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Pienza, ovvero le stagioni di una città.

Ci sono occasioni in cui si vorrebbe essere uno scrittore – di quelli veri, come forse avrebbe potuto esserlo il Calvino di Marcovaldo – per poter raccontare al meglio una storia che ci sembra avvincente, per restituire il giusto ritmo ad una serie di avvenimenti che altrimenti potrebbero sembrare soltanto una successione di fatti, persone, cose. E tanto nei romanzi quanto nell’architettura, l’antefatto è fondamentale, è lo sforzo necessario per arrivare a un finale e rappresenta, in sostanza, il perché di quel risultato specifico.

Ma mentre l’idea scritta ha il grande vantaggio di legare insieme precedente e finale in un’unità inscindibile, per l’architettura ha maggior evidenza la seconda parte, ovvero l’idea costruita, il bisogno materializzato. Resta agli studiosi, o ai curiosi, cercare di capire perché si sia arrivati ad un determinato esito, sia esso un edificio la forma di una città o anche (situazione forse tra le più affascinanti) un progetto non realizzato.

Gli esempi possibili per descrivere questa condizione dell’architettura sono innumerevoli; o forse sono tanti quanti le architetture che da sempre si sono costruite.

A chi romanziere non è, resta la possibilità di sognare una trama, una storia che possa dire più di quanto uno sguardo distratto non possa restituire. E la storia della piccola città di Pienza (al secolo Corsignano) è uno degli esempi che meriterebbero di essere raccontati, attraverso un abile assembramento di informazioni diverse che ci riporti ai tempi della sua costruzione, seguita alle decisioni di Enea Silvio Piccolini, lì nato e divenuto Papa Pio II il 19 agosto del 1458. Le testimonianze della sua vita sono affidate a I commentarii, l’autobiografia che raccoglie le vicende che portarono alla decisione di dare nuova vita al paese natale attraverso un nuovo assetto urbano e alla nuova architettura della città di un così illustre personaggio.

“Tornando a Corsignano, egli sperava di trovare qualche piacere a parlare con coloro che erano cresciuti insieme lui, e sperava di vedere con gioia il suolo natale. Ma avvenne il contrario, poiché gran parte dei suoi coetanei era morta e coloro che ancora vivevano erano trattenuti a casa da l gran peso degli anni e delle malattie; e se alcuni si facevano vedere, a stento si potevano riconoscere, tanto i loro volti erano montati, e tanto erano indeboliti storpiate e quasi messaggeri di morte. Dovunque il Papa rivolgeva lo sguardo, scorgeva i segni della propria vecchiezza, e non poteva non ammettere di essere vecchio vicino a morire, poiché aveva trovato ormai carichi d’anni i figli di coloro che aveva lasciati fanciulli”.

Lo scopo ufficiale fu quanto di più caritatevole ci si possa aspettare da un simile protagonista, ovvero  quello di aiutare i meno fortunati rimasti a vivere nel piccolo paese. Ma come in qualunque racconto che si rispetti, non bisogna sottovalutare le intenzioni nascoste e non confessate, scorgendo in questa operazione la volontà di rafforzare – per riflesso diretto – il potere economico e politico nella città di Siena e quindi contro Firenze, mascherando «di retorica umanistica» un’operazione essenzialmente politica.

Se allora lo scopo latente è evidente, rimane comunque interessante notare come il Papa decise di affidare all’architettura il compito di raggiungere questo obiettivo; la costruzione della nuova città fu rapida (tra il 1459 e il 1964 vennero comprati i terreni e costruiti gli edifici principali), ma la sua conformazione rispose più agli esiti delle dinamiche di compravendita dei lotti urbani, piuttosto che ad un disegno prestabilito di città ideale, ovvero pensata e pianificata secondo princìpi di organizzazione dello spazio animati dalla sensibilità e dallo spirito umanistico. La realtà che viene ricostruita dagli studi storici più rigorosi ci riporta quindi lo scenario effettivo: la forma della nuova Pienza si strutturò sostanzialmente in base alla prontezza e alla rapidità con la quale la famiglia Piccolomini e i cardinali sostituirono le vecchie case esistenti con le loro nuove residenze.

In questo passaggio centrale, è riassunta tutta la connotazione sorprendentemente contemporanea della storia di Pienza, che non si discosta troppo dalle dinamiche che ancora governano le forme delle città e dei territori.

La piazza divenne il centro della nuova città e fu pensata e realizzata da Bernardo Rossellino come formidabile meccanismo prospettico che consegue lo scopo di enfatizzare la nuova conformazione urbana attraverso la disposizione planimetrica degli edifici che la delimitano e la messa in scena del paesaggio in una relazione continua con lo sfondo della Val d’Orcia (all’epoca probabilmente molto differente da come la si può vedere oggi) e che si ripete in realtà in tutto l’impianto urbano, diventando strumento di enfasi e alterazione nella percezione degli spazi urbani. Sulla piazza si affacciano i nuovi edifici principali: la cattedrale (curiosa sintesi tra architettura gotica e rinascimentale), il palazzo della famiglia Piccolomini (chiaro tributo al palazzo Rucellai dell’Alberti), il palazzo comunale e quello del vescovo (carica ecclesiastica sino ad allora non presente a Corsignano e che doveva sottolineare la presenza papale nel nuovo destino della città).

Tutto questo è il risultato eccezionale di dinamiche complesse e intrighi politici, ma come non si può immaginare lo stupito disappunto dei cardinali quando scoprirono che, se avessero voluto conquistare la benevolenza del Papa sarebbero stati costretti a spendere ingenti capitali in un piccolo paese lontano da Roma e abitato da contadini. Gli abitanti del paese, da parte loro, furono inizialmente persuasi dall’occasione di vendere le loro modeste proprietà, ma si resero ben presto conto che il tutto sarebbe avvenuto a discapito della loro quotidianità, soprattutto mano a mano che gli spazi disponibili diminuivano e le insistenze dei prelati si facevano sempre più pressanti.

Gli elementi di questo racconto, tutto da scrivere, sono dunque un protagonista che cambia nome e ambizioni, una paese di campagna che si trasforma e diventa centro delle dinamiche ecclesiastiche, schiere di cardinali che si affannano per trovare un pezzo di terra su cui costruire il proprio palazzo, paesani sfrattati e increduli e, ultimo ma non per ultimo, Bernardo Rossellino ovvero l’architetto giusto che nel giusto momento riesce a dare il finale migliore a una vicenda che si muove tra religione, politica e speculazione. La scenografia all’interno della quale il tutto si muove è poi quanto di più bello si possa sperare.

Ma la cosa veramente avvincente di tutta questa storia è che è stata vera.

 

Una precisa analisi della storia di Pienza è contenuta nel saggio di Nicholas Adams “Pienza” nel volume “Storia dell’Architettura Italiana. Il quattrocento” a cura di F.P. Fiore (Electa, Milano 1998)

About Alessio Agresta

Architetto, convinto di aver scelto un mestiere capace di migliorare la vita di molti, ma anche in grado di far grossi danni. Scrivo su Polilinea dal 2012 anche per provare a schiarirmi le idee.

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