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Starmale. La rivista fenomeno del web di Emanuele Martorelli

Starmale è l’esilarante “mensile di cose brutte, malessere e disagi”. Satirico, ironico e giustamente scorretto è diventato, dal 2010 ad oggi, un vero e proprio fenomeno del web. Il merito? Di Emanuele Martorelli, irriverente direttore della rivista che abbiamo intervistato per voi.

Emanuele Martorelli è il direttore di Starmale (Sito ufficiale, pag. Fb), la rivista online dedicata al malessere e al disagio contemporaneo. Anzi no, Emanuele Martorelli non è proprio un vero direttore di Starmale perché in effetti non è una vera e propria rivista. E la figata è proprio questa! Nel 2010 il romano Emanuele Martorelli, musicista, videomaker e scrittore, poi anche autore, articolista e vignettista, nonché direttore artistico ha deciso di mettere nero su bianco il suo poco collocabile umorismo. Così è nata l’idea di Starmale. Un finto mensile che fa della satira e dell’ironia il suo tutto. Finto perché in realtà non esiste, vive “solo” delle sue esilaranti copertine e dei suoi inserti. In questa più sostanza che forma ha fatto un vero e proprio boom, creando anche un po’ di sana confusione visto che moltissimi credevano si trattasse di un magazine da poter acquistare. L’ansia collettiva è un affare, sembra scontato dirlo oggi ma Emanuele lo aveva capito con qualche anno di anticipo e così forte dei suoi studi in psicologia e antropologia culturale ha fatto un esperimento vincente. In un momento in cui siamo ossessionati dal benessere a tutti i costi, anche a quello di stamparci un sorriso che come direbbe Calcutta è una “parentesi se vedi bene” ha saputo giocare con fisse e paranoie sociali, ansia e disagio. Il risultato è una parodia esilarante del linguaggio pubblicitario e giornalistico che porta il discorso su ego e personalità all’interno della satira in rete. Noi ci siamo innamorati del suo progetto Starmale e tra una risata e l’altra, anche se con qualche tempo di ritardo gli abbiamo chiesto di parlarcene!

Starmale

Ciao Emanuele, ci racconti di Starmale e della sua genesi?

Starmale è frutto di un umorismo poco collocabile. Sembra assurdo, ma otto anni fa (l’idea è nata nel 2010) non era così semplice far passare contenuti relativi alla sfera del malessere sulle riviste per le quali scrivevo. Così ho cominciato a pubblicare in rete alcune finte copertine sulla scia delle riviste di benessere. Quando le persone sono andate in edicola a chiederle, ho creato un contenitore dove simulare una redazione completa: (in)direttore, stagisti, editor e legali, che nel settore artistico servono sempre. In un’epoca che spinge verso l’individualismo ho puntato su un soliloquio corale. Credo sia stato un modo per dare uno statuto di professionalità a piccoli stati dissociativi che mi porto dietro da tempo. Ad oggi fatico a capire chi o cosa di questa redazione sia reale, quanti siamo all’effettivo. Questo crea sempre qualche intoppo nei pagamenti.

Fai del sarcasmo circa tutto quello che ci ossessiona nella realtà. L’apparire in un certo modo, la ricerca esasperata del benessere, il giudizio degli altri, il disagio dilagante. Ridiamo per non piangere?

A volte è utile ridere per capire di cosa si sta piangendo. O viceversa. Ironia e sarcasmo possono essere terapeutici a patto di non usarli come rifugio. Il conto prima o poi arriva: su un certo tipo di risata va sempre calcolata l’IVA (imposta sul valore autoinferto).

Starmale ha avuto un seguito incredibile, te lo aspettavi?

Non mi aspettavo che fosse recepito trasversalmente e in ambienti tanto vari, compresi quelli che la rivista prende di mira. Starmale nasce come una parodia intrinseca del linguaggio pubblicitario e di quello giornalistico. Quando è uscito il libro per Chiarelettere alcuni librai non sapevano come catalogare il volume: sono finito tra psicologia, new age, sociologia e manualistica. Autostima, ipocondria, rapporto con l’altro: è una satira di stampo psicologico. Credevo fosse una nicchia. Si è rivelata più ampia del previsto.

Starmale

La copertina che ti ha divertito di più?

Non ce n’è una in particolare. La numero quindici, “Ipocondr’Io” è stata come giocare in casa, con strilli come “Eludere secoli di progressi medici con l’autodiagnosi in rete”. Nel numero sul femminile c’è uno di quelli che preferisco e riguarda le relazioni interpersonali: “Percepirsi in superiorità numerica dentro un rapporto a due”. In un momento di lucidità ho poi interrotto le copertine per concentrarmi su altri contenuti. Sono nate rubriche, libri, zodiaco. Al momento guardo con attenzione a Raffaele Morelli, una personalità collocabile tra pre-psicologia, paternalismo e romanzo Harmony. Ho trasformato “Riza Psicosomatica” in “Resa Psicosomatica”. I Social sono ormai una vetrina per lo sfoggio incondizionato di sé. Così il suo titolo “Fidati di te”, è diventato “Evidentemente abbiamo esagerato con l’autostima: ricomincia a sottovalutarti”. A volte l’infimo è una delle poche certezze che ci si porta dietro con una certa stabilità.

Quanto è importante per te, lavoro a parte, l’ironia nella vita?

L’ironia è spesso un’attitudine. Semplicemente ti ci ritrovi dentro. In alcuni casi può rivelarsi illusoria. Per quanto mi riguarda è fondamentale, prima di tutto perché permette di giocare con margini non definiti(vi). Oggi si cerca spesso una divisione netta tra vero e falso. A me piace il verosimile, offre un’idea ampia delle cose.

 Sei stato da poco al Festival della Disperazione, insieme a molti altri ospiti illustri. Intanto come è andata e poi chi sono i veri disperati?

È un Festival che guarda alla fase risolutiva della disperazione, il momento in cui sfocia nell’atto creativo. La tratta come genere letterario. Mi è sembrato affine al discorso che faccio su Starmale, che non è mai autocommiserazione ma in qualche modo tende a sviscerare delle dinamiche. È stata un’ottima uscita, l’ultima di un giro autunnale che mi ha portato per locali, alla Facoltà di Psicologia di Roma e nel posto in cui, da musicista, mai avrei pensato di arrivare: al Conservatorio di Milano. Tutto questo mi permette di esplorare la dimensione dal vivo del progetto nelle sue varie sfaccettature. I primi anni ho fatto molta fatica a trovare i giusti contenitori, a far capire cosa stavo facendo. Ora sembra più semplice, comincio persino a capirlo anch’io. L’ultimo intervento è “DiSperare in meglio”. La vera disperazione è quella fine a se stessa, quella che non trova sbocchi.

Starmale

Sulla scia del successo di Starmale sono nate molte pagine e siti simili. Hai lanciato un trend?

Non ho di certo inventato l’idea delle copertine, già fatta a suo tempo su riviste come il Male. Credo invece di aver sdoganato un certo tipo di linguaggio, cercando di portare il discorso su ego e personalità all’interno della satira in rete. Un modo diverso di dialogare con gli utenti senza ammiccare. La rivista è comunque uscita al momento giusto. Oggi sarei già fuori tempo massimo. In questo periodo c’è un abuso dilagante di una certa terminologia: ansia, disagio, sono ormai parole quasi svuotate di senso, dette con leggerezza in cerca di approvazione. L’editoria lo ha capito e adesso molti personaggi noti, giocatosi tutto, si rigiocano i malanni. Collana “il mio disagio messo a nudo”. L’ansia è l’affare del momento. Il prossimo trend sarà l’ennesima, tragica contro ondata di benessere. Su Starmale ho sempre cercato di trattare certi temi con rispetto, puntando a far diventare la rivista una sorta di inchiesta scomposta sul malessere contemporaneo. Bricolage emotivo, frutto di un vissuto. Far ridere è spesso l’ultimo dei miei problemi. Credo sia il tratto che mi ripara dalle imitazioni che circolano in rete.

A te cosa crea malessere?

I pantaloni a cavallo basso e la mancanza di parsimonia con cui si investe sulle idee.

C’è una canzone di Brunori Sas che dice che il dolore serve proprio come serve la felicità e che morire serve anche a rinascere. Potremmo dire che il malessere ci serve per avere un po’ di benessere?

Il malessere è parte integrante del Sé, a tratti contiene un potenziale enorme. Tanto vale farsene un’idea, e nei casi migliori dargli una forma. Correndo il rischio di arrivare a capirsi.