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I brand più importanti al mondo

L’icona è da sempre un valore specifico e di forte impatto su chi l’osserva e ne trae un significato. Un’icona è una raffigurazione sacra dipinta su tavola, prodotta nell’ambito della cultura bizantina e slava. Il termine deriva dal russo “икона”, a sua volta derivante greco bizantino “εἰκόνα”(éikóna) e dal greco classicoεἰκών-όνος derivanti dall’infinito perfetto eikénai traducibile in “essere simile”, “apparire” mentre il termineéikónapuò essere tradotto con “immagine”.

 

Icone sono state le raffigurazioni bizantine, i quadri impressionisti dell’ottocento, i simboli politici e uomini e donne. Oggi, esse sono esclusivamente ricollegabili ai mercati. Con la fine della Rivoluzione Industriale e l’avvento della globalizzazione il concetto di icona si è tramutato in quello di Brand. D’altronde i tempi e i significati si adeguano a quel che sono gli spiriti del tempo e così si è giunti al passaggio dall’icona trascendentale Cristiana al brand di stampo capitalista.

 

Con il termine Brand si può definire una specifica relazione istituita in un dato mercato tra una determinata domanda, una determinata offerta e la sua relativa lettura sociale e simbolica. Sia chiaro che l’importanza del brand non risiede esclusivamente nella sola lettura sociale, ma un brand  spesso rappresenta un asset importante di una società, contabilizzato in bilancio fra le immobilizzazioni immateriali.

 

L’edizione della classifica Top 100 Most Valuable Global Brands di WPP e MillwardBrown ha visto quest’anno tornare a trionfare l’Apple. Google Inc. , nonostante i successi di Android e Wallet, è scesa al secondo posto della classifica che vede nell’intera top ten tutti marchi Usa. D’altronde la patria del marketing e della brandizzazione sono gli States. Per comprendere l’importanza del brand basta pensare che nell’anno in cui Tim Cook ha annunciato la vendita del miliardesimo dispositivo iOS, spiega Wpp, il brand Apple ha raggiunto un valore di 247 miliardi di dollari, crescendo del +67% rispetto l’anno precedente. Di questa classifica fa parte anche la Microsoft, che in attesa del rilancio della telefonia mobile, sta incrementando iniziative di differenziazione del marchio e uso di canali atipici di sviluppo dello stesso.

 

Esiste allo stesso modo un’altra classsifica che mira al riconoscimento dell’effettiva percezione del brand da parte del consumatore. La graduatoria, stilata da Brand Finance, una società di consulenza specializzata nella valutazione dei marchi aziendali, prende in esame vari parametri tra cui familiarità, fedeltà e reputazione.vDi recente Brand Finance ha “misurato” anche il valore del brand degli Stati: con 1.300 miliardi dollari l’Italia è risultata tra i più solidi e apprezzati, all’undicesimo posto, anche se vale la metà del Regno Unito e meno di un terzo della Germania. Stati Uniti d’America e Giappone appaiono, oltre che per capacità economiche, inarrivabili.

Infine, la classifica stilata da Interbrand, conferma quanto la tecnologia sia fondamentale per le persone e quanto valore abbiamo questi marchi. Anche qui al primo posto vi è l’ Apple, seguita da Google e sul podio Coca Cola, la quale per lungo tempo ha guidato la classifica ponendosi per decenni come simbolo universale degli stessi Stati Uniti d’America.

 

Un particolare di questa classifica, che vede molto forti brand della “Lego”, “Pepsi” e “Unilever” , è che vi sono sei società tecnologiche tra le prime dieci. Per capire quanto siano invece importanti le strategie di marketing e sviluppo brand, si deve necessariamente guardare lo storico e porre in comparazioni i marchi citati nelle classifiche. È proprio qui, al 94esimo posto, infatti, che troviamo insediata Huawei, subito prima di Nokia. Questi risultati dimostrano, dunque, che sapersi reinventare e saper cambiare il corso di un’organizzazione rodata, ma che non funziona più, sono le caratteristiche strategiche e fondamentali delle prime dieci aziende.

 

” L’arte è lo spirito del tempo “disse Tiziana Daga. E tale spirito fu incarnato prima di tutti da Andy Warhol ponendo ad icona marchi commerciali. D’altronde il mondo e lo spirito del tempo altro non sono che prodotti e consumatori. Un mattone di lego oggi è l’Aquila imperiale romana. Che lo vogliate o meno.

Twin Towers: implode l’Architettura


Immagino ci sia un momento, mentre tutto viene giù, qualche istante dopo l’implosione, dove il tempo sembra quasi arrestarsi. La coltre di detriti e polvere dopo aver lievitato tracciando improbabili traiettorie, si deposita candida sull’asfalto, come neve finta nelle boules natalizie agitate dai bambini.
E’ forse dopo quel gran frastuono, dentro quell’enorme nuvola di fumo, che si è fermata la storia di Minoru Yamasaki.   

Yamasaki è ritenuto tutt’oggi uno degli architetti più talentuosi attivi nella seconda metà del secolo scorso negli Stati Uniti. Figlio di genitori giapponesi, a second-generation Japanese American, nasce a Seattle nel 1912. Costretto per questioni economiche a dedicarsi fin da giovane al commercio ittico legato al salmone, riuscì, spronato dallo zio architetto, ad entrare nella facoltà di architettura dell’università di Seattle nel 1929, per poi ottenere il suo Bachelor of Architecture nel 1934. Successivamente si trasferirà a New York per completare il suo percorso di studi – master’s degree in architecture – città nella quale inizierà anche la sua attività professionale presso lo studio Shreve, Lamb and Harmon, progettisti de l’Empire State Building.

Tutto corre liscio e non potrebbe essere diversamente per un giovane così preparato e volenteroso.

Poi la prima deflagrazione:

“Modern architecture died in St Louis, Missouri on July 15, 1972, at 3.32pm (or thereabouts).” 

Così, secondo Charles Jenks, vide la propria fine la cosiddetta architettura modernaAlle 15:32 di quel quindici luglio del 1972, a venir giù fu la prima parte degli edifici del complesso residenziale Pruitt-Igoe, costruito meno di venti anni prima secondo le logiche dell’urbanistica modernista, ispirate dalle discutibili teorie dell’architetto Pierre Jeanneret, per poi essere abbattuto poco dopo, poichè ritenuto, nel caso di St Louis, una delle ragioni della mancata integrazione della comunità nera nel tessuto urbano. Alla guida di quell’operazione così ambiziosa abbiamo proprio il nostro Minoru Yamasaki, il quale animato da un’incorruttibile fede nei confronti del nuovo linguaggio internazionale, compose quel prossimo brano di città estraendolo integralmente dai più recenti dettami usciti dai CIAM (Congressi Internazionali di Architettura Moderna). Una sorta di Plan Voisin in salsa barbecue.

Insomma, la prima grande commissione per Yamasaki, è destinata a rimanere nella storia per la sua nascita, con l’ambizione di trapiantare negli States le ultime sterili utopie provenienti dall’Europa, e per la sua morte prematura, con la più eclatante demolizione dal secondo dopoguerra ad oggi, evento che verrà interpretato come la fine di un’epoca.

Poi la seconda deflagrazione, se possibile ancor più sconvolgente

“Il mondo non è più quello che conoscevamo, le nostre vite sono definitivamente cambiate. Forse questa è l’occasione per pensare diversamente da come abbiamo fatto finora, l’occasione per reinventarci il futuro e non rifare il cammino che ci ha portato all’oggi e potrebbe domani portarci al nulla. Mai come ora la sopravvivenza dell’umanità è stata in gioco.”

Così Tiziano Terzani commenta il tragico evento dell’undicisettembre2001. Ancora una volta, anche in questo caso sia per la straordinaria ambizione alla sua nascita, sia per l’incredibile dissoluzione prematura, un progetto di Minoru Yamasaki rimane sospeso, avvolto in quella fitta coltre di polvere e detriti che la storia ha voluto riversargli contro. Vengono giù le due Torri Gemelle da lui progettate. Collassa, nuovamente tra le macerie di un’architettura del Nostro, una visione del mondo che già facciamo fatica a ricordare.

Per quanto possa essere suggestiva, questa storia non rende il giusto merito al lavoro profuso da Yamasaki nel corso della sua carriera di architetto, compresa proprio tra Pruitt-Igoe e le Twin Towers. Riportiamo di seguito una sua dichiarazione che probabilmente può rispondere a quella cocente delusione di St Louis del 1972:

“I realized there’s a danger of an architect getting involved in too many things for the sake of society. He’s tempted to forget his real job is beauty.”

E’ con queste parole che possiamo avvicinarci a comprendere l’estrema raffinatezza di alcune soluzioni progettate da Yamasaki, spesso coincidenti con l’attacco a terra dei suoi edifici, come nel caso del World Trade Center e delle Twin Towers appunto, o ancora per due pregevolissime torri a Seattle, la Rainier Tower e l’IBM Building. In tutti gli episodi più felici della sua attività, Minoru Yamasaki dimostra di saper aggiungere ad una sapiente tripartizione del manufatto in altezza [basamento, corpo centrale e coronamento] un personalissimo lessico. Chi lo ha definito formalista, chi gotico, chi islamico, chi manierista, chi neoclassico, certo è che la sua poetica, colma di influenze e contaminazioni, è dichiaratamente debitrice di quel Giappone terra dei suoi avi.
Jacopo Costanzo – PoliLinea