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La Cina nel Pacifico spaventa l’Australia

L’inferenza cinese nel Pacifico spaventa l’Australia. La nazione oceanica ha deciso di rispondere a quello che viene visto come un disegno di influenza capillare nel sud-est Pacifico annunciando ingenti spese militari e l’esclusione di colossi come Hauwei dai piani di sviluppo tecnologico.

Il premier australiano Scott Morrison ha infatti promesso di aumentare l’impegno militare e diplomatico australiano nel Sud del Pacifico in risposta ai forti investimenti e alla presenza massiccia di vettori navali cinesi nella Regione. E’ stato annunciato dall’Australia la creazione un fondo infrastrutturale da $ 2 miliardi (1,26 miliardi di Euro) per l’area del sud Pacifico, aumentando di fatto gli schieramenti navali. Inoltre, come accade nell’Europa Orientale con la NATO e gli USA, anche l’Australia svolgerà più esercitazioni militari con le nazioni insulari della zona.

Se molti sostengono che la Cina, in termini prettamente geopolitici e militari, non sia una potenza globale, ma regionale è indubbio che il suo attivismo dal Mediterraneo (nel quale ha ripreso influenza e basi la Russia, salda alleata di Pechino).

L’Australia, alleato chiave degli Stati Uniti nel Pacifico con il Giappine, ha toccato un terreno diplomatico roccioso lo scorso anno con la Cina, il suo principale partner commerciale. Le tensioni sono state sollevate quando il governo ha espresso preoccupazione per le società sostenute da Pechino che finanziavano le infrastrutture nelle nazioni del Pacifico. Tra i timori vi è la paura che Pechino possa aprire basi militari cinesi nella regione, cosa accaduta in passato nell’Oceano Indiano.

A tal proposito il governo australiano ha recentemente respinto l’offerta di 13 miliardi di dollari (9,4 miliardi di dollari) di CK Group per l’operatore del gasdotto APA Group per timori sulla sicurezza nazionale, una decisione che ha il potenziale per infiammare ulteriormente le tensioni diplomatiche.

 

Mentre il Pacifico è stato tradizionalmente considerato il territorio diplomatico australiano ed è il maggior beneficiario di aiuti esteri da Canberra, la Cina ha aumentato i prestiti alle piccole e indebite nazioni delle isole del Pacifico alfine di entrare in uno spazio d’influenza maggiore. L’annuncio di Morrison di un maggiore coinvolgimento nel Pacifico arriva dopo che la settimana scorsa ha detto che l’Australia sta formalmente impegnandosi in un’iniziativa congiunta con Papua Nuova Guinea per sviluppare una base navale, a margine di un’offerta della Cina.

A seguito di un annuncio di giugno, l’Australia contribuirà a finanziare un nuovo cavo di telecomunicazioni che va da Sydney alle Isole Salomone, spremendo Huawei Technologies Co. – una società che nel mese di agosto è stata vietata la fornitura di apparecchiature wireless di prossima generazione agli operatori di telecomunicazioni australiani a livello nazionale motivi di sicurezza.

 

Morrison ha recentemente affermato che “la Cina è il paese che sta cambiando maggiormente l’equilibrio del potere” e “esercitando un’influenza senza precedenti nell’Indo-Pacifico”.

 

L’occidente, gli Usa e  i suoi alleati sono avvertiti.

Chi è e cosa pensa Jair Bolsonaro, il nuovo Presidente del Brasile

Bolsonaro è stato eletto nuovo Presidente del Brasile, il quinto Paese più grande del globo. Nei suoi intenti vi è la promessa di sostituire la Bibbia al marxismo latino. Non ha dimenticato di ringraziare Dio per aver superato l’attentato di un mese fa che lo ha tenuto lontano dalla campagna elettorale per un po’ di tempo e che gli ha impedito di partecipare ai dibattiti televisivi con gli altri candidati. Ha affermato a caldo che “Sono molto felice per questa missione di Dio, e una missione non si discute né si sceglie, ma si compie. Insieme compiremo la missione di riscattare il nostro paese”.

Garantendo di voler seguire la Costituzione e di rispettare la democrazia e la libertà, ha affermato di voler garantire la governabilità del paese, ma che la burocrazia verrà tagliata così come anche i privilegi e gli sprechi, per permettere ai cittadini di avere un futuro. Un altro suo punto forte è la decentralizzazione amministrativa: “Più Brasile, meno Brasilia”, ha affermato Bolsonaro.

 

RELIGIONE –  Le Sacre Scritture, prontamente citate nel discorso della vittoria, verranno interpretate per spiegare il suo operato in una maniera che soddisfi i decisivi elettori cattolici ed evangelici. Nella vittoria di Bolsorano vi è anche la sconfitta di Francesco, Vescovo di Roma, e di quella che comunemente viene chiamata Teologia della Liberazione, poiché nei risultati brasiliani si propaga l’immensa potenza del tradizionalismo e dell’uomo bianco impaurito, marginalizzato per anni dalla relativizzazione nella Chiesa di Roma e dall’avanzata del marxismo (vedi il Venezuela) in Sud America.

POLITICA ESTERA – In politica estera la priorità di Bolsonaro, che sostiene il presidente degli Stati Uniti da prima che quest’ultimo vincesse le elezioni, sarà riavvicinare il Brasile agli Usa e ridurre l’influenza della Cina, diventata da qualche anno primo partner commerciale di Brasilia.

Pechino che ha rappresentato un valido appiglio per sganciare, durante la Presidenza Lula, il Brasile dalle onnipresenti scelte di Washington. Washington, che mal digerisce nel proprio emisfero la possibilità di emersione a leader e potenza globale di un’altra nazione.  Con la sua fame di materie prime, Pechino ha determinato un aumento dei prezzi delle stesse che ha contribuito al rafforzamento del real, acuito la dipendenza dalle esportazioni di risorse naturali e in ultima istanza rallentato lo sviluppo di settori più avanzati.

E’ certo nel frattempo l’appoggio a Israele nel cambio di sede d’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Un passo quasi obbligato ormai per tutti i Paesi a trazione conservatrice nel mondo, a eccezione europea.

SUD AMERICA – Bolsonaro, che entrerà in carica il 1° gennaio 2019 per quattro anni, non ha intenzione di risolvere alla radice la debolezza economica del Brasile. Spera piuttosto che l’allineamento geopolitico a Washington produca i benefici che una Cina in rallentamento non può garantire. Ad oggi è nella partita per il Venezuela che una ritrovata sintonia con Washington potrebbe inserirsi il Brasile. Se da un lato la vittoria del liberalismo sul socialismo rivoluzionario nel breve medio periodo potrebbe relegare sempre sotto l’influenza statunitense il Sud America, una forte partnership con gli Stati Uniti d’America, potrebbe rendere Brasilia l’unica vera potenza regionale, con il placet questa volta di Washington.

POLITICA ECONOMICA – La politica economica del Paese sarà affidata all’economista Paulo Guedes. Nato a Rio de Janeiro nel 1949, Guedes è considerato un discepolo dei Chicago boys, i riformisti liberali americani guidati da Milton Friedman. Il suo pensiero economico e politico è spiegato negli articoli che regolarmente pubblica sul quotidiano O Globo. Crede nella “morte della vecchia politica” e la nascita di “una nuova grande società aperta”. Guedes è molto critico della gestione del Partito dei Lavoratori, che dal 2015 ha portato l’economia brasiliana in recessione. Il suo programma prevede la privatizzazione di tutte le imprese statali, tra cui la Banca del Brasile e la petrolifera Petrobras. Guedes ricorda che il Brasile ha un debito enorme (77,3% del Pil) e paga circa 88 miliardi di euro all’anno di interessi. Ma, senza espansionismo economico pubblico e debito le riforme sociali non si sarebbero potute fare in Brasile, il PCI nel 1975 insegna. Ma, il programma di Bolsorano assomiglia economicamente in Italia a quello di +Europa, una ricetta di neo liberismo contro il debito e per l’austerità.

“La centralizzazione di risorse e poteri corrompe la politica e frena l’economia. È uno stato che è in tutto e interviene ovunque, perché è minimo nella consegna e massimo nel consumo”, ha scritto Guedes. L’economista ha l’intenzione di eliminare completamente e riformare il sistema di assistenza sociale e il sistema di pensioni. Vuole rendere quest’ultimo un regime di capitalizzazione individuale. Secondo Guedes, i contributi “riducono la competitività delle imprese, fabbricano diseguaglianze sociali e minacciano la crescita dell’economia”.

Ora la sfida per il Brasile è o prendersi il ruolo che dimensioni e posizione gli potrebbero concedere o rischiare di finire nel baratro economico come l’Argentina di Macrì, laddove le ricette neo-liberiste hanno prodotto un effetto inverso sulla lotta la debito e una macelleria sociale, priva di crescita economica.

 

La Cina e l’antidoto al dollaro: le riserve auree

La Cina in piena guerra commerciale con gli Stati Uniti d’America è alla ricerca di un antidoto allo strapotere del dollaro. Ora, se ritenete che ciò possa avvenire solo attraverso l’avveniristica e programmatica one belt one road o “nuova via della seta” errate.

La globalizzazione è e ed è stato un processo puramente statunitense, ma se il margine a favore è ancor netto per Washington nel medio periodo potrebbe rivelarsi estremamente dannoso per gli Stati Uniti d’America. Quel che la Casa Bianca e il Pentagono non potrebbero mai accettare è la caduta dei fondamentali tra i quali il dollaro, moneta posta al pari del potere militare (questo saldamente nelle mani statunitensi).

Un numero crescente di paesi, sta iniziando a utilizzare le proprie valute nazionali per esempio per gli affari commerciali, tra questi spicca la Monarchia del Golfo saudita. Emblematico il caso venezuelano che in una crisi che probabilmente sfocerà in un cambio di regime nel prossimo semestre, si è inventa la crypto e instabile Petro.

Tra i Paesi che si stanno allontanando dal Dollaro vi è la Russia anche per poter aggirare le sanzioni. In una corrente dell’anarco-capitalismo lo sviluppo di valute libere dal controllo delle Banche Centrali e dagli Stati Nazioni è visto come uno dei prossimi stadi della libertà d’iniziativa e di sviluppo economico.

Cina, lo fanno per controbilanciare l’impatto negativo dei dazi imposti contro i beni importati in America. Il blocco di paesi che ha da guadagnarci in caso di fine del predominio del dollaro, che gode dello status di riserva monetaria mondiale dai tempi degli accordi di Bretton Woods, è in crescita. Ad oggi è bene sottolinearlo manca un’alternativa al biglietto verde.

L’head of research di GoldMoney.com, Alasdair Macleod, sottolinea a Russia Today che l’amministrazione Usa è ben consapevole del fatto che il sistema finanziario globale non ha ancora un’alternativa al dollaro Usa in questo momento e usa la leverage a disposizione a suo vantaggio.

“Gli Usa stanno indirettamente mandando un messaggio a tutte le nazioni che fanno affidamento al dollaro per gli scambi transfrontalieri”, osserva Macleod, e cioè che “non è più così sicuro fare affari in dollari“. Per questo motivo “serve un’alternativa”.

L’analista cita il caso della Cina, che volendo potrebbe usare lo yuan per gli scambi commerciali nella regione asiatica. Secondo Macleod, la Cina sta accumulando riserva auree da tempo per poter aver l’opportunità di sostenere la propria valuta nazionale quando occorrerà farlo.

La Cina possiede una quantità d’oro di gran lunga superiore alle 1.842 tonnellate dichiarate ufficialmente dal suo governo. Secondo i calcoli dell’analista specializzato di metalli, Pechino sta attuando una diversificazione dal dollaro dal 1983 e potrebbe aver accumulato oltre 20.000 tonnellate di riserve auree i questi anni.

Se la Cina dovesse iniziare ad appoggiare lo yuan con una tale quantità di riserve auree, per il dollaro Usa sarebbe la fine, secondo l’esperto. Rimane da risolvere il mistero di quanto oro ha veramente in mano la Cina e di quando Pechino intende utilizzare una tale minaccia come arma nei negoziati in corso per risolvere delicate questioni commerciali.

Come nel poker si bleffa, nessuno conosce il quantitativo di riserve auree detenuto da Pechino. D’altronde la libertà è oro. E questo pechino e altri lo sanno bene.

Cina-USA: guerra fredda?

Il lungo idillio commerciale e politico tra Cina e USA, risalente al 1991, sta tramontando. E non per le miopi scelte isolazioniste di Trump, né per la crisi strutturale attraversata dalla dirigenza cinese. La causa profonda va cercata nel riassetto geopolitico provocato dalle dinamiche economiche dei due stati.

Le relazioni diplomatiche tra Cina e Stati Uniti, dal 1972 (quando Richard Nixon iniziò il processo di normalizzazione), hanno conosciuto una parabola peculiare, improntata sul pragmatismo più schietto.
Avversari ideologici sulla carta, nella pratica i due paesi hanno sviluppato una fitta rete di scambi commerciali che al momento si aggira intorno ai 700 miliardi di dollari (più di 150 miliardi di importazioni statunitensi in Cina e almeno 500 miliardi di importazioni cinesi negli Stati Uniti). Un volume di affari che lega le due nazioni e garantisce pace e stabilità meglio del sistema di deterrenza nucleare.
È stata l’economia lo strumento che ha consentito il riavvicinamento dei due paesi. Eppure, proprio sul piano economico, Stati Uniti e Cina sono arrivati ad un punto critico, e hanno iniziato le schermaglie di quella che si preannuncia come una guerra economica su larga scala.

Imponendo dazi sulle merci cinesi, Trump ha voluto dare una stangata a quello che indivitua come un pericoloso avversario economico. Gli USA sono ancora la prima potenza economica mondiale, e Trump è sicuro di poter impartire una lezione alla Cina senza subire grossi danni.
Ma difficilmente la classe dirigente cinese si limiterà ad abbassare la testa.

La Cina potrebbe rispondere ai dazi imposti dagli USA applicando a sua volta dazi sulle merci statunitensi in ingresso. Ma non sarebbe una risposta adeguata. Gli USA possono rinunciare a una parte delle proprie vendite in Cina, mentre la Cina non può fare a meno delle proprie esportazioni negli USA.
Il mercato non è simmetrico, lo sanno bene sia Trump che Xi Jinping. Per questo la risposta cinese potrebbe essere asimmetrica.

La Cina possiede buona parte del debito pubblico statunitense (e ha comprato quote consistenti di quello di numerosi paesi europei). Si tratta di oltre 1.200 miliardi di dollari. La Cina potrebbe decidere di chiedere quei soldi al tesoro USA. È un debito talmente consistente che il suo pagamento porterebbe al collasso l’economia statunitense.
Ma questo crollo porterebbe anche all’implosione dell’economia cinese (e, probabilmente, al crollo del sistema capitalistico). Per ora, detenere i titoli del debito USA è, per la Cina, un’arma di deterrenza molto simile ai missili nucleari: bisogna averli per non doverli mai utilizzare.
Forse la Cina potrà presentare il conto ali Stati Uniti tra trenta o quarant’anni, quando gli USA non saranno più una superpotenza egemone. Per ora sarebbe un omicidio-suicidio, e questo i leader cinesi lo sanno bene.

Un’altra arma cinese sarebbe quella di disinvestire nelle banche statunitensi. La Cina lo ha fatto a inizio anno con la Deutsche Bank, e il titolo sta conoscendo una caduta costante in borsa.
Si è trattata di una mossa estemporanea? Improbabile. Forse si è trattato di un attacco deliberato alla principale economia europea. Ma potrebbe anche essersi trattato di un avvertimento a distanza rivolto agli Stati Uniti. Ma va detto che in questo modo anche i cinesi rinuncerebbero ai loro profitti, e alla lunga una partita su questo piano li danneggerebbe.

Non i dazi (non solo, almeno), e nemmeno non il pagamento del debito. Forse nemmeno l’attacco alle banche. Alla Cina però resta un’altra arma, altrettanto formidabile: la svalutazione della moneta.
In risposta ai dazi USA del 10%, la Cina potrebbe svalutare del 10% lo Yuan. In questo modo, il prezzo di acquisto della merce cinese negli Stati Uniti rimarrebbe invariato. Non solo: in questo modo le merci cinesi costerebbero il 10% in meno nel resto del Mondo, con un vantaggio per le esportazioni.
Ma se uno Yuan più debole comporta un abbassamento dei prezzi stiamo parlando di deflazione. La deflazione è un vecchio incubo per gli USA e in generale per le economie capitalistiche, che non hanno strumenti per gestirla.
La deflazione rischia di innescare o aggravare una recessione, perché porta ad una diminuzione della spesa e, quindi, a una contrazione dell’economia. La diminuzione dei prezzi, se può favorire il consumatore, danneggia però l’economia nel suo complesso, perché la vendita degli stessi prodotti frutta guadagni inferiori ai produttori e ai venditori. Con la deflazione, insomma, l’economia gira di meno.
Il capitalismo si basa sul costante aumento dei consumi e dei prezzi, in una spirale di inflazione “virtuosa”. Abbassando il valore dello Yuan, la Cina spezzerebbe questa spirale.

In tempi recenti, quando la Cina ha svalutato lo Yuan, le borse occidentali hanno subìto duri contraccolpi. Per questo la svalutazione monetaria sembra lo strumento migliore con cui la Cina possa contrattaccare gli USA in questa guerra economica.
Con la scusa della difesa dei prezzi, la Cina potrebbe rendersi più competitiva nel resto del Mondo e assestare un duro colpo alle borse USA ed europee.
La guerra economica è ancora all’inizio, ma le prime conseguenze potrebbero essere visibili già nei prossimi mesi.

India, un colosso paralizzato da se stesso

All’inizio della crisi economica, nel 2008, in molti scommettevano sull’imminente esplosione economica dell’India. Il secondo stato più popoloso del Mondo, sede di innumerevoli industrie delocalizzate dalle multinazionali occidentali, sembrava avere molte delle carte giuste per spiccare il volo e affiancarsi alle grandi superpotenze globali. Così non è stato, ed è molto probabile che ciò non avvenga nemmeno nei prossimi decenni. In questo articolo cercheremo di capire perché.

 

La diseguaglianza economica

L’India è una nazione enorme (circa undici volte l’Italia) e popolosa (ha il doppio degli abitanti dell’intera Unione Europea), suddivisa in stati secondo un ordinamento federale. Ogni stato presenta peculiarità storiche, religiose, linguistiche, politiche, economiche ed etniche. Per questo si parla anche di subcontinente indiano.
Amministrare una realtà così complessa sarebbe un compito difficile per qualunque politico. La crisi economica ha poi innescato nuovi processi che portano in luce tutte le contraddizioni del sistema India.

Più che nel resto del Mondo, la crisi finanziaria ha aumentato la diseguaglianza economica tra la ristretta élite alto-borghese e le sterminate masse operaie e contadine. Il PIL dell’India è quadruplicato tra il 2003 e il 2016, e la sua crescita è stimata del 6,5% per il 2018 (se tutto va bene, quello italiano crescerà dell’1,3%).
Nonostante questi dati, il PIL pro capite rimane uno dei più bassi al Mondo, e gran parte della popolazione non può godere i frutti di questo impetuoso sviluppo.
È interessante notare che uno dei motivi per cui la crisi ambientale globale non è ancora nella sua fase più drammatica sta nel fatto che 700 milioni di indiani utilizzino sterco di bovino invece del gas come combustibile per la cucina.

 

Una società divisa

La divisione è, da sempre, la cifra della società indiana.
Organizzata tradizionalmente in caste poco comunicanti tra loro, a popolazione è divisa sotto il profilo religioso in indù, musulmani, sikh, buddhisti e cristiani.
Dal punto di vista etnico, il subcontinente è un mosaico variegato che meriterebbe un saggio a parte.
Anche sul piano politico e sociale, i partiti politici indiani hanno prospettive radicalmente diverse, dall’istituzionale Partito del Congresso di orientamento socialdemocratico ai guerriglieri naxaliti del Partito Maoista, che con un esercito di 15.000 uomini ostacolano l’espansione delle multinazionali occidentali nelle aree rurali del Paese.

La questione di genere è ancora un tema tabù per gran parte degli indiani, le violenze sulle donne sono molto diffuse, e la discriminazione delle donne sul posto di lavoro è molto pesante. Negli ultimi tempi si sono registrati timidi progressi, ma l’emancipazione è ancora un traguardo lontano per la maggior parte delle indiane.

A partire all’incirca dall’inizio della crisi finanziaria globale si è venuta a creare in India una classe intellettuale colta e moderna, che parla inglese e rifiuta il sistema delle caste. Questa classe, trasversale per religione, casta e ricchezza, può forse essere il primo accenno ad una società indiana più coesa. Ma è ancora in stato embrionale, e la popolazione indiana è ancora divisa da un enorme quantità di fattori.

 

Un gigante pietrificato

Per i motivi sopra descritti, per molti decenni i governi indiani si sono concentrati sull’ardua impresa di migliorare le condizioni di vita del proprio popolo, con alterne fortune. In questo modo, però, hanno trascurato la politica estera della propria nazione, e l’India sembra oggi un colosso immobile circondato da nazioni ostili.

Cina e Pakistan si sono legati nel progetto del corridoio sino-pakistano, ovvero la costruzione di una serie di infrastrutture che verranno completate entro alcuni anni. Si tratta di una tappa nella strategia cinese della Nuova via della Seta. Con questa mossa, la Cina otterrà uno sbocco sull’Oceano Indiano, e si garantirà un alleato nella spartizione del Kashmir, dove oltre all’India e al Pakistan è presente appunto la stessa Cina.
Le relazioni tra Cina e Pakistan non sono comunque semplici, e le tensioni interne al Pakistan potrebbero rallentare il progetto di cooperazione. La Cina vorrebbe un Pakistan privo di terrorismo per mettere al sicuro i propri investimenti, ma è molto probabile che un obiettivo del genere non possa essere raggiunto in tempi brevi.
La manovra cinese favorirà il Pakistan e danneggerà l’India, e rinsalderà un’alleanza dannosa per gli interessi indiani. Tuttavia, esporrà la Cina ad attriti con l’Iran, perché tra Iran e Pakistan scorre tradizionalmente cattivo sangue. È probabile che però la Cina preferisca Islamabad a Teheran, proprio in virtù dei propri progetti egemonici.

Contro l’accerchiamento operato da Cina e Pakistan sull’Himalaya, l’India può contare su due alleati tradizionali: il Nepal e il Buthan. Il Nepal ha un’economia in forte crescita ma segnata da arretratezze e diseguaglianze. Il Buthan è uno degli stati più felici al mondo (che utilizza l’indice del Prodotto di Felicità Lordo al posto del PIL). Si tratta comunque di due pesi piuma rispetto alle superpotenze che li circondano.
Anche lo Siri Lanka e le Maldive rientrano grosso modo nell’orbita indiana, che però non va oltre. La conquista dell’Africa da parte dell’economia cinese ha visto una risposta molto debole da parte dell’India, nonostante la presenza di emigrati indiani di lungo corso in numerose nazioni africane.

Gli Emirati Arabi Uniti, approfittando della crisi in Yemen, stanno operando un’annessione de facto dell’arcipelago di Socotra, ma anche questa mossa è avvenuta totalmente indisturbata.

È evidente che l’Oceano Indiano non sia un Lago Indiano, e vede una capacità di intervento minima da parte dell’India.

Anche la spaventosa crisi umanitaria che coinvolge il Bangladesh, altro alleato storico dell’India, vede questa incapace di fornire un qualsiasi aiuto. Qui circa mezzo milioni di profughi Rojynga vivono in condizioni durissime a ridosso della frontiera con la Birmania. Una situazione che non è destinata a migliorare.

A causa dei suoi problemi interni, quindi, l’India è un gigante immobile, con una scarsissima capacità di intervento in politica estera, e una proiezione strategica molto limitata. L’unico modo che ha questo colosso per giocare un ruolo di potenza di primo piano è quello di risolvere le proprie contraddizioni. Ma questo, osservando la storia recente dell’India, potrebbe non avvenire mai.

Realpolitik: un vicolo cieco?

In un articolo di Limes del 21 maggio scorso è stato tradotto un brano che tesseva gli elogi del sistema di politica estera basato sulla Realpolitik.
Nel pezzo, l’autore Elmar Hellendoorm addebita la divisione dell’Europa in materia di politica estera alla mancanza di Realpolitik. Solo con una nuova generazione di studiosi di analisi politica dura l’Europa può uscire dalla propria impasse diplomatica.
Cina e Russia sono gli avversari di sempre, ma gli USA ci hanno lasciato scoperti nei loro confronti. Per questo, dobbiamo affrontarli da soli, lasciando da parte inutili idealismi.

L’autore accusa le sinistre europee del ’68, che tacciavano di conservatorismo chi considerasse la Cina un avversario, di essere responsabili delle attuali derive populistiche.
Si tratta di affermazioni talmente azzardate e schematiche da risultate persino grottesche. Le sinistre europee preferivano Mao Zedong a De Gaulle per motivi ideali ed ideologici che non possono essere paragonati alla postideologia degli attuali populismi.
Ma oltre a questa nota polemica, la  realpolitik di cui parla Hellendoorm può essere considerata un esempio positivo?
Un altro articolo, comparso stavolta sul Guardian e firmato Evgeny Morozov, può aiutare a sciogliere questa matassa.

Anzitutto cosa si intende per analisi geopolitica dura? Secondo questa scuola la diplomazia dovrebbe seguire esclusivamente un calcolo di interesse. Questo interesse si baserebbe su elementi reali come l’economia, la geografia, la finanza, la demografia, la potenza militare. Solo in secondo piano vengono elementi considerati ideali, come le differenze culturali e religiose.
Hellendoorm esalta la scuola di analisti politici statunitensi. Sono i cosiddetti think tank che sta dando agli USA un indirizzo realistico in politica estera. Ma l’autore deve poi ammettere che gli Stati Uniti siano una potenza “in relativa crisi”.
Si tratta due affermazioni sbagliate dalle fondamenta oltre che contraddittorie.

Gli USA, in particolare dopo la caduta del Muro di Berlino, hanno collezionato una sequela di fallimenti geostrategici. Dalla disastrosa destabilizzazione dell’Iraq alle imprese in Somalia e in Jugoslavia (dove la NATO ha avuto successo grazie al solido apporto europeo), alla guerra infinita in Afghanistan. Se questi fallimenti sono merito della nuova élite di analisti duri del Pentagono e della Casa Bianca, c’è poco da sperare nella teoria da cui traggono ispirazione.
Che gli Stati Uniti siano in relativa crisi come scrive Hellendoorm è innegabile. Ma da che punto di vista lo sono? L’economia statunitense è in rapida espansione, l’ascesa demografica procede sostenuta, la disoccupazione al 4% e in diminuzione, le spese militari in aumento, le esportazioni stabili, l’industria culturale sempre più pervasiva nel resto del Mondo.
Secondo i parametri presi in considerazione dall’analisi geopolitica dura, insomma, gli USA non sono affatto in crisi. Eppure appare evidente che lo siano.

 

L’analista ed esperto di tecnologia Evgeny Morozov ha affermato in un recente articolo che ad essere in crisi è soprattutto l’idea di villaggio globale a guida statunitense. Questa idea, elaborata negli anni ’90, era una delle varie declinazioni del concetto di “fine della Storia”: Grazie al proprio predominio tecnologico nel mondo dell’informatica, gli Stati Uniti avrebbero guidato la Rivoluzione Digitale risultando la potenza egemone globale non solo sul piano economico-militare, ma anche sotto il profilo della creazione dell’immaginario.

Oggi il quadro sembra molto diverso.
Cina e Russia utilizzano social network controllati e alternativi a quelli occidentali e censurano i motori di ricerca con la complicità delle aziende statunitensi. Non solo, ma il mercato degli hardware non è più monopolio USA come lo era vent’anni fa.
Questo non vuol dire che gli Stati Uniti non siano il principale gestore del settore digitale. Ma, come sottolinea Evgeny Morozov, adesso gli USA devono difendere i propri interessi in questo campo, come nel caso dell’iniziativa di Trump di riportare le fabbriche del colosso Qualcomm negli Stati Uniti.
In altre parole il protezionismo statunitense, così marcato al G7 da essere apparso addirittura brutale, non è altro che la battaglia di retroguardia di una potenza che sta perdendo la propria egemonia.

Tornando alla realpolitik statunitense così osannata da Elmar Hellendoorm, questa è espressione di una potenza in pieno declino. Forse le azioni di Donald Trump ritarderanno questo declino sul piano economico, ma si stanno risolvendo in una débâcle diplomatica e di immagine.
In questo fallimento di apparenza più che di sostanza, si può cogliere l’ineluttabilità della crisi dell’egemonia statunitense.
Se l’Unione Europea dovesse intraprendere questa stessa strada, potrebbe combattere battaglie di retroguardia che la vedrebbero alla lunga sconfitta, se non sui dati delle statistiche economiche, sicuramente sotto il profilo dell’affidabilità, dell’autorevolezza e dell’incisività diplomatica.

La guerra commerciale tra America e Cina

La guerra commerciale instauratasi tra l’America di Trump e la Cina appare esser solo all’inizio. Il presidente Trump si sta rivelando un uomo di parola e alle promesse elettorali della campagna del 2016 sta facendo seguire i fatti. Corretti o meno che siano, dall’abbattimento delle tasse alla limitazione dei visti per alcuni Paesi musulmani, nulla al momento sembra poter fermare il raggio d’azione del presidente statunitense.

DAZI E CONTROMISURE DI PECHINO – La guerra commerciale dell’America alla Cina vede oltre 1.300 beni, importati da Pechino, subire nelle prossime settimane un incremento di tassazione del 25 per cento, per un totale di 50 miliardi di dollari. La guerra dei dazi con cui il presidente Usa Donald Trump vorrebbe blindare la produzione Usa prosegue, e il governo cinese ha annunciato misure simmetriche, nonché un ricorso alla Wto.

Da prinicipio Washington, al fine di agevolare alcuni Stati fondamentali della federazione passati con le presidenziali ai Repubblicani, ha introdotto una tassa del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio importato negli Usa.

Per alcuni analisti il motivo che si nasconde dietro una scelta senza precedenti, pensata dalla Casa Bianca, è di denunciare il surplus della Cina verso gli Usa che si attesta intorno ai 300 miliardi, pari al 65% del totale.

Di sicuro Pechino non è restata a guardare e ha risposto con l’applicazione di dazi del 15 per cento a 120 categorie di beni tra cui generi alimentari.

IL RUOLO DELL’UNIONE EUROPEA – E’ chiaro che si trovi nel mezzo della partita giocata tra Washington e Pechino anche Bruxelles, che se da un lato subisce essa stessa il surplus commerciale della Cina, dall’altro teme di poter esser risucchiata in una guerra commerciale senza regole. L’Europa un po’ minaccia, un po’ trema, soprattutto per quanto riguarda la Germania, prima vittima delle turbolenze su prodotti come l’acciaio.

Dazi Usa: Ue, no a guerra commerciale ma risponderemo a Trump 

La commissaria al Commercio, Cecilia Malmstrom, al termine del Collegio dei Commissari a Bruxelles che ha esaminato la decisione dell’amministrazione Trump di introdurre dazi su alluminio e acciaio ha dichiarato che:

“Una guerra commerciale tra Europa e Usa non è nell’interesse di nessuno, ci sono solo perdenti in una guerra commerciale”, ma “se gli Stati Uniti continueranno su questa strada, l’Unione europea reagirà in maniera proporzionata e equilibrata per proteggere i posti di lavoro e l’industria europea”.

 “Non vogliamo procedere a una escalation, ma non possiamo restare con le mani in mano se delle misure così gravi venissero attuate danneggiando l’economia europea”, ha detto Malmstrom.

E L’ITALIA? – Discorso differente per l’Italia, la quale dalla guerra commerciale potrebbe guadagnare quasi un miliardo di euro nei prossimi due anni. Mentre per l’Europa si parla di un bottino aggiuntivo compreso tra i 3,9 e i 7 miliard, con problematiche per alcuni segmenti industriali del centro continente. A fare i calcoli è  stato il capo ricerca macroeconomica di Allianz e chief economist di Euler Hermes il dottore Ludovico Subran. Al momento quindi quelle che giungono dal rapporto teso tra Pechino e Washington sono buone notizie per l’Europa.

 

WTO: ESSERE O NON ESSERE? –  Sicuramente meno rassicuranti per il WTO he è alla sua prima grande prova dalla sua fondazione, e dovrà dimostrare se essere un vero player geoeconomico o di restare un organismo di studio. Infatti al pari delle altre organizzazioni internazionali, l’OMC non ha un effettivo e significativo potere per sostenere le proprie decisioni nelle dispute fra paesi membri: qualora un paese membro non si conformi ad una delle decisioni dell’organo di risoluzione delle controversie internazionali costituito in ambito WTO quest’ultimo ha la possibilità di autorizzare delle “misure ritorsive” da parte del paese ricorrente, ma manca della possibilità di adottare ulteriori azioni ritorsive; ciò comporta, ad esempio, che i paesi ad economia maggiormente sviluppata e solida possono sostanzialmente ignorare i reclami avanzati dai paesi economicamente più deboli dal momento che a questi ultimi semplicemente mancano i mezzi per poter porre in atto delle “misure ritorsive” realmente efficaci nei confronti di un’economia fortemente più solida che obblighino quindi il paese verso il quale il reclamo è indirizzato a cambiare le proprie politiche; un esempio di tale situazione è rintracciabile nella controversia DS 265 che ha dichiarato illegali i sussidi statunitensi alla produzione del cotone. Sempre gli USA di mezzo per il WTO, ma questa volta Ginevra avrà effettivo potere su uno Stato (realmente) sovrano come gli Stati Uniti d’America?

Approfondimento: Un anno di Trump – Atlantico

È trascorso all’incirca un anno dall’insediamento di Donald Trump alla casa bianca. Chi un anno fa gridava alla fine del Mondo, è stato smentito: il Mondo è ancora in piedi. Ma sta già iniziando a cambiare per l’azione diretta di un presidente USA.

In questo articolo tenteremo di analizzare i principali mutamenti nei rapporti di forza internazionali provocati dall’operato del presidente statunitense, focalizzandoci sullo scacchiere dell’Oceano Atlantico.

Stati Uniti: La politica interna non è stata finora il cavallo di battaglia di Donald Trump. La quarantacinquesima presidenza degli Stati Uniti si è aperta all’insegna degli scandali: il Russiagate ha gettato fin dalle prime settimane l’ombra dell’impeachment sul presidente. Tuttavia questa minaccia, forse la più grave per il consenso interno di Trump, non ha sortito finora gli effetti desiderati, ed è molto difficile che riesca a farlo nell’immediato futuro: nonostante un congresso sostanzialmente paralizzato, Trump non ha mai perso l’appoggio dei repubblicani, almeno non al punto da innescare il processo di impeachment.
Gli altri scandali che hanno afflitto l’amministrazione, dalle affermazioni oscure e ambigue sulla strage di Charlotteville (che hanno innescano le dimissioni di decine di funzionari e consiglieri in carica dall’epoca Obama) alle relazioni con attrici pornografiche prezzolate, non hanno per ora sbalzato di sella Trump. Hanno però portato ai minimi il consenso popolare per il presidente statunitense, consentendo all’opposizione repubblicana di rafforzarsi costringendo Trump in una condizione estremamente precaria.
Indebolito all’interno, Trump ha usato con spregiudicatezza la carta della politica estera per risollevare il consenso e dare l’idea di un presidente forte. Questo non tanto perché Trump abbia una visione chiara in politica estera, quanto perché è un campo in cui può agire direttamente senza dover consultare continuamente il parlamento.
Vale la pena però ricordare che il segretario di stato statunitense, Rex Tillerson, ha spesso dimostrato il proprio dissenso nei confronti di Trump, addossando il grosso delle responsabilità dell’attuale politica estera sulle spalle di Donald Trump.

Canada: Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi ha isolato il gigante nordamericano da una serie di alleati tradizionali tra cui il Canada, storico partner commerciale nella fornitura di materie prime, non da ultimo gli idrocarburi estratti tramite fratturazione idraulica.
Per qualche tempo i rapporti rimarranno ancora particolarmente stretti, anche perché la politica ecologica promessa dal primo ministro canadese Justin Trudeau è stata per ora molto tiepida. Ma è probabile che sul lungo periodo la scelta di Trump peserà sulle relazioni con il “grande vicino del nord”.

America centrale e caraibi: Eletto su un’onda di razzismo e intolleranza verso la minoranza etnica latinoamericana, Donald Trump aveva promesso mari e monti nei confronti del Messico: dall’idea di un muro che lo ghettizzasse impedendo ai suoi immigrati di fuggire verso gli Stati Uniti, a misure concrete per fermare la delocalizzazione di imprese statunitensi in Messico fino all’espulsione di milioni di immigrati.
Praticamente nessuna di queste proposte è stata finora attuata, ma questo non vuol dire che i rapporti con il Messico siano ottimali, e sono probabilmente destinati a peggiorare.
Con Cuba, invece, Trump è tornato sulle posizioni tradizionali statunitensi. Dopo aver annunciato già a giugno un “ritorno al passato”, a Novembre ha firmato nuove norme che rendono più difficoltosi non solo i rapporti commerciali, ma lo stesso viaggio da e per l’isola caraibica. Non si tratta di un vero e proprio ritorno all’embargo, ma potrebbe essere un primo passo in questa direzione.
Lo scopo è evidente: destabilizzare il regime cubano e “rendere libera l’isola”. Il processo di normalizzazione intrapreso da Obama è stato annullato da questa azione. Potrebbe trattarsi di una mossa controproducente: è chiaro che il comunismo a Cuba è ormai agli sgoccioli, ma su ciò che seguirà c’è molta incertezza. Mostrandosi concilianti, gli Stati Uniti avrebbero potuto far leva sul proprio soft power per guidare il processo di transizione. Adesso, invece, si torna ad un approccio puramente oppositivo, che lascia poco spazio ad una diplomazia pacifica.

Sud America: Le vittorie del neoliberista Mauricio Macri in Argentina a ottobre e del conservatore Sebastiàn Piñera in Cile a novembre hanno spostato decisamente a destra l’asse politico dell’America Latina. Sommati all’insediamento di Michel Temer in Brasile, questi successi della destra filo-americana hanno definitivamente sepolto i sogni di grandi coalizioni bolivariane in grado di fare fronte comune rispetto agli USA.
Anche in Colombia la pacificazione nazionale a seguito della resa delle FARC ha rinsaldato la leadership del governo conservatore filo-statunitense.
Gli unici stati che ancora manifestano la propria opposizione agli USA sono la Bolivia e il Venezuela. Economicamente irrilevante, la Bolivia di Morales non costituisce un vero ostacolo agli USA. Altro discorso riguarda il Venezuela retto dall’erede di Chavez, Nicolas Maduro.
Il vero colpo al Venezuela lo ha inferto a ben vedere l’Arabia Saudita, con la propria politica di vendita di petrolio a prezzo ribassato. Questa mossa, iniziata già nel 2016 in spregio agli accordi dell’OPEC (di cui anche il Venezuela fa parte) è servita a danneggiare un rivale storico dei sauditi, l’Iran, con la sua alleata Russia. Il Venezuela è stato in un certo senso un “effetto collaterale” di questa guerra. Eppure da nessuna parte come nella patria del nuovo bolivarismo la crisi petrolifera ha fatto sentire i suoi morsi.
Privo di un’economia differenziata, dipendente in tutto dalle fluttuazioni del greggio, il Venezuela è semplicemente collassato. I maldestri tentativi del governo di porre un freno all’inflazione galoppante si sono risolti in un disastro, e i partiti dell’opposizione borghese hanno fatto leva su un’opinione pubblica stremata per mettere in ginocchio il governo. Maduro, com’è noto, ha risposto con il pugno di ferro esacerbando ulteriormente il clima di tensione.
I legami tra l’opposizione neoliberista e gli Stati Uniti non sono un mistero, e Trump ad agosto ha ventilato di voler intervenire militarmente. Quest’ipotesi, per fortuna, non si è ancora concretizzata, ma non è detto che non venga tirata fuori nel caso in cui la crisi economica dovesse perdurare.

Il continente sudamericano rimane con ogni evidenza il giardino di casa degli Stati Uniti, e forse non è mai stato così strettamente a rimorchio degli USA dall’11 settembre ad oggi.

Unione Europea: Sul continente europeo il potere statunitense sta scricchiolando da diversi anni, ma la presidenza Donald Trump sembra costituire una cesura netta, e una cesura senz’altro negativa.
Nel 2001 gli stati europei intervennero prontamente in Afghanistan al fianco degli Stati Uniti.
Nel 2003, in un contesto molto diverso, furono molte meno nazioni a seguire Bush nella sua impresa contro Saddam.
Nel 2014, in occasione della crisi ucraina, gli Stati Uniti di Obama cavarono d’impaccio un’Unione Europea titubante e ingessata. Ma gli Stati Uniti hanno agito facendo i propri interessi, non quelli dell’UE, cercando di contenere l’espansionismo della Russia tramite le sanzioni economiche, che hanno danneggiato l’economia russa tanto quella europea.
Con l’insediamento di Donald Trump, la Germania e la Francia hanno deciso di premere l’acceleratore sul processo di unità europea. È stata elaborata la teoria dell’Europa a due velocità in un’ottica di maggiore integrazione (per quanto a livello ideale ciò rappresenti una contraddizione).
Le elezioni in Francia hanno posto un argine al populismo, che sembrava dovesse dilagare nel 2017 in tutta Europa. Con esse è stato investito del mandato popolare un presidente estremamente attivo in politica estera.
Macron sembra pronto a negoziare i termini della nuova UE con il governo di Angela Merkel, ancora in via di formazione dopo il risultato incerto delle elezioni tedesche di settembre.
Donald Trump considera l’Unione Europea come un rivale economico, e non nasconde la sua ostilità verso le istituzioni europee. Per questo, ha fatto capire alla Russia di lasciare ampi margini in Est Europa, lasciando l’UE a confrontarsi da sola con il grande vicino d’Oriente.
La Commissione Europea, però, non si è scoraggiata e ha anzi posto le basi per la realizzazione di un sistema militare comunitario. Un altro mattone nella costruzione di un’Europa Unita.
Se le tendenze della politica estera di Trump dovessero rimanere queste, è probabile che l’UE, costretta a muoversi in autonomia, proceda sempre più spedita verso un processo di unità politica e diplomatica oltre che monetaria.

I più pessimisti, un anno fa, prospettavano un accerchiamento dell’Europa da parte di regimi più o meno populisti, più o meno conservatori e variamente ostili. A un anno dall’insediamento di Trump, la situazione appare ribaltata: l’ondata di populismo sembra essersi arrestata, e l’UE pare aver trovato le forze per affrontare di buona lena i numerosi problemi che l’affliggono.

Gran Bretagna: Con la rielezione di Theresa May a giugno, la prospettiva di un asse populista-conservatore tra USA e Regno Unito è definitivamente sfumata. Nonostante le simpatie reciproche, i governi di May e Trump sono troppo deboli e troppo isolazionisti per costituire un fronte comune credibile.

Russia: Insidiato dallo scandalo del Russia-Gate, Trump ha preferito mantenere un basso profilo nei confronti della Russia. Gli unici incontri tra Trump e Putin sono avvenuti in occasione del G20 dello scorso luglio e dell’incontro della Cooperazione Economica Asiatico-Pacifica, a novembre. Non c’è finora stato un summit bilaterale che abbia permesso un confronto diretto tra i due presidenti.
I rapporti tra Russia e USA sembrano migliorati rispetto al secondo mandato dell’amministrazione Obama. Le relazioni sembrano improntate ad un sostanziale laissez-faire reciproco. Con l’eccezione importante dell’attacco missilistico degli USA in Siria il 6 aprile 2017, gli Stati Uniti sembrano non voler intralciare gli interessi russi in Medio Oriente e in altre aree strategiche.
È probabile che questo rapporto di buon vicinato sia destinato a durare, perché Trump sembra non avere una strategia interventista programmatica, con l’unica eccezione della Corea del Nord. Lasciare spazio alla Russia significa anche mettere in difficoltà l’Unione Europea, un obiettivo fondamentale della strategia trumpiana.

Vicino e Medio Oriente: Molto si è scritto a riguardo della situazione mediorientale, anche su questa rubrica, per cui non ci dilungheremo qui su tale scacchiere.
Condensando il ragionamento di Trump sull’area, si può dire che Trump stia cercando un riavvicinamento agli alleati tradizionali, Israele e Arabia Saudita, in una classica ottica da presidente repubblicano.
Questo riavvicinamento, in funzione smaccatamente anti-iraniana, ha portato Trump a decisioni estreme, come l’annuncio dello spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme e l’abbandono dell’UNESCO. Due mosse che hanno molto riavvicinato USA e Israele dopo la tacita ostilità dell’era Obama, ma che allo stesso tempo hanno isolato i due stati rispetto al resto della diplomazia mondiale.
In Arabia Saudita, a giovarsi dell’appoggio statunitense è soprattutto l’ambizioso principe ereditario Mohammad Bin Salman, artefice dell’intervento saudita in Yemen, dell’embargo al Qatar e di una serie di purghe che hanno portato al processo di decine di ministri, nobili e politici sauditi.
La politica del deprezzamento del petrolio sta facendo il gioco degli Stati Uniti, danneggiando la Russia, l’Iran e “stati canaglia” come il Venezuela. Questa politica rischia però di danneggiare economicamente l’Arabia Saudita, sul lungo periodo, ed è quindi probabile che venga presto ridimensionata o abbandonata.

Africa: Con l’eccezione di Libia ed Egitto, da diversi anni l’Africa non è più nell’agenda politica statunitense. Dopo la disastrosa campagna somala dell’inizio degli anni ’90, le forze statunitensi sembrano non voler rimettere piede nel continente africano (ancora, con l’importante eccezione della Libia).
L’Africa sta affrontando un momento critico dal punto di vista politico, demografico ed economico, e tutto lascia pensare che sarà la vera protagonista del XXI secolo. Per ora, comunque, è un continente ancora poverissimo e in lenta crescita, dove gli interessi economici occidentali, dopo la crisi del 2007, si sono ridotti notevolmente.
In Africa, con l’imponente progetto della Nuova Via della Seta, si sta imponendo un altro colosso: la Cina. Ma di questo parleremo nel prossimo articolo.

In sintesi: Sullo scacchiere dell’Atlantico la politica di Donald Trump ha conosciuto alterne fortune, ma non ha saputo esprimere una chiarezza programmatica, né una visione lineare degli scopi da perseguire. Trump si è incanalato in molti dei ragionamenti tradizionali dei repubblicani statunitensi (gli stati canaglia, la vicinanza a Israele e Arabia Saudita), ma si è profondamente distaccato da altri (l’egemonia in Medio Oriente, l’ostilità verso la Russia).
In generale, la politica estera di Trump sta alienando i favori degli USA in molti organismi internazionali (UE, ONU ecc.), e sta favorendo indirettamente il sorgere di nuove potenze regionali. È possibile che in futuro questa fase possa essere identificata con l’inizio del declino degli Stati Uniti d’America come potenza egemone globale.

La nuova Via della Seta e i suoi protagonisti

Alla scoperta de La nuova via della seta è una rete di itinerari commerciali, interessi economici e accordi geostrategici.

La seta, da sempre uno dei tessuti più preziosi, solo a pronunciarne il nome si ha la sensazione di delicatezza e leggerezza, è un attimo che ci si immagini avvolti in una stola. Lussuosa e rara, per averla in antichità era necessario recarsi fino in Cina che custodiva il segreto per la sua realizzazione, almeno fino al settimo secolo quando la sua lavorazione venne esportata in altri paesi. Per capriccio, vanità, curiosità o affari, quella stoffa così pregiata attraeva mercanti pronti a ricambiare la Cina di cavalli, pellicce o altri materiali come la giada, il vetro, l’avorio. E così il drappo prezioso ha dato il nome a una delle più antiche e famose vie commerciali della storia: “la via della seta”. In realtà non si tratta di un’unica via, ma di un certo numero di antiche vie commerciali che collegavano la Cina con paesi centro asiatici, una vasta estensione territoriale dalla Cina alle sponde del Mediterraneo orientale. Viaggiatori, invasori e conquistatori, paesaggi esotici, profumi e spezie, il deserto. Passato e presente, perché quella via di scambi commerciali esiste ancora. Certo, non è più percorsa e attraversata da carovane e cammelli ma non ha perso di mistero, la sua rotta infatti ha attirato l’attenzione e gli interessi di un triangolo particolare: Mosca-Pechino- Teheran. La Nuova via della seta dunque è una rete di itinerari commerciali, dalla Cina al Mediterraneo, attraversando l’Asia centrale e l’Iran.

Il polo orientale di questo flusso è da sempre costituito dalla Cina, mentre quello orientale dall’Iran, al quale si deve la diffusione nell’Impero romano prima e bizantino poi, fino a tutto il mondo cristiano, della seta cinese. Ad oggi, negli anni delle sanzioni, la Cina si è ritagliata un ruolo d’onore, prendendo in Iran il posto dell’Europa. È dal 2016 infatti, da quando Xi Jinping si è recato a Teheran per intensificare i rapporti con Pechino.

Il boom commerciale tra i due paesi si è realizzato tra il 2005 e il 2013, durante i due governi dell’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad, per un valore di 45 miliardi nel 2011. L’inasprimento delle sanzioni economiche verso l’Iran poi, deciso da una parte della comunità internazionale a febbraio 2012, ha indirettamente favorito, in modo particolare sul piano economico, la Cina. Infatti, nel momento in cui l’esportazione del petrolio verso i paesi occidentali ha subito un forte calo, è stata proprio la Cina a ritagliarsi una posizione di rilievo come partner commerciale dell’Iran. Gli accordi prevedevano un accesso a dir poco monopolistico al petrolio persiano in cambio di beni, servizi e investimenti, poiché a causa delle limitazioni bancarie dovute alle sanzioni contro Teheran rendevano operazioni finanziarie praticamente impossibili. Nel frattempo quei paesi europei come la Germania o l’Italia che dagli anni Ottanta ai Duemila avevano avuto un ruolo importante nell’asse commerciale con l’Iran, hanno perso diverse posizioni. La Cina poi, in quanto principale competitor economico degli Stati Uniti si è dimostrata un partner molto più appetibile data l’impostazione anti americana della Repubblica Islamica.

54 miliardi di dollari il valore dello scambio commerciale tra i due paesi al 2014, inoltre almeno un terzo delle esportazioni di Teheran era diretto verso Pechino che ha continuato ad investire anche al confine con l’Iraq dove i Pasdaran la fanno da padrone: energie, infrastrutture, porti e immobiliare, fino all’energia.

Al 2015 dunque, la Cina era il più importante cliente per l’Iran, con circa il 50% dell’export petrolifero persiano e allo stesso tempo Teheran la sesta fonte di approvvigionamento di petrolio per Pechino, dopo l’Angola e l’Arabia. L’alleanza politico- economica tra i due paesi va ad ulteriore vantaggio della Cina, permettendogli di mantenere un’influenza nell’area mediorientale e caucasica. L’Iran è diventato poi il fulcro della OBOR, ovvero la “One belt, one road” cinese, una rete di infrastrutture su scala regionale, in particolare ferrovie ad alta velocità, con lo scopo di concentrare gli investimenti cinesi in Asia centrale. Questo sviluppo era già stato previsto a Ufa nel 2015, dove si erano tenuti ben due summit, quello dei paesi emergenti BRICS e quello dell’Organizzazione per la cooperazione di Shangai. Quest’ultima avrebbe potuto inglobare nel suo marcato realtà non ex sovietiche come India, Pakistan e Iran, rilanciando così una sorta di triangolo Mosca-Pechino-Teheran. Russia e Iran infatti, per una serie di motivi, dal condiviso sentimento anti americano, alla comune volontà di tutelare gli “amici” del Levante, come il regime di Bashar Assad in Siria, si erano ritrovate in una nuova alleanza, superando le incertezze reciproche. Dal 2015 ad oggi poi la cooperazione tra Pechino e Teheran si è ulteriormente rafforzata, infatti le esportazioni Iraniane in Cina sono sensibilmente aumentate nella prima metà del 2017.

La cosa certa è che la Via della seta non vive solo in racconti millenari e memorie esotiche, ma nella quotidianità delle manovre e degli accordi geostrategici, dall’Asia al Medio Oriente, all’Europa, in un flusso di commerci ed interessi in continua evoluzione.

Se il detto dice “tieniti stretto gli amici e ancora di più i nemici”, in questo caso vale il contrario. Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran aveva dato voce al suo paese dicendo che l’Iran non si sarebbe mai dimenticato dell’amico Cinese, presente e attivo nel momento di difficoltà e isolamento.

La razionale strategia di Kim Jong-un

Kim Jong-un è un personaggio da molti deriso e non preso sul serio, ma le sue azioni rivelano un’estrema razionalità. Il riso che provoca in molti occidentali risiede nel non aver ancora appreso l’insegnamento di Montesquie contenuto in “Lettere Persiane”. Opera pubblicata anonimamente nel 1721 ad Amsterdam racconta lo scambio epistolare fra due persiani che viaggiano in Europa, Usbeck e Rica. Questo saggiò offrì a Montesquieu l’espediente per pubblicare, in forma di lettere, brillanti saggi nei quali la società e le istituzioni (francesi innanzi tutto), sono descritte secondo moduli relativisti, adottando il punto di vista di esponenti di una cultura diversa da quella europea. Con satira sferzante, vi si traccia un quadro disincantato dell’assolutismo francese. Ora basta ribaltare i ruoli e all’appellativo “francese” sostituire “occidentale”.

E’ nella relatività dei costumi teorizzata e portata alla luce da Montesquie che s’insidia l’incapacità occidentale di saper riconoscere l’estrema e lucente accuratezza del programma di Kim Jong-un. Allo stesso tempo e modo l’opinione pubblica occidentale non è in alcun modo capace di declinare l’enorme pericolosità delle armi a disposizione del dittatore nordcoreano. Guida suprema della Repubblica Popolare Democratica di Corea, Kim Jong-un ha studiato alla Scuola Inglese Internazionale di Berna sotto pseudonimo e secondo un suo ex cuoco personale, Kim Jong-un sa parlare coreano, inglese, francese e tedesco.

Nell’ultimo anno è particolarmente cresciuta la capacità militare e tecnologica della Corea del Nord, dai test missilistici fino al possedimento della fatidica bomba H, il paese asiatico si è reso protagonista di una forte accelerazione. Un’accelerazione della produzione e capacità tecnico militare che prosegue il solco dinastico a comando della Corea del Nord da decenni.

Seguendo il tratto di conoscenza della società per la comprensione di un popolo, come l’insegnamento di Montesquie richiede, diviene essenziale lo studio dei fondamentali della società nordcoreana. Attraverso ciò si comprenderà il quadro razionale della strategia dello Stato Comunista. Ciò, potrebbe portarci a conclusioni personali ben diverse dalla comoda e dannosa riduzione a nevrosi psicotica della politica estera nordcoreana.

Poc’anzi ho definito la Corea del Nord come un paese comunista, la cui origine dottrinale è confermata dalla storia, ma il cui sviluppo è certamente fuori ogni possibilità di categorizzazione politica, rappresentando pertanto un unicum. Tra i primi fondamentali di un Paese, dopo la descrizione della sua forma di governo e del suo apparato militare vi è imprescindibilmente l’economia. Inaspettatamente e incredibilmente, in antitesi alle previsioni di molte agenzie di rating e analisi, la Corea del Nord ha registrato una crescita del Pil che nell’ultimo biennio è cresciuto dall’1% al 4%. Ciò non ha però portato alcun beneficio alla popolazione, che viene considerata dalle Nazioni Unite tra le più povere del mondo.

La Corea del Nord ricerca un’attenta e scrupolosa “strategia della crisi”. E’ infatti attraverso lo stato di mobilitazione continua e di massa che mantiene saldi i fili del regime sulla popolazione. Ed è sul mantenimento del potere sulla popolazione e dello status di Guida Suprema della Corea del Nord che si gioca la partita di Kim Jong-un.

«La Corea del Nord considera il suo riconoscimento come una potenza nucleare da parte della comunità internazionale – spiega l’editorialista del Corriere Franco Venturini – l’unico modo per garantire la sicurezza e la durata del regime».

Ottenere lo status di paese nuclearizzato permetterebbe a Pyongyang di essere considerata al pari delle grandi potenze. Il grande errore di questa prassi, ormai consolidata a livello internazionale, è stata colpa dell’incapacità della diplomazia anglo-francese degli anni novanta, assai diversa dell’attuale, che portò alla non belligeranza di fronte i test nucleari di Paesi come India e Pakistan nel 1998. Potenze regionali, ma non globali.

Oggi raccontare la crisi nordcoreana come un duello tra eccentrici leader, Trump e Kim Jong-un, è un’evidente sottovalutazione delle forze e degli interessi in campo.

Negli ultimi mesi nei momenti di maggior tensione, Kim Jong-un sembra sempre in grado di poter controllare la partita. Conosce i suoi limiti ed i suoi punti di forza. E’ consapevole che per gli Stati Uniti l’opzione militare resta ancora troppo rischiosa. Sebbene il Pentagono sia operativamente capace di compiere azioni belliche durature ed efficaci nell’area da oltre un mese.

Allo stesso tempo si inseriscono nella partita gli interessi della Cina. Pechino ha da tempo, anche attraverso un recente embargo di petroli e gas, messo in crisi i rapporti con la Corea del Nord. Ciò non rende  però favorevole l’ipotesi di un attacco militare terzo contro Pyongyang da parte cinese. La destabilizzazione del paese avrebbe come prima conseguenza l’esodo di milioni di profughi. E, scenario ancora peggiore, la prospettiva di una riunificazione coreana, magari sotto la regia americana e la forte compresenza della NATO.

Alla luce di queste considerazione Kim Jong-un si deve necessariamente considerare un valido e cosciente stratega. Una strategia dai contorni spaventosi, ma alla luce della partita metaforicamente portata sugli scacchi, rendono Kim Jong-un un re lucido e con una strategia razionale. Una razionale e lucida follia.