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Kurdistan: il rompicapo

La storia recente dei curdi è una storia di oppressioni e di rivolte. Il popolo curdo, frammentato tra Turchia, Iraq, Siria, Iran e Armenia, ha rischiato di essere travolto nel conflitto che sta dilaniando la Mezzaluna Fertile. Ma a differenza di quanto successo in passato, questa guerra ha aperto prospettive inaspettate per i curdi.
Quando il potere centrale dello stato iracheno è venuto meno, tra 2013 e 2014, i curdi iracheni hanno svuotato i magazzini militari abbandonati dall’esercito in rotta e hanno provveduto da sé alla propria difesa e alla propria amministrazione. Nella pratica, hanno creato un vero e proprio stato autonomo all’interno del territorio iracheno.

Questo esperimento, inizialmente, non è stato visto di buon occhio. L’autonomia dei curdi iracheni ha acceso le speranze dei curdi siriani, già in guerra aperta contro l’ISIS così come contro al-Assad e la Turchia.
Nonostante l’ostilità violenta dei “paesi ospiti” tradizionali (Turchia, Siria, Iraq, Iran), l’intervento armato del popolo curdo è stato determinante per lo svolgimento della guerra civile in Siria e Iraq. Dopo il crollo dell’autorità di al-Assad su gran parte del paese, nel 2014 i curdi siriani del Rojava sono insorti creando zone di autogoverno. Le Unità di Difesa Popolare (Yekîneyên Parastina Ge o YPG) sono state le prime ad ottenere una vittoria su larga scala contro il Daesh a Kobane il 26 gennaio 2015, sotto molti aspetti il punto di svolta dell’intero conflitto contro l’ISIS.
Con la vittoria di Kobane, l’importanza politica e le capacità militari della fazione curda sono emerse agli occhi del Mondo. I primi ad approfittarne sono stati gli Stati Uniti. Abbandonando la dottrina statunitense che andava avanti dal 1945, Barack Obama ha scelto di allearsi con i curdi siriani del PKK nonostante la loro appartenenza ideologica marxista.
Si trattava di una scelta obbligata. Da un lato, per gli USA era impensabile allearsi con al-Assad, dal momento che gli sforzi statunitensi erano indirizzati a spodestare il dittatore filorusso. Dall’altro, il governo sciita iracheno, vista l’insufficienza del supporto occidentale nella sua lotta contro l’ISIS, ha preferito ricorrere al sostegno iraniano e in generale delle forze sciite dell’area. Oltretutto, le forze dell’Esercito Siriano Libero, addestrato e armato da Stati Uniti e Giordania, hanno dato una prova molto modesta fino al 2016 inoltrato.

In Turchia, l’irritazione per questa nuova alleanza è stata evidente. L’esercito turco ha cercato di ostacolare in ogni modo la resistenza curda contro il Daesh, impedendo il passaggio di militanti dalla Turchia alla Siria e arrivando a bombardare numerosi villaggi di frontiera.
Al momento, le truppe turche si sono schierate intorno alla città curda di Efrîn, dove dopo alcune schermaglie sembra imminente un attacco turco in piena regola.

Dall’inizio del 2015 alla metà del 2017 la collaborazione militare tra NATO e curdi siriano-iracheni ha dato buoni frutti. Grazie ai raid aerei e ai rifornimenti alleati, i curdi hanno consolidato le proprie posizioni in Siria e Iraq, ma soprattutto hanno goduto di un pieno riconoscimento internazionale.
La Francia ha seguito gli statunitensi nel dare appoggio alle milizie curde, mentre Italia, Germania e Repubblica Ceca hanno inviato ai curdi ingenti dotazioni militari.
Anche grazie a queste armi, i curdi hanno potuto giocare un ruolo decisivo sia nell’assedio di Mosul che in quello di Raqqa, le due città simbolo dell’ISIS.
Ma proprio a causa di questo appoggio, e forse in vista di operazioni su larga scala a Efrîn, in giugno le truppe della Germania sono state costrette a ritirarsi dalla base NATO di Incirlik, nella Turchia meridionale, dopo il rifiuto di Erdogan nel concedere visti ai militari tedeschi.

Tuttavia, proprio il sostegno occidentale rischia di rivelarsi ingombrante per i curdi. Gli USA vedono come propria priorità la sconfitta del Daesh tanto quanto il rovesciamento di al-Assad, e fino a giugno solo l’intervento diretto della Russia era riuscita a congelare il conflitto su larga scala tra l’esercito lealista e le forze siriane antiregime.
Questo equilibrio precario è stato però ripetutamente violato da Washington. Nella notte tra 6 e 7 aprile le navi statunitensi hanno lanciato 59 missili sulla base lealista di Shairat come rappresaglia per un attacco chimico che l’esercito regolare siriano avrebbe effettuato a Khan Sheikun. Il 18 giugno gli statunitensi hanno abbattuto un cacciabombardiere lealista che secondo il Pentagono, avrebbe colpito le posizioni curde schierate a Raqqa, mentre Damasco ha affermato che l’aereo stesse effettuando raid contro le truppe del Daesh in fuga dalla città.
Per tutta risposta poche ore dopo l’abbattimento l’Iran ha lanciato missili balistici contro postazioni del Daesh in Siria, in pratica mettendo in guardia gli USA dal non rompere nuovamente la tregua.

Questa escalation è stata provocata dalla scelta di Donald Trump di concedere larghe autonomie decisionali ai propri generali, i quali lo hanno ripagato con una serie di operazioni che rischiano di far degenerare ulteriormente una situazione estremamente precaria. Le improvvisate dell’amministrazione Trump non possono far altro che danneggiare i curdi.
In Iraq si era giunti ad un’alleanza de facto tra i curdi e le milizie sciite filoiraniane, e perfino in Siria curdi e lealisti erano arrivati ad una tregua e ad una quasi-collaborazione per sconfiggere il Daesh.
Le mosse degli Stati Uniti stanno cambiando questo contesto, portando i curdi verso un’ostilità sempre più aperta nei confronti delle truppe lealiste siriane.

Di certo non ha aiutato la decisione delle autorità curdo-irachene di indire un referendum sull’autonomia del Kurdistan per il prossimo 25 settembre. A causa della cattiva scelta dei tempi, la mossa rischia di alienare le simpatie dello stato iracheno proprio in un momento in cui i curdi hanno disperatamente bisogno di alleati. Anche perché non è chiara quale strategia possa essere intavolata in caso di vittoria del fronte autonomista.

I curdi si trovano ormai ad un bivio: scegliere se continuare ad essere supportati dagli occidentali rischiando di inimicarsi tutti gli altri attori coinvolti nella regione, oppure cercare una mediazione con almeno uno di questi attori (e il fronte costituito da Russia, Iran e Damasco potrebbe essere il più papabile). Il rischio, però, è che l’interventismo statunitense non lasci loro alcuna scelta.

 

L’Islamic State senza Stato. Che ne sarà?

Due anni fa l’ingresso della Russia in Siria al fianco di Bashar Al-Assad contro l’Islamic State ruppe gli indugi su una lotta al fondamentalismo islamico portata avanti dall’Occidente fino a quel punto con dichiarazioni e scarsa visione. Due anni dopo la situazione, che all’epoca vedeva la massima espansione dell’Islamic State, si è completamente capovolta. Con la conquista di Mosul (Iraq) e la velocissima, quanto inaspettata nei tempi, avanzata su Raqqa ( Siria ) l’Islamic State si trova sempre più nella condizione di non essere più Stato, nonostante la sua denominazione.

 

Scrisse  uno dei massimi pensatori politici della storia della umanità, ossia Weber che lo Stato è:

 

“ quella comunità umana , che nell’ambito di un determinato territorio, riesce a conquistare e a detenere il monopolio della violenza legittima.”

 

A distanza di sei anni dalla sua nascita l’Islamic State non esercità più il monopolio della violenza e del controllo sulle molte zone irachene e siriane all’epoca conquistate. . Nel mentre potrebbe essere stato eliminato il leader dell’Isis, Abu Bakral al-Baghdadi da un bombardamento della Federazione Russa, di cui non vi è la conferma finale, in molti iniziano a immaginare il dopo Isis.
Se confermata, la morte del “califfo” al-Baghdadi non metterà certo la parola fine all’Isis. Forse l’Islamic State tornerà al modus operandi originario, con una guerriglia in stile vietnamita, la cui capacità dei generali di Saddam trasformò in una guerra. Probabilmente, l’Islamic State si trasformerà in una Al-Qaida 2.0, con un bagaglio dottrinario e ideologico più saldo e dopo aver formato centinaia di migliaia di uomini e donne pronte a qualsiasi azione in ogni luogo del mondo.

 

Esiste infatti una grande differenza tra un gruppo terroristico sovversivo e un ex gruppo militare. Essa risiede nella capacità d’azione delle forze e nella loro preparazione. In questo modo d’agire risiedono le colpe dell’Occidente, soprattutto dell’Europa, che ha mandato una generazione a formarsi militarmente. Seguendo un disegno ideato, dalla rivale Al-Qaida negli anni novanta, l’Isis diverrà un holding del terrorismo globale, anche grazie al suo management. Appaiono parole lontane dalla violenza del più “non-Stato”, ma è nella sua gestione che risiede il problema del suo futuro, probabilmente assai più inquietante del presente.

Quel che suscita perplessità è nella mancanza decisionale sul futuro di Iraq e Siria post Islamic State. Non nella capacità dell’immediato di gestire terrorismo e guerriglia, ma nella risoluzione politica. Ad oggi, nonostante gli errori del passato, non si conosce il futuro dei Curdi, i quali si sono immolati primi fra tutti nella lotta all’Islamic State. Tant’è che il  Governo del Kurdistan iracheno (Krg) ha recentemente annunciato la data per il referendum sull’indipendenza, il prossimo settembre.

Se la Siria sarà divisa sullo stile di Yalta, con Russia Usa Iran e Turchia a decretarne il destino, l’Iraq a oggi rischia una balcanizzazione del suo territorio. Quel che oggi legava Sunniti, Sciiti e Curdi sta per scomparire. Si sta trasformando in una multinazionale del terrore. Morto il nemico comune, chi prenderà le redini del gioco? Al momento non vi è risposta e le nubi all’orizzonte appaiono sempre più nere, sfumatura petrolio.   

Medio Oriente e conflitto siriano

Secondo le stime delle Nazioni Unite, la guerra siriana ha causato circa 400 mila vittime ed ha costretto oltre 11 milioni di persone ad abbandonare le proprie terre. La desolazione di ciò che resta di Aleppo è, se possibile, ancor più devastante se raccontata con lo sguardo dei bambini, vittime inermi di sei anni di guerra.
La crisi in Siria, nonostante sia al centro delle cronache internazionali dal 2011, risulta ancora difficile da decifrare. Sulla complicata scacchiera della Siria, muove le sue pedine la potente comunità alauita, da sempre schierata al fianco del presidente siriano Bashar al-Assad.
In quella regione si concentrano da molto tempo diversi interessi, spesso contrastanti tra loro. Attualmente Mosca appoggia l’avanzata dell’esercito di Damasco, mentre Washington continua a sostenere i peshmerga curdo-iracheni nella lotta contro il sedicente Stato Islamico. La Siria deve voltare pagina. E per fare ciò, la strada che le famiglie alauite indicano è quella di una pacificazione attraverso la costruzione di un nuovo Stato laico e democratico.

Parlando di Medio Oriente, cercheremo di comprendere quali siano le radici culturali alla base del conflitto in questione. Iniziamo con lo spiegare chi siano gli alauiti e perché, sapere chi siano, è così importante in questo momento storico.
Gli alauiti sono un minoranza religiosa musulmana che è attualmente al potere in Siria. Sono, inoltre, l’unica minoranza musulmana rimasta al potere nel mondo arabo. La loro è una vicenda che dura da mille anni. Una vicenda che è stata per molto tempo sconosciuta, tenuta segreta perché per molti secoli questo gruppo religioso è stato costretto ai margini della storia del Medio Oriente. Gli alauiti vivevano nascosti, dissimulando le loro reali credenze perché considerate eretiche dalla maggioranza dei musulmani.
A differenza degli altri musulmani, la teologia degli alauiti è basata su differenti credenze. Questi, infatti, credono che Ali, considerato un califfo sia dai musulmani sciiti che da quelli sunniti, sia in realtà la reincarnazione di Dio in terra. Credono, inoltre, nella trasmigrazione delle anime ed ancora, seppur riconoscendoli, non praticano i cinque pilastri dell’Islam. Non praticano il Ramadan (il digiuno), e neppure si recano in Moschea per pregare. Si comprende bene perché il resto dei musulmani li considerino eretici.

Figura chiave dell’alauismo è Soleyman Effendi. Effendi fu l’iniziato alauita che nell’Ottocento, per primo, pubblicò un libro nel quale rivelava i loro segreti. Fu una figura straordinariamente complessa che sconvolse tutte le credenze religiose della sua epoca, dall’Islam al Cristianesimo fino all’Ebraismo. Improvvisamente poi, gli alauiti, da comunità emarginata, diventarono il centro del governo siriano con l’ascesa al potere di Hafiz al-Assad (padre di Bashar). Nel 1971, a seguito del colpo di Stato ba’thista, Hafiz al-Assad divenne Presidente della Repubblica siriana con una Costituzione che non prevedeva neppure che il Presidente stesso, dovesse praticare l’Islam. Questo perché gli alauiti temevano, appunto, che gli altri musulmani li accusassero di essere dei miscredenti.
Questo ci fa capire una cosa del mondo musulmano, una cosa assolutamente importante: l’Islam non è unico. L’Islam, infatti, non può essere certamente rappresentato dagli integralisti o dai fondamentalisti, i quali sono solamente una piccola percentuale di quello che è l’universo di un miliardo e trecento milioni di musulmani nel mondo. In realtà, l’Islam è formato da tante correnti che certamente ne complicano ma ne arricchiscono anche la molteplicità.

Dunque, le radici del conflitto siriano sono anzitutto da rinvenire in questa pluralità di soggetti. Ma anche in quelle alleanze politiche e geopolitiche che si sono avvicendate fino al giorno d’oggi. Gli alauiti siriani, per legittimarsi sul proprio territorio, si sono alleati con l’Iran sciita, il quale ha dato loro una sorta di protezione. Tale alleanza è il perno che ha costituito l’asse della mezza luna sciita, che da allora è in contrapposizione all’asse della mezza luna sunnita: ecco il cuore del conflitto siriano. Se non si analizza ciò, non si è in grado di comprendere cosa sta succedendo e perché.
È però anche vero che simili vicende sono anche profondamente contraddittorie. Erdogan, per esempio, che oggigiorno è in prima pagina su tutti i giornali, era colui che in un primo momento aveva sostenuto l’opposizione ad Assad. Tuttavia, resosi conto della malaparata e della guerra persa, ha dovuto allearsi con il Cremlino e con l’Iraq. E proprio il 13 marzo scorso, ad Astana, sono cominciati altri negoziati, nei quali Russia, Iran e Turchia si sono sedute allo stesso tavolo. Tutto ciò, a 6 anni esatti dall’inizio della rivolta siriana contro gli Assad.

Dal canto loro, gli USA, con la Clinton in particolare, durante la presidenza di Obama, hanno cercato di guidare da dietro questa rivolta (da qui la formula “leading from behind” cucita intorno alla dottrina estera della appena conclusa presidenza americana). Ciò, tuttavia, ha generato una grave conseguenza (forse) non prevista. In tal modo, infatti, si è dato il via libera a quei jihadisti che, scontrandosi con il regime siriano, hanno in seguito distrutto la Siria.

Al contrario la Russia e l’Iran, sono riusciti ad imporsi in tutto il quadro geopolitico mediorientale. Più precisamente, sono riusciti a sfruttare gli errori del Medio Oriente, dell’Afghanistan e soprattutto dell’Iraq. Sia Mosca sia Teheran hanno saputo sfruttare a loro vantaggio quelli che sono stati gli errori degli occidentali e dei loro alleati. Anzi, probabilmente più che Putin, il vero vincitore di questo conflitto per ora parrebbe essere l’Iran. Quell’Iran che ha dato vita ad un asse che partendo da Teheran, attraversa Baghdad (il cui governo è filo sciita), passa per Damasco ed arriva fino alle sponde del Mediterraneo con gli Hezbollah libanesi. Anche la Russia ha voluto entrare in scena da protagonista ed infatti, attualmente, in Libia, che è il paese che riguarda più da vicino l’Italia, per poter trattare con le loro autorità bisogna passare prima per il Cremlino.

A tal proposito, molti analisti ritengono che l’Italia, appoggiando in Libia il governo sponsorizzato dalle Nazioni Unite, avrebbe in qualche modo appoggiato “il cavallo perdente”.
Nella Libia di oggi, infatti, da dopo la caduta di Gheddafi, c’è una gran “voglia dell’uomo forte”. Successivamente ai bombardamenti del 2011, la Libia è stata lasciata al suo destino, ed oggi, purtroppo, si ha a che fare con uno Stato quasi “somalizzato”, vale a dire praticamente sbranato dalle varie fazioni islamiste e non. In molti ritengono che la soluzione a ciò sarebbe da ricercare nella creazione di zone adibite non soltanto al salvataggio dei profughi, ma anche alla ri-civilizzazione della Libia stessa. Zone, quindi, nelle quali tornare ad avere una vita normale.
È possibile notare un’analogia tra la Libia di oggi e la Libia in cui prese il potere Gheddafi. Il filo conduttore tra le due epoche storiche è sempre l’appetito delle potenze esterne per quel petrolio che costituisce da lunghissimo tempo il vero bottino libico. Sono, difatti, anche oggi coinvolte l’Egitto, la Russia, gli Stati Uniti e financo l’Italia, per cui la Libia rappresenta da sempre una sponda strategica nel Mediterraneo.

Secondo molti analisti in questo momento, dopo gli insuccessi della Clinton, con Trump, gli USA potrebbero avere le opportunità per ricostruire una politica estera pragmatica e realista. Gli stessi ritengono, altresì, che la Siria rappresenti proprio una di queste chances. Proprio Raqqa, in effetti, intorno alla quale gravitano sette eserciti diversi (un po’ come nella battaglia di Berlino del 1945), potrebbe essere il primo test per provare a vedere se da un mondo bipolare o unipolare si possa passare ad un mondo multipolare con esiti positivi.

Pertanto, l’Iran, insieme alla Russia, è diventato un player decisivo anche nella questione degli alauiti. L’Iran ha appoggiato l’ascesa di Assad al potere e vorrebbe che restasse al governo della Siria. In teoria, la Russia sarebbe anche disposta ad una “transizione ordinata” di tale regime, ma di fatto, il Cremlino, dopo aver messo le sue basi militari sulle sponde del Mediterraneo, di certo non vi rinuncerà facilmente.
Si può dunque sostenere che Assad incarni oggi “il nemico perfetto” per le potenze sunnite. È l’esponente di una minoranza considerata miscredente, dunque invisa a Turchia ed Arabia Saudita, che è al governo di un Paese, il quale forse era destinato ad essere smembrato per poi essere spartito tra queste. È qui opportuno ricordare, inoltre, che Erdogan, prima di allearsi con la Russia e con l’Iran, aveva intenzione di portarsi via Mossul dall’Iraq ed Aleppo dalla Siria.

Samir Kassir, giornalista, attivista e docente libanese, ucciso nel 2005, aveva descritto “l’infelicità araba”. Oggi si potrebbe dire che questa pervada ancora l’animo di chi vive in quell’area del pianeta. Simile sensazione è stata generata prima dalla presenza coloniale dell’Occidente ed in seguito dalla nascita dei regimi dittatoriali post coloniali, i quali non hanno permesso a tale regione del mondo di ambire ad un sviluppo autonomo significativo.

Nei libri di storia arabi, purtroppo, non viene mai raccontato il vissuto degli alauiti. Una parte dell’Occidente l’ha forse rimosso colpevolmente? Molti analisti ritengono di si, ma allo stesso tempo sostengono anche che l’Occidente abbia fortemente strumentalizzato tale gruppo religioso.
Secondo questi, infatti, i francesi, in quell’ottica di dividi et impera imperiale, che ha da sempre contraddistinto la civiltà occidentale, avrebbero strumentalizzato gli alauiti, facendone addirittura uno Stato (negli anni Venti del secolo scorso).

Ma, adesso c’è necessità di descrivere una storia diversa. Una storia in cui tutte le minoranze del Medio Oriente abbiano una propria dignità. Ricordiamoci degli esuli che sono stati massacrati dall’ISIS e dei cristiani che stanno scappando dal Medio Oriente. Questo, e non solo, ci dovrebbe far capire che il mondo arabo (e musulmano in particolare) non è quel monolite che spesso viene raccontato.

Fortezza Europa

 

L’UE DA UNA PROSPETTIVA PESSIMISTICA

Dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea e dopo l’elezione di Donald Trump alla presidenza USA, i cittadini europei sono convinti di essere sotto assedio da parte di potenze esterne oscure e in buona misura imprevedibili. Ma tale convinzione è frutto di un’attenta analisi, o è piuttosto il ritorno ad una mentalità che ha caratterizzato la cultura europea fino dai suoi albori?

Il concetto di Europa come entità non solo geografica ma anche culturale, religiosa e sociale nasce nel corso del Medioevo, in un periodo in cui i regni sorti sulle rovine dell’Impero Romano lottavano incessantemente tra loro e contro un nemico esterno sempre nuovo (dai Goti agli Unni, e poi i Normanni, i Saraceni, gli Ungari, i Mongoli, i Turchi). Il modo di fare politica, la società, l’economia e la religione si erano sviluppati in questa atmosfera di conflitto latente, che si potrebbe definire come duplice: rivolto verso un avversario interno oppure esterno.
I fondamenti culturali europei si sono strutturati in un panorama politico dominato dal senso di perdita del passato grandioso dell’Impero Romano (che i soggetti politici successivi si sono affannati a riproporre), e dalla mentalità di chi si sente sotto assedio e diffida dei propri vicini.
Ed è in un simile panorama che, accanto ai nazionalismi, è nata l’aspirazione ad un’Europa unita, di volta in volta in senso religioso, politico, culturale o economico.

La concezione di dover sostenere un assedio costante contro un nemico esterno insieme ad una lotta per la stabilità interna è stata propria di tutti i regimi politici egemonici europei, dal sistema asburgico a quello bonapartista, dal regime bolscevico a quello nazifascista, senza contare i regimi nazionalisti europei, ognuno dei quali ha scorto nei propri vicini la più importante minaccia.
Questo sistema di sospetto reciproco e di paura di una grande invasione esterna ha continuato a dominare le relazioni diplomatiche europee anche nel corso delle prima parte della Guerra Fredda, prima che un soggetto sovranazionale come l’Unione Europea si proponesse come garante della pace e della stabilità economica europea. Ma se l’UE superava gli attriti tra stati dell’Europa Occidentale, il timore per un’invasione esterna era rafforzato ogni giorno dal confronto USA-URSS.

Non bisogna stupirsi, dunque, se i recenti avvenimenti politici hanno instillato una paura antica nei cittadini europei: la paura di un assedio.
Ad un primo sguardo, tale paura sembra giustificata: negli Stati Uniti l’amministrazione Trump guarda con aperta freddezza all’Unione Europea, mentre c’è chi vede delinearsi un improbabile asse diplomatico USA-UK-Russia.
La Russia sta riprendendo la propria linea diplomatica “classica”, proteggendo la propria sfera d’influenza nel Vicino Oriente, in Asia Centrale e, appunto, sui confini europei.
La Gran Bretagna, che per quasi sessant’anni ha svolto la funzione di ponte privilegiato tra gli USA e gli stati europei, ha scelto la via nazionalista, tirandosi fuori dal calvario economico dell’austerità.

Ma al di là di facili allarmismi, un’analisi più approfondita ci restituisce una narrazione diversa di questi avvenimenti.
La ritirata militare e diplomatica degli Stati Uniti va interpretata come tale, e non come una minaccia. Trump vuole levarsi d’impiccio dal pantano mediorientale, per reindirizzare le proprie risorse in un “fronte interno” che minaccia di sfuggirgli di mano.
Trump ha attaccato per settimane la NATO, ma il recente incontro tra il vice presidente Mike Pence ed Angela Merkel lasciano pensare ad una soluzione di compromesso, l’unica realisticamente attuabile, che vedrà un graduale aumento dei contributi militari da parte di alcuni paesi europei.
Anche il rapporto con Mosca non è segnato da una chiara apertura. Il 15 febbraio Trump ha dichiarato su Twitter che l’amministrazione Obama è stata troppo indulgente con la Russia in occasione dell’annessione della Crimea; il 24 ha annunciato un massiccio riarmi, contro un nemico ignoto, che è stato interpretato dalla Russia come una minaccia diretta. Nei prossimi mesi si potrà capire appieno lo sviluppo di questa dinamica.

Un discorso simile, almeno in parte, si può elaborare per il Regno Unito. L’economia della Gran Bretagna attraverserà con tutta probabilità un periodo di instabilità, per un motivo semplice: è molto difficile portare avanti una politica economica nazionalista su un tessuto socio-economico ormai post-industriale. Tutti gli sforzi della Gran Bretagna, nei prossimi anni, si concentreranno probabilmente nel cercare accordi vantaggiosi con l’Unione Europea e nel mitigare in qualche modo gli effetti deleteri di un’economia ormai quasi completamente finanziaria e virtuale. È impensabile che in un simile contesto la Gran Bretagna dimostri un dinamismo diplomatico che la porti al fianco della Russia.

Per quanto riguarda la Russia stessa, essa incarna probabilmente al meglio il nuovo nazionalismo che sembra propagarsi di nuovo in tutto il Mondo. Ma il consolidamento della Russia in senso nazionalista limita al contempo le sue aspirazioni “imperiali”. Quello russo è un nazionalismo dettato dalla necessità.  Il relativo isolamento economico, il costante calo demografico, la situazione pietosa di un tessuto sociale ormai lacerato da diseguaglianze e corruzione, relegheranno ancora a lungo la Russia al ruolo di potenza regionale. La Russia interverrà ancora militarmente in Est Europa, ma non tanto da poter minacciare effettivamente la stabilità dell’Europa Occidentale.

Nonostante il susseguirsi di mutamenti cruciali della politica internazionale, nonostante i propri problemi interni l’Unione Europea non deve temere un isolamento o un assedio peggiori di quelli che avrebbe subito nei vent’anni trascorsi. Ci aspettano anni in cui la geopolitica subirà mutamenti sostanziali. Ma questi mutamenti possono essere un’occasione per l’Europa, affinché si imponga come potenza regionale autonoma. Cercando di evitare l’eventualità, altrettanto probabile, di un trionfo dei nuovi nazionalismi.

Gli Usa di Trump e l’Europa sul fronte migrazioni: compagni di merende

Proprio così, compagni di merende. Precisiamo però in che termini. A scuola ci sono sempre stati a ricreazione i gruppetti che fluttuano per le scale e i corridoi, quelli che quando esci dalla classe​ sono talmente ben trapanati negli stessi posti a parlare delle stesse cose che tu, il vecchio e​caro lupo solitario sfigato, sei costretto ad attuare il vecchio e caro slalom per non incapparci dentro. È un percorso difficile quello. Quando​andavo a scuola io c’era una grande varietà di gruppetti che per quanto considerassi del tutto naturali mi hanno sempre fatto molto ridere. Sembravano tutti molto diversi, chi portava le Vans, chi le All Star, qualcuno quache celtica qua e là e qualcuno falce e martello​.

Rigorosamente o​gnuno si indignava per l’atteggiamento ​e le ostentazioni degli altri. Ci ho pensato a lungo a quale gruppo potessi appartenere, così per naturale curiositas adolescenziale, e sono giunto alla conclusione che tanto far parte di tutti sarebbe stata la cosa migliore ​in quanto nonostante si impacchettassero in vestiti e toni ​diversi, avessero colonizzato angolini dei corridoi ben distinti mangiavano tutti la stessa merenda. Cambiava la confezione, ma la sostanza era sempre la stessa.

​ In fondo dunque erano compagni di merenda.​

A partire da questa riflessione questo articolo vuole analizzare brevemente come strategie e direttive di immigrazione del governo Trump che indignano il mondo occidentale fatto di padri buoni famiglia strenui templari della democrazia e del solidarismo non siano molto lontano  da quelle europee. 

A cambiare è la confezione ma il principio di​sostanza è la stesso​.

Pensateci nella vita di tutti i giorni quanto sono diventate importante le confezioni, se impacchetti bene non è così importante cosa c’è dentro, qualcuno che compra comunque lo trovi. Ad ogni modo venderai a maggior prezzo un prodotto con una bella confezione piuttosto che un ottimo prodotto con una confezione scrausa.

Sta di fatto che noi cittadini dobbiamo smettere di abbuffarci tanto pe’ magnà.

​Altrimenti il r​ischio è​: essere intortati.

POLITICA DI TRUMP E LE VICENDE

Venerdì 27 gennaio Trump ha firmato il quattordicesimo ordine esecutivo della sua presidenza intitolato: Misure per proteggere gli Stati Uniti dall’ingresso di terroristi stranieri sul territorio nazionale. Il titolo già ci dice molto. È iniziata una nuova era.

Lo avevamo sospettato tutti che Trump fosse un fanfarone ciarlatano che aveva strumentalizzato il tema del terrorismo e della migrazione e invece no. Ha promesso e ha mantenuto.

Ma cosa prevede esattamente?

I punti salienti: Congelati per tre mesi gli arrivi da sette paesi a maggioranza islamica – Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen – e per quattro mesi il programma di relocation dei rifugiati (che poi ripartirà a quote annue dimezzate, passando da 110.000 posti a 50.000).

Bloccato totalmente e a tempo indeterminato l’ingresso dei profughi in fuga dalla Siria, definito come “dannoso” per gli interessi statunitensi.
Nel divieto di ingresso per i cittadini dei paesi interessati sono inclusi anche coloro in possesso di green card – e cioè con legittima residenza sul suolo statunitense – e i titolari di doppia cittadinanza (statunitensi esclusi, ovviamente). Restano possibili eccezioni sulla base di una valutazione caso per caso da parte della polizia di frontiera e aeroportuale. Questo che significa? Un aumento smisurato della discrezionalità della polizia di aeroportuale e di frontiera nella valutazione dei casi che non è definita attraverso dei criteri di trasparenza e onnicmprensivi.In aggiunta, viene sottolineata la gravità di una clausola sulla base della confessione religiosa. Banalissimamente una selezione severa dei rifugiati provenienti dagli stati islamici, i cristiani e altre minoranze religiose prima rispetto ai musulmani. Obiettivo: preservare l’Occidente.

Ecco perché è illegale

Come è stato fatto notare dai giudici federali che hanno bloccato l’ordine esecutivo sono due gli strumenti che ne contestano la legalità: la Costituzione, una legge del 1965 contro la discriminazione E LA Convenzione di Ginevra del 1951.

La violazione della Costituzione riguarderebbe la norma che garantisce l’eguaglianza nella protezione garantita dalla Costituzione. L’ordine esecutivo di Trump impone distinzioni basate sulla razza e il credo religioso.         ​

Una legge del 1965, precisamente The Immigration and Nationality Act che vieta la discriminazione contro immigrati basata sul paese di origine. La discriminazione in questo caso è aggravata dalla logica religiosa che dà priorità ai cristiani e ad altre minoranze religiose perseguitate.

Nella misura in cui il decreto è applicabile a un richiedente asilo, questo non pare assicurare il principio di due process (ovvero la valutazione dei singoli casi) proprio in virtù della forte discrezionalità che viene data alla polizia di frontiera né adempie all’obbligo di non refoulment, ovvero di non respingimento che vieta il respingimento forzato di individui provenienti da zone di conflitto, sancito​ dalla Convenzione di Ginevra.

​ECCO COME VIENE GIUSTIFICAT​O​

E’ una questione di sicurezza nazionale, di lotta al terrorismo. Questo a quanto pare l’ampia discrezionalità data alla polizia nella valutazione degli ingressi di stranieri negli USA compresi anche i possessori di Green Card.​

​Oltre alla precisazione che sono stati respinti numerosi immigrati non provenienti dalla lista dei paesi c.d. “pericolosi” la verità è ancora un passo più avanti, come spesso accade, rispetto alla politica in quanto nessuno degli attacchi terroristici avvenuti negli ultimi anni su suolo americano è stato commesso da cittadini dei sette stati sulla lista nera di Trump o tantomeno da rifugiati siriani.

​Un recente studio scientifico fatto da Cato Institute è stato dimostrato che delle persone (anzi, tutte) che hanno perpetrato attacchi terroristici sul suolo americano sono erano nati o residenti negli Stati Uniti.

​Lo stesso studio inoltre dimostra la mancata correlazione tra terrorismo e immigrazione. Infatti viene dimostrato chela probabilità che un cittadino statunitense perda la vita a causa di un atto di terrorismo commesso da un rifugiato è estremamente remota 1 su 3.6 miliardi.

IL SUMMIT DELL’UNIONE EUROPEA A MALTA 

​L’unione Europea che si preoccupa da tutti i lati, giustamente, di indignarsi a Trump all’ultimo Summit tenutosi a febbraio a Malta, La Valletta, a dimostrato di essere allineata su tutti i fronti alle politiche di Trump ma di confezionarli in pacchetti più carini.  Allo stesso modo infatti viene utilizzato l’approccio emergenziale securitario e viene chiaramente esplicitata l’intenzione di respingimento  dei migranti. Secondo al Dichiarazione di Malta firmata da tutti i partecipanti al Summit si possono evincere i punti chiave di azione:

​1. Contrasto immigrazione irregolare

  1. Contrasto alla traffico di esseri umani
  2. Lavorare con i paesi di di partenza come la Libia e altri paesi del Nord Africa e delll’Africa Subsahariana​

Per raggiungere questi obiettivi si è pensato di utilizzare uno strumenti prioritario, la cooperazione con la Libia.

Dunque cooperazione, training della guardia costiera per impedire alle imbarcazioni di partire, adeguare i centri di accoglienza a standard minimi, sensibilizzare i migranti circa i rischi che corrono e infine per assicurare alla Libia che non corre il rischio di essere il tampone dell’Europa è stato previsto anche di rendere più efficaci i controlli alle frontiere via terra libiche. Dunque di fatto abbiamo tre elementi che ci ricordano le poltiche di Trump: di fatto il respingimento con l’inasprimento dei controlli via mare e via terra e l’approccio emergenziale che è chiaramente frutto della volontà di salvaguardare la sicurezza nazionale.

Ci sono due punti da aggiungere a tutto questo: il primo è che viene apertamente vìolato il principio di non respingimento, in quanto più del 39% di migranti provenienti dalla Libia viene riconosciuta la protezione internazionale con l’aggravante che le condizioni disastrose libiche in termini di accoglienza di migranti, che prevedono prigioni, torture, violenze sessuali non rientrano negli standard minimi che lo possano definire come un paese terzo sicuro. Inoltre la Libia è uno dei paesi che non ha firmato la Convenzione di Ginevra sui diritti dei rifugiati. Date tutte queste premesse va da sè che respingere migranti in Libia ance con una cooperazione e training in atto ad oggi provocherebbe gravissime conseguenze per la vita di migliaia di persone.

Per rafforzare la collaborazione con la Libia a questa dichiarazione di intenti è stato firmati e ratificato un Memorand​u​m d’intesa tra l’Italia e il governo libico, o sarebbe più corretto dire uno dei governi libici, ovvero quello di Farraj per il rafforzamento della sicurezza delle frontiere. Chissà che ne pensano gli altri governi libici.

Il fatto che il Memorandum faccia uso della parola “clandestino”  come sinonimo di migrante irregolare che non propriamente non ha significato giuridico e che è stata, grazie al supporto ​dell’Associazione Carta di Roma, è stata cancellata dalla documentazione ufficiale italiana, la dice lunga sull’approccio che è stato utilizzato e purtroppo ance sulla competenza di chi lo ha concepito e stilato.

Lontano da retoriche populiste che non mi appartengono c’è ancora molto da fare in Europa e negli Stati Uniti per dare sostanza alla retorica dei diritti dei migranti.

La verità è che la campanella è suonata, la ricreazione è finita e ora sarebbe ora di guardare oltre i gruppetti e capire che siamo tutti nella stesa classe.

La Libia oggi

La riapertura dell’ambasciata italiana in Libia, per il momento la prima ed unica occidentale, è stata ritenuta dal governo di Tobruk un atto di aggressione militare. Nel paese, infatti, si respira oggi un’aria molto tesa. I miliziani del governo islamista non riconosciuto di Tripoli, ostili al legittimo Governo di accordo nazionale, guidato da Fayez al-Sarraj e sostenuto dalle Nazioni Unite, hanno assalito i ministeri della Difesa, della Giustizia e dell’Economia, prendendone il controllo. In seguito, un portavoce del governo di Serraj, ha tuttavia dichiarato che il tentativo di occupare i ministeri sarebbe in verità fallito. La situazione resta però poco limpida e mette in luce la fragilità del Governo di accordo nazionale, nonostante questi sia fortemente supportato dalla Comunità internazionale.

Il quadro della Libia, attualmente una vera e propria polveriera, è tale da poter precipitare da un momento all’altro in una guerra o comunque in gravi disordini pubblici. La Libia, dalla morte di Gheddafi in poi, sembrerebbe essere diventata ingovernabile. E l’Italia ne è probabilmente oggi la prima vittima.

In epoca coloniale, la Libia, fu definita da Salvemini “lo scatolone di sabbia”, in quanto convinto che tale conquista non avrebbe apportato alla nazione nessun beneficio. Ai giorni nostri la Libia parrebbe portare all’Italia solo preoccupazioni.

Ad allarmare Sarraj ed il suo alleato italiano è la minaccia che viene da est, vale a dire da Bengasi e da Tobruk (sede di un parlamento non riconosciuto dalla Comunità internazionale), dove un’altra Libia è saldamente governata dal generale Khalifa Haftar. È lui oggi il vero uomo forte della nazione. Haftar, che nei mesi passati aveva occupato i pozzi petroliferi dell’est, gode, infatti, del sostegno dell’Egitto, della Turchia e della Russia.

Sono di pochi giorni fa le immagini di Haftar che sale a bordo della portaerei russa, a largo delle coste libiche, in segno di ospitalità nei confronti del Cremlino, considerato amico e protettore. Tuttavia, gli analisti internazionali ritengono che Haftar, nonostante possa essere considerato un uomo influente, forse non lo sarebbe abbastanza per poter conquistare, oltre ad un pezzo di Cirenaica, tutta la Libia. È evidente dunque, nel panorama politico libico, la mancanza di un uomo forte quale era Gheddafi che, nonostante tutti i suoi limiti, aveva, per così dire, tenuto insieme la baracca.

Immaginare che il governo di Sarraj, voluto dall’ONU e appoggiato anche dall’Italia, possa stabilizzare la situazione in Libia è una scommessa azzardata. In effetti, il Governo di accordo nazionale non sembrerebbe controllare neanche Tripoli. Allo stesso tempo però non parrebbe opportuno per l’Italia opporsi a Sarraj, nonostante si renda sempre più necessario trovargli, in tempi brevi, una qualche alternativa un po’ più solida. L’Italia, anche se conscia della debolezza del governo di Sarraj, lo sostiene fermamente. Il nostro paese sta percorrendo la strada tracciata dagli USA e dalle Nazioni Unite, ovvero quella di aderire agli accordi di Skhirat, i quali hanno sancito la legittimità del governo di Tripoli. Probabilmente però, ora che Obama ha lasciato la Casa Bianca, l’Italia rischierà di rimanere isolata nel percorrere questa via.

Già l’intervento militare del 2011 segnò una significativa svolta nel destino della Libia. Diede, infatti, il via ad un processo di separazione tra Tripolitania e Cirenaica. Queste due regioni furono messe insieme, negli anni Trenta, proprio dal colonialismo italiano e, successivamente, furono unificate dagli inglesi nel mandato postcoloniale con l’instaurazione della monarchia dei Senussi. Ciononostante, tale famiglia reale, originaria della Cirenaica, a causa della poca influenza che aveva sulle altre due regioni della Libia (Tripolitania e Fezzan), ebbe grosse difficoltà ad affermare la propria autorità sull’intero territorio libico. Per comprendere a fondo quanto poco fossero connessi tra loro i popoli delle tre regioni storiche, si pensi che il re, al momento della proclamazione dell’unita della Libia, affermò pubblicamente di non aver mai intrattenuto rapporti con persone di Tripoli.

Oggi si sta di fatto assistendo alla separazione delle due grandi regioni strategiche del paese. Probabilmente, l’unico modo per interrompere un simile processo, è quello di trovare nuove strade di mediazione tra le due aree. Nondimeno, mentre la Cirenaica, pur se con grandi difficoltà, sta acquisendo una sua identità e quindi una sua affermazione sul territorio, la Tripolitania, dove l’Italia ha attualmente i suoi interessi, è ancora un territorio quasi anarchico.

La campagna militare del 2011 fu guidata dalla Francia e dall’Inghilterra con il sostegno degli USA. Diversi analisti di politica mondiale sostengono che l’Italia sbagliò allora a non opporsi a tale intervento. L’Italia, affermano, in questo momento dovrebbe cercare, attraverso la mediazione con la Russia, di conquistarsi le simpatie di Haftar, proprio per non correre il rischio di trovarsi in qualche modo spiazzata in futuro sul fronte della Cirenaica.

Il ministro dell’Interno Minniti, al fine di arrestare l’ondata migratoria che sta colpendo l’Italia, si è recentemente recato in Libia con l’intento di avviare le trattative con il presidente Sarraj per un nuovo accordo sui rimpatri. Tutto ciò servirebbe a ben poco, in quanto i traffici, avendo la loro origine a Sabrata, non sono sotto il controllo del governo di Tripoli, bensì delle milizie e delle bande militari ostili al Governo di accordo nazionale. Purtroppo tali movimenti sono sotto il giogo anche dei militari che dovrebbero essere sotto la guida di Sarraj, ma che di fatto godono di piena autonomia decisionale.  Questo presunto accordo, che parrebbe essere meramente mediatico, è a dire il vero un tentativo di fissare dei paletti giuridici come argine dell’ondata migratoria. La realtà è che l’Italia da sola non è in grado di fronteggiare un tale fenomeno. Senza l’appoggio dell’Europa l’Italia è sola. Pertanto sarebbe opportuno porre questo problema in prima istanza ai piani alti di Bruxelles.

La questione del traffico dei migranti non assume più un risvolto esclusivamente umanitario, ma anche di sicurezza nazionale ed internazionale. Si sta, di fatto, assistendo ad una guerra alle frontiere dell’Italia ed dell’Unione europea..

Molti analisti ritengono che i dittatori, nonostante non siano mai un bene per la propria nazione, a volte possano comunque rappresentare un male minore. Nel caso libico, ad esempio, Gheddafi ha certamente avuto il merito di tenere unito il paese. Paradossalmente, forse, sarebbe stato meglio mantenere in vita il regime di Gheddafi piuttosto che dare spazio a qualunque altra soluzione si sia prospettata poi successivamente alla sua caduta. L’elemento cruciale, per poter analizzare correttamente simili fenomeni, non sembrerebbe essere, infatti, far cadere o meno un dittatore, ma cosa fare una volta che questo sia caduto. Venuto giù Gheddafi, infatti, tutti si sono illusi che la Libia si sarebbe mantenuta come una singola entità statuale. Nessuno, o quasi, aveva tenuto in considerazione il fatto che la Tripolitania e la Cirenaica fossero due regioni storiche, entrambe custodi di una fortissima identità culturale e sociale. A dimostrazione di quanto detto, è opportuno citare l’ambasciatore britannico a Tripoli, Peter Millet, il quale, in un audizione alla Camera dei Lord, ad una domanda sull’esistenza o meno di un’identità nazionale in Libia, rispose che in Libia esistono quali dimensioni aggregative solamente la famiglia, la tribù ed eventualmente la città di appartenenza. Non la nazione.

Questa è la realtà della Libia e l’Italia, questa realtà, la conosce da tempo. Su questa tematica, infatti, un grande del giornalismo italiano, Igor Man, ha molto indagato ed ha molto scritto. Persino le grandi imprese italiane de localizzate in Libia (la FIAT su tutte), sapevano perfettamente quanto fosse critica al riguardo la situazione in Libia.

La creazione della Libia di Gheddafi fu un capolavoro della diplomazia italiana. Fu il genio democristiano ad escogitare questa “toppa”, che non fu mai stata digerita né dagli USA, né dalla Francia, né da molte altre potenze europee che hanno sempre considerato questo “colpo italiano” un ostacolo alla possibilità di controllare direttamente quell’area nordafricana.

Oggi, purtroppo, l’Italia è fuori dai giochi. La vox clamantis di Berlusconi, che si oppose al bombardamento del 2011, si schierò contro chi volle agire a muso duro contro il regime di Gheddafi. Ed all’epoca, il muso dure, fu tenuto soprattutto dagli USA, con una convinta Hillary Clinton in cabina di regia. Ciò lasciava presagire quale sarebbe stata la sua politica internazionale di una sua futura presidenza degli Stati Uniti d’America.

Con l’avvento di Trump alla Casa Bianca, invece, si può ipotizzare un diverso atteggiamento della politica estera degli States. La Libia gode da sempre di una minore attenzione, da parte degli USA, rispetto al quadrante mediorientale ed è perciò plausibile che il tycoon appalti a Putin la politica di stabilizzazione del Nord Africa e del Medio Oriente.

Questo, si potrà realizzare solo fino a quando la Russia manterrà vivi gli interessi in quell’area del globo. Interessi per i rapporti commerciali con la Libia e per le basi militari che potrebbe ottenere tra l’Egitto e la stessa Libia. Mosca, inoltre, da qualche anno a questa parte, di fatto controlla, assieme all’Iran, gran parte del Medio Oriente. Ciò in quanto il Cremlino ha stretto una serie di alleanze strategiche, con paesi come l’Iran, la Siria e l’Iraq, alle quali si è aggiunta quella con l’Egitto di al-Sisi. Egitto che allo stesso tempo ha a sua volta costituito un asse con la Siria.

Quanto è accaduto nell’ultimo periodo in Libia ha dimostrato che non è sufficiente bombardare quell’area geografica per unire la nazione. Senza un esercito sul terreno, non ci sarà mai una Libia unita. Lo stesso Haftar, inoltre, possiede un vero e proprio esercito. Nonostante venga comunemente chiamato esercito nazionale, non ha ancora assunto le caratteristiche per potersi definire tale. Ma allora chi potrebbe far scendere in campo le proprie truppe per dirimere questo intricato scenario? Gran parte degli opinionisti che si occupano di relazioni internazionali pensano agli egiziani. Invero, gli egiziani sono gli unici che in quell’area hanno un vero e proprio esercito.

Inoltre, l’Egitto, è fortemente interessato alle sorti della Libia. In Russia sostengono da tempo questa teoria. Al-Sisi starebbe per ottenere l’obiettivo che aveva in mente da tempo, ossia costruire per l’Egitto una profondità strategica in Libia che arrivi quasi fino a Tobruk. Insomma, il Generale egiziano, vorrebbe ottenere una fascia di sicurezza sui confini della propria nazione. Questo è ciò che più temeva Gheddafi, ovvero che il grande Egitto, paese popoloso e potente, avrebbe potuto un giorno posare gli occhi sulla Libia

Molti analisti di politica internazionale ritengono dunque che un’alleanza tra la Russia e l’Egitto potrebbe portare alla soluzione della questione libica.

L’insediamento di Donald Trump, l’attesa è finita

L’insediamento di Trump, occasione in cui sarà a tutti gli effetti presidente degli Stati Uniti, è fissata per il giorno venerdì 20 gennaio 2017 a partire dalle ore 18:00 (ora italiana).

Il protocollo prevede che il presidente eletto e il suo vice Mike Pence effettuino un giuramento sui gradini di Capitol Building, il Campidoglio di Washington DC. Trump pronuncerà il giuramento con cui diventa ufficialmente il nuovo presidente USA intorno alle 12:00 ora locale di fronte al capo della Corte Suprema degli Stati Uniti, John Roberts.Le parole comprese nel discorso di giuramento e insediamento di Donald Trump saranno queste: “Io Donald J. Trump giuro solennemente che adempirò con lealtà il ruolo di Presidente degli Stati Uniti, e agirò al meglio delle mie capacità, preserverò, proteggerò e difenderò la Costituzione degli Stati Uniti, per questo aiutami oh Dio”. Pence pronuncerà un giuramento simile poco prima che inizi a parlare il magnate repubblicano. Dopo la cerimonia, Trump farà il suo discorso di insediamento, per il quale c’è ovviamente grandissima attesa. La famiglia Trump parteciperà poi ad un pranzo al Congresso, seguito dalla tradizionale sfilata inaugurale da Capitol Hill alla Casa Bianca, nella quale risiederanno fino a termine del mandato.

 

Il lutto dei progressisti

I progressisti dem di tutto il mondo e quindi non solo Usa stanno portando avanti una battaglia mediatica senza quartiere nei confronti del neoeletto Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Quasi ogni giorno, tutte le maggiori testate occidentali hanno polemizzato qualche sua dichiarazione, dalla mancata partecipazione della gran parte degli artisti mainstream (legati al partito democratico) alle parole di Meryl Streep che hanno monopolizzato l’ultima edizione dei Golden Globe, levando l’attenzione dalla cerimonia di consegna delle statuette più prestigiose per il cinema dopo gli Oscar. Ci si chiede quanto e come si indignasse la Streep quando Obama utilizzò dieci volte più attacchi di George W. Bush con i droni, quando aiutò l’Arabia Saudita a bombardare funerali e feste di matrimonio in Yemen e soprattutto dov’era quando Obama facilitava l’ascesa dello Stato Islamico, favorendo gli attacchi terroristici in Europa e nel resto del mondo.

Anche le Femen, notoriamente sponsorizzate dal nemico numero uno di Trump, Soros, vanno ad allungare la lista degli haters, come racconta Elena Barlozzari su il Giornale.

Sono previste manifestazioni contro Trump in occasione della cerimonia tanto che circa cinquanta deputati del partito democratico boicotteranno l’evento.

meryl streep

Sviluppi politici

Mentre i media si preoccupano degli stilisti che non vogliono vestire Melania, la nuova firstlady, Trump sconvolge equilibri decennali dei rapporti Usa con il resto del mondo. Mantenendo di fatto le promesse fatte in campagna elettorale continua la linea dura sul protezionismo nei confronti della Cina, per poi ribadire la sua fiducia personale nei confronti del leader russo Vladimir Putin e della Nato dice che si tratta di: un’istituzione obsoleta, una reliquia del passato. Le relazioni con la Gran Bretagna del Brexit, sono una priorità e allo stesso tempo invita gli europei a  «rispettare il senso d’identità dei popoli» ed esprime il suo «grande rispetto» per Angela Merkel, ma afferma che l’Ue è diventata «il veicolo degli interessi della Germania».

Donald Trump è il nuovo trascinatore mondiale dei movimenti populisti o almeno sembra esserlo, fino ad ora ha avuto la possibilità di fare tante chiacchiere, ma non di produrre fatti. Ed è questo che il mondo si aspetta di vedere: quali saranno le prime azioni politiche nazionali ed internazionali del presidente più contestato della storia degli Stati Uniti d’America.

 

 

Soros contro Trump, c’è il magnate dietro le proteste dei democratici

A Soros e ai suoi compagni di merende, i magnati della finanza, non va giù l’elezione di Trump, non riescono ad accettarla. Dalle rivoluzioni “colorate” nei paesi dell’ex Patto di Varsavia alle proteste anti Trump, questo è il modo di operare di George Soros, pagare i manifestanti per influenzare l’opinione pubblica. Un esercito di pullman noleggiati per spostare i manifestanti/attori pagati dai 15 ai 20 dollari l’ora per gridare «Not my President» contro Trump, panini e bibite gratis.

Lo  dimostra il fatto che dietro ai manifestanti si trovano le associazioni UsAction e MoveOn, entrambe sovvenzionate e finanziate fortemente da George Soros. MoveOn si propone di “portare la gente comune nella politica” e ora si dichiara contro l’elezione di Donald Trump, UsAction invece rappresenta una rete di 501 associazioni e gruppi distribuiti su tutti gli Stati Uniti.

Inoltre al Mandarin Oriental Hotel di Washington, si è svolto un “seminario” a porte chiuse, fra i partecipanti la Democracy Alliance, un club iper esclusivo il cui tesseramento costa 30 mila euro l’anno e richiede un minimo di donazioni di altri 20 mila euro. Si batte, come da statuto, per “una democrazia onesta, un’economia inclusiva e un futuro sostenibile” La sua presidente Gara Lamarche, oggi fa mea culpa: «non si perde un’elezione che si doveva vincere e con così tanto in gioco senza commettere errori pesanti nella strategia e nella tattica». Al Mandarin Oriental Hotel hanno partecipato anche Nancy Pelosi (ex presidente della Camera dei Rappresentanti) e la senatrice Elisabeth Warren, oltre ai capi dei sindacati e dei gruppi di pressione liberali.

Ordine del giorno? Organizzare la resistenza anti-Trump. La notizia è stata riportata da Politico.

Per chi ancora non ha capito di chi si parla, George Soros è uno squalo della finanza globale. Uno che si è arricchito speculando su titoli di industrie e scommettendo sul fallimento degli Stati. Tutto in modo assolutamente legale, in un mondo che permette alla finanza e a chi ci opera di fare qualsiasi cosa. George Soros non è nuovo nell’architettare proteste, attraverso le sue fondazioni ha promosso le rivoluzioni che poi hanno consentito ad Obama di compiere le invasioni e le carneficine nei Paesi in cui negli ultimi anni si è “esportata la democrazia”.

Con Donald Trump questo giochino dell’interventismo imperialista sembra essere finito, e George Soros non ci vuole stare.

Come dice Pietrangelo Buttafuoco: “i liberal non sono più dalla parte del torto, ma dei privilegi. La sinistra, adesso, è il potere. L’anti-potere è il popolo. E di chi se lo prende.”

Geopolitica di Donald Trump

La vittoria di Donald Trump all’elezioni presidenziali ridisegnerà l’attuale dottrina estera e la geopolitica della superpotenza per eccellenza. Lontani dai propositi di scontro frontale con la Russia, sono molti gli ambiti in cui la presenza o assenza statunitense si farà più rilevante. Resta l’incognita delle azioni che verranno messe in campo dal magnate. Certamente, con Hillary Clinton avremmo assistito a un nuovo interventismo nel medioriente.

STOP ALL’EXPORT DELLA DEMOCRAZIA – Nel corso della campagna elettorale Donald Trump ha spesso imputato all’amministrazione uscente il caos geopolitico vigente in Medio Oriente e nell’Europa orientale. Il sostegno alle Primavere Arabe, la piena aderenza al programma delle Monarchie del Golfo e l’Ucraina, hanno fatto dimenticare Spykeman alla superpotenza per eccellenza. Fedele al suo modello di business è probabile che utilizzando la real politik di kissingeriana memoria l’amministrazione Trump abbandoni la fallimentare linea di ‘esportazione della democrazia’.

UNIONE EUROPEA – Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e quello della Commissione Jean Claude Juncker si sono congratulati con Donald Trump in una lettera congiunta. “Oggi – hanno scritto – è più importante che mai rafforzare le relazioni transatlantiche. Non dovremmo risparmiare alcuno sforzo per assicurare che i legami tra noi restino forti e duraturi”. Nella missiva, Tusk e Juncker hanno anche invitato Trump a visitare l’Europa per un summit Ue-Usa appena possibile. Per la classe dirigente dell’Unione Europea è quanto mai necessario ristabilire contatti che pongano l’ente sovranazionale capace di dialogare alla pari con gli Stati Uniti d’America. Come dimostrato dai leaks sul TTIP, rilasciati e diffusi da Greenpeace Olanda, in oltre venti capitoli di negoziato gli europei si sentivano non pari nelle trattative. Nonostante lo slogan per il “protezionismo”, l’indole americana al business, fa intendere che non sarà il TTIP a esser sacrificato. Questo anche nell’ottica di maggiori benefici per gli USA che potrebbero derivare dalla sua concretizzazione. Quanto ai rapporti con la Russia dell’Unione Europea molto probabilmente sarà l’Unione ad aver pagato alla fine dei giochi il prezzo più alto. Ciò alla luce delle sanzioni che ad oggi hanno semplicemente frenato l’economia interna e non le bellicosità nei territori orientali dell’Ucraina al confine russo. Certo è che l’arroganza del giorno dopo dimostra dal socialista Schultz non è un buon inizio per le relazioni future. Quel che manca ad ora nell’Unione Europea è un interlocutore con Trump.

RUSSIA – Henry Kissinger nel suo ultimo saggio “World Order” ha criticato aspramente la volontà statunitense di inserirsi oltre la propria area d’influenza, ponendosi con Obama – Clinton al confine tra Russia e Ucraina. La partita ucraina è al centro degli interessi internazionali e come tutte le cosiddette Rivoluzioni Arancioni dovrà necessariamente far i conti con la volontà del tycoon americano di ristabilire dei buoni rapporti con Mosca, anche se in molti scommettono sulla rilevanza che potrebbero ancora assumere le lobbies impegnatesi nella partita. In campagna elettorale più volte Trump ha affermato la volontà di riconoscere l’indipendenza della Crimea e il suo conseguente ingresso nella Federazione Russa.

Ciò non deve far pensare che tra Russia e Stati Uniti d’America si trovi un’intese funzionale, ma certamente si assisterà a una distensione dei rapporti diplomatici e, soprattutto, militari. Nelle mail della Clinton appariva quanto mai chiara l’intenzione di creare una no-fly zone sulla Siria e la massima convergenza con le Monarchie del Golfo. E’ infatti sul fronte della guerra tra Sciiti e Sunniti che si sono registrate le altre tensioni con la Russia, che hanno visto Siria e Yemen interessate da guerre per procura. Guerre per procura che con la nuova amministrazione potrebbero cessare. Potrebbe aprirsi anche un dialogo, ma un’Italia di inizio anni duemila non appare all’orizzonte.

CINA – Nel corso della campagna elettorale Trump ha affermato di voler “Tassare l’export di Pechino fino al 45% e riportare in America i posti di lavoro rubati”. Nonostante ciò, la possibile svolta a sostegno dei lavoratoti americani non andrà mia a imporsi sui rapporti con la Cina e molto probabilmente il rialzo dei dazi sarà, se mai realizzato, imposto a una percentuale ideologica. Xi Jinping, si è congratulato subito con Trump: ricordandogli però la necessità “del rispetto reciproco” e della “collaborazione vantaggiosa per entrambi”. Questo a difesa dell’interesse cinese, che nel ritorno alla produzione negli Stati Uniti d’America, specie nei Key State dove a sorpresa ha vinto il GOP, vede un pericolo da scongiurare. Anche se annoto che come insegnato agli europei dal barone Rothschild chi detiene il denaro, detiene il potere. E la Cina è la prima creditrice dell’immenso debito pubblico a stelle e strisce.

ISRAELE – I rapporti tra Israele e Stati Uniti non sono mai stati così lontani che sotto la Presidenza Obama. L’ex Presidente ha ottenuto nell’accordo sul nucleare iraniano la sua più grande vittoria e, forse, il più grande lascito internazionale assieme a Cuba. Questo, insieme al caos generato dalle Primavere Arabe ha raffreddato i rapporti con Tel – Aviv. In queste ore Israele ha accolto con soddisfazione l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Benyamin Netanyahu ha espresso soddisfazione per il risultato del voto. Trump “è un amico sincero dello stato di Israele. Agiremo insieme per portare avanti la sicurezza, la stabilità e la pace nella nostra regione”, ha detto il premier israeliano. “Il forte legame tra Usa e Israele si basa su valori, interessi e destino comuni. Sono sicuro che Trump ed io – ha concluso – continueremo a rafforzare l’alleanza speciale tra i due Paesi e la eleveremo a nuove vette”. Frasi che non erano mai state pronunciate con la precedente amministrazione. Infatti, la precedente amministrazione nel caos siriano aveva visto rinsaldarsi i rapporti tra Israele e Russia, che nell’ottica di evitare problemi militari, si sono scambiate i codici di riconoscimento nello spazio aereo di Damasco. Infine, l’amicizia tra Trump e Israele è stata confermata uno dei suoi più stretti consiglieri Jason Greenblatt, il quale ha riferito alla Radio militare israeliana che il presidente eletto ” non vede negli insediamenti un ostacolo alla pace”. “Non appartiene certamente alla visione di Trump – ha spiegato – la condanna dell’attività di insediamenti” da parte israeliana.

TURCHIA – Il fallito golpe di luglio ha lasciato un segno indelebile nei rapporti tra la nazione leader della NATO e il secondo contingente della stessa alleanza militare. Appare quasi certo che, visto l’utilizzo di parte dell’esercito da parte dei golpisti, il Dipartimento di Stato americano fosse a conoscenza dei movimenti che stavano interessando la Turchia. Infatti, da quel giorno rapporti amichevoli incessanti hanno visto una pesante battuta d’arresto. Tale battuta d’arresto, non solo ha rinforzato Erdogan, ma oltre ad aver avvicinato Ankara a Mosca, è giunta dopo la ritrovata sintonia con Israele. La notte del fallito golpe, arrestato anche dagli ultras e soprattutto dalle opposizioni, è rimasta indelebilmente nelle mente che ora vuole vendetta di Erdogan. Il presidente turco al neo eletto Trump ha subito detto che: “Se ci consegna Fetullah Gulen, apriremo una nuova pagina delle relazioni tra i nostri due Paesi”. Un avvertimento o speranza a cui al momento nessuno sa dar risposta, se non nel futuro lo stesso Trump.

GRAN BRETAGNA – La Gran Bretagna di Theresa May si è subito accreditata presso Trump. Lo ha fatto forte della Brexit, su cui media e Obama avevano sbagliato previsioni. Lo ha fatto anche nella speranza di ritrovare e risaldare l’eterna alleanza che potrebbe fare fa sponda alle difficoltà trovate dal Regno Unito dopo l’inizio del periodo Brexit in attesa delle procedure di uscita dall’Unione Europea. Con gli Stati Uniti, infatti, la Gran Bretagna condivide da sempre una visione geopolitica specifica e il prossimo disimpegno potrebbe spostare il tipo di approccio americano dall’innercircle ai mari su impostazione prettamente mackinderiana. Ciò favorirebbe anche il ruolo di Londra, che forte del suo Commonwealth auspica il fallimento del TTIP nella speranza di creare il proprio spazio economico privilegiato con Washington.

SUD AMERICA – In molti si stanno chiedendo come si comporterà Trump nei confronti dell’America Latina. Probabilmente come ogni Repubblicano. L’eredità fortunata l e importante di Obama ha notevolmente agevolato il prossimo lavoro del successore, soprattutto dopo la cacciata del blocco sociale dal potere in Brasile e la ritrovata sintonia con Cuba. Restano aperte le questioni Venezuela e Ecuador, paesi chiave dell’America Latina dove nei prossimi mesi sicuramente si assisterà a uno stravolgimento dell’attuale assetto.

ITALIA – La campagna elettorale di una superpotenza dovrebbe esser vissuta e vista con l’occhio dell’osservatore e se in un ruolo di governo l’equidistanza dovrebbe esser la stella Polare. Ciò, non è stata prassi nell’attuale modus operandi del Governo Renzi. Convinti della vittoria della democratica Clinton, cosa non fatta da nessuna compagine governativa, l’Italia si è spesa in maniera ufficiale per la campagna della ex Segretario di Stato. La vittoria di Trump, quanto mai inaspettata, però difficilmente cambierà i rapporti rispetto al passato. Sicuramente è da ridefinirsi il rapporto sulla sicurezza cybernetica, vista la disapprovazione della nomina di Carrai alla speciale Agenzia di Sicurezza Dis (l’organismo di coordinamento dei Servizi segreti) per Palazzo Chigi, preposta ai dati cibernetici, da parte statunitense.

 

Quella di Trump in ottica italiana è però un’occasione sprecata. Infatti, alla luce di un possibile disgelo con Mosca, l’Italia sarebbe potuta essere l’interlocutrice principale, rendendosi nuovamente leader e protagonista mondiale. Non lo ha fatto, perchè la nostra politica estera è condizionata ormai più da Beppe Severgnini che dagli insegnamenti di Enrico Mattei. Pratica di Mare nel 2002 sembra esser solo un lontano ricordo. Ora, se si avesse avuta sensibilità e visione, oggi, Roma poteva essere nuovamente protagonista. Con risvolti e forza da far pesare sull’intera Unione Europea. Non lo ha fatto, poichè non ha più una propria visione geopolitica e questo si riflette anche su sul ruolo di gregario in Europa. Europa che avrebbe un disperato bisogno d’Italia, soprattutto ora che l’America vuol pensare a sé stessa. Ai propri figli e solamente in seconda battuta , alla vecchia mamma.

 

USA 2016: tutto quello che c’è da sapere

Il prossimo gennaio, dopo una interminabile e costosa campagna elettorale, la nazione più potente della terra avrà un nuovo leader. Barack Obama terminerà il suo secondo mandato e verrà succeduto dal 45esimo presidente della storia degli Stati Uniti d’America, vale a dire uno tra Hillary D. R. Clinton e Donald J. Trump. Quando i cittadini statunitensi eleggeranno il loro presidente, non sceglieranno solamente il capo di Stato, ma anche il capo di governo – in quanto gli USA sono una repubblica presidenziale – nonché il comandante in capo del più grande esercito del pianeta. Hanno, in sostanza, una grande responsabilità.
Ma come funzionano le elezioni negli Stati Uniti?

Chi può essere presidente?

Tecnicamente, per correre alla presidenza, bisogna “solamente” possedere la cittadinanza statunitense sin dal momento della nascita, avere almeno 35 anni ed essere stato residente negli States per almeno 14 anni. Sembra facile, no?
In realtà, quasi ogni presidente è stato, prima di ricoprire tale ruolo, un governatore, un senatore o un generale dell’esercito USA.
Il candidato, una volta scelto, viene dunque nominato a rappresentare i partiti repubblicano o democratico nelle elezioni presidenziali.

Chi arriva a essere la scelta presidenziale per ciascuna delle parti?

Il processo, per la scelta di un candidato presidenziale, è lungo e complesso.
In ogni Stato degli USA, a partire dal mese di febbraio, si svolgono una serie di elezioni (le c.d. primarie). Queste determinano chi diventerà in seguito il candidato presidenziale ufficiale di ciascun partito.
Le primarie sono incentrate a vincere più “delegati” in ogni Stato, proporzionalmente alla propria popolazione ed alla propria influenza politica. I delegati sono membri del partito che si impegnano ad appoggiare uno dei candidati alle convention del partito. Più delegati un candidato vince per ogni Stato, più delegati lo appoggeranno durante la convention
La democratica Hillary Clinton ed il repubblicano Donald Trump sono stati ufficialmente nominati dai loro partiti nelle convention del mese di luglio. Questi, hanno inoltre presentato ufficialmente le loro scelte per il vicepresidente: il senatore Tim Kaine della Virginia per la signora Clinton, ed il governatore dell’Indiana Mike Pence per i repubblicani.

Come funziona il voto di novembre?

L’uomo politico con il maggior numero di voti in ogni Stato diventerà il candidato che tale Stato sosterrà poi per la corsa alla presidenza degli Stati Uniti. Quello americano è un sistema elettorale semidiretto. Il cittadino vota, tramite una lista collegata ad un candidato presidente, per eleggere i c.d. Grandi Elettori, i quali formeranno lo United States Electoral College (USEC). Saranno proprio i Grandi Elettori, in seguito, ad esprimere il proprio voto per uno dei candidati alla Casa Bianca, decretando così il presidente degli Stati Uniti.
Lo USEC è composto da 538 Grandi Elettori e, secondo la Costituzione statunitense, per essere eletti presidenti bisogna conquistare la maggioranza assoluta, vale a dire almeno 270 voti.
Tuttavia, non tutti gli Stati federali hanno lo stesso peso politico: la California, per esempio, ha una popolazione 10 volte maggiore del Connecticut. Ecco perché il numero dei Grandi Elettori di uno Stato è proporzionale alla sua popolazione.
Quando i cittadini votano per il loro candidato preferito in realtà votano per i Grandi Elettori, impegnati sostenere il candidato di partito, che a loro volta saranno chiamati a votare per il nuovo inquilino della Casa Bianca.
In quasi ogni Stato americano (tranne nel Nebraska e nel Maine, dove storicamente si vota col sistema proporzionale), il sistema elettorale è un maggioritario secco, noto ai più come il sistema del winner takes it all. Questo sta a significare che il candidato che ottiene la maggioranza dei voti in uno Stato ha diritto ad ottenere tutti i voti di quello Stato.
Nella gara per raggiungere il magic number (270) sono gli Stati indecisi, cioè quelli non storicamente schierati né da una parte né dall’altra, a giocare spesso un ruolo fondamentale.

Cosa sono gli Stati indecisi?

Dunque, abbiamo due candidati, entrambi in corsa per arrivare a 270 grandi elettori attraverso la vittoria dei voti di interi stati. Entrambe le parti sanno di poter confidare sull’esito positivo delle votazioni di determinati stati, grandi e piccoli. I repubblicani, ad esempio, contano sul voto del Texas, pertanto non hanno sprecato i loro fondi in grandi campagne elettorali in quel territorio. Allo stesso modo, la California sarà con molta probabilità uno stato schierato verso i democratici.
Gli altri stati sono considerati gli swing states (gli Stati indecisi), dove il risultato elettorale potrebbe indistintamente andare in entrambe le direzioni. È noto, infatti, che la Florida in particolare, con i suoi 29 voti, ha deciso le elezioni del 2000 a favore di George W. Bush, il quale, nonostante avesse perso il voto popolare a livello nazionale, grazie ai voti del Sunshine State divenne il 43esimo presidente degli USA.
Ciò sta a significare che non è tanto necessario vincere nel maggior numero di stati per essere eletti, quanto invece trionfare in quelli che assegnano il maggior numero di Grandi Elettori.
Altri stati indecisi, oggi, sono l’Ohio, la Virginia, il Colorado, la North Carolina ed il Nevada.

I “grandi” punti di discussione della campagna 2016

Dall’inizio della campagna elettorale Trump è stato avvolto da numerose polemiche. La sua prima “uscita imbarazzante” l’ha avuta quando, durante le prime dichiarazioni in qualità di candidato alla Casa Bianca, l’uomo d’affari di New York ha etichettato gli immigrati messicani come “stupratori e criminali”. La sua candidatura ha ininterrottamente suscitato un ardente scalpore mediatico. Ha attaccato verbalmente un giudice, Miss Universo, un conduttore di Fox News nonché la famiglia musulmana di un soldato caduto. Trump si è inoltre dovuto difendere pubblicamente dalle accuse di non aver pagato le imposte federali per 18 anni e si è dovuto giustificare del fatto di non aver voluto rivelare le sue dichiarazioni dei redditi. Oltre a ciò, poi, ha dovuto prendere le distanze da diverse questioni controverse circa la sua fondazione di beneficienza. L’ultima bomba, del fenomeno mediatico Trump, è esplosa il 7 ottobre scorso con la pubblicazione di un video del 2005, nel quale il tycoon offendeva una donna con insulti a sfondo sessuale. Il furore mediatico che ne è risultato lo ha costretto a chiedere scusa pubblicamente. Questi ed altri comportamenti hanno dissuaso decine di repubblicani dal votare il proprio candidato e convinto gli stessi ad optare per i democratici, innescando così una guerra civile all’interno del loro partito. Tra questi, figurano i nomi illustri dell’ex presidente George W. Bush, dell’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani, dell’ex governatore della California Arnold Schwarzenegger, nonché dei due ex candidati alle primarie repubblicane Marco Rubio e Ted Cruz.

Anche Hillary Clinton, dalla sua, ha avuto i suoi “momenti da dimenticare”. Significativo è stato il danno causato alla sua reputazione dalla questione delle mail segretate. Sono state, inoltre, sollevate perplessità anche circa le donazioni, provenienti dall’estero, alla Clinton Foundation. Ancora, Donald Trump ha puntato le sue accuse su come la Clinton abbia gestito la tematica delle varie relazioni extraconiugali di suo marito Bill. Con WikiLeaks, inoltre, sono state portate alla luce delle mail hackerate, le quali hanno rivelato alcune imbarazzanti conversazioni tra i membri del suo team durante questa campagna elettorale.

Chi ha vinto il secondo dibattito?

Quello dello scorso 9 ottobre, tenutosi a St. Louis, è stato raccontato come uno dei peggiori dibattiti presidenziali di sempre.
La candidata democratica ha incentrato il suo discorso sul video del 2005, in cui sono evidenti i commenti volgari sulle donne da parte di Trump. Il video ha dimostrato, ha detto la Clinton, “chi sia lui esattamente”.
Trump si è invece focalizzato sul passato da avvocato della ex segretaria di Stato, in particolare a quando aveva accettato l’incarico di difendere uno stupratore, nonché sulla scorrettezza sessuale di Bill Clinton, nei confronti della moglie Hillary.
“La signora Clinton dovrebbe finire in prigione a causa dello scandalo riguardante l’uso di un account di posta elettronica privata per le attività ufficiali quando era segretario di Stato” ha, infine, dichiarato il candidato repubblicano.

E il primo?

Il primo dibattito, tenutosi a New York nel settembre scorso, ha visto i due candidati condividere un palco per la prima volta. È stato uno spettacolo che non ha deluso le aspettative.

Trump e Clinton si sono scontrati per 97 minuti, con la democratica che sembrava avesse indossato i panni di Trump, accusandolo a ripetizione di rapinare gli imprenditori, di evitare il pagamento delle tasse federali, di essere un misogino e di promuovere “la razzista, menzogna nazionalista”.
Il newyorkese Trump, dal canto suo, ha sferrato alcuni colpi sugli accordi commerciali della ex senatrice, sulle sue e-mail e sul Medio Oriente, definendola una donna che non è riuscita a raggiungere nessun risultato per la nazione dopo circa trent’anni di carriera politica.

Quali sono i prossimi momenti chiave delle elezioni?

Dopo l’ultimo dibattito, tenutosi a Las Vegas lo scorso 19 ottobre, finalmente l’8 novembre (Election Day) si andrà al voto. Dopodiché, il 20 gennaio 2017, potremmo assistere all’Inauguration Day ovvero il giorno dell’insediamento del nuovo presidente.