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Iran, scommessa atomica

Il prossimo 12 maggio Donald Trump dovrà decidere se rinnovare o meno l’accordo sul nucleare con l’Iran. Lo scorso 29 aprile Emmanuel Macron, Theresa May e Angela Merkel avevano ipotizzato di estendere l’accordo anche alla produzione di missili balistici iraniani. Il presidente sciita Hassan Rohani ha ribattuto poche ore dopo dicendo che il trattato non è negoziabile.

Cosa si giocano l’Iran e i suoi avversari con questo accordo?
La disastrosa invasione dell’Iraq del 2003 e l’intervento in Siria erano stati condotti dagli Stati Uniti per rovesciare i governi di stati canaglia ostili e installare regimi filo-occidentali.
A quindici anni di distanza, il risultato è quello opposto. Gli Stati Uniti sono stati sostanzialmente sconfitti in Iraq, e le formazioni loro alleate vengono soverchiate in Siria. In entrambi i casi, la vincitrice della partita è stata Teheran.
Intervenuto a partire dal 2014 contro l’ISIS, l’Iran ha dispiegato ingenti quantità di uomini e mezzi a sostegno del primo ministro iracheno al-‘Abadi e del presidente siriano al-Assad. Intere brigate di pasdaran sono intervenute in Iraq e la formazione libanese Hezbollah, appoggiata dagli iraniani, sta combattendo al fianco di Assad e dei russi.

In Siria, l’attacco israeliano del 9 aprile e quelli NATO del 14 e 30 aprile sono stati lanciati soprattutto contro caserme e istallazioni gestite da iraniani.

L’Iran sta vincendo questi conflitti e sta allargando in questo modo la propria sfera d’influenza nella regione. I principali avversari dell’Iran nell’area, l’Arabia Saudita e Israele, sono terrorizzati da questi sviluppi. Impantanata in Yemen, l’Arabia Saudita ha tentato una serie di mosse azzardate per fermare l’espansione sciita nell’area.

Dopo aver sostenuto vari gruppi jihadisti nell’area (tra cui lo stesso Stato Islamico), il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman ha anche cercato di far dimettere il primo ministro libanese Saad Hariri lo scorso novembre. Entrambe le manovre sono fallite, e Riyad sta tentando un innaturale riavvicinamento con Israele in funzione anti-iraniana.

Non stupisce quindi che negli Stati Uniti i falchi vogliano contenere questo avversario storico. Tanto più che nell’ottica del Pentagono l’Iran è visto come un cavallo di Troia con il quale Russia e Cina espanderebbero la propria influenza nell’area.

Fin dall’inizio della campagna elettorale, Donald Trump ha lanciato commenti al vetriolo contro l’accordo sul nucleare iraniano, definendolo un atto stupido dell’amministrazione Obama.

L’accordo, però, è stato finora rispettato, e ha impedito all’Iran di costruire la propria prima bomba atomica.

Al di là del giudizio sulle sanzioni in sé (quanto siano efficaci, quanto siano estese, quanto sia giusto far pagare un intero popolo per le scelte del suo governo), il loro aumento spingerà inevitabilmente l’Iran nei mercati di Russia e Cina. E per quanto il danno economico per la teocrazia sciita potrà essere vistoso, i riflessi negativi si avvertiranno anche in Europa e negli USA.

Trump vuole strangolare l’economia iraniana, ma tace sulle eventuali conseguenze di una tale azione. Una repubblica autoritaria potentemente armata, se messa economicamente alle strette, può prendere decisioni avventate. L’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein nel 1990 è l’esempio più recente.

Ma forse Trump vuole esattamente questo: preme per indurre l’Iran a scatenare un conflitto, per poi contrattaccare con l’aiuto di Israele e Arabia Saudita, in nome della stabilità e della democrazia.
Anche per questo Benjamin Netanyahu ha accusato l’Iran di aver iniziato lo sviluppo di armi nucleari (senza però mostrare prove in tal senso). Mentre il nuovo Segretario Generale ONU, Antonio Guterres, ha rivolto un appello a Trump per evitare questa mossa che innescherebbe una guerra in piena regola.

Se questo è il cinico calcolo di Donald Trump, che forse spera di riguadagnare un consenso interno ai minimi termini, dovrà muoversi in fretta. Una volta fuori dall’accordo, l’Iran potrebbe impiegare meno di un anno per ottenere una propria bomba atomica.

A quel punto ogni escalation sarà un azzardo, e Teheran sarà entrata nel club nucleare proprio grazie agli Stati Uniti.

Siria: si avvicina la tempesta

La Siria è prossima a una tempesta portata da venti occidentali. Il presunto attacco chimico di Douma ha cambiato la policy degli Stati occidentali, ricreando livelli di scontro con il governo siriano e i suoi alleati che non si raggiungevano dal segretariato di Stato di Hillary Clinton, durante l’amministrazione Obama.

LA POSIZIONE AMERICANA – Con la sfrenata voglia di un attacco militare da parte francese e il sostegno di Gran Bretagna, l’amministrazione Trump è incerta se scatenare una tempesta di missili sugli obiettivi delle truppe siriane fedeli a Bashar Al-Assad. Il problema ora per il Pentagono e i suoi alleati risiede nel non intaccare in nessun modo siti o obiettivi russi. Qualora dovesse esserci il minimo errore si rischierebbe di arrivare a un’escalation di difficile risoluzione. Al Pentagono si attende solo l’ordine di Donald Trump, che intanto ha avvertito Mosca con una sorta di dichiarazione di guerra via Twitter: “La Russia si prepari, i nostri missili stanno arrivando, belli, nuovi e ‘intelligenti’!“. Immediata la risposta: “I missili li usino contro i terroristi”.  Poi insinua che il vero intento Usa sia bombardare per “cancellare le tracce” di quanto realmente accaduto a Douma.

In serata la Casa Bianca ha chiarito che il presidente Donald Trump non ha stabilito un calendario per l’azione in risposta a un presunto attacco chimico in Siria, nonostante la sua nota su Twitter. La portavoce della Casa Bianca Sarah Sanders ha detto che Trump aveva una serie di opzioni, non solo militari, che tutte le opzioni sono ancora sul tavolo e sta valutando come rispondere.

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E’ certo che in ogni caso gli statunitensi dovranno ormai praticare un’opzione militare la cui portata farà comprendere il ruolo e il livello di scontro che sono pronti e intenzionati a sostenere nella difficile partita siriana.

LA POSIZIONE DELL’EX CAPO CIA – Nel dibattito di questi giorni è intervenuto stamane (ora italiana ) sulle tensioni  tra Usa e Mosca Mike Pompeo dichiarando che “la politica soft verso la Russia è finita”.

Il segretario di Stato Usa: “Abbiamo imposto sanzioni dure ed espulso più diplomatici russi e agenti segreti dagli Usa che in ogni altra epoca sin dalla guerra fredda”. “La strategia per la sicurezza nazionale di Trump, giustamente, ha identificato la Russia come un pericolo per il nostro Paese”.

“La lista delle azioni di questa amministrazione per aumentare il costo per Vladimir Putin – osserva il capo della Cia uscente – è lunga. Stiamo ricostruendo il nostro già forte esercito e rifinanziando il nostro deterrente nucleare. Abbiamo imposto sanzioni dure ed espulso più diplomatici russi e agenti segreti dagli Usa che in ogni altra epoca sin dalla guerra fredda”.

FRANCIA E GRAN BRETAGNA – Le regine del Vecchio Mondo sono partecipi a un rinnovato dinamismo, soprattutto francese che dal 2011 con i bombardamenti in Libia è tornata a volersi imporre, con un sostegno incondizionato a Washington. Noto però come siano gli Stati Uniti d’America a guidare in maniera più coerente e ragionata la coalizione rispetto la propensione all’utilizzo delle armi da parte anglo-francese. Dirigenti dell’amministrazione Trump stanno discutendo con dirigenti di Francia e Gran Bretagna per una possibile risposta militare comune. Lo riferisce l’Ap citando dirigenti americani, secondo cui gli alleati stanno valutando di lanciare un attacco militare entro fine settimana. Il presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato che la Francia

“annuncerà le sue decisioni nei prossimi giorni. In nessun caso le decisioni che prenderemo avrebbero tendenza a colpire alleati del regime o colpire chicchessia, ma saranno mirate alle capacità chimiche del regime”. Macron dà per scontato che ci sarà un’operazione militare.

“L’uso continuo di armi chimiche non può restare senza risposta” ribadisce la premier britannica Theresa May. “Se il regime americano e i suoi alleati francesi e britannici ritengono che le loro azioni e dichiarazioni fermeranno la lotta terrorismo in Siria si illudono poiché lo Stato siriano continuerà a lottare contro il terrorismo qualunque sia la loro reazione”, è quanto afferma una fonte del ministero degli Esteri siriano. In nottata arriva anche la notizia di un dispiegamento di sottomarini verso la Siria, nel raggio d’azione missilistico. Lo sostiene il Daily Telegraph sottolineando, come anche altri media britannici, che la May sarebbe pronta ad un attacco missilistico congiunto con gli Usa senza passare per il Parlamento.

LA POSIZIONE RUSSA – Se precedentemente il Presidente Trump aveva affermato nella giornata di lunedì una ferma risposta in massimo 48 ore, il quadro degli eventi si è modificato data la presa di posizione della Russia. I membri del Cremlino hanno risposto duramente sia durante la riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite lo scorso lunedì che nelle successive dichiarazioni.

Al momento sono solamente quattro le unità di superficie russe con capacità di combattimento ora presenti nel Mediterraneo: un Cacciatorpediniere classe Khasin “Smetlvy”, due fregate classe Grigorovich (adm. Grigorovich- adm. Essen) e, infine, una corvetta lanciamissili classe Krivak.

La Russia sostiene che l’attacco chimico segnalato in Siria domenica scorsa, in quel di Douma, sarebbe stato organizzato dai cosiddetti “white elmets“, una ONG finanziata dagli Stati Uniti. Ai microfoni di EuroNews, l’ambasciatore della Russia presso l’UE Vladimir Chizov, ha dichiarato: “Gli specialisti militari russi hanno visitato la regione, hanno camminato su quelle strade, sono entrati nelle case, hanno parlato con medici locali e visitato l’unico ospedale funzionante di Douma, compreso il suo seminterrato dove si è riferito che montagne di cadaveri si accumulano. Non c’era un solo cadavere e nemmeno una singola persona è entrata in terapia dopo l’attacco”.

 

LA SITUAZIONE SUL CAMPO – In Siria il regime di Bashar al-Assad ha innalzato la bandiera governativa nella città di Douma, ultima roccaforte ribelle nell‘enclave orientale di Ghouta, conquistando l’intera area. “Un evento importante per la storia della Repubblica araba di Siria si è verificato oggi: la bandiera del governo siriano è stata issata su un edificio nella città di Douma e segna il controllo di questo località e quindi della Ghouta orientale nella sua interezza”, ha detto il generale russo Yevgeny Yevtushenko, citato dalle agenzie russe.  La televisione russa ha mostrato le immagini della bandiera rossa, bianca e nera con due stelle verdi, appesa a un edificio, mentre la folla esultava tra gli edifici danneggiati.

I COMMENTI IN ITALIA – Da registrare come monito le parole di Paolo Magri, presidente dell’Istituto per gli studi di Politica Internazionale, che nell’ambito di Agorà, in onda su Rai 3, in riferimento alle accuse lanciate contro il governo guidato da Bashar al-Assad spiega:

«Nessuno ha prove certe, siamo in una propaganda di guerra e le immagini possono essere montate. Non sappiamo se siano state usate armi chimiche». 

Paolo Magri che ci appare un gigante mentre SkyTg24 e i Telegiornali Rai parlano di responsabilità di Damasco senza un minimo di analisi e di corrispondenza con i documenti ufficiali. Ciò senza che qui non si voglia in alcun modo avallare l’una o l’altra tesi senza che vi sia chiarezza da parte dell’unica istituzione terza ossia le Nazioni Unite, alle quali ancora non è stato permesso di agire sul campo.

Prove o non prove resta certa la paura per un attacco, spinto anche dai media di area progressista, i cui esiti appaiono incerti e potrebbero farci ritrovare a una ” nuova crisi cubana ” nel XXI secolo. Servirebbe attenzione e soprattuto ricordarsi che nel pantano i primi e unici a soffrire sono i Siriani. Una primavera che non è stata araba e che rischia di trasformarsi in inverno.

La guerra commerciale tra America e Cina

La guerra commerciale instauratasi tra l’America di Trump e la Cina appare esser solo all’inizio. Il presidente Trump si sta rivelando un uomo di parola e alle promesse elettorali della campagna del 2016 sta facendo seguire i fatti. Corretti o meno che siano, dall’abbattimento delle tasse alla limitazione dei visti per alcuni Paesi musulmani, nulla al momento sembra poter fermare il raggio d’azione del presidente statunitense.

DAZI E CONTROMISURE DI PECHINO – La guerra commerciale dell’America alla Cina vede oltre 1.300 beni, importati da Pechino, subire nelle prossime settimane un incremento di tassazione del 25 per cento, per un totale di 50 miliardi di dollari. La guerra dei dazi con cui il presidente Usa Donald Trump vorrebbe blindare la produzione Usa prosegue, e il governo cinese ha annunciato misure simmetriche, nonché un ricorso alla Wto.

Da prinicipio Washington, al fine di agevolare alcuni Stati fondamentali della federazione passati con le presidenziali ai Repubblicani, ha introdotto una tassa del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio importato negli Usa.

Per alcuni analisti il motivo che si nasconde dietro una scelta senza precedenti, pensata dalla Casa Bianca, è di denunciare il surplus della Cina verso gli Usa che si attesta intorno ai 300 miliardi, pari al 65% del totale.

Di sicuro Pechino non è restata a guardare e ha risposto con l’applicazione di dazi del 15 per cento a 120 categorie di beni tra cui generi alimentari.

IL RUOLO DELL’UNIONE EUROPEA – E’ chiaro che si trovi nel mezzo della partita giocata tra Washington e Pechino anche Bruxelles, che se da un lato subisce essa stessa il surplus commerciale della Cina, dall’altro teme di poter esser risucchiata in una guerra commerciale senza regole. L’Europa un po’ minaccia, un po’ trema, soprattutto per quanto riguarda la Germania, prima vittima delle turbolenze su prodotti come l’acciaio.

Dazi Usa: Ue, no a guerra commerciale ma risponderemo a Trump 

La commissaria al Commercio, Cecilia Malmstrom, al termine del Collegio dei Commissari a Bruxelles che ha esaminato la decisione dell’amministrazione Trump di introdurre dazi su alluminio e acciaio ha dichiarato che:

“Una guerra commerciale tra Europa e Usa non è nell’interesse di nessuno, ci sono solo perdenti in una guerra commerciale”, ma “se gli Stati Uniti continueranno su questa strada, l’Unione europea reagirà in maniera proporzionata e equilibrata per proteggere i posti di lavoro e l’industria europea”.

 “Non vogliamo procedere a una escalation, ma non possiamo restare con le mani in mano se delle misure così gravi venissero attuate danneggiando l’economia europea”, ha detto Malmstrom.

E L’ITALIA? – Discorso differente per l’Italia, la quale dalla guerra commerciale potrebbe guadagnare quasi un miliardo di euro nei prossimi due anni. Mentre per l’Europa si parla di un bottino aggiuntivo compreso tra i 3,9 e i 7 miliard, con problematiche per alcuni segmenti industriali del centro continente. A fare i calcoli è  stato il capo ricerca macroeconomica di Allianz e chief economist di Euler Hermes il dottore Ludovico Subran. Al momento quindi quelle che giungono dal rapporto teso tra Pechino e Washington sono buone notizie per l’Europa.

 

WTO: ESSERE O NON ESSERE? –  Sicuramente meno rassicuranti per il WTO he è alla sua prima grande prova dalla sua fondazione, e dovrà dimostrare se essere un vero player geoeconomico o di restare un organismo di studio. Infatti al pari delle altre organizzazioni internazionali, l’OMC non ha un effettivo e significativo potere per sostenere le proprie decisioni nelle dispute fra paesi membri: qualora un paese membro non si conformi ad una delle decisioni dell’organo di risoluzione delle controversie internazionali costituito in ambito WTO quest’ultimo ha la possibilità di autorizzare delle “misure ritorsive” da parte del paese ricorrente, ma manca della possibilità di adottare ulteriori azioni ritorsive; ciò comporta, ad esempio, che i paesi ad economia maggiormente sviluppata e solida possono sostanzialmente ignorare i reclami avanzati dai paesi economicamente più deboli dal momento che a questi ultimi semplicemente mancano i mezzi per poter porre in atto delle “misure ritorsive” realmente efficaci nei confronti di un’economia fortemente più solida che obblighino quindi il paese verso il quale il reclamo è indirizzato a cambiare le proprie politiche; un esempio di tale situazione è rintracciabile nella controversia DS 265 che ha dichiarato illegali i sussidi statunitensi alla produzione del cotone. Sempre gli USA di mezzo per il WTO, ma questa volta Ginevra avrà effettivo potere su uno Stato (realmente) sovrano come gli Stati Uniti d’America?

Il ritorno della Swedish House Mafia

La scorsa notte a sorpresa ha fatto ritorno a sorpresa la Swedish House Mafia durante l’Ultra Festival di Miami.

IT WAS TIME

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Il ritorno della Swedish House Mafia, gruppo simbolo del genere musicale EDM, era nell’aria da lungo tempo. Già nel 2016 Axwell aveva mostrato la sua disponibilità a ricostituire il gruppo. Miami per settimane è stata al centro di un’azione di street marketing che ha visto le strade della città simbolo della Florida riempirsi di stencil con il logo del trio svedese. Il gruppo di dj è composto da Axwell, Sebastian Ingrosso e Steve Angello.

La scelta dell’Ultra Festival non è stata casuale. Fu il 23 giugno 2012 quando il gruppo annunciò il proprio scioglimento, con un comunicato sul loro sito ufficiale che sarebbe avvenuto nel 2013 giunto al termine l’ultimo tour chiamato One Last Tour. Tour entrato nella storia della musica elettronica con 50 concerti in 26 Paesi che riuscì a vendere più di un milione di biglietti in una sola settimana.

Si sciolsero in occasione dell’ultima giornata dell’Ultra Music Festival, il 24 marzo 2013. Per tornare ad esibirsi hanno scelto il giorno successivo del calendario, ossia il 25 marzo 2018.

Un ritorno di cui l’EDM aveva un disperato bisogno, proprio quando sembrava esser destinata al tramonto.

Afghanistan: la vittoria è dei Talebani

Nel 2018 la vittoria in Afghanistan è dei Talebani. Ma, la storia del processo afgano ha una genesi lontana.

E’ l’11 settembre del 2001 quando il mondo cambia per sempre e l’occidente inizia a familiarizzare con un Paese lontano, fisicamente e culturalmente da esso.

Pochi mesi e l’Alleanza Atlantica inizierà la conquista dell’Afghanistan al fine di sconfiggere i Talebani e l’estremismo islamico, un tempo alleato in chiave anti-sovietica. Storicamente l’Afghanistan è sempre servito a tener a riparo da uno scontro diretto occidente e oriente, nacque al fine di non far confinare le Indie Britanniche con i possedimenti dello Zar. Dopo anni di guerra, bagnata anche dal sangue di alcuni nostri militari, è avvenuta un’apertura che ha il sapore di un evento storico.

La scorsa settimana il presidente afghano, Ashraf Ghani, ha offerto ai Talebani, la proposta che prevede una tregua in cambio del riconoscimento politico. Sì, poiché migliaia di morti, attentati e bombe non hanno risolto pressoché nulla. La realtà effettuale è sempre differente dalla politica programmatica. L’Afghanistan pretende la Pace e, soprattutto, la merita. Così, come una resa dal sapore vietnamita, si è inaugurata la stagione del “Processo di Kabul” davanti ai delegati di 25 Paesi e organizzazioni internazionali.

Come Henry Kissinger insegna la realpolitik è il più utile e, probabilmente, efficace esercizio per la stabilità globale. Il presidente Ghani ha dichiarato che “la pace non può essere raggiunta senza i Talebani“, ammettendo di fatto la sconfitta delle politiche occidentali volte a trovare una strada alternativa alla riconciliazione nazionale. Includere i Talebani in un processo di pace è un azzardo politico, ma al tempo stesso un bagno di realtà.

Le proposte ai Talebani per la partecipazione al Processo di Kabul sono le seguenti: il rilascio di un certo numero di prigionieri; la garanzia di un cessate-il-fuoco; l’assegnazione di passaporti per i combattenti e le loro famiglie; la creazione di un ufficio che si occupi di amnistiare i leader dell’organizzazione, togliendo loro le sanzioni e cancellandoli dalle liste dei terroristi. Ma soprattutto, c’è l’apertura alla revisione della Costituzione.

“Stiamo facendo quest’offerta senza precondizioni, nell’ottica di arrivare a un accordo di pace”, ha affermato il presidente Ghani, che ha aggiunto come “l’obiettivo è quello di attirare i Talebani, come organizzazione, nei colloqui”.

I Talebani la vittoria se la sono meritata sul campo si direbbe commentando una partita di calcio. Si deve partire dalla constatazione che le forze armate afghane hanno subito in totale oltre 14 mila perdite, tra morti e feriti. E sono già quasi 400 le vittime nei primi due mesi del 2018. Tutto ciò, mentre i Talebani mantengono il controllo totale o parziale di circa metà dell’intero territorio, grazie a una forza operativa che oggi è stimata intorno alle 50 mila unità, solo per citare i combattenti. Inutile fornire i dati sulla sofferenza della popolazione che al momento paga il tributo più altro al mondo per i sacrifici sopportati negli ultimi quarant’anni.

Va annotato, come l’oppio dei popoli sia stato negli anni ottanta la maledetta “dea eroina”. Una droga amata dalle generazioni della post-contestazione, il cui traffico è stato favorito da molte agenzie governative occidentali al fine di sostenere la lotta contro i Sovietici.

A oggi la produzione di oppio ed eroina rappresenta il più florido mercato dell’Afghanistan e probabilmente il suo più grave problema interno. Per capire l’entità del problema, secondo l’ultimo rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro il traffico di droga e la criminalità organizzata (UNDOC), si è passati dalla produzione di 4.800 tonnellate di oppio del 2016 alle oltre 9.000 tonnellate del 2017, segnando un incremento dell’87%.

Per comprendere questo mercato florido, inscalfibile e globale bisogna prendere ad esempio la Famiglia Giuliano a Napoli nel dopo guerra e i clan mafiosi americani legati alle famiglie palermitane. E’ doveroso citare la rete degli Haqqani. Essi, sono il più potente clan tribale afghano, vicini agli stessi Talebani e nati come clan familistico di tipo mafioso-religioso. Si ritiene che la loro rete possa contare su una struttura militare che è stata in grado di fronteggiare gli eserciti più preparati e capaci al mondo senza l’ausilio dei Talebani o AlQaida.

Fin dal 2001 era chiaro ai più che senza alternativa all’oppio la guerra l’occidente non l’avrebbe mai vinta. E così è stato. Afghanistan: soffia bandiera bianca.

Petrolio – Gli USA sorpassano l’Arabia Saudita

Gli Stati Uniti d’America, grazie alla tecnologia sviluppata nello shale oil, hanno superato la produzione petrolifera dell’Arabia Saudita. Il primo articolo di questo magazine e di questa rubrica parlava del radioso futuro della produzione petrolifera statunitense. Per shale oil, in italiano olio di scisto o petrolio di scisto, s’intende un petrolio non convenzionale prodotto dai frammenti di rocce di scisto bituminoso mediante i processi di pirolisi, idrogenazione o dissoluzione termica. Questi processi convertono la materia organica all’interno della roccia (cherogene) in petrolio e gas. Il petrolio risultante può essere usato immediatamente come combustibile o arricchito per soddisfare le specifiche delle materie prime delle raffinerie.

SORPASSO USA E INDIPENDENZA ENERGETICA – Il sorpasso nei confronti di Riad era previsto da parte di Washington nell’attuale produzione mese di febbraio, ma grazie al raggiungimento di una produzione pari a 10 milioni di barili al giorno, ciò è accaduto a novembre 2017. Un sorpasso che vede un continuum decisionale, anche a livello politico e strategico, tra l’amministrazione Trump e quelle passate di Barack Obama. Era dai tempi della Guerra Fredda, nel 1970, che gli Stati Uniti d’America non estraevano tanto greggio. Per precisione l’output ha raggiunto i 10,038 mbg, stando ai dati forniti dalll’Energy Information Administration (Eia), che rende conto al dipartimento dell’Energia.

Si deve evidenziare come il picco attuale raggiunto della produzione statunitense negli ultimi dieci anni rappresenti un deciso cambiamento per un Paese che per decenni è stato il più grande importatore mondiale di greggio. Ruolo che ne ha condizionato spesso geopolitica e innalzato a testo vangelico l’insegnamento di Nicholas John Spykman. Ciò non solo ha ribaltato il preconcetto che vedeva Washington destinata a un futuro dipendente dalle forniture estere, ma ha anche potenziato l’economia statunitense, creando decine di migliaia di posti di lavoro.

MOSCA E RIAD CHE FANNO? – Va annotato che il sorpasso nei confronti di Riad non preoccupa gli altri due grandi player della geoeconomia pertrolifera mondiale. Primariamente si segnala piena coscienza e previsione della corsa statunitense da parte di Sauditi e Russi, i quali stanno tagliando volontariamente l’output. Il nuovo patto Opec Plus dello scorso dicembre, che vede sedersi la potenza russa accanto a quella Sunnita, ha esplicitamente affermato e sottoscritto una politica di produzione energetica tesa a un rallentamento della produzione per far in modo che il prezzo del greggio si mantenga stabilmente su alti livelli. La cosiddetta l’Opec Plus continuerà a tagliare la produzione, fino al termine del 2018 e se necessario anche oltre. L’obiettivo economico è quello di assicurare il settore nel lungo termine e gli agenti finanziari. Portando linfa vitale al settore di sviluppo tecnologico nei paesi. Infine, l’obiettivo interno per Mosca è compensare le sanzioni, degli indipendenti Usa e dipendenti energeticamente Unionisti Europei, grazie alla produzione di greggio. Ben si ricorda Putin i problemi di austerità legati alla crisi del prezzo del greggio.

E’ certo che l’alleanza petrolifera sia vincente. Infatti, nonostante i minori volumi di greggio, secondo l’Agenzia internazionale per l’energia, i Paesi Opec avrebbero guadagnato 362 milioni di dollari in più al giorno nel 2017.

 

LA BCE GUARDIANA DELL’UE – Utilizzando la risultante del grafico posto al di sotto del paragrafo si evidenzia il successo nell’ultima decade dello shale oil statunitense. Sebbene sia lontano dalle competenze di gestione dell’autorità di vigilanza e gestione monetaria europea, l’andamento del prezzo petrolifero rappresenta una variabile discostante che influenza fortemente l’andamento dell’inflazione. Ciò aiuta a comprendere il motivo per cui l’istituto di Francoforte guidato da Mario Draghi abbia dedicato recentemente un approfondimento nel suo ultimo bollettino economico alla produzione petrolifera del Paese guidato da Trump. L’Unione Europea, nonostante le farneticazioni ideologiche, vede un fortissimo contrasto tra Francia e Italia in Libia e in ogni contesto di approvvigionamento petrolifero.

Shall Oil Usa - BCE

Ora, quel che resta dalla presente analisi è un quadro globale che vede le grandi potenze petrolifere e geopolitiche sorridere agli attuali livelli di produzione petrolifera e il resto del mondo arrancare dietro le decisioni dietro le grandi potenze.

Le nomination ai Grammy Awards 2018

Grammy Awards 2018, sono appena state svelate le nomination al premio musicale maggiormente ambito. La cerimonia della sessantesima edizione dei premi più importanti della discografia mondiale si terrà il 28 gennaio al Madison Square Garden di New York.  Originariamente chiamato Gramophone Award, è presentato dalla National Academy of Recording Arts and Sciences (detta anche Recording Academy), una associazione di artisti e tecnici statunitensi coinvolti nell’industria musicale.

Ecco l’elenco delle nomination che vede Jay-Z, Bruno Mars e Lorde tra i favoriti.

Registrazione dell’anno:

“Redbone” — Childish Gambino

“Despacito” — Luis Fonsi and Daddy Yankee featuring Justin Bieber

“The Story of O.J.” — Jay-Z

“HUMBLE.” — Kendrick Lamar

“24K Magic” — Bruno Mars

Album dell’anno:

“Awaken, My Love!” — Childish Gambino

“4:44” — Jay-Z

“DAMN.” — Kendrick Lamar

“Melodrama” — Lorde

“24K Magic” — Bruno Mars

Canzone dell’anno:

“Despacito” — Ramón Ayala, Justin Bieber, Jason “Poo Bear” Boyd, Erika Ender, Luis Fonsi and Marty James Garton (Luis Fonsi and Daddy Yankee featuring Justin Bieber)

“4:44” — Shawn Carter and Dion Wilson (Jay-Z)

“Issues” — Benny Blanco, Mikkel Storleer Eriksen, Tor Erik Hermansen, Julia Michaels and Justin Drew Tranter (Julia Michaels)

“1-800-273-8255” — Alessia Caracciolo, Sir Robert Bryson Hall II, Arjun Ivatury and Khalid Robinson (Logic featuring Alessia Cara and Khalid)

“That’s What I Like” — Christopher Brody Brown, James Fauntleroy, Philip Lawrence, Bruno Mars, Ray Charles McCullough II, Jeremy Reeves, Ray Romulus and Jonathan Yip (Bruno Mars)

Miglior artista esordiente:

Alessia Cara

Khalid

Lil Uzi Vert

Julia Michaels

SZA

Migliore Performance Pop solista:

“Love So Soft” — Kelly Clarkson

“Praying” — Kesha

“Million Reasons” — Lady Gaga

“What About Us” — Pink

“Shape of You” — Ed Sheeran

Migliore  Performance Pop gruppo:

“Something Just Like This” — The Chainsmokers and Coldplay

“Despacito” — Luis Fonsi and Daddy Yankee featuring Justin Bieber

“Thunder” — Imagine Dragons

“Feel It Still” — Portugal. The Man

“Stay” — Zedd and Alessia Cara

Miglior Album Pop

“Kaleidoscope EP” — Coldplay

“Lust for Life” — Lana Del Rey

“Evolve” — Imagine Dragons

“Rainbow” — Kesha

“Joanne” — Lady Gaga

“÷” — Ed Sheeran

Miglior album elettronica 

“Migration” — Bonobo

“3-D the Catalogue” — Kraftwerk

“Mura Masa” — Mura Masa

“A Moment Apart” — Odesza

“What Now” — Sylvan Esso

Miglior Performance Rock

“You Want It Darker” — Leonard Cohen

“The Promise” — Chris Cornell

“Run” — Foo Fighters

“No Good” — Kaleo

“Go to War” — Nothing More

Best Alternative Music Album

“Everything Now” — Arcade Fire

“Humanz” — Gorillaz

“American Dream” — LCD Soundsystem

“Pure Comedy” — Father John Misty

“Sleep Well Beast” — The National

Best Urban Contemporary Album

“Free 6lack” — 6lack

“Awaken, My Love!” — Childish Gambino

“American Teen” — Khalid

“CTRL” — SZA

“Starboy” — The Weeknd

Best Rap Performance

“Bounce Back” — Big Sean

“Bodak Yellow” — Cardi B

“4:44” — Jay-Z

“HUMBLE.” — Kendrick Lamar

“Bad and Boujee” — Migos featuring Lil Uzi Vert

Best Rap Album

“4:44” — Jay-Z

“DAMN.” — Kendrick Lamar

“Culture” — Migos

“Laila’s Wisdom” — Rapsody

“Flower Boy” — Tyler, the Creator

Best Country Solo Performance

“Body Like a Back Road” — Sam Hunt

“Losing You” — Alison Krauss

“Tin Man” — Miranda Lambert

“I Could Use a Love Song” — Maren Morris

“Either Way” — Chris Stapleton

Best Country Song

“Better Man” — Taylor Swift (Little Big Town)

“Body Like a Back Road” — Zach Crowell, Sam Hunt, Shane McAnally and Josh Osborne (Sam Hunt)

“Broken Halos” — Mike Henderson and Chris Stapleton (Chris Stapleton)

“Drinkin’ Problem” — Jess Carson, Cameron Duddy, Shane McAnally, Josh Osborne and Mark Wystrach (Midland)

“Tin Man” — Jack Ingram, Miranda Lambert and Jon Randall (Miranda Lambert)

Best Jazz Vocal Album

“The Journey” — The Baylor Project

“A Social Call” — Jazzmeia Horn

“Bad Ass and Blind” — Raul Midón

“Porter Plays Porter” — Randy Porter Trio with Nancy King

“Dreams and Daggers” — Cécile McLorin Salvant

Best Jazz Instrumental Album

“Uptown, Downtown” — Bill Charlap Trio

“Rebirth” — Billy Childs

“Project Freedom” — Joey DeFrancesco and the People

“Open Book” — Fred Hersch

“The Dreamer Is the Dream” — Chris Potter

Best Latin Pop Album

“Lo Único Constante” — Alex Cuba

“Mis Planes Son Amarte” — Juanes

“Amar y Vivir en Vivo Desde la Ciudad de México, 2017” — La Santa Cecilia

“Musas (Un Homenaje al Folclore Latinoamericano en Manos de los Macorinos)” — Natalia Lafourcade

“El Dorado” — Shakira

Best Latin Rock, Urban or Alternative Album

“Ayo” — Bomba Estéreo

“Pa’ Fuera” — C4 Trío and Desorden Público

“Salvavidas de Hielo” — Jorge Drexler

“El Paradise” — Los Amigos Invisibles

“Residente” — Residente

Producer of the Year, Non-Classical

Calvin Harris

Greg Kurstin

Blake Mills

No I.D.

The Stereotypes

Gli USA abbandonano l’UNESCO

La decisione è giunta solamente quest’oggi, ma da almeno un lustro il rapporto tra Stati Uniti d’America e Unesco si era inclinato. Quest’oggi tramite notificazione, avente quindi forza di atto ufficiale, il Dipartimento di Stato americano ha annunciato all’organismo delle Nazioni Unite la sua uscita da membro dell’organizzazione. Per il Dipartimento di Stato statunitense è :

“Fondamentale riformare l’organizzazione. Gli Usa manterranno lo status di osservatori, fornendo un contributo di visione, prospettiva ed esperienza”. 

L’UNESCO è un’agenzia specializzata delle Nazioni Unite creata con lo scopo di promuovere molteplici e differenti attività tra cui: la pace e la comprensione tra le nazioni con l’istruzione, la scienza, la cultura, la comunicazione e l’informazione per promuovere “il rispetto universale per la giustizia, per lo stato di diritto e per i diritti umani e le libertà fondamentali” quali sono definite e affermate dalla Carta dei Diritti Fondamentali delle Nazioni Unite.

IL MOTIVO DEL RITIRO – Dietro la decisione degli USA vi sarebbe l’accusa nei confronti dell’UNESCO di «inclinazioni anti israeliane». Washington – ha affermato la portavoce del Dipartimento di Stato americano, Heather Nauert – sostituirà la propria rappresentanza attuale con una «missione di osservatori».

A spingere Washington alla clamorosa mossa vi sono due importanti motivi. Il primo motivo che ha spinto la più grande potenza al mondo fuori dall’agenzia delle Nazioni Unite è dovuta al recente Congresso di Cracovia dell’organizzazione. Inoltre la risoluzione dello scorso luglio ha negato la sovranità di Israele sulla città di Gerusalemme vecchia e Gerusalemme est. A Cracovia l’Unesco aveva dichiarato che Israele è una «potenza occupante». In precedenza era stato negato il legame culturale tra Israele e il Muro del Pianto. Sempre a Cracovia era stato riconosciuto quale «patrimonio dell’umanità» il sito della tomba dei Patriarchi a Hebron, definito tuttavia «sito palestinese».

E’ dal 2011, quando la Palestina divenne membro dell’organizzazione dell’Onu, che gli Stati Uniti hanno smesso di finanziarla pur mantenendo un ufficio nel quartier generale di Parigi. Intanto a Parigi si sta votando in questi giorni per eleggere il nuovo direttore generale. Per ora sono rimasti in lizza due soli candidati che sono pari a livello di preferenze: l’ex ministro della cultura francese Audrey Azoulay e il suo omologo del Qatar Hamad Bin Abdulaziz Al-Kawari su cui Israele ha già espresso le proprie preoccupazioni.

SFIDA PER LA PRESIDENZA  – E’ nella “Questione Qatar” che si concentra il secondo motivo che ha portato alla clamorosa decisione di Washington. L’esito della votazione per la Presidenza potrebbe arrivare entro le prossime ventiquattrore. L’organizzazione fin dal 1945, la poltrona di leader dell’Unesco è stata occupata da europei, americani, un asiatico e un africano, e ora i Paesi arabi ritengono che sia arrivato il loro turno, tanto da schierare quattro pretendenti in lizza: oltre a Qatar ed Egitto, anche Libano e Iraq, che però alla fine ha ritirato la sua candidatura. L’Unesco è la prima organizzazione Onu ad aver ammesso la Palestina come Stato membro, nell’ottobre 2011, suscitando l’ira e lo stop dei finanziamenti da parte di Usa e Israele.

UNESCO IN CRISI FINANZIARIA? Il candidato qatarino Hamad al-Kawari, nel presentare la sua candidatura ha dichiarato che «Non vengo a mani vuote».

Come a sottintendere che Qatar è pronto a farsi carico del baratro di bilancio provocato dallo stop ai contributi di Stati Uniti e Giappone. Da soli gli Usa rappresentavano il 20% del bilancio dell’Unesco. Senza contare la ritorsione del Giappone, il secondo finanziatore più importante, che ha rifiutato di pagare la sua quota 2016 in seguito all’iscrizione, nel 2015, nel registro della memoria mondiale, del Massacro di Nankin, perpetrato dall’esercito imperiale giapponese nel 1937. Qatar che sta lottando per affermarsi come Potenza Regionale con azione globale, proprio nel mentre è stato accusato da Arabia saudita e alleati del Golfo di sostenere il terrorismo jihadista. Più che per la galassia jihadista si sottolinea che le Monarchie del Golfo non ne hanno apprezzato il dialogo con l’Iran sciita e soprattutto il forte legame con la Turchia.

Gli Stati Uniti d’America stanno, nel bene o nel male del vostro giudizio, riportando al centro del dibattito il peso del loro ruolo di Paese leader del mondo. E per farlo, dopo la NATO, ricordano al mondo che a sostenere organizzazioni e progetti ci sono i loro dollari e apparati. Un messaggio chiaro da chi non possiede più la pazienza di caricarsi sulle spalle le scelte dell’intero blocco occidentale.

La razionale strategia di Kim Jong-un

Kim Jong-un è un personaggio da molti deriso e non preso sul serio, ma le sue azioni rivelano un’estrema razionalità. Il riso che provoca in molti occidentali risiede nel non aver ancora appreso l’insegnamento di Montesquie contenuto in “Lettere Persiane”. Opera pubblicata anonimamente nel 1721 ad Amsterdam racconta lo scambio epistolare fra due persiani che viaggiano in Europa, Usbeck e Rica. Questo saggiò offrì a Montesquieu l’espediente per pubblicare, in forma di lettere, brillanti saggi nei quali la società e le istituzioni (francesi innanzi tutto), sono descritte secondo moduli relativisti, adottando il punto di vista di esponenti di una cultura diversa da quella europea. Con satira sferzante, vi si traccia un quadro disincantato dell’assolutismo francese. Ora basta ribaltare i ruoli e all’appellativo “francese” sostituire “occidentale”.

E’ nella relatività dei costumi teorizzata e portata alla luce da Montesquie che s’insidia l’incapacità occidentale di saper riconoscere l’estrema e lucente accuratezza del programma di Kim Jong-un. Allo stesso tempo e modo l’opinione pubblica occidentale non è in alcun modo capace di declinare l’enorme pericolosità delle armi a disposizione del dittatore nordcoreano. Guida suprema della Repubblica Popolare Democratica di Corea, Kim Jong-un ha studiato alla Scuola Inglese Internazionale di Berna sotto pseudonimo e secondo un suo ex cuoco personale, Kim Jong-un sa parlare coreano, inglese, francese e tedesco.

Nell’ultimo anno è particolarmente cresciuta la capacità militare e tecnologica della Corea del Nord, dai test missilistici fino al possedimento della fatidica bomba H, il paese asiatico si è reso protagonista di una forte accelerazione. Un’accelerazione della produzione e capacità tecnico militare che prosegue il solco dinastico a comando della Corea del Nord da decenni.

Seguendo il tratto di conoscenza della società per la comprensione di un popolo, come l’insegnamento di Montesquie richiede, diviene essenziale lo studio dei fondamentali della società nordcoreana. Attraverso ciò si comprenderà il quadro razionale della strategia dello Stato Comunista. Ciò, potrebbe portarci a conclusioni personali ben diverse dalla comoda e dannosa riduzione a nevrosi psicotica della politica estera nordcoreana.

Poc’anzi ho definito la Corea del Nord come un paese comunista, la cui origine dottrinale è confermata dalla storia, ma il cui sviluppo è certamente fuori ogni possibilità di categorizzazione politica, rappresentando pertanto un unicum. Tra i primi fondamentali di un Paese, dopo la descrizione della sua forma di governo e del suo apparato militare vi è imprescindibilmente l’economia. Inaspettatamente e incredibilmente, in antitesi alle previsioni di molte agenzie di rating e analisi, la Corea del Nord ha registrato una crescita del Pil che nell’ultimo biennio è cresciuto dall’1% al 4%. Ciò non ha però portato alcun beneficio alla popolazione, che viene considerata dalle Nazioni Unite tra le più povere del mondo.

La Corea del Nord ricerca un’attenta e scrupolosa “strategia della crisi”. E’ infatti attraverso lo stato di mobilitazione continua e di massa che mantiene saldi i fili del regime sulla popolazione. Ed è sul mantenimento del potere sulla popolazione e dello status di Guida Suprema della Corea del Nord che si gioca la partita di Kim Jong-un.

«La Corea del Nord considera il suo riconoscimento come una potenza nucleare da parte della comunità internazionale – spiega l’editorialista del Corriere Franco Venturini – l’unico modo per garantire la sicurezza e la durata del regime».

Ottenere lo status di paese nuclearizzato permetterebbe a Pyongyang di essere considerata al pari delle grandi potenze. Il grande errore di questa prassi, ormai consolidata a livello internazionale, è stata colpa dell’incapacità della diplomazia anglo-francese degli anni novanta, assai diversa dell’attuale, che portò alla non belligeranza di fronte i test nucleari di Paesi come India e Pakistan nel 1998. Potenze regionali, ma non globali.

Oggi raccontare la crisi nordcoreana come un duello tra eccentrici leader, Trump e Kim Jong-un, è un’evidente sottovalutazione delle forze e degli interessi in campo.

Negli ultimi mesi nei momenti di maggior tensione, Kim Jong-un sembra sempre in grado di poter controllare la partita. Conosce i suoi limiti ed i suoi punti di forza. E’ consapevole che per gli Stati Uniti l’opzione militare resta ancora troppo rischiosa. Sebbene il Pentagono sia operativamente capace di compiere azioni belliche durature ed efficaci nell’area da oltre un mese.

Allo stesso tempo si inseriscono nella partita gli interessi della Cina. Pechino ha da tempo, anche attraverso un recente embargo di petroli e gas, messo in crisi i rapporti con la Corea del Nord. Ciò non rende  però favorevole l’ipotesi di un attacco militare terzo contro Pyongyang da parte cinese. La destabilizzazione del paese avrebbe come prima conseguenza l’esodo di milioni di profughi. E, scenario ancora peggiore, la prospettiva di una riunificazione coreana, magari sotto la regia americana e la forte compresenza della NATO.

Alla luce di queste considerazione Kim Jong-un si deve necessariamente considerare un valido e cosciente stratega. Una strategia dai contorni spaventosi, ma alla luce della partita metaforicamente portata sugli scacchi, rendono Kim Jong-un un re lucido e con una strategia razionale. Una razionale e lucida follia.

Kurdistan: il rompicapo

La storia recente dei curdi è una storia di oppressioni e di rivolte. Il popolo curdo, frammentato tra Turchia, Iraq, Siria, Iran e Armenia, ha rischiato di essere travolto nel conflitto che sta dilaniando la Mezzaluna Fertile. Ma a differenza di quanto successo in passato, questa guerra ha aperto prospettive inaspettate per i curdi.
Quando il potere centrale dello stato iracheno è venuto meno, tra 2013 e 2014, i curdi iracheni hanno svuotato i magazzini militari abbandonati dall’esercito in rotta e hanno provveduto da sé alla propria difesa e alla propria amministrazione. Nella pratica, hanno creato un vero e proprio stato autonomo all’interno del territorio iracheno.

Questo esperimento, inizialmente, non è stato visto di buon occhio. L’autonomia dei curdi iracheni ha acceso le speranze dei curdi siriani, già in guerra aperta contro l’ISIS così come contro al-Assad e la Turchia.
Nonostante l’ostilità violenta dei “paesi ospiti” tradizionali (Turchia, Siria, Iraq, Iran), l’intervento armato del popolo curdo è stato determinante per lo svolgimento della guerra civile in Siria e Iraq. Dopo il crollo dell’autorità di al-Assad su gran parte del paese, nel 2014 i curdi siriani del Rojava sono insorti creando zone di autogoverno. Le Unità di Difesa Popolare (Yekîneyên Parastina Ge o YPG) sono state le prime ad ottenere una vittoria su larga scala contro il Daesh a Kobane il 26 gennaio 2015, sotto molti aspetti il punto di svolta dell’intero conflitto contro l’ISIS.
Con la vittoria di Kobane, l’importanza politica e le capacità militari della fazione curda sono emerse agli occhi del Mondo. I primi ad approfittarne sono stati gli Stati Uniti. Abbandonando la dottrina statunitense che andava avanti dal 1945, Barack Obama ha scelto di allearsi con i curdi siriani del PKK nonostante la loro appartenenza ideologica marxista.
Si trattava di una scelta obbligata. Da un lato, per gli USA era impensabile allearsi con al-Assad, dal momento che gli sforzi statunitensi erano indirizzati a spodestare il dittatore filorusso. Dall’altro, il governo sciita iracheno, vista l’insufficienza del supporto occidentale nella sua lotta contro l’ISIS, ha preferito ricorrere al sostegno iraniano e in generale delle forze sciite dell’area. Oltretutto, le forze dell’Esercito Siriano Libero, addestrato e armato da Stati Uniti e Giordania, hanno dato una prova molto modesta fino al 2016 inoltrato.

In Turchia, l’irritazione per questa nuova alleanza è stata evidente. L’esercito turco ha cercato di ostacolare in ogni modo la resistenza curda contro il Daesh, impedendo il passaggio di militanti dalla Turchia alla Siria e arrivando a bombardare numerosi villaggi di frontiera.
Al momento, le truppe turche si sono schierate intorno alla città curda di Efrîn, dove dopo alcune schermaglie sembra imminente un attacco turco in piena regola.

Dall’inizio del 2015 alla metà del 2017 la collaborazione militare tra NATO e curdi siriano-iracheni ha dato buoni frutti. Grazie ai raid aerei e ai rifornimenti alleati, i curdi hanno consolidato le proprie posizioni in Siria e Iraq, ma soprattutto hanno goduto di un pieno riconoscimento internazionale.
La Francia ha seguito gli statunitensi nel dare appoggio alle milizie curde, mentre Italia, Germania e Repubblica Ceca hanno inviato ai curdi ingenti dotazioni militari.
Anche grazie a queste armi, i curdi hanno potuto giocare un ruolo decisivo sia nell’assedio di Mosul che in quello di Raqqa, le due città simbolo dell’ISIS.
Ma proprio a causa di questo appoggio, e forse in vista di operazioni su larga scala a Efrîn, in giugno le truppe della Germania sono state costrette a ritirarsi dalla base NATO di Incirlik, nella Turchia meridionale, dopo il rifiuto di Erdogan nel concedere visti ai militari tedeschi.

Tuttavia, proprio il sostegno occidentale rischia di rivelarsi ingombrante per i curdi. Gli USA vedono come propria priorità la sconfitta del Daesh tanto quanto il rovesciamento di al-Assad, e fino a giugno solo l’intervento diretto della Russia era riuscita a congelare il conflitto su larga scala tra l’esercito lealista e le forze siriane antiregime.
Questo equilibrio precario è stato però ripetutamente violato da Washington. Nella notte tra 6 e 7 aprile le navi statunitensi hanno lanciato 59 missili sulla base lealista di Shairat come rappresaglia per un attacco chimico che l’esercito regolare siriano avrebbe effettuato a Khan Sheikun. Il 18 giugno gli statunitensi hanno abbattuto un cacciabombardiere lealista che secondo il Pentagono, avrebbe colpito le posizioni curde schierate a Raqqa, mentre Damasco ha affermato che l’aereo stesse effettuando raid contro le truppe del Daesh in fuga dalla città.
Per tutta risposta poche ore dopo l’abbattimento l’Iran ha lanciato missili balistici contro postazioni del Daesh in Siria, in pratica mettendo in guardia gli USA dal non rompere nuovamente la tregua.

Questa escalation è stata provocata dalla scelta di Donald Trump di concedere larghe autonomie decisionali ai propri generali, i quali lo hanno ripagato con una serie di operazioni che rischiano di far degenerare ulteriormente una situazione estremamente precaria. Le improvvisate dell’amministrazione Trump non possono far altro che danneggiare i curdi.
In Iraq si era giunti ad un’alleanza de facto tra i curdi e le milizie sciite filoiraniane, e perfino in Siria curdi e lealisti erano arrivati ad una tregua e ad una quasi-collaborazione per sconfiggere il Daesh.
Le mosse degli Stati Uniti stanno cambiando questo contesto, portando i curdi verso un’ostilità sempre più aperta nei confronti delle truppe lealiste siriane.

Di certo non ha aiutato la decisione delle autorità curdo-irachene di indire un referendum sull’autonomia del Kurdistan per il prossimo 25 settembre. A causa della cattiva scelta dei tempi, la mossa rischia di alienare le simpatie dello stato iracheno proprio in un momento in cui i curdi hanno disperatamente bisogno di alleati. Anche perché non è chiara quale strategia possa essere intavolata in caso di vittoria del fronte autonomista.

I curdi si trovano ormai ad un bivio: scegliere se continuare ad essere supportati dagli occidentali rischiando di inimicarsi tutti gli altri attori coinvolti nella regione, oppure cercare una mediazione con almeno uno di questi attori (e il fronte costituito da Russia, Iran e Damasco potrebbe essere il più papabile). Il rischio, però, è che l’interventismo statunitense non lasci loro alcuna scelta.