Home / Tag Archives: Usa (page 2)

Tag Archives: Usa

TTIP – Cosa prevede?

Il TTIP è il più importante accordo in discussione tra gli Stati Uniti d’America e l’Unione Europea. Ufficialmente il TTIP è un Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (Transatlantic Trade and Investment Partnership, TTIP), inizialmente definito Zona di libero scambio transatlantica (Transatlantic Free Trade Area, TAFTA),  in corso di negoziato dal 2013 tra l’Unione europea e gli Stati Uniti d’America. Quanto ai contenuti nessuno sa bene cosa prevedano le fasi dibattimentali, poiché i negoziati sono posti sotto il massimo riservo e coperti ufficialmente da “segreto negoziale”.

 

L’obiettivo dichiarato è quello di integrare i due mercati, riducendo i dazi doganali e rimuovendo in una vasta gamma di settori le barriere non tariffarie, ossia le differenze in regolamenti tecnici, norme e procedure di omologazione, standard applicati ai prodotti e regole sanitarie. Ciò renderebbe possibile la libera circolazione delle merci, faciliterebbe il flusso degli investimenti e l’accesso ai rispettivi mercati dei servizi e degli appalti pubblici. La rimozione di regolamenti e standard rappresenterebbe la più grande rivoluzione normativa in Europa dalla firma del Trattato di Maastricht.

 

Qualora si dovesse raggiungere l’accordo sul TTIP e si pervenisse alla sua approvazione esso rappresenterebbe la più vasta area di libero scambio esistente, poiché UE e USA rappresentano circa la metà del PIL mondiale e un terzo del commercio globale. L’accordo potrebbe essere esteso ad altri paesi con cui le due controparti hanno già in vigore accordi di libero scambio, in particolare i paesi membri della North American Free Trade Agreement (NAFTA) e dell’Associazione europea di libero scambio (EFTA).

 

Il documento individua quindi tre principali aree di intervento:

1 – accesso al mercato

2 – ostacoli non tariffari

3 – questioni normative

 

Il trattato coinvolge circa 820 milioni di cittadini e legherebbe in un’unica zona di scambio l’Oceano Atlantico. La somma del Prodotto Interno Lordo di Stati Uniti e Unione Europea corrisponde a circa il 45% del PIL mondiale, rappresentando la zona dominante il mercato. La mancanza di certezze sui contenuti e la scarsa informazione fanno temere il peggio, anche se i dati relativi a una possibile crescita ne costituiscono il fattore di maggior adesione.

 

IL FRONTE DEL Sì –  Autorevoli istituti come  Center for Economic Policy Research di Londra e l’Aspen Institute sostengono  che attraverso il Parteneariato Atlantico potrebbe concretizzarsi un aumento del volume degli scambi e in particolare delle esportazioni europee verso gli Stati Uniti, di cui l’incremento quantificato sarebbe pari al 28%, circa 187 miliardi di euro. Va rilevato come i dazi tra Stati Uniti d’America e Unione Europea siano in media piuttosto bassi, quasi la metà di quanto imposto verso gli altri paesi del mondo, anche se ci sono grandi differenze tra settori . Nonostante ciò, come sostenuto da parte della dottrina macroeconomica, se i dazi vengono applicati su un grande volume possono diventare un ostacolo rilevante. Questo vale ancora di più visto che il processo produttivo è spezzato tra paesi diversi (componenti o fasi prodotti o realizzati in vari paesi): piccoli dazi applicati più volte possono avere dunque un impatto importante sul prezzo del bene finale.

 

IL NUTRITO FRONTE DEL NO – Prima questione da affrontare che rapprersenta una delle principali critiche ai negoziati è la loro segretezza e mancanza di trasparenza; e anche il fatto che ad aver condotto il principale e più citato studio sui benefici dell’accordo sia  stato il Center for Economic Policy Research di Londra, che gli oppositori al TTIP non considerano credibile perché finanziato anche da grandi banche internazionali. Questi gruppi sostengono che le cifre sull’impatto dell’accordo sono piuttosto ambiziose, che sarebbero previste solo per il 2027 e che comunque sono troppe le variabili non considerate per poter fare una stima affidabile.

 

La più autorevole critica è stata riassunta nel numero di giugno 2015 di Le Monde Diplomatique. Il fronte contrario si divide equamente tra Usa e Unione Europea. Nel caso americano il fronte di opposizione è guidato da Lori Wallach, direttrice di Public Citizen – associazione con sede a Washington – la quale  ha spiegato in dieci punti i possibili rischi del trattato per gli Stati Uniti: farmaci meno affidabili, aumento della dipendenza dal petrolio, perdita di posti di lavoro per la scomparsa delle norme sulla preferenza nazionale in materia di forniture pubbliche, assoggettamento degli stati a un diritto fatto su misura per le multinazionali, e così via. Sul fronte europeo si schierano principalmente: la Francia con la Presidenza Hollande, Slow Food, GreenPeace, l’European Social Forum e le maggiori confederazioni di lavoratori.

 

Le principali critiche sono le seguenti:

NORMATIVA SUL LAVORO –  I paesi dell’UE  adottano  normative in conformità con l’Organizzazione dell’ONU che si occupa di lavoro (l’ILO). Di queste normative gli Stati Uniti hanno ratificato solo due delle otto norme fondamentali. Quindi secondo le confederazioni dei lavoratori e la dottrina giuslavorista si rischierebbe di minacciare i diritti fondamentali dei lavoratori.

 

AGRICOLTURA – L’agricoltura europea, frammentata in milioni di piccole aziende, finirebbe per entrare in crisi se non venisse più protetta dai dazi doganali, soprattutto se venisse dato il via libera alle colture OGM. Si discute in termi economici in questo caso e non scientifici.

 

CONSUMATORI – Se il consumatore è al centro di quel prodotto normativo che nel 2009 ha rivoluzionato l’Unione Europea, ossia il Trattato di Lisbona, ciò differisce dagli Stati Uniti d’America. Infatti, in Europa vige il principio di precauzione, l’immissione sul mercato di un prodotto avviene dopo una valutazione dei rischi, mentre negli Stati Uniti per una serie di prodotti si procede al contrario: la valutazione viene fatta in un secondo momento ed è accompagnata dalla garanzia di presa in carico delle conseguenze di eventuali problemi legati alla messa in circolazione del prodotto (possibilità di ricorso collettivo o class action, indennizzazione monetaria).

 

SERVIZI PUBBLICI – I negoziati sono orientati alla privatizzazione dei servizi pubblici e ciò desta parecchii timori nelle reti per i Beni Comuni. Sarebbero, secondo la critica, a rischio il welfare e settori come l’acqua, l’elettricità, l’educazione e la salute sarebbero esposti alla libera concorrenza. Inoltre, questa parte dell’accordo potrebbe creare problemi di legittimità costituzionale in alcuni paesi membri dell’Unione Europea.

 

PROPRIETA’ INTELLETTUALE– Le disposizioni a protezione della proprietà intellettuale e industriale attualmente oggetto di negoziati potrebbero minacciare la libertà di espressione su internet o privare gli autori della libertà di scelta in merito alla diffusione delle loro opere. Si ripresenterebbe insomma la questione dell’ACTA, il controverso accordo commerciale su contraffazione, pirateria, copyright, brevetti la cui ratifica è stata respinta il 4 luglio 2012 dal Parlamento Europeo.

 

TTIPLEAKS – A inizio maggio, precisamente alle ore 11 di martedì 3 maggio, Greenpeace ha scosso l’Europa svelando parte della trattativa, che doveva restare coperta da segreto negoziale. Tra i “Ttip papers” svelati  da Greenpeace, una nota segreta ad uso interno della Commissione europea ha spiegato come stiano andando i negoziati. Su questa fuga di notizie, l’indiziata principale è quella parte di Commissione Europea legata con i suoi funzionari ad alcuni Paesi Membri contrari all’accordo.

os

Ecco i punti principali del documento ottenuti da Greenpeace Olanda:

Denominazione d’origine per i vini –  “Sul vino l’Ue ha ribadito che il Ttip deve includere regole complessive sui vini e alcool basate sull’integrazione degli accordi bilaterali esistenti ed eliminare la possibilità per i produttori Usa di utilizzare le 17 denominazioni di vini Ue (cosiddettì semi-generici) elencati nell’annesso 2 dell’accordo del 2006 sul vino. Gli Usa hanno reitrerato la propria opposizione all’integrazione delle norme sul vino nel Ttip e alla richiesta Ue sulle denominaizioni semi-generiche. L’Ue ha espresso forte preoccupazione e continuerà a seguire la questione a livello politico”.

 

Gli Stati Uniti dunque rifiutano la domanda Ue di non utilizzare per i loro prodotti 17 denominazioni “semi-generiche” di vini europei, come gli italiani Chianti e Marsala, il greco Retzina, l’ungherese Tokaj, il portoghese Madeira, lo spagnolo Malaga e i francesi Chablis, Sauterne e Champagne.

 

Cosmetici – “La discussione sui cosmetici rimane molto difficile e  il margine per raggiungere obiettivi comuni è abbastanza limitato”. A causa della limitazione in Europa ad eseguire test sugli animali “l’approccio di Ue e Usa resta inconciliabile e i problemi di accesso al mercato europeo dunque rimarranno”.

Definizione degli standard – “Gli Stati Uniti hanno insistito nella loro domanda affinché la Commissione europea ‘richieda’ (…) che esperti statunitensi siano coinvolti nello sviluppo del processo di standardizzazione di CEN e CENELEC (senza garanzie di reciprocità) come condizione per riferirsi agli standard tecnici armonizzati”.

Il CEN è il comitato europeo per lal standardizzazione tecnica e il CENELEC svolge la stessa funzione in campo elettrotecnico. Tra gli ultimi standard fissati, ad esempio quelli sulla sicurezza degli accendini con particolare attenzione alla protezione dei bambini, le caratteristiche tecniche per le prese elettriche o gli standard dell’osteopatia.

Appalti pubblici – Nel capitolo sull’attività regolatoria, la proposta degli Stati Uniti ripetutamente chiede che “la regolazione sia riferita e applicabile a livello di Stati membri”, ma parlando di appalti pubblici la Commissione europea sottolinea che “gli Stati Uniti non sono stati in grado di offrire risposte o commenti al riguardo degli appalti a livello sub-federale ed hanno sottolineato le loro difficoltà e la sensibilità in questo settore”.

Regolazione servizi finanziari – Unione europea e Stati Uniti non hanno modificato le loro posizioni sulla cooperazione regolatoria nei servizi finanziari: gli Usa continuano ad opporsi a discutere questo aspetto nel Ttip, mentre l’Ue ha confermato che la sua offerta per un mutuo accesso ai Servizi finanziari si incardina su un impegno soddisfacente degli Usa nella cooperazione nelle regolazione”.

 

Infine, a sostenere il fronte avverso al TTIP, non vi sono politici al governo, bensì l’economista e saggista statunitense, premio Nobel per l’economia nel 2001 Joseph Stiglitz. Joseph Stiglitz, statunitense “europeista” alla vigilia del Brexit, il referendum che il prossimo giugno chiederà agli inglesi di esprimersi sull’adesione all’Unione europea, ingaggiato come consulente da John McDonnell, ha sostenuto che: se l’accordo transatlantico di libero scambio tra Unione e Stati Uniti (Ttip) fosse simile a quello già raggiunto tra Usa e Pacifico (Trans-Pacific Partnership, Tpp) «nessuna democrazia» dovrebbe sostenerlo.

Al futuro e ai governanti dei 28 Paesi dell’UE e Parlamentari Europei sarà concesso il privilegio di decidere se aderire o meno all’accordo. In questo clima di segreti e “fughe di notizie” resta un dato certo: che si parla della libertà. Ma, come sempre essa riguarda merci e flussi di denaro e non le persone. Persone che poi affidano alla “democrazia” il loro destino, in un deficit di rappresentatività e trasparenza. D’altronde, a quanto pare, l’unica trasparenza che è richiesta nel duemilasedici è quella delle vetrine.

Obama a Cuba fa la storia

Il 21 Marzo 2016 è iniziata la primavera e, come la stagione dei ciliegi in fiore da inizio al periodo del disgelo, così la visita di Obama a Cuba ha avviato la distensione dei rapporti tra gli Stati Uniti e l’isla mas linda. Un tale evento ha destato molta attenzione, curiosità ed aspettative tra gli studiosi di politica internazionale.
Nuove relazioni con Cuba possono significare nuove relazioni tra gli USA e l’intero continente, in quanto, l’embargo tutt’ora in vigore, ha senza dubbio influenzato il rapporto tra le due Americhe.
Dopo un periodo in cui la Cina ha potuto dispiegare tutti i suoi mezzi economici in quello che una volta veniva ritenuto “il cortile di casa” degli Stati Uniti, oggi, forse, i rapporti tra USA e Cuba potrebbero diventare profittevoli per entrambi, con il conseguente incremento di un mutuo sostegno. Ciò, ovviamente, solo se il prossimo presidente vorrà continuare a perseguire questa linea politica cogliendo, in tal modo, un’ottima opportunità.
La diplomazia di Obama lascerà dunque la possibilità di una scelta al prossimo presidente degli Stati Uniti. Girare le spalle all’America Latina e tornare a dare adito ai propri risentimenti oppure aprirsi al continente sudamericano, una regione di democrazie sempre più prospere, e perciò abbastanza mature da essere coinvolte in legami politici ed economici con gli USA. Nell’immediata vigilia dell’arrivo di Obama a Cuba, Raul Castro ha ricevuto la visita a sorpresa del presidente venezuelano Nicolas Maduro, il quale si è precipitato a L’Avana per poter dialogare con Castro, prima che arrivasse il Presidente degli Stati Uniti. Maduro ha affermato che questi in cui le due Nazioni si trovano oggigiorno sono tempi di rinnovamento e di fratellanza. Inoltre ha tenuto a ricordare, congiuntamente con il Ministro degli Esteri cubano Rodriguez, le tante differenze tra l’isola e Washington. Una fra tutte, la ferma e piena solidarietà da parte di Cuba con la Repubblica Bolivariana del Venezuela.
È opportuno porre in evidenza che molte delle amministrazioni latinoamericane, in questi anni, hanno lamentato la poca incisività della politica estera degli USA in Sud America. A partire dal dicembre 2014, quando è stata enunciata la forte volontà di normalizzazione dei rapporti tra gli USA e Cuba e poi nell’aprile 2015, quando è stata riaperta l’ambasciata statunitense a L’Avana, le opinioni al riguardo sono state discordanti. Il Presidente del Brasile, Dilma Rousseff, ha da sempre sostenuto che questo sarebbe stato un nuovo fondamentale capitolo della storia dei rapporti tra gli USA e l’America Latina. Come lei, così la pensa anche il successore di Chávez, che pure rappresenta la meno filoamericana tra le realtà del continente dell’America Latina.
Di particolare rilievo si mostra, per gli Stati Uniti, la questione dei diritti umani. C’è una ferma volontà degli USA di volerli tutelare e dunque che Cuba si apra al mondo intero. Sono inoltre care agli USA le tematiche relative alla tutela delle libertà personali, e le libertà in generale. Già una simile interruzione al forte isolamento, rappresenta per molti analisti un terreno su cui sarà possibile espandere sempre di più la democrazia. Durante la sua visita, Barack Obama, si è appellato a maggiori libertà per il popolo cubano ed ha inoltre invocato una serie di riforme, a carattere economico e politico, oltre che libere elezioni e maggiore tutela dei diritti umani. Un grande applauso è seguito alle parole di Obama, quando si è espresso a favore della rimozione dell’embargo, in vigore da 54 anni. È opportuno qui ricordare che però solo il Congresso potrà decidere se cancellarlo o meno.
La centralità di Cuba nello scenario attuale delle relazioni internazionali è stata inoltre messa in evidenza dalla decisione dei due massimi rappresentanti della cristianità, occidentale e orientale, di incontrarsi nella cornice dell’isla mas linda. Lo scorso febbraio, infatti, a L’Avana è stata firmata la «dichiarazione di Cuba», ovvero il documento comune sottoscritto da Papa Francesco e dal Patriarca di Mosca, Kirill. Le due massime autorità cristiane ritengono, difatti, che nei prossimi secoli i destini del cristianesimo troveranno maggior spazio nella cornice meridionale del mondo (Sud America ed Africa).

È di ciò significativo il fatto che le due principali autorità europee non abbiano deciso di incontrarsi, per suggellare un simile accordo, nel Vecchio Continente. Già nel 2014, di fronte al Parlamento europeo, Bergoglio affermava che il mondo era sempre meno eurocentrico. Durante l’incontro con il capo della Chiesa ortodossa russa, ha inoltre ribadito che Cuba (dunque non l’Europa, ndr) “se continua così, sarà la capitale dell’unità tra le due Chiese”.
Erano 88 anni che un presidente americano non metteva piede sull’isola di Castro. La TV di Stato cubana ha interrotto i suoi programmi per far seguire al suo popolo l’arrivo di Obama a Cuba.
Anche se la distanza tra gli Usa e Cuba è poca, la distanza politica tra i due Stati è sempre stata molto grande. Sono trascorsi quasi 60 anni dall’inizio della separazione. Una separazione che per Cuba è stata molto dura, perche migliaia di cubani hanno dovuto vivere, a causa di una questione politica, un problema personale come la distanza dai famigliari.
Oggi la visita di Obama significa per i cubani un grande riavvicinamento sentimentale tra i due paesi e anche tra molti cubani ed i propri famigliari. I cubani di oggi sono stati segnati tutti dalla stessa vita: una vita famigliare divisa per quasi sessant’anni.
Negli anni Settanta, a Cuba, agli adolescenti veniva insegnato ad usare le pistole, dicendo loro che i nemici americani sarebbero arrivati ad usurpare la loro terra. Oggi quegli stessi adolescenti hanno ricevuto con fiori e con tanto affetto Obama, un presidente molto amato nell’isola. Un presidente amato perfino come uomo, un afroamericano che ha anche un po’ del loro sangue afrocubano. Pertanto questa è stata un’accoglienza speciale, perché ha avuto luogo in un periodo storico nel quale i cubani non si sentono più distanti dai propri vicini. Il popolo cubano, durante quei giorni, è stato in festa. Si è percepita un’aria di gioia. Cuba si stava rendendo conto che un tale avvenimento avrebbe significato un grosso passo in avanti verso la fine delle lunghe tensioni tra i due popoli.
Come pocanzi affermato, l’embargo è purtroppo ancora in vigore. Ad esempio, i cittadini americani non possono andare a Cuba senza un valido motivo. Una simile limitazione non solo non permette ai cittadini americani di recarsi sull’isola come turisti, ma vieta anche alle aziende americane di fare affari con L’Avana. Secondo alcuni funzionari della Casa Bianca, il Presidente potrà ridurre alcune restrizioni approfittando del suo potere esecutivo, tuttavia solo il Congresso ha il potere di abolirlo totalmente. Per il momento, per ciò che concerne i rapporti degli USA con l’isola, sono solo state riavviate le comunicazioni postali, e sono stati riallacciati i voli commerciali. Da inizio aprile è altresì possibile prenotare un alloggio su Airbnb, la piattaforma online famosa in tutto il mondo per chi cerca appartamenti in affitto. Modesto ma significativo segno dei tempi che cambiano realmente.
La visita di Obama è avvenuta a suggello dei 15 mesi di un disgelo, lento ma costante, che dovrebbe in futuro portare ad una normalizzazione dei rapporti tra i due paesi. Ciò a patto che il prossimo presidente degli Stati Uniti voglia tenere fede a tutte le scelte e gli impegni presi fin’ora. Questa distensione con Cuba, per quanto riguarda la presidenza Obama, ha radici lontane. È opportuno ricordare che dopo pochi mesi dal suo insediamento alla Washington, nell’aprile del 2009, Obama partecipò al Vertice delle Americhe, tenutosi a Trinidad, e, in quell’occasione, pronunciò un discorso davanti a tutti i leader latino e centroamericani affermando che avrebbe voluto invertire la rotta dei rapporti tra gli USA e l’America Latina. Avrebbe voluto interrompere una simile relazione, così come si era configurata da più di un secolo, a partire dalla dottrina Monroe (1823), con momenti di forte ingerenza, al fine di istituirne una nuova in cui sarebbe valsa la c.d. equal partnership, basata sul reciproco rispetto e su valori condivisi ed interessi comuni. Eravamo nell’aprile del 2009. Poi le la realtà dei fatti, com’è noto, ha subito un leggero rallentamento. Nondimeno, oggi hanno subito una considerevole spinta in avanti.

Dunque, questa visita non ha un valore soltanto simbolico ma è forse un passo in avanti verso la normalizzazione delle relazioni tra i due paesi. Obama conta inoltre di riuscire a far ritirare l’embargo dal Congresso prima della scadenza del suo mandato.
Il prossimo presidente avrà pertanto la possibilità di una scelta. Potrà scegliere di volgere di nuovo le spalle a quel “cortile di casa” e lasciare per esempio che la Cina ne possa disporre liberamente, oppure decidere di tornare ad occuparsi di quella piccola porzione di terra e svolgere il ruolo di interlocutore privilegiato. Secondo molti analisti, agli Stati Uniti gioverebbe avere un rapporto fluido, di interlocutore paritario e non dominante, con l’America Latina ed i paesi del centro America.
Gli investimenti cinesi in America Latina gravano considerevolmente sugli equilibri mondiali, in quanto questa è una regione dalle molteplici potenzialità. Certamente, questa idea dell’amministrazione Obama, di un rafforzamento progressivo dei rapporti con Cuba, potrebbe modificare le interdipendenze tra i paesi dell’intero globo.

USA 2016. La rivoluzione di Bernie Sanders

Nelle primaria americane, oltre Trump, c’è un dibattito tra i democratici fatto di idee e soprattutto di visioni del mondo. Se Hillary Clinton rappresenta la politica dei potentati familiari americani, che incidono con le loro fondazioni sulla struttura della più grande superpotenza globale da ormai trent’anni, è nel competitor che si rivelano gli aspetti contenutistici più interessanti.

 

Il rivale della Clinton e di conseguenza dell’establishment statunitense, porta il nome di Bernard Sanders. Bernard Sanders, detto Bernie  è nato a New York l’otto settembre 1941, nel pieno del secondo conflitto mondiale. Pur essendo nato nella grande mela, Bernie Sanders rappresenta lo Stato del Vermont. E’ un personaggio anticonformista e lontanissimo dalla banalità dei contenuti progressisti democratici.

 

Esponente indipendente affiliato al Partito Democratico si qualifica come un socialista democratico  dagli anni cinquanta, ovvero dal periodo della persecuzione anticomunista e antisocialista del maccartismo. Infatti, è stato l’unico membro del Congresso ad autodefinirsi espressamente «socialista» e non genericamente progressista o liberal, come la dottrina del “politicamente corretto” richiederebbe.

 

Se la Clinton è la luce dei leader del Pse, come Renzi e Hollande, Bernie Sanders rappresenta il faro per la generazione dei giovani nati dopo il muro. La sua peculiarità risiede nell’essere un vecchio che non vuol necessariamente apparire giovane, ma che vuol apportare delle rivoluzioni al sistema attraverso alcuni shock. Tra questi shock spicca la richiesta e promessa di un sistema sanitario nazionale, in contrasto con i miglioramenti della Obamacare, che pur essendo un atto dalla portata storica, resta troppo cara per ampie fette di ceti medi e bassi ossia laddove si concentrano i sostenitori del candidato indipendente.

 

Più volte nei suoi discorsi ha auspicato al ritorno al Glass-Steagall Act, ossia la la legge bancaria del 1933, che prese il nome dei suoi promotori, il senatore Carter Glass e il deputato Henry B. Steagall. Fu una legge fondamentale per i cittadini la quale istituì la Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) negli Stati Uniti d’America e introdusse riforme bancarie, alcune delle quali sono state progettate per controllare la speculazione finanziaria.

Inoltre, in antitesi con la candidata dei potentati finanziari, Bernard Sanders vorrebbe promuovere la separazione tra banche e banche d’investimento, contro la difesa dell’attuale Dodd-Frank.

 

Se si pensa che il voto dei giovani sia una questione di semplice marketing, Sanders rappresenta il contrario. Poiché i giovani statunitensi sono maggiormente interessati ai programmi che li riguardano, più che ai bellissimi spot d’autore che impervarsano sulle reti di ogni Stato interessato dalle primarie. Per fare un parallelo, mentre la Commissione del Parlamento italiano si appresta a osteggiare ancor di più gli atenei pubblici attraverso la prossima riforma della “ buona università”, Sanders promuove l’idea di un’università pubblica gratuita pagata con una imposta sulla speculazione a Wall Street, contro modesti aiuti a ridurre i debiti della rivale. Ulteriore parallelo con l’Italia, dove manca ogni tipo di controllo normativo sul minimo salariale è l’idea del Senatore del Vermont portare il salario minimo a 15 dollari l’ora.

 

L’appeal sull’elettorato e le politiche di marketing son di rilevanza accademica durante le primarie per la corsa alla Casa Bianca. Eppure, anche in questo caso Sanders ha stravolto tutti i dettami della canonica iconografia statunitense e contemporanea. Si nota come nelle immagini prodotte nella sua campagna si noti un Bernie Sanders che marcia contro il Vietnam e poi contro ogni tipo di guerra, Iraq compreso. In ogni Stato dove si presenta lo si nota mentre parla nelle assemblee dei ceti più deboli dove si concentra di norma l’astensionismo. Mentre, illustra i suoi progetti dai palchi del comune di Burlington di cui è stato sindaco, e infine da candidato presidente.

 

La politica di Bernie è riassunta nella sua frase che rappresenta una sfida all’establishment “Non piaccio a Wall Street e ricambio la diffidenza” a 18 anni come a 30, 50, 70.

Martin Luther King Jr & Bernie Sanders durante la terza marcia da Selma a Montgomery - MARZO, 1965
Martin Luther King Jr & Bernie Sanders durante la terza marcia da Selma a Montgomery – MARZO, 1965

 

Gli Stati Uniti d’America anche dopo Obama stanno cambiando e vogliano continuare a farlo. E’ probabile che vinca il candidato dei potentati che da sempre segnano la politica stelle e strisce. Ma, il processo innescato dal socialismo democratico di Sanders e dalla distruzione del banale e nichilista “ politicamente corretto” da parte di Trump è ormai in atto. E non è arrestabile dagli scogli dell’attuale classe dirigente occidentale.

Tregua in Siria – A chi è stato fatto scacco matto?

La guerra in Siria sembrava essere diventata,dopo l’intervento della Russia alla fine del mese di settembre,un nuovo scenario che nelle più oscure previsioni avrebbe portato ad una fase più acuta e terribile di Nuova Guerra Fredda.
Fortunatamente la tregua è arrivata ieri, 24 Febbraio 2016, facendo tirare un momentaneo sospiro di sollievo; Barack Obama e Vladimir Putin, hanno diramato il comunicato alle 21.18 italiane,rendendo ufficiale quello che era già stato diffuso da al-Jazeera.
Il cessate il fuoco dovrebbe essere accordato anche con le altre fazioni combattenti,per giungere ad un stop definito per il 27, cercando di far convergere tutte le forze contro un nemico comune, l’Isis, i qaedisti del Fronte al-Nusra e le altre organizzazioni indicate come “terroriste” dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
Questa “resa” da parte degli Usa deve essere letta come una pratica e acuta scelta di Real Politik, sarebbe stato da miopi non accorgersi di quanto Barack Obama stesse portando avanti una guerra che non poteva vincere o che in caso di vittoria avrebbe potuto scatenare un conflitto più grande e pericoloso.

Per chiarire meglio queste dinamiche,dovremmo far mente locale sui due schieramenti che si sono fronteggiati fino ad ora,per penetrare al meglio le ragione che fanno di questa tregua l’unica scelta attuabile ,con la minor perdita di risorse e credibilità dello stesso paese.

Seguendo uno schema proposto dal Professor Alessandro Orsini, uno dei massimi esperti di terrorismo in Italia,nel suo nuovo libro “Isis”, possiamo dividere le potenze rivali in due blocchi,inserendo nel Blocco A la Russia e l’Iran e nel Blocco B Gli Stati Uniti e gli stati del Golfo Persico.

Nell’immaginario popolare, gli Stati Uniti eseguono quotidianamente bombardamenti contro lo Stato Islamico,e la Russia fa altrettanto;in realtà possiamo affermare,dati alla mano, che in entrambi i casi,i raid sono stati utilizzati per sferrarsi colpi a vicenda,mentre l’IS continua ad espandere i propri possedimenti conquistando le città spesso in modo quasi pittoresco se non ridicolo,senza che alcuno si opponga.

L’Europa è quindi nel mirino dei terroristi islamici,tralasciando fanatismo religioso ed ideologia,anche per una guerra che viene combattuta in Siria per velleità personali e che purtroppo non serve a tenere a freno il cane rabbioso dell’Isis, ma non fa altro che sollecitarlo ad attaccare.
Anche in questo caso gli interessi economici sono la chiave di lettura di questo conflitto; Gli Usa sono ormai i padroni indiscussi del Medio Oriente, un ricco bacino di risorse,dove ogni buona relazione diplomatica vale miliardi,questo terrorizza Putin che appunto vede nell’ormai consolidato rapporto con Bashar al-Assad e con la protezione della base navale di Tartus (creata nel 1971) l’ultima spiaggia per non vanificare in toto la propria egemonia.

La Siria è una scacchiera sulla quale ognuno deve stare attento a fare la propria mossa,un gioco di strategia ed attenzione; nonostante gli Stati Uniti professino continuamente il loro ferreo impegno contro il terrorismo, possiamo logicamente intuire il perché si sia ritardato a liberare le città occupate dallo Stato Islamico.
Gli Usa avrebbe dovuto impiegare le loro risorse e i loro soldati,per poi impacchettare le suddette città e regalarle al dittatore Assad,riconosciuto a livello internazionale come governo legittimo Siriano.

Evitando di santificare la figura di Assad,che sappiamo essersi macchiato di numerosi crimini contro la propria popolazione, è necessario in questo momento , dimenticare il passato e le basi che lo stesso governo ha creato per lo sviluppo del conflitto siriano ed accettare un momentaneo compromesso con il Premier.
In cima alla lista dei “ nemici” da combattere,sventola lo stendardo nero dei combattenti dell’Isis, ciò rende necessario ed importante un impegno comune delle due super potenze e degli inerenti schieramenti e soprattutto un sincero accordo,con quello che Mieli ha indicato come un “Despota Alleato Inevitabile”.

Economia- Il successo di Barack Obama

Tracciare bilanci è quanto mai difficoltoso. Ancor di più lo è nella prossimità di una scadenza di mandato del Presidente della più importante nazione al mondo. Nel tracciare il bilancio degli otto anni dell’amministrazione Obama in economia mi rifarò a dati oggettivi e analitici, lasciando alla speculazione politica filosofica gli altri aspetti. Ciò, per il semplice motivo per il quale nel 2008 non trovai nulla di affascinante nell’essere un afroamericano in Obama, anzi, come la sua più grande sconfitta è rappresentata dall’ineguaglianza nell’organizzazione sociale americano, specie degli afroamericani. Certo non mancano ambiti negativi, come del resto negarli, sarebbe affermare il falso, ma di certo assieme a Putin è stato l’unico leader capace di riformare il suo Paese e portarlo fuori dal pantano del nuovo millennio.

L’economia è il capolavoro di Barack Obama. Egli, ha preso le redini della superpotenza economica per eccellenza proprio nel momento in cui dalla stessa, un anno prima, si era scatenata la crisi dei titoli sub prime che avrebbe, nel giro di pochi mesi, fatto crollare l’intera economia mondiale.

Se da un lato Obama è stato troppo morbido con le banche e altre istituzioni finanziarie poiché come affermato dal premio Nobel Krugman «nessuna figura importante è andata in prigione; banche come Citigroup e Goldman si sono comprate una via d’uscita piuttosto pulita», allo stesso tempo e modo Barack Obama ha attuato due riforme tombali. La prima grande riforma è stata la legge finanziaria Dodd-Frank del 2010 che ha avuto un effetto molto più positivo di quanto ci si potesse aspettare: le legge in questione ha previsto l’istituzione di un registro di systemically important financial institutions (abbreviate in SIFI: cioè aziende che in caso di fallimento produrrebbero effetti su tutto il sistema) che prevedesse, per le aziende che ne facessero parte, alcuni vincoli federali per potere avere accesso ad aiuti economici da parte del governo. Un cambiamento storico, che paragonato all’Unione Europea si pone in maniera diametralmente opposta.

Seconda riforma dal valore imprescindibile è stata l’istituzione del “Consumer Financial Protection Bureau”, un’agenzia creata nel 2011, progetto ideato dalla senatrice democratica Elizabeth Warren. Tale agenzia è riuscita a tutelare con efficacia cittadini che hanno contratto dei prestiti a condizioni irregolari o eccessivamente svantaggiose. Un modo di combattere le clausole vessatorie e i tranelli posti in essere da molteplici attori economici i quali grazie a questa istituzione hanno trovato un forte ostacolo federale sulla loro strada. La mente per gli Italiani va facilmente a quanto accaduto recentemente con le Banche toscane.

A sei anni dall’inizio della «cura Obama » il presidente degli Stati Uniti ha potuto annunciare l’uscita dal paese dalla fase di recessione, la diminuzione del tasso di disoccupazione dal 10% (15 milioni di persone) al 5, 6 (8 milioni di disoccupati), una percentuale di crescita costante del Pil tra il 3,5 % e il 4,5 % e l’assunzione di 2,6 milioni di persone nell’anno 2014, con la prospettiva di una nuova direzione dell’economia nazionale.

Dal febbraio 2009, una serie di misure economiche assunte dal governo che incontrano in una prima fase serie difficoltà, possono essere definite NeoKeynesiane. Ciò significa che queste sono state attuate in piena avversione e controtendenza con i dogmi propagati dalla Commissione Europea e dal passato board della Banca Centrale Europea, per capirsi quello precedente alla Presidenza di Mario Draghi, che ha fatto dell’austerità in Europa quello che per i Cattolici è rappresentato dalla ” Trinità” Primo importante provvedimento è stato il Recovery act, una legge di stimolo economico da 787 miliardi di dollari in esenzioni fiscali a imprese e lavoratori, spese per le infrastrutture. Se in un primo tempo tale Atto ha riscontrato sterili risultati e molte difficoltà, ma fin dopo il terzo trimestre successivo alla sua promulgazione ha rappresentato uno dei volani per la crescita dell’economia reale e del Pil statunitense.

L’iniezione di liquidità immessa nell’economia anche attraverso il quantitative easing, ossia l’acquisto di titoli di stato pubblici e privati, o di pacchetti di azione, sul mercato delle borse finanziarie in cambio di denaro contante da parte della Fed , la Banca federale, ha come in Europa, dove la sua approvazione è stata dovuta solo a Draghi, ridato slancio al credito e agli investimenti. I progetti previsti e proposti dall’amministrazione Obama di lavori pubblici infrastrutturali «di rapido intervento e attivazione» sul modello del New Deal di Roosvelt per dare rapidamente lavoro ai disoccupati, non vengono accolti dai parlamentari dei differenti Stati federali che lanciano controproposte di progetti a lungo termine nei propri Stati, con pochi effetti immediati sull’economia. In quel torno di tempo, tra il 2009 e il 2010, sembra valere il vecchio detto keynesiano che la politica monetaria del quantitative easing «nel suo splendido isolamento» non è in grado da sola di fare da stimolo alla ripresa economica.

Per far fronte a questo isolamento la politica dell’Amministrazione Obama è stata di guida degli investimenti privati rimettendo in piedi il mercato automobilistico, MG e Chrysler, sostenendo l’attività chimica e di ricerca farmaceutica, con forti e seri progetti strutturali sul territorio federale.

Per dar maggior convinzione alla mia esposizione basta pensare che l’economia Usa è cresciuta del 3,9% nel secondo trimestre del 2015, quando attese degli economisti erano per una crescita del 3,7%, ben diverso dal 0,2 Italiano.

Ora con buona pace degli ultras dell’austerity, dell’intellighenzia italiana e degli europeisti privi di patria, posso facilmente affermare con convinzione che l’economia è stato il ” Capolavoro dell’Amministrazione Obama”. Un Presidente che ha dato speranza a una parte di mondo, illuso forse i più deboli e che a sua volta è stato forse impotente di fronte chi ha provocato la crisi, ma che di sicuro ha lasciato una buona traccia.

Un lascito economico sul quale ripartire o affondare, se le prossime elezioni dovessero presentare cattive sorprese, come amici dell’austerità europea o capitalisti dogmatici. 

Il Volkswagen Gate

Ricordate il duemilaundici quando da Berlino e Parigi a colpi di spread e comunicati venne fatto cadere il Governo Italiano, con la complicità di  poteri forti interni, che segnò la fine dei governi democraticamente eletti? Oppure, la crisi greca che ha imposto ad Atene sacrifici tanto duri quanto insensati per la maggior parte dei premi Nobel per le scienze economiche? Ecco, ora un terremoto sta per toccare Berlino.

Generalmente si è abituati a sentire che ” Germania è sinonimo di affidabilità “. Eppure, in un quadro granitico si è aperta la frattura della Volkswagen. Qui di seguito i punti per capire la prossima crisi tedesca.

LO SCANDALO EMISSIONI – Per comprendere appieno le tappe dello scandalo Volkswagen bisogna premunirsi innanzitutto della dettagliata relazione di Bloomberg, la quale ricostruisce le tappe dello scandalo, che ha il suo prologo nei primi mesi del 2014. I primi sospetti sorgono a Peter Mock, responsabile per l’Europa dell’International Council on Clean Transportation. L’Icct, organizzazione indipendente che si occupa di trasporti e sostenibilità, condusse test sulle emissioni nocive delle versioni europee di tre automobili diesel: una Volkswagen Jetta e una Passat, oltre che una Bmw X5. Dalle analisi in laboratorio nessuno dei tre modelli risultò fuori norma per quanto riguarda la valutazione degli inquinanti, in particolare degli ossidi di azoto NOx. Le incongruenze riguardarono in realtà le prove su strada. E’ durante esse che i veicoli Volkswagen fornirono prestazioni diverse e decisamente peggiori rispetto a quelle effettuate nei laboratori. La discrepanza fu troppo evidente per passare inosservata, soprattutto per autoveicoli equipaggiati con un motore di ultima generazione come il diesel 2.0 Tdi ad iniezione diretta.
Il ruolo di Mock negli Stati Uniti d’America viene assunto da John German. I modelli automobilistici presentano sempre sensibili differenze tra i due continenti ed è dunque probabile che, a parità di condizioni, le versioni americane sforino i limiti consenti per legge. Per tal ragione, Mock contattatò due istituti: il California Air Resources Board, incaricato di effettuare i test sui rulli, mentre ai tecnici della Università della West Virginia spettarono i controlli su strada. Il tutto è stato svolto grazie al Pems, Portable Emission Measurement SystemIl Pems è una sorta scatola, che si inserisce nel bagagliaio, e rappresenta la tecnologia più sofisticata in circolazione per il controllo e l’omologazione di consumi ed emissioni.

Casualità vuole che la Commissione Europea, del lussemburghese Junker che tanto ostacola Draghi, voglia che questa tecnologia si inserita nei programmi europei a partire dal 2017. Dagli ormai noti risultati si evince che sulle autovetture le emissioni di NOx della Jetta superano i limiti di 15-35 volte, quelle della Passat di 5-20 volte. Nessuno sforamento per la BMW X5.

AFFARE E COMPLICITA’ DI STATO – In questo contesto, il Volkswagen gate sta diventando un caso di Stato che rischia di creare serio imbarazzo anche alla Cancelleria non certo estranea alle vicende della più grande azienda d’Europa. Secondo quanto riportato dal quotidiano Die Welt, lo stesso, avrebbe rivelato di essere in possesso di un documento provante come la cancelleria fosse al corrente del grave problema . Sarebbero stati i Verdi Tedeschi a luglio a presentare un’interrogazione sull’argomento e il ministero dei Trasporti tedesco avrebbe risposto di non essere all’oscuro del fatto che i costruttori di auto alteravano le emissioni con il software poi incriminato. Dal dossier emerge che pure le autorità di Bruxelles erano informate della vicenda.

Ora, quel che insegna il Wolksvagen Gate è che non siamo dinanzi a un errore tecnico o al tentativo colpevole di risparmiare su alcune parti meccaniche, ma davanti a una frode. Nello stesso modo in cui la Grecia ha truccato i conti pubblici per entrare nella zona euro, Volkswagen ha truccato i motori delle sue automobili per apparire meno inquinante e attirare nuovi clienti in un momento in cui l’ecologia influenza le scelte d’acquisto.

E la colpa non risiede nella semplice ricerca del surplus economico. Ma, nell’aver ridotto l’economia ad un semplice ed estenuante viaggio verso la crescita trimestrale. Nell’aver ridotto la percezione dell’affidabilità di una società a un incredibile senso della competizione internazionale per la dominazione del mercato. Ove non è la crescita tecnologica, del benessere di azienda e consumatori a farne una ” buona compagnia “, ma la quantità di autovetture prodotte. D’altronde ” quantità, non è sinonimo di qualità”. E ciò non riguarda solo Volkswagen.

La bellezza negli “States of Decay”

 

States of Decay è il progetto di Daniel Barter e Daniel Marbaix, due giovani fotografi che hanno visitato i grandi edifici in rovina degli stati Uniti.

Daniel Barter and Daniel Marbaix state of decay

 L’idea è nata una sera in un pub di Londra nel luglio del 2011 quando entrambi, nella loro ricerca artistica, si stavano occupando di bellezza e decadenza, soprattutto decadenza urbana. Da quella sera diventano “the Dan duo” e iniziano a viaggiare insieme, come due “esploratori urbani”, inseguendo il sogno di catturare la bellezza nel mezzo della desolazione degli edifici abbandonati.

Si sono immersi nell’archeologia di grandi dimore, di stabilimenti industriali, di prigioni, istituti, chiese e strutture sportive.

Un viaggio attraverso i (non) luoghi degli Stati della Decadenza, gli stessi di cui è fatta l’eccellente fiction apocalittica dei nostri giorni, The Walking Dead:  profondità di campo e di segni, in cui respirare la struggente intensità di un meraviglioso declino.

Le loro immagini vanno dal maestoso al misterioso , e mostrano mondi una volta pieni di vita , ma ormai dimenticati .

state of decay

Senza specificare la provenienza esatta di ogni singolo scatto, ma cercando la connessione interiore con ogni soggetto, i due Daniel hanno scelto alcuni luoghi una volta collettivi dell’America del NordEst (ad esempio: il Seaview Tubercolosis Sanatorium di Staten Island, lo Steubenville Steel Works in Ohio, il Rockland Psychiatric Hospital e il Buffalo Central Terminal nello Stato di New York, e altre scuole abbandonate, asili, ex fabbriche, depositi in disuso, teatri, fornaci, prigioni e cattedrali tutti diroccati) e ne hanno catturato la caduta, lo svuotamento, il passaggio dal tempo della funzione a quello dell’oblio.

Le loro immagini mostrano grandi complessi urbani industriali, mondi che una volta erano pieni di vita, si mostrano ora come luoghi ormai dimenticati.

Israele – Un discorso a Washington per Tel Aviv

Ogni discorso di fronte al Congresso degli Stati Uniti d’America ha un suo peso specifico. Ciò a maggior ragione avviene se a pronunciarlo è il leader di un paese mediorientale. Se poi a parlare a Washington è il Premier Israeliano automaticamente l’attenzione mondiale si concentra su ogni singola frase. Il premier Benjamin Netanyahu ha da poco parlato al Congresso degli Stati Uniti d’America a poco meno di due settimane dalle elezioni politiche in Israele, le quali si terranno il prossimo 17 marzo. E se l’elezioni sono a così breve distanza quale occasione migliore per attirare i riflettori di stampa mondiale ed elettori? Inoltre, si ricordi sempre di come le comunità israelitiche statunitensi foraggino con cospicue donazioni le campagne elettorali in Israele.

2013-01-20T171527Z_782263060_GM1E91L03FU01_RTRMADP_3_ISRAEL-ELECTION-NETANYAHU

UN DISCORSO SULL’IRAN – A pochi giorni dal voto, secondo quanto mostrato dai sondaggi, la corsa elettorale è serratissima tra il suo Likud e l’Unione sionista, l’alleanza di centrosinistra formata dal partito Laburista di Isaac Herzog e da HaTnuah, il partito dell’ex ministro della Giustizia Tzipi Livni. Utilizzando una vetrina mondiale, Netanyahu ha attaccato subito la Repubblica Islamica d’Iran. La prima parte del discorso ha avuto come fulcro il seguente periodo «Il regime iraniano non è solo un problema ebraico, così come il regime nazista non era solo un problema ebraico». L’Iran «ha mostrato più volte che non ci si può fidare» di lui. Poco più avanti ha rincarato la dose dicendo: «I giorni in cui il popolo ebraico rimaneva passivo davanti ai suoi nemici genocidi sono finiti». L’accordo in discussione a Ginevra è «un cattivo accordo», che non solo permetterà all’Iran di avere armi nucleari, ma «lo garantirà – e saranno molte». La platea congressuale ha più volte applaudito, pur registrando la silenziosa e rumorosa assenza di più di cinquanta deputati democratici.


PARALLELISMI E DIFFERENZE TRA ORGANI ISRAELIANI – Personalmente mi preme ancora una volta ricordare come il discorso di Netanyahu sia stato pronunciato a stretto giro da una delle più difficili sfide elettorali che lo abbiano mai aspettato. Difficilmente infatti un leader nel mondo, laddove vi è una forma di Stato democratica, si è confermato per oltre sette anni e di questo Benjamin Netanyahu ne ha piena coscienza. Ad ogni modo il recente discorso a tutti gli analisti e addetti ha ricordato l’intervento tenuto dallo stesso nel 2012 presso l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. In quell’occasione il premier israeliano mostrò un semplice disegno contenente un grafico all’interno di una bomba stilizzata per illustrare quanto l’Iran fosse vicino all’atomica. In tale occasione dichiarò che a Teheran – mancava meno di un anno – per ottenere la bomba atomica. Tale esternazione è stata riproposta da oppositori interni e critici della posizione israeliana poiché proprio in questi giorni è emerso un documento riservato del Mossad, risalente a poche settimane dopo il discorso all’Onu, in cui i servizi segreti israeliani concludevano che l’Iran non stesse attivamente cercando di produrre la bomba atomica. Il The Guardian, che ha rivelato il documento insieme ad Al Jazeera, ha commentato che «il rapporto sottolinea la distanza tra le dichiarazioni pubbliche e la retorica dei più importanti politici israeliani e le valutazioni dei militari e dei servizi segreti di Israele». Una rivelazione non da poco se si pensa alla stima che i Servizi Segreti civili Israeliani godono nel mondo, anche e soprattutto tra i nemici d’Israele.

L’IRRITAZIONE DI OBAMA – Il Presidente degli Stati Uniti d’America ha risposto con la seguente dura presa di posizione: «L’alternativa che offre il primo ministro è nessun accordo, nel qual caso l’Iran ricomincerà immediatamente a portare avanti il suo programma nucleare». La strada della sua amministrazione, insomma, è chiaramente quella di continuare con i negoziati e provare ad arrivare a un agreement che, se avrà successo, «sarà di gran lunga il modo migliore» per impedire che l’Iran ottenga la bomba. Una presa di posizione forte che mostra come Barack Obama conosca bene quale sia il ruolo degli USA nel mondo e quel che realmente gli interessa. Ma ciò, non significa che questa sia la miglior strada per Israele. Le diverse reazioni al discorso dimostrano un pensiero leggermente meno allarmistico.

Dura è stata la leader della minoranza democratica alla Camera Nancy Pelosi, la quale ha dichiarato che le parole di Netanyahu l’hanno portata «quasi alle lacrime», «rattristata dall’insulto all’intelligenza degli Stati Uniti e dalla condiscendenza verso quello che sappiamo sulla minaccia rappresentata dall’Iran». Insomma, tra Repubblicani, i quali hanno invitato il Premier Israeliano, e Democratici la visione di Israele e del ruolo degli Usa come principali partner differisce molto.

A mio parere, seppur il suddetto discorso si stato proiettato in una dimensione internazionale, il vero interesse del Premier Netanyahu mirava alla prossima sfida elettorale. D’altronde si sa quanto per e in Israele sia importante la sicurezza e il rapporto con i propri vicini. Anche l’apparentemente dura presa di posizione di Obama è sensata e corretta  nel momento in cui, quasi per uno scherzo della storia, gli sciiti iraniani e Hezbollah lottano contro uno stesso nemico sunnita ossia l’Islamic State, ma non dalla stessa parte. Israele che con efficacia militare combatte l’Isis guarda con timore maggiore gli sciiti. A Washington però l’Islamic State spaventa e molto; soprattutto nel cuore mondiale delle guerre ossia il Mar Mediterraneo. Ma, la potenza degli estremisti islamici dell’IS non è un errore di valutazione o un errore finanziario di Tel Aviv ma, semmai, di Washington e Bruxelles. Ma questa è un’altra storia.

USA E CUBA – Novanta miglia lunghe cinquant’anni

Nella storia delle relazioni internazionali e dell’umanità, questo dicembre sarà ricordato come il mese del disgelo tra Cuba e gli Stati Uniti d’America. La storia del conflitto e delle tensioni tra i due Paesi ha radici lontane, precisamente quando la Rivoluzione Castrista del 1959 guidata da Ernesto Guevara e il poi leader maximo ossia Fidel Castro ribaltarono il regime di Fulgencio Batista.  

Prima del 1959 a Cuba gli statunitensi controllavano il petrolio, le miniere, le centrali elettriche, la telefonia e un terzo della produzione di zucchero di canna. Quell’anno gli USA erano il primo partner commerciale cubano, comprando il 74% delle esportazioni e fornendo il 65% delle importazioni dell’isola. Le successive tensioni quali la “Baia dei Porci” e, soprattutto, la “Crisi dei Missili“, dove il mondo vide la sua stessa esistenza esser messa a rischio, portarono al el bloqueo e ai rapporti di inimicizia, se non di ostilità aperta, tra i due paesi.

Successivamente al crollo del Muro di Berlino, alla dissoluzione dell’Urss che da sempre aveva costituito il paese di riferimento per i castristi, la “Questione Cubana ” e de el bloqueo non è stata risolta, né ha visto importanti passi in avanti per lungo tempo. A scalfire lo stallo che si era protratto nel tempo è stato esclusivamente Giovanni Paolo II con la visita a L’Avana del 21 gennaio 1998.

In seguito a numerosi appelli della Comunità  Internazionale tra la fine degli anni novanta e la storica giornata di ieri i rapporti tra L’Avana e Cuba sono rimasti quelli di paesi nemici. Molteplici sono infatti stati gli arresti sul suolo dell’uno o dell’altro paese di membri dello spionaggio, come anche molti minori sono finiti in contese risoltesi solo tramite arbitrati internazionali. Eppure, quando ormai per dar fine allo stallo ci si aspettava la morte di Fidel Castro è arrivata la notizia del disgelo tra i due paesi.

cuba us migration crop

La svolta nelle relazioni tra Cuba e gli Stati Uniti è stata frutto del lavoro di Obama e Raoul Castro che hanno annunciato ai loro Paesi e al mondo intero la fine delle restrizioni. Il che significa che esse non saranno più applicate ai viaggi tra i due Paesi e ai trasferimenti di titoli e denaro. A segnare il disgelo nei rapporti tra l’Avana e Washington, la liberazione a Cuba del contractor americano Alan Gross, detenuto per 5 anni con l’accusa di spionaggio. Collaboratore di Usaid, Gross era stato arrestato 5 anni fa mentre distribuiva materiale elettronico alla comunità ebraica all’Avana e condannato a 15 anni di prigione. Al gesto cubano ha fatto seguito da parte degli Stati Uniti d’America la liberazione di tre agenti detenuti dopo un processo controverso che li ha condannati per spionaggio nei confronti di gruppi anti-Castro a Miami. Miami e Florida dove l’anti-castrismo ha per anni segnato il destino delle elezioni dello stato con capitale Fort Lauderdale e dell’intera Unione.

Per comprendere la giornata di ieri bisogna far attenzione e ritornare al 21 Gennaio 1998. Infatti vi è un importante ruolo della diplomazia vaticana dietro la liberazione oggi del cittadino americano. Secondo la CNN, Francesco avrebbe spedito a Obama e Castro due lettere separate all’inizio della scorsa estate – esortando a perseguire relazioni più strette tra i due paesi. Un invito questo ribadito negli incontri al Vaticano tra rappresentanti di entrambi i Paesi, con cui l’ultimo incontro sarebbe avvenuto in autunno, con l’obiettivo di favorire una riapertura dei rapporti fra Usa e Cuba.

Ora, sebbene come da tradizione la Santa Sede stia mantenendo un profilo di assoluta discrezione sulla vicenda, ci sono tutti gli elementi per pensare che il Vaticano abbia avuto un ruolo cruciale nella mediazione. La Santa Sede, a gennaio, non aveva menzionato” Cuba” tra i molti argomenti (Siria, Medio Oriente, Sud Sudan, Usa) affrontati tra il capo della diplomazia statunitense e il primo collaboratore di Jorge Mario Bergoglio. Fu John Kerry, però, in una successiva conferenza stampa, ancora a Roma, a rivelare certi dettagli dell’incontro. Tra le altre, disse, “ho sollevato la questione di Alan Gross e della sua detenzione, e speriamo molto che essi (il Vaticano, ndr) possano essere capaci di essere di sostegno su questo tema”. Era il 14 gennaio del 2014. Kerry e Parolin sono tornati a incontrarsi, quando il segretario di Stato Usa si è trovato a Roma, lunedì 15 dicembre. Dalle note della Segreteria di Stato Vaticano anche questa volta non vi sarebbe alcun accenno alla vicenda. Un’unica dichiarazione della Santa Sede recita di aver offerto «i suoi buoni offici per favorire un dialogo costruttivo su temi delicati», tra Cuba e Usa, «dal quale sono scaturite soluzioni soddisfacenti per entrambe le Parti» e «continuerà ad assicurare il proprio appoggio alle iniziative che le due Nazioni intraprenderanno per incrementare le relazioni bilaterali».

Questa non è ne’ la fine ne’ l’inizio di qualcosa di differente è un grandissimo passo in avanti però per tutta l’umanità. Un’umanità che, nonostante tutto, alle volte non riesce a superare novanta miglia pur spendendo una sonda su Marte. Novanta miglia che per decenni hanno reso lontani Washington e L’Avana più di Marte.

30 for 30: Sfide a stelle e strisce

Tra anticicloni ed appelli d’esame l’estate non è il periodo dell’anno in cui riesco a guardare più film. La dedizione alla causa scema e il sonno aumenta, per cui tendo a buttarmi su visioni che richiedano poca concentrazione e che restituiscano più di quanto chiedono, e un filone abbastanza fertile sotto questo punto di vista è la serie di documentari 30 for 30 prodotta dalla ESPN, il più grosso canale di informazione sportiva d’America.
Sono sempre stato abbastanza affascinato dagli sport a stelle e strisce, ma, con la parziale eccezione della NBA, la mia conoscenza in merito lascia alquanto a desiderare. A tutt’oggi non credo che sarei in grado di seguire una partita di football, e per quanto a forza di manga penso di aver afferrato abbastanza bene le regole del baseball, non mi è ancora mai capitato di sedermi a guardare un’intera partita. Credo che la mia situazione sia piuttosto comune, e se dopo l’overdose di calcio del mondiale vi può stuzzicare l’idea di cambiare un po’ musica (magari ispirati dagli affascinanti sviluppi della free agency NBA) non credo ci siano approcci migliori che la suddetta serie di documentari, nella vena del nostrano Sfide.
Il titolo 30 for 30 è dovuto al fatto che doveva trattarsi di una serie di 30 documentari per celebrare i 30 anni di attività dell’emittente, ma sulle ali di un buon successo l’operazione è stata estesa a una seconda serie, più una terza, ancora in corso, dedicata invece al football nostrano.
I documentari affrontano una varietà di argomenti: alcuni ricostruiscono particolari imprese sul campo, altri tracciano il profilo di alcune personalità, e altri ancora hanno un approccio più ampio e usano lo sport come trampolino di lancio per trattare anche altre questioni.
Mi restano ancora molti episodi da guardare, e mi sono concentrato principalmente su quelli che hanno a che fare col basket, ma per ora mi sento di consigliare in particolar modo questi tre:

The Fab Five
In America, oltre agli sport professionistici hanno un ampio seguito anche i campionati universitari della NCAA, in particolar modo quelli di basket e football. Fab Five era il soprannome dato ai Wolverines, la squadra di basket dell’università del Michigan dei primi anni ’90, squadra che perse due finali consecutive del torneo NCAA ma che rimase nella storia per una serie di motivi sia sportivi, sia extra.
Il documentario ricostruisce molto bene sia i loro exploit sul campo che l’impatto culturale che la squadra (in cui militavano future stelle dell’NBA come Chris Webber e Jalen Rose) ebbe sul mondo della pallacanestro universitaria, e al contrario della maggior parte delle altre puntate dura più o meno come un film “da sala”, per cui ha la possibilità di diffondersi meglio sui vari aspetti della vicenda.

Guru of Go
Sempre rimanendo nell’ambito del basket universitario, Guru of Go racconta la storia di Paul Westhead, una specie di Zeman americano, che negli anni ’80 riuscì a portare a buoni risultati la squadra della Loyola Marymount University con uno stile di gioco esasperatamente offensivista. L’esaltante storia dei successi della squadra è intrecciata con quella della tragica morte in campo di Hank Gathers, il giocatore più rappresentativo della formazione e quello il cui futuro tra I professionisti sembrava promettere meglio.

Straight Outta L.A.
Passando per par condicio a un altro sport, Straight Outta L.A. racconta del rapporto tra la squadra di football dei Raiders e la cultura hip-hop underground e delle gang del relativamente breve periodo in cui la franchigia ha risieduto nella città degli angeli. Il documentario è girato da nientepopodimeno che O’Shea “Ice Cube” Jackson, che come narratore quindi racconta anche il ruolo che lo stile e l’immagine dei Raiders hanno giocato nella sua “educazione” e nella formazione dei NWA, oltre che più in generale nella partita dell’integrazione delle minoranze. Da quando i Raiders hanno lasciato L.A. per tornare a Oakland la città non ha più avuto una squadra di football, il che a quanto pare è uno dei problemi più annosi per la NFL tutta.

Questi sono solo alcuni esempi e ci sono episodi dedicati a hockey, atletica leggera, baseball è quant’altro, per cui, e di nuovo, chiunque fosse più affascinato da che aggiornato su, gli sport americani, farebbe senz’altro bene a dare un’occhiata a quest’ottima serie.