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La bellezza negli “States of Decay”

 

States of Decay è il progetto di Daniel Barter e Daniel Marbaix, due giovani fotografi che hanno visitato i grandi edifici in rovina degli stati Uniti.

Daniel Barter and Daniel Marbaix state of decay

 L’idea è nata una sera in un pub di Londra nel luglio del 2011 quando entrambi, nella loro ricerca artistica, si stavano occupando di bellezza e decadenza, soprattutto decadenza urbana. Da quella sera diventano “the Dan duo” e iniziano a viaggiare insieme, come due “esploratori urbani”, inseguendo il sogno di catturare la bellezza nel mezzo della desolazione degli edifici abbandonati.

Si sono immersi nell’archeologia di grandi dimore, di stabilimenti industriali, di prigioni, istituti, chiese e strutture sportive.

Un viaggio attraverso i (non) luoghi degli Stati della Decadenza, gli stessi di cui è fatta l’eccellente fiction apocalittica dei nostri giorni, The Walking Dead:  profondità di campo e di segni, in cui respirare la struggente intensità di un meraviglioso declino.

Le loro immagini vanno dal maestoso al misterioso , e mostrano mondi una volta pieni di vita , ma ormai dimenticati .

state of decay

Senza specificare la provenienza esatta di ogni singolo scatto, ma cercando la connessione interiore con ogni soggetto, i due Daniel hanno scelto alcuni luoghi una volta collettivi dell’America del NordEst (ad esempio: il Seaview Tubercolosis Sanatorium di Staten Island, lo Steubenville Steel Works in Ohio, il Rockland Psychiatric Hospital e il Buffalo Central Terminal nello Stato di New York, e altre scuole abbandonate, asili, ex fabbriche, depositi in disuso, teatri, fornaci, prigioni e cattedrali tutti diroccati) e ne hanno catturato la caduta, lo svuotamento, il passaggio dal tempo della funzione a quello dell’oblio.

Le loro immagini mostrano grandi complessi urbani industriali, mondi che una volta erano pieni di vita, si mostrano ora come luoghi ormai dimenticati.

Israele – Un discorso a Washington per Tel Aviv

Ogni discorso di fronte al Congresso degli Stati Uniti d’America ha un suo peso specifico. Ciò a maggior ragione avviene se a pronunciarlo è il leader di un paese mediorientale. Se poi a parlare a Washington è il Premier Israeliano automaticamente l’attenzione mondiale si concentra su ogni singola frase. Il premier Benjamin Netanyahu ha da poco parlato al Congresso degli Stati Uniti d’America a poco meno di due settimane dalle elezioni politiche in Israele, le quali si terranno il prossimo 17 marzo. E se l’elezioni sono a così breve distanza quale occasione migliore per attirare i riflettori di stampa mondiale ed elettori? Inoltre, si ricordi sempre di come le comunità israelitiche statunitensi foraggino con cospicue donazioni le campagne elettorali in Israele.

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UN DISCORSO SULL’IRAN – A pochi giorni dal voto, secondo quanto mostrato dai sondaggi, la corsa elettorale è serratissima tra il suo Likud e l’Unione sionista, l’alleanza di centrosinistra formata dal partito Laburista di Isaac Herzog e da HaTnuah, il partito dell’ex ministro della Giustizia Tzipi Livni. Utilizzando una vetrina mondiale, Netanyahu ha attaccato subito la Repubblica Islamica d’Iran. La prima parte del discorso ha avuto come fulcro il seguente periodo «Il regime iraniano non è solo un problema ebraico, così come il regime nazista non era solo un problema ebraico». L’Iran «ha mostrato più volte che non ci si può fidare» di lui. Poco più avanti ha rincarato la dose dicendo: «I giorni in cui il popolo ebraico rimaneva passivo davanti ai suoi nemici genocidi sono finiti». L’accordo in discussione a Ginevra è «un cattivo accordo», che non solo permetterà all’Iran di avere armi nucleari, ma «lo garantirà – e saranno molte». La platea congressuale ha più volte applaudito, pur registrando la silenziosa e rumorosa assenza di più di cinquanta deputati democratici.


PARALLELISMI E DIFFERENZE TRA ORGANI ISRAELIANI – Personalmente mi preme ancora una volta ricordare come il discorso di Netanyahu sia stato pronunciato a stretto giro da una delle più difficili sfide elettorali che lo abbiano mai aspettato. Difficilmente infatti un leader nel mondo, laddove vi è una forma di Stato democratica, si è confermato per oltre sette anni e di questo Benjamin Netanyahu ne ha piena coscienza. Ad ogni modo il recente discorso a tutti gli analisti e addetti ha ricordato l’intervento tenuto dallo stesso nel 2012 presso l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. In quell’occasione il premier israeliano mostrò un semplice disegno contenente un grafico all’interno di una bomba stilizzata per illustrare quanto l’Iran fosse vicino all’atomica. In tale occasione dichiarò che a Teheran – mancava meno di un anno – per ottenere la bomba atomica. Tale esternazione è stata riproposta da oppositori interni e critici della posizione israeliana poiché proprio in questi giorni è emerso un documento riservato del Mossad, risalente a poche settimane dopo il discorso all’Onu, in cui i servizi segreti israeliani concludevano che l’Iran non stesse attivamente cercando di produrre la bomba atomica. Il The Guardian, che ha rivelato il documento insieme ad Al Jazeera, ha commentato che «il rapporto sottolinea la distanza tra le dichiarazioni pubbliche e la retorica dei più importanti politici israeliani e le valutazioni dei militari e dei servizi segreti di Israele». Una rivelazione non da poco se si pensa alla stima che i Servizi Segreti civili Israeliani godono nel mondo, anche e soprattutto tra i nemici d’Israele.

L’IRRITAZIONE DI OBAMA – Il Presidente degli Stati Uniti d’America ha risposto con la seguente dura presa di posizione: «L’alternativa che offre il primo ministro è nessun accordo, nel qual caso l’Iran ricomincerà immediatamente a portare avanti il suo programma nucleare». La strada della sua amministrazione, insomma, è chiaramente quella di continuare con i negoziati e provare ad arrivare a un agreement che, se avrà successo, «sarà di gran lunga il modo migliore» per impedire che l’Iran ottenga la bomba. Una presa di posizione forte che mostra come Barack Obama conosca bene quale sia il ruolo degli USA nel mondo e quel che realmente gli interessa. Ma ciò, non significa che questa sia la miglior strada per Israele. Le diverse reazioni al discorso dimostrano un pensiero leggermente meno allarmistico.

Dura è stata la leader della minoranza democratica alla Camera Nancy Pelosi, la quale ha dichiarato che le parole di Netanyahu l’hanno portata «quasi alle lacrime», «rattristata dall’insulto all’intelligenza degli Stati Uniti e dalla condiscendenza verso quello che sappiamo sulla minaccia rappresentata dall’Iran». Insomma, tra Repubblicani, i quali hanno invitato il Premier Israeliano, e Democratici la visione di Israele e del ruolo degli Usa come principali partner differisce molto.

A mio parere, seppur il suddetto discorso si stato proiettato in una dimensione internazionale, il vero interesse del Premier Netanyahu mirava alla prossima sfida elettorale. D’altronde si sa quanto per e in Israele sia importante la sicurezza e il rapporto con i propri vicini. Anche l’apparentemente dura presa di posizione di Obama è sensata e corretta  nel momento in cui, quasi per uno scherzo della storia, gli sciiti iraniani e Hezbollah lottano contro uno stesso nemico sunnita ossia l’Islamic State, ma non dalla stessa parte. Israele che con efficacia militare combatte l’Isis guarda con timore maggiore gli sciiti. A Washington però l’Islamic State spaventa e molto; soprattutto nel cuore mondiale delle guerre ossia il Mar Mediterraneo. Ma, la potenza degli estremisti islamici dell’IS non è un errore di valutazione o un errore finanziario di Tel Aviv ma, semmai, di Washington e Bruxelles. Ma questa è un’altra storia.

USA E CUBA – Novanta miglia lunghe cinquant’anni

Nella storia delle relazioni internazionali e dell’umanità, questo dicembre sarà ricordato come il mese del disgelo tra Cuba e gli Stati Uniti d’America. La storia del conflitto e delle tensioni tra i due Paesi ha radici lontane, precisamente quando la Rivoluzione Castrista del 1959 guidata da Ernesto Guevara e il poi leader maximo ossia Fidel Castro ribaltarono il regime di Fulgencio Batista.  

Prima del 1959 a Cuba gli statunitensi controllavano il petrolio, le miniere, le centrali elettriche, la telefonia e un terzo della produzione di zucchero di canna. Quell’anno gli USA erano il primo partner commerciale cubano, comprando il 74% delle esportazioni e fornendo il 65% delle importazioni dell’isola. Le successive tensioni quali la “Baia dei Porci” e, soprattutto, la “Crisi dei Missili“, dove il mondo vide la sua stessa esistenza esser messa a rischio, portarono al el bloqueo e ai rapporti di inimicizia, se non di ostilità aperta, tra i due paesi.

Successivamente al crollo del Muro di Berlino, alla dissoluzione dell’Urss che da sempre aveva costituito il paese di riferimento per i castristi, la “Questione Cubana ” e de el bloqueo non è stata risolta, né ha visto importanti passi in avanti per lungo tempo. A scalfire lo stallo che si era protratto nel tempo è stato esclusivamente Giovanni Paolo II con la visita a L’Avana del 21 gennaio 1998.

In seguito a numerosi appelli della Comunità  Internazionale tra la fine degli anni novanta e la storica giornata di ieri i rapporti tra L’Avana e Cuba sono rimasti quelli di paesi nemici. Molteplici sono infatti stati gli arresti sul suolo dell’uno o dell’altro paese di membri dello spionaggio, come anche molti minori sono finiti in contese risoltesi solo tramite arbitrati internazionali. Eppure, quando ormai per dar fine allo stallo ci si aspettava la morte di Fidel Castro è arrivata la notizia del disgelo tra i due paesi.

cuba us migration crop

La svolta nelle relazioni tra Cuba e gli Stati Uniti è stata frutto del lavoro di Obama e Raoul Castro che hanno annunciato ai loro Paesi e al mondo intero la fine delle restrizioni. Il che significa che esse non saranno più applicate ai viaggi tra i due Paesi e ai trasferimenti di titoli e denaro. A segnare il disgelo nei rapporti tra l’Avana e Washington, la liberazione a Cuba del contractor americano Alan Gross, detenuto per 5 anni con l’accusa di spionaggio. Collaboratore di Usaid, Gross era stato arrestato 5 anni fa mentre distribuiva materiale elettronico alla comunità ebraica all’Avana e condannato a 15 anni di prigione. Al gesto cubano ha fatto seguito da parte degli Stati Uniti d’America la liberazione di tre agenti detenuti dopo un processo controverso che li ha condannati per spionaggio nei confronti di gruppi anti-Castro a Miami. Miami e Florida dove l’anti-castrismo ha per anni segnato il destino delle elezioni dello stato con capitale Fort Lauderdale e dell’intera Unione.

Per comprendere la giornata di ieri bisogna far attenzione e ritornare al 21 Gennaio 1998. Infatti vi è un importante ruolo della diplomazia vaticana dietro la liberazione oggi del cittadino americano. Secondo la CNN, Francesco avrebbe spedito a Obama e Castro due lettere separate all’inizio della scorsa estate – esortando a perseguire relazioni più strette tra i due paesi. Un invito questo ribadito negli incontri al Vaticano tra rappresentanti di entrambi i Paesi, con cui l’ultimo incontro sarebbe avvenuto in autunno, con l’obiettivo di favorire una riapertura dei rapporti fra Usa e Cuba.

Ora, sebbene come da tradizione la Santa Sede stia mantenendo un profilo di assoluta discrezione sulla vicenda, ci sono tutti gli elementi per pensare che il Vaticano abbia avuto un ruolo cruciale nella mediazione. La Santa Sede, a gennaio, non aveva menzionato” Cuba” tra i molti argomenti (Siria, Medio Oriente, Sud Sudan, Usa) affrontati tra il capo della diplomazia statunitense e il primo collaboratore di Jorge Mario Bergoglio. Fu John Kerry, però, in una successiva conferenza stampa, ancora a Roma, a rivelare certi dettagli dell’incontro. Tra le altre, disse, “ho sollevato la questione di Alan Gross e della sua detenzione, e speriamo molto che essi (il Vaticano, ndr) possano essere capaci di essere di sostegno su questo tema”. Era il 14 gennaio del 2014. Kerry e Parolin sono tornati a incontrarsi, quando il segretario di Stato Usa si è trovato a Roma, lunedì 15 dicembre. Dalle note della Segreteria di Stato Vaticano anche questa volta non vi sarebbe alcun accenno alla vicenda. Un’unica dichiarazione della Santa Sede recita di aver offerto «i suoi buoni offici per favorire un dialogo costruttivo su temi delicati», tra Cuba e Usa, «dal quale sono scaturite soluzioni soddisfacenti per entrambe le Parti» e «continuerà ad assicurare il proprio appoggio alle iniziative che le due Nazioni intraprenderanno per incrementare le relazioni bilaterali».

Questa non è ne’ la fine ne’ l’inizio di qualcosa di differente è un grandissimo passo in avanti però per tutta l’umanità. Un’umanità che, nonostante tutto, alle volte non riesce a superare novanta miglia pur spendendo una sonda su Marte. Novanta miglia che per decenni hanno reso lontani Washington e L’Avana più di Marte.

30 for 30: Sfide a stelle e strisce

Tra anticicloni ed appelli d’esame l’estate non è il periodo dell’anno in cui riesco a guardare più film. La dedizione alla causa scema e il sonno aumenta, per cui tendo a buttarmi su visioni che richiedano poca concentrazione e che restituiscano più di quanto chiedono, e un filone abbastanza fertile sotto questo punto di vista è la serie di documentari 30 for 30 prodotta dalla ESPN, il più grosso canale di informazione sportiva d’America.
Sono sempre stato abbastanza affascinato dagli sport a stelle e strisce, ma, con la parziale eccezione della NBA, la mia conoscenza in merito lascia alquanto a desiderare. A tutt’oggi non credo che sarei in grado di seguire una partita di football, e per quanto a forza di manga penso di aver afferrato abbastanza bene le regole del baseball, non mi è ancora mai capitato di sedermi a guardare un’intera partita. Credo che la mia situazione sia piuttosto comune, e se dopo l’overdose di calcio del mondiale vi può stuzzicare l’idea di cambiare un po’ musica (magari ispirati dagli affascinanti sviluppi della free agency NBA) non credo ci siano approcci migliori che la suddetta serie di documentari, nella vena del nostrano Sfide.
Il titolo 30 for 30 è dovuto al fatto che doveva trattarsi di una serie di 30 documentari per celebrare i 30 anni di attività dell’emittente, ma sulle ali di un buon successo l’operazione è stata estesa a una seconda serie, più una terza, ancora in corso, dedicata invece al football nostrano.
I documentari affrontano una varietà di argomenti: alcuni ricostruiscono particolari imprese sul campo, altri tracciano il profilo di alcune personalità, e altri ancora hanno un approccio più ampio e usano lo sport come trampolino di lancio per trattare anche altre questioni.
Mi restano ancora molti episodi da guardare, e mi sono concentrato principalmente su quelli che hanno a che fare col basket, ma per ora mi sento di consigliare in particolar modo questi tre:

The Fab Five
In America, oltre agli sport professionistici hanno un ampio seguito anche i campionati universitari della NCAA, in particolar modo quelli di basket e football. Fab Five era il soprannome dato ai Wolverines, la squadra di basket dell’università del Michigan dei primi anni ’90, squadra che perse due finali consecutive del torneo NCAA ma che rimase nella storia per una serie di motivi sia sportivi, sia extra.
Il documentario ricostruisce molto bene sia i loro exploit sul campo che l’impatto culturale che la squadra (in cui militavano future stelle dell’NBA come Chris Webber e Jalen Rose) ebbe sul mondo della pallacanestro universitaria, e al contrario della maggior parte delle altre puntate dura più o meno come un film “da sala”, per cui ha la possibilità di diffondersi meglio sui vari aspetti della vicenda.

Guru of Go
Sempre rimanendo nell’ambito del basket universitario, Guru of Go racconta la storia di Paul Westhead, una specie di Zeman americano, che negli anni ’80 riuscì a portare a buoni risultati la squadra della Loyola Marymount University con uno stile di gioco esasperatamente offensivista. L’esaltante storia dei successi della squadra è intrecciata con quella della tragica morte in campo di Hank Gathers, il giocatore più rappresentativo della formazione e quello il cui futuro tra I professionisti sembrava promettere meglio.

Straight Outta L.A.
Passando per par condicio a un altro sport, Straight Outta L.A. racconta del rapporto tra la squadra di football dei Raiders e la cultura hip-hop underground e delle gang del relativamente breve periodo in cui la franchigia ha risieduto nella città degli angeli. Il documentario è girato da nientepopodimeno che O’Shea “Ice Cube” Jackson, che come narratore quindi racconta anche il ruolo che lo stile e l’immagine dei Raiders hanno giocato nella sua “educazione” e nella formazione dei NWA, oltre che più in generale nella partita dell’integrazione delle minoranze. Da quando i Raiders hanno lasciato L.A. per tornare a Oakland la città non ha più avuto una squadra di football, il che a quanto pare è uno dei problemi più annosi per la NFL tutta.

Questi sono solo alcuni esempi e ci sono episodi dedicati a hockey, atletica leggera, baseball è quant’altro, per cui, e di nuovo, chiunque fosse più affascinato da che aggiornato su, gli sport americani, farebbe senz’altro bene a dare un’occhiata a quest’ottima serie.

Legalizzare la cannabis? Funziona ovunque!

In Italia e in Europa, tranne nella felice oasi olandese, il tema della legalizzazione delle droghe leggere è al centro di frequenti dibattiti. Premetto che non sono mai stato un utilizzatore di marijuana o hascisc; eppure nel suo uso a “fini terapeutici” non ho mai visto nulla di sbagliato. Così se da noi è vano argomentare in maniera pubblica la questione, poiché a più riprese si creano fronti proibizionisti con molteplici e differenti fini, negli Stati Uniti dell’Amministrazione Obama la situazione è differente. Chi concepisce la politica come amministrazione dello Stato e non come semplice prodotto delle post ideologie miste a marketing, sa che queste operazioni di liberalizzazioni sono volte al risanamento del deficit di ogni singolo Stato. Il tema è sempre più globale e l’analisi non può prescindere da una visione analitica del tema. Come tutte le analisi compiute in termini globali non si può prescindere da dati certi e universalmente riconosciuti. Tre anni fa, una semplice quanto complessa relazione sul tema, ha cambiato il corso degli eventi.

Infatti, nel 2011 il Rapporto della Commissione globale sulla politica delle droghe, organismo di cui fanno parte esperti in materia e personaggi quali Kofi Annan, ha divulgato una relazione in cui si affermava che «la lotta alla droga iniziata cinquant’anni fa è fallita», e si sottolineava come in primis per la cannabis, «occorre sperimentare modelli di legalizzazione che colpiscano la criminalità organizzata salvaguardando la salute dei cittadini».

URUGUAY PUNTO DI SVOLTA – Il mondo legato al narcotraffico, se non per l’eroina, è indissolubilmente legato al Sud America. Nomi quali Pablo Escobar sono nel bene o nel male personaggi assunti al grado di figure leggendarie. Per non far scadere l’analisi tengo a ribadire che quando si parla di legalizzazioni ci si riferisce alla cannabis e ai suoi derivati, A far crollare il sistema proibizionista è stato a sorpresa Montevideo. In Uruguay la “canna di Stato” è realtà dal novembre duemilatredici e la vendita è effettuata attraverso i comuni banconi delle farmacie. A fine dello scorso anno, il Senato Uruguaiano ha deliberato la legge che permetterà al governo di Josè “Pepe” Mujica di coltivare e vendere direttamente marijuana a circa un dollaro al grammo, primo caso nella storia. «Ora bisognerà solo aspettare che i semi germoglino», ha spiegato Josè Calzeda, capo della Giunta nazionale delle droghe. Con il Sud America in gioco in molti si sono dovuti ricredere sul proseguo del cammino proibizionista. D’altronde nel duemiladodici sul Rapporto Annuale sulle Droghe Leggere delle Nazioni Unite venne sottolineato di come la legalizzazione potrebbe portare al ridimensionato del giro d’affari delle organizzazioni criminali. Montevideo dalla recente legalizzazione ha ricavato milioni di dollari in pochissimo tempo, grazie ai più dei centoquarantamila consumatori “abituali”.

UN COLORADO D’ERBA – L’Amministrazione Obama se da un lato sta vivendo un difficile periodo per via della crisi economica non appieno superata e dei recenti risvolti geopolitici, sicuramente gode del favore di molti antiproibizionisti. Il livello di legalizzazione della cannabis non si è verificato a livello federale ossia centrale, bensì statale. Questo non vuol dire che non vi sia un forte appoggio a tali politiche da parte dell’Amministrazione Obama, famoso è l’appoggio democratico a tale tema. La California, che all’accanimento terapeutico sul bilancio pubblico compiuto da Mario Monti preferì la tecnica della liberalizzazione della cannabis a “scopo terapeutico”. A trarre il dado e segnare il punto di non ritorno vi ha di recentemente pensato lo Stato del Colorado. Nel Colorado la vendita di cannabis da “fine terapeutico” è passato a “uso ricreativo”, facilmente intuibile l’andamento delle casse stabili. Lo Stato americano, infatti, dopo aver approvato la legalizzazione della marijuana, ha registrando un boom dell’entrate economiche pari a due milioni di dollari per l’acquisto dell’erba’ per scopo ricreativo. Alla somma dei due milioni di dollari si devono aggiungere gli introiti derivanti dalla vendita della marijuana per uso medico e i pagamenti dei commercianti per ottenere le licenze, cifra che si aggira intorno3,5 milioni di dollari. I dati diffusi dal Department of Revenue, indicano che, dal primo gennaio 2014, data di entrata in vigore della nuova legge, al 31 dello stesso mese, i 59 negozi che attualmente sono autorizzati a vendere marijuana in Colorado hanno incassato oltre 14 milioni di dollari, dei quali circa 2 milioni verranno trattenuti a titolo di imposta. Secondo le stime a lungo termine che si riferiscono al prossimo anno fiscale, la vendita della marijuana produrrà un fatturato di circa un miliardo di dollari, per i quali lo Stato del Colorado ne incasserà almeno 130 milioni.

Ora non propongo morali, ne’ invito gente alla Giovanardi e il suo Nuovo Centro Destra a convincersi della bontà di un tale provvedimento per le casse statali. Comprendo che in Italia i più strenui sostenitori di una tale operazione siano i militanti di occupazioni studentesche con 150 metri quadri a Piazza Verdi e che i loro intenti siano essenzialmente sciocchi. Ma, ai “fini terapeutici” la legalizzazione sarebbe sacra poiché a molti basterebbe passare mezza giornata in un reparto di oncologia per comprendere la sofferenza e il sollievo di alcune sostanze. Con buona pace di post missini, tanto puri quanto abituati ai finanziamenti pubblici per inutili attività.

Enola Gay: la donna volante che non sapeva di cambiare il mondo

Enola Gay is mother proud of a little boy today ah ahhh

this kiss you give, it’s never ever gonna fade away..

Fischietta un “ragazzino” per una strada qualsiasi nei primi anni ’80, è un successo planetario quello. Gli OMD, acronimo di Orchestral Manoeuvres in the Dark, sono stati ai primi posti delle classiche internazionali per mesi cantando lei, Enola Gay, una canzone di protesta e lui lo sa bene. Conosce a memoria ogni strofa, ma non pensa mai a sua madre quando l’ascolta alla radio. Enola Gay Tibbets è una signora sulla cinquantina nel 1945, originaria dell’Illinois, ha cambiato spesso città con la sua famiglia. Questo potrebbe far pensare a una donna caparbia, di carattere, e a una  persona che a suo modo lascia il segno. Ha un figlio Enola, si chiama Paul e sogna di volare fin da piccolo. Con lo scoppio della Seconda Guerra mondiale diventerà un pilota di bombardieri, prima in Europa sui B-17, le “fortezze volanti” e poi sui quasi sperimentali B-29 Superfortess, quando la guerra giunta quasi alla fine, premerà solo sul fronte del Pacifico. Il suo B-29 viene assegnato dopo diverse “modifiche” operate negli USA alle Isole Marianne, e lui, come era di moda tra i piloti di bombardieri nella WW2 gli da un nomignolo, anzi un nome, lo chiama “Enola Gay” come sua madre. E’ estate.

A Washington, F.D. Roosevelt si è appena arreso alla morte: è alla terza presidenza consecutiva, dopo lo stress di 3 anni di guerra e metà della sua vita messa in ginocchio dalla polio, viene stroncato da un’emorragia cerebrale. Lui, che ha dichiarato guerra all’Impero Giapponese, lascerà il suo mandato ad Harry Truman, un modesto ex agricoltore del Missouri che studiando alle scuole serali si era guadagnato la vicepresidenza degli Stati Uniti d’America, e poi secondo la legge, la presidenza. Con essa gli viene lasciato nelle mani anche un segreto, il Progetto Manhattan. E’ dal 1939 infatti che luminari della fisica come Oppenheimer e Fermi lavorano ad un progetto segreto in un palazzo di New York City, che porterà dopo il 1942 (e la fusione del progetto atomico Anglo-canadese nel ’43) all’armamento degli Alleati con una bomba a fissione nucleare, la Bomba Atomica. Truman non ha il polso adatto per condurre il gioco, forse, ma il Giappone non dà segni di resa e ogni isola conquistata nel Pacifico per farsi strada verso Tokyo, da Guadalcanal a Okinawa, costa agli alleati migliaia di caduti.

Il  6 Agosto 1945 uno stormo di  15 bombardieri B-29 decolla dalla base di Tinian, ai comandi del colonnello Paul Tibbets. Ogni apparecchio conta 11 uomini di equipaggio e nessuno per motivi di responsabilità e coscienza, compreso lo stesso Tibbets, è al corrente di quale tra i bombardieri trasporta un ordigno mai usato nella storia dei conflitti. Alle 08.15 viene sganciata “Little Boy” nei cieli dell’ obiettivo designato, la città di Hiroshima. La pancia dell’apparecchio che covava la morte di 75.000 persone e uno dei momenti piùcupi della storia della scienza e dell’uomo era quella intitolata a quell’ignara madre americana, Enola Gay. La storia dei conflitti umani e degli schieramenti del mondo cambiava quel giorno.

L’Enola Gay, in seguito alla capitolazione dell’Impero Giapponese (dovuta ad un secondo bombardamento atomico su Nagasaki tre giorni dopo) e la fine della Seconda Guerra Mondiale, verrà trasferito nella base nei pressi di Roswell in New Mexico, che rimarrà nella storia (della fantascienza questa volta) per il noto incidente del fantomatico UFO nel ’47, dal quale nasceranno tutte le teoria dell’insabbiamento di contatti con forme di vita extraterrestri. Non verrà scelto per i test atomici sull’atollo di Bikini (dalla cui esplosione prenderà il nome, per volere dello stilista, il famoso modello di costume da bagno) e verrà dismesso dall’USAAF l’anno seguente. Oggi l’apparecchio è esposto al National Air and Space Museum. Paul Tibbets è morto nel 2007 ed è sepolto a Columbus in una tomba senza nome.

Qatar ed il boomerang egiziano

Qatar, un nome capace di suscitare sensazioni all’ascolto paritetiche alle parole benessere e ricchezza. Gli amanti del calcio associano il Qatar al logo che campeggia sulla maglia del Barcelona Futbol Club ed in special modo, grazie alla maggioranza azionaria attraverso il Qatar Investment Authority, al Paris Saint Germain. Sponsorizzazioni, ricevimenti offerti in tutte le sedi diplomatiche e il proprio nome che campeggia quotidianamente nei report di finanza significa possedere visioni finanziarie e geopolitiche chiare e decise. Con tali premesse, il Regno Sunnita si è inserito all’interno del difficile quadro egiziano. Quadro politico ove si mescolano da decenni credi religiosi ed interessi internazionali ed economici capaci di destabilizzare un’intera area.

IL MONDO SUNNITA – Diversamente da ciò che si pensa il mondo arabo é da decenni diviso da lotte fratricide e culturali. La sua più grande frattura è in essere tra il mondo Sciita e quello Sunnita. Risale ai tempi nei quali si dovette decidere come dare seguito alla successione di Maometto nella guida dei fedeli e nel tramandare e interpretare la dottrina. I sunniti sono i più numerosi, gli sciiti sono considerati una percentuale variabile tra il 10 e il 15% del totale dei musulmani. Il nome sunniti deriva dall’arabo “sunnah”, che significa “tradizione“. I sunniti sono infatti coloro che seguono la tradizionale religione islamica. Essi seguono le scritture del Corano e utilizzano come punto di riferimento le azioni, le parole e la vita di Maometto, testimoniata appunto dalla tradizione. Differentemente gli sciiti possono essere definiti “partigiani di Maometto “.

Infatti, gli sciiti, staccatisi dalla maggioranza sunnita in seguito alla morte di Maometto, identificano il patriarca della loro comunità come successore di Maometto stesso. Essi, alla morte del profeta, hanno proclamato come successore Alì, cugino e genero di Maometto: il nome “sciiti” deriva dalla parola araba “Scià Alì”, cioè “la fazione di Alì“.

In molteplici casi vengono confuse le differenze dottrinali con quelle politiche, in particolare con la contrapposizione emersa con forza dopo l’affermazione del khomeinismo in Iran, accolta con estrema ostilità dalle dinastie sunnite del Golfo, inquietate da una sommossa che portò alla cacciata della famiglia reale iraniana e alla fondazione di una repubblica che si professava megafono della voce alle masse islamiche. Tant’è che per molti la ” Rivoluzione Iraniana “è stata considerata la più grande rivoluzione del ventesimo secolo. In questo quadro il Qatar si è spesso innalzato a baluardo del mondo Sunnita.

L’APPOGGIO ALLA FRATELLANZA MUSULMANA – Sull’Egitto, a differenza della Siria, il mondo Sunnita si è diviso. Da un lato i giganti Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita e dall’altro il Qatar. La Fratellanza Musulmana non ha mai riscosso simpatia nelle monarchie del Golfo. Le stesse monarchie si sentirono tradite dagli USA nella destabilizzazione dell’Egitto con la cacciata di Mubarak. Su Confluences Méditerranée, il politologo Karim Sader, esperto delle monarchie del Golfo, spiegò che «la caduta del rais ha costituito un vero trauma in Arabia Saudita, perché gli Usa hanno abbandonato Mubarak per avvicinarsi ai Fratelli Musulmani. Guidati dal loro pragmatismo politico, gli americani si sono rapidamente accordati con il potere della fratellanza, che d’altronde più che islamisti erano ultra-liberisti a livello economico e garantivano la sicurezza di Israele. Un vero e proprio schiaffo a Riyadh che coltiva un’avversione storica per la confraternita islamista». Fu il re Abdallah, nel settembre 2013, a spiegare il sostegno saudita al nuovo governo militare de Il Cairo in nome «della lotta al terrorismo, all’estremismo ed alla sedizione», le stesse parole usate dalla dittatura siriana per bollare l’opposizione armata finanziata da sauditi e qatariani. Il Qatar invece, per affinità elettive e storiche, è da decenni alleato della Fratellanza Musulmana. Essendo stato risparmiato, a differenza delle Monarchie, dalle rivolte delle Primavere Arabe, non teme contagi. Fin da subito il Qatar forte della sua stabilità ha appoggiato la Fratellanza e con essa ha cercato un ruolo di garante delle rivolte. Ma, il forte estremismo dell’organizzazione, i molteplici attacchi alle Chiese Copte ed infine la crisi economica hanno distrutto il placet di popolazione, comunità internazionale (ad eccezione dell’amministrazione Obama) e dell’esercito. Ciò nonostante grazie ad una donazione di 7 miliardi di dollari, il Qatar non ha abbandonato la storica organizzazione alleata di Hamas in Palestina.

LO SCONTRO TROPPO CARO CON SAUDITI ED EMIRATI – L’appoggio senza tentennamenti ai Fratelli Musulmani del deposto Presidente Morsi rischia di costare un prezzo carissimo al Qatar. L’Arabia Saudita, come recentemente riportato dal quotidiano Al-Arab, ha minacciato di chiudere il confine e lo spazio aereo con il Qatar se Doha non cesserà di appoggiare l’organizzazione dei Fratelli Musulmani in modo formale e materiale. Il quotidiano con sede a Londra, considerato molto vicino ai vertici sauditi e agli Emirati Arabi Uniti, afferma che un funzionario saudita ha consegnato un pressante messaggio all’Emiro del Qatar, lo sceicco Tamim Bin Hamad al-Thani, da parte del governo saudita. Se la minaccia dovesse concretizzarsi si creerebbe un ennesimo problema per l’amministrazione Usa guidata negli affari esteri da John Kerry. Infatti, sia il Qatar che gli Emirati Arabi Uniti ed il Regno Saudita sono importanti partner strategici per gli Stati Uniti d’America. A complicare il quadro vi sono pessimi precedenti. Furono infatti il regno dell’Arabia Saudita e l’Egitto di Mubarak a sostenere un tentativo di colpo di stato in Qatar nel 1996. Le forze del Qatar leali al principe esiliato erano penetrate in territorio qatariota, sotto la supervisione degli ufficiali egiziani e sauditi, per cacciare il principe Hamad bin Khalifa e restaurare al potere suo padre, lo sceicco Khalifa.

In conclusione d’analisi possiamo constatare come in Medio Oriente il caos regni sovrano. Caos che alle volte serve a far mutare in maniera torbida e sicura per le superpotenze il quadro regionale. Ma, questa volta, il caos può trasformarsi in un Inferno per cancellerie e multinazionali.

Siria, dall’attacco chimico alle torture nelle carceri: nuovi importanti sviluppi

L’8 dicembre scorso il giornalista statunitense Seymour Hersh ha pubblicato sul sito della London Review of Books (LRB) un lungo articolo, intitolato «Whose Sarin» (articolo tradotto in italiano e comparso su Repubblica del 10 dicembre), nel quale accusa il governo americano di non aver detto la verità per ciò che riguarda l’ormai famoso attacco chimico del 21 agosto scorso. Attacco chimico che, è bene ribadirlo, avrebbe potuto portare all’intervento militare proprio degli Stati Uniti. 76 anni, Hersh è un giornalista molto famoso: nel 1970 vinse il Pulitzer per le rivelazioni del massacro di My Lai in Vietnam e nel 2004 fece conoscere al mondo intero gli abusi ad opera dei militari statunitensi nel carcere di Abu Ghraib in Iraq. Questa volta il giornalista di Chicago mette nel mirino l’operato dei servizi segreti statunitensi e del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. Scrive Hersh (di cui riporto solo alcune parti dell’articolo):

Nei mesi precedenti, le agenzie di intelligence americane hanno prodotto una serie di rapporti altamente riservati contenenti prove che il Fronte Al Nusra, un gruppo jihadista affiliato ad Al Qaeda, possedeva le competenze tecniche per creare il sarin ed era in grado di fabbricarne in abbondanza. […] Un ufficiale di alto livello dell’ intelligence, in una mail spedita a un collega, ha definito le assicurazioni dell’ amministrazione Obama sulla colpevolezza di Assad una «furberia». […] Il 29 agosto, il Washington Post ha pubblicato estratti del budget annuale per tutti i programmi nazionali di intelligence, fornito da Snowden.[…]Gli estratti del Washington Post hanno fornito anche la prima indicazione di un sistema segreto di sensori all’ interno della Siria per conoscere in anticipo qualsiasi cambiamento nella situazione dell’ arsenale chimico del regime. I sensori sono monitorati dall’Nro (Ufficio nazionale di ricognizione), l’organismo che controlla tutti i satelliti dei servizi segreti americani. Secondo il riassunto del Washington Post, l’Nro ha anche il compito di «estrarre i dati provenienti dai sensori sul terreno», dislocati all’ interno della Siria. Questi sensori forniscono un monitoraggio costante dei movimenti delle testate chimiche in mano all’ esercito siriano, ma nei mesi e nei giorni prima del 21 agosto, dice sempre l’ ex funzionario, non hanno riscontrato alcun movimento. È possibile, naturalmente, che il sarin sia stato fornito all’ esercito siriano attraverso altri mezzi, ma non essendoci stato nessun preallarme le autorità americane non erano in grado di monitorare gli eventi a Ghouta Est nel momento in cui si stavano svolgendo.La Casa Bianca ha avuto bisogno di nove giorni per mettere insieme le prove contro il governo siriano. Il 30 agosto ha invitato a Washington un gruppo selezionato di giornalisti e ha distribuito loro un documento che recava scritto in bell’evidenza «Valutazione del Governo» (e non dei servizi segreti). Il documento esponeva una tesi essenzialmente politica a sostegno della posizione della Casa Bianca contro Assad: i servizi segreti Usa sapevano che la Siria aveva cominciato a «preparare munizioni chimiche» tre giorni prima dell’ attacco.[…] Il documento diffuso dalla Casa Bianca e il discorso di Obama non erano descrizioni degli eventi specifici che avevano portato all’ attacco del 21 agosto, ma un’ esposizione della procedura che l’esercito siriano avrebbe seguito per qualunque attacco chimico. «Hanno messo insieme un antefatto», dice l’ ex funzionario dei servizi, «con un mucchio di pezzi e parti differenti.» Sia in pubblico che in privato, dopo il 21 agosto l’ amministrazione Obama ha ignorato le informazioni disponibili sul potenziale accesso al Sarin di al-Nusra e ha continuato a sostenere che il Governo di Assad era l’ unico a disporre di armi chimiche […].

A corredo dell’articolo, segnalo sia l’articolo del Washington Post, sia il documento di «Valutazione del Governo» citati da Hersh nella sua inchiesta.

LE TANTE CRITICHE MOSSE A HERSH – L’articolo di Hersh ha scatenato numerose polemiche e lasciato spazio a molte critiche. Innanzitutto, il portavoce dei servizi segreti americani, Shawn Turner, ha commentato:«Qualsiasi insinuazione sul fatto che siano state taciute prove di intelligence a sostegno di presunte alternative, sono false». Il blogger Brown Moses (alias Eliot Higgins che, come abbiamo visto, non nasce come esperto di armi) sostiene che i missili impiegati sarebbero i Volcano, di cui sarebbe in possesso solo l’esercito siriano sin dal novembre 2012. Secondo Higgins, l’attacco chimico è chiaramente opera dei «compari di Assad» e l’attacco non sarebbe un’iniziativa improvvisa ma parte precisa di un’operazione militare durata più di tre mesi. La fondazione EA WorldView (dell’Università di Birmingham) ritiene invece che il Pulitzer abbia volontariamente omesso alcuni particolari. Ad esempio, Hersh non avrebbe tenuto conto del fatto che non è stato colpito un solo luogo ma molti di più (tra i 7 e i 12). Secondo la fondazione (che rivolge molte altre critiche al giornalista statunitense) solamente l’esercito regolare avrebbe avuto la forza di condurre simili operazioni. EA WorldView sospetta anche che l’articolo di Hersh sia stato in gran parte “riciclato” da una vicenda risalente al maggio scorso, quando 12 uomini di Al-Nusra furono arrestati con l’accusa di possedere il Sarin. Alle critiche ha risposto Christian Lorentzen, redattore capo della LRB, che ha dichiarato che l’articolo è stato scrupolosamente sottoposto a fact-checking (ossia alla verifica dei fatti) da parte di un ex fact checker del New Yorker (un settimanale rinomato proprio per la sua attività di controllo delle notizie che vengono pubblicate) che già in passato aveva lavorato con Hersh. Tuttavia vien da chiedersi perché l’articolo non sia comparso sul New Yorker, di cui Hersh è una delle firme più illustri, o sul Washington Post, al quale lo stesso giornalista aveva inviato una mail per proporre l’inchiesta. Interpellato sul punto, Hersh ha dichiarato che il New Yorker «ha mostrato scarso interesse per la vicenda», mentre il redattore esecutivo del Washington Post, Marty Baron, dopo aver inizialmente mostrato interesse per l’articolo ha risposto al famoso reporter dicendo che «le fonti non erano in linea con gli standard di credibilità del Post». I portavoce di entrambi i periodici hanno preferito non commentare pubblicamente la vicenda.

L’ULTIMO RAPPORTO RIMETTE IN GIOCO TUTTO? – Nel suo articolo, Hersh aveva chiesto anche il parere del professore di tecnologia e sicurezza nazionale del Massachussets Institute of Technology (MIT), Theodore Postol.

In un allegato al rapporto dell’ Onu erano riprodotte foto, prese da YouTube, di alcune munizioni recuperate, tra le quali un razzo che «corrisponde indicativamente» alle specifiche di un lanciarazzi da 330mm. Il New York Times scrisse che la presenza di quei razzi sostanzialmente era la prova che la responsabilità dell’ attacco era del governo siriano, poiché «non risultava che la guerriglia fosse in possesso delle armi in questione». Theodore Postol, professore di tecnologia e sicurezza Nazionale al Mit, ha analizzato le foto dell’ Onu insieme a un gruppo di suoi colleghi ed è giunto alla conclusione che quel razzo di grosso calibro era una munizione di fabbricazione artigianale, molto probabilmente realizzata localmente. Mi ha detto che era «qualcosa che si può produttore in un’ officina modestamente attrezzata». Il razzo delle foto, ha aggiunto, non corrisponde alle specifiche di un razzo simile, ma più piccolo, a disposizione delle forze armate siriane.

Thedore Postol non è un semplice professore di università: secondo quanto ha scritto Roberta Zunini su Il Fatto Quotidiano del 17 gennaio, stiamo parlando del «massimo esperto di balistica al mondo nonché scienziato e professore di Tecnologia e sicurezza nazionale al Mit di Boston [sic], il più accreditato istituto di tecnologia del mondo». Il 14 gennaio lo stesso Postol ha pubblicato insieme a Richard Lloyd (ex ispettore delle Nazioni Unite sugli armamenti) un interessantissimo rapporto il cui titolo dice già molto: “Possibili conseguenze delle errate interpretazioni tecniche dei servizi segreti statunitensi sull’attacco con gas nervino del 21 agosto a Damasco”. A pag.36 del rapporto si legge che I missili utilizzati nell’attacco erano a cortissimo raggio e potevano essere lanciati da una distanza massima di 2 Km: il che sembra dimostrare che l’esercito, che si trovava più lontano dai luoghi dell’attacco (come si evincerebbe anche da una cartina della Casa Bianca), non sia il responsabile.

LE “SOMIGLIANZE” SOSPETTE DEI RAPPORTI SULL’ATTACCO – Il 26 settembre scorso un ricercatore associato proprio del MIT, Subrata Ghoshroy, aveva scritto un lungo e dettagliato articolo intitolato “Seri interrogativi sull’integrità del rapporto delle Nazioni Unite”. Nel suo articolo, Ghoshroy ricostruisce bene i momenti salienti di quei giorni e dedica un passaggio proprio al ruolo del blogger Brown Moses/Elliot Higgins, “voce” sempre più ascoltata dai media internazionali. Goshroy di analisi se ne intende, visto che ha lavorato per quasi 10 anni come senior analyst al GAO – Government Accountability Office del Congresso degli Stati Uniti. A pag.4 riporta di aver visionato tanti file di foto o video utilizzati da Higgins per dimostrare la colpevolezza dell’esercito di Assad per l’attacco del 21 agosto e di averne notati alcuni che risalivano al Gennaio 2013 (ossia ben sette mesi prima degli attacchi di Ghouta). Riempire il blog di foto che si riferiscono ad eventi diversi può essere perlomeno fuorviante. Il ricercatore del MIT ricorda anche come ad inizio settembre proprio Postol e Lloyd furono sentiti dal New York Times a proposito dell’attacco di Ghouta. In quei giorni il quotidiano statunitense aveva pubblicato sul proprio sito una presentazione in PowerPoint fatta da Lloyd sugli elementi (allora) conosciuti dell’attacco; di Postol aveva invece pubblicato un’analisi preliminare sull’attacco. Due documenti molto importanti anche perché pubblicati prima del rapporto dell’ONU (questi studi furono pubblicati sul sito del NY Times il 5 settembre, mentre il rapporto dell’ONU fu reso noto ben 11 giorni dopo, il 16 settembre ndr). Tra questi 2 studi e il rapporto dell’ONU, ci fu quello di Human Rights Watch (HRW) pubblicato il 10 settembre e basato (tra gli altri) sulle foto e i video reperiti da Brown Moses. Le date di pubblicazione non sono affatto elementi secondari, soprattutto se nell’analisi del ricercatore del MIT si legge:«Precedentemente alla pubblicazione del rapporto delle Nazioni Unite, altri due importanti rapporti erano stati resi pubblici. Uno è comparso sul New York Times e l’altro è il rapporto di Human Rights Watch. Entrambi i rapporti mostravano i dettagli di una testata che avrebbe potuto contenere tra i 50 e i 60 litri di Sarin – una quantità che potrebbe spiegare l’elevato numero di vittime indicate dal governo USA. Il rapporto dell’ONU, rilasciato qualche tempo, ha ripetuto le loro conclusioni [dei 2 rapporti NDR]. Avendo studiato e analizzato attentamente tutti questi rapporti, ho trovato che quello dell’ONU ha incluso diagrammi e fotografie che si trovavano nei rapporti sopramenzionati senza citarli.[…] Credo ci siano stati contatti tra il gruppo di ispettori ONU e gli analisti esterni che hanno influenzato il rapporto.» A corredo della sua tesi, Goshroy propone numerosi esempi di “somiglianze” sospette tra i rapporti del NY Times, di HRW e quello dell’ONU.

Non ci sarebbe stato niente di male se l’ONU avesse reso noto che si era servita anche di altri rapporti. Ciò non solo non è stato fatto, ma il rapporto stesso (che sin da subito presentava elementi perlomeno poco convincenti) è stato preso e in molti casi presentato da buona parte della stampa nazionale e internazionale come un documento che metteva la parola fine a qualsiasi dubbio. Un rapporto che doveva costituire la conferma ufficiale della dinamica dell’attacco e, seppur implicitamente, la riprova che il responsabile fosse l’esercito siriano. Il fatto che alcuni commentatori come – tra gli altri – la giornalista Sharmine Narwani avessero fatto notare che questo documento non sembrava rispondere ai tanti dubbi ma piuttosto aggiungerne altri è stato (volutamente o meno) ignorato dai più. Eppure già il 4 settembre (ossia ben 12 giorni prima della pubblicazione del rapporto) il segretario di stato, John Kerry, aveva di fatto ridimensionato la rilevanza del rapporto dell’ONUdichiarando al Washington Post:«Le indagini delle Nazioni Unite non ci diranno chi ha utilizzato queste armi chimiche. Per stessa definizione del suo mandato, l’ONU non potrà dire nulla di più di quanto vi abbiamo detto noi questo pomeriggio o che già non sappiamo».

TORTURE PRESENTI E PASSATE – Il fatto che (molto probabilmente) non sia Assad il responsabile dell’attacco chimico non deve però far credere che il presidente siriano possa essere considerato una vittima. Anzi, due giorni prima dell’inizio della conferenza internazionale “Ginevra 2” il Guardian e la CNN hanno pubblicato una sintesi in anteprima di un rapporto che sembra attestare le torture del regime nelle carceri. Il rapporto nasce da 55.000 scatti fotografici di Caesar (nome finto utilizzato per motivi di sicurezza), un disertore che – si afferma nel documento – è ora un “sostenitore di coloro che si sono opposti all’attuale regime” ma che ha dichiarato al gruppo di inchiesta di aver lavorato per 13 anni nella polizia militare. Tra le sue mansioni vi era quello di fotografare i cadaveri degli ex detenuti nelle prigioni; il duplice scopo era quello, da un lato di informare le autorità che le esecuzioni erano state portate a compimento, dall’altro di assicurarsi che nessuna foto fosse fatta arrivare alle famiglie dei prigionieri morti, alle quali veniva detto che i prigionieri erano morti per “infarto” o per “problemi respiratori”. Caesar è stato ritenuto un testimone credibile perché non ha mai dato l’impressione di voler gonfiare i propri racconti: ha infatti ammesso di non aver mai assistito direttamente ad alcuna esecuzione ma di aver solo fotografato i corpi (sarebbero addirittura 11.000 i detenuti morti). Il rapporto è stato stilato da David Crane – professore di diritto ed ex procuratore capo della Corte Speciale per la Sierra Leone riuscito a far condannare l’ex presidente della Liberia Charles Taylor a 50 anni di carcere per “crimini di guerra” e “crimini contro l’umanità” – Desmond de Silva (che ha lavorato nella medesima corte) e l’avvocato Geoffrey Nice. Le foto pubblicate sono molto crude e 35 di queste – cosa non di poco conto – sono state analizzate da un esperto che ha confermato come non siano state in alcun modo alterate digitalmente. Nelle conclusioni del rapporto si legge che sono state raccolte «prove evidenti [… ] di una tortura sistematica e di uccisioni ai danni delle persone detenute da parte degli agenti del governo siriano». Se Crane ha dichiarato:«Questa è una pistola fumante. Qualsiasi procuratore vorrebbe avere questo tipo di prove – le foto e l’intera operazione. Questa è la prova diretta della macchina omicida del regime», De Silva ha paragonato le foto a quelle dell’Olocausto.

Il rapporto, come era prevedibile attendersi, ha suscitato forti polemiche, anche solo per la tempistica. Il ministro degli esteri siriano, Walid al Muallem, ha dichiarato che quelle foto sono false e che non hanno alcun legame con le carceri siriane (ma d’altronde sarebbe stato strano attendersi un’ammissione). Ha inoltre etichettato il rapporto come «politicizzato e carente in obiettività e professionalità» e lo studio legale che lo ha stilato come «noto per avere legami con paesi che sono ostili alla Repubblica Araba Siriana sin dall’inizio della crisi». Effettivamente lo studio legale Curter-Ruck (come conferma la stessa CNN) è stato finanziato dal governo del Qatar, paese che, insieme all’Arabia Saudita, ha fornito forse maggior supporto ai ribelli. La CNN, pur avendo pubblicato il rapporto, ha poi precisato di «non poter esser essere in grado di confermare in maniera indipendente l’autenticità delle fotografie, dei documenti e delle testimonianze citate nel rapporto e di affidarsi per questo alle conclusioni della commissione di inchiesta». Inoltre, seppur ritenuto credibile da questo gruppo d’inchiesta (che, va detto, non è composto da quattro pagliacci), il testimone anonimo Caesar è l’unica fonte dal quale si evince che queste foto sarebbero collegate alle carceri del regime (molti dubbi sono stati espressi dal giornalista e scrittore Francesco Santoianni). Sapere che le terribili foto non sono state ritoccate è confortante sino ad un certo punto, se il contenuto delle stesse non viene supportato da argomenti più validi di una testimonianza anonima (per quanto ritenuta affidabile).

Va inoltre ricordato come quello dello studio Curter-Ruck non è il primo rapporto che chiama in causa il regime per le torture uscito a guerra in corso. Già nel luglio del 2012 HRW ne aveva pubblicato un primo, in cui si denunciavano dettagliatamente arresti arbitrari, detenzioni illegali e torture ai danni dei manifestanti scesi in strada per opporsi al regime. C’è chi considera HRW spudoratamente di parte e a favore dei ribelli, ma la stessa organizzazione ha pubblicato lo scorso ottobre un lunghissimo resoconto dei sanguinosi avvenimenti di Latakia del 4 agosto 2013in cui incrimina non Assad e il suo esercito, ma le forze dell’opposizione armata di aver ucciso almeno 190 civili, tra cui 57 donne, 18 bambini, 14 anziani e almeno 67 persone disarmate che stavano scappando, a cui vanno aggiunte molte donne e bambini presi in ostaggio.

Del resto, gli stessi Stati Uniti (che per bocca del Segretario di Stato, John Kerry, si dicono inorriditi) sapevano da tempo che nelle carceri siriane si praticasse la tortura; e lo sapevano con certezza, perché la Siria era solo uno dei paesi in cui gli Stati Uniti spedivano i sospetti terroristi almeno sin dai tempi di Bush (figlio), come dichiarò al Senato americano il capo della CIA, John Brennan. E in qualche caso ad essere coinvolte furono persone del tutto innocenti come Maher Arar e Suleiman Abdallah, che terroristi non lo erano affatto. Maher Arar era un cittadino canadese di origine siriana che, arrestato all’aeroporto JF Kennedy di New York senza alcuna prova, fu tenuto in carcere per 2 settimane e successivamente spedito prima in Giordania, dove fu interrogato e picchiato, e poi in Siria dove fu imprigionato per 10 mesi e torturato dai servizi segreti siriani nella “Sezione Palestina”, una delle carceri tristemente note per la durezza delle torture. Arar è stato poi risarcito di 10 milioni di dollari dal governo canadese mentre gli Stati Uniti non ancora mai chiesto scusa pubblicamente ad Arar per le ingiuste sofferenze inflittegli. L’intero sistema delle extraordinary renditions (i trasferimenti dei sospetti terroristi nelle prigioni illegali sotto gli ordini degli USA) è stato descritto per filo e per segno nel dettagliatissimo rapporto intitolato “Globalizing Torture”. Ad essere coinvolti a vario titolo sono stati 54 paesi di un po’tutti i continenti, Italia compresa (vedi caso Abu Omar, di cui nel rapporto si dà conto). E chissà se nel 2009 a tavola – quando proprio Kerry (allora “solo” senatore) e Assad cenavano insieme con rispettive signore – si stesse parlando anche di questo. Kerry guidava una delegazione USA che si trovava in Siria ufficialmente per «discutere di idee e progetti per favorire la pace nella regione».

UNA REALTÁ COMPLESSA – Ovviamente ridurre il dibattito sulla Siria sulla colpevolezza o meno del regime sull’attacco chimico o sulle torture è riduttivo rispetto alla complessità del dramma che si sta consumando e del quale, purtroppo, non sembra facile trovare una soluzione. Non basterebbe un articolo e neanche due o tre per esaurire l’argomento. Né d’altronde si può ridurre tutto agli errori (non sempre involontari) o alle bufale diffuse dai media internazionali, che pure ci sono stati e che ci continuano ad essere. E se è giusto ricordare le terribili esecuzioni che le bande armate integraliste che seminano il terrore in Siria mostrano orgogliose sul web, è altrettanto giusto porsi altre domande: che fine hanno fatto i tanti attivisti scomparsi (sempre che non siano stati uccisi come Ghiyath Matar) che si sono esposti in prima linea nei primi mesi di proteste? La «lotta senza quartiere contro i terroristi» (che pure abbiamo visto effettivamente esserci) può giustificare gli arresti e le varie ingiustizie inflitte a chi voleva semplicemente far sentire la propria voce per un cambiamento? Era un terrorista anche il vignettista Ali Ferzat, a cui furono spezzate le mani durante un pestaggio? E che dire del collega di Ferzat, Akram Raslan, arrestato dai servizi segreti e mai più rilasciato (secondo alcuni sarebbe addirittura morto, notizia non confermata)? E ancora: anche ammettendo che la “parte pacifica” della protesta fosse del tutto minoritaria sin dall’inizio (come sostengono in molti), siamo sicuri che la reazione delle autorità sia stata impeccabile? Tanto per citare un esempio concreto, perché arrestare per 48 ore la dissidente moderata, Rima Dali (alauita proprio come il presidente siriano), “colpevole“di aver esposto davanti al parlamento lo striscione “Fermate la violenza. Vogliamo costruire una patria per tutti i siriani”? E perché riarrestarla successivamente, più e più volte, anche dopo che dichiarò:«Credo che sia importante lanciare un messaggio, per quanto piccolo sia, perché questo può cambiare le cose. Il mio messaggio è stato recepito anche da coloro che sostengono il regime. Perché tutti vogliamo fermare le uccisioni e costruire una patria per tutti i siriani.[…] Cerchiamo di aprire un dialogo tra persone che hanno visioni diverse.»? Terrorista anche lei?

Andrea Cartolano – AltriPoli

Spiaggiate

Big Sur
 Natalia Mignosa

Buon Compleanno America

Miami, Florida. Pochi rintocchi d’orologio dalla chiusura dei festeggiamenti del 4 Luglio, spettacolari fireworks a far da padrone sui cieli notturni statunitensi, dalle volte celesti delle grandi metropoli illuminate a giorno ai remoti angoli di cielo del Midwest. Un giorno colorato di stelle e strisce in tutte le forme, dalla mamma che prepara cupcakes a tema, alle National flags usate come telo da picnic a Central Park, ai grappoli di palloncini blu-rosso-bianchi liberati in volo libero lungo gli skylines delle spiagge californiane.

Un’America che nonostante le critiche all’azione inefficace del governo rieletto lo scorso 6 Novembre nel combattere la crisi del debito, gli scontri politici tra Repubblicani conservatori in crociata contro un dispendioso investimento dei fondi pubblici finalizzati al sociale (il temutissimo ObamaCare) e democratici nettamente meno convinti che la politica di tutela ambientale e dello sviluppo del mercato del lavoro porterà inevitabilmente alla distorsione del mercato e all’erosione del settore privato, festeggia all’unisono i suoi 337 anni. Bianchi, neri, ispanici, figli del benessere ed emigranti in cerca di fortuna nella terra delle possibilità. Questa forse la grandezza di questa terra multi-etnica, la capacita’ di assorbire al suo interno un contesto socio culturale cosi incredibilmente variegato e distribuire i diversi assets umani su una scala di efficienza in grado di accontentare, seppure in misura diversa, tutti gli elementi del grande puzzle di democrazia.

Un quadro perfetto, se non fosse per qualche ingranaggio arrugginito del sistema, primo fra tutti quello del controllo doganale degli aeroporti USA (e’ fisiologico, dopotutto, un dato anagrafico non aggiornato o un caso di omonimia in un quando i soli Citizens schedati nel sistema centrale – escludendo quindi i residenti a vario titolo – superano la quota dei 313 milioni).

Caso sfortunato ha voluto che un errore di lettura digitale del mio documento in dogana, rientrando nella metropoli piu’ latina degli States dopo un breve soggiorno nella mia Roma, mi presentasse al cospetto dell’insensata dimensione del dipartimento di controllo immigrazione, alias una piccola aula bunker costantemente affollata da decine di passeggeri (seduti, se fortunati) ignari che luoghi di origine poco graditi (Cuba, Haiti) o bolli autorizzati dai consolati di provenienza offrano lavoro a schiere di officers aeroportuali e siano motivo di attese interminabili.

Iniziando ad interrogarmi sul quando e se del mio turno (in uno spazio senza luce solare e divieto di uso del proprio telefono personale, mentre le lancette avanzano a ritmi biblici) osservare il modus operandi di uomini e donne di taglia massiccia in divisa e sguardo da Terminator si e’ rivelato essere una conquista personale sul piano dell’analisi sociologica. Dai “criteri di priorità”, impiegati nella distribuzione dei passaporti agli addetti ai controlli, alla “interview” conclusiva una volta accertato l’errore nei confronti di un cittadino del mondo che ha regolarmente adempiuto alle rigide regole di ambasciata, la netta disparità tra pelle bianca e nera domina ingiustamente. In quell’ambiente severo, fatto di sguardi gelidi e silenzi verso chi domanda le tempistiche del controllo, le scuse conclusive per “inconveniente” verificatosi non arrivano a tutti, in particolar modo quando il paese natale risulta al di sotto la linea dell’Equatore.

Esco finalmente di li dopo qualche ora, passaporto e visto nuovamente nelle mie mani, libera ma profondamente colpita da questo manifesto di ostilita’ verso “l’ospite autorizzato” sul suolo Americano. E mentre fisso una serie di bandierine patriottiche che colorano l’ hub aeroportuale in vista della grande festa dell’Indipendenza, ripenso ad una delle massime del Fu Presidente Franklin D. Roosevelt: “The winds that blow through the wide sky in these mounts, the winds that sweep from Canada to Mexico, from the Pacific to the Atlantic – have always blown on free men”. Prima di tutto, la liberta’. Perche’ essa possa dirsi una condizione permanente dovrebbero, tra i tanti, essere disincentivati e non promossi i toni di sospetto verso i malcapitati sorteggiato dalla sorte doganale. Buon compleanno America.

Beatrice Pacifici – AltriPoli