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Duilio Cambellotti, un Maestro romano

È un luglio del 1910, Roma è ventosa, accarezzata dal ponentino e schiaffeggiata da un chiassoso cicaleggio nelle ville e per le strade. Si è quasi totalmente compiuta la trionfante metamorfosi, la silenziosa città papalina con la sua realtà di paesaggi e rovine, di colli e chiese, orti e colonne, ha lasciato spazio alla capitale della giovane nazione, alla Roma Capitale d’Italia. Sono stati completati i nuovi quartieri d’impronta sabauda, Esquilino e Prati, costruiti i muraglioni del Tevere con annessa la distruzione dei due porti fluviali (Ripetta e Ripa Grande) ed in piazza Venezia sul crinale del Campidoglio si sta compiendo la titanica operazione del Monumento a Vittorio Emanuele II. Come un nuovo altare di Pergamo, ammantato di marmo bianco e di gloria, il Vittoriano dovrà esser visto da ogni dove, al pari del cupolone.
Così scrive un pensoso artista romano di rientro dal nuovo quartiere di Prati:

Ieri dopo pranzo una combinazione ci ha condotto in Prati; eravamo io ed Alessandro con Balla (Giacomo) e Lisa e comprensibilmente, tu puoi facilmente comprendere abbiamo finito da Prini (Giovanni). Ho passato così le ultime ore della giornata di ieri in un frastuono di chiacchiere o per dir meglio di grida sconclusionate e alla sera sono uscito da quella casa con la testa vuota. [1]

Artista romano, amico di Balla e Boccioni, Duilio Cambellotti nacque da un padre orafo e crebbe in una piccola casa in via dei Filippini, affacciata su uno scorcio di Piazza della Chiesa Nuova. Artista a tutto tondo, visse l’arte come un’opera totale e si riconobbe negli scritti di W. Morris e nella linea sinusoidale del liberty. Cambellotti quando scrive questa lettera alla moglie è sincero e confuso. La sua mano, il personale gesto deciso ed incisivo sente divisione e fascino per quello che sta attraversando la sua città: il verbo delle nuove avanguardie rimbomba tra vento e propaganda per le strade, nei salotti della città. Non più l’immobilità pensosa, l’estasi ed il sonno, ora tutto si dovrà vestire del mito della velocità e della macchina, dell’antipassatismo, il futuro è l’azione. Tutt’intorno a questo fervore si raccoglie però la sconfinata campagna integra dell’agro romano. La piana di Terracina è una vasta silenziosa distesa palustre.

Sto rivivendo! Ho rivisto oggi la palude e i neri animali. Ho rivisto il mare; […] Questo è bastato perché il torpore del mio cervello e delle mie membra scomparisse per incanto. Nuove visioni così appaiono ai miei occhi e potranno, lo spero sinceramente, rimettere in movimento la mia produzione che molte e dolorose circostanze che tu sai, hanno per qualche momento arrestato. [2]


Il bucolico alle porte della guerra, quasi un’eco virgiliana quella che anima Cambellotti e lo fa tornare in vita non appena rivede le colline ed il paesaggio agreste intorno alla sua città.
Così l’intriso rapporto con la Roma del tempo lo rende irregolare. Ma la sua produzione è viva di numerose influenze ed occasioni a cui il poliedrico personaggio non dice mai di no. L’amore per il mito trova tempio nella stagione delle scenografie per il teatro greco di Siracusa, dove dal 1914 al 1948, per quasi trent’anni Cambellotti produrrà costume,allestimento e scena.


Le realizzazioni, tra plastici e disegni eseguono l’opera d’arte totale, la dinamica del movimento degli attori che s’incontra con la scelta cromatica e tessile dei costumi e con la plastica imponente delle scenografie. L’operato lungo trentaquattro anni svela di occasione in occasione l’evoluzione formale e concettuale dell’artista, che abbandona il gusto per il particolare, per l’archeologico, per arrivare ad una scena che narra di atmosfere, rese per masse e volumi, simmetrie ed irregolarità, movimenti e stasi, compressioni e vastità, ricordando infine le danze plastiche in semplicità dei Maestri del razionalismo italiano.

Per giusto tempo ho lasciato i fregi, i capitelli ornati, le antefisse fiorite e ho preferito che gli artieri si cimentassero in muraglie ciclopiche, rocce incise, protomi gigantesche, rudemente tagliate; in seguito ho rinunziato anche a tali semplificazioni. [3]

L’Architettura è sempre rimasta al fianco del Nostro, non solo nella ricerca plastica, ma anche nella volontà di coniugare l’arte con l’abitare. Sin dalla collaborazione nella rivista La Casa, l’operato di Cambellotti cerca di definire attraverso proposte d’interni e di mobilio un equilibrio classico tra la tensione di una nuova classe sociale imprenditoriale che si stava affermando e la personale volontà di estetizzazione della povertà, del rurale, dell’eroico. È nella Biennale internazionale delle Arti Decorative di Monza del 1925 che vediamo a confronto il lavoro aulico del Nostro, con la classicità di un giovane Giò Ponti, leggiadra e perfettamente in linea con i nuovi canoni borghesi. In uno troviamo mobili con fanciulli, guerrieri, timoni e tetti a falda, nell’altro le greche blu, le anfore, le sottili linee dorate ed il bianco ellenico nati dalla collaborazione con la Richard Ginori. (http://polinice.org/2016/02/09/ornamento-e-progetto/)


Si può forse notare che la natura ibrida e poliedrica di Cambellotti trovi pace illuminata nella ceramica e nella scultura. Qui la plastica delle forme trova nuovi magistrali equilibri. La capacità di raccordare la tensione sintetica ed esplosiva delle forme di lezione boccioniana si raccorda all’eleganza naturale, morbida, bucolica del floreale liberty; così il racconto di giovenche, rondini, spighe di grano fiorisce da una semplicità dinamica ed implosiva di forme ancestrali, di vasi ed anfore antiche, di piedistalli nettamente tagliati, in cui i corpi delle figure, spesso a cavallo, annegano in volume e stereometria.
Mai per pellicole o superfici, bensì per masse e per vacui, Cambellotti dichiara così in ogni suo gesto la profonda radice che lo lega alla contraddittoria, ambigua e stratificata città eterna.

Si segnala la mostra Duilio Cambellotti, mito sogno e realtà ai Musei di Villa Torlonia dal 6 Giugno all’11 Novembre 2018, a cura di Daniela Fonti e Francesco Tetro.

A descrizione della Roma Moderna si rimanda alla lectio tenuta da Claudia Conforti in Piazza Borghese nell’occasione di Roma come Stai, in data 25 Giugno 2018.

[1]Lettera di D.Cambellotti [Terracina] a Maria Capobianco [Roma], 20 Aprile 2011, Rovereto, MART, Archivio del ‘900, in D. Fonti, F. Tetro (a cura di), Duilio Cambellotti, mito sogno e realtà, Silvana Editoriale, Milano, 2018, cit. p.120
[2] ibid.
[3] D. Cambellotti, La scena nelle rievocazioni classiche, in D. Fonti, F. Tetro (a cura di), Duilio Cambellotti, mito sogno e realtà, Silvana Editoriale, Milano, 2018, cit. p. 78

Gaudenzi e le modelle di Anticoli Corrado

Anticoli Corrado è il paese degli artisti e delle modelle, è un luogo incantato in cui l’arte ha contaminato la vita dei suoi abitanti rendendoli i protagonisti di opere straordinarie. La mostra “Disegni smisurati del ‘900 italiano” ha portato tutti i loro volti dipinti nei lavori di Pietro Gaudenzi al Casino dei Principi di Villa Torlonia a Roma.

C’è un paese immaginario dove le femmine sono modelle, i contadini si scoprono artisti, dove pittori e scultori si sentono a casa loro. C’è un paese che per un secolo ha raccolto, ospitato e fatto crescere generazioni di creatori di bellezza. Il bello che nasce e si auto genera radicandosi nel profondo e poi ancora riemergendo dalle viscere per prendere vita e scorrere nelle vene di un popolo che diventa protagonista e fattore al tempo stesso dell’opera d’arte. Ad Anticoli Corrado, una manciata di tornanti sopra la via Tiburtina, fra Tivoli e Subiaco, tutto si tiene insieme, e intere famiglie sono nate intorno a questo fuoco che ha unito artisti e modelle.

Un amore che negli olii e nelle tempere, sulle tele e nella terracotta, si trasfigura e sublima trasformando le donne in madonne, i figli in angeli, gli incontri in annunciazioni e le nascite in natività, e dove le nature, anche dei fiori appassiti, non sono mai morte. C’è sempre il rapporto tra l’artista e la sua musa nelle opere che ad Anticoli Corrado hanno preso vita. Su questo rapporto e su quanto ha inciso nell’ opera di un’artista del calibro di Pietro Gaudenzi, che una modella di Anticoli sposò per trasferirsi poi in paese, si interrogherà oggi a Roma, alle 16.30 al Casino dei Principi di Villa Torlonia, Marco Fabio Apolloni, curatore con Monica Cardarelli della mostra, prorogata fino al 6 maggio, “Disegni smisurati del ‘900 italiano” che dedica due sale ai dipinti di Gaudenzi e soprattutto ai cartoni degli affreschi perduti del Castello dei Cavalieri di Rodi. Immagini potenti di donne forti e consapevoli, custodi della fatica del focolare. I curatori hanno adunato e restaurato, rastrellandoli dal mercato dell’arte o direttamente dagli eredi degli artisti, per costituire una sorta di pinacoteca di “disegni smisurati” per dimostrare l’alto livello dell’esercizio del disegnare nella prima metà del secolo scorso.

 

Per una singolare coincidenza, sempre a Roma, si inaugura alla Galleria Berardi   la mostra “Attilio Selva, Sergio Selva, dentro lo studio” curata da Manuel Carrera e Lisa Masolini.  Un accostamento e non un confronto fra le opere di padre e figlio. Le mogli di Selva e Gaudenzi erano sorelle e modelle e la loro famiglia, i Toppi, il prototipo di quella contaminazione di vita e di lavoro con gli artisti intorno alla quale Anticoli Corrado ha costruito la sua storia ed il suo mito.  

 

La mostra “Disegni smisurati del ’900 Italiano” al Casino dei Principi di Villa Torlonia fino al 6 maggio è stata promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, con i servizi museali Zètema Progetto Cultura.

I ritmi instabili di Andrea Viviani

Nella straordinaria location della Casina delle Civette (presso Villa Torlonia), sarà possibile ammirare, fino al 15 gennaio, le originali opere dell’artista contemporaneo Andrea Viviani le cui abilità di artigiano-ceramista ci permettono di delineare i tratti singolari della sua arte seguendo due principali fili conduttori.

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In primo luogo dobbiamo porre la nostra attenzione sulla tecnica che il Viviani predilige per la creazione dei 15 totem di cui si compone il percorso espositivo che si snoda tra le sale della Casina. Tramite la sovrapposizione di vari elementi in ceramica, questi complessi scultorei, che si articolano verso l’alto (restituendo all’occhio dell’osservatore una sensazione di instabilità – solo apparente), sono stati realizzati con la tecnica Raku di origine giapponese e risalente al XVI secolo d.C.

Questa tecnica di lavorazione della ceramica, appresa dal francese Roger Capron,  ceramista con cui il Viviani entra in contatto tramite il maestro Riccardo Schweizer, viene modificata in alcune sue fasi procedurali e quindi fatta propria dall’artista grazie all’ausilio delle moderne tecnologie.

Proprio grazie all’utilizzo di tale tecnica che, nelle fasi della cottura prevede l’impiego di vari elementi naturali (foglie, arbusti, ma anche ossido di rame e minerali), l’artista è in grado di conferire un elevato grado di imprevedibilità alle proprie creazioni: saranno gli elementi naturali, variamente inseriti nel forno e dosati nelle loro quantità a definire, di volta in volta, il colore del prodotto finito.

A tal proposito Gialuca Ranzi, critico d’arte e curatore della mostra scrive nel relativo catalogo che «[c]ome le equazioni lineari non sono sufficienti a dar conto della gran parte dei fenomeni del mondo, così la scultura di Andrea Viviani non si sottrae all’eccentricità dell’accidente e si porta vicinissima alla complessità della natura».

Dunque l’instabilità. Tanto nella struttura dei totem che, sfruttando lo spazio in verticale, si alzano in disequilibri vertiginosi. Tanto nella scelta (rectius non scelta) dei colori, le cui combinazioni sono determinate dal caso. Questa precarietà sia nei volumi (le forme sono bizzarre, strane, alle volte prendono le sembianze di pietre, altre volte di rocce vulcaniche, altre ancora di pesci dalle bocche larghe), sia nelle tonalità cromatiche  affascina lo spettatore e rappresenta il carattere peculiare di tali manufatti.

In secondo luogo, per capire in quale rapporto si pongono il Viviani da una parte e lo spazio che lo ospita dall’altra (ossia la Casina delle Civette), bisogna riferirsi alle Arti Applicate. La Casina è infatti famosa per le eleganti vetrate dai colori vivaci che arricchiscono gli ambienti. Risalenti ad un periodo che va dal 1908 al 1930, tutte realizzate dal laboratorio di Cesare Picchiarini, si pongono in dialogo con le opere del Viviani riuscendo a filtrare la luce che illumina, in modo diverso, i colori e gli smalti delle ceramiche esposte. Ancora, non possiamo dimenticare un ulteriore elemento di connessione tra l’artista e la Casina. La Casina presenta la struttura, del tutto singolare nell’Urbe, di un rifugio alpino che ci proietta nell’ambiente della montagna, da cui lo stesso Andrea Viviani proviene, perché originario della Val Rendena, e dal quale lo stesso ha tratto ispirazione per l’ideazione dei suoi progetti verticali.

Tuttavia la mostra non si compone solo di totem: sono presenti alcune installazioni site specific che l’artista ha voluto concepire appositamente per lo spazio dell’esposizione. Si possono quindi ammirare la Camera dei Nodi o Ritmi Instabili, espressioni di enviromental art che non tanto dialogano con lo spazio, quanto piuttosto contribuiscono a crearlo articolandolo e organizzandolo in modo differente.

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Un ulteriore aspetto che ci preme sottolineare attiene alla duplicità di Andrea Viviani. Esso è artigiano, ma anche artista. Questi due ruoli, secondo Maria Grazia Massafra, Responsabile del Museo della Casina delle Civette, «rappresentano due facce di una stessa medaglia a dal loro dialogo e confronto nasce quell’eccellenza che si traduce in differenza, in unicità» (fonte: catalogo della mostra).

Vi invitiamo dunque a visitare la mostra, promossa dall’Assessorato alla Crescita culturale-Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e a consultare il sito dei Musei di Villa Torlonia, per aver informazioni circa i costi del biglietto e gli orari di visita: http://www.museivillatorlonia.it/.

Catalogo “Andrea Viviani. Ritmi instabili” con testi di Maria Grazia Massafra, Responsabile del Museo della Casina delle Civette e di Gianluca Ranzi, critico d’arte, 2016.