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Approfondimento: Un anno di Trump – Atlantico

È trascorso all’incirca un anno dall’insediamento di Donald Trump alla casa bianca. Chi un anno fa gridava alla fine del Mondo, è stato smentito: il Mondo è ancora in piedi. Ma sta già iniziando a cambiare per l’azione diretta di un presidente USA.

In questo articolo tenteremo di analizzare i principali mutamenti nei rapporti di forza internazionali provocati dall’operato del presidente statunitense, focalizzandoci sullo scacchiere dell’Oceano Atlantico.

Stati Uniti: La politica interna non è stata finora il cavallo di battaglia di Donald Trump. La quarantacinquesima presidenza degli Stati Uniti si è aperta all’insegna degli scandali: il Russiagate ha gettato fin dalle prime settimane l’ombra dell’impeachment sul presidente. Tuttavia questa minaccia, forse la più grave per il consenso interno di Trump, non ha sortito finora gli effetti desiderati, ed è molto difficile che riesca a farlo nell’immediato futuro: nonostante un congresso sostanzialmente paralizzato, Trump non ha mai perso l’appoggio dei repubblicani, almeno non al punto da innescare il processo di impeachment.
Gli altri scandali che hanno afflitto l’amministrazione, dalle affermazioni oscure e ambigue sulla strage di Charlotteville (che hanno innescano le dimissioni di decine di funzionari e consiglieri in carica dall’epoca Obama) alle relazioni con attrici pornografiche prezzolate, non hanno per ora sbalzato di sella Trump. Hanno però portato ai minimi il consenso popolare per il presidente statunitense, consentendo all’opposizione repubblicana di rafforzarsi costringendo Trump in una condizione estremamente precaria.
Indebolito all’interno, Trump ha usato con spregiudicatezza la carta della politica estera per risollevare il consenso e dare l’idea di un presidente forte. Questo non tanto perché Trump abbia una visione chiara in politica estera, quanto perché è un campo in cui può agire direttamente senza dover consultare continuamente il parlamento.
Vale la pena però ricordare che il segretario di stato statunitense, Rex Tillerson, ha spesso dimostrato il proprio dissenso nei confronti di Trump, addossando il grosso delle responsabilità dell’attuale politica estera sulle spalle di Donald Trump.

Canada: Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi ha isolato il gigante nordamericano da una serie di alleati tradizionali tra cui il Canada, storico partner commerciale nella fornitura di materie prime, non da ultimo gli idrocarburi estratti tramite fratturazione idraulica.
Per qualche tempo i rapporti rimarranno ancora particolarmente stretti, anche perché la politica ecologica promessa dal primo ministro canadese Justin Trudeau è stata per ora molto tiepida. Ma è probabile che sul lungo periodo la scelta di Trump peserà sulle relazioni con il “grande vicino del nord”.

America centrale e caraibi: Eletto su un’onda di razzismo e intolleranza verso la minoranza etnica latinoamericana, Donald Trump aveva promesso mari e monti nei confronti del Messico: dall’idea di un muro che lo ghettizzasse impedendo ai suoi immigrati di fuggire verso gli Stati Uniti, a misure concrete per fermare la delocalizzazione di imprese statunitensi in Messico fino all’espulsione di milioni di immigrati.
Praticamente nessuna di queste proposte è stata finora attuata, ma questo non vuol dire che i rapporti con il Messico siano ottimali, e sono probabilmente destinati a peggiorare.
Con Cuba, invece, Trump è tornato sulle posizioni tradizionali statunitensi. Dopo aver annunciato già a giugno un “ritorno al passato”, a Novembre ha firmato nuove norme che rendono più difficoltosi non solo i rapporti commerciali, ma lo stesso viaggio da e per l’isola caraibica. Non si tratta di un vero e proprio ritorno all’embargo, ma potrebbe essere un primo passo in questa direzione.
Lo scopo è evidente: destabilizzare il regime cubano e “rendere libera l’isola”. Il processo di normalizzazione intrapreso da Obama è stato annullato da questa azione. Potrebbe trattarsi di una mossa controproducente: è chiaro che il comunismo a Cuba è ormai agli sgoccioli, ma su ciò che seguirà c’è molta incertezza. Mostrandosi concilianti, gli Stati Uniti avrebbero potuto far leva sul proprio soft power per guidare il processo di transizione. Adesso, invece, si torna ad un approccio puramente oppositivo, che lascia poco spazio ad una diplomazia pacifica.

Sud America: Le vittorie del neoliberista Mauricio Macri in Argentina a ottobre e del conservatore Sebastiàn Piñera in Cile a novembre hanno spostato decisamente a destra l’asse politico dell’America Latina. Sommati all’insediamento di Michel Temer in Brasile, questi successi della destra filo-americana hanno definitivamente sepolto i sogni di grandi coalizioni bolivariane in grado di fare fronte comune rispetto agli USA.
Anche in Colombia la pacificazione nazionale a seguito della resa delle FARC ha rinsaldato la leadership del governo conservatore filo-statunitense.
Gli unici stati che ancora manifestano la propria opposizione agli USA sono la Bolivia e il Venezuela. Economicamente irrilevante, la Bolivia di Morales non costituisce un vero ostacolo agli USA. Altro discorso riguarda il Venezuela retto dall’erede di Chavez, Nicolas Maduro.
Il vero colpo al Venezuela lo ha inferto a ben vedere l’Arabia Saudita, con la propria politica di vendita di petrolio a prezzo ribassato. Questa mossa, iniziata già nel 2016 in spregio agli accordi dell’OPEC (di cui anche il Venezuela fa parte) è servita a danneggiare un rivale storico dei sauditi, l’Iran, con la sua alleata Russia. Il Venezuela è stato in un certo senso un “effetto collaterale” di questa guerra. Eppure da nessuna parte come nella patria del nuovo bolivarismo la crisi petrolifera ha fatto sentire i suoi morsi.
Privo di un’economia differenziata, dipendente in tutto dalle fluttuazioni del greggio, il Venezuela è semplicemente collassato. I maldestri tentativi del governo di porre un freno all’inflazione galoppante si sono risolti in un disastro, e i partiti dell’opposizione borghese hanno fatto leva su un’opinione pubblica stremata per mettere in ginocchio il governo. Maduro, com’è noto, ha risposto con il pugno di ferro esacerbando ulteriormente il clima di tensione.
I legami tra l’opposizione neoliberista e gli Stati Uniti non sono un mistero, e Trump ad agosto ha ventilato di voler intervenire militarmente. Quest’ipotesi, per fortuna, non si è ancora concretizzata, ma non è detto che non venga tirata fuori nel caso in cui la crisi economica dovesse perdurare.

Il continente sudamericano rimane con ogni evidenza il giardino di casa degli Stati Uniti, e forse non è mai stato così strettamente a rimorchio degli USA dall’11 settembre ad oggi.

Unione Europea: Sul continente europeo il potere statunitense sta scricchiolando da diversi anni, ma la presidenza Donald Trump sembra costituire una cesura netta, e una cesura senz’altro negativa.
Nel 2001 gli stati europei intervennero prontamente in Afghanistan al fianco degli Stati Uniti.
Nel 2003, in un contesto molto diverso, furono molte meno nazioni a seguire Bush nella sua impresa contro Saddam.
Nel 2014, in occasione della crisi ucraina, gli Stati Uniti di Obama cavarono d’impaccio un’Unione Europea titubante e ingessata. Ma gli Stati Uniti hanno agito facendo i propri interessi, non quelli dell’UE, cercando di contenere l’espansionismo della Russia tramite le sanzioni economiche, che hanno danneggiato l’economia russa tanto quella europea.
Con l’insediamento di Donald Trump, la Germania e la Francia hanno deciso di premere l’acceleratore sul processo di unità europea. È stata elaborata la teoria dell’Europa a due velocità in un’ottica di maggiore integrazione (per quanto a livello ideale ciò rappresenti una contraddizione).
Le elezioni in Francia hanno posto un argine al populismo, che sembrava dovesse dilagare nel 2017 in tutta Europa. Con esse è stato investito del mandato popolare un presidente estremamente attivo in politica estera.
Macron sembra pronto a negoziare i termini della nuova UE con il governo di Angela Merkel, ancora in via di formazione dopo il risultato incerto delle elezioni tedesche di settembre.
Donald Trump considera l’Unione Europea come un rivale economico, e non nasconde la sua ostilità verso le istituzioni europee. Per questo, ha fatto capire alla Russia di lasciare ampi margini in Est Europa, lasciando l’UE a confrontarsi da sola con il grande vicino d’Oriente.
La Commissione Europea, però, non si è scoraggiata e ha anzi posto le basi per la realizzazione di un sistema militare comunitario. Un altro mattone nella costruzione di un’Europa Unita.
Se le tendenze della politica estera di Trump dovessero rimanere queste, è probabile che l’UE, costretta a muoversi in autonomia, proceda sempre più spedita verso un processo di unità politica e diplomatica oltre che monetaria.

I più pessimisti, un anno fa, prospettavano un accerchiamento dell’Europa da parte di regimi più o meno populisti, più o meno conservatori e variamente ostili. A un anno dall’insediamento di Trump, la situazione appare ribaltata: l’ondata di populismo sembra essersi arrestata, e l’UE pare aver trovato le forze per affrontare di buona lena i numerosi problemi che l’affliggono.

Gran Bretagna: Con la rielezione di Theresa May a giugno, la prospettiva di un asse populista-conservatore tra USA e Regno Unito è definitivamente sfumata. Nonostante le simpatie reciproche, i governi di May e Trump sono troppo deboli e troppo isolazionisti per costituire un fronte comune credibile.

Russia: Insidiato dallo scandalo del Russia-Gate, Trump ha preferito mantenere un basso profilo nei confronti della Russia. Gli unici incontri tra Trump e Putin sono avvenuti in occasione del G20 dello scorso luglio e dell’incontro della Cooperazione Economica Asiatico-Pacifica, a novembre. Non c’è finora stato un summit bilaterale che abbia permesso un confronto diretto tra i due presidenti.
I rapporti tra Russia e USA sembrano migliorati rispetto al secondo mandato dell’amministrazione Obama. Le relazioni sembrano improntate ad un sostanziale laissez-faire reciproco. Con l’eccezione importante dell’attacco missilistico degli USA in Siria il 6 aprile 2017, gli Stati Uniti sembrano non voler intralciare gli interessi russi in Medio Oriente e in altre aree strategiche.
È probabile che questo rapporto di buon vicinato sia destinato a durare, perché Trump sembra non avere una strategia interventista programmatica, con l’unica eccezione della Corea del Nord. Lasciare spazio alla Russia significa anche mettere in difficoltà l’Unione Europea, un obiettivo fondamentale della strategia trumpiana.

Vicino e Medio Oriente: Molto si è scritto a riguardo della situazione mediorientale, anche su questa rubrica, per cui non ci dilungheremo qui su tale scacchiere.
Condensando il ragionamento di Trump sull’area, si può dire che Trump stia cercando un riavvicinamento agli alleati tradizionali, Israele e Arabia Saudita, in una classica ottica da presidente repubblicano.
Questo riavvicinamento, in funzione smaccatamente anti-iraniana, ha portato Trump a decisioni estreme, come l’annuncio dello spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme e l’abbandono dell’UNESCO. Due mosse che hanno molto riavvicinato USA e Israele dopo la tacita ostilità dell’era Obama, ma che allo stesso tempo hanno isolato i due stati rispetto al resto della diplomazia mondiale.
In Arabia Saudita, a giovarsi dell’appoggio statunitense è soprattutto l’ambizioso principe ereditario Mohammad Bin Salman, artefice dell’intervento saudita in Yemen, dell’embargo al Qatar e di una serie di purghe che hanno portato al processo di decine di ministri, nobili e politici sauditi.
La politica del deprezzamento del petrolio sta facendo il gioco degli Stati Uniti, danneggiando la Russia, l’Iran e “stati canaglia” come il Venezuela. Questa politica rischia però di danneggiare economicamente l’Arabia Saudita, sul lungo periodo, ed è quindi probabile che venga presto ridimensionata o abbandonata.

Africa: Con l’eccezione di Libia ed Egitto, da diversi anni l’Africa non è più nell’agenda politica statunitense. Dopo la disastrosa campagna somala dell’inizio degli anni ’90, le forze statunitensi sembrano non voler rimettere piede nel continente africano (ancora, con l’importante eccezione della Libia).
L’Africa sta affrontando un momento critico dal punto di vista politico, demografico ed economico, e tutto lascia pensare che sarà la vera protagonista del XXI secolo. Per ora, comunque, è un continente ancora poverissimo e in lenta crescita, dove gli interessi economici occidentali, dopo la crisi del 2007, si sono ridotti notevolmente.
In Africa, con l’imponente progetto della Nuova Via della Seta, si sta imponendo un altro colosso: la Cina. Ma di questo parleremo nel prossimo articolo.

In sintesi: Sullo scacchiere dell’Atlantico la politica di Donald Trump ha conosciuto alterne fortune, ma non ha saputo esprimere una chiarezza programmatica, né una visione lineare degli scopi da perseguire. Trump si è incanalato in molti dei ragionamenti tradizionali dei repubblicani statunitensi (gli stati canaglia, la vicinanza a Israele e Arabia Saudita), ma si è profondamente distaccato da altri (l’egemonia in Medio Oriente, l’ostilità verso la Russia).
In generale, la politica estera di Trump sta alienando i favori degli USA in molti organismi internazionali (UE, ONU ecc.), e sta favorendo indirettamente il sorgere di nuove potenze regionali. È possibile che in futuro questa fase possa essere identificata con l’inizio del declino degli Stati Uniti d’America come potenza egemone globale.

Le origini del socialismo in Venezuela: perchè, insieme a Chavez, è morto anche il suo progetto politico

A partire dall’insediamento del governo Maduro, il Venezuela è stato teatro di proteste. L’opposizione si è schierata contro le atrocità del regime presidenziale, che non è stato in grado di portare avanti il progetto socialista di Hugo Chávez e ha causato violenza e malessere tra gli abitanti di Caracas. Alla luce delle drammatiche condizioni politiche in cui versa il Venezuela, forse l’ultimo Paese dell’America Latina dove il pensiero socialista è ancora profondamente radicato, sorge spontaneo domandarsi se il socialismo sia ancora la forma di governo più appropriata.

Per comprendere fino in fondo il progetto politico per il quale si sono battuti leader come Fidel Castro, Che Guevara e lo stesso Chávez, è necessario analizzare il contesto storico che ha portato all’ascesa del socialismo in Sud America. Le crisi dei prezzi del petrolio del 1973 e del 1979 portarono molti Paesi sudamericani a contrarre ingenti debiti esteri che, per colpa dell’apprezzamento del dollaro e del conseguente rialzo dei tassi d’interesse, non poterono essere saldati. In questo contesto, le Istituzioni Finanziarie Internazionali (IFI) che operavano in Sud America, tra cui International Monetary Fund and World Bank, imposero i limiti secondo i quali la ristrutturazione delle economie latino americane sarebbe dovuta avvenire.

Data la concomitante, rapida espansione del fenomeno di globalizzazione, le IFI adottarono una strategia capitalista per risollevare i Paesi del Sud America: tale strategia fu celata dietro all’ideologia neo-liberalista. Nonostante gli Stati Uniti descrivessero il neoliberalismo come una strategia di sviluppo politicamente sostenibile in Sud America, la realtà è che l’ideologia neo-liberalista s’insedio tramite regimi militari o dittature e le sue politiche mirate alla privatizzazione e alla liberalizzazione economica hanno beneficiato solamente le aziende transnazionali e le business elites, riducendo la maggior parte della popolazione in miseria.

Con l’avvento del neoliberalismo, la classe operaia, i disoccupati e i lavoratori agrari del Sud America sono stati emarginati dalla vita politica e soggetti a scarsa rappresentazione. A seguito dell’insoddisfazione della maggioranza dei sudamericani, iniziarono a costituirsi movimenti contro il neoliberalismo. Tra questi, la cosiddetta “resistenza popolare”, presente in forma legale o sotto forma di guerrilas, occupazioni e violente proteste. Grazie all’intervento di Chávez, la resistenza popolare in Venezuela fu particolarmente di successo.

L’avvento politico di Hugo Chávez risale agli anni ’90, periodo in cui i sondaggi rivelavano una totale insoddisfazione dell’opinione pubblica nei confronti del programma di sviluppo economico neo-liberalista; seppur senza successo, Chávez organizzo un colpo di stato contro l’allora Presidente Perez. In questo modo, guadagnò la stima della popolazione, che vide in lui la salvezza e, conseguentemente, lo elesse Presidente nel 1998.

Dal primo giorno del suo mandato, Chávez dimostrò ai cittadini la sua volontà di sconfiggere le élite e combattere i danni del neoliberalismo, adottando rivoluzionarie politiche nazionaliste. Un’attenta analisi dei principi teorici sui quali il socialismo dovrebbe basarsi fornisce una spiegazione al perché’ il modello socialista proposto da Chávez è fallito non appena il caudillo è mancato. Per raggiungere il successo, il socialismo economico dev’essere subordinato a un regime democratico, basato sulla diretta rappresentazione popolare: l’odio verso le elites che Chávez ha incrementato negli anni lo ha portato ad eliminare la componente democratica del socialismo, dando ben poco spazio agli esponenti delle classi sociali più abbienti.

Inoltre, per soddisfare le esigenze domestiche e gli interessi dell’intera popolazione, adottando quindi una politica di sviluppo inward-oriented, il regime socialista deve mantenere dei legami con i mercati stranieri ed essere aperto ad assorbire nuove conoscenze dall’estero: anche in questo caso, Chávez ha dimostrato di non essere incline ad aprirsi al mondo esterno, specialmente agli Stati Uniti. Nonostante le sopraelencate gravi lacune strutturali, finché Chávez è stato in vita, il socialismo in Venezuela ha continuato a funzionare, superando la forte opposizione degli intellettuali e dei più ricchi.

Se oggi il socialismo sembra non essere più adatto al Venezuela, la colpa non è solamente dell’evidente incapacità di Maduro e delle sue tendenze dittatoriali. Il socialismo ha smesso di funzionare quando Chávez ha smesso di vivere: il progetto socialista è un progetto che riguarda le masse e, notoriamente, le masse sono animate, stimolate ed entusiasmate dai loro leader. A differenza di Maduro, Chávez era un vero leader. Dittatoriale quanto il suo successore, se non di più, ma in grado d’incarnare l’animo di un’intera Nazione, abile nel coinvolgere il popolo ogni qualvolta proclamasse un discorso ufficiale, capace di farsi rispettare per le sue idee anche da coloro che più lo odiavano.

A poco più di anno dalla dipartita del Caudillo e dall’insediamento di Maduro, è possibile concludere che, in Venezuela, il vero socialismo è nato e morto insieme a Hugo Chávez.

Giulia Aloisio Rafaiani – AltriPoli

Nicolas Maduro: nuove riforme economiche in Venezuela, in nome del Socialismo

Lunedì scorso, quasi il 70% del Venezuela è stato colpito da un blackout. Nonostante i blackout rappresentino un fenomeno abbastanza diffuso nella patria di Chávez, l’elettricità è solita mancare nelle zone rurali, non nella capitale. L’anomala ingenza del blackout ha portato il Presidente Maduro ad accusare l’opposizione di essere artefice di un sabotaggio mirato a creare scompiglio nel Paese in vista delle ormai prossime elezioni locali. In risposta, Capriles ha attribuito la colpa dell’accaduto allo scarso livello di mantenimento e prevenzione attuato dal governo.

Al momento, la veridicità delle dichiarazioni di Maduro è ancora da provare. Nel frattempo, il Presidente sembra essere sempre più impegnato a portare avanti il progetto socialista di Hugo Chávez, il caudillo compianto dai rivoluzionari.Durante il weekend, Nicolas Maduro ha rilasciato un’intervista televisiva per spiegare le nuove riforme economiche che avranno luogo in Venezuela e che mirano allo sviluppo di un modello economico produttivo.

Maduro ha indicato come primario obiettivo del suo governo quello di ridurre il valore del “black market dollar”, alla base di notevoli distorsioni dei prezzi. Il Presidente si è lamentato di chi vende dollari nel mercato nero per trarne profitto, o importa beni per poi rivenderli a un valore notevolmente più alto. Secondo Maduro, ad approfittare dei controlli valutari e a incrementare il mercato nero sarebbe la “borghesia parassitaria” del Venezuela. Il capo del governo ha asserito di aver già stabilito una commissione speciale che si occuperà di punire con la giustizia i colpevoli. Il Centro Nacional de Comercio Exterior, inoltre, è stato recentemente istituito per sorvegliare il sistema di controllo di valuta.Infine, il successore di Chávez ha giustificato l’inflazione annuale del 54% incolpando la “guerra economica” messa in atto dall’opposizione e dalle compagnie capitaliste. Nell’arco dell’intervista, Maduro ha ribadito il suo impegno ad affrontare la condizione economica di “oil-rentier” del Venezuela. A questo riguardo, il Presidente ha dichiarato che il socialismo dev’essere costruito sul vero lavoro, sulla concreta produzione, sulla creazione di nuove fonti di ricchezza. Il socialismo si basa su un’economia che è nutrita dalle sue stesse risorse. Ergo, nessun socialismo può nascere da un’economia capitalista e speculativa.

Politiche economiche troppo restrittive o giusta attuazione di un modello socialista?Questa domanda divide i venezuelani. Una delle principali ragioni per cui il popolo ha votato Maduro, è il forte legame che lo legava a Chávez, del quale era il delfino. I venezuelani speravano di mantenere una continuità politica; tuttavia, il lavoro del nuovo Presidente, eletto lo scorso aprile, non sembra rispecchiare le loro aspettative. In particolar modo, i venezuelani sono spaventati dall’elevato indice d’inflazione. L’esito delle nuove riforme economiche di Maduro sarà in grado di dare al popolo più risposte. E, forse, l’entusiasmo (perduto?) nel progetto socialista.

Giulia Aloisio Rafaiani – AltriPoli

Hugo Chavez: morte di un leader, fine di un’era

Temuto dittatore, ferocemente odiato dall’opposizione. Militare sanguinario. Rivoluzionario illuminato, venerato dai socialisti. Hugo Chavez è stato, e continuerà ad essere, tutto ciò. Un leader che ha spaccato in due il Venezuela, Paese del quale è stato Presidente dal 1998 e del quale ha drasticamente plasmato il futuro. Lui, l’inscalfibile Chavez, ha perso la sua battaglia contro il cancro, spegnendosi il 5 marzo, medesima data in cui morì Stalin. Ad annunciare il decesso del leader venezuelano è stato il Vice Presidente Nicolas Maduro.

La notizia della morte del caudillo ha profondamente scosso gli animi dei cittadini e dei politici venezuelani, le cui reazioni sono state contrastanti. Impazzano i social networks. Gli anti-chavisti si dicono finalmente speranzosi che le sorti del Paese possano cambiare, che il Venezuela possa diventare più competitivo sul piano internazionale, specialmente nell’ambito delle politiche economiche. Henrique Capriles, leader dell’opposizione, ha voluto rispettare un momento di così grande lutto, limitandosi per ora a porgere le proprie condoglianze a coloro che erano vicini a Chavez, enfatizzando la necessità del Venezuela di mostrarsi coeso per la prosperità del Paese. I sostenitori di Chavez, al contrario, condividono il proprio dolore riunendosi nelle piazze di Caracas; alcuni sostengono l’ipotesi di un complotto, di un omicidio organizzato dagli avversari del Presidente. Nel supportare la tesi di una cospirazione, Maduro ha citato la morte di Arafat come esempio. Fonti vicine al partito annunciano che a breve uno speciale comitato scientifico sarà istituito per accertare le cause del decesso di Chavez.

Durante la sua conferenza, Maduro ha parlato al riguardo di una manovra dell’Air Force statunitense per destabilizzare il governo venezuelano; nelle ore precedenti all’annuncio del decesso, due ufficiali dell’ambasciata americana sono stati espulsi dal Paese, con accusa di congiura. Il ministro Ricardo Molina ha promesso che il sogno politico del caudillo avrà un futuro ed è compito del Venezuela ricordare il fuoco rivoluzionario che Chavez ha portato nella sua amata patria.

Sulla stessa linea la reporter Eva Golinger, secondo la quale Chavez è stato l’uomo che ha reso i cittadini fieri e degni di essere venezuelani. Anche il Military High Command rinnova la propria fedeltà al progetto socialista e prega per la pace in Venezuela. Interessanti le reazioni dei leader stranieri. Santos, Presidente della Colombia, afferma che Chavez fosse una figura indispensabile per la pace tra i due Stati e si dice pronto a offrire il suo supporto al Venezuela in questa fase di transizione governativa. Adirato Evo Morales, Presidente della Bolivia, secondo cui è vergognoso che gli Stati Uniti gioiscano per la dipartita del leader venezuelano, data la sua imponenza politica. Sotto accusa la dichiarazione dell’americano Ed Royce, felice che il “tiranno” Chavez sia morto e non possa più costringere il suo popolo a vivere in stato di costante terrore. Ciò su cui tutti concordano è che questo momento storico sia cruciale per il Venezuela.

Chi segnerà l’inizio dell’era post-Chavez?

In molti sostengono che Diosdado Cabello potrebbe essere un degno successore; tuttavia, il potere effettivo rimarrà nelle mani di Maduro sino alle prossime elezioni, che si terranno entro la fine di aprile. Se tra i due politici non dovesse esserci totale supporto, il partito socialista potrebbe risentirne in sede di ballottaggio. Sembra quasi certo che il candidato dell’opposizione sarà Capriles, che alle scorse elezioni perse contro Chavez soltanto per un milione di voti, margine molto piccolo per il canone venezuelano. A detta degli insiders, più presto si andrà al voto e meglio sarà per i chavisti, visto il forte magnetismo che il ricordo di Chavez è ancora in grado di esercitare. L’unico sentimento che al momento sembra accomunare il popolo venezuelano è la speranza. Speranza per un Paese unito, all’insegna di pace e progresso.

Giulia Aloisio Rafaiani – AltriPoli

Venezuela: tra petrolio, welfare, povertà e Hugo Chàvez

Nell’ultimo articolo su questa rubrica affermavo che le elezioni che si sarebbero tenute nel giro di un mese, ovvero da ottobre a novembre, in tre aree differenti avrebbero inciso sul futuro della geopolitica e sui rapporti economici internazionali. La seconda tappa elettorale è il Venezuela. Paese sudamericano, che straborda di petrolio e che dalla fine del 1998 è il simbolo di tutti coloro hanno una visione del mondo socialista o quantomeno non liberista.

L’anno che cambia irrimediabilmente la storia recente del Sud America è il 1998, quando in una notte di dicembre, mentre le Chiese di Caracas si preparavano a celebrare l’Immacolata Concezione, un socialista di ispirazione bolivariana, dalle visioni laiche e affine alla Teologia della Liberazione vince la sua prima elezione. Il suo nome è Hugo Rafael Chávez Frías. Da quel momento il suo unico obiettivo è rendere reale la sua prospettiva di una Quinta Repubblica (nome del suo movimento politico). All’indomani del suo insediamento indice un referendum che propone il cambio della Costituzione, il consenso alle urne raggiunge l’80%. Tenete ben presente che il periodo in cui si affermano Chàvez e il MQR è antecedente all’11 settembre e a quel che ne consegue in termini di priorità per le cancellerie occidentali. Era l’epoca della critica alla globalizzazione deregolamentata e un Presidente che si ispira a Simon Bolivar altro non può fare se non dichiarare guerra al liberismo e al cosiddetto “imperialismo occidentale”. E’ questa la chiave di volta socialista che permette la vittoria anche nei tredici anni a seguire: Welfare, redistribuzione della ricchezza, nazionalizzazione delle imprese ed autodeterminazione latina.

Non si limita il MQR a cambiare la serie di relazioni internazionali che intercorrevano tra il paese caraibico e l’occidente liberista. Nel 2000 richiama al volere popolare ogni carica elettiva e cambia il nome del paese in “Repubblica Bolivariana del Venezuela”. Non finisce qui, in una prospettiva socialista, il paese esce dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale. Agli Stati Uniti d’America e all’occidente in generale ciò non può andar bene. Tenete presente che il discorso che sto articolando non si basa sulla condivisione di ideali o sulla reale capacità nel riconoscere i governi legittimati dalle elezioni, bensì esso fonda le proprie radici sulla cosiddetta “Real Politik” e sulla reale convenienza o meno per l’occidente di accettare modelli subalterni. Tant’è che nel 2002, quello che sembrava un “colpo di stato” fu subito avallato dagli Stati Uniti d’America ed in seconda battuta dalla Spagna con l’UE a far da garante. Le migliaia di sostenitori di Chàvez e la fedeltà alla Nuova Costituzione della maggior parte dell’esercito fecero fallire il tentativo di golpe. Nulla tornerà come prima. Il Venezuela stringerà e risalderà alleanze con paesi come Cuba, Iran, Nord Corea e con le FARC colombiane. La ideologizzazione della politica estera porterà nel 2009 il Venezuela ad espellere l’ambasciatore Israeliano e al riconoscimento dello Stato Palestinese.

Data l’analisi finora apportata penserete che un paese che porta avanti un tale indirizzo in politica estera sia stato accantonato dai paesi in costante crescita economica del Sud America. Eppure, Chàvez riesce nel suo intento di rendere sempre più forte l’autonomia dell’America Latina, mediante l’Alba (Alternativa Bolivariana para América Latina y el Caribe) costituita in contrapposizione all’Alca (Area di Libero Commercio delle Americhe) voluta dagli USA. Il resto lo fanno nel tempo la vittoria del comunista Lula in Brasile, di Evo Morales in Bolizia e della peronista Kirchner in Argentina. Altro dato da sottolineare è il ruolo forte che il Venezuela si è ricavato all’interno dell’OPEC, quasi a rimarcare una subalternità ai paesi arabi ed alla Russia. D’altronde l’economia Venezuelana si fonda su un unico grande elemento: il petrolio.

Il petrolio nel corso del tempo ha permesso a Chàvez di apportare alcune delle modifiche sociali da lui aspirate. Vista l’importanza dell’oro nero, il Venezuela sotto il primo mandato di Chavez nazionalizza tutte le compagnie petrolifere, in modo da aumentare le forme di Welfare visto il grande gettito derivato dalla produzione. Un’altra grande riforma in campo economico risiede in una legge in materia agricola la cui importanza nella storia è paragonabile solo ed esclusivamente a quella proposta al Senato Romano da Tiberio Gracco. Questa legge trova il suo fondamento nella lotta al latifondismo. Certo, la parola latifondismo a noi Europei fa sorridere, ma in un paese come il Venezuela, in cui il 10% della popolazione possiede ben l’80% dei terreni disponibili, è un problema. Su alcune espropriazioni, in contrasto ad ogni principio di libero mercato, anche se rassomigliante ad un oligopolio, si fonda la redistribuzione delle terre alle fasce più povere della popolazione. Con un modello di stato sociale fondato su nazionalizzazione e socialismo in Venezuela crescono gli investimenti nella ricerca scientifica. Dal 2004 per la prima volta tutta la popolazione venezuelana riceve assistenza sanitaria pubblica. Con la forte presenza dello Stato crolla il dato riguardante l’analfabetismo.

Ora come in tutte le storie che non sono scritte in un libro di favole c’è anche il rovescio della medaglia. Sì perché il Venezuela vive sotto un regime economico d’iper-inflazione, con dati pari al 28%. Le nazionalizzazioni, se da un lato hanno migliorato, con il gettito ricavato, le condizioni di vita delle fasce più deboli, dall’altro hanno bloccato gli investimenti esteri. In molti casi le risorse petrolifere sono rimaste ancoraggio della borghesia venezuelana, il che non permette miglioramenti della condizione sociale collettiva, ne’ favorisce i liberi investimenti interni ed esterni. Altro dato su cui riflettere è stato riportato dell’Economist, il quale ha affermato che sotto i mandati di Hugo Chàvez il tasso di omicidi si è triplicato. Il doppio tasso di cambio inoltre crea incertezza sul mercato e le condizioni degli oppositori politici sono pessime. A far da cornice ai problemi del Venezuela vi è l’altissimo tasso di corruzione. I dati sopra proposti aiutano a comprendere come se gli Usa sono pieni di contraddizioni, forse il Venezuela ne possiede ancora di più. Eppure, le forti politiche sociali di stampo bolivariano applicate da Chàvez hanno, secondo l’agenzia delle Nazioni Unite Habitat, diminuito la povertà, esteso il diritto alla salute, privato il paese di alcune delle più forti differenze sociali, ma non dalla corruzione e dalla criminalità.

Con queste premesse la scorsa domenica si sono svolte le seconde elezioni più importanti da qui ai prossimi quattro anni. La loro importanza deriva,innanzitutto per il ruolo che sotto i mandati Chàvez si è ritagliato il paese caraibico sullo scacchiere mondiale. In secondo luogo, perché dopo un golpe fallito e vari candidati inadatti l’opposizione si è ritrovata un candidato realmente spendibile. Lo sfidante alla presidenza di Chàvez è stato Henrique Capriles. Ex governatore quarantenne, in pochi mesi di campagna elettorale è riuscito ad erodere migliaia di voti ad Hugo Chavez, ma l’indefinitezza del programma economico, correlata alla rivendicazione del diritto ad un libero mercato hanno ancora una volta fatto prevalere Hugo Chàvez. Il Terzo motivo d’importanza della passata tornata elettorale venezuelana è dovuto alle capacità attuali e future di estrazione degli idrocarburi non convenzionali di cui Caracas è ricchissima. Su tali idrocarburi non convenzionali si baserà il mercato energetico dei prossimi cinquant’anni.

Di fatto la spinta ad un’ autodeterminazione continentale, la proiezione di un economia fondata su principi socialisti ed il forte welfare hanno riconsegnato per la terza volta il Venezuela a Chàvez, con un’ affluenza che ha toccato l’80%. Resta come dato fondante del successo chavista la povertà, che costringe miliardi di persone in ogni dove a cercare risposte diverse al capitalismo globalizzato -ove l’uomo sia al centro di politiche efficaci e non di dati macroeconomici-. Al momento il destino della nazione mi appare incerto tra il sogno di abbattere la povertà e le differenze sociali e la sensazione di essere schiacciato da modelli troppi grandi e attualmente troppo forti per esser vinti. D’altronde ogni medaglia ha il suo rovescio, a cominciare dai diritti umani. Ma, quantomeno, il Venezuela la sua medaglia se la vuole giocare per appendersela al collo, mentre noi guardiamo come Europa il susseguirsi degli eventi in una non azione perpetua.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli