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India, un colosso paralizzato da se stesso

All’inizio della crisi economica, nel 2008, in molti scommettevano sull’imminente esplosione economica dell’India. Il secondo stato più popoloso del Mondo, sede di innumerevoli industrie delocalizzate dalle multinazionali occidentali, sembrava avere molte delle carte giuste per spiccare il volo e affiancarsi alle grandi superpotenze globali. Così non è stato, ed è molto probabile che ciò non avvenga nemmeno nei prossimi decenni. In questo articolo cercheremo di capire perché.

 

La diseguaglianza economica

L’India è una nazione enorme (circa undici volte l’Italia) e popolosa (ha il doppio degli abitanti dell’intera Unione Europea), suddivisa in stati secondo un ordinamento federale. Ogni stato presenta peculiarità storiche, religiose, linguistiche, politiche, economiche ed etniche. Per questo si parla anche di subcontinente indiano.
Amministrare una realtà così complessa sarebbe un compito difficile per qualunque politico. La crisi economica ha poi innescato nuovi processi che portano in luce tutte le contraddizioni del sistema India.

Più che nel resto del Mondo, la crisi finanziaria ha aumentato la diseguaglianza economica tra la ristretta élite alto-borghese e le sterminate masse operaie e contadine. Il PIL dell’India è quadruplicato tra il 2003 e il 2016, e la sua crescita è stimata del 6,5% per il 2018 (se tutto va bene, quello italiano crescerà dell’1,3%).
Nonostante questi dati, il PIL pro capite rimane uno dei più bassi al Mondo, e gran parte della popolazione non può godere i frutti di questo impetuoso sviluppo.
È interessante notare che uno dei motivi per cui la crisi ambientale globale non è ancora nella sua fase più drammatica sta nel fatto che 700 milioni di indiani utilizzino sterco di bovino invece del gas come combustibile per la cucina.

 

Una società divisa

La divisione è, da sempre, la cifra della società indiana.
Organizzata tradizionalmente in caste poco comunicanti tra loro, a popolazione è divisa sotto il profilo religioso in indù, musulmani, sikh, buddhisti e cristiani.
Dal punto di vista etnico, il subcontinente è un mosaico variegato che meriterebbe un saggio a parte.
Anche sul piano politico e sociale, i partiti politici indiani hanno prospettive radicalmente diverse, dall’istituzionale Partito del Congresso di orientamento socialdemocratico ai guerriglieri naxaliti del Partito Maoista, che con un esercito di 15.000 uomini ostacolano l’espansione delle multinazionali occidentali nelle aree rurali del Paese.

La questione di genere è ancora un tema tabù per gran parte degli indiani, le violenze sulle donne sono molto diffuse, e la discriminazione delle donne sul posto di lavoro è molto pesante. Negli ultimi tempi si sono registrati timidi progressi, ma l’emancipazione è ancora un traguardo lontano per la maggior parte delle indiane.

A partire all’incirca dall’inizio della crisi finanziaria globale si è venuta a creare in India una classe intellettuale colta e moderna, che parla inglese e rifiuta il sistema delle caste. Questa classe, trasversale per religione, casta e ricchezza, può forse essere il primo accenno ad una società indiana più coesa. Ma è ancora in stato embrionale, e la popolazione indiana è ancora divisa da un enorme quantità di fattori.

 

Un gigante pietrificato

Per i motivi sopra descritti, per molti decenni i governi indiani si sono concentrati sull’ardua impresa di migliorare le condizioni di vita del proprio popolo, con alterne fortune. In questo modo, però, hanno trascurato la politica estera della propria nazione, e l’India sembra oggi un colosso immobile circondato da nazioni ostili.

Cina e Pakistan si sono legati nel progetto del corridoio sino-pakistano, ovvero la costruzione di una serie di infrastrutture che verranno completate entro alcuni anni. Si tratta di una tappa nella strategia cinese della Nuova via della Seta. Con questa mossa, la Cina otterrà uno sbocco sull’Oceano Indiano, e si garantirà un alleato nella spartizione del Kashmir, dove oltre all’India e al Pakistan è presente appunto la stessa Cina.
Le relazioni tra Cina e Pakistan non sono comunque semplici, e le tensioni interne al Pakistan potrebbero rallentare il progetto di cooperazione. La Cina vorrebbe un Pakistan privo di terrorismo per mettere al sicuro i propri investimenti, ma è molto probabile che un obiettivo del genere non possa essere raggiunto in tempi brevi.
La manovra cinese favorirà il Pakistan e danneggerà l’India, e rinsalderà un’alleanza dannosa per gli interessi indiani. Tuttavia, esporrà la Cina ad attriti con l’Iran, perché tra Iran e Pakistan scorre tradizionalmente cattivo sangue. È probabile che però la Cina preferisca Islamabad a Teheran, proprio in virtù dei propri progetti egemonici.

Contro l’accerchiamento operato da Cina e Pakistan sull’Himalaya, l’India può contare su due alleati tradizionali: il Nepal e il Buthan. Il Nepal ha un’economia in forte crescita ma segnata da arretratezze e diseguaglianze. Il Buthan è uno degli stati più felici al mondo (che utilizza l’indice del Prodotto di Felicità Lordo al posto del PIL). Si tratta comunque di due pesi piuma rispetto alle superpotenze che li circondano.
Anche lo Siri Lanka e le Maldive rientrano grosso modo nell’orbita indiana, che però non va oltre. La conquista dell’Africa da parte dell’economia cinese ha visto una risposta molto debole da parte dell’India, nonostante la presenza di emigrati indiani di lungo corso in numerose nazioni africane.

Gli Emirati Arabi Uniti, approfittando della crisi in Yemen, stanno operando un’annessione de facto dell’arcipelago di Socotra, ma anche questa mossa è avvenuta totalmente indisturbata.

È evidente che l’Oceano Indiano non sia un Lago Indiano, e vede una capacità di intervento minima da parte dell’India.

Anche la spaventosa crisi umanitaria che coinvolge il Bangladesh, altro alleato storico dell’India, vede questa incapace di fornire un qualsiasi aiuto. Qui circa mezzo milioni di profughi Rojynga vivono in condizioni durissime a ridosso della frontiera con la Birmania. Una situazione che non è destinata a migliorare.

A causa dei suoi problemi interni, quindi, l’India è un gigante immobile, con una scarsissima capacità di intervento in politica estera, e una proiezione strategica molto limitata. L’unico modo che ha questo colosso per giocare un ruolo di potenza di primo piano è quello di risolvere le proprie contraddizioni. Ma questo, osservando la storia recente dell’India, potrebbe non avvenire mai.

Realpolitik: un vicolo cieco?

In un articolo di Limes del 21 maggio scorso è stato tradotto un brano che tesseva gli elogi del sistema di politica estera basato sulla Realpolitik.
Nel pezzo, l’autore Elmar Hellendoorm addebita la divisione dell’Europa in materia di politica estera alla mancanza di Realpolitik. Solo con una nuova generazione di studiosi di analisi politica dura l’Europa può uscire dalla propria impasse diplomatica.
Cina e Russia sono gli avversari di sempre, ma gli USA ci hanno lasciato scoperti nei loro confronti. Per questo, dobbiamo affrontarli da soli, lasciando da parte inutili idealismi.

L’autore accusa le sinistre europee del ’68, che tacciavano di conservatorismo chi considerasse la Cina un avversario, di essere responsabili delle attuali derive populistiche.
Si tratta di affermazioni talmente azzardate e schematiche da risultate persino grottesche. Le sinistre europee preferivano Mao Zedong a De Gaulle per motivi ideali ed ideologici che non possono essere paragonati alla postideologia degli attuali populismi.
Ma oltre a questa nota polemica, la  realpolitik di cui parla Hellendoorm può essere considerata un esempio positivo?
Un altro articolo, comparso stavolta sul Guardian e firmato Evgeny Morozov, può aiutare a sciogliere questa matassa.

Anzitutto cosa si intende per analisi geopolitica dura? Secondo questa scuola la diplomazia dovrebbe seguire esclusivamente un calcolo di interesse. Questo interesse si baserebbe su elementi reali come l’economia, la geografia, la finanza, la demografia, la potenza militare. Solo in secondo piano vengono elementi considerati ideali, come le differenze culturali e religiose.
Hellendoorm esalta la scuola di analisti politici statunitensi. Sono i cosiddetti think tank che sta dando agli USA un indirizzo realistico in politica estera. Ma l’autore deve poi ammettere che gli Stati Uniti siano una potenza “in relativa crisi”.
Si tratta due affermazioni sbagliate dalle fondamenta oltre che contraddittorie.

Gli USA, in particolare dopo la caduta del Muro di Berlino, hanno collezionato una sequela di fallimenti geostrategici. Dalla disastrosa destabilizzazione dell’Iraq alle imprese in Somalia e in Jugoslavia (dove la NATO ha avuto successo grazie al solido apporto europeo), alla guerra infinita in Afghanistan. Se questi fallimenti sono merito della nuova élite di analisti duri del Pentagono e della Casa Bianca, c’è poco da sperare nella teoria da cui traggono ispirazione.
Che gli Stati Uniti siano in relativa crisi come scrive Hellendoorm è innegabile. Ma da che punto di vista lo sono? L’economia statunitense è in rapida espansione, l’ascesa demografica procede sostenuta, la disoccupazione al 4% e in diminuzione, le spese militari in aumento, le esportazioni stabili, l’industria culturale sempre più pervasiva nel resto del Mondo.
Secondo i parametri presi in considerazione dall’analisi geopolitica dura, insomma, gli USA non sono affatto in crisi. Eppure appare evidente che lo siano.

 

L’analista ed esperto di tecnologia Evgeny Morozov ha affermato in un recente articolo che ad essere in crisi è soprattutto l’idea di villaggio globale a guida statunitense. Questa idea, elaborata negli anni ’90, era una delle varie declinazioni del concetto di “fine della Storia”: Grazie al proprio predominio tecnologico nel mondo dell’informatica, gli Stati Uniti avrebbero guidato la Rivoluzione Digitale risultando la potenza egemone globale non solo sul piano economico-militare, ma anche sotto il profilo della creazione dell’immaginario.

Oggi il quadro sembra molto diverso.
Cina e Russia utilizzano social network controllati e alternativi a quelli occidentali e censurano i motori di ricerca con la complicità delle aziende statunitensi. Non solo, ma il mercato degli hardware non è più monopolio USA come lo era vent’anni fa.
Questo non vuol dire che gli Stati Uniti non siano il principale gestore del settore digitale. Ma, come sottolinea Evgeny Morozov, adesso gli USA devono difendere i propri interessi in questo campo, come nel caso dell’iniziativa di Trump di riportare le fabbriche del colosso Qualcomm negli Stati Uniti.
In altre parole il protezionismo statunitense, così marcato al G7 da essere apparso addirittura brutale, non è altro che la battaglia di retroguardia di una potenza che sta perdendo la propria egemonia.

Tornando alla realpolitik statunitense così osannata da Elmar Hellendoorm, questa è espressione di una potenza in pieno declino. Forse le azioni di Donald Trump ritarderanno questo declino sul piano economico, ma si stanno risolvendo in una débâcle diplomatica e di immagine.
In questo fallimento di apparenza più che di sostanza, si può cogliere l’ineluttabilità della crisi dell’egemonia statunitense.
Se l’Unione Europea dovesse intraprendere questa stessa strada, potrebbe combattere battaglie di retroguardia che la vedrebbero alla lunga sconfitta, se non sui dati delle statistiche economiche, sicuramente sotto il profilo dell’affidabilità, dell’autorevolezza e dell’incisività diplomatica.

La guerra commerciale tra America e Cina

La guerra commerciale instauratasi tra l’America di Trump e la Cina appare esser solo all’inizio. Il presidente Trump si sta rivelando un uomo di parola e alle promesse elettorali della campagna del 2016 sta facendo seguire i fatti. Corretti o meno che siano, dall’abbattimento delle tasse alla limitazione dei visti per alcuni Paesi musulmani, nulla al momento sembra poter fermare il raggio d’azione del presidente statunitense.

DAZI E CONTROMISURE DI PECHINO – La guerra commerciale dell’America alla Cina vede oltre 1.300 beni, importati da Pechino, subire nelle prossime settimane un incremento di tassazione del 25 per cento, per un totale di 50 miliardi di dollari. La guerra dei dazi con cui il presidente Usa Donald Trump vorrebbe blindare la produzione Usa prosegue, e il governo cinese ha annunciato misure simmetriche, nonché un ricorso alla Wto.

Da prinicipio Washington, al fine di agevolare alcuni Stati fondamentali della federazione passati con le presidenziali ai Repubblicani, ha introdotto una tassa del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio importato negli Usa.

Per alcuni analisti il motivo che si nasconde dietro una scelta senza precedenti, pensata dalla Casa Bianca, è di denunciare il surplus della Cina verso gli Usa che si attesta intorno ai 300 miliardi, pari al 65% del totale.

Di sicuro Pechino non è restata a guardare e ha risposto con l’applicazione di dazi del 15 per cento a 120 categorie di beni tra cui generi alimentari.

IL RUOLO DELL’UNIONE EUROPEA – E’ chiaro che si trovi nel mezzo della partita giocata tra Washington e Pechino anche Bruxelles, che se da un lato subisce essa stessa il surplus commerciale della Cina, dall’altro teme di poter esser risucchiata in una guerra commerciale senza regole. L’Europa un po’ minaccia, un po’ trema, soprattutto per quanto riguarda la Germania, prima vittima delle turbolenze su prodotti come l’acciaio.

Dazi Usa: Ue, no a guerra commerciale ma risponderemo a Trump 

La commissaria al Commercio, Cecilia Malmstrom, al termine del Collegio dei Commissari a Bruxelles che ha esaminato la decisione dell’amministrazione Trump di introdurre dazi su alluminio e acciaio ha dichiarato che:

“Una guerra commerciale tra Europa e Usa non è nell’interesse di nessuno, ci sono solo perdenti in una guerra commerciale”, ma “se gli Stati Uniti continueranno su questa strada, l’Unione europea reagirà in maniera proporzionata e equilibrata per proteggere i posti di lavoro e l’industria europea”.

 “Non vogliamo procedere a una escalation, ma non possiamo restare con le mani in mano se delle misure così gravi venissero attuate danneggiando l’economia europea”, ha detto Malmstrom.

E L’ITALIA? – Discorso differente per l’Italia, la quale dalla guerra commerciale potrebbe guadagnare quasi un miliardo di euro nei prossimi due anni. Mentre per l’Europa si parla di un bottino aggiuntivo compreso tra i 3,9 e i 7 miliard, con problematiche per alcuni segmenti industriali del centro continente. A fare i calcoli è  stato il capo ricerca macroeconomica di Allianz e chief economist di Euler Hermes il dottore Ludovico Subran. Al momento quindi quelle che giungono dal rapporto teso tra Pechino e Washington sono buone notizie per l’Europa.

 

WTO: ESSERE O NON ESSERE? –  Sicuramente meno rassicuranti per il WTO he è alla sua prima grande prova dalla sua fondazione, e dovrà dimostrare se essere un vero player geoeconomico o di restare un organismo di studio. Infatti al pari delle altre organizzazioni internazionali, l’OMC non ha un effettivo e significativo potere per sostenere le proprie decisioni nelle dispute fra paesi membri: qualora un paese membro non si conformi ad una delle decisioni dell’organo di risoluzione delle controversie internazionali costituito in ambito WTO quest’ultimo ha la possibilità di autorizzare delle “misure ritorsive” da parte del paese ricorrente, ma manca della possibilità di adottare ulteriori azioni ritorsive; ciò comporta, ad esempio, che i paesi ad economia maggiormente sviluppata e solida possono sostanzialmente ignorare i reclami avanzati dai paesi economicamente più deboli dal momento che a questi ultimi semplicemente mancano i mezzi per poter porre in atto delle “misure ritorsive” realmente efficaci nei confronti di un’economia fortemente più solida che obblighino quindi il paese verso il quale il reclamo è indirizzato a cambiare le proprie politiche; un esempio di tale situazione è rintracciabile nella controversia DS 265 che ha dichiarato illegali i sussidi statunitensi alla produzione del cotone. Sempre gli USA di mezzo per il WTO, ma questa volta Ginevra avrà effettivo potere su uno Stato (realmente) sovrano come gli Stati Uniti d’America?

Approfondimento: Un anno di Trump – Atlantico

È trascorso all’incirca un anno dall’insediamento di Donald Trump alla casa bianca. Chi un anno fa gridava alla fine del Mondo, è stato smentito: il Mondo è ancora in piedi. Ma sta già iniziando a cambiare per l’azione diretta di un presidente USA.

In questo articolo tenteremo di analizzare i principali mutamenti nei rapporti di forza internazionali provocati dall’operato del presidente statunitense, focalizzandoci sullo scacchiere dell’Oceano Atlantico.

Stati Uniti: La politica interna non è stata finora il cavallo di battaglia di Donald Trump. La quarantacinquesima presidenza degli Stati Uniti si è aperta all’insegna degli scandali: il Russiagate ha gettato fin dalle prime settimane l’ombra dell’impeachment sul presidente. Tuttavia questa minaccia, forse la più grave per il consenso interno di Trump, non ha sortito finora gli effetti desiderati, ed è molto difficile che riesca a farlo nell’immediato futuro: nonostante un congresso sostanzialmente paralizzato, Trump non ha mai perso l’appoggio dei repubblicani, almeno non al punto da innescare il processo di impeachment.
Gli altri scandali che hanno afflitto l’amministrazione, dalle affermazioni oscure e ambigue sulla strage di Charlotteville (che hanno innescano le dimissioni di decine di funzionari e consiglieri in carica dall’epoca Obama) alle relazioni con attrici pornografiche prezzolate, non hanno per ora sbalzato di sella Trump. Hanno però portato ai minimi il consenso popolare per il presidente statunitense, consentendo all’opposizione repubblicana di rafforzarsi costringendo Trump in una condizione estremamente precaria.
Indebolito all’interno, Trump ha usato con spregiudicatezza la carta della politica estera per risollevare il consenso e dare l’idea di un presidente forte. Questo non tanto perché Trump abbia una visione chiara in politica estera, quanto perché è un campo in cui può agire direttamente senza dover consultare continuamente il parlamento.
Vale la pena però ricordare che il segretario di stato statunitense, Rex Tillerson, ha spesso dimostrato il proprio dissenso nei confronti di Trump, addossando il grosso delle responsabilità dell’attuale politica estera sulle spalle di Donald Trump.

Canada: Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi ha isolato il gigante nordamericano da una serie di alleati tradizionali tra cui il Canada, storico partner commerciale nella fornitura di materie prime, non da ultimo gli idrocarburi estratti tramite fratturazione idraulica.
Per qualche tempo i rapporti rimarranno ancora particolarmente stretti, anche perché la politica ecologica promessa dal primo ministro canadese Justin Trudeau è stata per ora molto tiepida. Ma è probabile che sul lungo periodo la scelta di Trump peserà sulle relazioni con il “grande vicino del nord”.

America centrale e caraibi: Eletto su un’onda di razzismo e intolleranza verso la minoranza etnica latinoamericana, Donald Trump aveva promesso mari e monti nei confronti del Messico: dall’idea di un muro che lo ghettizzasse impedendo ai suoi immigrati di fuggire verso gli Stati Uniti, a misure concrete per fermare la delocalizzazione di imprese statunitensi in Messico fino all’espulsione di milioni di immigrati.
Praticamente nessuna di queste proposte è stata finora attuata, ma questo non vuol dire che i rapporti con il Messico siano ottimali, e sono probabilmente destinati a peggiorare.
Con Cuba, invece, Trump è tornato sulle posizioni tradizionali statunitensi. Dopo aver annunciato già a giugno un “ritorno al passato”, a Novembre ha firmato nuove norme che rendono più difficoltosi non solo i rapporti commerciali, ma lo stesso viaggio da e per l’isola caraibica. Non si tratta di un vero e proprio ritorno all’embargo, ma potrebbe essere un primo passo in questa direzione.
Lo scopo è evidente: destabilizzare il regime cubano e “rendere libera l’isola”. Il processo di normalizzazione intrapreso da Obama è stato annullato da questa azione. Potrebbe trattarsi di una mossa controproducente: è chiaro che il comunismo a Cuba è ormai agli sgoccioli, ma su ciò che seguirà c’è molta incertezza. Mostrandosi concilianti, gli Stati Uniti avrebbero potuto far leva sul proprio soft power per guidare il processo di transizione. Adesso, invece, si torna ad un approccio puramente oppositivo, che lascia poco spazio ad una diplomazia pacifica.

Sud America: Le vittorie del neoliberista Mauricio Macri in Argentina a ottobre e del conservatore Sebastiàn Piñera in Cile a novembre hanno spostato decisamente a destra l’asse politico dell’America Latina. Sommati all’insediamento di Michel Temer in Brasile, questi successi della destra filo-americana hanno definitivamente sepolto i sogni di grandi coalizioni bolivariane in grado di fare fronte comune rispetto agli USA.
Anche in Colombia la pacificazione nazionale a seguito della resa delle FARC ha rinsaldato la leadership del governo conservatore filo-statunitense.
Gli unici stati che ancora manifestano la propria opposizione agli USA sono la Bolivia e il Venezuela. Economicamente irrilevante, la Bolivia di Morales non costituisce un vero ostacolo agli USA. Altro discorso riguarda il Venezuela retto dall’erede di Chavez, Nicolas Maduro.
Il vero colpo al Venezuela lo ha inferto a ben vedere l’Arabia Saudita, con la propria politica di vendita di petrolio a prezzo ribassato. Questa mossa, iniziata già nel 2016 in spregio agli accordi dell’OPEC (di cui anche il Venezuela fa parte) è servita a danneggiare un rivale storico dei sauditi, l’Iran, con la sua alleata Russia. Il Venezuela è stato in un certo senso un “effetto collaterale” di questa guerra. Eppure da nessuna parte come nella patria del nuovo bolivarismo la crisi petrolifera ha fatto sentire i suoi morsi.
Privo di un’economia differenziata, dipendente in tutto dalle fluttuazioni del greggio, il Venezuela è semplicemente collassato. I maldestri tentativi del governo di porre un freno all’inflazione galoppante si sono risolti in un disastro, e i partiti dell’opposizione borghese hanno fatto leva su un’opinione pubblica stremata per mettere in ginocchio il governo. Maduro, com’è noto, ha risposto con il pugno di ferro esacerbando ulteriormente il clima di tensione.
I legami tra l’opposizione neoliberista e gli Stati Uniti non sono un mistero, e Trump ad agosto ha ventilato di voler intervenire militarmente. Quest’ipotesi, per fortuna, non si è ancora concretizzata, ma non è detto che non venga tirata fuori nel caso in cui la crisi economica dovesse perdurare.

Il continente sudamericano rimane con ogni evidenza il giardino di casa degli Stati Uniti, e forse non è mai stato così strettamente a rimorchio degli USA dall’11 settembre ad oggi.

Unione Europea: Sul continente europeo il potere statunitense sta scricchiolando da diversi anni, ma la presidenza Donald Trump sembra costituire una cesura netta, e una cesura senz’altro negativa.
Nel 2001 gli stati europei intervennero prontamente in Afghanistan al fianco degli Stati Uniti.
Nel 2003, in un contesto molto diverso, furono molte meno nazioni a seguire Bush nella sua impresa contro Saddam.
Nel 2014, in occasione della crisi ucraina, gli Stati Uniti di Obama cavarono d’impaccio un’Unione Europea titubante e ingessata. Ma gli Stati Uniti hanno agito facendo i propri interessi, non quelli dell’UE, cercando di contenere l’espansionismo della Russia tramite le sanzioni economiche, che hanno danneggiato l’economia russa tanto quella europea.
Con l’insediamento di Donald Trump, la Germania e la Francia hanno deciso di premere l’acceleratore sul processo di unità europea. È stata elaborata la teoria dell’Europa a due velocità in un’ottica di maggiore integrazione (per quanto a livello ideale ciò rappresenti una contraddizione).
Le elezioni in Francia hanno posto un argine al populismo, che sembrava dovesse dilagare nel 2017 in tutta Europa. Con esse è stato investito del mandato popolare un presidente estremamente attivo in politica estera.
Macron sembra pronto a negoziare i termini della nuova UE con il governo di Angela Merkel, ancora in via di formazione dopo il risultato incerto delle elezioni tedesche di settembre.
Donald Trump considera l’Unione Europea come un rivale economico, e non nasconde la sua ostilità verso le istituzioni europee. Per questo, ha fatto capire alla Russia di lasciare ampi margini in Est Europa, lasciando l’UE a confrontarsi da sola con il grande vicino d’Oriente.
La Commissione Europea, però, non si è scoraggiata e ha anzi posto le basi per la realizzazione di un sistema militare comunitario. Un altro mattone nella costruzione di un’Europa Unita.
Se le tendenze della politica estera di Trump dovessero rimanere queste, è probabile che l’UE, costretta a muoversi in autonomia, proceda sempre più spedita verso un processo di unità politica e diplomatica oltre che monetaria.

I più pessimisti, un anno fa, prospettavano un accerchiamento dell’Europa da parte di regimi più o meno populisti, più o meno conservatori e variamente ostili. A un anno dall’insediamento di Trump, la situazione appare ribaltata: l’ondata di populismo sembra essersi arrestata, e l’UE pare aver trovato le forze per affrontare di buona lena i numerosi problemi che l’affliggono.

Gran Bretagna: Con la rielezione di Theresa May a giugno, la prospettiva di un asse populista-conservatore tra USA e Regno Unito è definitivamente sfumata. Nonostante le simpatie reciproche, i governi di May e Trump sono troppo deboli e troppo isolazionisti per costituire un fronte comune credibile.

Russia: Insidiato dallo scandalo del Russia-Gate, Trump ha preferito mantenere un basso profilo nei confronti della Russia. Gli unici incontri tra Trump e Putin sono avvenuti in occasione del G20 dello scorso luglio e dell’incontro della Cooperazione Economica Asiatico-Pacifica, a novembre. Non c’è finora stato un summit bilaterale che abbia permesso un confronto diretto tra i due presidenti.
I rapporti tra Russia e USA sembrano migliorati rispetto al secondo mandato dell’amministrazione Obama. Le relazioni sembrano improntate ad un sostanziale laissez-faire reciproco. Con l’eccezione importante dell’attacco missilistico degli USA in Siria il 6 aprile 2017, gli Stati Uniti sembrano non voler intralciare gli interessi russi in Medio Oriente e in altre aree strategiche.
È probabile che questo rapporto di buon vicinato sia destinato a durare, perché Trump sembra non avere una strategia interventista programmatica, con l’unica eccezione della Corea del Nord. Lasciare spazio alla Russia significa anche mettere in difficoltà l’Unione Europea, un obiettivo fondamentale della strategia trumpiana.

Vicino e Medio Oriente: Molto si è scritto a riguardo della situazione mediorientale, anche su questa rubrica, per cui non ci dilungheremo qui su tale scacchiere.
Condensando il ragionamento di Trump sull’area, si può dire che Trump stia cercando un riavvicinamento agli alleati tradizionali, Israele e Arabia Saudita, in una classica ottica da presidente repubblicano.
Questo riavvicinamento, in funzione smaccatamente anti-iraniana, ha portato Trump a decisioni estreme, come l’annuncio dello spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme e l’abbandono dell’UNESCO. Due mosse che hanno molto riavvicinato USA e Israele dopo la tacita ostilità dell’era Obama, ma che allo stesso tempo hanno isolato i due stati rispetto al resto della diplomazia mondiale.
In Arabia Saudita, a giovarsi dell’appoggio statunitense è soprattutto l’ambizioso principe ereditario Mohammad Bin Salman, artefice dell’intervento saudita in Yemen, dell’embargo al Qatar e di una serie di purghe che hanno portato al processo di decine di ministri, nobili e politici sauditi.
La politica del deprezzamento del petrolio sta facendo il gioco degli Stati Uniti, danneggiando la Russia, l’Iran e “stati canaglia” come il Venezuela. Questa politica rischia però di danneggiare economicamente l’Arabia Saudita, sul lungo periodo, ed è quindi probabile che venga presto ridimensionata o abbandonata.

Africa: Con l’eccezione di Libia ed Egitto, da diversi anni l’Africa non è più nell’agenda politica statunitense. Dopo la disastrosa campagna somala dell’inizio degli anni ’90, le forze statunitensi sembrano non voler rimettere piede nel continente africano (ancora, con l’importante eccezione della Libia).
L’Africa sta affrontando un momento critico dal punto di vista politico, demografico ed economico, e tutto lascia pensare che sarà la vera protagonista del XXI secolo. Per ora, comunque, è un continente ancora poverissimo e in lenta crescita, dove gli interessi economici occidentali, dopo la crisi del 2007, si sono ridotti notevolmente.
In Africa, con l’imponente progetto della Nuova Via della Seta, si sta imponendo un altro colosso: la Cina. Ma di questo parleremo nel prossimo articolo.

In sintesi: Sullo scacchiere dell’Atlantico la politica di Donald Trump ha conosciuto alterne fortune, ma non ha saputo esprimere una chiarezza programmatica, né una visione lineare degli scopi da perseguire. Trump si è incanalato in molti dei ragionamenti tradizionali dei repubblicani statunitensi (gli stati canaglia, la vicinanza a Israele e Arabia Saudita), ma si è profondamente distaccato da altri (l’egemonia in Medio Oriente, l’ostilità verso la Russia).
In generale, la politica estera di Trump sta alienando i favori degli USA in molti organismi internazionali (UE, ONU ecc.), e sta favorendo indirettamente il sorgere di nuove potenze regionali. È possibile che in futuro questa fase possa essere identificata con l’inizio del declino degli Stati Uniti d’America come potenza egemone globale.

La nuova Via della Seta e i suoi protagonisti

Alla scoperta de La nuova via della seta è una rete di itinerari commerciali, interessi economici e accordi geostrategici.

La seta, da sempre uno dei tessuti più preziosi, solo a pronunciarne il nome si ha la sensazione di delicatezza e leggerezza, è un attimo che ci si immagini avvolti in una stola. Lussuosa e rara, per averla in antichità era necessario recarsi fino in Cina che custodiva il segreto per la sua realizzazione, almeno fino al settimo secolo quando la sua lavorazione venne esportata in altri paesi. Per capriccio, vanità, curiosità o affari, quella stoffa così pregiata attraeva mercanti pronti a ricambiare la Cina di cavalli, pellicce o altri materiali come la giada, il vetro, l’avorio. E così il drappo prezioso ha dato il nome a una delle più antiche e famose vie commerciali della storia: “la via della seta”. In realtà non si tratta di un’unica via, ma di un certo numero di antiche vie commerciali che collegavano la Cina con paesi centro asiatici, una vasta estensione territoriale dalla Cina alle sponde del Mediterraneo orientale. Viaggiatori, invasori e conquistatori, paesaggi esotici, profumi e spezie, il deserto. Passato e presente, perché quella via di scambi commerciali esiste ancora. Certo, non è più percorsa e attraversata da carovane e cammelli ma non ha perso di mistero, la sua rotta infatti ha attirato l’attenzione e gli interessi di un triangolo particolare: Mosca-Pechino- Teheran. La Nuova via della seta dunque è una rete di itinerari commerciali, dalla Cina al Mediterraneo, attraversando l’Asia centrale e l’Iran.

Il polo orientale di questo flusso è da sempre costituito dalla Cina, mentre quello orientale dall’Iran, al quale si deve la diffusione nell’Impero romano prima e bizantino poi, fino a tutto il mondo cristiano, della seta cinese. Ad oggi, negli anni delle sanzioni, la Cina si è ritagliata un ruolo d’onore, prendendo in Iran il posto dell’Europa. È dal 2016 infatti, da quando Xi Jinping si è recato a Teheran per intensificare i rapporti con Pechino.

Il boom commerciale tra i due paesi si è realizzato tra il 2005 e il 2013, durante i due governi dell’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad, per un valore di 45 miliardi nel 2011. L’inasprimento delle sanzioni economiche verso l’Iran poi, deciso da una parte della comunità internazionale a febbraio 2012, ha indirettamente favorito, in modo particolare sul piano economico, la Cina. Infatti, nel momento in cui l’esportazione del petrolio verso i paesi occidentali ha subito un forte calo, è stata proprio la Cina a ritagliarsi una posizione di rilievo come partner commerciale dell’Iran. Gli accordi prevedevano un accesso a dir poco monopolistico al petrolio persiano in cambio di beni, servizi e investimenti, poiché a causa delle limitazioni bancarie dovute alle sanzioni contro Teheran rendevano operazioni finanziarie praticamente impossibili. Nel frattempo quei paesi europei come la Germania o l’Italia che dagli anni Ottanta ai Duemila avevano avuto un ruolo importante nell’asse commerciale con l’Iran, hanno perso diverse posizioni. La Cina poi, in quanto principale competitor economico degli Stati Uniti si è dimostrata un partner molto più appetibile data l’impostazione anti americana della Repubblica Islamica.

54 miliardi di dollari il valore dello scambio commerciale tra i due paesi al 2014, inoltre almeno un terzo delle esportazioni di Teheran era diretto verso Pechino che ha continuato ad investire anche al confine con l’Iraq dove i Pasdaran la fanno da padrone: energie, infrastrutture, porti e immobiliare, fino all’energia.

Al 2015 dunque, la Cina era il più importante cliente per l’Iran, con circa il 50% dell’export petrolifero persiano e allo stesso tempo Teheran la sesta fonte di approvvigionamento di petrolio per Pechino, dopo l’Angola e l’Arabia. L’alleanza politico- economica tra i due paesi va ad ulteriore vantaggio della Cina, permettendogli di mantenere un’influenza nell’area mediorientale e caucasica. L’Iran è diventato poi il fulcro della OBOR, ovvero la “One belt, one road” cinese, una rete di infrastrutture su scala regionale, in particolare ferrovie ad alta velocità, con lo scopo di concentrare gli investimenti cinesi in Asia centrale. Questo sviluppo era già stato previsto a Ufa nel 2015, dove si erano tenuti ben due summit, quello dei paesi emergenti BRICS e quello dell’Organizzazione per la cooperazione di Shangai. Quest’ultima avrebbe potuto inglobare nel suo marcato realtà non ex sovietiche come India, Pakistan e Iran, rilanciando così una sorta di triangolo Mosca-Pechino-Teheran. Russia e Iran infatti, per una serie di motivi, dal condiviso sentimento anti americano, alla comune volontà di tutelare gli “amici” del Levante, come il regime di Bashar Assad in Siria, si erano ritrovate in una nuova alleanza, superando le incertezze reciproche. Dal 2015 ad oggi poi la cooperazione tra Pechino e Teheran si è ulteriormente rafforzata, infatti le esportazioni Iraniane in Cina sono sensibilmente aumentate nella prima metà del 2017.

La cosa certa è che la Via della seta non vive solo in racconti millenari e memorie esotiche, ma nella quotidianità delle manovre e degli accordi geostrategici, dall’Asia al Medio Oriente, all’Europa, in un flusso di commerci ed interessi in continua evoluzione.

Se il detto dice “tieniti stretto gli amici e ancora di più i nemici”, in questo caso vale il contrario. Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran aveva dato voce al suo paese dicendo che l’Iran non si sarebbe mai dimenticato dell’amico Cinese, presente e attivo nel momento di difficoltà e isolamento.

La razionale strategia di Kim Jong-un

Kim Jong-un è un personaggio da molti deriso e non preso sul serio, ma le sue azioni rivelano un’estrema razionalità. Il riso che provoca in molti occidentali risiede nel non aver ancora appreso l’insegnamento di Montesquie contenuto in “Lettere Persiane”. Opera pubblicata anonimamente nel 1721 ad Amsterdam racconta lo scambio epistolare fra due persiani che viaggiano in Europa, Usbeck e Rica. Questo saggiò offrì a Montesquieu l’espediente per pubblicare, in forma di lettere, brillanti saggi nei quali la società e le istituzioni (francesi innanzi tutto), sono descritte secondo moduli relativisti, adottando il punto di vista di esponenti di una cultura diversa da quella europea. Con satira sferzante, vi si traccia un quadro disincantato dell’assolutismo francese. Ora basta ribaltare i ruoli e all’appellativo “francese” sostituire “occidentale”.

E’ nella relatività dei costumi teorizzata e portata alla luce da Montesquie che s’insidia l’incapacità occidentale di saper riconoscere l’estrema e lucente accuratezza del programma di Kim Jong-un. Allo stesso tempo e modo l’opinione pubblica occidentale non è in alcun modo capace di declinare l’enorme pericolosità delle armi a disposizione del dittatore nordcoreano. Guida suprema della Repubblica Popolare Democratica di Corea, Kim Jong-un ha studiato alla Scuola Inglese Internazionale di Berna sotto pseudonimo e secondo un suo ex cuoco personale, Kim Jong-un sa parlare coreano, inglese, francese e tedesco.

Nell’ultimo anno è particolarmente cresciuta la capacità militare e tecnologica della Corea del Nord, dai test missilistici fino al possedimento della fatidica bomba H, il paese asiatico si è reso protagonista di una forte accelerazione. Un’accelerazione della produzione e capacità tecnico militare che prosegue il solco dinastico a comando della Corea del Nord da decenni.

Seguendo il tratto di conoscenza della società per la comprensione di un popolo, come l’insegnamento di Montesquie richiede, diviene essenziale lo studio dei fondamentali della società nordcoreana. Attraverso ciò si comprenderà il quadro razionale della strategia dello Stato Comunista. Ciò, potrebbe portarci a conclusioni personali ben diverse dalla comoda e dannosa riduzione a nevrosi psicotica della politica estera nordcoreana.

Poc’anzi ho definito la Corea del Nord come un paese comunista, la cui origine dottrinale è confermata dalla storia, ma il cui sviluppo è certamente fuori ogni possibilità di categorizzazione politica, rappresentando pertanto un unicum. Tra i primi fondamentali di un Paese, dopo la descrizione della sua forma di governo e del suo apparato militare vi è imprescindibilmente l’economia. Inaspettatamente e incredibilmente, in antitesi alle previsioni di molte agenzie di rating e analisi, la Corea del Nord ha registrato una crescita del Pil che nell’ultimo biennio è cresciuto dall’1% al 4%. Ciò non ha però portato alcun beneficio alla popolazione, che viene considerata dalle Nazioni Unite tra le più povere del mondo.

La Corea del Nord ricerca un’attenta e scrupolosa “strategia della crisi”. E’ infatti attraverso lo stato di mobilitazione continua e di massa che mantiene saldi i fili del regime sulla popolazione. Ed è sul mantenimento del potere sulla popolazione e dello status di Guida Suprema della Corea del Nord che si gioca la partita di Kim Jong-un.

«La Corea del Nord considera il suo riconoscimento come una potenza nucleare da parte della comunità internazionale – spiega l’editorialista del Corriere Franco Venturini – l’unico modo per garantire la sicurezza e la durata del regime».

Ottenere lo status di paese nuclearizzato permetterebbe a Pyongyang di essere considerata al pari delle grandi potenze. Il grande errore di questa prassi, ormai consolidata a livello internazionale, è stata colpa dell’incapacità della diplomazia anglo-francese degli anni novanta, assai diversa dell’attuale, che portò alla non belligeranza di fronte i test nucleari di Paesi come India e Pakistan nel 1998. Potenze regionali, ma non globali.

Oggi raccontare la crisi nordcoreana come un duello tra eccentrici leader, Trump e Kim Jong-un, è un’evidente sottovalutazione delle forze e degli interessi in campo.

Negli ultimi mesi nei momenti di maggior tensione, Kim Jong-un sembra sempre in grado di poter controllare la partita. Conosce i suoi limiti ed i suoi punti di forza. E’ consapevole che per gli Stati Uniti l’opzione militare resta ancora troppo rischiosa. Sebbene il Pentagono sia operativamente capace di compiere azioni belliche durature ed efficaci nell’area da oltre un mese.

Allo stesso tempo si inseriscono nella partita gli interessi della Cina. Pechino ha da tempo, anche attraverso un recente embargo di petroli e gas, messo in crisi i rapporti con la Corea del Nord. Ciò non rende  però favorevole l’ipotesi di un attacco militare terzo contro Pyongyang da parte cinese. La destabilizzazione del paese avrebbe come prima conseguenza l’esodo di milioni di profughi. E, scenario ancora peggiore, la prospettiva di una riunificazione coreana, magari sotto la regia americana e la forte compresenza della NATO.

Alla luce di queste considerazione Kim Jong-un si deve necessariamente considerare un valido e cosciente stratega. Una strategia dai contorni spaventosi, ma alla luce della partita metaforicamente portata sugli scacchi, rendono Kim Jong-un un re lucido e con una strategia razionale. Una razionale e lucida follia.

Gli Usa di Trump e l’Europa sul fronte migrazioni: compagni di merende

Proprio così, compagni di merende. Precisiamo però in che termini. A scuola ci sono sempre stati a ricreazione i gruppetti che fluttuano per le scale e i corridoi, quelli che quando esci dalla classe​ sono talmente ben trapanati negli stessi posti a parlare delle stesse cose che tu, il vecchio e​caro lupo solitario sfigato, sei costretto ad attuare il vecchio e caro slalom per non incapparci dentro. È un percorso difficile quello. Quando​andavo a scuola io c’era una grande varietà di gruppetti che per quanto considerassi del tutto naturali mi hanno sempre fatto molto ridere. Sembravano tutti molto diversi, chi portava le Vans, chi le All Star, qualcuno quache celtica qua e là e qualcuno falce e martello​.

Rigorosamente o​gnuno si indignava per l’atteggiamento ​e le ostentazioni degli altri. Ci ho pensato a lungo a quale gruppo potessi appartenere, così per naturale curiositas adolescenziale, e sono giunto alla conclusione che tanto far parte di tutti sarebbe stata la cosa migliore ​in quanto nonostante si impacchettassero in vestiti e toni ​diversi, avessero colonizzato angolini dei corridoi ben distinti mangiavano tutti la stessa merenda. Cambiava la confezione, ma la sostanza era sempre la stessa.

​ In fondo dunque erano compagni di merenda.​

A partire da questa riflessione questo articolo vuole analizzare brevemente come strategie e direttive di immigrazione del governo Trump che indignano il mondo occidentale fatto di padri buoni famiglia strenui templari della democrazia e del solidarismo non siano molto lontano  da quelle europee. 

A cambiare è la confezione ma il principio di​sostanza è la stesso​.

Pensateci nella vita di tutti i giorni quanto sono diventate importante le confezioni, se impacchetti bene non è così importante cosa c’è dentro, qualcuno che compra comunque lo trovi. Ad ogni modo venderai a maggior prezzo un prodotto con una bella confezione piuttosto che un ottimo prodotto con una confezione scrausa.

Sta di fatto che noi cittadini dobbiamo smettere di abbuffarci tanto pe’ magnà.

​Altrimenti il r​ischio è​: essere intortati.

POLITICA DI TRUMP E LE VICENDE

Venerdì 27 gennaio Trump ha firmato il quattordicesimo ordine esecutivo della sua presidenza intitolato: Misure per proteggere gli Stati Uniti dall’ingresso di terroristi stranieri sul territorio nazionale. Il titolo già ci dice molto. È iniziata una nuova era.

Lo avevamo sospettato tutti che Trump fosse un fanfarone ciarlatano che aveva strumentalizzato il tema del terrorismo e della migrazione e invece no. Ha promesso e ha mantenuto.

Ma cosa prevede esattamente?

I punti salienti: Congelati per tre mesi gli arrivi da sette paesi a maggioranza islamica – Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen – e per quattro mesi il programma di relocation dei rifugiati (che poi ripartirà a quote annue dimezzate, passando da 110.000 posti a 50.000).

Bloccato totalmente e a tempo indeterminato l’ingresso dei profughi in fuga dalla Siria, definito come “dannoso” per gli interessi statunitensi.
Nel divieto di ingresso per i cittadini dei paesi interessati sono inclusi anche coloro in possesso di green card – e cioè con legittima residenza sul suolo statunitense – e i titolari di doppia cittadinanza (statunitensi esclusi, ovviamente). Restano possibili eccezioni sulla base di una valutazione caso per caso da parte della polizia di frontiera e aeroportuale. Questo che significa? Un aumento smisurato della discrezionalità della polizia di aeroportuale e di frontiera nella valutazione dei casi che non è definita attraverso dei criteri di trasparenza e onnicmprensivi.In aggiunta, viene sottolineata la gravità di una clausola sulla base della confessione religiosa. Banalissimamente una selezione severa dei rifugiati provenienti dagli stati islamici, i cristiani e altre minoranze religiose prima rispetto ai musulmani. Obiettivo: preservare l’Occidente.

Ecco perché è illegale

Come è stato fatto notare dai giudici federali che hanno bloccato l’ordine esecutivo sono due gli strumenti che ne contestano la legalità: la Costituzione, una legge del 1965 contro la discriminazione E LA Convenzione di Ginevra del 1951.

La violazione della Costituzione riguarderebbe la norma che garantisce l’eguaglianza nella protezione garantita dalla Costituzione. L’ordine esecutivo di Trump impone distinzioni basate sulla razza e il credo religioso.         ​

Una legge del 1965, precisamente The Immigration and Nationality Act che vieta la discriminazione contro immigrati basata sul paese di origine. La discriminazione in questo caso è aggravata dalla logica religiosa che dà priorità ai cristiani e ad altre minoranze religiose perseguitate.

Nella misura in cui il decreto è applicabile a un richiedente asilo, questo non pare assicurare il principio di due process (ovvero la valutazione dei singoli casi) proprio in virtù della forte discrezionalità che viene data alla polizia di frontiera né adempie all’obbligo di non refoulment, ovvero di non respingimento che vieta il respingimento forzato di individui provenienti da zone di conflitto, sancito​ dalla Convenzione di Ginevra.

​ECCO COME VIENE GIUSTIFICAT​O​

E’ una questione di sicurezza nazionale, di lotta al terrorismo. Questo a quanto pare l’ampia discrezionalità data alla polizia nella valutazione degli ingressi di stranieri negli USA compresi anche i possessori di Green Card.​

​Oltre alla precisazione che sono stati respinti numerosi immigrati non provenienti dalla lista dei paesi c.d. “pericolosi” la verità è ancora un passo più avanti, come spesso accade, rispetto alla politica in quanto nessuno degli attacchi terroristici avvenuti negli ultimi anni su suolo americano è stato commesso da cittadini dei sette stati sulla lista nera di Trump o tantomeno da rifugiati siriani.

​Un recente studio scientifico fatto da Cato Institute è stato dimostrato che delle persone (anzi, tutte) che hanno perpetrato attacchi terroristici sul suolo americano sono erano nati o residenti negli Stati Uniti.

​Lo stesso studio inoltre dimostra la mancata correlazione tra terrorismo e immigrazione. Infatti viene dimostrato chela probabilità che un cittadino statunitense perda la vita a causa di un atto di terrorismo commesso da un rifugiato è estremamente remota 1 su 3.6 miliardi.

IL SUMMIT DELL’UNIONE EUROPEA A MALTA 

​L’unione Europea che si preoccupa da tutti i lati, giustamente, di indignarsi a Trump all’ultimo Summit tenutosi a febbraio a Malta, La Valletta, a dimostrato di essere allineata su tutti i fronti alle politiche di Trump ma di confezionarli in pacchetti più carini.  Allo stesso modo infatti viene utilizzato l’approccio emergenziale securitario e viene chiaramente esplicitata l’intenzione di respingimento  dei migranti. Secondo al Dichiarazione di Malta firmata da tutti i partecipanti al Summit si possono evincere i punti chiave di azione:

​1. Contrasto immigrazione irregolare

  1. Contrasto alla traffico di esseri umani
  2. Lavorare con i paesi di di partenza come la Libia e altri paesi del Nord Africa e delll’Africa Subsahariana​

Per raggiungere questi obiettivi si è pensato di utilizzare uno strumenti prioritario, la cooperazione con la Libia.

Dunque cooperazione, training della guardia costiera per impedire alle imbarcazioni di partire, adeguare i centri di accoglienza a standard minimi, sensibilizzare i migranti circa i rischi che corrono e infine per assicurare alla Libia che non corre il rischio di essere il tampone dell’Europa è stato previsto anche di rendere più efficaci i controlli alle frontiere via terra libiche. Dunque di fatto abbiamo tre elementi che ci ricordano le poltiche di Trump: di fatto il respingimento con l’inasprimento dei controlli via mare e via terra e l’approccio emergenziale che è chiaramente frutto della volontà di salvaguardare la sicurezza nazionale.

Ci sono due punti da aggiungere a tutto questo: il primo è che viene apertamente vìolato il principio di non respingimento, in quanto più del 39% di migranti provenienti dalla Libia viene riconosciuta la protezione internazionale con l’aggravante che le condizioni disastrose libiche in termini di accoglienza di migranti, che prevedono prigioni, torture, violenze sessuali non rientrano negli standard minimi che lo possano definire come un paese terzo sicuro. Inoltre la Libia è uno dei paesi che non ha firmato la Convenzione di Ginevra sui diritti dei rifugiati. Date tutte queste premesse va da sè che respingere migranti in Libia ance con una cooperazione e training in atto ad oggi provocherebbe gravissime conseguenze per la vita di migliaia di persone.

Per rafforzare la collaborazione con la Libia a questa dichiarazione di intenti è stato firmati e ratificato un Memorand​u​m d’intesa tra l’Italia e il governo libico, o sarebbe più corretto dire uno dei governi libici, ovvero quello di Farraj per il rafforzamento della sicurezza delle frontiere. Chissà che ne pensano gli altri governi libici.

Il fatto che il Memorandum faccia uso della parola “clandestino”  come sinonimo di migrante irregolare che non propriamente non ha significato giuridico e che è stata, grazie al supporto ​dell’Associazione Carta di Roma, è stata cancellata dalla documentazione ufficiale italiana, la dice lunga sull’approccio che è stato utilizzato e purtroppo ance sulla competenza di chi lo ha concepito e stilato.

Lontano da retoriche populiste che non mi appartengono c’è ancora molto da fare in Europa e negli Stati Uniti per dare sostanza alla retorica dei diritti dei migranti.

La verità è che la campanella è suonata, la ricreazione è finita e ora sarebbe ora di guardare oltre i gruppetti e capire che siamo tutti nella stesa classe.

Vero o falso? Moda made in China

Se pensate che il cinese con la macchina fotografica in mano sia un luogo comune come il panino con la lasagna beh sappiate che non lo è. Nelle grandi città della Cina non c’è uomo, donna o bambino che non abbia un cellulare e un selfie stick in mano. Ho visto una ragazza di Pechino organizzare una sorpresa al fidanzato per il compleanno, l’ha portato in un ristorante lussuoso e panoramico con vista sulla città e gli ha fatto trovare una torta enorme. Prima di ringraziarla, prima di spegnere le candeline, prima di essere sorpreso, aveva il telefono in mano. La ragazza non se l’è presa perché tanto stava facendo una foto anche lei.

La fotografia d’altra parte può essere considerata un aspetto dell’arte in cui i cinesi sono maestri: la riproduzione della realtà. La moda made in China ne è un esempio.

Come in occidente, anche gli stilisti cinesi si occupano di prêt à porter e di alta moda. Non c’è però ancora una uniformità nel loro stile, un qualcosa che renda “il look cinese” identificabile come “il look alla francese” o “all’inglese”. Tutto questo perché la Rivoluzione culturale promossa da Mao Tse-Tung ha cancellato molti aspetti tradizionali e culturali del paese, compresa la storia del costume. Mao ha per esempio introdotto lo zhongshan, una giacca-divisa con quattro tasche e il colletto alla coreana che tutti dovevano indossare allo stesso modo. Solo le riforme che sono state fatte dagli anni Ottanta in poi hanno permesso la nascita dell’industria della moda e quindi l’affermarsi di stilisti, ognuno con una sua interpretazione personale dello stile tradizionale cinese.

Wang Yiyang
Wang Yiyang

Nell’attesa che Wang Yiyang, Laurence Xu o Yiyang si affermino a pieno nella scena internazionale, è nei Fake Market, i mercati del falso, che si esplica la massima creatività della moda made in China. Sono molte la fabbriche che si trovano in Cina e non è raro che i dipendenti riescano a sottrarre qualche pezzo, magari fallato o in sovrapproduzione, per rivenderlo poi a prezzi stracciati. Per avere un’idea, una borsa dal costo di 3000 euro viene venduta a 300. Naturalmente è tutto falso, ma un falso in grande stile, con tanto di numero di serie, scatola e cartellino di originalità. Spesso la merce migliore è nascosta nei magazzini e solo quando il negoziante pensa di avere davanti un acquirente interessato le tira fuori. La contrattazione poi è tutto. Un portafoglio Ferragamo in pelle: prezzo iniziale richiesto 39 euro, aggiudicato dopo il consueto tira-e-molla a 10 euro. Una cintura in cuoio Armani: prezzo di partenza 45 euro, accordo finale a 10 euro. Un paio di mocassini Tod’s da uomo, in pelle marrone. Si parte da 98 euro, si chiude l’affare a quota 39. Cinque magliette Dolce & Gabbana per 40 euro in tutto.

Nelle grandi città del Paese l’80% delle persone che incontrerete per strada hanno una borsa di Chanel dell’ultimo modello o una Birkin di Hermès.

Susie Lau, Style Bubble
Susie Lau, Style Bubble

In Cina anche le fashion blogger sono un fenomeno recente. Sempre attente a quello che succede nei paesi occidentali e stufe di quello che propone il sito “mainstream” di Vogue China, si sono cominciate a dare da fare, cercando un approccio più personale al tema della moda. Il nome di Susie Lau probabilmente non vi dirà nulla eppure è la più famosa nel suo paese: il suo stylebubble, nato nel 2006, conta 30.000 visitatori il giorno. Un altro esempio di blogging è quello di Nancy (Xiaoxi) Yang, giovane cinese che vive e lavora a Berlino.

La via da seguire non è quella dei social tradizionali che in Cina non sono autorizzati, quindi al posto di facebook e twitter, si usa Weibo. Simil-twitter, ma usato come Simil-facebook. In un Paese con oltre un miliardo di abitanti essere famose non è una cosa da poco.

Mar Cinese Meridionale – Il vaso di Pandora

L’acqua è da sempre elemento imprescindibile al quale l’uomo per sua genesi e importanza è legato. Allo stesso tempo e modo a essa sono legati i traffici commerciali. Nella disputa globale si è inserito da alcuni anni la sovranità sulle acque del Mar Cinese Meridionale, che con i suoi è uno dei tratti di mare di maggior importanza per il commercio mondiale.

La Corte permanente di arbitrato dell’Aja, lo scorso martedì, ha emesso il suo verdetto circa il Ricorso proposto dalle Filippine per alcuni atti posti in essere dalla Cina nel mar Cinese meridionale. Il tribunale ha deliberato sulle violazioni cinesi, denunciate dalle Filippine, della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos). La Corte permanente di arbitrato (Pca), che dirime le dispute internazionali sui territori marittimi, ha deciso che gran parte delle aree rivendicata da Pechino – secondo cui il 90% delle acque contese le appartiene – sono in realtà acque internazionali. Nell’area ci dovrebbero essere riserve significative di gas naturale e di petrolio. Anche altri paesi dell’area, tra cui Vietnam, Malaysia, Brunei e Taiwan, ne rivendicavano la proprietà.

L’arbitrato richiesto dalle Filippine ha stabilito che «non ci sono le basi legali per cui la Cina possa rivendicare storicamente diritti e risorse sulle acque circoscritte dalla ’linea a nove tratti’», ma per la Repubblica popolare è carta straccia. In un libro bianco di quasi 14mila caratteri presentato mercoled’ 13 luglio, Pechino ribadito la sua passata posizione secondo cui le Filippine hanno «distorto i fatti, interpretato male le leggi e inventato un sacco di bugie» e che la sentenza di ieri «manca tristemente di prove». «Non reclamiamo un centimetro in più rispetto a quelli di cui abbiamo diritto», gli fa eco il Quotidiano del popolo.

Più pesante e lontanissima dagli impegni dei leader europei pieni di prosopopea, è la dichiarazione del viceministro degli esteri Liu Zhenmin nel quale afferma che la Repubblica Popolare Cinese è pronta a stabilire una Zona di identificazione per la Difesa aerea (Adiz), qualora «la nostra sicurezza venga minacciata». Una sorta di no-fly zone simile a quella Nato in Ucraina.

Il perchè del confronto scontro sul Mar Cinese Meridionale e sulle isole Spratly sui giacimenti sottomarini, sul controllo delle rotte e diritti di pesca.Questa controversia così come quella sulle Spratly nasce dalla storia coloniale. Il primo atto formale che le riguarda risale al 13 aprile 1930, quando la nave francese Malicieuse vi approdò sparando 21 colpi a salve di cannone per annetterle all’Indocina, davanti agli sguardi perplessi dei pochi pescatori presenti all’epoca in quella porzione di mare. Parigi temeva allora che il Giappone li precedesse, ma si dimenticò stranamente di depositare una documentazione ufficiale fino al 1933, quando lo fece su richiesta britannica.

Nonostante la confusione geografica nel 1933 il governo cinese non accetto in alcun modo l’atto francese, senza aver ben chiara la localizzazione della rivendicazione. Nanchino tendeva a confonderle con le Paracelse. Che “ragioni storiche” con cui Pechino rivendica oggi gli arcipelaghi siano difficili da sostenere è confermato dal fatto che la “mappa dell’umiliazione nazionale”, disegnata dalla società cartografica di Shanghai nel 1916, include Hong Kong e Taiwan ma ignora del tutto le isole del Mar Cinese Meridionale. Solo nel 1947 la Cina produsse una mappa che (

A complicare il tutto, va detto che in linea teorica pure la Francia potrebbe rientrare oggi tra i pretendenti all’arcipelago, visto che dopo quella balzana annessione del 1930 non vi ha mai formalmente rinunciato. E conoscendo Hollande e la geopoltica francese degli ultimi anni è probabilissimo un suo ritorno in lizza.

Nel frattempo il vero grande competitor dei Cinesi, ossia gli Stati Uniti, alleati militari delle Filippine, hanno fin qui affermato di non voler prendere posizione sull’arbitrato. Ciò è dipeso dal fatto che gli Stati Uniti d’America non possono farlo poiché Washington non ha mai ratificato l’Unclos, la Convenzione sulla Legge del Mare. Il Pentagono ha inviato alcune unità della US Navy nei pressi di Scarborough e nell’arcipelago delle Spratly e la portaerei USS Ronald Reagan fornisce copertura, ha scritto la rivista americana “Navy Times”. Nel 2013 alla Azid sul Mar Cinese orientale il Pentagono rispose facendo volare sulle Senkaku/Diaoyu anche i bombardieri B-52. Insomma, se sotto terra c’è ricchezza in superficie tanta tempesta.

Una tempesta che racconta la geopolitica di ieri e oggi. Dove alle dimenticanze di Francia e Gran Bretagna provano a metter riparo gli Stati Uniti d’America nella speranza di temperare il ri-sorgere di veri competitor (Cina e Russia). Con i due ormai alleati ormai nel dimenticatoio, così come la forza delle strutture sovranazionali.

Geopolitica delle vacanze

Con l’arrivo della primavera e dei primi soli nelle menti dei cittadini occidentali inizieranno ad accumularsi pensieri e progetti di vacanze estive.

Fino a qualche decennio fa, tale fenomeno era per lo più concentrato nel proprio paese d’origine, ma benessere e tecnologie hanno rinnovato il concetto vacanziero.

Alle possibilità legate al porter raggiungere ogni luogo del pianeta, con il tempo si sono uniti i rischi legati all’instabilità internazionale e al terrorismo. Così, l’elemento geopolitico è divenuto un’imprescindibile fattore per la determinazione della metà. Un tempo la massima preoccupazione del turista era sapere se un paese fosse all’interno o meno della cortina di ferro, ora è la conoscenza dei gruppi legati al radicalismo islamico in loco oppure lo stato delle trattative tra i leader dell’esotica meta e la coalizione internazionale.

Gli attatati di Parigi dello scorso novembre sono un esempio di questa forte presenza geopolitica nelle scelte che si apprestano di continuo a compiere tour operator e turisti.

Infatti, nei mesi successivi gli attenti si è assistito a una forte concentrazione di disdette dei viaggi prenotati nella capitale francese e a una flessione delle partenze durante il periodo natalizio, il che ha decisamente favorito le mete puramente invernali. Così gli operatori del settore creano a “misura di geopolitica” nuove rotte. Perché, nonostante le crisi politiche – secondo i dati dell’UNWTO, l’organizzazione turistica mondiale che ha sede a Madrid – i turisti sono cresciuti del 4,4% nel 2015 per arrivare alla cifra di 1 miliardo e 184 milioni di persone.Secondo il World Tourism Organization, secondo le quali nel 2013 i viaggiatori internazionali hanno superato per la prima volta il miliardo di unità (+60% sul 2000), sostenendo una spesa di oltre 1.159 miliardi di dollari.

Se nella mia infanzia in ogni bar sentivo parlare del Mar Rosso allo stesso modo di cui si discuteva di Silvi Marina nella Marsica; ora tale metà e il Magreb sono in forte difficoltà. Infatti, le “Primavere Arabe” e la forte presenza di gruppi radicali che si sono islamizzati, concezione che segue la definizione data a tale fenomeno da Limes nel suo ultimo numero, hanno colpito fortemente il settore turistico nord-Africano.

Questo per far spazio a nuove mete, la cui bellezza non è mai stata messa in discussione, ma a quanto pare i turisti apprezzano i rapporti biliterali. Essenzialmente le nuove ambitissime mete sono due: Cuba e la Repubblica Islamica d’Iran. Cuba, l’isola che fu di Ernesto Guevara e che ha puntato contro gli Stati Uniti d’America i missili sovietici – grazie ai buoni uffici di Papa Francesco – e con Obama ansioso di lasciare un segno nella storia, compirà nei prossimi giorni una storica visita, sarà tra le mete più gettonate dei prossimi anni. Nel 2015 l’isola ha superato i record di arrivi internazionali con oltre tre milioni e mezzo di turisti e un incremento del 17,4% secondo la Oficina Nacional de Estadìsticas e Información. Dopo gli accordi bilaterali tra Usa e l’isola caraibica, il flusso turistico aumenterà notevolmente anche quest’anno. Da segnalare è invece la persistenza di accordi e la non revoca dell’embargo da parte dell’Unione Europea. La quale, non soddisfatta degli uffici prima di Giovanni Paolo II e poi di Francesco, sembra ancora non essere soddisfatta dei passi in avanti fatti con gli oppositori politici, nonostante il placet di Washington. Il tutto mentre in Turchia vengono chiuse testate giornalistiche da parte delle autorità governative.

Più complesso è il discorso circa la Repubblica Islamica d’Iran. Innanzitutto, sarà per la propagnada della stampa o per la filmografia, ma per anni la popolazione occidentale ha considerato l’Iran


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