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Tag Archives: valerio mastandrea

Claudio Caligari , l’uomo che raccontava le storie degli ultimi.

“Muoio come uno stronzo. E ho fatto solo due film.” Diceva così  Claudio Caligari al suo amico  Valerio Mastandrea prima di girare il suo ultimo film “Non essere cattivo” per poi lasciare questo mondo nel Maggio 2015.

Regista e sceneggiatore nasce come documentarista, racconta le storie di disagio sociale cominciando con Perché droga, ma racconta anche gli anni dei movimenti del ’78 con Alice e gli altri.  È agli inizi degli anni ottanta che Caligari prova a trasportare il suo interesse per le realtà delle periferie e delle borgate dal cinema d’inchiesta a quello di finzione.

Nel 1983 esce Amore tossico, di cui firma sia la sceneggiatura (in collaborazione con il sociologo Guido Blumir) sia la regia.  La storia è incentrata sulle dinamiche di un gruppo di giovani eroinomani di Ostia.  Seguendo l’esempio del neorealismo, Caligari sceglie di prendere nel cast solo attori non professionisti, solo persone che avessero avuto un passato con la droga o che comunque  ne avessero avuto a che fare in qualche modo.  Il film vinse il Premio speciale nella Sezione De Sica al Festival di Venezia.

Per qualche anno non uscirà più nessun film: «Perdi due, tre anni su un’idea, non ci riesci a farla, prendi un’altra idea, ci stai due, tre anni, non riesci a realizzare nemmeno questa, e così via, ed è così che passano quindici anni.» Caligari in un’intervista a Internazionale.

È infatti il 1998 quando esce L’odore della notte, film ambientato nella periferia romana che racconta le rapine di una banda di ragazzi  disagiati e violenti. Liberamente ispirato al  romanzo di Dido Sacchettoni sulla Banda dell’arancia meccanica, vedrà Valerio Mastandrea  e Giorgio Tirabassi nel cast del film.

Grazie all’aiuto e alla collaborazione di Mastandrea, Caligari ha potuto negli ultimi mesi di vita girare il suo terzo ed ultimo film Non essere cattivo anch’esso ambientato nella periferia di Roma.

Il regista lo definirà «Una storia degli anni novanta. Quando finisce il mondo pasoliniano.»

Non essere cattivo è un film che nella mente di Caligari rappresenta la fine di una trilogia composta da Accattone di Pasolini seguita dal suo Amore Tossico.

Il 1995 è idealmente l’anno di passaggio, tra l’epoca dell’eroina del primo film e quella delle droghe sintetiche e poi nuovamente l’eroina, ma questa volta da sniffare, non più per endovena. Vittorio (il cui nome rende omaggio al personaggio di Accattone), protagonista di Non essere cattivo si libererà delle droghe finalmente lasciandosi però alle spalle un amico: Cesare,  (a sua volta nome scelto  per richiamare il protagonista di Amore Tossico).

Claudio Caligari è Maestro di un cinema ancora profondamente popolare, capace di raccontare la realtà così com’è senza filtri. Fra i pochi in Italia che abbia avuto il coraggio di fare critica sociale, di raccontare storie reali, crude, amare senza farne un business di milioni.

Caligari  seguendo le orme di  Pasolini, riportandone alla vita  i suoi personaggi, lascia un’eredità importante al cinema italiano. Una nuova generazione di giovani  all’ultimo festival di Venezia  ha presentato Il più grande sogno un film che racconta la storia di un ex tossicodipendente Mirko Frezza che interpreta se stesso, diretto da Michele Vannucci (classe 1987) che prima di cominciare a girare, lo ha seguito per tre anni.

Perfetti Sconosciuti di Paolo Genovese

Una cena tra amici può essere il giusto espediente narrativo per un buon film.

Il rischio che si corre però è quello di rimanere intrappolati in un provincialismo che non esige nulla di drammaturgico. Il positivo senso dell’errore che scaturisce dal senso di colpa di una vita banale, rende il tutto pepato da una quasi deontologica voglia di risarcimento emotivo.

E sembra assurdo ma, proprio la leggera occasione di una riunione conviviale di sette amici, riesce, nel film di Paolo Genovese, già conosciuto per Immaturi e per Tutta colpa di Freud, a incorporare un esito tutt’altro che favolistico in una trama dal tono brillante e autenticamente divertente.

La scena si svolge a casa di due dei protagonisti: Eva (Kasia Smutniak) e Rocco (Marco Giallini) genitori di una figlia in pieno scontro adolescenziale. Ribelle con la madre, psicoterapeuta e folle d’amore per il padre, chirurgo estetico. La cena è organizzata per conoscere una certa Lucilla (poi scopriremo assente giustificata) la nuova fidanzata di Peppe (Beppe Battiston), lo sfortunato professore di ginnastica sovrappeso appena uscito da un divorzio e da un licenziamento.

Con lui ci saranno Lele (Valerio Mastandrea) con la moglie Camilla (Anna Foglietta) – la cui vita matrimoniale è in crisi per un non subito precisato motivo – e i novelli sposi Cosimo (Edoardo Leo), tassista dalle mille e fallimentari idee imprenditoriali, e Bianca, la dolce e ingenua veterinaria (Alba Rohrwacher).

Amici da una vita, i sette protagonisti decidono a un certo punto della cena di provare a vedere cosa succederebbe se si rendessero “pubblici” (almeno tra di loro e per quella sera) i messaggi, le chiamate, le mail e tutto ciò che arriva sullo smartphone di ognuno di loro, la “scatola nera” moderna che accoglie e raccoglie tutti i più infimi e intimi segreti personali.

L’idea è centrata e acuta e riesce a non essere banalizzata da una facile ironia grottesca e prosaica, facile tentazione e arma a doppio taglio della più recente commedia nostrana. La teatralità dell’azione è resa dinamica dalla successione di eventi e colpi di scena che fanno sussultare lo spettatore insieme ai personaggi stessi non appena arriva uno squillo di uno dei cellulari poggiati al centro della tavola imbandita.

Si cambia idea e giudizio su ognuno di loro, dopo quasi ogni scena, senza perdere l’affezione per il gruppo nella sua totalità che, fin da subito, appare come un contingente domestico familiare e accomodante seppur non del tutto indenne da una certa esecrabilità morale; cosa che però non preclude allo spettatore di proiettarsi in tutti o almeno in una parte di ogni personaggio.

E se è vero che ognuno di noi ha tre vite:una pubblica, una privata e una segreta, allora Perfetti Sconosciuti rende merito alla citazione di Gabriel Garcia Marquez, indovinando come il mondo personale di ognuno di noi possa cambiare con un piccolissimo gesto apparentemente trascurabile.

La mia classe: piccoli film crescono

Ieri sera volevo andare a vedere The Wolf of Wall Street ma ho trovato il cinema pieno, per cui dopo una rapida scorsa alle possibili alternative la serata è stata salvata in corner da un piccolo film che, almeno questa settimana, viene proiettato solo al Nuovo Cinema Aquila: si intitola La mia classe e fà un po’ il verso a La classe, un film francese che aveva vinto la palma d’oro qualche anno fa. Valerio Mastandrea interpreta sè stesso che interpreta l’insegnante di italiano di una scuola serale per immigrati neorealisticamente reclutati in vere scuole di questo tipo (e ieri presenti in sala per un breve dibattito post-proiezione) e il film descrive il processo delle riprese di quello che sarebbe dovuto essere un film sulla classe di aspiranti italofoni, ma che a un certo punto è diventato un film sul film stesso, un meta-film.

Questa sovrastruttura potrebbe sembrare un’inutile complicazione, un ghirigoro autoriale buono soprattutto a sprofondare ulteriormente nella sua nicchia un film che anche senza questi girotondi non avrebbe visto nessuno, ma in realtà, e paradossalmente, svolge una funzione di alleggerimento narrativo ed emotivo che permette alla pellicola di gestire con disinvoltura i momenti più patetici legati alle disavventure di alcuni degli alunni.

É forse preoccupante il fatto che siamo arrivati al punto in cui dobbiamo essere doppiamente rassicurati circa la fintezza di un film, ma da un punto di vista drammatico la rovina di molti racconti sulle “disgrazie degli ultimi” è l’abbandono ad una retorica che finisce col rendere davvero ultimi e diversi questi uomini e donne che di fatto rappresentano una fetta gigantesca dell’umanità in ogni epoca, e riuscire ad evitare di cadere in questa trappola senza ridurre a macchiette i personaggi o sminuire il potere di testimonianza delle loro vicende è un’impresa che va sicuramente sottolineata.

La mia classe è anche girato e fotografato con gusto nonostante gli (immagino) scarsi mezzi a disposizione, dimostrando, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che non potrà mai esserci una buona giustificazione per la pervicace opera di raschiamento retinale del popolo italiano portata avanti da molti dei più popolari cineasti nostrani contemporeanei, e non c’è dunque motivo per non raccomandarlo che la sala di TWOWS sia piena o meno.