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Il vento della Primavera Caucasica

E’ ottobre. Da questo mese fino all’inizio di novembre si terranno le elezioni più importanti dei prossimi quattro anni. I paesi in questione sono tre: Stati Uniti d’America, Venezuela e Georgia. Al centro della mia digressione è proprio questo piccolo paese ex sovietico. Ora vi starete chiedendo il motivo per il quale parlerò della Georgia. Tale motivazione risiede nel fatto che in Georgia passano tre dei più importanti oleodotti che non transitano dalla Russia. Risiede nel fatto che questo piccolo paese è stato elogiato dopo la “Rivoluzione delle Rose” da tutti i media e cancellerie occidentali, con il Presidente Mikheil Saakashvili accusato da tutte le ONG e dagli osservatori internazionali di autoritarismo.

Inoltre, nell’agosto 2008 la Georgia è stata al centro di una guerra lampo per il controllo dell’Ossezia del Sud, durata tre giorni, con la vittoria in larga scala delle forze russe. Dopo l’attacco di Tbilisi all’Ossezia meridionale per la Georgia la rivalsa su un quinto del suo ex territorio si rivelò un disastro geopolitico. Se in un primo momento, grazie ai contatti tra i media occidentali del Presidente Saakashvili, il paese caucasico sembrava la vittima di un sproporzionato attacco russo, il Rapporto degli Osservatori dell’Unione Europea denominato Rapporto Tagliavini dimostrarono che ad accendere la miccia fu l’attacco di Tbilisi alle Repubbliche separatiste di Abkhazia e Ossezia del Sud. Tale conflitto fu concluso grazie all’unico successo diplomatico del Governo Berlusconi e di Nicolas Sarkozy che fecero da tramite tra Mosca, Washington e Bruxelles. Per i suddetti motivi capirete perché tra petrolio, relazioni internazionali e diritti umani Tbilisi sia al centro dell’attenzione internazionale. Fatto sta che nella giornata di martedì 2 ottobre si sono svolte le elezioni per il rinnovo del Parlamento georgiano che hanno visto la vittoria dell’opposizione guidata da Bidzina Ivanishvili. Nella notte la Commissione elettorale centrale, sotto l’attento sguardo degli osservatori dell’Ocse e dei media, ha confermato la vittoria a favore del partito “Sogno Georgiano” di Ivanishvili.

La campagna elettorale vinta dall’opposizione non ha escluso colpi di scena, in una cornice di altissima tensione, con un video sulla rete che dimostrava le torture compiute nei penitenziari di Tbilisi. Eppure, nonostante la guerra persa per un errore d’opportunità e per il rafforzamento autoritario del potere centrale, in molti avevano scommesso in una riconferma del Partito “Movimento Nazionale Unito” dell’attuale Presidente della Repubblica Georgiana Mikheil Saakashvili.

La crescita economica di Tbilisi, confermata dalle graduatorie del Doing Business e coadiuvata da un pacchetto di liberalizzazioni e da stretti rapporti con l’occidente e la Nato avevano fatto pronosticare una riconferma per il partito di Saakashvili, il quale anche se impossibilitato dalla legge georgiana aveva già immaginato un impegno da leader anche dopo il 2013 (data scadenza mandato presidenziale). Le speranze nella Rivoluzione delle Rose del 2004 di fatto si sono infrante davanti ad una crescita economica priva del benessere della società che si fonda sul diritto.

Il cambio al vertice del paese caucasico ha visto la vittoria del magnate del metallo e banchiere Bidzina Ivanishvili, il quale ha guidato la coalizione “Sogno georgiano” i cui sostenitori già parlano di una “Primavera del Caucaso”. A rimarcare l’importanza della vittoria per la coalizione di Ivanishvili sarà nel 2013 l’attuazione delle recenti norme di modifica alla Costituzione georgiana, attraverso cui la maggioranza nell’organo dell’assemblea parlamentare potrà governare il paese anche se con una presidenza di appartenenza politica differente. La Georgia di fatto passa da un sistema presidenziale a quello parlamentare.

Bidzina Ivanishvili è una sorpresa a tutti gli effetti. Imprenditore che fatto la propria fortuna in Russia, se non siete conoscitori del Cda di Gazprom e dei suoi patners o lettori Forbes difficilmente ne avrete sentito parlare. Il suo patrimonio è stimato secondo fonti della rivista americana Forbes intorno ai 6,4 miliardi di U$D, una cifra che è pari alla metà del Prodotto Interno Lordo di Tbilisi. Estraneo alla politica fino ad un anno fa, ha condotto una campagna elettorale all’americana. Ora seppur indubbia la sua propensione verso Mosca, subito dopo l’annuncio della sconfitta da parte del rivale Saakashvili, alla domanda della stampa estera riguardo un prossimo orientamento internazionale della Georgia Ivanishvili ha risposto “Se mi chiedete, America o Russia? Io dico che dobbiamo avere buoni rapporti con tutti”. E qui permane un malumore russo per la perdita di egemonia totale sull’area caucasica.

A meno di rivolte dell’ultima ora da parte dei sostenitori del Presidente Saakashvili, cosa improbabile dopo il riconoscimento della sconfitta da parte dello stesso, dalla nascita della Georgia stiamo assistendo al primo passaggio di potere per via democratica. Questo è di certo il dato più importante ai fine della stabilità nell’area caucasica. Da qui parte la soddisfazione di Ocse e Unione Europea con il Presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz che ha espresso la propria soddisfazione nella seguente nota “Mi congratulo con le autorità georgiane sullo svolgimento delle elezioni legislative in modo libero, pacifico e competitivo. Nonostante il clima teso che ha caratterizzato la campagna elettorale e alcune carenze procedurali, queste elezioni sono un segno di crescente maturità politica e democratica della Georgia”.

Ulteriore soddisfazione, dopo il conflitto lampo del 2008, è stata espressa dal portavoce del Ministro degli Esteri russo Alexander Lukashevich, il quale ”auspica che il cambiamento segnato dall’esito delle elezioni georgiane normalizzi e costruisca relazioni rispettose” tra Tbilisi e ”i suoi vicini”. L’ambasciatore americano a Tbilisi Richard Norland ha fatto le sue congratulazioni per “il successo elettorale, che è un importante passo nello sviluppo nazionale”.

Per ora, invece, tacciono il Segretario di Stato Americano Hillary Clinton e Vladimir Putin. La prima probabilmente per la sconfitta di Saakashvili il quale era molto legato agli Stati Uniti, il secondo perché al presidente georgiano dopo la Guerra dell’agosto del 2008 aveva letteralmente promesso di “volerlo appendere per i testicoli”. State sicuri che la partita in Georgia non è ancora chiusa e che venti da “Guerra Fredda” riscalderanno non poco il clima nella “Primavera Caucasica”.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

The Pursuit of Health

E’ gennaio, fa freddo, eppure a Roma ogni tanto qualcosa o qualcuno si impegna a portare qualcosa degno di nota. E così a poco meno di trecento metri dal Macro la Galleria Mondo Bizzarro espone quell’artista tanto bravo nella tecnica quanto a vendere anche le mutande con il proprio marchio che ti risolve il pomeriggio di un sabato pomeriggio privo di calcio. Entri, è strapieno di amanti dell’arte e anche di quel genere di ragazze che si danno un tono vestendosi da zecca con casa di proprietà a Via Cortina d’Ampezzo. Il punto non sono le donne, ma l’artista Shepard Fairey aka Obey. Lo street artist per chi non considera questa espressione come arte è conosciuto esclusivamente per le t-shirt che vende e per l’immagine con la scritta ”Hope” che ha portato il Senatore dell’Illinois a diventare il primo Presidente di colore degli Stati Uniti d’America.

La campagna alle Presidenziali statunitensi coadiuvata dall’immagine di Shepard Fairey ed incentrata sul tema della “Speranza / Hope” portò alla Casa Bianca un quarantenne di colore: Barack Hussein Obama. Alla sua elezione il mondo mediatico celebrò l’elezione del primo Presidente di colore con il “Premio del Times – Persona dell’anno 2008” successivamente gli venne assegnato anche il Premio Nobel per la Pace del 2009. Riflettendoci è stato il primo Premio Nobel preventivo, nel senso che è stato assegnato al Presidente della Nazione che spende più al mondo per l’armamento e che è impegnata da oltre un decennio in una lunghissima guerra al terrorismo, senza che quest’ultima sia stata conclusa. La crisi finanziaria degli ultimi anni, assieme alla sconfitta sul campo (non dichiarata) in Afghanistan e il rimescolamento degli equilibri geopolitici dovuti ad una ribalta cinese e al ritorno della Russia sullo scacchiere mondiale hanno offuscato o quantomeno appannato l’immagine del Presidente americano. In molti, troppi, per mesi hanno celebrato come una vittoria la cattura ed uccisione di Osama Bin Laden, seppur consapevoli dell’avanzata dei Talebani in Afghanistan e dell’incremento delle azioni terroristiche nel centro Africa.

Come spesso accade in un paese dove l’informazione è concentrata sulla politica nostrana e su falsi intellettuali da salotto la “vera” riforma del Presidente Obama per troppo è stata trascurata o in molti casi ignorata. E così seppur approvata a Marzo del 2010 la riforma madre di tutte, personalmente paragonabile a quella del New Deal del 1929, per un biennio è stata messa in bilico dalla pronuncia della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America e dimenticata dai media italiani.

La riforma che ha portato a sancire nella storia degli Stati Uniti d’America, non solo per il colore della pelle, Barack Obama riguarda la “Sanità”. Non una promozione a pieni voti, ma nell’essenza del testo normativo. Infatti la Riforma Sanitaria ribattezza “Obamacare” ha visto pronunciarsi in modo favorevole la Corte Suprema riguardo all’obbligatorietà nel contrarre una polizza assicurativa sanitaria da parte di ogni cittadino statunitense. Esclusa della Corte Suprema la parte della riforma che prevedeva una maggiore attenzione da parte dei singoli Stati nel concedere fondi assistenziali alle classi più povere e svantaggiate. Questa parziale bocciatura è stata motivata affermando nella sentenza che il Congresso può offrire fondi agli Stati “per estendere l’accesso ai servizi sanitari”, ma “ciò che il Congresso non è libero di fare e’ penalizzare gli Stati che decidono di non partecipare al nuovo programma, sottraendo loro i fondi Medicaid” di spettanza.

L’altra parte della “Obamacare” – l’Individual Mandate – è stata approvata dalla Corte per un solo voto, stranamente grazie al favore del giudice di provenienza Repubblicana John Roberts. L’Individual Mandate prevede l’acquisizione obbligatoria da parte del contraente americano, pena una multa, inoltre le Compagnie assicurative non potranno più escludere particolari patologie dalla polizza stessa. Tale parte della Riforma impone alle società con un numero di dipendenti maggiore a cinquanta di contribuire alla polizza assicurativa dei propri subordinati. Questa clausola, ha scritto il chief justice John Roberts nella sua pronuncia, “può ragionevolmente essere considerata come una tassa.Visto che la Costituzione permette una simile tassa, non rientra nel nostro compito proibirla o giudicarne l’opportunità o l’equità”.

Ora al di là delle pronunce giurisprudenziali, degli encomi propagandistici della stampa e della difficile gestione economica Obama ha concesso e ampliato il diritto alla Salute a trentaduemilioni di americani, mettendo al centro della propria politica il “diritto”, ben diverso dai “diritti” (d’altronde è un avvocato). La riforma non nasce dalle istanze classiste illuministe europee, ma dalla forza del diritto di imporsi e imporre ciò che è giusto e fondato su di esso alla società. Questa è una vittoria vera di Barack Obama, così come la ricerca del diritto alla Salute. Perché le uniche cose che a questo mondo ci si può assicurare sono l’inferno ed il paradiso.