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L’opera d’arte nell’epoca della sua diffusione multimediale. Riflessioni sul tema

…io credo che per godersi una città (o un quartiere) coi tempi che corrono bisogna giocare d’astuzia: evitare i templi dell’assembramento per varcare i quali c’è bisogno della spada, e intrufolarsi negli interstizi lasciati liberi dal turismo di massa. [1]

Oggi la fruizione dei beni artistici e architettonici è facilitata dalla diffusione dei mezzi tecnologici, i quali hanno permesso la fruizione del patrimonio artistico a livello non più particolare ma globale. Le opere d’arte/architettura, che fino una ventina di anni fa erano ammirate solo da colti studiosi attraverso diapositive o immagini custodite in preziosi libri, sono diventate accessibili a chiunque sia in grado di possedere una connessione internet e uno smartphone. Tuttavia, questo processo di “diffusione multimediale” ha in parte ridotto la qualità della conoscenza diretta dell’opera d’arte, seppure abbia altresì facilitato di gran lunga la conoscenza per gli studiosi che si approcciano allo studio. Si potrebbe parlare di una condizione alternante; se da una parte la conoscenza è stata resa accessibile a tutti, facilitandone quindi il godimento, dall’altra invece questa ne è rimasta danneggiata. L’opera, che veniva prima studiata e ammirata da specialisti del settore e poi raccontata e divulgata, è ora ridotta a una riproduzione della stessa o a una breve visita del monumento tra un pranzo e una cena. Il discorso si muove su due piani distinti.

Il primo lo definiremo del “fruitore incolto”, che travolto dal vortice pubblicitario dei social network è attirato a visitare un luogo specifico o a entrare in un museo per “vedere” una data opera d’arte. Per il personaggio in questione l’opera d’arte rappresenta unicamente lo sfondo “famoso” di una foto in cui l’oggetto principale è “l’io” del fruitore, che si auto-immortalerà davanti a quell’oggetto o edificio, ignaro della storia che nascondono quelle pietre, quegli affreschi o quelle pennellate su tela. Nel giro di pochi secondi quel famigerato elemento tanto ricercato, che è valso al fruitore il solo viaggio, farà il giro del mondo attraverso la pubblicazione della foto sui social network (fig.01). L’obiettivo sarà quindi raggiunto, dopo un viaggio in aereo, ore di code, pranzi in fast-food, e soldi spesi in gadget di tutti i tipi, solo quando la diffusione multimediale dell’oggetto avrà inizio. Si può parlare in questi casi di reale conoscenza? Forse, sarebbe più giusto affermare che l’opera d’arte diviene in questi casi un oggetto commerciale.

fig. 1 – Una turista si fa un selfie davanti al Partenone sull’Acropoli di Atene, 2017 (AP Photo/Petros Giannakouris) Fonte: https://www.ilpost.it/2018/04/26/turismo-don-de-lillo/

La commercializzazione dell’arte è ormai cosa bene nota a dirigenti di musei statali e fondazioni private, che negli ultimi anni, per accedere ad aiuti economici in un settore sempre in carenza hanno facilitato questo tipo di fruizione, che mette il profitto sopra il valore del bene culturale. Il museo è diventato multimediale, quasi tutti i contenitori di opere d’arte o importanti monumenti hanno una pagina Instagram o Facebook. (fig. 02) Hanno capito che per avere popolarità e non cadere nell’oblio dovevano adeguarsi ai mezzi moderni di comunicazione e diffusione pubblicitaria, condividendo continuamente foto e pubblicizzando eventi.

fig. 2 – Pagina Instagram della Galleria Nazionale d’Arte Moderna a Roma. (Foto dell’Autore)

La riflessione che sorge spontanea è capire se tutto questo possa realmente giovare al nostro patrimonio artistico e monumentale. È certo che in molti casi questa commercializzazione ha salvato dall’oscuramento e dal degrado opere d’arte e monumenti. Forse bisognerebbe semplicemente lasciare che il flusso dell’avanzamento tecnologico porti a un cambiamento del concetto di opera d’arte, ma facendo questo in parte si perderà il piacere della scoperta. Piacere che affascina da due secoli storici puri, nonché storici dell’arte e dell’architettura, alla ricerca di elementi nuovi per ricostruire un passato perduto per via dell’avanzamento del tempo. Il quesito sul reale significato dell’opera d’arte è ancora aperto e tutt’oggi quanto mai attuale.

Il secondo piano invece è quello del “fruitore colto”, lo storico dell’arte o dell’architettura, il cui lavoro è facilitato dalla diffusione multimediale dell’opera d’arte. Questo però potrebbe comportare gravi errori nella valutazione dell’oggetto di studio. Infatti, sono molti i casi in cui il fruitore in questione porta avanti delle ricerche su edifici che non ha mai visto o, per dirlo in maniera più appropriata, guardato da vicino. Le nuove tecnologie hanno costretto anche gli storici dell’arte ad aggiornarsi, creare database di catalogazione delle opere d’arte e a utilizzare programmi di riproduzione digitale di opere architettoniche al fine di poterle studiare anche solo dopo un breve sopralluogo. Uno storico dell’arte di fine ‘800 potrebbe insegnare ai giovani d’oggi quale sia il vero lavoro necessaria per la conoscenza dell’opera d’arte e di architettura. Alla fine XIX secolo, Emile Bertaux (1869-1917)[2] nel suo viaggio verso l’Italia meridionale fu capace di comprendere alcuni nessi e legami che sono sfuggiti per i secoli successivi ai grandi studiosi di medioevo del sud Italia. Il giovane storico contemporaneo, possessore di tutti i mezzi tecnologici per raggiungere, fotografare, scansionare in tre dimensioni, rimarrebbe esterrefatto dalla conoscenza dettagliata che un suo collega più di cento anni prima, senza alcun sussidio tecnologico, era stato capace di sviluppare. E questo perché il collega, fruitore colto di fine ‘800, era sicuramente parte di una cultura che oggi si è in parte dimenticata: quella del viaggio come processo scoperta e percorso di conoscenza materica. Il viaggio attraverso popoli e culture differenti alla scoperta dei monumenti. La conoscenza del luogo presso il quale l’opera d’arte fu prodotta e di quello in cui è conservata sono anch’essi parte della storia dell’arte e dell’architettura. Ci sono “memorie” che solo la popolazione autoctona potrà svelare. Il fruitore colto intelligente, infatti, sfrutterà anche parte degli scritti prodotti dagli storici locali per conoscere i segreti di luoghi a lui sconosciuti. Cesare Brandi (1906-88) era uno storico di questo calibro. Nei suoi racconti sull’architettura pugliese aveva compreso questo grande segreto, quello della conoscenza di un popolo. Oggi, il fruitore colto in questione prende un aereo, raggiunge l’oggetto della sua conoscenza – opera d’arte e architettonica che sia – passa un tempo massimo di uno o due giorni a misurarlo e fotografarlo – se si tratta di un monumento – (fig. 03) e ritorna nella sua biblioteca di città ad analizzare le foto e i disegni. La frenesia moderna, la ricerca di un’estrema scientificità e oggettività, la facilità nella riproduzione ha ridotto l’opera d’arte ad un oggetto da studiare in maniera fredda e distaccata. La diffusione multimediale e lo sviluppo delle tecnologie ha favorito la creazione di collegamenti tra elementi distanti tra loro che in passato erano più vicini di quanto oggi si possa pensare. Non ci si deve stupire se il fruitore medievale fosse in grado di viaggiare per mesi e raggiungere luoghi distanti tra loro. Il “fruitore contemporaneo colto” o “incolto” è capace di raggiungere in poche ore qualsiasi destinazione in Europa ma ha una conoscenza molto sommaria del tutto. Il vero viaggio di scoperta era “a bassa velocità”, quello che permetteva al fruitore colto di capire il motivo per cui la pietra cambiava colore, il motivo per cui un edificio avesse quelle forme o determinate decorazioni, un viaggio di scoperta che, in particolar modo per la conoscenza dell’architettura, era necessario al fine di capire l’interazione tra luoghi e scoprire patrimoni ancora ignorati, un viaggio che non è possibile compiere da un semplice computer con connessione a internet e neanche con una scansione laser 3d dell’edificio.

fig. 3 – Un gruppo di studenti impegnati nel rilievo con stazione totale di un edificio storico. Fonte: https://www.facebook.com/MasterIILivelloArchitetturaPerLarcheologia/

In conclusione, per entrambi i fruitori di cui si è parlato sarebbe auspicabile un viaggio di conoscenza delle opere d’arte e architetture animati da una sana passione che permetta l’andare oltre l’aspetto epidermico dei manufatti e ne permetta una conoscenza reale e profonda che coinvolga tutti i cinque sensi.

Architetto Arianna Carannante

 

Bilbliografia essenziale

  • W. Benjamin, L’ opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino 2000, ed. orig. 1936
  • M Bloch, Apologia della storia, Einaudi, Torino 2009 (tit orig. “Apologie pour l’histoire ou Métier d’historien” 1949).
  • C. Brandi, Pellegrino di Puglia, Bompiani, Milano 2010, ed. orig. 1976

 

[1] C. De Seta, L’arte del viaggio, Rizzoli, Milano 2016, p. 153

[2] E. Bertaux, L’art dans l’Italie méridionale. De la fin de l’Empire romain à la conquête de Charles d’Anjou, Paris-Roma 1968, 3 vol. in 4. Ristampa conforme alla prima edizione del 1903.

 

 

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