Home / Tag Archives: villaggio globale

Tag Archives: villaggio globale

Realpolitik: un vicolo cieco?

In un articolo di Limes del 21 maggio scorso è stato tradotto un brano che tesseva gli elogi del sistema di politica estera basato sulla Realpolitik.
Nel pezzo, l’autore Elmar Hellendoorm addebita la divisione dell’Europa in materia di politica estera alla mancanza di Realpolitik. Solo con una nuova generazione di studiosi di analisi politica dura l’Europa può uscire dalla propria impasse diplomatica.
Cina e Russia sono gli avversari di sempre, ma gli USA ci hanno lasciato scoperti nei loro confronti. Per questo, dobbiamo affrontarli da soli, lasciando da parte inutili idealismi.

L’autore accusa le sinistre europee del ’68, che tacciavano di conservatorismo chi considerasse la Cina un avversario, di essere responsabili delle attuali derive populistiche.
Si tratta di affermazioni talmente azzardate e schematiche da risultate persino grottesche. Le sinistre europee preferivano Mao Zedong a De Gaulle per motivi ideali ed ideologici che non possono essere paragonati alla postideologia degli attuali populismi.
Ma oltre a questa nota polemica, la  realpolitik di cui parla Hellendoorm può essere considerata un esempio positivo?
Un altro articolo, comparso stavolta sul Guardian e firmato Evgeny Morozov, può aiutare a sciogliere questa matassa.

Anzitutto cosa si intende per analisi geopolitica dura? Secondo questa scuola la diplomazia dovrebbe seguire esclusivamente un calcolo di interesse. Questo interesse si baserebbe su elementi reali come l’economia, la geografia, la finanza, la demografia, la potenza militare. Solo in secondo piano vengono elementi considerati ideali, come le differenze culturali e religiose.
Hellendoorm esalta la scuola di analisti politici statunitensi. Sono i cosiddetti think tank che sta dando agli USA un indirizzo realistico in politica estera. Ma l’autore deve poi ammettere che gli Stati Uniti siano una potenza “in relativa crisi”.
Si tratta due affermazioni sbagliate dalle fondamenta oltre che contraddittorie.

Gli USA, in particolare dopo la caduta del Muro di Berlino, hanno collezionato una sequela di fallimenti geostrategici. Dalla disastrosa destabilizzazione dell’Iraq alle imprese in Somalia e in Jugoslavia (dove la NATO ha avuto successo grazie al solido apporto europeo), alla guerra infinita in Afghanistan. Se questi fallimenti sono merito della nuova élite di analisti duri del Pentagono e della Casa Bianca, c’è poco da sperare nella teoria da cui traggono ispirazione.
Che gli Stati Uniti siano in relativa crisi come scrive Hellendoorm è innegabile. Ma da che punto di vista lo sono? L’economia statunitense è in rapida espansione, l’ascesa demografica procede sostenuta, la disoccupazione al 4% e in diminuzione, le spese militari in aumento, le esportazioni stabili, l’industria culturale sempre più pervasiva nel resto del Mondo.
Secondo i parametri presi in considerazione dall’analisi geopolitica dura, insomma, gli USA non sono affatto in crisi. Eppure appare evidente che lo siano.

 

L’analista ed esperto di tecnologia Evgeny Morozov ha affermato in un recente articolo che ad essere in crisi è soprattutto l’idea di villaggio globale a guida statunitense. Questa idea, elaborata negli anni ’90, era una delle varie declinazioni del concetto di “fine della Storia”: Grazie al proprio predominio tecnologico nel mondo dell’informatica, gli Stati Uniti avrebbero guidato la Rivoluzione Digitale risultando la potenza egemone globale non solo sul piano economico-militare, ma anche sotto il profilo della creazione dell’immaginario.

Oggi il quadro sembra molto diverso.
Cina e Russia utilizzano social network controllati e alternativi a quelli occidentali e censurano i motori di ricerca con la complicità delle aziende statunitensi. Non solo, ma il mercato degli hardware non è più monopolio USA come lo era vent’anni fa.
Questo non vuol dire che gli Stati Uniti non siano il principale gestore del settore digitale. Ma, come sottolinea Evgeny Morozov, adesso gli USA devono difendere i propri interessi in questo campo, come nel caso dell’iniziativa di Trump di riportare le fabbriche del colosso Qualcomm negli Stati Uniti.
In altre parole il protezionismo statunitense, così marcato al G7 da essere apparso addirittura brutale, non è altro che la battaglia di retroguardia di una potenza che sta perdendo la propria egemonia.

Tornando alla realpolitik statunitense così osannata da Elmar Hellendoorm, questa è espressione di una potenza in pieno declino. Forse le azioni di Donald Trump ritarderanno questo declino sul piano economico, ma si stanno risolvendo in una débâcle diplomatica e di immagine.
In questo fallimento di apparenza più che di sostanza, si può cogliere l’ineluttabilità della crisi dell’egemonia statunitense.
Se l’Unione Europea dovesse intraprendere questa stessa strada, potrebbe combattere battaglie di retroguardia che la vedrebbero alla lunga sconfitta, se non sui dati delle statistiche economiche, sicuramente sotto il profilo dell’affidabilità, dell’autorevolezza e dell’incisività diplomatica.