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La guerra tra USA ed IRAN si combatte nel cyberspazio

Nella storia dell’umanità di pari passo alle guerre è progressivamente avanzata la tecnologia. Con i secoli si sono venuti a modificare sia gli armamenti che i modi di combattere battaglie. Con il XX secolo e la divisione del mondo in grandi blocchi, le superpotenze hanno intensificato le cosiddette “guerre sottotraccia”. Per avere un quadro completo della nuova frontiera della “guerra sottotraccia” c’è bisogno di analizzare il quadro macro e geopolitico che riguarda il Vicino Oriente e l’Asia, in particolar modo il caso Iran.

Con una scelta molto discussa dalle diplomazie ed al tempo stesso ignorata dai media, nel 1998 il Consiglio delle Nazioni Unite, decise di concedere la possibilità di avere armi nucleari al Pakistan, legittimando di fatto l’arsenale indiano. Grande vicino e paese dall’importanza strategica nello scacchiere mondiale è l’Iran, che sebbene da anni è al lavoro nella realizzazione di un progetto per l’arricchimento dell’uranio per fini ufficialmente dichiarati civili, provoca un forte scetticismo al riguardo tra le potenze occidentali. Nel tempo le rassicurazioni poste da Teheran sul proprio programma nucleare non hanno convinto l’opinione pubblica internazionale ed in particolar modo destano particolari attenzioni da parte del blocco atlantico.

Le preoccupazioni maggiori riguardano lo Stato d’Israele. Le ragioni della preoccupazione israeliana sono facilmente comprensibili, date le continue minacce del Presidente della Repubblica Iraniana Mahmud Ahmadinejad di voler letteralmente “cancellare Israele dalle cartine geografiche”. Inoltre, da decenni il paese iraniano rilascia grandi elargizioni di fondi ed armamenti a favore delle organizzazioni che si battono per la causa palestinese.

Ora, sebbene il Premier israeliano Benjamin Netanyahu da lungo tempo si dica pronto ad attaccare militarmente l’Iran, la vera battaglia da anni la stanno giocando gli Stati Uniti d’America, i quali con l’amministrazione Obama negli ultimi mesi hanno scongiurato un intervento militare da parte di Tel Aviv. Tel Aviv che da quanto dichiarato da fonti dello Tzahal sarebbe secondo i piani capace di concludere l’attacco militare a Teheran nel tempo massimo di una settimana. Eppure, la vera battaglia, il nuovo modo di condurre una guerra sottotraccia è quello informatico. Da Washington a Teheran negli ultimi mesi tutto si gioca nel cyberspazio. Sembra fantascienza, un film che dovrebbe esser raccontato dal critico Lorenzo Peri il venerdì sulla rubrica del cinema, eppure è la realtà.

Negli ultimi mesi, dopo anni di arretratezza tecnologica, Teheran ed i suoi hacker avrebbero, secondo fonti del Pentagono, concluso con successo molti attacchi informatici. Il Wall Street Journal di recente ha affermato che sarebbero stati registrati attacchi informatici ad obiettivi sensibili delle major petrolifere e del settore energetico nel Golfo Persico. Anche banche d’affari statunitensi, come Bank of America Corp JPMorgan Chase & Co e Citigroup, avrebbero subito attacchi ai propri sistemi informatici. Il segretario della Difesa ancora in carica, Leon Panetta, ha riferito che gli Usa sono di fronte alla possibilità di subire una ‘cyber-Pearl Harbor’ poichè i sistemi informatici di network finanziari, o di impianti di produzione dell’energia, o di gestione dei trasposti sono sempre più vulnerabili a possibili attacchi simultanei da parte di hacker stranieri o di “una nazione ostile”. Secondo analisti militari gli attacchi avrebbero al loro interno una sorta di “firma” che rivendicherebbe la provenienza degli attacchi nel cyberspazio.

Gli Stati Uniti d’America, da oltre settanta anni leader della tecnologia militare, anche nello cyberspazio assumono la funzione di leader. Infatti, l’amministrazione di George W. Bush, successivamente gli attacchi dell’undici settembre, avviò uno specifico programma di attacco e difesa militare chiamato “Olympic Games”. Questo fu intensificato e rilanciato dall’amministrazione di Barack Obama con un finanziamento annuo pari a 3 miliardi di dollari. Il programma “Olympic Games” sarebbe capace di ‘infiltrarsi’ nei computer che gestiscono i principali impianti iraniani per l’arricchimento dell’uranio attraverso un virus denominato Stuxnet. Da fonti anonime della NATO, alcuni analisti militari avrebbero evidenziato come questo virus si sarebbe reso capace di ritardare di due anni il programma di arricchimento dell’uranio iraniano. Recentemente il Ministro per i Servizi segreti iraniano Heidar Moslehi ha affermato che l’Iran viene bersagliato ”ogni giorno” da attacchi informatici alle proprie infrastrutture, ma che il paese è capace di assicurarsi valide difese.

Analizzando i dati e le dichiarazioni finora raccolte in questa breve trattazione sulla cyber guerra iraniano-statunitense, confido nel fatto che questa realtà assomigli solamente ad un film di fantascienza, perchè sottotraccia qualcuno vorrebbe una guerra simile a quella di “Apocalypse Now”, il cui esito è tutt’altro che scontato. Ma, questa semmai sarà un’altra guerra.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Californication

California

Life, Liberty and pursuit of Happiness



A partire da oggi Polinice inizia il conto alla rovescia verso il 6 novembre, giorno delle elezioni presidenziali americane. Per una settimana, dunque, i nostri articoli saranno dedicati a tematiche legate alla cultura degli Stati Uniti.

Ci sembra infatti che, in un mondo globalizzato, non si possa semplicemente chiudere gli occhi davanti ad un evento del genere.
Nel caso della nostra rubrica, proveremo a capire qualcosa della cultura politica americana leggendo alcune parole della Dichiarazione d’Indipendenza redatta da Thomas Jefferson.
La Dichiarazione venne adottata il 4 luglio del 1776 dal Congresso Continentale, un’assemblea che riuniva i rappresentanti delle tredici colonie all’epoca in guerra contro la madrepatria britannica. Un passaggio particolare del documento recita:

«Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per sé stesse evidenti: che tutti gli uomini siano stati creati uguali, che abbiano ricevuto in dono dal loro creatore alcuni Diritti inalienabili e che tra questi vi siano il diritto alla Vita, alla Libertà, alla ricerca della Felicità»1.

Diamo un’occhiata a questa frase più da vicino.
Anzitutto, il soggetto. «Noi riteniamo». Noi chi? A parlare sono i coloni, i ribelli. Questi ribelli hanno qualcosa da dire a sua maestà re Giorgio III di Gran Bretagna. Ritengono infatti che ci siano alcune verità che, per la loro stessa natura, la ragione umana non possa non accettare. Il testo originale recita «self-evident»2. Ora, “evident” è un aggettivo derivato dal sostantivo “evidence”. Chi di voi è un fan di serie tv del tipo di C.S.I. sa che una “evidence” è una prova che può essere portata in tribunale. Nel nostro caso, dunque, i nostri coloni stanno presentando delle prove davanti al tribunale della Ragione umana, nella consapevolezza che tale giudice non potrà dargli torto, poiché queste prove sono “a prova di bomba”. Giorgio III è, in sostanza, chiamato a riconoscere la forza di queste argomentazioni.
Queste argomentazioni sono due.
La prima è che «tutti gli uomini siano stati creati uguali». Qui è chiaro il riferimento alla cultura dell’Illuminismo francese. In effetti l’autore, Jefferson, conosceva bene tale modello di pensiero. Non c’è da stupirsi dunque che sostenesse l’uguaglianza tra gli uomini. Soffermiamoci ora sul verbo utilizzato. In effetti tutti noi siamo imbevuti di cultura egualitarista, anche chi non ne riconosce la legittimità sa di cosa stiamo parlando. Il verbo che Jefferson utilizza è invece qualcosa che spesso viene tralasciato. È invece fondamentale. L’autore dice che gli uomini siano stati creati uguali. Fermi tutti. “Creare” è una parola grossa. È grossa perché “creare” vuol dire “produrre dal nulla”. C’è solo un individuo capace di tale gesto: il creatore, Dio.
In effetti, poco più avanti, ecco che il creatore si presenta. Nella seconda argomentazione, i ribelli dichiarano che tali uomini abbiano ricevuto in dono (endowed)3 dei Diritti (Rights)4. Il donatore è proprio il creatore. Immaginate la faccia di Giorgio III quando lesse che quattro coloni sediziosi si dichiaravano convinti che quello stesso Dio che aveva legittimato la sua ascesa al trono si fosse anche preso la briga di fare dei doni, dei regali a quei transfughi pezzenti.
Le cose sono due: o Dio s’è sbagliato, o il re ha preso una cantonata. In effetti i coloni propendono per la seconda, tanto che asseriscono di non aver ricevuto dei doni qualsiasi, ma dei diritti! Dei diritti in base ai quali costoro si ritengono indipendenti, non soggetti all’autorità di un sovrano da loro non riconosciuto.
I diritti sono tre: «Life, Liberty and pursuit of Happiness». Qui il riferimento è a John Locke5, teorico del diritto naturale inglese, il quale riteneva che la stessa natura umana garantisse all’individuo il diritto di vivereLife», appunto) riconoscendo l’autorità della sola Ragione e di Dio creatore. Di vivere, in un a parola, liberamente («Liberty»). Il terzo Diritto, poi, è molto suggestivo. I ribelli sono figli e nipoti di uomini giunti sulle coste americane in fuga dai dolori delle guerre di religione che avevano sconvolto l’Europa nei secoli XVI e XVII. Nel Nuovo Mondo cercavano dunque non altri dolori, ma felicità. È dunque legittimo che i figli si ritengano legittimati a continuare il percorso di ricerca iniziato dai padri.
In altre parole, gli estensori della Dichiarazione erano fermamente convinti di dover obbedire a Dio, alla loro testa e a nulla più. L’esercizio del governo va, in ultima analisi, attribuito solo a chi sia rispettoso di questo stato di cose. I ribelli ritenevano che re Giorgio III non fosse nel novero di costoro e si vedevano dunque giustificati a rifiutarne l’autorità, anche a costo di fargli guerra.
La forma di governo che emerse dalle dinamiche storiche che, oggi, in parte, abbiamo richiamato fu una democrazia liberale molto dinamica. L’esercizio del potere pubblico è, negli Stati Uniti, finalizzato a garantire al cittadino quegli stessi diritti che abbiamo visto sopra, ma non di più. Al contrario delle socialdemocrazie del Nord Europa, la presenza dello Stato nella vita dei cittadini è bassa. Martedì il popolo americano sceglierà se mantenere tale presenza al livello attuale o se abbassarlo. Nel primo caso la vittoria andrà a Barack Obama, nel secondo a Mitt Romney.

Giulio Valerio Sansone


1. Nell’originale: «We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness»
2. È un probabile riferimento al pensiero di Cartesio, sostenitore della presenza, nella mente umana, di idee innate chiare e distinte, oggetto di conoscenza evidente, appunto. Vedi, in tal senso, il celebre Discorso sul metodo
3. La parola “endowed” ha la stessa radice del termine “dowry”, in italiano “dote”. I coloni si ritengono figli che hanno ricevuto da un padre generoso e attento alle loro esigenze (Dio) delle dotazioni per vivere nel pieno possesso della loro maturità intellettuale. 
4. “Diritto” viene dal latino “directa (via)”. In inglese si traduce con “right”, lo stesso termine che indica la (mano) destra. Con una metafora un po’ libera, potremmo quasi dire che i diritti siano delle corrette interpretazioni della realtà umana, in base alle quali gli uomini possono con mano ferma (destra, appunto) tracciare la loro strada (via), il loro cammino di vita. Perdonate i giochi di parole, ma è il passatempo preferito di molti appassionati di filosofia. Il sottoscritto è uno di loro. 
5. Vedi i «Two Treatises of Government» e l’ «Essay Concerning Human Understanding». 

Perchè (quest’anno più che mai) le elezioni presidenziali americane ci riguardano da vicino

Con l’uscita di scena, nel maggio scorso, di Rick Santorum (il candidato conservatore omofobo e anti-abortista che dichiarava di voler porre fine alla separazione tra Stato e Chiesa in America), la corsa alle elezioni presidenziali 2012 sembrava destinata a rappresentare un modello paradigmatico dell’efficienza e della tenuta democratica del sistema americano, la cui virtù, come notava Toqueville, non si misura tanto dalla qualità del vincitore ma da quella dello sconfitto. A contendersi la Casa Bianca si profilavano da un lato il Presidente uscente e Premio Nobel, Barack Obama, dall’altro Mitt Romney, facoltoso venture-capitalist della costa orientale, con un dottorato ad Harvard in tasca ed un passato da (apprezzato) governatore del Massachusetts. Due candidati di estrema competenza, dunque, in grado di rappresentare la voglia diffusa in larghe fasce della popolazione di trascinare gli Stati Uniti fuori da un biennio di recessione e riportarli a competere con i grandi colossi emergenti a livello mondiale. E soprattutto, due moderati, come piace ripetere, quasi fosse un mantra, ai media locali.

Ora che la corsa entra nel vivo, tuttavia, lo scenario sembra modificarsi. Se da un lato Obama sembra puntare tutta la sua strategia elettorale sulla continuità con il precedente mandato e sulle tematiche di impatto sociale (famiglia, pari opportunità, occupazione ecc.), il governatore Romney sembra svestire i panni da moderato miliardario del nord est e vestire quelli, mai andati fuori moda nel suo partito, del vecchio sergente Hartman. Tutto è cominciato una decina di giorni fa, all’incontro con i cadetti del Virginia Military Institute, quando il governatore ha dichiarato: “E’ responsabilità del nostro presidente quella di usare il grande potere dell’America per fare la Storia– non per restare un passo indietro, lasciando il nostro destino in balia degli eventi”, e per poi concludere con una frecciata al rivale: “Non è ciò che avviene oggi in Medio Oriente con Obama”. E’ in questo modo che la politica estera è entrata in scena in una campagna elettorale quasi interamente focalizzata sull’economia e sul lavoro (data la disoccupazione al 7,8%), ma ci è entrata col botto.

Perché non ci vuole molto affinché discorsi sul “grande potere dell’America”, sul “fare la Storia” e soprattutto sul Medio Oriente ci rievochino gli otto anni di Guerra in Iraq e soprattutto gli oltre dieci e mai terminati di Guerra in Afghanistan, con un bollettino complessivo (purtroppo non ancora concluso) di circa 1 milione e quattrocento mila morti. Specie se nelle file repubblicane ricomincia a serpeggiare un certo machismo vecchio stile, con Romney Jr. (figlio maggiore di Mitt) che dichiara in radio di aver desiderato di “prendere a pugni” il Presidente al termine dell’ultimo dibattito televisivo. Specie se il programma elettorale repubblicano prevede un aumento delle risorse destinate alle forze armate, incentivi per l’industria pesante e ulteriori facilitazioni per il possesso personale di armi.

Si è ripetutamente accusato il Presidente Obama per tutte le cose che non sono state fatte. Tuttavia alcune di quelle che alcuni possono considerare mancanze stanno alla base dell’attuale equilibrio mondiale. Mi riferisco in particolare all’aver ripetutamente e fermamente resistito alle richieste israeliane di intraprendere un conflitto in Iran, conflitto che verrebbe a coinvolgere potenze guidate da ambo i lati da governi sempre più inclini all’estremismo politico, e soprattutto, ciò che è più allarmante, in possesso di arsenali nucleari. Dopo essere riuscito con fatica a rimediare ai danni incalcolabili dell’amministrazione Bush, ponendo fine lo scorso inverno alla sciagurata campagna militare in Iraq e avviando un piano di rientro dall’Afghanistan entro il prossimo anno, il Presidente Obama si trova di nuovo a frapporsi ad un candidato dal grilletto facile. La partita è cominciata. Ma stavolta la sensazione è che in ballo ci sia ancora di più di quanto non ci fosse 4 anni fa. Perché con Israele che dichiara di poter iniziare a bombardare il regime di Ahmadinejad “nel giro di settimane”, e con Russia e Arabia Saudita che manifestano una più o meno velata solidarietà verso il dittatore musulmano, il rischio di un conflitto nucleare di portata mondiale è un’eventualità concreta. Ed è anche per questo che quest’anno più che mai le elezioni presidenziali americane non riguardano i soli cittadini statunitensi, ma tutti quanti. Perché a quanto pare ancora non abbiamo trovato un pianeta abitabile su cui scappare.

Marcello Ienca – AltriPoli da NY

Venezuela: tra petrolio, welfare, povertà e Hugo Chàvez

Nell’ultimo articolo su questa rubrica affermavo che le elezioni che si sarebbero tenute nel giro di un mese, ovvero da ottobre a novembre, in tre aree differenti avrebbero inciso sul futuro della geopolitica e sui rapporti economici internazionali. La seconda tappa elettorale è il Venezuela. Paese sudamericano, che straborda di petrolio e che dalla fine del 1998 è il simbolo di tutti coloro hanno una visione del mondo socialista o quantomeno non liberista.

L’anno che cambia irrimediabilmente la storia recente del Sud America è il 1998, quando in una notte di dicembre, mentre le Chiese di Caracas si preparavano a celebrare l’Immacolata Concezione, un socialista di ispirazione bolivariana, dalle visioni laiche e affine alla Teologia della Liberazione vince la sua prima elezione. Il suo nome è Hugo Rafael Chávez Frías. Da quel momento il suo unico obiettivo è rendere reale la sua prospettiva di una Quinta Repubblica (nome del suo movimento politico). All’indomani del suo insediamento indice un referendum che propone il cambio della Costituzione, il consenso alle urne raggiunge l’80%. Tenete ben presente che il periodo in cui si affermano Chàvez e il MQR è antecedente all’11 settembre e a quel che ne consegue in termini di priorità per le cancellerie occidentali. Era l’epoca della critica alla globalizzazione deregolamentata e un Presidente che si ispira a Simon Bolivar altro non può fare se non dichiarare guerra al liberismo e al cosiddetto “imperialismo occidentale”. E’ questa la chiave di volta socialista che permette la vittoria anche nei tredici anni a seguire: Welfare, redistribuzione della ricchezza, nazionalizzazione delle imprese ed autodeterminazione latina.

Non si limita il MQR a cambiare la serie di relazioni internazionali che intercorrevano tra il paese caraibico e l’occidente liberista. Nel 2000 richiama al volere popolare ogni carica elettiva e cambia il nome del paese in “Repubblica Bolivariana del Venezuela”. Non finisce qui, in una prospettiva socialista, il paese esce dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale. Agli Stati Uniti d’America e all’occidente in generale ciò non può andar bene. Tenete presente che il discorso che sto articolando non si basa sulla condivisione di ideali o sulla reale capacità nel riconoscere i governi legittimati dalle elezioni, bensì esso fonda le proprie radici sulla cosiddetta “Real Politik” e sulla reale convenienza o meno per l’occidente di accettare modelli subalterni. Tant’è che nel 2002, quello che sembrava un “colpo di stato” fu subito avallato dagli Stati Uniti d’America ed in seconda battuta dalla Spagna con l’UE a far da garante. Le migliaia di sostenitori di Chàvez e la fedeltà alla Nuova Costituzione della maggior parte dell’esercito fecero fallire il tentativo di golpe. Nulla tornerà come prima. Il Venezuela stringerà e risalderà alleanze con paesi come Cuba, Iran, Nord Corea e con le FARC colombiane. La ideologizzazione della politica estera porterà nel 2009 il Venezuela ad espellere l’ambasciatore Israeliano e al riconoscimento dello Stato Palestinese.

Data l’analisi finora apportata penserete che un paese che porta avanti un tale indirizzo in politica estera sia stato accantonato dai paesi in costante crescita economica del Sud America. Eppure, Chàvez riesce nel suo intento di rendere sempre più forte l’autonomia dell’America Latina, mediante l’Alba (Alternativa Bolivariana para América Latina y el Caribe) costituita in contrapposizione all’Alca (Area di Libero Commercio delle Americhe) voluta dagli USA. Il resto lo fanno nel tempo la vittoria del comunista Lula in Brasile, di Evo Morales in Bolizia e della peronista Kirchner in Argentina. Altro dato da sottolineare è il ruolo forte che il Venezuela si è ricavato all’interno dell’OPEC, quasi a rimarcare una subalternità ai paesi arabi ed alla Russia. D’altronde l’economia Venezuelana si fonda su un unico grande elemento: il petrolio.

Il petrolio nel corso del tempo ha permesso a Chàvez di apportare alcune delle modifiche sociali da lui aspirate. Vista l’importanza dell’oro nero, il Venezuela sotto il primo mandato di Chavez nazionalizza tutte le compagnie petrolifere, in modo da aumentare le forme di Welfare visto il grande gettito derivato dalla produzione. Un’altra grande riforma in campo economico risiede in una legge in materia agricola la cui importanza nella storia è paragonabile solo ed esclusivamente a quella proposta al Senato Romano da Tiberio Gracco. Questa legge trova il suo fondamento nella lotta al latifondismo. Certo, la parola latifondismo a noi Europei fa sorridere, ma in un paese come il Venezuela, in cui il 10% della popolazione possiede ben l’80% dei terreni disponibili, è un problema. Su alcune espropriazioni, in contrasto ad ogni principio di libero mercato, anche se rassomigliante ad un oligopolio, si fonda la redistribuzione delle terre alle fasce più povere della popolazione. Con un modello di stato sociale fondato su nazionalizzazione e socialismo in Venezuela crescono gli investimenti nella ricerca scientifica. Dal 2004 per la prima volta tutta la popolazione venezuelana riceve assistenza sanitaria pubblica. Con la forte presenza dello Stato crolla il dato riguardante l’analfabetismo.

Ora come in tutte le storie che non sono scritte in un libro di favole c’è anche il rovescio della medaglia. Sì perché il Venezuela vive sotto un regime economico d’iper-inflazione, con dati pari al 28%. Le nazionalizzazioni, se da un lato hanno migliorato, con il gettito ricavato, le condizioni di vita delle fasce più deboli, dall’altro hanno bloccato gli investimenti esteri. In molti casi le risorse petrolifere sono rimaste ancoraggio della borghesia venezuelana, il che non permette miglioramenti della condizione sociale collettiva, ne’ favorisce i liberi investimenti interni ed esterni. Altro dato su cui riflettere è stato riportato dell’Economist, il quale ha affermato che sotto i mandati di Hugo Chàvez il tasso di omicidi si è triplicato. Il doppio tasso di cambio inoltre crea incertezza sul mercato e le condizioni degli oppositori politici sono pessime. A far da cornice ai problemi del Venezuela vi è l’altissimo tasso di corruzione. I dati sopra proposti aiutano a comprendere come se gli Usa sono pieni di contraddizioni, forse il Venezuela ne possiede ancora di più. Eppure, le forti politiche sociali di stampo bolivariano applicate da Chàvez hanno, secondo l’agenzia delle Nazioni Unite Habitat, diminuito la povertà, esteso il diritto alla salute, privato il paese di alcune delle più forti differenze sociali, ma non dalla corruzione e dalla criminalità.

Con queste premesse la scorsa domenica si sono svolte le seconde elezioni più importanti da qui ai prossimi quattro anni. La loro importanza deriva,innanzitutto per il ruolo che sotto i mandati Chàvez si è ritagliato il paese caraibico sullo scacchiere mondiale. In secondo luogo, perché dopo un golpe fallito e vari candidati inadatti l’opposizione si è ritrovata un candidato realmente spendibile. Lo sfidante alla presidenza di Chàvez è stato Henrique Capriles. Ex governatore quarantenne, in pochi mesi di campagna elettorale è riuscito ad erodere migliaia di voti ad Hugo Chavez, ma l’indefinitezza del programma economico, correlata alla rivendicazione del diritto ad un libero mercato hanno ancora una volta fatto prevalere Hugo Chàvez. Il Terzo motivo d’importanza della passata tornata elettorale venezuelana è dovuto alle capacità attuali e future di estrazione degli idrocarburi non convenzionali di cui Caracas è ricchissima. Su tali idrocarburi non convenzionali si baserà il mercato energetico dei prossimi cinquant’anni.

Di fatto la spinta ad un’ autodeterminazione continentale, la proiezione di un economia fondata su principi socialisti ed il forte welfare hanno riconsegnato per la terza volta il Venezuela a Chàvez, con un’ affluenza che ha toccato l’80%. Resta come dato fondante del successo chavista la povertà, che costringe miliardi di persone in ogni dove a cercare risposte diverse al capitalismo globalizzato -ove l’uomo sia al centro di politiche efficaci e non di dati macroeconomici-. Al momento il destino della nazione mi appare incerto tra il sogno di abbattere la povertà e le differenze sociali e la sensazione di essere schiacciato da modelli troppi grandi e attualmente troppo forti per esser vinti. D’altronde ogni medaglia ha il suo rovescio, a cominciare dai diritti umani. Ma, quantomeno, il Venezuela la sua medaglia se la vuole giocare per appendersela al collo, mentre noi guardiamo come Europa il susseguirsi degli eventi in una non azione perpetua.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Il vento della Primavera Caucasica

E’ ottobre. Da questo mese fino all’inizio di novembre si terranno le elezioni più importanti dei prossimi quattro anni. I paesi in questione sono tre: Stati Uniti d’America, Venezuela e Georgia. Al centro della mia digressione è proprio questo piccolo paese ex sovietico. Ora vi starete chiedendo il motivo per il quale parlerò della Georgia. Tale motivazione risiede nel fatto che in Georgia passano tre dei più importanti oleodotti che non transitano dalla Russia. Risiede nel fatto che questo piccolo paese è stato elogiato dopo la “Rivoluzione delle Rose” da tutti i media e cancellerie occidentali, con il Presidente Mikheil Saakashvili accusato da tutte le ONG e dagli osservatori internazionali di autoritarismo.

Inoltre, nell’agosto 2008 la Georgia è stata al centro di una guerra lampo per il controllo dell’Ossezia del Sud, durata tre giorni, con la vittoria in larga scala delle forze russe. Dopo l’attacco di Tbilisi all’Ossezia meridionale per la Georgia la rivalsa su un quinto del suo ex territorio si rivelò un disastro geopolitico. Se in un primo momento, grazie ai contatti tra i media occidentali del Presidente Saakashvili, il paese caucasico sembrava la vittima di un sproporzionato attacco russo, il Rapporto degli Osservatori dell’Unione Europea denominato Rapporto Tagliavini dimostrarono che ad accendere la miccia fu l’attacco di Tbilisi alle Repubbliche separatiste di Abkhazia e Ossezia del Sud. Tale conflitto fu concluso grazie all’unico successo diplomatico del Governo Berlusconi e di Nicolas Sarkozy che fecero da tramite tra Mosca, Washington e Bruxelles. Per i suddetti motivi capirete perché tra petrolio, relazioni internazionali e diritti umani Tbilisi sia al centro dell’attenzione internazionale. Fatto sta che nella giornata di martedì 2 ottobre si sono svolte le elezioni per il rinnovo del Parlamento georgiano che hanno visto la vittoria dell’opposizione guidata da Bidzina Ivanishvili. Nella notte la Commissione elettorale centrale, sotto l’attento sguardo degli osservatori dell’Ocse e dei media, ha confermato la vittoria a favore del partito “Sogno Georgiano” di Ivanishvili.

La campagna elettorale vinta dall’opposizione non ha escluso colpi di scena, in una cornice di altissima tensione, con un video sulla rete che dimostrava le torture compiute nei penitenziari di Tbilisi. Eppure, nonostante la guerra persa per un errore d’opportunità e per il rafforzamento autoritario del potere centrale, in molti avevano scommesso in una riconferma del Partito “Movimento Nazionale Unito” dell’attuale Presidente della Repubblica Georgiana Mikheil Saakashvili.

La crescita economica di Tbilisi, confermata dalle graduatorie del Doing Business e coadiuvata da un pacchetto di liberalizzazioni e da stretti rapporti con l’occidente e la Nato avevano fatto pronosticare una riconferma per il partito di Saakashvili, il quale anche se impossibilitato dalla legge georgiana aveva già immaginato un impegno da leader anche dopo il 2013 (data scadenza mandato presidenziale). Le speranze nella Rivoluzione delle Rose del 2004 di fatto si sono infrante davanti ad una crescita economica priva del benessere della società che si fonda sul diritto.

Il cambio al vertice del paese caucasico ha visto la vittoria del magnate del metallo e banchiere Bidzina Ivanishvili, il quale ha guidato la coalizione “Sogno georgiano” i cui sostenitori già parlano di una “Primavera del Caucaso”. A rimarcare l’importanza della vittoria per la coalizione di Ivanishvili sarà nel 2013 l’attuazione delle recenti norme di modifica alla Costituzione georgiana, attraverso cui la maggioranza nell’organo dell’assemblea parlamentare potrà governare il paese anche se con una presidenza di appartenenza politica differente. La Georgia di fatto passa da un sistema presidenziale a quello parlamentare.

Bidzina Ivanishvili è una sorpresa a tutti gli effetti. Imprenditore che fatto la propria fortuna in Russia, se non siete conoscitori del Cda di Gazprom e dei suoi patners o lettori Forbes difficilmente ne avrete sentito parlare. Il suo patrimonio è stimato secondo fonti della rivista americana Forbes intorno ai 6,4 miliardi di U$D, una cifra che è pari alla metà del Prodotto Interno Lordo di Tbilisi. Estraneo alla politica fino ad un anno fa, ha condotto una campagna elettorale all’americana. Ora seppur indubbia la sua propensione verso Mosca, subito dopo l’annuncio della sconfitta da parte del rivale Saakashvili, alla domanda della stampa estera riguardo un prossimo orientamento internazionale della Georgia Ivanishvili ha risposto “Se mi chiedete, America o Russia? Io dico che dobbiamo avere buoni rapporti con tutti”. E qui permane un malumore russo per la perdita di egemonia totale sull’area caucasica.

A meno di rivolte dell’ultima ora da parte dei sostenitori del Presidente Saakashvili, cosa improbabile dopo il riconoscimento della sconfitta da parte dello stesso, dalla nascita della Georgia stiamo assistendo al primo passaggio di potere per via democratica. Questo è di certo il dato più importante ai fine della stabilità nell’area caucasica. Da qui parte la soddisfazione di Ocse e Unione Europea con il Presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz che ha espresso la propria soddisfazione nella seguente nota “Mi congratulo con le autorità georgiane sullo svolgimento delle elezioni legislative in modo libero, pacifico e competitivo. Nonostante il clima teso che ha caratterizzato la campagna elettorale e alcune carenze procedurali, queste elezioni sono un segno di crescente maturità politica e democratica della Georgia”.

Ulteriore soddisfazione, dopo il conflitto lampo del 2008, è stata espressa dal portavoce del Ministro degli Esteri russo Alexander Lukashevich, il quale ”auspica che il cambiamento segnato dall’esito delle elezioni georgiane normalizzi e costruisca relazioni rispettose” tra Tbilisi e ”i suoi vicini”. L’ambasciatore americano a Tbilisi Richard Norland ha fatto le sue congratulazioni per “il successo elettorale, che è un importante passo nello sviluppo nazionale”.

Per ora, invece, tacciono il Segretario di Stato Americano Hillary Clinton e Vladimir Putin. La prima probabilmente per la sconfitta di Saakashvili il quale era molto legato agli Stati Uniti, il secondo perché al presidente georgiano dopo la Guerra dell’agosto del 2008 aveva letteralmente promesso di “volerlo appendere per i testicoli”. State sicuri che la partita in Georgia non è ancora chiusa e che venti da “Guerra Fredda” riscalderanno non poco il clima nella “Primavera Caucasica”.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

The Pursuit of Health

E’ gennaio, fa freddo, eppure a Roma ogni tanto qualcosa o qualcuno si impegna a portare qualcosa degno di nota. E così a poco meno di trecento metri dal Macro la Galleria Mondo Bizzarro espone quell’artista tanto bravo nella tecnica quanto a vendere anche le mutande con il proprio marchio che ti risolve il pomeriggio di un sabato pomeriggio privo di calcio. Entri, è strapieno di amanti dell’arte e anche di quel genere di ragazze che si danno un tono vestendosi da zecca con casa di proprietà a Via Cortina d’Ampezzo. Il punto non sono le donne, ma l’artista Shepard Fairey aka Obey. Lo street artist per chi non considera questa espressione come arte è conosciuto esclusivamente per le t-shirt che vende e per l’immagine con la scritta ”Hope” che ha portato il Senatore dell’Illinois a diventare il primo Presidente di colore degli Stati Uniti d’America.

La campagna alle Presidenziali statunitensi coadiuvata dall’immagine di Shepard Fairey ed incentrata sul tema della “Speranza / Hope” portò alla Casa Bianca un quarantenne di colore: Barack Hussein Obama. Alla sua elezione il mondo mediatico celebrò l’elezione del primo Presidente di colore con il “Premio del Times – Persona dell’anno 2008” successivamente gli venne assegnato anche il Premio Nobel per la Pace del 2009. Riflettendoci è stato il primo Premio Nobel preventivo, nel senso che è stato assegnato al Presidente della Nazione che spende più al mondo per l’armamento e che è impegnata da oltre un decennio in una lunghissima guerra al terrorismo, senza che quest’ultima sia stata conclusa. La crisi finanziaria degli ultimi anni, assieme alla sconfitta sul campo (non dichiarata) in Afghanistan e il rimescolamento degli equilibri geopolitici dovuti ad una ribalta cinese e al ritorno della Russia sullo scacchiere mondiale hanno offuscato o quantomeno appannato l’immagine del Presidente americano. In molti, troppi, per mesi hanno celebrato come una vittoria la cattura ed uccisione di Osama Bin Laden, seppur consapevoli dell’avanzata dei Talebani in Afghanistan e dell’incremento delle azioni terroristiche nel centro Africa.

Come spesso accade in un paese dove l’informazione è concentrata sulla politica nostrana e su falsi intellettuali da salotto la “vera” riforma del Presidente Obama per troppo è stata trascurata o in molti casi ignorata. E così seppur approvata a Marzo del 2010 la riforma madre di tutte, personalmente paragonabile a quella del New Deal del 1929, per un biennio è stata messa in bilico dalla pronuncia della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America e dimenticata dai media italiani.

La riforma che ha portato a sancire nella storia degli Stati Uniti d’America, non solo per il colore della pelle, Barack Obama riguarda la “Sanità”. Non una promozione a pieni voti, ma nell’essenza del testo normativo. Infatti la Riforma Sanitaria ribattezza “Obamacare” ha visto pronunciarsi in modo favorevole la Corte Suprema riguardo all’obbligatorietà nel contrarre una polizza assicurativa sanitaria da parte di ogni cittadino statunitense. Esclusa della Corte Suprema la parte della riforma che prevedeva una maggiore attenzione da parte dei singoli Stati nel concedere fondi assistenziali alle classi più povere e svantaggiate. Questa parziale bocciatura è stata motivata affermando nella sentenza che il Congresso può offrire fondi agli Stati “per estendere l’accesso ai servizi sanitari”, ma “ciò che il Congresso non è libero di fare e’ penalizzare gli Stati che decidono di non partecipare al nuovo programma, sottraendo loro i fondi Medicaid” di spettanza.

L’altra parte della “Obamacare” – l’Individual Mandate – è stata approvata dalla Corte per un solo voto, stranamente grazie al favore del giudice di provenienza Repubblicana John Roberts. L’Individual Mandate prevede l’acquisizione obbligatoria da parte del contraente americano, pena una multa, inoltre le Compagnie assicurative non potranno più escludere particolari patologie dalla polizza stessa. Tale parte della Riforma impone alle società con un numero di dipendenti maggiore a cinquanta di contribuire alla polizza assicurativa dei propri subordinati. Questa clausola, ha scritto il chief justice John Roberts nella sua pronuncia, “può ragionevolmente essere considerata come una tassa.Visto che la Costituzione permette una simile tassa, non rientra nel nostro compito proibirla o giudicarne l’opportunità o l’equità”.

Ora al di là delle pronunce giurisprudenziali, degli encomi propagandistici della stampa e della difficile gestione economica Obama ha concesso e ampliato il diritto alla Salute a trentaduemilioni di americani, mettendo al centro della propria politica il “diritto”, ben diverso dai “diritti” (d’altronde è un avvocato). La riforma non nasce dalle istanze classiste illuministe europee, ma dalla forza del diritto di imporsi e imporre ciò che è giusto e fondato su di esso alla società. Questa è una vittoria vera di Barack Obama, così come la ricerca del diritto alla Salute. Perché le uniche cose che a questo mondo ci si può assicurare sono l’inferno ed il paradiso.