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Borromini a Piazza Navona

Indubbiamente, il periodo di maggiore fortuna dell’attività di Francesco Castelli detto il Borromini (1599-1667) coincise con gli anni del regno di Papa Innocenzo X Pamphilj (1644-55), il cui elemosiniere segreto e più fidato consigliere era proprio quel cardinal Virgilio Spada (1596-1662) protettore dell’architetto ticinese. Infatti, risale proprio a quest’epoca l’ammodernamento del corpo basilicale della chiesa di San Giovanni in Laterano (dal 1644), forse il più importante incarico mai affidato al professionista.

Ciò nondimeno, sempre in quegli anni presero avvio anche altre elaborazioni, per lo più concentrate nei pressi di piazza Navona. In realtà, probabilmente, la progettazione di questi manufatti prese corpo precedentemente al periodo in esame ma il cantiere si svolse sostanzialmente in quegli anni. Ad esempio, la fabbrica della chiesa di S. Ivo ebbe principio nel 1643, mentre l’Oratorio del complesso dei Filippini – poco distante e già in opera da qualche tempo – affrontava proprio in quel momento le sue fasi cruciali. Certamente, erano costruzioni necessarie e utili al consueto svolgimento della quotidianità romana. Tuttavia, un forte incentivo dovette venire anche dalla presenza nell’intorno del Palazzo di famiglia del sovrano. Anzi, ragionevolmente, fu proprio il desiderio del Papa-Re di valorizzare la piazza su cui affacciava l’abitazione capitolina principale della sua famiglia a garantire una stabile e generalizzata continuità a queste opere che, peraltro, accrebbero anche in numero con il progetto della nuova chiesa di Sant’Agnese in Agone e della fontana dei Quattro Fiumi.

Borromini contro Bernini si è spesso affermato. In verità, forse, in questo caso sarebbe più appropriato parlare di una convivenza forzata fra i due imposta dalle volontà della committenza. Ciò però non pregiudicò la qualità delle loro proposte. Al contrario, indirettamente ne favorì una inaspettata compatibilità. D’altra parte, se per un verso il movimento della fonte sembra riecheggiare una natura viva animata dallo scorcio dell’acqua e da una fitta presenza di figure animali e antropomorfe in dialettica, per altro verso, la chiesa assorbe e amplifica questa dinamicità nell’ondulazione del suo prospetto. Così, il gesto di arretramento rispetto al filo della piazza, piuttosto che negare il ruolo centrale dell’edifico rispetto all’agorà, viceversa lo esalta, creando una vertigine: un polo d’attrazione che sembra richiamare su di sé tutta l’attenzione divenendo la discriminante del contesto e il segno identificativo stesso di quello spazio. E a tal proposito collaboravano sia i due campanili sia la cupola: un complesso di strutture in alzato vagheggiante l’ideale progetto di San Pietro immaginato da Bramante (1444-1514) e ribadito da Michelangelo (1475-1564), il quale avrebbe dovuto mostrarsi proprio a pianta centrale ed elevato secondo analoghe modalità.

Non si trattò però di un tentativo di mimesi ma di una rielaborazione in chiave moderna: una interpretazione fondata non sull’idea di inserire un modello in un contesto nobilitandone in questa maniera la percezione nella più completa autonomia quanto, piuttosto, sull’intuizione che una connessione graduata fra il monumento e il tessuto edilizio circostante avrebbe potuto costituire l’occasione per creare un ambiente controllato entro cui formulare un climax: la chiesa, per l’appunto. In tal modo, il sito ribaltava la propria condizione. Da intorno informe diventava protagonista della progettazione, giacché senza di esso l’intera composizione avrebbe perso la sua forza espressiva. In questo si manifestava il genio dell’architetto: assorbire e integrare tutti gli spunti presenti per reinventarli in qualcosa di originale secondo un processo creativo e inclusivo ma, altresì, puntualmente selettivo. E, probabilmente, questo fu anche il motivo alla base del mantenimento da parte del ticinese di parte delle strutture già completate da Girolamo (1570-1655) e Carlo Rainaldi (1611-91), primi architetti della chiesa.

Ciò nondimeno, l’azione di Borromini stravolse la concezione di partenza, unificandone le membrature e centralizzandone la lettura. Ciò avvenne attraverso l’introduzione di colonne estroflesse e l’inserimento di un alto tamburo dalla forte accezione verticalizzante fra la cupola e il corpo chiesastico sottostante. In definitiva, prese forma uno sviluppo inedito e poderoso sul piano comunicativo, adeguato tanto ai significati di magnificenza sottesi quanto all’obbligatorietà del manufatto di confrontarsi con le altre elaborazioni dello stesso Borromini là presenti nelle vicinanze: una dialettica ragiona e calibrata favorita successivamente dalla vicina rimodulazione della facciata di Santa Maria della Pace da parte di Pietro Berrettini da Cortona (1596-1669) e parzialmente compromessa solo molto tempo dopo dalla costruzione su un angolo di Piazza Navona di Palazzo Braschi (dal 1791), opera di fin troppo classicista Cosimo Morelli (1732-1812).

Bibliografia essenziale

AA. VV., Piazza Navona. Isola dei Pamphilj, edizioni Nuova Spada, Roma 1970.

About Iacopo Benincampi

Iacopo Benincampi
Sono un architetto e dottore di ricerca in storia dell'architettura moderna con la passione per il Barocco. Attualmente, aiuto a coordinare Polinice, collaboro con l'Open House di Roma e faccio ricerca d'archivio. Qui rifletto su qualche questione ed esprimo un'opinione, senza pretese.

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