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Approccio “coatto” alla fantascienza, Volume 1.

I film di fantascienza che hanno reso gli anni ’90 l’annata più cafona nella storia del cinema. 

Che sia una catastrofe, un conflitto mondiale o un’imminente invasione aliena il risultato è sempre lo stesso: «La terra corre un grave pericolo!». Non c’è cornetto, quadrifoglio o ferro di cavallo che tenga, per la fantascienza ogni giorno rischiamo l’estinzione (roba che Nostradamus era più ottimista)  ma come dice l’agente K in man in black: «c’è sempre un incrociatore alieno, o un raggio mortale Carilliano, o un’epidemia intergalattica che può annientare la vita su questo misero pianetucolo!».

Tuttavia, sebbene sia indubbio che le minacce siano sempre le stesse, ciò che è realmente cambiato, nella cinematografia di fantascienza, è il modo in cui il genere umano decide di rispondere ad esse. La difesa del nostro pianeta non è sempre stata infatti esclusiva fonte di lavoro per supereroi in calzamaglia. Ci sono stati momenti, nella storia del cinema,  in cui questo compito gravava unicamente sulle spalle di uomini e donne comuni. La fantascienza degli anni ’90 si concentra proprio su quest’ultimi, esaltondone la fondamentale caratteristica comune: l’infinita coattaggine. Quello che qui vi propongo è la prima di tre rassegne in cui analizzeremo le migliori icone coatte fantascientifiche.

Armageddon

E’ un giorno come un altro per l’astronauta Pete Shelby, inviato dalla Nasa nello spazio con il compito di riparare un satellite malfunzionante. Insomma, tutto nella norma, fintanto che, il Direttore Esecutivo della Nasa, decide di comunicargli la seguente frase: «tranquillo Pete, abbiamo tutto il tempo del mondo». Ecco amici lettori, già dai suoi primi 5 minuti, con Armageddon avete la possibilità di constatare il livello di  superficialità con il quale si lavora alla  Nasa. Perché puoi pure avere una laurea in astrofisica ma se non sai che una delle leggi che governa l’universo recita “Tranquillo è morto male” sei veramente uno sprovveduto.

Come da copione, nell’istante successivo si può osservare come la maledizione del “tranquillo” si abbatta, con tutta la sua violenza, sul povero Pete, il quale viene disintegrato da una pioggia di meteoriti che guarda caso passava proprio di lì e che guarda caso investirà proprio la città di New York. Ma perché deve sempre essere New York e mai una volta New Delhi? Comunque sia, questo catastrofico evento fa solo da preludio a qualcosa di ben peggiore che sta per accadere. La Nasa scopre infatti che un asteroide grande come il Texas si sta dirigendo a tutta velocità verso la Terra e se quest’ultima venisse colpita beh… come dice ad un certo punto uno degli scienziati dell’equipe della Nasa «sarebbe una bella frittata».

Si teme il peggio. Nessuno dei piani attuati dagli Stati Uniti sembra riuscire ad arrestare il meteorite. Tutto sembra essere perduto, fintantoché un altro dei capoccia della Nasa se ne esce con un idea tanto assurda quanto geniale: «piazziamo una testata nucleare nel centro del meteorite e facciamolo esplodere dal suo interno». Tutta l’equipe scientifica accoglie positivamente il nuovo piano, tuttavia, rimane un unico piccolo problema da risolvere: come si infila un bomba dentro un asteroide? Una domanda decisamente legittima a cui oggi sapremo sicuramente rispondere grazie ad un tutorial di Salvatore Aranzulla, ma per somma sfortuna della Nasa,  l’eroe dei nostri giorni non era ancora in attività nel 1998.

A questo punto, a prendere la palla al balzo ci pensa nuovamente il Direttore Generale della Nasa (per intenderci quello che ha sulla coscienza il povero Pete) il quale propone di inviare sull’asteroide un team di scienziati che, guidati dal massimo esperto in trivellazione del mondo, avrebbero posizionato la bomba. Ma si da il caso che l’esperto in questione è Harry S. Stamper alias Bruce Willis. Un attore talmente coatto che nel film il Sesto Senso si rende conto di essere un fantasma solo alla fine del film. Anche in questo caso Bruce Willis mette subito le cose in chiaro «ci penso io all’asteroide». Accompagnato da una combriccola di altrettanto coatti, Bruce lascia la Terra per dirigersi su quello che è ormai solo un enorme sasso dalle ore contate. Senza svelarvi il finale, vi lascio una piccola clip del film che vede il nostro non eroe Bruce alle prese con gli attivisti di Greenpeace.

Independence Day

Come recensire in poche parole un film cult come Independence day? Semplice: E.T. torna di sulla terra e questa volta porta con se un po’di amici, fine. Uno po’ troppo pressapochista, vero? Certo, è innegabile che Independence day sia un film sugli alieni ma c’è molto di più. Ma andiamo con ordine. La mattina del 2 luglio 1996, il SETI (il programma di Ricerca di Intelligenze Extraterrestri) avverte uno strano rumore provenire dallo spazio. Quello che all’inizio sembra essere una sorta di “rutto” cosmico viene in breve tempo codificato dagli scienziati di tutto il mondo come un segnale radio proveniente da un oggetto non identificato.

Esclusa l’ipotesi iniziale che si tratti di uno scherzo dei russi (che simpaticoni) il Generale Grey espone la sua teoria «può darsi che quello che abbiamo captato sia solo una meteora». Un’ipotesi talmente strampalata che verrebbe quasi da rispondere al Generale  “è si, mò le meteore hanno pure l’impianto stereo”. Tuttavia, non c’è tempo per prendere in giro il Generale, il cielo di tutte le capitali del mondo si è infatti riempito di navicelle spaziali.

Benché sia un fatto eccezionalmente unico, la vera fantascienza presente nel film è l’atteggiamento remissivo e diplomatico che l’esercito degli Stati Uniti decide di adottare. Persino la popolazione non dà segni del minimo allarmismo. Chi fa la spesa, chi va a lavoro, chi rimane bloccato nel traffico. Insomma, la vita continua nel più normale dei modi. L’unico che si fa due domande è David Levinson  (Jeff Goldblum) che premendo a caso i tasti del computer riesce a decriptare il segnale radio emesso dalle navi aliene. Quello che molti pensavano che fosse una semplice interferenze è in realtà un messaggio per gli abitanti della Terra. Inutile dirvi che il messaggio in questione non è “veniamo in pace”, anzi, è piuttosto un “vi sfrattiamo forte e chiaro”.

Levinson decide a quel punto di informare il Presidente degli Stati Uniti. Sapete come lo fa? Sfoderando l’arma segreta che ogni cittadino americano possiede, ovvero, recitando la frase «Passatemi il Presidente!» Comunque sia, grazie a Levinson, Trump riesce a mettersi in salvo, abbandonando Washington DC poco prima che quest’ultima venga distrutta da un attacco alieno. Quello che si evince dal film è che gli alieni in questione hanno un particolare astio nei confronti dei simboli  più rappresentativi degli Stati Uniti.

Distruggono la Statua della Libertà, la Casa Bianca, il Pentagono e l’ Empire State Building. Insomma, come si dice in Arkansas “la fanno veramente ciotta”. Eppure si sa che per questo genere di cose gli americani la prendono  abbastanza sul personale. In me che non si dica, la flotta aerea statunitense attacca le navi aliene. Tuttavia il risultato è alquanto deludente. Per fare un paragone, pensate agli F18 statunitensi come a dei moscerini che si infrangono sul vostro parabrezza. Agli alieni basta infatti una botta di tergicristalli per spazzare via gran parte delle forze americane. Solo un pilota riesce a salvarsi. È lo sapete perché? Perché quel pilota è il Capitano Steven Hiller alias Will Smith, e a Will Smith i raggi laser glie “rimbalzano”.

Comunque sia, la batosta ricevuta è istruttiva per gli Stati Uniti. Capiscono infatti che per vincere devono prima mettere fuori uso lo scudo deflettore che protegge le navi spaziali aliene. La trovata geniale per riuscire nell’impresa viene nuovamente a Levinson che smanettando sul suo computer riesce a trovare la password del Wi-fi  delle difese aliene. Tuttavia, c’è un incognita da superare. Per riuscire a disattivare lo scudo deflettore, Levinson deve infiltrarsi a bordo della nave  ammiraglia aliena e spegnere da lì il loro modem. Un bel problema. A quel punto interviene Will Smith, che senza esitazione, afferma «ce lo porto io il secchione da E.T.». I due partono quindi alla volta della nave nemica per compiere quella che da molti viene considerata una missione suicida. Senza svelarvi ulteriori dettagli, concludo questa recensione allegandovi una piccola clip del film dove potrete ammirare  il nostro beniamino Will Smith impartire lezioni di diplomazia  “made in USA” ad un grazioso alieno. Buona visione.

 

About Alessandro Gorini

Se è vero che il corpo umano è composto per l’80% d’acqua, io sono la prova vivente che il restante 20% è fatto per lo più di polemiche. Laureandomi in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali non è che abbia migliorato la situazione, anzi. Tuttavia, ogni tanto capita che una voce fuori dal coro dica qualcosa di sensato e nel mio caso sto ancora aspettando l’occasione giusta. Nel frattempo scrivo di cinema che è meglio.

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