dei giovani l’intellettuale rumeno Andrei Plesu ha affermato che:

“La rivolta dei giovani è l’unica speranza contro il ritorno all’oscurantismo”.

Lo stesso intellettuale in un’intervista rilasciata a La Repubblica ha affermato che : “Giovani coraggiosi, ma non solo. Informati, decisi. Convinti che la democrazia va difesa. Una giovane élite urbana, geniale anche nella creatività degli slogan ironici contro il potere. E maturi: rifiutano violenza e aggressività, scelgono l’umorismo, gridano “la situazione è così grave che anche gli introversi scendono in piazza”. Hanno mantenuto il carattere pacifico della protesta, marginalizzato i violenti. Sono istruiti, disciplinati, alieni alla demagogia, non s’identificano in questo o in quel partito, ma rispondono agli imperativi etici. Ma manca una qualsiasi leadership politica capace di raccogliere il loro slancio”.

Una Romania che ha molto da cambiare e da insegnarci. Soprattutto a noi giovani anestetizzati da un tessuto intellettuale, politico e mediatico che ci fa preoccupare più per quel che accade a Londra, Mosca o Washington e dimentica i suicidi di massa dovuti alla crisi. La crisi di una generazione senza alcun slancio di giustizia. Quella che non troverete sui social network.

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TTIP – Cosa prevede?

Il TTIP è il più importante accordo in discussione tra gli Stati Uniti d’America e l’Unione Europea. Ufficialmente il TTIP è un Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (Transatlantic Trade and Investment Partnership, TTIP), inizialmente definito Zona di libero scambio transatlantica (Transatlantic Free Trade Area, TAFTA),  in corso di negoziato dal 2013 tra l’Unione europea e gli Stati Uniti d’America. Quanto ai contenuti nessuno sa bene cosa prevedano le fasi dibattimentali, poiché i negoziati sono posti sotto il massimo riservo e coperti ufficialmente da “segreto negoziale”.

 

L’obiettivo dichiarato è quello di integrare i due mercati, riducendo i dazi doganali e rimuovendo in una vasta gamma di settori le barriere non tariffarie, ossia le differenze in regolamenti tecnici, norme e procedure di omologazione, standard applicati ai prodotti e regole sanitarie. Ciò renderebbe possibile la libera circolazione delle merci, faciliterebbe il flusso degli investimenti e l’accesso ai rispettivi mercati dei servizi e degli appalti pubblici. La rimozione di regolamenti e standard rappresenterebbe la più grande rivoluzione normativa in Europa dalla firma del Trattato di Maastricht.

 

Qualora si dovesse raggiungere l’accordo sul TTIP e si pervenisse alla sua approvazione esso rappresenterebbe la più vasta area di libero scambio esistente, poiché UE e USA rappresentano circa la metà del PIL mondiale e un terzo del commercio globale. L’accordo potrebbe essere esteso ad altri paesi con cui le due controparti hanno già in vigore accordi di libero scambio, in particolare i paesi membri della North American Free Trade Agreement (NAFTA) e dell’Associazione europea di libero scambio (EFTA).

 

Il documento individua quindi tre principali aree di intervento:

1 – accesso al mercato

2 – ostacoli non tariffari

3 – questioni normative

 

Il trattato coinvolge circa 820 milioni di cittadini e legherebbe in un’unica zona di scambio l’Oceano Atlantico. La somma del Prodotto Interno Lordo di Stati Uniti e Unione Europea corrisponde a circa il 45% del PIL mondiale, rappresentando la zona dominante il mercato. La mancanza di certezze sui contenuti e la scarsa informazione fanno temere il peggio, anche se i dati relativi a una possibile crescita ne costituiscono il fattore di maggior adesione.

 

IL FRONTE DEL Sì –  Autorevoli istituti come  Center for Economic Policy Research di Londra e l’Aspen Institute sostengono  che attraverso il Parteneariato Atlantico potrebbe concretizzarsi un aumento del volume degli scambi e in particolare delle esportazioni europee verso gli Stati Uniti, di cui l’incremento quantificato sarebbe pari al 28%, circa 187 miliardi di euro. Va rilevato come i dazi tra Stati Uniti d’America e Unione Europea siano in media piuttosto bassi, quasi la metà di quanto imposto verso gli altri paesi del mondo, anche se ci sono grandi differenze tra settori . Nonostante ciò, come sostenuto da parte della dottrina macroeconomica, se i dazi vengono applicati su un grande volume possono diventare un ostacolo rilevante. Questo vale ancora di più visto che il processo produttivo è spezzato tra paesi diversi (componenti o fasi prodotti o realizzati in vari paesi): piccoli dazi applicati più volte possono avere dunque un impatto importante sul prezzo del bene finale.

 

IL NUTRITO FRONTE DEL NO – Prima questione da affrontare che rapprersenta una delle principali critiche ai negoziati è la loro segretezza e mancanza di trasparenza; e anche il fatto che ad aver condotto il principale e più citato studio sui benefici dell’accordo sia  stato il Center for Economic Policy Research di Londra, che gli oppositori al TTIP non considerano credibile perché finanziato anche da grandi banche internazionali. Questi gruppi sostengono che le cifre sull’impatto dell’accordo sono piuttosto ambiziose, che sarebbero previste solo per il 2027 e che comunque sono troppe le variabili non considerate per poter fare una stima affidabile.

 

La più autorevole critica è stata riassunta nel numero di giugno 2015 di Le Monde Diplomatique. Il fronte contrario si divide equamente tra Usa e Unione Europea. Nel caso americano il fronte di opposizione è guidato da Lori Wallach, direttrice di Public Citizen – associazione con sede a Washington – la quale  ha spiegato in dieci punti i possibili rischi del trattato per gli Stati Uniti: farmaci meno affidabili, aumento della dipendenza dal petrolio, perdita di posti di lavoro per la scomparsa delle norme sulla preferenza nazionale in materia di forniture pubbliche, assoggettamento degli stati a un diritto fatto su misura per le multinazionali, e così via. Sul fronte europeo si schierano principalmente: la Francia con la Presidenza Hollande, Slow Food, GreenPeace, l’European Social Forum e le maggiori confederazioni di lavoratori.

 

Le principali critiche sono le seguenti:

NORMATIVA SUL LAVORO –  I paesi dell’UE  adottano  normative in conformità con l’Organizzazione dell’ONU che si occupa di lavoro (l’ILO). Di queste normative gli Stati Uniti hanno ratificato solo due delle otto norme fondamentali. Quindi secondo le confederazioni dei lavoratori e la dottrina giuslavorista si rischierebbe di minacciare i diritti fondamentali dei lavoratori.

 

AGRICOLTURA – L’agricoltura europea, frammentata in milioni di piccole aziende, finirebbe per entrare in crisi se non venisse più protetta dai dazi doganali, soprattutto se venisse dato il via libera alle colture OGM. Si discute in termi economici in questo caso e non scientifici.

 

CONSUMATORI – Se il consumatore è al centro di quel prodotto normativo che nel 2009 ha rivoluzionato l’Unione Europea, ossia il Trattato di Lisbona, ciò differisce dagli Stati Uniti d’America. Infatti, in Europa vige il principio di precauzione, l’immissione sul mercato di un prodotto avviene dopo una valutazione dei rischi, mentre negli Stati Uniti per una serie di prodotti si procede al contrario: la valutazione viene fatta in un secondo momento ed è accompagnata dalla garanzia di presa in carico delle conseguenze di eventuali problemi legati alla messa in circolazione del prodotto (possibilità di ricorso collettivo o class action, indennizzazione monetaria).

 

SERVIZI PUBBLICI – I negoziati sono orientati alla privatizzazione dei servizi pubblici e ciò desta parecchii timori nelle reti per i Beni Comuni. Sarebbero, secondo la critica, a rischio il welfare e settori come l’acqua, l’elettricità, l’educazione e la salute sarebbero esposti alla libera concorrenza. Inoltre, questa parte dell’accordo potrebbe creare problemi di legittimità costituzionale in alcuni paesi membri dell’Unione Europea.

 

PROPRIETA’ INTELLETTUALE– Le disposizioni a protezione della proprietà intellettuale e industriale attualmente oggetto di negoziati potrebbero minacciare la libertà di espressione su internet o privare gli autori della libertà di scelta in merito alla diffusione delle loro opere. Si ripresenterebbe insomma la questione dell’ACTA, il controverso accordo commerciale su contraffazione, pirateria, copyright, brevetti la cui ratifica è stata respinta il 4 luglio 2012 dal Parlamento Europeo.

 

TTIPLEAKS – A inizio maggio, precisamente alle ore 11 di martedì 3 maggio, Greenpeace ha scosso l’Europa svelando parte della trattativa, che doveva restare coperta da segreto negoziale. Tra i “Ttip papers” svelati  da Greenpeace, una nota segreta ad uso interno della Commissione europea ha spiegato come stiano andando i negoziati. Su questa fuga di notizie, l’indiziata principale è quella parte di Commissione Europea legata con i suoi funzionari ad alcuni Paesi Membri contrari all’accordo.

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Ecco i punti principali del documento ottenuti da Greenpeace Olanda:

Denominazione d’origine per i vini –  “Sul vino l’Ue ha ribadito che il Ttip deve includere regole complessive sui vini e alcool basate sull’integrazione degli accordi bilaterali esistenti ed eliminare la possibilità per i produttori Usa di utilizzare le 17 denominazioni di vini Ue (cosiddettì semi-generici) elencati nell’annesso 2 dell’accordo del 2006 sul vino. Gli Usa hanno reitrerato la propria opposizione all’integrazione delle norme sul vino nel Ttip e alla richiesta Ue sulle denominaizioni semi-generiche. L’Ue ha espresso forte preoccupazione e continuerà a seguire la questione a livello politico”.

 

Gli Stati Uniti dunque rifiutano la domanda Ue di non utilizzare per i loro prodotti 17 denominazioni “semi-generiche” di vini europei, come gli italiani Chianti e Marsala, il greco Retzina, l’ungherese Tokaj, il portoghese Madeira, lo spagnolo Malaga e i francesi Chablis, Sauterne e Champagne.

 

Cosmetici – “La discussione sui cosmetici rimane molto difficile e  il margine per raggiungere obiettivi comuni è abbastanza limitato”. A causa della limitazione in Europa ad eseguire test sugli animali “l’approccio di Ue e Usa resta inconciliabile e i problemi di accesso al mercato europeo dunque rimarranno”.

Definizione degli standard – “Gli Stati Uniti hanno insistito nella loro domanda affinché la Commissione europea ‘richieda’ (…) che esperti statunitensi siano coinvolti nello sviluppo del processo di standardizzazione di CEN e CENELEC (senza garanzie di reciprocità) come condizione per riferirsi agli standard tecnici armonizzati”.

Il CEN è il comitato europeo per lal standardizzazione tecnica e il CENELEC svolge la stessa funzione in campo elettrotecnico. Tra gli ultimi standard fissati, ad esempio quelli sulla sicurezza degli accendini con particolare attenzione alla protezione dei bambini, le caratteristiche tecniche per le prese elettriche o gli standard dell’osteopatia.

Appalti pubblici – Nel capitolo sull’attività regolatoria, la proposta degli Stati Uniti ripetutamente chiede che “la regolazione sia riferita e applicabile a livello di Stati membri”, ma parlando di appalti pubblici la Commissione europea sottolinea che “gli Stati Uniti non sono stati in grado di offrire risposte o commenti al riguardo degli appalti a livello sub-federale ed hanno sottolineato le loro difficoltà e la sensibilità in questo settore”.

Regolazione servizi finanziari – Unione europea e Stati Uniti non hanno modificato le loro posizioni sulla cooperazione regolatoria nei servizi finanziari: gli Usa continuano ad opporsi a discutere questo aspetto nel Ttip, mentre l’Ue ha confermato che la sua offerta per un mutuo accesso ai Servizi finanziari si incardina su un impegno soddisfacente degli Usa nella cooperazione nelle regolazione”.

 

Infine, a sostenere il fronte avverso al TTIP, non vi sono politici al governo, bensì l’economista e saggista statunitense, premio Nobel per l’economia nel 2001 Joseph Stiglitz. Joseph Stiglitz, statunitense “europeista” alla vigilia del Brexit, il referendum che il prossimo giugno chiederà agli inglesi di esprimersi sull’adesione all’Unione europea, ingaggiato come consulente da John McDonnell, ha sostenuto che: se l’accordo transatlantico di libero scambio tra Unione e Stati Uniti (Ttip) fosse simile a quello già raggiunto tra Usa e Pacifico (Trans-Pacific Partnership, Tpp) «nessuna democrazia» dovrebbe sostenerlo.

Al futuro e ai governanti dei 28 Paesi dell’UE e Parlamentari Europei sarà concesso il privilegio di decidere se aderire o meno all’accordo. In questo clima di segreti e “fughe di notizie” resta un dato certo: che si parla della libertà. Ma, come sempre essa riguarda merci e flussi di denaro e non le persone. Persone che poi affidano alla “democrazia” il loro destino, in un deficit di rappresentatività e trasparenza. D’altronde, a quanto pare, l’unica trasparenza che è richiesta nel duemilasedici è quella delle vetrine.

Bruxelles – La chiamavano Europa

È la mattina del 22 marzo quando Bruxelles, il cuore dell’establishment Europeo, si ritrova sotto attacco. Prima due esplosioni all’aeroporto di Bruxelles Zaventem alle 8 del mattino che hanno ucciso almeno tredici persone e  ferito trentacinque. Un’ora dopo un ordigno esplode in centro, alla fermata della metropolitana Maelbeek, vicino alle istituzioni europee. Anche qui il bilancio è pesante: almeno venti morti, oltre dieci feriti gravi. L’Is ha rivendicato gli attacchi attraverso l’Amaq News Agency, network vicino allo Stato islamico. Una delle due uscite della stazione Maelbeek porta alla sede della Commissione europea, l’altra al Consiglio europeo.
Secondo quanto riporta l’ International Centre for the Study of Radicalisation and Political Violence di Londra (Icsr) sarebbero più di ventimila i combattenti stranieri che militano nelle organizzazioni islamiste armate, attive in Siria e Iraq. Quattromila sarebbero residenti o nati in Europa. Il rapporto dell’Icsr risale all’inizio del 2015 e registra un incremento significativo (quasi il doppio) rispetto ai numeri riportati nel dicembre 2013. È una tendenza che preoccupa soprattutto il Belgio, uno dei Paesi europei che “produce” il più alto numero di combattenti: per l’Icsr, ci sarebbero quaranta foreign fighters per ogni milione di abitanti, in confronto ai diciotto della Francia e ai 9.5 del Regno Unito. Il Belgio dunque è il Paese che registra il più alto numero di foreign fighters (tra i 350 e i 500) in rapporto alla popolazione (11 milioni di abitanti).

IL BELGISTAN – Questa la cronaca. Come di consueto passiamo all’analisi. Il Belgio, che segue la Francia dai tempi della divisione con i Paesi Bassi, passa da ElDorado della globalizzazione a parco giochi del terrore. Per analizzare il Belgio è utile portare in evidenza fatti storici che in queste ore hanno maturato i loro frutti, seppur marci.

Forse, non tutti sanno che alla potenza coloniale belga è attribuito il più grande eccidio tra fine XIX e inizio XX secolo in Congo. E’ da quel genocidio, di due milioni di persone native, che nascerà il mito del missionario Edmond Morel, il quale, scoperti i loschi traffici nascosti dietro il commercio del caucciù, si buttò anima e corpo nella lotta contro i «nuovi negrieri».

Pochi decenni dopo il Regno di Leopoldo II, il Belgio, seguendo l’esempio francese, creerà immensi sobborghi dove stanziare le generazioni d’immigrati che scelsero di appartenere allo Stato che li aveva colonizzati.

Il resto è cronaca di questi giorni, dove per mesi reparti speciali hanno compiuto azioni nei sobborghi, ossia in quella periferia del mondo delle nostre città. Nuova nota da aggiungere nel puzzle europeo del terrore è quella che anni addietro i servizi segreti militari del Belgio furono eliminati per poi essere frettolosamente ricostituiti, nella vana inconsapevolezza che finita la guerra fredda tutto fosse pacificato.

Del Belgio, inoltre, non tutti sanno che nel 1974, il governo di Bruxelles fu il primo a riconoscere ufficialmente in Europa la religione islamica. Il risultato immediato, nel 1975, fu l’inserimento della religione islamica nel curriculum scolastico. «Fu una decisione del re belga Baldovino», ha recentemente dichiarato al Foglio Michael Privot, massimo islamologo belga e direttore dell’Enar, l’European Network Against Racism.

Questo riconoscimento avvenne per questioni finanziarie, palesate da progressiste, nel mezzo della crisi petrolifera, perché il Belgio cercava rifornimenti dall’Arabia Saudita. Il re Baldovino offrì ai sauditi il Pavillon du Cinquantenaire con un affitto della durata di novantanove anni. L’edificio sorge a duecento metri dal Palazzo Schuman e dal quartier generale dell’Unione europea; l’Arabia Saudita lo trasformò nella Grande Moschea del Cinquecentenario, diventando l’autorità islamica de facto del Belgio. Il patto col Belgio rientra in un più vasto progetto globale: dal 1979, le autorità saudite hanno speso più di sessanta miliardi di euro nella diffusione nel mondo del wahabismo, una visione dell’islam che si basa sul monoteismo assoluto (tawhid), il divieto di innovazioni (bid’ ah), il rigetto di tutto ciò che non è musulmano, la scomunica dei «miscredenti» (takfîr) e la lotta armata (jihad). L’Arabia Saudita dona ogni anno un milione di euro alle venti moschee di Molenbeek per il loro rinnovamento e manutenzione.

CENTRALE MOLENBEEK – Molenbeek è un quartiere che si trova a ovest del centro di Bruxelles: si estende per poco meno di sei chilometri quadrati, è abitato da circa centomila persone e ha una grande concentrazione d’immigrati provenienti dal Nord Africa e da altri paesi arabi, pari al 30% della popolazione. Come gli altri quartieri della capitale belga, ha una grande autonomia dall’amministrazione comunale di Bruxelles.

Molenbeek è il set dell’inferno creato dai progressisti caviale&attico – da cui guardare la disperazione delle genti. A questa municipalità sono legati l’attentato al Museo Ebraico di Bruxelles del maggio 2014, la cellula jihadista di Verviers che stava organizzando attentati in Europa smantellata nel gennaio del 2015 e l’attentato fallito sul treno francese dell’agosto 2015 (il New York Times ha spiegato chiaramente i dettagli dei legami tra Molenbeek e ciascuno di questi episodi).

Da questo quartiere partirono i due terroristi che – fingendosi due giornalisti – due giorni prima dell’11 settembre 2001 uccisero il militare e politico afghano Ahmed Shah Massoud, principale oppositore del regime dei talebani, in pratica dando il via all’era jihadista di Al Qaida. Sempre dal quartiere che dista sedici minuti a piedi dalla Grand Place di Bruxelles avevano vissuto due dei protagonisti degli attentati di Madrid del 2004. A Molenbeek è collegato anche l’attacco al supermercato kosher di Parigi, successivo all’attentato contro la redazione di Charlie Hebdo. Inoltre, come dimostrato dalla cronaca, il commando della Strage del 13 Novembre è partito e ha agito dalle abitazioni del quartiere belga.

Dice l’esperto francese di terrorismo Gilles Kepel: «Gli jihadisti pensano che l’Europa sia il punto debole dell’occidente e che il Belgio sia il punto debole dell’Europa». Jean-Charles Brisard, autore della biografia di Abu Musab al-Zarqawi, crede che l’apparato franco-belga sia molto più grande di quanto si possa pensare. Rintracciare gli individui è una missione difficile. Per ogni sospetto terrorista sorvegliato, ci sono in campo 20-25 agenti. In tutto questo quadro si avverte l’indispettimento Usa per le cattive performance degli Europei, incapaci in tutto a quanto sembra. In effetti, Belgi e Francesi hanno trasformato al grido di “caviale e progressismo” semplici sobborghi, in centrali operative del terrorismo. Neanche negli anni ottanta in Sicilia era così semplice restare nascosti in un quartiere con centinaia di uomini all’inseguimento.

ALCUNI INTERROGATIVI – Sulle pagine dei giornali e dei siti imperversano intere colonne sul pericolo imminente della jihad. Ma, gli stessi autorevoli colleghi non si domandano come sia stata creata una “rete militarmente efficace”.

L’operazione a Bruxelles è definibile di tipo militare. Essa, è stata coordinata e progettata in maniera accurata con sopralluoghi, comunicazioni, scambio di armi ed esplosivi. Ma, come recita uno striscione apparso alla Facoltà di Scienze Politiche della Sapienza “vostre le guerre, nostri i morti”. Si, perché nonostante la proclamata guerra all’Islamic State, ingenti quote azionarie delle nostra banche sono state vendute a possibili finanziatori del cosiddetto Califfato. Le primavere arabe sono state finanziate anche con i soldi dei contribuenti, poi felicemente massacrati dai membri del Califfato, tramite l’Unione Europea.

Chiedo legittimamente, non so se per paura dei propri editori lo faranno altri, dove Salah trovi soldi per permettersi il più famoso e dispendioso avvocato di Bruxelles, Sven Mary, noto per le sue parcelle milionarie. In seconda istanza, come lo avrebbe contattato?

Resta il sangue. Quello di persone comuni. Perché se la radicalizzazione dell’islam ha creato una nuova generazione di soldati, che con le vostre immagini sui social network appoggiavate per ribaltare Assad, qui non si parla di BR o NAR. Qui l’obiettivo delle milizie siete voi. La canzone Imagine di John Lennon, cantata nelle piazze delle stragi, racchiude la nostra sconfitta. Essa incarna, la distruzione di ogni differenza che al suo tempo è ricchezza. E quindi, me lo si permetta, alla pazzia e coraggio di gruppi di assassini opponiamo i Beatles. Al loro sacrificio, tanto romantico quanto assurdo, opponiamo le nostra carte di credito. Alle loro armi, che in realtà gli forniscono eminenti e rispettati personaggi delle istituzioni, opponiamo i nostri Mc Menù. Abbiamo ucciso Dio, le differenze e ridotto tutto a un “pensiero unico”, purché fosse vuoto di alternative.

L’islamofobia è una sconfitta. In questi giorni ho visto chiedere le proprie scuse ai rifugiati che scappano dalle guerre dell’Islamic State. Le abbiamo ottenute da un bambino che aspetta una decisione dei nostri governanti nel fango e melma del campo profughi di Idomeni, in Grecia. Dovremmo vergognarcene.

Sì, poiché la colpa è la nostra. Nel non contrastare le disuguaglianze sociali create coscientemente da chi accetta l’immigrazione, solo per favorire il costo del lavoro. Perché abbiamo avallato le scelte di chi ha coscientemente creato un “nuovo disordine mondiale”.Refugees

La chiamavano Europa, piccolo profugo di Idomeni. La chiamavano Europa a te che sei morta con il tuo zaino in una fermata di Bruxelles. La chiameremo Europa se sapremo recuperare le differenze e farne ricchezza per gli europei e non solo. Sì, perchè stavolta o l’Europa riscopre se stessa, lontana dall’attuale esthablishment culturale e politico, o altrimenti l’eutanasia è compiuta. Sì, perché stavolta salvarci, non può essere compito di Washington o Mosca. Ai profughi e vittime la mia preghiera e analisi. Nostri i morti, loro le guerre…

L’occasione mancata

Il parlamento di piazza Syntagma ha votato sì al primo pacchetto di misure euroimposte oltre la mezzanotte di mercoledì ponendo così fine alla prima fase della più cruenta crisi che l’Unione abbia mai dovuto fronteggiare. Ad Alexis Tsipras la storia tributerà qualche alloro e tante gramigne.
Tra i pregi vi è quello indiscusso di aver dato una smorzata alla grigia estetica di Bruxelles e delle istituzioni europee con la nomina del mascalzone latino di Varoufakis, con il rifiuto dei protocolli, con l’uso continuo della mediterranea arte della procrastinazione, con l’audacia virtuale di aver proposto una via d’uscita solonica a proposte draconiane. Ma quello più importante è stato di aver rimesso la politica in ogni suo senso al centro della discussione storica sull’Unione europea e sui suoi meccanismi, sul suo funzionamento e sul suo stesso destino. Al netto dell’impatto scenografico, culminato con il referendum, il giovane premier di Syriza, ormai logorato da dissidi intestini, è stato autore di una interminabile partita a poker che lo sta vedendo in queste ore uscire inesorabilmente sconfitto poiché anche l’Unione è stata in grado di spostare il baricentro dialettico su temi politici – come l’opzione Grexit- e di condurre i negoziati in organismi, e con strumenti, extra Ue (eurogruppo, ESM ecc.).
La verità, che si può accettare o meno, è che dall’insediamento di febbraio ad oggi il governo greco ha attuato un decimo del suo programma e non ha cantierato nessuna della riforme strutturali di cui la Grecia ha bisogno da sessant’anni. Il premier, come si diceva, ha fatto il politico, bene, ma non lo statista, male. Il dark side della trovata referendaria è quello di aver consegnato l’illusione al proprio popolo di poter auto-determinarsi e di rinvigorire la propria capacità contrattuale nei negoziati senza consegnare un serio prospetto informativo di quali sarebbero state le conseguenze dell’una o dell’altra scelta.
Il gesto, irresponsabile quanto coraggioso, è stato subito preso in prestito da euroscettici, retori della dignità dei popoli ed ogni genere di pecorone. Ci si è messi in bocca l’antichità- Grecia antica e moderna sono come l’acqua e l’olio- lo sprezzo per i numeri e i fatti economici, il pretesto per disseminare commenti da bar per il disabile Schauble e la Kaiser culona. Gli ultras dell’ochì referendario si sono dimostrati abilissimi a paventare le terapie ma poco propensi ad impegnarsi in una diagnostica lucida dei problemi. Un po’ di chiarezza.
L’Europa così com’è è un mostro ibrido zeppo di malattie congenite che ha dimostrato oltremodo le ambiguità e la malafede sui cui si fonda. Dall’autunno del 2009, quando Papandreu disse al mondo che i greci truccavano i conti da trent’anni e il deficit superava il 15% del pil, ad oggi l’Europa ha percorso con folle convinzione la strada opposta a quella del buonsenso. Occorreva ristrutturare il debito e procedere in un concordato preventivo che permettesse tagli e dilazioni all’esposizione di allora (un terzo di quella odierna) e riportare il paese in bonis anziché condurre la nave nella tempesta di un fallimento irreversibile. Invece si è continuato a prestare danaro- in partite di giro ESM-Bce – ad un paese di 11 milioni di anime che ha l’economia siciliana, il malcostume calabrese e il welfare svedese, vessato dalla speculazione sui rendimenti dei titoli attuata dalle stesse banche tedesche e francesi, ora sole ed effettive creditrici. Lo spauracchio Troijka (l’Fmi è in ordine il quinto creditore e si sta dimostrando compiacente a un taglio netto stimolato da Washington impaurita di soluzioni eterodosse della vicenda) ha ipnotizzato l’opinione pubblica europea spostando il focus dell’attenzione dal reale quadro della situazione: la Grecia è un nonnulla economico che non ha mai avuto le credenziali per vivere in un sistema di mercato unico a moneta unica, amministrata per anni da delinquenti che la hanno depauperata offrendo il panem della spesa pubblica e del pubblico impiego ad un popolo pigro e godereccio che ha vissuto sopra le sue possibilità per decenni, successivamente attaccata dallo sciacallaggio finanziario degli speculatori, spinta per sopravvivere a ricorrere allo strozzinaggio di un’Europa/ Germania che ora, in preda ad una trance rigoristica è incapace, dolosamente, di vedere le prospettive a vent’anni e cioè di vedere pagare le colpe dei padri e degli usurai ad un’intera generazione di greci incolpevole.
Così l’Europa ha volutamente sconfessato ogni suo credo e ha riversato su un’intera nazione il gioco volumetrico della speculazione dei mercati- quantunque Mario Draghi abbia portato allo stremo le possibilità offertegli dagli angusti spazi dello statuto BCE- scoprendo le carte ed ammettendo la sua vera anima con una sentenza di condanna all’austerità perpetua.
La melassa buonista degli eurofili irriducibili deve ora interfacciarsi con una nuova e più matura forma di euro scetticismo, forte di argomentazioni inopinabili. La vera Europa, quella promessa come l’America, non si è fatta per preciso intento dei suoi architetti. Il trattato di Roma del 2004, iperbolicamente definito “Costituzione”, fu rispedito al mittente dai referendum francese e olandese, e la successiva frettolosa e inconsistente negoziazione di Lisbona ha lasciato un’Unione che null’altro è che una fabbrica di San Pietro fumosa e contraddittoria. Gli unici assetti definiti sono a totale appannaggio della macchina industriale tedesca per consolidare il ruolo del marco-dominus nella nuova veste di euro. Un’Europa colma di capetti e povera di padri nobili, accartocciata in un sistema di governance rarefatto. In ogni Stato membro si è aperta una discussione più ampia ed articolata sull’esistenza stessa dell’Unione. Si è coniato il termine Brexit per annunciare il prossimo referendum britannico sulla permanenza nell’Ue, la Finlandia è al settimo anno di recessione scalpita, la Danimarca ha virato verso destre nazionaliste, in autunno si vota in una Spagna affascinata da Podemos, la Polonia e la sua dinamica economia hanno frenato il processo di ingresso nell’eurozona. Come se non bastasse al coro anti Atene si è unito il partito dei neo-falchetti, ovvero sia quei paesi come Irlanda, Portogallo e statarelli dell’est che hanno obbedito all’austerity e ora rivendicano peso politico. Cosa avrebbero dovuto fare in questo scenario dantesco i principali attori non tedeschi?
Tsipras avrebbe dovuto avere la forza di andare oltre l’accordo con Putin, avrebbe potuto ad esempio, sfruttando anche la congiuntura del deal iraniano, corteggiare la sorniona Cina in realtà molto interessata a portare la sua ombra sul porto del Pireo. Solo così avrebbe trovato il passante vincente per strappare politicamente, oltre che economicamente, da Berlino e Bruxelles e fare andare su tutte le furie Obama, cosa parzialmente accaduta, e far diventare il caso ellenico una questione geopolitica di valenza mondiale.

 

Il premier greco ha preferito bluffare con l’intesa di Mosca e stuzzicare poco i creditori-ricattatori palesando limiti personali e ritrosie ideologiche troppo granitiche per consegnarlo alla storia. Ma i due principali falliti dell’intera vicenda sono François Hollande e Matteo Renzi, emanazione di due paesi codardi e miopi.
Il primo, con tutta probabilità il peggior capo di stato della storia francese repubblicana e non, se si votasse domani per l’Eliseo si piazzerebbe terzo dietro Marine Le Pen e il redivivo napoleonico Sarkò, ha perso l’opportunità di sferrare un colpo semi-mortale al Berliner consensus conducendo i giochi della trattativa e ha dimostrato definitivamente che l’asse franco-tedesco di matrice carolingia è solo una rubrica teorica perché tutte le decisioni fondamentali sono prese al Bundestag. Il secondo, uscito dal summit maratona con quell’aria da paninaro che racconta ai suoi amici le gesta della sera prima, ha confermato di essere il primattore di Firenze e la comparsetta di Bruxelles dopo la batosta sul caso migranti. Senso di smarrimento, inadeguatezza ed incompetenza lo hanno portato al capo chino su ogni questione rilegando ulteriormente l’Italia a quarto violino delle vicende europee. Avrebbero, i due, dovuto guidare il catamita greco e i terroni in genere contro il bullismo nordico, sfruttando pretestuosamente il caso greco per ridisegnare l’ingegneria costituzionale europea e rivedere i rapporti di forza. Entrambi, quindi, hanno ed avranno la colpa storica di non aver saputo sfruttare l’occasione di degermanizzare l’Europa, inanellando una serie di sconfitte politiche che non hanno fatto altro che rafforzare la leadership tedesca anziché indebolirla. Se si fossero fatti portavoce di proposte alternative serie per affrontare la “questione meridionale europea”, che vede protagonista anche Francia e Italia, come taglio del debito e protezione ipotecaria sulle richieste ad Atene, avrebbero potuto nel breve ritrattare il tetto al rapporto deficit-pil del 3% che è il principale motivo per cui i due paesi non possono abbattere la pressione fiscale e pianificare crescita. Si sono altresì accontentati di mostrare il fianco ancora una volta a questo progetto meschino di convivenza forzata, antropologica prima che politico-economica, invece di proporsi come guide di una nuova stagione costituente.

L’Europa, quella dei conti, ha vinto di nuovo ma inizia a vacillare.

Polinice intervista l’Ambasciatore di Francia S.E. Alain Le Roy

IMG-20140404-WA002Nelle scorse settimane abbiamo avuto il privilegio di incontrare S.E. Alain Le Roy, Ambasciatore di Francia in Italia. Diplomatico di raffinata esperienza, già vice Segretario generale presso le Nazioni Unite, ha ricoperto nel corso della sua lunga carriera diplomatica numerosi incarichi di rilievo internazionale.

Polinice lo ha intervistato per voi, sottoponendogli alcuni temi di pressante attualità: sviluppo futuro del progetto Europa, ruolo di Italia e Francia nell’ambito dell’Unione, rapporti culturali che legano i due paesi, la sua visione dei recenti conflitti sullo scacchiere internazionale.

D: Ambasciatore S.E. Alain Le Roy, la storia, la geografia e le molteplici origini comuni da sempre legano Francia ed Italia. A che punto ritiene sia arrivato il cammino di questi due popoli assieme e quanto, vista la presenza nel Mar Mediterraneo, essi potranno continuare a segnare il passo dell’Europa che verrà?

R: È evidente che sia la storia che la geografia uniscono i due paesi, e i due paesi dal primo giorno erano fondatori dell’UE. Ora, sia Francia che Italia sono un motore molto importante per l’UE. È chiaro che la Germania attualmente è molto potente in Europa grazie alla sua economia, quindi è ancora più importante unire Francia e Italia, perché oltre alla stessa storia abbiamo anche gli stessi problemi. I due popoli ovviamente si intendono e le lingue sono prossime: ma ciò che è più importante è che in Europa le posizioni di Francia ed Italia sono molto simili. Quando i premier delle due nazioni si incontrano c’è un’intesa evidente su tutti i temi: i due paesi da una parte oggi hanno un gran problema con la disoccupazione giovanile e con un debito pubblico troppo alto; ma dall’altra, allo stesso tempo, hanno un’industria molto forte. E ci sono tanti investimenti francesi in Italia e viceversa. Anche nel caso di imprese franco-italiane la sinergia è forte perché siamo complementari: la Francia è più cartesiana, più riflessiva, mentre l’Italia è più pratica. Ci sono tanti esempi di queste imprese franco-italiane che funzionano bene, non solo nel campo del lusso. E dunque, adesso, per il futuro dell’Europa sarà molto importante durante la campagna per le elezioni al parlamento europeo che i discorsi delle autorità italiane e francesi siano vicini. Penso che i due governi avranno delle posizioni molto vicine.

D: Nel 1950 Robert Schuman, su ispirazione anche di Jean Monnet, presentò la sua proposta di porre le basi per la creazione graduale di una federazione europea, indispensabile per il mantenimento di pacifiche relazioni nel futuro dell’Europa. Da quel disegno è nato il sogno di un’Europa unita. Eppure, ad oggi, nonostante una sempre più stretta vicinanza dei popoli europei, in molti paesi cresce la diffidenza verso l’Unione. Dove ritiene giusto intervenire e quali sono gli errori da non commettere in futuro?

R: Renzi ha detto che c’è uno spread tra le attese dei cittadini italiani e le risposte dell’Europa: questo è molto vero. L’Europa negli ultimi anni è stata lontana dai cittadini, quindi ora le elezioni sono importanti per riavvicinarli ed ascoltare le loro istanze. E su questo punto credo che ancora una volta Francia ed Italia abbiano una stessa visione del futuro dell’Europa. Entrambi i paesi dicono che la soluzione non è meno Europa: sappiamo che in Italia sia i partiti di centro destra che quelli di centro sinistra sono per un’Europa federale in forma di “Stati Uniti dell’Europa”. In Francia non la si pensa così: la Francia ha una visione un po’ meno federalista dell’Europa, ma le due posizioni sono conciliabili perché la Francia è per una maggiore integrazione. Dal 2008 l’UE ha fatto molte cose, tra cui l’unione bancaria, in favore delle quali la Francia ha accettato di limitare la propria sovranità in favore di una maggiore integrazione europea. Bisogna dire comunque che i due paesi ritengono che l’UE debba fare di più, di più per la crescita, di più per sviluppare un programma per i giovani europei.

D: Le cessioni di “Sovranità Nazionale”, monetaria-bancaria e agricola, sono state concesse dai popoli europei a Bruxelles affinchè si costruisse attraverso l’Unione Europea un futuro migliore. Eppure, in molti vedono in questa poca presenza dei governi nazionali e delle assemblee elettive il punto debole dell’attuale architettura dell’Unione Europea. Bruxelles appare come il luogo della burocrazia e delle lobby e non la casa comune di ogni paese europeo. Cosa auspicherebbe per invertire questa tendenza?

R: Per la Francia è evidente che l’UE abbia problemi e che i cittadini europei non siano contenti. La soluzione non è meno Europa, e neanche uscire dall’euro. Questa sarebbe una follia: i prezzi della benzina salirebbero e il debito sarebbe più difficile da rimborsare. Allo stesso tempo bisogna cambiare l’Europa. Lei ha toccato la questione del ruolo tra il Parlamento e il Consiglio europeo. Con il Trattato di Lisbona il ruolo del Parlamento europeo è diventato più forte, ma allo stesso tempo è il Consiglio europeo a dare l’impulso politico all’Unione europea. Per l’elezione del Presidente della Commissione sarà necessario un dialogo tra Consiglio europeo e Parlamento. Poi, quale sarà l’equilibrio tra cinque o dieci anni non si sa, ma secondo me è un’esperienza di democrazia quella di trovare un equilibrio. D’altronde la democrazia europea è giovane, ha solo cinquant’anni, e per me è un’esperienza democratica vera.

D: Le recenti crisi internazionali, quali Libia, Siria e Ucraina hanno visto un’Unione Europea debole. In molti casi non vi è stata un’azione comune poiche l’UE è stata divisa da singoli interessi di ogni membro e da alleati extraeuropei. A che punto è l’attuale costruzione di una politica estera comune?

R: È evidente che una posizione comune al momento non è raggiungibile in ogni caso, ma alcuni progressi sono stati fatti in tale direzione. Vorrei addurre qualche esempio, il primo inerente la crisi nei Balcani. Nel 1992 tutta l’Europa era divisa sulla questione dell’indipendenza della Slovenia dalla Croazia: da qui la guerra nei Balcani, culminata nel 1995 con la strage di Sarajevo. In seguito, con il Trattato di Maastricht del 1992 e il successivo Trattato di Amsterdam, la politica europea è risultata essere più coesa, con la creazione di un Alto rappresentante per la politica estera. E nei Balcani è cambiato tutto: dopo il 1995 l’Europa è diventata molto più unita. Nel caso del Kosovo, l’Europa per la crisi del 1999 era unita e ha avuto un’influenza molto importante. Altrettanto è accaduto per la Macedonia. Quindi quando l’Europa è stata unita, è riuscita a realizzare importanti risultati positivi, quando non lo è stata, il risultato è stato quello dei Balcani del 1992. Anche nel caso della Libia l’Europa era unita: la sua impotenza dunque non derivava da una divisione ma dalle difficoltà del caso. In merito alla Siria, gli Stati membri non avevano la stessa visione sulla risposta all’uso delle armi chimiche da parte di Bachar El Assad, ma dopo, quando si è trovata una soluzione per farle ritirare, la posizione europea era comune. Anche per quanto riguarda l’Ucraina l’Europa è unita: anche qui con un po’ di difficoltà a far valere le sue posizioni, è vero, perché non vogliamo inviare soldati e risolvere la questione con le armi. Momento emblematico di questo processo di coesione europea sono le manifestazioni e le proteste dei cittadini ucraini a piazza Maidan a Kiev, i quali rischiando la vita rivendicano la loro volontà di avvicinarsi all’Europa. Ecco, quando sento dire che l’Europa non fa più sognare, penso a quei giovani che rischiano la propria vita credendo nel sogno europeo.

D: Ricollegandomi al discorso da lei fatto sul Kosovo e sull’Ucraina, volevo chiederle che cosa pensa dell’autodeterminazione dei popoli. Un popolo può decidere a quale nazione appartenere?

R: La Russia ha usato questo argomento per legittimare il proprio operato. Ma ciò che è stato possibile per il Kosovo non lo è ora per la Crimea. C’è una grandissima differenza: la prima è che nel Kosovo la gran parte popolazione albanese era veramente oppressa e priva di diritti. Invece, nessuno può dire oggi che la popolazione della Crimea sia oppressa dall’Ucraina. In tal caso infatti non sussiste nessuno pericolo per la popolazione. [GM1]

D: Col Kosovo però è stato creato una sorte di precedente giuridico, perché lì la minoranza serba e la missione militare italiana, tuttora presente, sono a difesa di monasteri e piccole enclavi serbe che al momento sono oppresse. E quindi i russi dicono, perché lì si è permessa l’autodeterminazione e a noi, nel caso della Crimea, no?

R: È vero che in Kosovo la situazione al momento non è perfetta, e la comunità internazionale e la missione italiana svolgono ancora un ruolo di protezione. Bisogna tuttavia riflettere sul motivo per cui c’è stato l’intervento della comunità internazionale: in Kosovo tanti cittadini erano oppressi ed in pericolo di vita, cosa che non accade invece in Crimea.

D: Appunto per questo, l’UE con la crisi in Ucraina da un lato ha dimostrato una politica comune, ferma in suo supporto, dall’altro appare schiacciata come prima del 1989 tra gli USA e la loro politica e la dipendenza economica ed energetica dalla Russia. Come si può trovare una posizione comune che faccia avere un ruolo dominante all’UE e non faccia galleggiare tra una posizione e l’altra? 

R: È esattamente il ruolo del Consiglio europeo, quello di mettere in conto tutte le posizioni diverse. È vero che la dipendenza della Francia dalla Russia nel settore energetico è minore dal momento che abbiamo il nucleare, cosa che invece è differente per l’Italia ed altre realtà statali. Ma il Consiglio europeo deve trovare un buon equilibrio, indicando come via preferibile quella del dialogo con Mosca, prendendo in conto i vari interessi degli stati europei. È evidente che non è facile: ma come nel caso di Israele, sul quale ci sono posizioni diverse, spetta al Consiglio europeo contemperare i vari interessi con un’opera di arbitraggio.

D: Francia e Roma, un rapporto secolare che sembra destinato a non interrompersi mai. Dalle attività culturali dell’Ambasciata passando per il ruolo dell’Accademia di Francia Villa Medici, l’École française de Rome ed il Centre Saint Louis questo legame sembra indissolubile. E’ fiero di rappresentare una nazione cardine nel pensiero e nella vita della città eterna? Secondo lei cos’è che lega Parigi a Roma in questa maniera?

R: Per prima cosa, come lei sa, Roma ha tante relazioni con tante altre città del mondo ma ha solo un gemellaggio, quello con Parigi, e viceversa, Parigi è gemellata solo con Roma. Mi piace molto l’espressione: “Solo Roma è degna di Parigi, e solo Parigi è degna di Roma”. Perché questo gemellaggio fonda tutto? I due paesi hanno storie di rapporti da secoli e c’è una volontà di lavorare insieme. L’attività culturale è un bellissimo esempio di questo. L’istituto culturale italiano a Parigi è molto attivo perché c’è una domanda della Francia e di Parigi di sapere di più della cultura italiana: cinematografica degli anni ’60-’70, ma anche della letteraria. E questo vale naturalmente anche per il teatro, per la danza, per l’arte in tutte le sue forme: c’è una domanda reciproca.

D: Come pensa che sia stata gestita dall’Italia la questione diplomatica dei marò in India?

R: So che è molto complicato, non vorrei commentare perché è un discorso  di competenza delle autorità italiane. Una cosa è certa: sono più di due anni che i marò sono in prigione e l’Europa deve necessariamente aiutare l’Italia a trovare una soluzione.

 

Ringraziamo S.E. l’Ambasciatore Alain Le Roy per la cortese ospitalità riservata alla redazione di Polinice.

 

A cura di Antoniomaria NapoliMatteo Santamaria, Niccolò Antongiulio Romano per AltriPoli


 [GM1]

1. Sulle operazioni di peace-keeping delle Nazioni Unite la bibliografia è vastissima. Nella letteratura più recente cfr., tra gli altri, Le développement du rôle du Conseil de Sécurité: peace-keeping and peace-building (Colloque de l’Académie de Droit International de La Haye), a cura di Dupuy (R.-J.), Dordrecht, 1993; New Dimensions of Peace-Keeping, a cura di Warner, Dordrecht-Boston-London, 1995; Ratner, The New UN Peacekeeping: Building Peace in Lands of Conflict After the Cold War, New York, 1995; Nazioni Unite, The Blue Helmets. A Review of United Nations Peace-Keeping, New York, 1996; Picone, Il peace-keeping nel mondo attuale: tra militarizzazione e amministrazione fiduciaria, in RDI, 1996, 5 ss.; Pineschi, Le operazioni delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace, Padova, 1998; Cellamare, Le operazioni di peace-keeping multifunzionali, Torino, 1999; Gargiulo, Le Peace Keeping Operations delle Nazioni Unite. Contributo allo studio delle missioni di osservatori e delle forze militari per il mantenimento della pace, Napoli, 2000.

. Per un’analisi di alcuni fra i più importanti interventi delle Nazioni Unite, rientranti tanto nel modello qui considerato che nei modelli considerati di seguito nel testo, si vedano i saggi contenuti nel volume Interventi delle Nazioni Unite e diritto internazionale, a cura di Picone, Padova, 1995.

. Su questo tipo di interventi delle Nazioni Unite si vedano, oltre alle opere citate nelle due note precedenti, Corten e Klein, Action Humanitaire et Chapitre VII: la redéfinition du mandat et des moyens d’action des forces des Nations Unies, in AFDI, 1995, 105 ss.; Fink, From Peacekeeping to Peace-Enforcement: The Blurring of the Mandate for the Use of Force in Maintaining International Peace and Security, in Maryland JIL Trade, 1995, 1 ss.; Marchisio, The Use of Force by Peace-keeping Forces for the Implementation of Their Mandate: Recent Cases and New Problems, in Italian and German Participation in Peace-keeping: From Dual Approaches to Co-operation, a cura di De Guttry, Pisa, 1997, 75 ss.; Lattanzi, Assistenza umanitaria e intervento d’umanità, Torino, 1997, 56-67. Vedi anche Magagni, L’adozione di misure coercitive a tutela dei diritti umani nella prassi del Consiglio di Sicurezza, in CS, 1997, 655 ss.. Sull’uso della forza armata autorizzato dal Consiglio di Sicurezza si vedano, tra gli altri, Freudenschuss, Between Unilateralism and Collective Security: Authorizations of the Use of Force by the UN Security Council, in EJIL, 1994, 492 ss.; Gaja, Use of Force Made or Authorized by the United Nations, in The United Nations at Age Fifty, a cura di Tomuschat, Dordrecht, 1995, 39 ss.; Lattanzi, op. cit., 71 ss.; Österdahl, By All Means, Intervene! (The Security Council and the Use of Force under Chapter VII of the UN Charter in Iraq, in Bosnia, Somalia, Rwanda and Haiti), in Nordic JIL, 1997, 241 ss.; Sarooshi, The United Nations and the Development of Collective Security. The Delegation by the Un Security Council of its Chapter VII Powers, Oxford, 1999.

 Per questo tipo di interpretazione dei poteri spettanti al Consiglio di Sicurezza in base al Capitolo VII della Carta vedi soprattutto Arangio-Ruiz, On the Security Council’s ‘Law Making’, in RDI, 2000, 609 ss. e Cannizzaro – Diritto Internazionale 2012 Capitolo 1, 34 ss.

9. Per una valutazione della prassi rilevante in questo contesto si vedano, tra gli altri, Ronzitti, Uso della forza e intervento di umanità, in NATO, conflitto in Kosovo e Costituzione italiana, a cura di Ronzitti, Milano, 2000, 1 ss. e Lattanzi, op. cit., 68 ss.

 Per una ricostruzione dei fatti rilevanti della crisi del Kosovo e dell’intervento dei Paesi della NATO, si veda Pretelli, La crisi del Kosovo e l’intervento della Nato, in Studi Urbinati, 1999/2000, pp.295 ss. Per un’accurata raccolta della documentazione rilevante si veda il volume L’intervento in Kosovo – Aspetti internazionalistici e interni, a cura di Sciso, Milano, 2001, 189 ss.

 Sui dati e sulla situazione relativi agli esodi di massa verificatisi durante la crisi del Kosovo cfr. Lo Savio, Esodi di massa e assistenza umanitaria nella crisi del Kosovo, in L’intervento in Kosovo, cit., 99 ss.

 Sulla valutazione dell’intervento in Kosovo dal punto di vista del diritto internazionale la bibliografia è molto nutrita. Tra gli autori che, con argomentazioni differenti, si sono pronunciati a favore della legittimità dell’intervento – o comunque di una sua qualche giustificazione giuridica – ricordiamo: Balanzino, NATO’s Actions to Uphold Human Rights and Democratic Values in Kosovo: A Test Case for a New Alliance, in Fordham ILJ, 1999, 364 ss.; Bermejo Gracía, Cuestiones actuales referentes al uso de la fuerza en el derecho internacionál, in An. Der. Int., 1999, 3-70; Zanghì, Il Kosovo fra Nazioni Unite e diritto internazionale, in I diritti dell’uomo – cronache e battaglie, 1998, n. 3, 57 ss.; Henkin, Kosovo and the Law of ‘Humanitarian Intervention”, in AJIL, 1999, 824 ss.; Reisman, Kosovo’s Antinomies, ibid., 1999, 860 ss.; Wedgwood, Nato’s Campaign in Yugoslavia, ibid., 1999, 828 ss.; Frank, Lessons of Kosovo, ibid., 858; Vigliar, La crisi dei Balcani nell’odierno ordine europeo ed internazionale, in questa Rivista, 1999, 13-28; Ipsen, Der Kosovo-Einsatz – Illegal? Gerechtfertig? Entschuldbar?, in Der Kosovo Krieg, Rechtliche und rectsethische aspekte, a cura di Lutz, Baden Baden, 1999-2000, 101 ss.; Delbrück, Effektivität des UN-Gewaltverbots, ibid., 11 ss.; Tomuschat, Völkerrechtliche Aspekte des Kosovo-Konflikts, ibid., 31 ss.; Condorelli, La risoluzione 1244(1999) del Consiglio di Sicurezza e l’intervento NATO contro la Repubblica Federale di Iugoslavia, in NATO, conflitto in Kosovo e Costituzione italiana, a cura di Ronzitti, Milano, 2000, 31 ss.; Leanza, Diritto internazionale e interventi umanitari, in Rivista della cooperazione giuridica internazionale, dicembre 2000, 9 ss.;Momtaz, L’intervention d’humanité de l’OTAN au Kosovo et la règle du non-recours à la force, in RICR, 2000, 89 ss.; Sofaer, International Law and Kosovo, in Stanford JIL, 2000, 1 ss.; Weckel, L’emploi de la force contre la Yougoslavie ou la Charte fissurée, in RGDI.P, 2000, 19 ss.Tra gli autori che invece hanno valutato, pur con argomentazioni diverse, come “irrimediabilmente” contraria al diritto internazionale l’azione della NATO, ricordiamo: Bernardini, Jugoslavia: una guerra contro i popoli e contro il diritto, in I diritti dell’uomo – cronache e battaglie, 1998, n. 3, 33-40; Saulle, Il Kosovo e il diritto internazionale, ibid., 53-54; Charney, Anticipatory Humanitarian Intervention in Kosovo, in AJIL, 1999, 834-841; Falk, Kosovo, World Order, and the Future of International Law, ibid., 847-857; Ferraris, La NATO, l’Europa e la guerra del Kosovo, in Aff. Est., 1999, 492-507; Cassese, Ex iniuria ius oritur: Are We Moving towards International Legitimation of Forcible Humanitarian Countermeasures in the World Community?, in EJIL, 1999, 23-30, e A Follow-Up: Forcible Humanitarian Countermeasures and Opinio Necessitatis”, ibid., 1999, 791-799; Krisch, Unilateral Enforcement of Collective Will: Kosovo, Iraq and the Security Council, in Max Planck YUNL, 1999, 59 ss.;Nolte, Kosovo und Konstitutionalisierung: Zur humanitären Intervention der NATO-Staaten, in ZaöRV, 1999, 941-960; Starace, L’azione militare della NATO contro la Iugoslavia secondo il diritto internazionale, in Filosofia dei diritti umani, 1999, paragrafi 4-6;Villani, La guerra del Kosovo: una guerra umanitaria o un crimine internazionale?, in Volontari e terzo mondo, 1999, n. 1-2, 26 ss.; Kühne, Humanitäre NATO-Einsätze ohne Mandat?, in Der Kosovo Krieg, cit., 73-99; Lutz, Wohin treibt (uns) die NATO?, ibid., 111-128; Preuß, Zwischen Legalität und Gerechtigkeit, ibid., 37-51; Weber, Die NATO-Aktion war unzulässig, ibid., 65-71; Mégevand Roggo, After the Kosovo conflict, a genuine humanitarian space: A utopian concept or an essential requirement?, in RICR, 2000, 31-47; Picone, La ‘guerra del Kosovo’ e il diritto internazionale generale, in RDI, 2000, 309-360; Ronzitti, Uso della forza e intervento di umanità, in NATO, conflitto in Kosovo, cit., 1-29; Thürer, Der Kosovo-Konflikt im Lichte des Völkerrechts: von drei – echten und schinbaren Dilemmata, in AVR, 2000, 1-22; Marchisio, L’intervento in Kosovo e la teoria dei due cerchi, in L’intervento in Kosovo, cit., 21 ss.; Sciso, L’intervento in Kosovo: l’improbabile passaggio dal principio del divieto a quello dell’uso della forza armata, ibid., 47 ss.; Joyner, The Kosovo Intervention: Legal Analysis and a More Persuasive Paradigm, in EJIL, 2002, 597-619. Più ambigua la posizione di Simma, (NATO, the UN and the Use of Force: Legal Aspects, in EJIL, 1999, 1-22), il quale pur riconoscendo la contrarietà alla Carta delle Nazioni Unite della minaccia (poi effettivamente attuata) della violenza armata da parte della NATO, arriva tuttavia a giustificarla quale eventualità del tutto eccezionale, quale ultima ratio per fronteggiare la drammatica situazione del Kosovo, non idonea pertanto a costituire sul piano giuridico un valido precedente.

La fine del sogno di una terza via europea

E’ tempo di Elezioni Europee, tempo scandito secondo i Trattati da un lustro che assume il compito di esser tempo di bilanci. Il bilancio di quest’ultimo lustro per l’Europa Unita è quantomai pessimo. Pessimo nell’Unione economica Monetaria iniziata con il Trattato di Maastricht e concretizzatasi nel 2002 con l’entrata in vigore della moneta unica. Ugualmente questo lustro è stato pessimo a causa della crisi economica che ha visto partire essa dagli Stati Uniti d’America per poi concentrarsi ed incresparsi nelle viscere del tessuto industriale del vecchio continente.  Infine, questo sarà ricordato come il lustro che ha posto fine al “Sogno Europeo” dei popoli e delle differenze unite. A differenza da quel che sosteneva Roberto Saviano nella trasmissione “Vieni via con me” le tesi del Professore Gianfranco Miglio, allievo di Alessandro Passerin d’Entrèves ed ideologo della Lega Nord, la concretizzazione delle macroregioni all’interno dell’Unione Europea è divenuta realtà.

Dimostrazione ne è il riconoscimento normativo anche nello sfruttamento dei fondi strutturali messi a disposizione dalla Commissione Europea. Tant’è che le strategie macroregionali sono state inserite nel nuovo regolamento sulle disposizioni comuni sul Fesr (Fondo europeo di sviluppo regionale), Fse (Fondo sociale europeo), Fc (Fondo di coesione), Feasr (Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale) e Feamp (Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca) e disposizioni generali sui fondi della politica di coesione e nel regolamento relativo all’obiettivo di cooperazione territoriale europea.“Tale regolamento rappresenta una reale opportunità per la strategia della Macroregione adriatico ionica perché precisa che tutti i fondi strutturali possono sostenere le priorità macroregionali“.

Lo ha detto mercoledì 19 febbraio 2014 a Bruxelles il presidente della Regione Marche, Gian Mario Spacca, nel corso della riunione della Commissione Politica di coesione territoriale (Coter) del Comitato delle Regioni alla quale ha illustrato il parere sulla strategia adriatico ionica richiesto dalla Presidenza greca della Ue al CdR. Come a dire, che agli europeisti dell’ultima ora, manca il “quid” che per anni e decenni  ha fatto crescere il sogno di un’Europa unita e federale. Fondamentalmente ciò non è avvenuto, non per l’ostilità dei popoli europei, ma per l’incapacità e la sudditanza verso alcuni poteri dei legislatori di Bruxelles. Infatti, le politiche economiche e monetarie hanno visto il loro fallimento più pieno e non vi è alcun dato oggettivo disponibile che dimostri una risultante di crescita economica  e di stabilità negli ultimi dieci anni. In più occasioni si è assistiti a una politica monetaria forte nei cambi, ma totalmente dannosa per il tessuto produttivo con il  governatore Mario Draghi da anni in guerra, senza mezzi legislativi opportuni, con gli altri Governatori delle Banche Centrali. Vi è da ribadire come lo Statuto della BCE, la sua poca dipendenza dai popoli e il non essere “prestatrice d’ultima istanza”, l’abbia resa il baluardo e il simbolo di un’unione troppo amica della finanza e poco delle industrie e dei cittadini europei.

Le critiche mosse dai premi Nobel Sen e Stiglitz vanno nella loro analisi contro le politiche messe in campo, ma a differenza di quel che si può pensare, esse sono più vicine al sogno autentico europeo che a quello antieuropeista. Questo per non parlare della politica industriale ove l’Unione Europea sembra esser stata incapace, assieme ai governi nazionali, di gestire il tesoro economico e tecnologico che era presente nel vecchio continente. Questi dati non provengono da fonti esogene rispetto all’Unione Europea, bensì dal Rapporto ufficiale della Commissione intitolato Quarterly Report on the Euro Area“. In esso si afferma che l’Europa sarà ancora più povera tra dieci anni. I grafici, facilmente analizzabili, rendono chiara la visione di un crollo dell’industria fin dal 2000. Per loro stessa ammissione le politiche monetarie della BCE e della Commissione Europea, condite dall’austerity ci porteranno ( è scritto nel rapporto ) a essere il 50% meno sviluppati degli Stati Uniti d’America.

Il documento “Quarterly Report on the Euro Area, Volume 12, N. 4″, scritto nero su bianco, dalle mani dei funzionari e Commissari europei dello scorso lustro, dimostra al momento il fallimento  dell’esperimento della moneta unica, che dovrebbe avvenire, secondo alcune proiezioni degli analisti, entro e non oltre la data del 2023. Le proiezioni degli analisti vengono compiute per fini strettamente lavorativi e non per complottismi vari. Si legge nel Rapporto che nel 2023 l’Europa sarà crollata per ciò che investe lo stile e il tenore di vita dei cittadini rispetto agli USA del 40%, ovvero uno standard di vita, che comprende servizi, potere d’acquisto delle famiglie, prezzo dei beni al consumo, occupazione inferiore persino a quello che si aveva negli anni ’60, gli anni del cd. ‘boom economico’.

Altro elemento di scure sugli ultimi anni dell’ultimo lustro europeo è stata la sua politica estera. E’ un po’ come avviene spesso nelle redazioni di giornali o società ove la pariteticità dei membri e il non coordinamento rendono lo sviluppo pressochè impossibile. In tal maniera si è distrutto il sogno di tre Padri Fondatori dell’Unione Europea quali Adenauer , Schumann e Monnet. La dimostrazione lampante ne è l’Ucraina, ove la poltica estera europea vive di una schizofrenia, da un lato l’UE è consapevolmente legata economicamente ed energiticamente alla  Russia, ma dall’altro è coinvolta dalle politiche della storica alleanza NATO.

 

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In questo modo è morto il sogno di un’Europa forte capace di essere il terzo blocco nel mondo. Un’Europa morta sotto i colpi dei suopi stessi sostenitori e dell’assoluta incapacità dei popoli europei di mantenere la propria cultura e primato nel “diritto”. La fine del sogno di una terza via. Una via distinta da quella dell’alleato americano, ove poter essere non ostili a politiche di welfare. Una terza via differente da Mosca e il suo forte contcetto “Euroasiatico”.

Uan terza via che non c’è, neppur nel Mediterraneo. E questo è un male non solo per gli europei, ma per l’umanità.