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Cuore d’Africa

Foto tratta da: The Accra Report

INTRO – E’ difficile iniziare un racconto su un ragazzo del 1989, che sembra, sin dall’età di vent’anni, un uomo vissuto. La maturità in questione, non può essere solo frutto di un’educazione di qualità, che ovviamente fa la sua parte; ha qualcosa di più impercettibile, difficile da captare. Nonostante il termine sia oramai caduto in disgrazia, e se ne capisce anche il perchè, il talento principale di Andrè Ayew, lo definirei, “una dote di natura”.

La nostra storia non inizia da Seclin, una quindicina di kilometri da Lille, dove Andrè nasce. Il figlio di Maha Ayew e di suo marito Abedì, con il nord della Francia ha poco a che fare. Il padre, infattì, si è trasferito lì semplicemente per lavoro, quello di calciatore. Dopo aver disputato una buona metà di stagione con il Mulhouse FC nel 1987/1988, Abedì Ayew, si trasferisce al Marsiglia, dove in un anno e mezzo, gioca solo 9 partite, troppo poco, per chi di calcio vuol vivere. Quella dell’Olympique Marseille non è una piazza in cui un ventitreenne ghanese possa imporsi rapidamente. Papìn, Cantona, Francescoli, Tigana, Deschamps, Waddle, sono alcuni dei nomi su cui la squadra di Bernard Tapie, parlamentare e ministro per il Partito Socialista Francese, ex proprietario di Adidas e dell’OM, aveva puntato per rompere un digiuno di coppe che durava da 17 anni. Ayew Senior, sa di non avere ancora chance di giocare in una rosa così competitiva, e che la gloria può ancora attendere; accetta così un trasferimento in una squadra di seconda fascia, e, pur disputando un’ottima annata, deve inghiottire due bocconi amari, causatigli dall’OM, due volte campione di Francia, prima nell’88/89, con bis nell’anno successivo; nonostante questo, la scelta operata al tempo, ovvero quella di andare al Lille, paga i suoi dividendi, nel giro di sole due annatte, rendendo Abedì Ayew uno degli attaccanti più desiderati di tutta la Francia.

MARSIGLIA – Nel 1990-1991 avviene il grande ritorno. Inizia la storia che trasformerà Abedì Ayew in Abedì Pelè, nomignolo che fece suo in realtà ben otto anni prima, quando appena diciassettenne, nel 1982, vinse la Coppa d’Africa per il Ghana, ma che venne esportato in Europa dopo i suoi grandi successi a Marsiglia; Coppa d’Africa e Marsiglia, sono questi stessi luoghi che formeranno il carattere e la carriera del figlio di Abedì Pelè, Andrè, che all’epoca del ritorno del padre nel sud della Francia, aveva appena un anno. Due luoghi e due squadre, tanto suggestivi quanto maledetti. Marsiglia per certi punti di vista, ancor più del vero amore di Ayew jr., il Ghana. Il capoluogo della regione Provenza-Costa Azzurra è da sempre un polo multietnico d’Europa, aspetto che da positivo, negli anni migliori dell’integrazione, si sta rapidamente trasformando in profondamente negativo, essendo ormai la nazione francese lacerata da conflitti sociali, che non deflagrano solamente nella follia islamista, come nel caso più recente del massacro dei fratelli Kouachi nella redazione del giornale satirico Charlie Hebdo, ma che, ancor più gravemente, si riverberano nella quotidianità di una delle città tra le più violente d’Europa. La nostra storia inizia da qui. E’ il 26 Maggio del 1993. I pentacampioni del Marsiglia (sarebbero diventati “tetra-campioni” vista la revoca e la retrocessione per illecito sportivo, sono una realtà irresistibile in Europa, e Abedì Pelè, si è imposto come uno dei giocatori più forti della compagine. L’OM sfida per la seconda volta in tre anni il Milan dei campioni. La prima volta nel 1991, Quarti di Finale di Champions, accadde il putiferio, con Galliani che ritirò i suoi giocatori dal campo, vista l’illuminazione difettosa del Velodrome, che a suo dire stava impedendo la corretta realizzazione della partita. Risultato? 3-0 a tavolino per l’OM. Nel ’93, però, si gioca per qualcosa di più grande di una semifinale, si gioca per la coppa. Inutile cercare di spiegare a parole mie il clima della finale, visti i precedenti, vista la sfida tra due personalità tanto importanti quanto controverse per calcio e politica come Tapie, socialista, vincente e spesso fuori da ogni parametro di legalità, e Berlusconi, di tradizione politica diversa, che aveva rottamato la prima Repubblica grazie anche ai suoi successi come presidente di una delle squadre più forti della storia del calcio mondiale, anche lui non esente da beghe legali piuttosto note ai più. Come potete vedere dai tanti rimandi, c’è materiale per scrivere un libro, e non finisce qui, dato che Eydelie, centrocampista centrale di quell’OM tanti anni dopo dichiarò la sua verità, che alimentò la leggenda nera di una squadra tanto forte quanto “illecita”, sostenendo di aver utilizzato sostanze proibite per prepararsi alla finale del 1993. L’importante per noi, però, è che al 43′ del primo tempo, Abedì Ayew Pelè, va a battere un calcio d’angolo, pennellando di mancina per Basile Bolì, che realizza, e fa vincere la prima e unica Champions League ad una squadra francese. Grazie anche a questo assist, la leggenda del Pelè africano, in Francia come in patria, diventa immortale, perchè grazie all’annata fenomenale del 1993, l’ultima del trienno magico al Marsiglia, conquista il terzo Pallone d’Oro Africano consecutivo, risultato mai raggiunto prima di allora (Weah lo eguagliò, Eto’o riuscì a superare entrambi) da nessun giocatore.

EREDITA’ – Dopo un paio di stagioni in Italia, al Torino, in cui realizza la sua ultima stagione in doppia cifra per reti segnate in Europa (32 partite, 10 gol) e poi Germania, Monaco 1860 ed Emirati, nell’Al Ain, la carriera di Abedì Ayew termina, con il prestigioso inserimento, da parte del Pelè originale, nel FIFA 100, la classifica stilata da O’ Rei in cui sono stati inseriti i cento migliori giocatori della storia del calcio mondiale. La decisione di tornare in Ghana, non è scontata, ma Abedì decide di percorrerla, permettendo così ai propri figli, di vivere, di respirare l’Africa, scelta che, come vedremo, avrà risvolti fondamentali nella vita di Andrè Ayew. Il figlio di Maha e Abedì inizia a giocare nel Nania FC, club della capitale ghanese, Accra, di cui i genitori sono fondatori, co-proprietari, nonché dirigentii. A 14 anni si allena con la prima squadra, e disputa stabilmente tornei per giocatori under-19. Questo non gli vale comunque lo status di prospetto per il calcio europeo, ed il suo ingresso nelle giovani del Marsiglia, la squadra dei successi del padre, avviene tramite il più classico dei provini, nei quali la percentuale dei giocatori scartati è pressochè vicina al 99%. E’ il 2005, e Dede, soprannome con cui viene chiamato in patria, non ancora sedicenne, riesce ad entrare nel club dei suoi sogni, grazie alle doti fisiche totalmente fuori dal comune di cui è dotato, ad un piede mancino tanto potente quando aggraziato e ad una personalità molto spiccata per essere così giovane. La settimana che cambierà per sempre la vita del centrocampsita del Marsiglia, inizia però due anni dopo il provino. Fresco di preparazione con la prima squadra del Marsiglia, il diciassettenne Andrè Ayew, esordisce in Ligue 1, il 15 Agosto contro il Valenciennes; non contento di aver raggiunto un risultato così prestigioso, Ayew, vede risolversi la diatriba della sua doppia nazionalità, grazie alla convocazione per l’amichevole contro il Senegal, da parte della nazione del suo cuore, il Ghana. I due passaporti, hanno permesso al giovane calciatore, di scegliere quale trafila tra le giovanili compiere, ed Ayew, pur scegliendo la Francia, dichiarò pubblicamente di sognare di giocare per le Black Stars, squadra per la quale il padre aveva militato e vinto. Nonostante l’iniziale incongruenza tra dichiarazioni e fatti, Ayew ha fattivamente dimostrato di voler giocare per il Ghana, rifiutando più convocazioni per la Francia Under-21, arrivando a pregare il CT, Claude Le Roy di convocarlo, in quanto rifiutare ancora una volta i Bleus sarebbe stato controproducente per la sua popolarità nella nazione in cui si apprestava a diventare professionista. Il 21 di Agosto 2007, contro il Senegal, il minorenne Ayew, debutta con la maglia delle Stelle Nere africane, iniziando così una storia d’amore, tra le più intense del calcio moderno. Nonostante le poche presenze nell’OM, a Gennaio Le Roy decide di portarlo nella prima delle tante coppe d’Africa disputate dalla venticinquenne ala, l’unica giocata in Ghana. Solo una presenza per Ayew, qualche minuto contro la Guinea, in una squadra caratterizzata dal miglior Essien di sempre, che a centrocampo formava con Muntari una diga impenetrabile, che trascinò fino alla semifinale le Black Stars, che si piazzarono alla fine terze nella competizione casalinga.

2009 – All’inizio della stagione successiva Andrew Ayew cattura l’attenzione di un guru del calcio francese come Christian Gourcuff, padre di Yoann, alla quinta stagione da allenatore del Lorient, in Ligue 1. Il Marsiglia ha tutti i vantaggi nel far esprimere il suo talento fuori di casa, valutate anche le ambizioni da titolo molto pressanti dei tifosi dell’OM, non coincidenti, con la crescita di un giocatore di appena 19 anni. Nel Settembre del 2008 arriva la prima rete tra i professionisti di Ayew; la sua annata nel club della costa ovest della Francia prosegue tra alti e bassi fisiologici, dovuti anche alla convocazione per la Coppa d’Africa. Il segno lasciato dall’ala del Marsiglia non è affatto indelebile; le due esperienze che caratterizzeranno la sua ascesa a livello di popolarità in patria, sono altre. Dede Ayew partecipa ad inizio 2009 alla Coppa D’Africa Under 20, vincendola da capitano, bissando clamorosamente con il trionfo nel Mondiale Under-20 del Settembre successivo. Ancora in qualità di capitano, trascina insieme a Dominic Adiyiah, giocatore senza dubbio di basso profilo, ma che ritroveremo ancora nella storia dell’ascesa di Ayew, il Ghana in un girone durissimo, in cui figuravano l’Uruguay di Lodeiro, Abel Hernandez, Tabarè Viudez, Gaston Ramirez, Sebastian Coates, e chi più ne ha più ne metta e l’Inghilterra di Tchuimeni-Nimely, Ben Mee, Martin Kelly e Gavin Hoyte, squadra non talentuosissima, ma dalla difesa di grande spessore, almeno sulla carta. Dagli ottavi in poi, è un ascesa continua grazie agli scontri contro le deboli Sudafrica e Ungheria, e alla vittoria al cardiopalma contro la pericolosa Corea Del Sud. La finale è contro il Brasle di Paulo Henrique Ganso, Rafael Toloi, visto a Roma, Alex Texeira e Douglas Costa, le due ali titolari dello Shaktar di Donetsk. La partita, ruvida, bloccata sullo 0 a 0, è la più classica delle finali, in cui è la paura a farla da padrona. Il Ghana arriva ai calci di rigore contro la corazzata brasiliana, e a serrare le fila, ci pensa ovviamente il capitano, Dede, che con il primo rigore batte Rafael, attuale portiere del Napoli, indirizzando i suoi verso un’insperata vittoria. I rigori li segnano le stelle di quella squadra ghanese, Inkoom, Adiyiah e Badu, portando a casa un successo storico per una squadra africana, il primo. Egitto 2009, segna uno spartiacque nella carriera di Andrè Ayew.

NANIA FC – E’ fondamentale non sottovalutare l’importanza dei successi patrii di Ayew, benchè ottenuti con la nazionale giovanile. Dal 2007 in poi, infatti, la famiglia di Abedì Pelè ha vissuto, molto più in Ghana che nel mondo calcistico rappresentato dalla FIFA, una perdita di credibilità enorme, a causa di uno degli scandali calcistici più alla luce del sole mai commessi. Il Nania FC, squadra di Maha Ayew e Abedì Pelè, nonché società in cui il nostro Andrè ha esordito, è stato condannato dalla FA ghanese per aver truccato una partita, con il fine di ottenere la prima e storica promozione nella Premier League nazionale. Pelè, e la moglie Maha, fondatori e proprietari del club nato alla fine degli anni ’90, sono stati sospesi, il primo per un anno, la seconda, per sempre “from football”, dal calcio. Nonostante gli appelli della famiglia Ayew, il Nania è retrocesso nella corrispettiva Lega Pro ghanese, ed è francamente facile immaginare il motivo di una pena tanto severa. Il Nania, affrontava l’Okwawu United, nell’incontro, come detto, valevole per la promozione. Dopo aver chiuso il primo tempo sull’1-0, e aver sentito che nel campo dell’altra squadra in lotta per la Premier, i Great Mariners, accadevano cose strane, il Nania si è “scatenato”, realizzando la bellezza di 30 (!) gol nei successivi 45 minuti, chiudendo l’incontro sul 31-0, beffando così i Mariners, che avevano sconfitto solo di misura i loro avversari.
Il polverone alzatosi ha costretto la FA ghanese ad applicare pene commisurate alla gravità dell’accaduto, creando un certo sgomento ad una nazione che associava alla famiglia Ayew la faccia migliore del proprio calcio; il sentimento di ribrezzo e delusione, ma anche di rispetto nei confronti degli Ayew è ben rappresentato da questo articolo, scritto in un inglese quantomeno particolare, che fa capire quanto l’evento sia stato percepito dai ghanesi.

2010 – Dopo essersi messo alle spalle un 2009 glorioso, quello dei mondiali africani è uno dei periodi più intensi per quanto riguarda l’impiego in nazionale maggiore dell’ala dell’OM. Ayew collezionerà alla fine dell’anno solare ben 17 gare, realizzando 2 reti, tra Coppa D’Africa, le qualificazioni per la successiva competizione continentale, quella del 2012, (non è una mania africana quella di disputare ogni biennio la rassegna continentale. La FIFA ha obbligato la CAF a conformare il numero di tornei, al fine di pareggiare quello delle altre federazioni mondiali, cosìcchè siano state disputate lo stesso numero di Coppe D’Africa, Europei, Coppe Sudamericane, Oceaniche, ecc.; il perchè? Francamente non so rispondere) e i Mondiali sudafricani, alla fine della stagione con il suo nuovo club.
Si, perchè Ayew viene nuovamente spedito in prestito per farsi le ossa, stavolta nella seconda lega francese , all’Arles-Avignon, in cui, pur prendendosi il ruolo di leader, incide poco, un unicum nella sua carriera. L’Arles, però non è l’obiettivo principale di Ayew, che vede in questa tappa, solo un’occasione per giocare il più possibile in vista delle competizioni internazionali da disputare con il Ghana. La stagione, come detto in precedenza, è interrotta dalla Coppa d’Africa, la prima da protagonista per le Black Stars. La corsa ghanese in Angola è fenomenale, come dimostrano il girone passato nonostante la presenza di Togo e Costa d’Avorio, e la vittoria sulla sempre temibile Nigeria alle semifinale. La squadra ha le caratteristiche adatte per far risaltare le qualità di Ayew, sia dal punto di vista tecnico, che da quello caratteriale. Il gioco molto propositivo è perfetto per l’ala, che può sfruttare i molteplici palloni che vengono giostrati dal centrocampo delle Black Stars, arrivando con continuità sul fondo per poter regalare assist con cross velenosi scagliati dal proprio mancino. Dal punto di vita della personalità, invece la selezione, è piuttosto carente, cosa che aiuta Ayew, uno dei giocatori più vocali che io abbia mai visto, a spiccare per le proprie doti di leadership. Proprio per questo motivo, la sconfitta patita in finale, contro L’Egitto è bruciante, e non solo perchè causata da un gol di Geddo allo scadere. Sarà la prima occasione in cui Ayew vedrà sfumare sul filo di lana le chance di un trionfo per la propria nazione.
Quella dei Mondiali 2010, è la più paradigmatica delle delusioni patite in carriera dal figlio di Abedì Pelè, tanto dolorosa perchè preceduta da memorabili partite, che rendono le Black Stars una delle squadre più forti degli ultimi cinque anni di calcio internazionale, ma anche la più formidabile delle incompiute. Il girone del 2010 può spiegare chiaramente cos’è stato il Ghana dell’ultimo quinquennio; vittoria sofferta contro la Serbia, in una gara dominata dalle Black Stars, ma sbloccata solo nel finale grazie ad un rigore di Gyan. Le parole dominare e Ghana si sposano perfettamente, vista la qualità del centrocampo di quell’edizione dei giallorossoverdi. L’affidabile Annan del Rosenborg nel ruolo di frangiflutti davanti alla difesa; come mezzala sinistra Kwadwo Asamoah, a destra un Kevin Prince-Boateng tirato a lucido come mai prima (né dopo) in carriera, chiamati tanto ad offendere che a difendere, con una qualità senza pari per qualsiasi coppia di centrocampisti nell’intero torneo. Sulle fasce, Price Tagoe, e Ayew, che a soli 21 anni era già un titolare inamovibile in una rassegna mondiale. La doppia fase di Ayew nel Mondiale è stata semplicemente impeccabile, garantendo attacco e difesa, ma soprattutto sovrannumero in mezzo al campo per favorire il possesso palla in salsa europea di cui le Black Stars si avvalsero durante tutto il torneo. Il problema è che vincere dominando, al Ghana, riesce molto poco spesso. La seconda partita è infatti un pareggio contro l’Australia di Brett Holman. Altri 90 minuti di qualità per i ghanesi, e per Ayew, che si conferma, dopo la gara di apertura, uno dei giocatori più interessanti del torneo, ma risultato francamente deludente per una squadra che ha tirato 22 volte contro le 8 degli avversari. La terza gara contro la Germania, persa ingiustamente, è stata la prima dimostrazione di come i ghanesi fossero una reale minaccia per i tedeschi; nonostante la vittoria timbrata Ozil, la partita si svolse in una parità tecnica che rivedremo quattro anni dopo, nel girone di Brasile 2014, nell’unico incontro in cui i futuri campioni del mondo andranno in svantaggio nella loro corsa al titolo. La partita paradossalmente meno meritata è rappresentata dagli ottavi di finale contro gli USA (che si vendicheranno nel 2014) in cui grazie ad un gol all’inizio dei supplementari, Gyan assistito da un indiavolato Ayew, le Black Stars ottennero la qualificazione e la sfida ai quarti contro l’Uruguay di Forlan La notizia, però, è che l’uomo della partita, per tutti, e stavolta anche per la FIFA, Andrè Ayew, non sarebbe stato della partita, in quanto diffiidato e poi ammonito durante l’incontro, per un fallo realizzato con la solita generosità e dedizione alla causa della squadra, nel secondo tempo di gioco.

SUCCESSI E SCONFITTE – Impossibile essere lucidi nella descrizione di Uruguay-Ghana, quindi meglio farla breve. Una premessa è, però, d’obbligo; se il Ghana avesse vinto sarebbe stata la prima squadra africana ad ottenere il pass per le semifinali di un Mondiale. Il vantaggio di Muntari, a fine primo tempo, sembrò essere il preludio di una storica vittoria della squadra africana. Ma Forlan prima, e Suarez poi, con il suo colpo di mano sulla riga di porta per frustrare il colpo di testa di Kenneth Adiayah, il bomber del Mondiale Under-20 vinto da Ayew impedirono alle Black Stars, punite dal rigore sbagliato di Gyan nei tempi supplementari, di raggiungere un risultato storico.
Sembra strano, ma da questo fallimento è nata la carriera dell’Ayew che oggi conosciamo, a partire dalla prima conferma di far parte, in pianta stabile, della rosa del Marsiglia. Da quel momento in poi, l’esplosione tecnica e di personalità di Ayew, ha avuto un’accelerazione semplicemente incredibile, considerando l’età del giocatore. Gli undici gol realizzati nella prima annata con l’OM, lo hanno lanciato nel panorama calcistico europeo con prepotenza; le dichiarazioni mai banali, in cui Ayew sostenne sempre di voler superare il padre, e la coppia formata con il fratello minore Jordan, legati non solo in campo, ma anche nel culto religioso, in quanto entrambi di religione musulmana hanno reso Ayew un personaggio carismatico, in Francia quanto in patria, tanto che le bizze di Boateng, il declino di Muntari e quello, a livello di club, di Gyan, sono stati visti come il preludio per l’ascesa di Ayew al ruolo di leader della nazionale di calcio delle stelle nere. Niente di più vero, viste le prestazioni da leader nella coppa d’Africa del 2012, in cui Ayew, oltre a timbrare il gol della qualificazione alle semifinali, ha potuto indossare per la prima volta, in una selezione molto cambiata rispetto al 2012 (Badu, Kwarsey, Atsu, Wakaso, alcuni dei nomi nuovi delle Black Stars), la fascia da capitano delle Black Stars. Ancora una volta, però, l’insuccesso colpisce il figlio di Abedì Pelè nel momento in cui sembra andare tutto per il verso giusto.
La Coppa d’Africa 2012 si rivela un buco nell’acqua per il Ghana, l’ennesimo, rappresentato dalla sconfitta contro lo Zambia, modesto vincitore della rassegna, in una gara dove ancora una volta Ayew non potè scendere in campo, e fu sostituito, male, dal fratello Jordan, fatto di una pasta ben più malleabile di quella del fratello maggiore. All’OM, le cose sembrano andare meglio, ma solo in apparenza. Con tre trofei, due coppe nazionali ed una supercoppa, conquistati tra 2011 e 2012, la carriera marsigliese del capitano, non più solo morale, del Ghana, inizia con il piglio giusto. L’obiettivo grosso, lo scudetto, rappresenta, però, un miraggio, (forse il Loco Bielsa potrà riuscire nell’impresa), dato che l’ultima annata che ha visto trionfare il club del sud della Francia è quella del 2010, coincidente con l’anno in prestito all’Arles. Una macchia non da poco nel palmares di Ayew.

CAPITANO – Nonostante tutto, ad inizio 2013, il ruolo di leader indiscusso delle Black Stars è oramai stabilmente suo, nonostante l’ennesima sconfitta sul filo di lana patita in coppa d’Africa. A minare questa certezza, è però l’ennesima ricaduta del clan Ayew, quasi un ostacolo all’immagine nazionale di Andrè. Tutta la questione gira attorno alla figura di Jordan Ayew, sempre ai margini della nazionale a causa di comportamenti e rendimento calcistico piuttosto altalenante. Ne nasce una polemica con la (discussa) federazione ghanese, risolta solo dal buon senso di entrambe le parti in causa, che per il bene della nazionale decide di riaccettare che gli Ayew giochino (riprendendosi sul groppone Jordan) le gare di qualificazione al Mondiale 2014. La rassegna brasiliana sembrava potesse rappresentare la fine del grande Ghana degli anni precedenti. Squadra scollata, anche perchè ampiamente rinnovata, molto giù fisicamente ed emotivamente, in un girone duro, contro USA, Germania, due vecchie rivali, e Portogallo. Il risultato è piuttosto scontato, ma tinto nella tipica salsa ghanese, un mix di gran calcio e psicodrammi. Per carità, di gran calcio in Brasile il Ghana ne ha mostrato ben poco, ma contro la squadra più forte, la Germania, si sono visti alcuni lampi del 2010. Le Black Stars, infatti, ribaltando il risultato grazie ai gol di Ayew e Gyan, arrivati dopo un calcio più che propositivo, sono riuscite a tenere sotto nel punteggio, per 7 minuti, i futuri campioni del mondo, cosa che non è riuscita a nessun’altra squadra nel torneo. Cosa piuttosto strana per una squadra in presunto disfacimento.
E’ su quei sette minuti, e sul patto tra Gyan e Ayew, in cui il primo, pur tenendosi il ruolo e gli onori di capocannoniere della nazionale, lascia i galloni di capitano al secondo, che il Ghana ha preparato la Coppa D’Africa 2015, quella dell’ultimo ballo, quantomeno per Gyan, sempre più al crepuscolo della carriera. In un girone di ferro, e dopo una sconfitta nei minuti di recupero, difficile da digerire, contro il Senegal, il Ghana ha trovato la forza di battere Algeria, all’ultimo minuto grazie a Gyan, e poi di ribaltare il risultato contro il Sudafrica, qualificandosi con un gol di Ayew, totalmente in estasi per la rete segnata, che ha impedito l’ennesima delusione anticipata alle Black Stars. Le vittorie su Guinea e Guinea Equatoriale, soprattutto la seconda, sono state facili sul campo e dure fuori, visto il clima di violenza che ha attorniato la semifinale in cui erano coinvolte Ghana ed il paese organizzatore. La finale, arrivata dopo tre gol di Ayew, che chiuderà come capocannoniere della rassegna, è stata la più giusta, contro la Costa D’Avorio, anch’essa a fine ciclo, anch’essa forte (mai bella come il Ghana) e maledetta. Ne esce una partita bloccata, brutta, sotto ritmo, causata dalla paura di perdere l’ultimo treno buono per vincere un titolo. Ayew, lotta, grida, si sbraccia, come fa oramai da anni, ma con una consapevolezza ed una pericolosità maggiore rispetto ad un tempo, visti i tre gol realizzati durante la competizione, e ad una leadership che ha raggiunto livelli mai tocca in precedenza. Poco importa delle voci di mercato (che lo danno in una delle due milanesi da anni), la questione del contratto con l’OM; conta solo la vittoria finale. E’ per queste motivazioni, che ai calci di rigore, il quinto, il più importante viene affidato ad Ayew. Ancora una volta il capitano non tradisce, ma lo farà Razak, il portiere del Ghana, chiamato a calciare dopo una serie interminabile di tiri dal dischetto. Barry, portiere della Costa D’Avorio realizza. Il Ghana ha perso di nuovo.
 Il pianto di Ayew è un’immagine straziante, dura da sopportare, e lo rappresenta nella sua più pure essenza, quella del leader, che non accetta la sconfitta, perché ha dato più del 100% per la causa della sua squadra, della sua nazione. I giocatori della Costa D’Avorio, quasi intimiditi da tanta personalità, vanno ad abbracciarlo e a consolarlo più di quanto non abbiano festeggiato.
Il patto è saltato, il Ghana è ancora a mani vuote. Ma nonostante tutto, nonostante le polemiche, gli addii, i ritorni, le frodi sportive, i titoli mancati, le troppe ammonizioni, sa benissimo di avere un leader, di quelli che passano una volta ogni vent’anni. Un giocatore che alla sua età (classe 1989, ricordiamo) anni può vantare più di 60 presenze per la propria nazionale, la fascia di capitano, e, ancora più importante, il rispetto di tutto il movimento calcistico africano. La speranza è che questo sadico modo di rinviare l’appuntamento con l’agognata vittoria, possa realmente rendere, quando arriverà, il successo ancor più dolce. Ayew, con la sua abnegazione nei confronti del calcio ghanese, lo merita.

About Niccolò Costanzo

Appassionato di qualsiasi cosa che implichi una competizione, seguo principalmente calcio e pallacanestro, di cui scrivo sul sito my-basket.it. Caporedattore Sport, ma solo perché Claudio Pavesi e Filippo Antonelli sono amici e mi lasciano questo titolo!

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