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Se la Corea del Nord mette paura al mondo

Era atteso, in molti speravano non avvenisse mai; eppure Pyongyang alla fine ha effettuato con successo il suo terzo esperimento nucleare. E’ il primo test effettuato dal regime comunista nordcoreano da quando Kim Jong-un è a capo del paese. Un atto che apre molti scenari – alcuni realistici, altri meno – poiché nella questione coreana si nascondono ed intrecciano molti interessi delle super potenze mondiali. Dopo il tramonto dell’Unione Sovietica si possono definire superpotenze solo ed esclusivamente la Cina e gli Stati Uniti d’America. Quando si pensa ai test nucleari erroneamente si tende a credere, basandosi sull’esperienza delle bombe nucleari sganciate dagli Usa sul Giappone nel 1945, che essi siano sempre visibili. Invece, il test condotto dalla Corea del Nord è stato effettuato nel sottosuolo, tant’è che un terremoto artificiale di magnitudo 4.9 è stato registrato dal Servizio geologico degli Stati Uniti (USGS) con epicentro in un’area compatibile con quella di Punggye-ri, il sito dei test nucleari nel nordest del Paese. Come prevedibile e secondo la prassi, nelle ore successive al test effettuato dalla Corea del Nord si è svolta una “riunione d’urgenza” presso le Organizzazione delle Nazioni Unite.

I MOTIVI DELLA SFIDA AL MONDO – Oltre alle ragioni ideologiche viene naturale domandarsi cosa spinga la Corea del Nord a sfidare il mondo. In primo luogo, il recente cambio al vertice militare e politico, dovuto alla successione di Kim Jong-un al defunto padre Kim Jong-II, ha posto l’attuale leader nordcoreano nella condizione di dover dare un segnale di forza alla comunità internazionale e al suo esercito. Secondo molti analisti geopolitici e militari, infatti, da molto tempo si registrano malumori tra i generali nordcoreani nei confronti del giovane Kim Jong-un, considerato da molti troppo inesperto per guidare politicamente e militarmente il regime di Pyongyang. In secondo luogo, i due precedenti test nucleari effettuati dal 2006 in poi si sono rivelati un fallimento. Fallimento militare, tecnologico e politico. Da quei due test la Corea del Nord ricavò solo ed esclusivamente sanzioni internazionali, che hanno indebolito la più debole economia del mondo di stampo comunista. Ed è nelle sanzioni che risiede il terzo motivo della sfida al mondo: con il test nucleare Kim Jong-un vuole da un lato cercare di riaprire un tavolo internazionale e dall’altro bluffare sulle condizioni di apparente stabilità economica interna.

IL RUOLO DEGLI STATI UNITI D’AMERICA – Fin dal primo dopoguerra gli Stati Uniti d’America hanno imposto la loro presenza nell’area asiatica in funzione antisovietica. Non ci si scordi che a combattere la guerra in Corea furono gli stessi Stati Uniti d’America. Nell’ultimo lustro gli Stati Uniti si sono impegnati in ogni sede e in ogni modo a contrastare il regime di Pyongyang. Basti ricordare le parole dell’ex Presidente George W. Bush, che inserì la Corea del Nord tra i ‘paesi canaglia’. Da un lato gli USA agiscono attraverso la diplomazia con le sanzioni accordate in sede Onu, dall’altro con intelligence e azioni militari. In queste ultime ore si sta assistendo a manovre congiunte di USA e Corea del Sud nella regione coinvolta, alle quali dovrebbe aggiungersi il Giappone. Il Presidente Barack Obama ha definito il test come “altamente destabilizzante per la regione”. Immediatamente dopo il test, Obama ha avuto un colloquio telefonico con il presidente della Corea del Sud Lee Myung-bak per “consultarsi e coordinare la risposta” al test nucleare della Corea del Nord. Ora, come da più parti osservato, le sanzioni non hanno portato a risultati concreti e l’eccessiva attenzione degli Stati Uniti ai problemi mediorientali ha fatto sì che si perdesse l’interesse nell’opinione pubblica e presso il Congresso per un paese che, a differenza dell’Iran, realmente possiede la tecnologia per l’utilizzo di testate nucleari. Inoltre, bisogna tener conto della forza della Cina e della sfida lanciata da lungo tempo dagli USA per contrastare l’influenza nell’area del paese che fu di Mao Tse Tung. Ed è dalla Cina che dipendono i futuri equilibri della regione.

SE LA CINA SI STANCA – Xi Jinping, segretario da poco eletto del Partito Comunista Cinese e da Marzo Presidente della Repubblica Popolare, ha immediatamente condannato il test effettuato dall’alleato nordcoreano. I rapporti tra i due paesi da un biennio si stanno sempre più deteriorando. Eppure, per la Cina non è facile condurre la partita Nordcoreana. Da un lato, deve porre fine ai capricci del regime di Pyongyang; dall’altro, una possibile caduta dell’apparato militare al comando della Corea del Nord potrebbe far cadere tutta la penisola coreana sotto l’influenza statunitense. Per questo in molti, considerando la vicinanza geografica, la forza militare e dell’intelligence della Cina, prevedono nei prossimi anni un cambiamento ai vertici nordcoreani gestito sottotraccia da Pechino. Non furono gradite al Congresso del Partito Comunista Cinese le parole del leader Nord Coreano, che definiva “nemici” gli Stati Uniti d’America, e le troppe partite aperte in Asia non agevolano Pechino.

La soluzione al problema coreano va trovata prima che sia troppo tardi. Per la Cina e la sua influenza geopolitica. Per la Corea del Sud ed il Giappone. Per il loro diritto ad una coesistenza pacifica e per la stabilità dell’intero globo.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

City of Angels

Santa Monica

Geometrie

Miami

 Rebecca Anastagi

La Russia, il gas e la rotta artica

Il mondo cambia da sempre i suoi assetti ed equilibri attraverso le rotte commerciali. L’esempio maggiore di ciò lo diede il navigatore genovese Cristoforo Colombo nel 1492, quando alla ricerca della rotta ad ovest per le Indie segnò il punto di non ritorno per l’intera umanità. Mentre in Italia continuano ad andare di moda i nostalgici del mondo diviso in due blocchi con gli occhi puntati solo agli Stati Uniti d’America, nella Federazione Russa si è trovato guadagno dal “fatidico” passaggio a nordest.

Al centro degli interessi della rotta marittima che collega le coste settentrionali della Federazione Russa al Pacifico attraverso il Mar glaciale Artico vi è il gas. Ed è il gas la novità e l’obiettivo, da sempre dichiarato dalla Gazprom e dei governi del Nord Europa, al centro delle analisi geopolitiche ed economiche dell’ultimo mese. Infatti, lo scorso dicembre, la prima nave adibita al trasporto di gas naturale liquido, partendo dal porto di Hammerfest in Norvegia, è riuscita ad attraccare regolarmente lungo le coste giapponesi. Il nome della nave che ha solcato le acque artiche e pacifiche è Ob River. Sicuramente non verrà ricordata per via della rotta solcata – lo scorso anno più di quaranta navi hanno solcato il Mar Artico – ma per essere stata la nuova via di rifornimento d’energia per l’Asia. Analizzando la rotta si potrà notare come dal Nord Europa si sia diretta verso l’Asia, senza coinvolgere gli Stati Uniti d’America. Partendo da tale considerazione, è utile concentrarsi su tre punti strategici.

Il primo risiede nella volontà russa e nordeuropea di puntare all’affamato mercato energetico asiatico basandosi su rotte meno soggette a crisi geopolitiche. Il secondo aspetto da tenere in considerazione è l’immensa quantità di gas prodotta e custodita dalla Federazione Russa che, con l’Europa in declino postindustriale, ha l’esigenza di trovare nuovi mercati dipendenti dalle sue materie prime. Terzo punto cruciale è l’ormai vicina indipendenza energetica degli Stati Uniti d’America. Se vi è un aspetto per il quale verrà ricordata l’Amministrazione Obama nei prossimi decenni, è quello dell’indipendenza energetica degli Usa, capace di risollevare la produzione industriale dei prossimi cinquant’anni nel paese stelle e strisce. Altro aspetto cruciale della rotta solcata nel trasporto di gas naturale liquido attraverso l’artico è di carattere logistico. Infatti, il cargo della Gazprom che ha attraversato la rotta artica ha visto un risparmio di tempo pari al 40% e aperto rotte più sicure rispetto a quelle tradizionali, che vedono il rifornimento energetico da ovest verso est passare attraverso lo Stretto di Suez o di Panama. In questa novità risiede il vero dato geopolitico, ove all’instabilità dei paesi del Medio Oriente si contrappone una rotta “sicura” per i Russi ed i paesi del Nord Europa. Se i Romani prima ed i nazionalisti risorgimentali Italiani poi appellavano il Mar Mediterraneo “Mare Nostrum”, la stessa idea è trasparita dal discorso del Premier russo Medvedev riguardo al “Mar Artico”. Tant’è che la Federazione Russa ed il Cremlino hanno deciso il potenziamento delle basi navali ed aeree nel Mar Artico, a cominciare da quella di Rogacjovo.

Ulteriore passo per rendere l’Artico il nuovo centro d’interesse economico russo da qui a cinquant’anni (da noi in piena campagna elettorale si parla al massimo di cinque) è la costruzione di una nuova rete di trasporti merci che colleghi i giacimenti di gas e petrolio alle coste artiche. Nel piano redatto e presentato dal Ministero dei Trasporti della Federazione Russa si prevede da qui al 2030 un potenziamento della rotta transiberiana ed in particolar modo della tratta ferroviaria Bajkal – Amur. In questo scenario, con il placet di alcuni paesi dell’Unione Europea come la Norvegia, i russi stanno in ogni modo cercando di dar fondamento alle pretese rispetto al Mar Artico ed al grande bacino economico che ne deriva, pur dovendo mantenere una conformità alle norme imposte dal Diritto Internazionale.

Sicuramente gli Stati Uniti attraverso l’Alaska ed i pozzi petroliferi già presenti nel Mar Artico faranno sentire il loro peso in questa partita, in contrasto al nuovo protagonismo su scala economica e geopolitica di Mosca. Eppure, di fronte all’impegno russo, statunitense e asiatico nella ricerca di nuove rotte commerciali è lampante un’assenza: quella dell’Unione Europea, che lascia ai singoli stati una partita strategica senza occuparsi direttamente dello sviluppo dell’intera Comunità Economica. Come a dire che non ci interessa il fronte del nord-est.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

 

L’ascesa del carbone

Superata la nascita di Gesù di Nazareth, il pensiero dei bambini europei va alla festività religiosa dell’Epifania, ove, come tradizione vuole, essi riceveranno altri regali all’interno di una calza posta sopra i camini. Scure per i bambini nella calza dell’Epifania è il carbone. Un tempo realmente preso dai depositi per il riscaldamento delle abitazioni, con il passare degli anni è divenuto dolce e con esso anche l’educazione dei genitori verso i propri figli.

La presenza del carbone nelle calze dell’Epifania dei bambini meno buoni era dovuta al fatto che questo combustibile fossile fosse associato a sporcizia ed inquinamento. Nulla di eccepibile. Infatti, negli ultimi decenni, alla luce dei Trattati di Kyoto e del crescente utilizzo del petrolio, l’utilizzo del carbone è sembrato essere un amaro ricordo. Ma, come quello dei bambini, anche il carbone combustibile sta per diventare dolce per i mercati energetici globali. Se lo scorso anno l’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE) aveva annunciato al mondo l’inizio di una “Rivoluzione Blue”, che avrebbe visto il consumo di metano aumentare del 50% entro il 2035, quest’anno ha dovuto correggere il tiro. Difatti, sorprendentemente agli occhi dei ricercatori e meno a quelli degli analisti finanziari, la vera star del mercato nel prossimo lustro sarà il carbone.

Carbone, combustibile fossile conosciuto fin dall’antichità e divenuto simbolo energetico della I Rivoluzione Industriale nella Gran Bretagna del diciottesimo secolo, all’alba della Rivoluzione Industriale Asiatica appare tornare nuovamente in voga. Secondo l’AIE, nel Rapporto Medium Term Coal Market, il carbone entro la fine di questo decennio potrebbe superare il combustibile che da oltre un secolo è leader del mercato: il petrolio. Analizzando il Medium Term Coal Market Report si può constatare come la produzione di carbone nel 2017 eguaglierà con 4,3 miliardi di tonnellate quella del petrolio. I ritmi della crescita della domanda, che nel prossimo quinquennio raggiungeranno il 2,6%, sono impressionanti. Lo stupore per questa crescita è dovuto al fatto che secondo alcuni report finanziari e scientifici entro il 2017 si consumeranno 1,4 miliardi di tonnellate in più di carbone rispetto a oggi. Ovvero il carbone che attualmente consumano gli Stati Uniti d’America e la Federazione Russa.

Ora c’è da chiedersi da dove provenga quest’ascesa nel consumo del carbone in questo decennio. Bisogna considerare due fattori principali. La prima ragione di questa crescita risiede nell’avanzamento dello shale gas (gas metano ottenuto dalla decomposizione di materiale organico contenuto nell’argilla) negli Stati Uniti d’America. Ciò ha provocato un abbassamento dei prezzi del carbone nei mercati rendendolo appetibile come fonte energetica anche al mercato europeo. Gli Stati Uniti, in controtendenza con il resto del mondo, stanno apportando una modifica al proprio fabbisogno energetico favorendo le trivellazioni petrolifere e le estrazioni di gas. D’altronde la ricchezza di idrocarburi non convenzionali glielo permette. Secondo un rapporto degli analisti di Citigroup, convalidato dalla stessa AIE, gli Usa raddoppieranno da oggi al 2020 l’attuale produzione di petrolio e gas con il conseguente sorpasso sull’Arabia Saudita nello sfruttamento di suddette risorse energetiche.

Secondo elemento e fattore di ascesa del carbone come prima fonte energetica mondiale è la grande domanda proveniente dall’Asia. La Cina, importatrice netta di carbone dal 2009, in un solo biennio, ha scansato l’altro big asiatico dell’economia, il Giappone, da maggior acquirente e sfruttatore di questo combustibile. Nel Rapporto dell’AIE sopracitato si evidenzia come l’utilizzo a questi livelli del carbone potrebbe far innalzare entro il 2050 la temperatura di ben 6 °C in tutto il globo. Ciò dovrebbe portare a riflettere poiché nel 2017 ancora non saranno state sviluppate tecniche per la cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica.

La direttrice dell’AIE, Marie Van Der Hoeven, a margine della presentazione del Medium Term Coal Report, ha affermato che «In assenza di progressi nella cattura e sequestro del carbone e se non vi saranno Paesi in grado di replicare l’esperienza statunitense, il carbone rischia di provocare un grave contraccolpo alle politiche per il clima». Peccato che non tutti i paesi e continenti siano ricchi come gli Stati Uniti d’America di fonti per l’estrazione di shale gas e che al momento non si può, dopo tre secoli d’incessante industrializzazione del mondo occidentale, limitare con la morale di chi ha già tutto il progresso e la crescita dei paesi emergenti, o meglio, emersi.

Continua la Van Der Hoeven: «Il ricorso crescente alle energie rinnovabili, lo smantellamento delle centrali a carbone più vecchie e un riequilibrio con i prezzi del gas faranno diminuire il consumo di carbone quasi ovunque in Europa». Questo avverrà nella ricca Europa. La domanda resta su cosa avverrà nel resto del pianeta, dove, se le cose non cambieranno, l’unico conto da pagare, come per i bambini cattivi, sarà per le generazioni future che si ritroveranno un pianeta distrutto per via delle emissioni di CO2. Insomma, per molti decenni aspettatevi nella calza il carbone amaro.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Apple torna a casa

E’ inverno e la casa del mio amico Jacopo si trasforma in un dolce quanto squinternato club per ragazzi il cui unico obiettivo è infilare la 8 o la 15 prima dell’avversario. Così nello scorrere di sponde e palle finalmente andate in buca, lo stesso Jacopo prendendo il suo iPhone per rispondere al centounesimo messaggio di chat, ci informa della notizia che Apple a breve sarebbe tornata negli USA.

La scelta di Cupertino passa direttamente dalle parole del chief executive Tim Cook ed è uno di quegli annunci capaci di far restare il pubblico dei consumatori sorpresi. Sì, apparentemente la scelta della Apple di tornare in patria, in un’epoca in cui il dogma dell’industria è delocalizzare, può sembrare quantomeno poco redditizia e per alcuni aspetti anacronistica. Eppure, anche nell’Italia in cui il Gruppo Fiat fugge, multinazionali del calibro di Luxottica sono tornate a produrre nel luogo della propria sede legale. Dietro la scelta di Tim Cook e dell’Apple vi sono analisi economiche e geopolitiche ben più grandi delle parabole dei professori da talk-show alla Ballarò.

Un annuncio capace di far rimanere almeno parzialmente nell’ombra il calo del titolo Apple in borsa da oltre un semestre. Se dalla crisi gli Stati Uniti d’America stanno imparando qualcosa è che dal manifatturiero si possono avere grandi margini di profitto. Nel rapporto “Made in America, again” del Boston Consulting Group è stato analizzato come oltre tre quarti delle grandi industrie che operano nel campo manifatturiero abbiano piani di rientro negli Stati Uniti a breve.

Ora non bisogna cadere nel tranello di un nuovo grande senso patriottico negli affari da parte dei giganti dell’industria stelle e strisce. Innanzitutto, bisogna tener presente che i capostipite della delocalizzazione sono stati gli stessi, e che ogni singola scelta delle multinazionali si basa su un attenta analisi dei dati macroeconomici. Dall’inizio della crisi del 2008 ad oggi gli Stati Uniti d’America si trovano in una posizione diametralmente opposta. Da un lato le politiche democratiche e gli aiuti di Stato all’industria dell’automobile (cosa vietata dall’Unione Europea) hanno spostato, anche se di ben poco, l’attenzione dell’opinione pubblica sull’importanza di una finanza che miri alla crescita delle imprese e non dei singoli capitali. Dall’altro la crescente diminuzione dei costi dell’energia hanno reso possibile un livello di adeguamento tra i prezzi della stessa nel Nord America ed in Asia.

Per comprendere meglio il cambiamento nel costo dell’energia e le nuove tecniche d’estrazione degli Idrocarburi non convenzionali, basta tenere in considerazione le parole di Edward Luce, che dalle colonne del Financial Times affermava che se all’inizio del primo mandato del presidente Barack Obama “il paese progettava di dover importare gas da posti come il Qatar. Di colpo gli Stati Uniti si sono accorti di essere seduti sulla fornitura di gas del secolo”.

A questo dato interno le aziende statunitensi legano il crescente costo della logistica mondiale e l’innalzamento di tensioni geopolitiche che minacciano i rifornitori, il che suggerisce uno spostamento da alcune zone dell’Asia. A ciò va aggiunto l’innalzamento dei salari dei lavoratori cinesi, il voluto indebolimento del dollaro ed i nuovi piani aziendali, soprattutto, nel campo del hi-tech.

Certo, se si pensa ai miliardi di dollari investiti da Cupertino in Asia, il centinaio di milioni sembra ben poca cosa, eppure sembra essere l’inizio di un nuovo trend. Il tutto non dimenticando l’importanza del settore Marketing per aziende come l’Apple. E’ del Council of supply Chain Management Professional il sondaggio che rivela come la metà delle imprese crede che il trend del trasferimento della produzione negli Stati Uniti continuerà. Inoltre, bisogna tener presente come la forte crisi e disoccupazione hanno reso indispensabile per le aziende rendere i consumatori capaci di vedere una ridistribuzione della ricchezza sul territorio.

Tant’è che durante l’annuncio di una produzione di una linea di Mac in patria, lo stesso Tim Cook abbia tenuto a rimarcare come Apple “abbia contribuito ad oggi alla creazione di 600 mila posti di lavoro”, dalla ricerca al retailing fino alle società che sviluppano programmi. Il tutto avviene nel momento di maggior calo da quattro anni in borsa, come a dire che se iniziano i problemi allora vuol dire che è giunta l’ora di tornare a casa.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Messico: tra boom economico e calcio

Le elezioni per la Presidenza degli Stati Uniti d’America del 2008 suggellarono l’importanza della comunità afroamericana all’interno del tessuto sociale stelle e strisce. Le elezioni presidenziali della scorsa settimana hanno dimostrato come da ora in poi, Democratici e Repubblicani, dovranno sempre di più tener conto della comunità ispanica. Questo non solo per la perennemente in bilico Florida.

Per dirla in parole povere da adesso in poi, oltre al Congresso, a guardare sotto una nuova luce i “Greaser” dovrà esser anche il mercato. Sì, perché la comunità ispanica maggiormente rappresentativa, sta per vivere il proprio boom. Il paese su cui verte questa analisi è il Messico. Secondo il Fondo Monetario Internazionale la nazione devota a “Nostra Signora di Guadalupe” chiuderà il corrente anno con il Prodotto Interno Lordo che segnerà un rialzo attorno al 4%. Come per dire, che se fine ad un anno fa all’acronimo BRIC andava aggiunta la “s” del Sudafrica, adesso bisognerà trovare posto per la “m”. Il tutto accade nel mentre il paese è attraversato da una lunghissima ed apparentemente implacabile guerra tra i narcos per il controllo del mercato della droga. Mercato dei narcos che guarda, così come quello ufficiale, agli Stati Uniti d’America.

“Messico batte Brasile 4 – 2”. Ora a dispetto dell’avversione per il gioco più bello del mondo da parte del Premier italiano Mario Monti, la rivista gotha dell’economia mondiale ovvero The Economist, ha usato una metafora calcistica per indicare come il paese verde-bianco-rosso abbia recentemente superato la macropotenza brasiliana. Difatti, dopo l’inaspettata sconfitta della seleçao a Londra 2012, anche sul lato economico è arrivata la sorpresa messicana. Tant’è che il Brasile, dopo dieci anni d’incontrastata crescita economica al 6%, quest’anno vedrà un aumento del Prodotto Interno Lordo pari al solo 2% (il doppio della Germania ). Gli alti costi del credito, della manodopera ed il progressivo accrescimento del debito privato stanno rallentando la corsa del paese che ha segnato la crescita economica nello scorso decennio durante la Presidenza Lula. Un sorpasso, quello del Messico sul Brasile, che deve esser analizzato innanzitutto tenendo conto delle scelte macroeconomiche adottate dai due paesi latini.

Il dato ed elemento di differenziazione maggiore tra i due paesi risiede nei rispetti principali partner economici. Per il Messico gli Stati Uniti, per il Brasile la Cina. Da un lato Washington procede con in una lieve, ma costante ripresa. Dall’altro Pechino rallentando negli alti margini di crescita ha un minor bisogno delle materie prime brasiliane. E’ nella miopia di una classe politica la causa della frenata brasiliana, in quanto il paese sudamericano ha fatto dipendere la propria crescita dall’esportazione delle materie prime per dieci anni, senza affiancare ad esse, riforme strutturali per la produttività e le infrastrutture. Infrastrutture che vanno intese per l’intero tessuto produttivo brasiliano e non solo per la Coppa del Mondo del 2014 e Rio 2016.

Secondo Tony Volpon della Banca d’affari giapponese Nomura “Quando i salari reali aumentano del 4,5% annuo, senza incrementi della produttività, siamo di fronte ad una bolla”. Questo è quel che sta accadendo nel paese verde-oro. Il successo del Messico, nonostante i problemi legati al mercato della droga, risiede in prima istanza nelle politiche che hanno portato all’apertura dei mercati. Al consolidamento del trattato North American Free Trade Agreement che lo con gli Stati Uniti d’America ed il Canada. All’esser tornato centro di riferimento per tutta l’area latina. Il settore industriale, lo stesso che secondo Marchionne andrebbe estirpato dell’Italia, è rinato grazie ad un polo ad hoc. Importanza strategica hanno assunto le Maquilladoras (industrie di montaggio), che dal 1965 lavorano, soprattutto nei settori tessile e elettronico, per imprese del Nord America.

Negli ultimi de lustri si è imposto come uno dei cardini del settore industriale messicano anche il compartimento legato alla produzione di chimica e petrolchimica. Infine, nel Rapporto annuale del Fondo Monetario Internazionale si può constatare come in Messico vi sia una forte stabilità delle politiche fiscali e monetarie ed un livello di debito pubblico bassissimo. D’altronde i Messicani sono proprietari della loro moneta, mentre noi Europei no.

Questa però è un’altra storia che assomiglia sempre più al torneo calcistico di Londra 2012. Lì il Messico vinse, l’Europa nella sua totalità ottenne scarsi risultati e l’Italia nemmeno si qualificò. This is footbool, This is the economy.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

La guerra tra USA ed IRAN si combatte nel cyberspazio

Nella storia dell’umanità di pari passo alle guerre è progressivamente avanzata la tecnologia. Con i secoli si sono venuti a modificare sia gli armamenti che i modi di combattere battaglie. Con il XX secolo e la divisione del mondo in grandi blocchi, le superpotenze hanno intensificato le cosiddette “guerre sottotraccia”. Per avere un quadro completo della nuova frontiera della “guerra sottotraccia” c’è bisogno di analizzare il quadro macro e geopolitico che riguarda il Vicino Oriente e l’Asia, in particolar modo il caso Iran.

Con una scelta molto discussa dalle diplomazie ed al tempo stesso ignorata dai media, nel 1998 il Consiglio delle Nazioni Unite, decise di concedere la possibilità di avere armi nucleari al Pakistan, legittimando di fatto l’arsenale indiano. Grande vicino e paese dall’importanza strategica nello scacchiere mondiale è l’Iran, che sebbene da anni è al lavoro nella realizzazione di un progetto per l’arricchimento dell’uranio per fini ufficialmente dichiarati civili, provoca un forte scetticismo al riguardo tra le potenze occidentali. Nel tempo le rassicurazioni poste da Teheran sul proprio programma nucleare non hanno convinto l’opinione pubblica internazionale ed in particolar modo destano particolari attenzioni da parte del blocco atlantico.

Le preoccupazioni maggiori riguardano lo Stato d’Israele. Le ragioni della preoccupazione israeliana sono facilmente comprensibili, date le continue minacce del Presidente della Repubblica Iraniana Mahmud Ahmadinejad di voler letteralmente “cancellare Israele dalle cartine geografiche”. Inoltre, da decenni il paese iraniano rilascia grandi elargizioni di fondi ed armamenti a favore delle organizzazioni che si battono per la causa palestinese.

Ora, sebbene il Premier israeliano Benjamin Netanyahu da lungo tempo si dica pronto ad attaccare militarmente l’Iran, la vera battaglia da anni la stanno giocando gli Stati Uniti d’America, i quali con l’amministrazione Obama negli ultimi mesi hanno scongiurato un intervento militare da parte di Tel Aviv. Tel Aviv che da quanto dichiarato da fonti dello Tzahal sarebbe secondo i piani capace di concludere l’attacco militare a Teheran nel tempo massimo di una settimana. Eppure, la vera battaglia, il nuovo modo di condurre una guerra sottotraccia è quello informatico. Da Washington a Teheran negli ultimi mesi tutto si gioca nel cyberspazio. Sembra fantascienza, un film che dovrebbe esser raccontato dal critico Lorenzo Peri il venerdì sulla rubrica del cinema, eppure è la realtà.

Negli ultimi mesi, dopo anni di arretratezza tecnologica, Teheran ed i suoi hacker avrebbero, secondo fonti del Pentagono, concluso con successo molti attacchi informatici. Il Wall Street Journal di recente ha affermato che sarebbero stati registrati attacchi informatici ad obiettivi sensibili delle major petrolifere e del settore energetico nel Golfo Persico. Anche banche d’affari statunitensi, come Bank of America Corp JPMorgan Chase & Co e Citigroup, avrebbero subito attacchi ai propri sistemi informatici. Il segretario della Difesa ancora in carica, Leon Panetta, ha riferito che gli Usa sono di fronte alla possibilità di subire una ‘cyber-Pearl Harbor’ poichè i sistemi informatici di network finanziari, o di impianti di produzione dell’energia, o di gestione dei trasposti sono sempre più vulnerabili a possibili attacchi simultanei da parte di hacker stranieri o di “una nazione ostile”. Secondo analisti militari gli attacchi avrebbero al loro interno una sorta di “firma” che rivendicherebbe la provenienza degli attacchi nel cyberspazio.

Gli Stati Uniti d’America, da oltre settanta anni leader della tecnologia militare, anche nello cyberspazio assumono la funzione di leader. Infatti, l’amministrazione di George W. Bush, successivamente gli attacchi dell’undici settembre, avviò uno specifico programma di attacco e difesa militare chiamato “Olympic Games”. Questo fu intensificato e rilanciato dall’amministrazione di Barack Obama con un finanziamento annuo pari a 3 miliardi di dollari. Il programma “Olympic Games” sarebbe capace di ‘infiltrarsi’ nei computer che gestiscono i principali impianti iraniani per l’arricchimento dell’uranio attraverso un virus denominato Stuxnet. Da fonti anonime della NATO, alcuni analisti militari avrebbero evidenziato come questo virus si sarebbe reso capace di ritardare di due anni il programma di arricchimento dell’uranio iraniano. Recentemente il Ministro per i Servizi segreti iraniano Heidar Moslehi ha affermato che l’Iran viene bersagliato ”ogni giorno” da attacchi informatici alle proprie infrastrutture, ma che il paese è capace di assicurarsi valide difese.

Analizzando i dati e le dichiarazioni finora raccolte in questa breve trattazione sulla cyber guerra iraniano-statunitense, confido nel fatto che questa realtà assomigli solamente ad un film di fantascienza, perchè sottotraccia qualcuno vorrebbe una guerra simile a quella di “Apocalypse Now”, il cui esito è tutt’altro che scontato. Ma, questa semmai sarà un’altra guerra.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Californication

California

Life, Liberty and pursuit of Happiness



A partire da oggi Polinice inizia il conto alla rovescia verso il 6 novembre, giorno delle elezioni presidenziali americane. Per una settimana, dunque, i nostri articoli saranno dedicati a tematiche legate alla cultura degli Stati Uniti.

Ci sembra infatti che, in un mondo globalizzato, non si possa semplicemente chiudere gli occhi davanti ad un evento del genere.
Nel caso della nostra rubrica, proveremo a capire qualcosa della cultura politica americana leggendo alcune parole della Dichiarazione d’Indipendenza redatta da Thomas Jefferson.
La Dichiarazione venne adottata il 4 luglio del 1776 dal Congresso Continentale, un’assemblea che riuniva i rappresentanti delle tredici colonie all’epoca in guerra contro la madrepatria britannica. Un passaggio particolare del documento recita:

«Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per sé stesse evidenti: che tutti gli uomini siano stati creati uguali, che abbiano ricevuto in dono dal loro creatore alcuni Diritti inalienabili e che tra questi vi siano il diritto alla Vita, alla Libertà, alla ricerca della Felicità»1.

Diamo un’occhiata a questa frase più da vicino.
Anzitutto, il soggetto. «Noi riteniamo». Noi chi? A parlare sono i coloni, i ribelli. Questi ribelli hanno qualcosa da dire a sua maestà re Giorgio III di Gran Bretagna. Ritengono infatti che ci siano alcune verità che, per la loro stessa natura, la ragione umana non possa non accettare. Il testo originale recita «self-evident»2. Ora, “evident” è un aggettivo derivato dal sostantivo “evidence”. Chi di voi è un fan di serie tv del tipo di C.S.I. sa che una “evidence” è una prova che può essere portata in tribunale. Nel nostro caso, dunque, i nostri coloni stanno presentando delle prove davanti al tribunale della Ragione umana, nella consapevolezza che tale giudice non potrà dargli torto, poiché queste prove sono “a prova di bomba”. Giorgio III è, in sostanza, chiamato a riconoscere la forza di queste argomentazioni.
Queste argomentazioni sono due.
La prima è che «tutti gli uomini siano stati creati uguali». Qui è chiaro il riferimento alla cultura dell’Illuminismo francese. In effetti l’autore, Jefferson, conosceva bene tale modello di pensiero. Non c’è da stupirsi dunque che sostenesse l’uguaglianza tra gli uomini. Soffermiamoci ora sul verbo utilizzato. In effetti tutti noi siamo imbevuti di cultura egualitarista, anche chi non ne riconosce la legittimità sa di cosa stiamo parlando. Il verbo che Jefferson utilizza è invece qualcosa che spesso viene tralasciato. È invece fondamentale. L’autore dice che gli uomini siano stati creati uguali. Fermi tutti. “Creare” è una parola grossa. È grossa perché “creare” vuol dire “produrre dal nulla”. C’è solo un individuo capace di tale gesto: il creatore, Dio.
In effetti, poco più avanti, ecco che il creatore si presenta. Nella seconda argomentazione, i ribelli dichiarano che tali uomini abbiano ricevuto in dono (endowed)3 dei Diritti (Rights)4. Il donatore è proprio il creatore. Immaginate la faccia di Giorgio III quando lesse che quattro coloni sediziosi si dichiaravano convinti che quello stesso Dio che aveva legittimato la sua ascesa al trono si fosse anche preso la briga di fare dei doni, dei regali a quei transfughi pezzenti.
Le cose sono due: o Dio s’è sbagliato, o il re ha preso una cantonata. In effetti i coloni propendono per la seconda, tanto che asseriscono di non aver ricevuto dei doni qualsiasi, ma dei diritti! Dei diritti in base ai quali costoro si ritengono indipendenti, non soggetti all’autorità di un sovrano da loro non riconosciuto.
I diritti sono tre: «Life, Liberty and pursuit of Happiness». Qui il riferimento è a John Locke5, teorico del diritto naturale inglese, il quale riteneva che la stessa natura umana garantisse all’individuo il diritto di vivereLife», appunto) riconoscendo l’autorità della sola Ragione e di Dio creatore. Di vivere, in un a parola, liberamente («Liberty»). Il terzo Diritto, poi, è molto suggestivo. I ribelli sono figli e nipoti di uomini giunti sulle coste americane in fuga dai dolori delle guerre di religione che avevano sconvolto l’Europa nei secoli XVI e XVII. Nel Nuovo Mondo cercavano dunque non altri dolori, ma felicità. È dunque legittimo che i figli si ritengano legittimati a continuare il percorso di ricerca iniziato dai padri.
In altre parole, gli estensori della Dichiarazione erano fermamente convinti di dover obbedire a Dio, alla loro testa e a nulla più. L’esercizio del governo va, in ultima analisi, attribuito solo a chi sia rispettoso di questo stato di cose. I ribelli ritenevano che re Giorgio III non fosse nel novero di costoro e si vedevano dunque giustificati a rifiutarne l’autorità, anche a costo di fargli guerra.
La forma di governo che emerse dalle dinamiche storiche che, oggi, in parte, abbiamo richiamato fu una democrazia liberale molto dinamica. L’esercizio del potere pubblico è, negli Stati Uniti, finalizzato a garantire al cittadino quegli stessi diritti che abbiamo visto sopra, ma non di più. Al contrario delle socialdemocrazie del Nord Europa, la presenza dello Stato nella vita dei cittadini è bassa. Martedì il popolo americano sceglierà se mantenere tale presenza al livello attuale o se abbassarlo. Nel primo caso la vittoria andrà a Barack Obama, nel secondo a Mitt Romney.

Giulio Valerio Sansone


1. Nell’originale: «We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness»
2. È un probabile riferimento al pensiero di Cartesio, sostenitore della presenza, nella mente umana, di idee innate chiare e distinte, oggetto di conoscenza evidente, appunto. Vedi, in tal senso, il celebre Discorso sul metodo
3. La parola “endowed” ha la stessa radice del termine “dowry”, in italiano “dote”. I coloni si ritengono figli che hanno ricevuto da un padre generoso e attento alle loro esigenze (Dio) delle dotazioni per vivere nel pieno possesso della loro maturità intellettuale. 
4. “Diritto” viene dal latino “directa (via)”. In inglese si traduce con “right”, lo stesso termine che indica la (mano) destra. Con una metafora un po’ libera, potremmo quasi dire che i diritti siano delle corrette interpretazioni della realtà umana, in base alle quali gli uomini possono con mano ferma (destra, appunto) tracciare la loro strada (via), il loro cammino di vita. Perdonate i giochi di parole, ma è il passatempo preferito di molti appassionati di filosofia. Il sottoscritto è uno di loro. 
5. Vedi i «Two Treatises of Government» e l’ «Essay Concerning Human Understanding».