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Medio Oriente, una prognosi aggiornata

Il 12 e 14 maggio scorsi, Donald Trump ha mosso due importanti pedine sulla scacchiera del Vicino e Medio Oriente.
Il 12 maggio ha ritirato gli USA dall’accordo sul nucleare stipulato nel 2015 tra Obama e Rohani.
Appena due giorni dopo ha inaugurato l’ambasciata statunitense a Gerusalemme.

Due mosse dall’enorme portata diplomatica che seguono un calcolo preciso.

 

L’abrogazione del trattato sul nucleare con l’Iran ha provocato una profonda spaccatura con gli alleati europei. Francia e Germania si sono subito smarcate dalle posizioni statunitensi.
Il ministro degli esteri tedesco Heiko Maas ha sottolineato l’importanza dell’accordo nel mantenere la stabilità dell’area.
Il ministro dell’economia francese Bruno Le Maire si è spinto oltre, affermando che l’Europa debba distanziarsi dalle pretese statunitensi di agire come vigilantes del Mondo.
Angela Merkel ed Emmanuel Macron hanno poi telefonato a Vladimir Putin, stabilendo una linea di difesa comune dell’accordo.
La mossa di Trump ha mostrato al Mondo che la distanza tra USA e UE si sta allargando di giorno in giorno.

Chi ha gioito per questo accordo sono stati due preziosi alleati degli USA nell’area: Israele e l’Arabia Saudita.
Benyamin Nethanyahu, a inizio maggio, ha premuto sul piede dell’acceleratore affermando che il Mossad avrebbe raccolto migliaia di documenti che dimostrano la malafede degli iraniani. Un assist insperato a Trump. Nethanyahu sembra voler puntare  ad un risultato storico: l’annessione de jure del Golan siriano (occupato dal 1967).
Mohammad Bin Salman, il principe ereditario saudita e factotum del regno, ha annunciato la possibilità di un riarmo nucleare saudita, probabilmente grazie un alleato storico provvisto di testate atomiche: il Pakistan.

Il 14 maggio Donald e Ivanka Trump hanno inaugurato l’ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme. La cerimonia è stata accompagnata da imponenti manifestazioni organizzate dal popolo palestinese (organizzate ogni venerdì già da aprile).
Le manifestazioni avevano provocato la reazione violenta degli israeliani, con decine di morti. Gran parte della comunità internazionale aveva condannato la risposta brutale dell’esercito israeliano, invano.
Il 14 maggio i cortei palestinesi sono stati meno pacifici, e gli israeliani hanno risposto militarmente, uccidendo sessanta manifestanti e ferendone quasi tremila. Una strage rimasta impunita.

Di fronte a questi fatti, la diplomazia europea si è mossa in maniera  contraddittoria. Francia e Germania hanno ribadito di voler mantenere le proprie ambasciate a Tel Aviv, mentre Repubblica Ceca, Austria, Ungheria e Romania hanno affermato di voler imitare l’esempio statunitense.
Trump, con questa mossa, è riuscito a dividere l’Unione Europea, creando una frattura tra il fronte islamofobo conservatore e il blocco fautore dell’integrazione religiosa e culturale.

Tuttavia, se Donald Trump ha segnato un punto contro l’unità europea, questa azione ha fatto rallentare il percorso di riavvicinamento tra Israele e Arabia Saudita.
Già invisi a buona parte dell’opinione pubblica sunnita per le nuove aperture a Israele, i sauditi faranno passare un po’ d’acqua sotto i ponti prima di tendere di nuovo la mano a Nethanyahu. Cosa che faranno, vista l’instabilità innescata col ritiro degli USA dall’accordo con l’Iran.

 

A ben vedere, per gli USA queste azioni si muovono in una sola direzione: quella di rientrare prepotentemente nella politica dell’area. Dopo il rimescolamento di carte con la Corea del Nord, Trump vuole un successo netto nel Medio Oriente per rilanciare una politica estera statunitense in affanno.
Trump vuole usare lo strumento economico per far ritirare gli iraniani dalla Siria e per innescare una rivolta popolare che rovesci il regime. Si tratta di aspettative illusorie: l’Iran è supportato in Siria dalla Russia, e il sentimento antiamericano è ben radicato nel paese.
Questa filosofia può essere semplificata in una frase: se non possiamo avere influenza diretta nell’area, che non l’abbia nessuno.

Tsipras l’uomo in più di Putin

 

La Madre Russia ha da  sempre un appeal particolare sui leader della sinistra socialista autentica. Nell’attuale assetto liberista incentrato sul riconoscimento di fatto dell’economia di mercato come fondamento della struttura sovranazionale UE, l’unico leader di quel mondo che ha le sue origini nel neo marxismo è Tsipras. A differenza di molti leader europei la sua autentica predisposizione al socialismo non è capace di spiegare l’importanza del passo economico e geopolitico che la Grecia si appresta a fare.

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Infatti, Tsipras ha modificato l’attuale assetto europeo del gas aprendo la strada alla partecipazione della Grecia a una pipeline russo-turca dopo lo stop al progetto South Stream. È questa una delle conclusioni dell’incontro durato circa due ore e mezzo al Cremlino tra il presidente russo Vladimir Putin e il premier greco. La visita di urgenza del Segretario di Stato statunitense John Kerry dopo le minacce di aprire alla Russia lo scorso febbraio assume un senso profondo. Perché energia significa in primis un partenariato geopolitico. Ora Merkel, Hollande e Renzi dovranno indubbiamente cercare di recuperare una frattura così ampia nella zona di interesse occidentale, in special modo per gli Stati Uniti d’America. Infatti, era dai tempi della Jugoslavia di Tito che la Russia non otteneva a ovest di Cipro un partner.

L’incontro tra Tsipras e Putin si è incentrato sulla crisi ucraina, e soprattutto sulla cooperazione energetica. La Grecia «è interessata alla realizzazione di un prolungamento della pipeline che porti il gas russo in Europa» ha detto Tsipras, un riferimento alla partecipazione di Atene al progetto di gasdotto che attraverserà la Turchia: ogni Stato membro, ha precisato, «ha diritto a firmare accordi bilaterali in campo energetico». Questo progetto può assicurare la «sicurezza energetica rispettando le regole sia della Grecia che dell’Unione Europea». Tsipras ha più volte sottolineato che la Grecia, pur facendo parte dell’Unione Europea, è un Paese sovrano e quindi ha il diritto di tutelare i suoi interessi nazionali in linea «con il suo ruolo geopolitico di Paese mediterraneo e balcanico». Atene, ha detto, è contraria alle sanzioni imposte dalla Ue a Mosca, una forma di «guerra economica» che non condivide affatto: spero, ha affermato, che sorga «una nuova primavera nelle relazioni tra i nostri due Paesi».

In cambio della partecipazione e messa a disposizione del proprio territorio Atene ha chiesto forti aiuti economici sotto forma di anticipi ai lavori. Una tecnica già sperimentata dalla Grecia nella vendita del Porto del Pireo a una società cinese. La Grecia ha un forte e disperato bisogno di aiuti o entrate per tener fede agli impegni presi. Non tanto nella tipologia di politiche economiche impostali, quanto più nei confronti dei sottoscrittori dei suoi titoli di Stato.

 

In questo quadro se Troika e il trio Merkel – Hollande – Renzi credevano di stringere nella loro morsa le aspirazioni di Alexis Tsipras e di un Paese stremato; ora dovranno correrre ai ripari. Ma, come sempre, l’incapacità europea dell’ultimo secolo, sarà rimessa in piedi da Washington. Washington che dopo il successo di Obama a Losanna sul Nucleare Iraniano dovrà recuperare al caos mediterraneo ampliato dai suoi alleati, con Mosca che si riprende le sue rivincite su chi le ha imposto sanzioni. Ma, si sa che quella greca è una delle tante battaglie in una guerra tra Usa-Nato e Russia-Cina ormai globale.

Cina&Russia – L’accordo del secolo [ Parte I ]

L’accordo siglato tra Cina e Russia il 22 maggio scorso regola gli scambi di gas naturale tra i due paesi dal 2018 al 2048 attraverso nuove pipeline siberiane ed ha un valore totale stimato attorno ai 400 miliardi di dollari. Il motivo dietro allo sblocco di negoziazioni in stallo da più di dieci anni ruota, come tutte le recenti mosse del gigante russo in politica estera, attorno all’Ucraina.
Le tensioni ucraine degli ultimi mesi hanno infatti fortemente destabilizzato la diplomazia russa, esponendola al rischio di un isolamento internazionale particolarmente rischioso per un paese dipendente dai capitali esteri e dal commercio internazionale. L’accordo allenta quindi la pressione occidentale sulla Russia e permette al paese di diversificare le proprie esportazioni di gas, per ora fortemente legate al mercato europeo. L’altro risultato è rappresentato dallo sconvolgimento del panorama economico internazionale: infatti, la nascita di un importante mercato energetico in reminbi mette in pericolo l’egemonia dei petroldollari e rafforza la posizione dei BRICS, che hanno peraltro annunciato a margine dei Mondiali brasiliani la creazione di una banca mondiale per lo sviluppo alternativa a BIRS e FMI con sede a Shanghai. Dal punto di vista russo, l’accordo rappresenta quindi l’ennesima vittoria politica e diplomatica di Vladimir Putin ai danni di Stati Uniti ed Unione Europea, nonché un’ulteriore affermazione per le potenze emergenti a livello economico mondiale.
Ma, come è spesso accaduto nella storia russa, anche questa vittoria è stata pagata a caro prezzo. Le negoziazioni con la Cina infatti si sono sbloccate grazie alle concessioni fatte da Mosca sui prezzi del gas: sebbene i termini dell’accordo vengano ancora tenuti segreti, sembra che il gas russo verrà pagato dai cinesi non ai prezzi vigenti nei mercati europei, ma in conformità a quelli più bassi del gas turkmeno acquistato da Pechino. In poche parole, come nel caso dell’infausto accordo con Yanukovic, Gazprom ha dovuto una volta in più sacrificare il proprio interesse economico alla ragion di Stato. Per portare a termine l’accordo è stato perciò necessario l’intervento facilitatore di Putin, che, promettendo importanti esenzioni fiscali a Gazprom, ha assicurato la permanenza di moderati profitti per il gigante del gas naturale, privando però il bilancio statale di più di 30 miliardi di dollari di entrate.
L’accordo viene poi presentato come la prima iniziativa concreta della nuova politica estera russa. Come ha infatti affermato Putin a giugno al Forum economico internazionale a San Pietroburgo, la Russia intende effettuare un ‘Pivot to East’ parallelo a quello statunitense, ovvero una svolta verso l’Oriente sempre più centrale a livello economico e diplomatico. Tale svolta è finalizzata a sviluppare l’enorme potenziale territoriale della Russia siberiana attraverso la costruzione di infrastrutture e al potenziamento delle attività immobiliari e minerarie: una riscoperta della dimensione asiatica del paese, simboleggiata dall’Aquila bicipite russa che guarda sia ad ovest che ad est e magnificata dalla retorica eurasiatica del teorico Aleksander Dugin. Dietro agli annunci trionfali, si nasconde però una realtà meno appariscente: la Russia da Pietro il Grande in avanti rimane infatti un paese fortemente sbilanciato verso Occidente a livello economico, strategico, demografico e culturale. Il tentativo di proporsi come attore di rilievo in Estremo Oriente, anche attraverso allo sviluppo delle relazioni con la Corea del Nord, sconta una tradizione di marginalità geopolitica nella regione, specialmente rispetto all’asse storico tra Giappone e Stati Uniti.
In più il successo diplomatico dell’accordo con la Cina, in grado secondo la leadership russa di far assurgere il paese a produttore energetico chiave anche in Asia, nasconde le debolezze del gigante slavo.
La Russia rischia infatti di rimanere bloccata ad un modello commerciale di stampo neo-coloniale, con scambi di risorse in cambio di manufatti, e di rimanere un rentier state con serie carenze in sviluppo tecnologico e in capitale umano. Inoltre l’accordo conferma la posizione dominante della Cina come ‘regional gas price setter’ e quindi lo spostamento di potere negoziale verso il colosso asiatico, prefigurando un’evoluzione del rapporto tra i due paesi sempre più squilibrata e svantaggiosa per la Russia. Per queste ragioni l’accordo, risuonato come grande successo diplomatico ed economico sia in patria che nei media internazionali, viene definito dall’analista di Chatham House Ilja Zaslavskij ‘una disperata scommessa geopolitica che ignora qualsiasi ragione economica, […] esattamente ciò che ci si aspetta da ex ufficiale del KGB che gestisce con poca lungimiranza la politica energetica.’

Dalla vetta del Caucaso alla vetta del mondo: la Russia di Putin in un evento sportivo

Le Olimpiadi di Sochi si presentano senza dubbio come l’evento sportivo più significativo del neonato millennio, ben più della prima Olimpiade cinese e dei primi mondiali di calcio organizzati in Africa. Per capire come mai un evento di secondo livello abbia acquistato questo peso a livello mediatico e geopolitico dobbiamo prima però fare due esercizi preliminari. Prima di tutto, dimenticare la realtà che per ignoranza e convenienza ci viene presentata dai media e dai politici, la Russia come potenza imperialista e Putin come feroce dittatore. Dopo questo arduo primo passo, non rimane che una sola cosa da fare: continuare a leggere l’articolo. Il 2013 è stato l’anno del ritorno in grande stile della Russia sulla scena mondiale, dove era relegata ad un ruolo di secondo piano dalla caduta dell’Unione Sovietica. Per capire appieno la natura e le ragioni di questo ritorno dobbiamo ripartire da quel momento.

Gli anni ’90 sono stati infatti non solo teatro della scomparsa del gigante eurasiatico dai radar della politica internazionale, ma di un vero e proprio trauma nazionale ancora impresso nella mente del popolo russo. Il crollo del regime socialista lo privò dell’ideologia e del prestigio internazionale, oltre ad aprire una fase di liberalizzazione selvaggia segnata da costante recessione, mancanza di tutele sociali, guerre e caos provocato dall’ascesa dei ricchi oligarchi e delle nuove mafie. Nel 1999 però venne eletto Presidente l’uomo designato da Boris Eltsin suo successore, un giovane ex agente del KGB in cui pochi avrebbero scommesso, ma che presto si sarebbe rivelato come l’uomo in grado di segnare in modo indelebile la vita politica ed economica del suo paese: Vladimir Vladimirovic Putin. Sotto la sua guida, l’ordine interno è stato ristabilito sedando nel sangue il tentativo di secessione cecena in Caucaso e mettendo i prepotenti oligarchi davanti ad un aut-aut: o arricchirsi in patria senza interferire col potere politico, o emigrare all’estero, per esempio a Londra, ribattezzata Londongrad o Mosca sul Tamigi, in quanto destinazione favorita degli esiliati. La popolarità di Putin, puntellata con la rinascita dell’orgoglio nazionale russo, l’alleanza con la Chiesa ortodossa e la diffusione dell’immagine virile e sportiva del Presidente (judoka, cacciatore e finanche esploratore sottomarino delle profondità del lago Bajkal), è stata favorita soprattutto dalla crescita economica dell’ultimo decennio, sostenuta dalle esportazioni di gas e petrolio, la quale ha fatto finalmente arrivare un’ondata di benessere a buona parte della popolazione. L’assenza di ricambio al vertice, favorita dall’assenza di una vera opposizione e dalla fedeltà di Medvedev, presidente per qualche anno per esigenze di Costituzione, ha permesso a Mosca di sviluppare una politica estera coerente e finalizzata al raggiungimento dell’obiettivo storico russo: difendere la propria autonomia e raggiungere il ruolo di grande potenza.

La nuova politica estera russa non poteva che partire dalla riappropriazione dello spazio geopolitico delle ex repubbliche sovietiche, la cui scissione aveva rotto legami storici a livello economico, produttivo e spesso familiare, con una importante quota di minoranze russe presenti in ogni nuovo stato. Lontano dal voler limitare la sovranità degli stati satellite con la forza militare tanto cara a Leonid Breznev, Putin si è servito per la riconquista dello spazio sovietico di mezzi più conformi all’epoca in cui viviamo. La sua politica estera ha potuto così trasformare il peso energetico ed economico della Russia in una efficace arma politica, in grado da un lato di attirare storici alleati come la Bielorussia ed il Kazakhstan in una unione doganale, dall’altro di mantenere docili un vicino indeciso come l’Ucraina, riavvicinato a dicembre grazie ad agevolazioni energetiche, e persino gli stati europei in larga parte dipendenti dalle esportazioni russe di gas. E nonostante la defezione dei paesi baltici, della Georgia e della Moldavia, persi sulla via di Bruxelles, il presidente russo non si è perso d’animo ed ha aperto la sua terza presidenza con l’annuncio di una unione eurasiatica per favorire gli scambi commerciali e rafforzare i legami politici nell’area ex-sovietica. Con questa mossa Mosca vuole difendersi su due fronti. Ad occidente, dove i progetti di espansione dell’Unione Europea verso l’Europa orientale stanno gettando i rapporti russo-europei nel gelo più totale e l’Ucraina nel caos politico. Ad oriente, dove l’ascesa della Cina a primo partner commerciale dei paesi centrasiatici non è passata inosservata. La prevalenza dell’approccio commerciale e pragmatico, con momentaneo ritorno ai mezzi bellici ove necessario (come contro la Georgia durante le Olimpiadi pechinesi nel 2008), ha favorito anche l’ingresso atteso 19 anni della Russia nel WTO, dove in poco più di un anno e mezzo non sono mancati contrasti con l’Unione Europea e gli Stati Uniti.

Ma il grande successo russo non ha avuto luogo tanto sulle dinamiche regionali, quanto proprio nei rapporti con l’avversario storico, gli Stati Uniti,. Al culmine della tensione internazionale sulla crisi siriana, con i marines pronti ad attaccare Damasco per colpa di una dichiarazione maldestra di Obama sulle armi chimiche e dell’abitudine americana ormai patologica ad assumere al ruolo di gendarme globale, è stato proprio l’intervento di Putin ad evitare un altro bagno di sangue mediorientale. Il Presidente russo, fino ad allora fornitore principale di armi e copertura diplomatica al regime siriano, ha messo i panni del mediatore di pace tra il governo siriano e la comunità internazionale, inviando persino un articolo al New York Times in cui umiliava l’odiato Occidente, dando agli americani una lezione di diritto internazionale e di moderazione. Se in patria l’accordo sponsorizzato dalla Russia veniva accolto con toni lievemente sopra le righe (nel tripudio generale spiccava la proposta del premio Nobel per la pace per Putin), la sconfitta politica e il ridimensionamento del ruolo mondiale degli Stati Uniti risultava comunque innegabile, così come il ritorno della Russia al rango di potenza diplomatica dalla proiezione globale.

In questo contesto incandescente le Olimpiadi di Sochi che si apriranno venerdì si trovano al centro di controversie e contrasti sempre più accesi, in cui le probabili manifestazioni contro la discriminazione legislativa e le violenze omofobe in Russia, sostenute dal boicottaggio di Obama e Hollande, si presentano come un fattore di interesse minore. Questi giochi hanno infatti un valore strategico per la Russia, e devono realizzare tre obiettivi distinti: cementare il consenso interno al governo, trasformare un’area periferica ed economicamente marginale in un resort turistico di lusso, e soprattutto migliorare l’immagine internazionale del paese. Il bisogno russo di investitori stranieri ha persino spinto Putin al coup-de-theatre della scarcerazione dell’oligarca ribelle Chodorovskij a pochi mesi dalle Olimpiadi. Come se non bastasse, la scelta della location per le Olimpiadi ha poi un valore tutto particolare. Come ha affermato l’intellettuale Eduard Limonov qualche giorno fa, “ospitare le Olimpiadi in una zona subtropicale a pochi chilometri dalla Cecenia è la più alta dimostrazione d’insolenza e autorità, una sfida all’opinione pubblica”. Putinha intenzione infatti di riaffermare la sovranità russa sul Caucaso, ben cosciente della valore dell’area di Sochi come simbolo storico della resistenza musulmana all’occupazione russa. Gli attacchi agli impianti olimpici e i due attentati di Volgograd di matrice jihadista hanno alzato la tensione per un possibile attacco terroristico, spingendo il governo ad emanare misure speciali: non solo sono stati controllati i documenti di tutte le persone nella regione di Sochi, ma è previsto anche l’utilizzo massiccio di tecnologie tali per cui, come affermano alcuni giornalisti russi e la stessa amministrazione americana, tutte le comunicazioni via telefono e internet saranno controllate durante lo svolgimento dei Giochi.

Ma a parte le tensioni diplomatiche e sulla sicurezza, le Olimpiadi di Sochi si annunciano un evento senza precedenti dal punto di vista logistico. La bizzarra idea di organizzare dei giochi invernali in riva al mare (Sochi è a tutti gli effetti una località balneare e le strutture principali sono costruite a ridosso della costa) sarà resa possibile dalla produzione in loco di neve artificiale a ritmi forzati e da altre tecnologie costose e all’avanguardia. Le spese statali per l’organizzazione dell’evento sono infatti state criticate dal blogger anti-corruzione Aleksej Navalnij, che sul suo sito ha denunciato i costi esorbitanti delle infrastrutture, il debito delle banche che ricadrà sui contribuenti russi e le vergognose agevolazioni alle aziende appaltatrici, condite con il consueto traffico di corruzione.

Ma Putin non dà troppo seguito delle accuse, così come non si cura troppo dei problemi interni e dei fondi ingenti di cui avrebbero bisogno la sanità, il welfare e il sistema educativo russo. In questo momento l’amministrazione è concentrata affinché le Olimpiadi siano la degna apertura del “Decennio d’Oro dello Sport russo”, che vedrà il colosso eurasiatico ospitare le Universiadi, le gare di Formula Uno e la Coppa del Mondo di calcio del 2018, al fine di sancire anche a livello mediatico il riconoscimento della Russia come superpotenza geopolitica ed economica. Cosa deve aspettarsi il paese da domani? Medaglie d’oro, sorrisi e successi internazionali. Finché durano gas e petrolio, of course.

Francesco Tamburini – AltriPoli

Russia, che combini? Un arcobaleno di regole

Inizia PoliSochi, un’indagine a 360 gradi sulla grande protagonista delle prossime settimane, la Russia. Oggi un’introduzione sull’attualità, da un punto di vista il più filosofico possibile (anche se si parla pur sempre di concreta attualità.. I retroscena politici nella rubrica PoliLinea, e tutta la settimana dedicata alla comprensione di questo enigmatico Leviatano, la cui ombra sembra nascondere ogni giorno di più il suo passato glorioso. L’incostanza ideologica di un paese in crescente potere, paese oggi al centro non solo di fragili dinamiche politiche ma soprattutto incastrato – insieme agli altri paesi del BRICS – in un processo di crescita difficile e frastagliato. Forse il paese emergente oggi più osservato e criticato, personificato nell’immagine glaciale di Vladimir Putin, maschera non solo degli interessi della sua politica ma anche dei disinteressi e delle ideologie di un intero paese, del popolo, ma soprattutto della massa. Uno, nessuno, centomila,

Ciò che spaventa è come l’inversione ideologica di un presidente possa influenzare i valori di un intero paese. La massa, quella massa “aggregata” analizzata da Sigmund Freud ne la psicologia delle masse torna ad essere protagonista in un’analisi geopolitica sull’oggi russo a ridosso delle Olimpiadi Invernali di Sochi 2014, come vittima di un’ imprinting mediatico acutamente progettato su misura per questo momento di visibilità internazionale.

In cui convivono situazioni di tensione di ordine diverso, legate da un lato al rischio terroristico, causa la vicinanza dei Giochi alla Cecenia, dall’altro al delirante clima di xenofobia che ha turbato la vigilia del grande evento.

Turbolenze. Regole. Oggi torniamo a parlare di xenofobia.

Tra amarezza e ironia si apriranno le Olimpiadi Invernali il prossimo 7 Febbraio, cercando di evitare boicottaggi ed interferenze terroristiche in seguito all’approvazione da parte di Putin della legge anti-gay lo scorso 25 Gennaio; a Sochi saranno punite forme di protesta contro la legge anti-gay, saranno punite espressioni omosessuali durante le manifestazioni olimpiche.

Proteste pacifiche da Amnesty International e dagli stessi atleti, come quella su Twitter dello snowboarder canadese Sebastien Toutant, che ironizza sulle regole che dovranno essere rispettate nei bagni di Sochi (vedi immagine).

Per fortuna il contesto delle Olimpiadi invernali appare come un giardino di differenze, in cui protagonisti sono paradossalmente coloro che provengono dal Sud del Mondo, dal Marocco, al Senegal, al Kenya -in tutto dieci paesi africani-, dal Brasile fino al sud-est asiatico, guidati solamente dalla passione per qualcosa che hanno difficilmente materializzato sudando sotto il sole del Sud.

Questo contrasto tra la solarità dei paesi ospiti e la fredda organizzazione del paese delle notti bianche salva l’atmosfera dei Giochi e allo stesso tempo incoraggia nuove forme di protesta. Boicottare i Giochi? No, boicottare il marcio del potere che viene a galla attraverso i Giochi.

Infatti Thomas Bach, presidente del Cio, si schiera contro ogni boicottaggio, rivolgendosi così anche a quegli Stati occidentali che si sono espressi contro le violazioni da parte di Putin ai diritti umanitari: “il boicottaggio va contro lo spirito dello sport e lo priva degli strumenti per continuare a lavorare per la pace, la comprensione reciproca e la solidarietà. Lo sport deve avere un’autonomia responsabile e la politica deve rispettare l’indipendenza dello sport. Ma lo sport non opera in un ambiente privo di leggi e questo significa che noi rispettiamo le leggi nazionali che non riguardano direttamente lo sport e le sue organizzazioni”.

Ibridi di quest’esperienza sono le iniziative anti-xenofobia “pacifiche”:

Ribaltamento del ribaltamento dello stato delle cose in Russia: infatti, prima che la legge anti-gay entrasse in vigore sembrava che la situazione russa nei confronti delle comunità minoritarie si fosse ammorbidita: oggi essere xenofobi in Russia è stato definito addirittura “trendy”.

Ivan Okhlobystin, eccentrico personaggio pubblico protagonista della versione russa della sit-com Scrubs in questa atmosfera di “delirio” si è sentito in diritto di dichiarare pubblicamente “farei bruciare vivi tutti i gay.. sono un pericolo vivente per i miei bambini”. Padre di sei figli, così si è giustificato, reindirizzando la minaccia esclusivamente agli abusi della pedofilia.  Come si è potuti arrivare ad una dichiarazione del genere?A pochi mesi dalla legge anti-gay approvata dal presidente Putin lo scorso 25 Gennaio il pubblico dei Giochi si ribella contro il marcio del paese. Mentre le variazioni della personalità del presidente influenzano l’immagine di tutto il paese, il cui popolo, prima vittima del non-sapere, si schiera in costante rivolta contro l’eccesso di potere.

Sul presidente ironizza anche Edward Limonov, politico e scrittore russo, per il quale avrebbe perso anche quel suo interesse ludico “da playboy”, o “da ufficiale del Kgb” (intervista sul Fatto Quotidiano del 29/1) che lo ha spinse ad investire cifre esorbitanti (circa 36 miliardi di euro) durante i suoi anni di fuoco (vedi festini con Berlusconi) per la realizzazione dei Giochi di Sochi, per poi oggi disinteressarsene, abbassando il tono.

L’immagine di Putin sfumata e sfuggente non è ben chiara neanche all’identità stessa del popolo russo: troppi interessi o troppo disinteresse?

Un’immagine del potere troppo forte, che porta a confondere la critica internazionale: l’opinione pubblica barcolla, gli intellettuali si indignano, le organizzazioni umanitarie si rimboccano le maniche.

Dietro a Putin forse una specie di nuovo Leviatano? Un Leviatano indefinito, contemporaneo, pieno di interessi ma allo stesso tempo apparentemente disinteressato, sfrenato ma capace di ripristinare l’immagine della propria serietà.

La capacità di controllo è oggi all’ennesima potenza; evoluzione ampliata degli orizzonti delle teorie di Foucault, secondo il quale l’azione del potere agirebbe localmente in determinati luoghi di controllo -i “luoghi del potere”-, mantenendosi vivo attraverso la forza del sapere.

Oggi è la forza dell’immagine che mantiene vivo il potere, non più il sapere, in una ragnatela di relazioni dislocate che si moltiplicano e mantengono la distanza tra il baricentro e il popolo.

Che succederà?