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La Cina nel Pacifico spaventa l’Australia

L’inferenza cinese nel Pacifico spaventa l’Australia. La nazione oceanica ha deciso di rispondere a quello che viene visto come un disegno di influenza capillare nel sud-est Pacifico annunciando ingenti spese militari e l’esclusione di colossi come Hauwei dai piani di sviluppo tecnologico.

Il premier australiano Scott Morrison ha infatti promesso di aumentare l’impegno militare e diplomatico australiano nel Sud del Pacifico in risposta ai forti investimenti e alla presenza massiccia di vettori navali cinesi nella Regione. E’ stato annunciato dall’Australia la creazione un fondo infrastrutturale da $ 2 miliardi (1,26 miliardi di Euro) per l’area del sud Pacifico, aumentando di fatto gli schieramenti navali. Inoltre, come accade nell’Europa Orientale con la NATO e gli USA, anche l’Australia svolgerà più esercitazioni militari con le nazioni insulari della zona.

Se molti sostengono che la Cina, in termini prettamente geopolitici e militari, non sia una potenza globale, ma regionale è indubbio che il suo attivismo dal Mediterraneo (nel quale ha ripreso influenza e basi la Russia, salda alleata di Pechino).

L’Australia, alleato chiave degli Stati Uniti nel Pacifico con il Giappine, ha toccato un terreno diplomatico roccioso lo scorso anno con la Cina, il suo principale partner commerciale. Le tensioni sono state sollevate quando il governo ha espresso preoccupazione per le società sostenute da Pechino che finanziavano le infrastrutture nelle nazioni del Pacifico. Tra i timori vi è la paura che Pechino possa aprire basi militari cinesi nella regione, cosa accaduta in passato nell’Oceano Indiano.

A tal proposito il governo australiano ha recentemente respinto l’offerta di 13 miliardi di dollari (9,4 miliardi di dollari) di CK Group per l’operatore del gasdotto APA Group per timori sulla sicurezza nazionale, una decisione che ha il potenziale per infiammare ulteriormente le tensioni diplomatiche.

 

Mentre il Pacifico è stato tradizionalmente considerato il territorio diplomatico australiano ed è il maggior beneficiario di aiuti esteri da Canberra, la Cina ha aumentato i prestiti alle piccole e indebite nazioni delle isole del Pacifico alfine di entrare in uno spazio d’influenza maggiore. L’annuncio di Morrison di un maggiore coinvolgimento nel Pacifico arriva dopo che la settimana scorsa ha detto che l’Australia sta formalmente impegnandosi in un’iniziativa congiunta con Papua Nuova Guinea per sviluppare una base navale, a margine di un’offerta della Cina.

A seguito di un annuncio di giugno, l’Australia contribuirà a finanziare un nuovo cavo di telecomunicazioni che va da Sydney alle Isole Salomone, spremendo Huawei Technologies Co. – una società che nel mese di agosto è stata vietata la fornitura di apparecchiature wireless di prossima generazione agli operatori di telecomunicazioni australiani a livello nazionale motivi di sicurezza.

 

Morrison ha recentemente affermato che “la Cina è il paese che sta cambiando maggiormente l’equilibrio del potere” e “esercitando un’influenza senza precedenti nell’Indo-Pacifico”.

 

L’occidente, gli Usa e  i suoi alleati sono avvertiti.

Chi è e cosa pensa Jair Bolsonaro, il nuovo Presidente del Brasile

Bolsonaro è stato eletto nuovo Presidente del Brasile, il quinto Paese più grande del globo. Nei suoi intenti vi è la promessa di sostituire la Bibbia al marxismo latino. Non ha dimenticato di ringraziare Dio per aver superato l’attentato di un mese fa che lo ha tenuto lontano dalla campagna elettorale per un po’ di tempo e che gli ha impedito di partecipare ai dibattiti televisivi con gli altri candidati. Ha affermato a caldo che “Sono molto felice per questa missione di Dio, e una missione non si discute né si sceglie, ma si compie. Insieme compiremo la missione di riscattare il nostro paese”.

Garantendo di voler seguire la Costituzione e di rispettare la democrazia e la libertà, ha affermato di voler garantire la governabilità del paese, ma che la burocrazia verrà tagliata così come anche i privilegi e gli sprechi, per permettere ai cittadini di avere un futuro. Un altro suo punto forte è la decentralizzazione amministrativa: “Più Brasile, meno Brasilia”, ha affermato Bolsonaro.

 

RELIGIONE –  Le Sacre Scritture, prontamente citate nel discorso della vittoria, verranno interpretate per spiegare il suo operato in una maniera che soddisfi i decisivi elettori cattolici ed evangelici. Nella vittoria di Bolsorano vi è anche la sconfitta di Francesco, Vescovo di Roma, e di quella che comunemente viene chiamata Teologia della Liberazione, poiché nei risultati brasiliani si propaga l’immensa potenza del tradizionalismo e dell’uomo bianco impaurito, marginalizzato per anni dalla relativizzazione nella Chiesa di Roma e dall’avanzata del marxismo (vedi il Venezuela) in Sud America.

POLITICA ESTERA – In politica estera la priorità di Bolsonaro, che sostiene il presidente degli Stati Uniti da prima che quest’ultimo vincesse le elezioni, sarà riavvicinare il Brasile agli Usa e ridurre l’influenza della Cina, diventata da qualche anno primo partner commerciale di Brasilia.

Pechino che ha rappresentato un valido appiglio per sganciare, durante la Presidenza Lula, il Brasile dalle onnipresenti scelte di Washington. Washington, che mal digerisce nel proprio emisfero la possibilità di emersione a leader e potenza globale di un’altra nazione.  Con la sua fame di materie prime, Pechino ha determinato un aumento dei prezzi delle stesse che ha contribuito al rafforzamento del real, acuito la dipendenza dalle esportazioni di risorse naturali e in ultima istanza rallentato lo sviluppo di settori più avanzati.

E’ certo nel frattempo l’appoggio a Israele nel cambio di sede d’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Un passo quasi obbligato ormai per tutti i Paesi a trazione conservatrice nel mondo, a eccezione europea.

SUD AMERICA – Bolsonaro, che entrerà in carica il 1° gennaio 2019 per quattro anni, non ha intenzione di risolvere alla radice la debolezza economica del Brasile. Spera piuttosto che l’allineamento geopolitico a Washington produca i benefici che una Cina in rallentamento non può garantire. Ad oggi è nella partita per il Venezuela che una ritrovata sintonia con Washington potrebbe inserirsi il Brasile. Se da un lato la vittoria del liberalismo sul socialismo rivoluzionario nel breve medio periodo potrebbe relegare sempre sotto l’influenza statunitense il Sud America, una forte partnership con gli Stati Uniti d’America, potrebbe rendere Brasilia l’unica vera potenza regionale, con il placet questa volta di Washington.

POLITICA ECONOMICA – La politica economica del Paese sarà affidata all’economista Paulo Guedes. Nato a Rio de Janeiro nel 1949, Guedes è considerato un discepolo dei Chicago boys, i riformisti liberali americani guidati da Milton Friedman. Il suo pensiero economico e politico è spiegato negli articoli che regolarmente pubblica sul quotidiano O Globo. Crede nella “morte della vecchia politica” e la nascita di “una nuova grande società aperta”. Guedes è molto critico della gestione del Partito dei Lavoratori, che dal 2015 ha portato l’economia brasiliana in recessione. Il suo programma prevede la privatizzazione di tutte le imprese statali, tra cui la Banca del Brasile e la petrolifera Petrobras. Guedes ricorda che il Brasile ha un debito enorme (77,3% del Pil) e paga circa 88 miliardi di euro all’anno di interessi. Ma, senza espansionismo economico pubblico e debito le riforme sociali non si sarebbero potute fare in Brasile, il PCI nel 1975 insegna. Ma, il programma di Bolsorano assomiglia economicamente in Italia a quello di +Europa, una ricetta di neo liberismo contro il debito e per l’austerità.

“La centralizzazione di risorse e poteri corrompe la politica e frena l’economia. È uno stato che è in tutto e interviene ovunque, perché è minimo nella consegna e massimo nel consumo”, ha scritto Guedes. L’economista ha l’intenzione di eliminare completamente e riformare il sistema di assistenza sociale e il sistema di pensioni. Vuole rendere quest’ultimo un regime di capitalizzazione individuale. Secondo Guedes, i contributi “riducono la competitività delle imprese, fabbricano diseguaglianze sociali e minacciano la crescita dell’economia”.

Ora la sfida per il Brasile è o prendersi il ruolo che dimensioni e posizione gli potrebbero concedere o rischiare di finire nel baratro economico come l’Argentina di Macrì, laddove le ricette neo-liberiste hanno prodotto un effetto inverso sulla lotta la debito e una macelleria sociale, priva di crescita economica.

 

USMCA – Trump vince la sfida sul commercio nel post NAFTA in Nord America

Riscrivere il trattato NAFTA e far convergere Messico e Canada su un nuovo trattato l’USMCA. Sembra un paradosso, un folle azzardo quello di Donald Trump, il quale è riuscito a vincere la sua scommessa. Una scommessa vinta che dimostra come gli Stati Uniti d’America, a dispetto di quel che vogliano far credere giornalisti del mainstream in Europa, possano imporre, con clausole più eque per il loro multilateralismo, nuovi trattati. Ovunque.

La convergenza sull’USMCA è stata raggiunta la scorsa settimana dal rappresentante per il Commercio americano Robert Lighthizer e il ministro degli Esteri canadese Chrystia Freeland, grazie anche all’intermediazione del presidente messicano Andres Obrador. Così all’alba di lunedì è stata annunciato, in una dichiarazione congiunta, l’Accordo Usa-Messico-Canada (Usmca), per un controvalore di 1.200 miliardi di dollari.

 

La firma arriverà a novembre, a margine del G20 in Argentina. «Un’operazione storica, un accordo meraviglioso»: esulta Trump su Twitter. «È una grande intesa per tutti e tre i Paesi, risolve molte carenze ed errori del Nafta, apre grandemente i mercati ai nostri agricoltori e produttori manifatturieri, riduce le barriere commerciali per gli Usa e porterà tutte e tre le grandi nazioni insieme in competizione con il resto del mondo».

E se il Congresso non dovesse approvarlo, il presidente ha detto di avere già «altre opzioni» pronte. Una vittoria per l’inquilino della Casa Bianca, sullo scacchiere internazionale ma anche interna, perché arriva a poco più di un mese dalle elezioni di metà mandato dove è in gioco la conferma della maggioranza repubblicana alla Camera. «Avevo fatto una promessa, e ho mantenuto quella promessa, è il più importante accordo della storia americana», una «vittoria storica» per i lavoratori. E a chi lo ha preso di mira per la sua politica dura sul piano commerciale, il commander in chief fa notare: «Senza dazi non sarebbe stato raggiunto l’accordo commerciale con Messico e Canada». Quindi il monito alla Vecchia Europa: «Senza un’intesa con la Ue, imporremo dazi sulle auto».

La notizia del raggiunto accordo è stata salutata con gioia dal Dow Jones Industrial Average che nella giornata dell’accordo è salito di quasi 200 punti, mentre le valute di Canada e Messico sono aumentate rispetto al dollaro USA.

Il primo ministro canadese, Justin Trudeau, domenica notte ha dichiarato che l’accordo commerciale tra Stati Uniti, Messico e Canada che sostituirà il Nafta “darà benefici profondi” all’economia della sua nazione. Trudeau ha ammesso che sono state fatte alcune concessioni e che aggiornare l’accordo di libero scambio, firmato nel 1994, “non è stato facile”.

Chi vedeva lo scorso luglio Donald Trump al G7 in difficoltà si sbagliava. La prova muscolare degli Stati Uniti d’America rispetto i vicini Canada e Messico ha portato un risultato che avvantaggia il sistema economico statunitense. La partita con i primi (falsi?) alleati del G7 occidentale è stata vinta e ora, quasi sicuramente, verrà il turno dell’Europa. Europa, dove Washington può contare su un’unica alleata contro Germania e Francia: Roma.

Turchia – Sull’orlo del baratro finanziario. Erdogan si arrende ai Mercati

La Turchia sta vivendo ore drammatiche a causa di una forte crisi finanziaria e monetaria. La crisi della Lira ha fatto si che il Presidente Erdogan si sia dovuto piegare, cosa rara per un politico comunque la si vede di forte carattere, ai diktat e alle regole dei mercati.

Nella serata di mercoledì la banca centrale turca ha alzato i tassi di interesse in una riunione di emergenza e il presidente Recep Tayyip Erdogan ha promesso fedeltà ai principi globali sulla politica monetaria, piegandosi così alle pressioni dei mercati finanziari dopo aver portato la nazione in una crisi valutaria.

Cos’è una crisi valutaria? –  Una crisi finanziaria, in economia e precisamente in un contesto macroeconomico, si ha quando la domanda di denaro, sotto forma di capitali da parte delle aziende, è superiore all’offerta da parte delle banche e degli investitori.

Se in passato la si associava ad una bank run, oggi può anche prendere la forma di una crisi valutaria o finanziaria, visto il peso che il mercato dei capitali riveste oggi e considerata la mobilità di capitali derivante dalla graduale rimozione delle restrizioni al movimento dei capitali avvenute verso la fine del XX secolo.

Le mosse della banca centrale turca e il ruolo di Erdogan – La banca centrale ha alzato il suo tasso di liquidità in ritardo di 300 punti base al 16,5%, dopo una riunione straordinaria del comitato di politica monetaria. Ha mantenuto invariati gli altri tassi, descrivendo la mossa come una “forte stretta monetaria” e dicendo che è pronta a continuare a utilizzare tutti gli strumenti. La lira ha invertito le perdite dopo aver ceduto fino al 5,2 percento al minimo storico. Era ancora del 17 percento più debole rispetto all’inizio dell’anno.

La banca centrale ha agito dopo tre settimane di turbolenze in gran parte autoinflitte nei mercati turchi. Erdogan, che sta cercando la rielezione come presidente, si è opposto ripetutamente a qualsiasi mossa per alzare i tassi di interesse, riferendosi a loro come “la madre di tutti i mali”, mentre gli investitori e gli economisti sostenevano che era l’unico modo per fermare una crisi finanziaria recentemente mai affrontata dalla Turchia.

I rischi per Fitch – L’agenzia di rating ha prodotto un paper intitolato “La retorica della Turchia accresce i rischi per il quadro politico” che analizza il trend della lira turca, partendo dalle indicazioni di politica monetaria del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che recentemente ha messo l’accento sulla volontà di assumere un ruolo maggiore nell’influenzare la fissazione dei tassi di interesse. Secondo Fitch la politica monetaria in Turchia è stata per lungo tempo soggetta a vincoli politici, ma adesso una minaccia esplicita di frenare l’indipendenza della banca centrale aumenterebbe i rischi per il sistema politico e per l’efficacia delle sue azioni.

L’agenzia di rating ha aggiunto che il problema in Turchia è che l’indipendenza della politica monetaria è stata ampiamente compromessa dal modo in cui la politica locale funziona e ha osservato: “Una maggiore erosione dell’indipendenza della politica monetaria farebbe ulteriore pressione sul profilo di credito sovrano della Turchia”.

Il difficile nodo dell’elezioni il prossimo mese in Turchia –  Il presidente Erdogan , a capo della potenza Nato Turchia da ne 15 anni, è stato sottoposto a crescenti pressioni da parte di alcuni ministri e funzionari finanziari per consentire un aumento dei tassi. L’innalzamento dei tassi d’interesse, quindi anche del costo del denaro, è coinciso con l’iniziare di una campagna durissima per la rielezione a Presidente. Una campagna che sarà durissima poiché i sondaggi suggeriscono che potrebbe affrontare una sfida più dura rispetto alle votazioni precedenti. Elezioni non difficili da superare, ma che a distanza di due anni dal tentato golpe riflettono una Turchia non certo pronta a nominare suo Sultano per sempre Erdogan.

Erdogan che se non si è mai arreso alle proteste, ai tentati golpe e alle pressioni internazionali; stavolta lo ha fatto difronte i mercati. I quasi onnipotenti mercati.

Il giovane Karl Marx: quando la politica era scienza.

Il prezzo di un biglietto che vale una lezione. Con il «Giovane Karl Marx», il regista Raul Peck utilizza il cinema nella sua forma più matura e utile: quella didattica.

“I filosofi hanno solo interpretato il mondo. Il punto ora è cambiarlo”.

È un’ Europa in fermento quella degli anni ‘40 del Diciannovesimo secolo. Per le vie di Berlino, nelle piazze di Parigi e nelle fabbriche di Londra, alberga un unico sentimento: quello rivoluzionario. Spinto da esigenze economiche e sociali, il proletariato europeo si ribella alla logica dello sfruttamento di stampo capitalistico. A guidarlo in questa impresa vi è il mondo degli intellettuali, la cui adesione alle rimostranze operaie passa per il comune riconoscimento dell’inumanità della vita all’interno delle fabbriche. Filosofi, attivisti ed economisti danno quindi voce al diffuso malcontento cittadino, oggetto di un’industrializzazione serrata. Tra di essi, spicca per arroganza ed intelletto, un giovane pensatore tedesco che risponde al nome di Karl Marx (August Diehl).

Sullo sfondo degli anni che precedettero i moti popolari del ’48, il film di Raoul Peck racconta con perizia, ed accuratezza, la vita e l’evoluzione del pensiero del giovane Marx a partire dalla pubblicazione degli articoli sulla Gazzetta Renana fino alla stesura del Manifesto del Partito Comunista. Un cammino fatto da successi e fallimenti, da fughe ed esili e da scontri ed incontri, il più importante dei quali avverrà nella Parigi del ‘43 con un altrettanto giovane e brillante economista dell’epoca, Friedrich Engels (Stefan Konrske). Superata la diffidenza iniziale, tra i due nascerà un sodalizio filosofico e fraterno che negli anni delle turbolenze politiche e sociali europee avrà il compito di fornire ai proletari di tutto il mondo una nuova alternativa di vita. Un’alternativa fatta di libertà.

Tuttavia, la libertà passa per la rivoluzione, la rivoluzione passa per la presa di coscienza e la presa di coscienza passa per una solidarietà non astratta ma per una fratellanza reale tra le persone che vivono le stesse condizioni. È inutile – sosterranno Marx ed Engels nell’acceso dibattito con i socialisti utopisti – parlare di diritti astratti se poi nella condizione reale e materiale, la classe dominante perpetra lo sfruttamento attraverso la guerra, attraverso l’espropriazione delle risorse, attraverso le condizioni durissime della fabbrica. Appare quindi evidente come al centro della pellicola di Raoul Peck ci sia un’intellettualità giovane e ribelle che vuole cambiare il mondo.

Eppure, non è l’unico aspetto che emerge. Il film dà allo spettatore soprattutto la rara possibilità di conoscere il lato più umano dei due filosofi tedeschi. Le loro fragilità, le loro aspirazioni, i loro affetti e i loro amori. In modo particolare il rapporto che lega Marx a sua moglie Jenny von Westphalen (Vicky Krieps). Un amore autentico e viscerale fatto allo stesso tempo di stenti e patimenti. Jenny, figlia del barone Freiherr Westphalen avrebbe avuto una vita agiata in Prussia e invece sceglie per amore di scappare con Karl preferendo ad una vita aristocratica una vita di esilio, una vita ribelle, una vita vera. Questo film piacerà non solo a tutti coloro che sono affamati di conoscenza politica e filosofica ma anche a tutti quelli che sentono dentro di sé la necessità di lottare per qualcosa o che anzi hanno già iniziato a farlo.

Ps: se potete, guardatelo in lingua originale con i sottotitoli perché il doppiaggio italiano è realmente scadente.

La guerra commerciale tra America e Cina

La guerra commerciale instauratasi tra l’America di Trump e la Cina appare esser solo all’inizio. Il presidente Trump si sta rivelando un uomo di parola e alle promesse elettorali della campagna del 2016 sta facendo seguire i fatti. Corretti o meno che siano, dall’abbattimento delle tasse alla limitazione dei visti per alcuni Paesi musulmani, nulla al momento sembra poter fermare il raggio d’azione del presidente statunitense.

DAZI E CONTROMISURE DI PECHINO – La guerra commerciale dell’America alla Cina vede oltre 1.300 beni, importati da Pechino, subire nelle prossime settimane un incremento di tassazione del 25 per cento, per un totale di 50 miliardi di dollari. La guerra dei dazi con cui il presidente Usa Donald Trump vorrebbe blindare la produzione Usa prosegue, e il governo cinese ha annunciato misure simmetriche, nonché un ricorso alla Wto.

Da prinicipio Washington, al fine di agevolare alcuni Stati fondamentali della federazione passati con le presidenziali ai Repubblicani, ha introdotto una tassa del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio importato negli Usa.

Per alcuni analisti il motivo che si nasconde dietro una scelta senza precedenti, pensata dalla Casa Bianca, è di denunciare il surplus della Cina verso gli Usa che si attesta intorno ai 300 miliardi, pari al 65% del totale.

Di sicuro Pechino non è restata a guardare e ha risposto con l’applicazione di dazi del 15 per cento a 120 categorie di beni tra cui generi alimentari.

IL RUOLO DELL’UNIONE EUROPEA – E’ chiaro che si trovi nel mezzo della partita giocata tra Washington e Pechino anche Bruxelles, che se da un lato subisce essa stessa il surplus commerciale della Cina, dall’altro teme di poter esser risucchiata in una guerra commerciale senza regole. L’Europa un po’ minaccia, un po’ trema, soprattutto per quanto riguarda la Germania, prima vittima delle turbolenze su prodotti come l’acciaio.

Dazi Usa: Ue, no a guerra commerciale ma risponderemo a Trump 

La commissaria al Commercio, Cecilia Malmstrom, al termine del Collegio dei Commissari a Bruxelles che ha esaminato la decisione dell’amministrazione Trump di introdurre dazi su alluminio e acciaio ha dichiarato che:

“Una guerra commerciale tra Europa e Usa non è nell’interesse di nessuno, ci sono solo perdenti in una guerra commerciale”, ma “se gli Stati Uniti continueranno su questa strada, l’Unione europea reagirà in maniera proporzionata e equilibrata per proteggere i posti di lavoro e l’industria europea”.

 “Non vogliamo procedere a una escalation, ma non possiamo restare con le mani in mano se delle misure così gravi venissero attuate danneggiando l’economia europea”, ha detto Malmstrom.

E L’ITALIA? – Discorso differente per l’Italia, la quale dalla guerra commerciale potrebbe guadagnare quasi un miliardo di euro nei prossimi due anni. Mentre per l’Europa si parla di un bottino aggiuntivo compreso tra i 3,9 e i 7 miliard, con problematiche per alcuni segmenti industriali del centro continente. A fare i calcoli è  stato il capo ricerca macroeconomica di Allianz e chief economist di Euler Hermes il dottore Ludovico Subran. Al momento quindi quelle che giungono dal rapporto teso tra Pechino e Washington sono buone notizie per l’Europa.

 

WTO: ESSERE O NON ESSERE? –  Sicuramente meno rassicuranti per il WTO he è alla sua prima grande prova dalla sua fondazione, e dovrà dimostrare se essere un vero player geoeconomico o di restare un organismo di studio. Infatti al pari delle altre organizzazioni internazionali, l’OMC non ha un effettivo e significativo potere per sostenere le proprie decisioni nelle dispute fra paesi membri: qualora un paese membro non si conformi ad una delle decisioni dell’organo di risoluzione delle controversie internazionali costituito in ambito WTO quest’ultimo ha la possibilità di autorizzare delle “misure ritorsive” da parte del paese ricorrente, ma manca della possibilità di adottare ulteriori azioni ritorsive; ciò comporta, ad esempio, che i paesi ad economia maggiormente sviluppata e solida possono sostanzialmente ignorare i reclami avanzati dai paesi economicamente più deboli dal momento che a questi ultimi semplicemente mancano i mezzi per poter porre in atto delle “misure ritorsive” realmente efficaci nei confronti di un’economia fortemente più solida che obblighino quindi il paese verso il quale il reclamo è indirizzato a cambiare le proprie politiche; un esempio di tale situazione è rintracciabile nella controversia DS 265 che ha dichiarato illegali i sussidi statunitensi alla produzione del cotone. Sempre gli USA di mezzo per il WTO, ma questa volta Ginevra avrà effettivo potere su uno Stato (realmente) sovrano come gli Stati Uniti d’America?

CILE – Piñera: a volte ritornano

Prendete il Cile e unitelo all’Italia per un istante o almeno per chi ha più di venticinque anni verrà semplice comprendere la statura del personaggio di cui si parla.

Quando si parla di Cile, il mio pensiero automaticamente va al giocatore cileno che ha riempito per anni il mio cuore: David Pizarro. Non scorderò mai il suo attaccamento ai suoi colori nazionali, che occasione abbastanza rara, lo portarono a lanciare la propria maglia verso la Sud, nel settore un tempo occupato dal più glorioso gruppo ultras della storia romanista (se non italiana). Lo stesso gruppo nella sua mitologica antologia è rimasto celebre per lo striscione “A volte ritornano”. Questo si potrebbe dire di Sebastian Piñera, il nuovo presidente del Cile, che ha vinto il ballottaggio di domenica. 

Tornando all’unica religione mondialmente riconosciuta ossia il calcio, il neo eletto presidente è proprietario della squadra Colo Colo e della tv Chilevision e questo ci riporta a pensare a un altro, forse il più grande presidente della storia del calcio europeo, che a Marzo giocherà l’ultima discesa in campo, ma stavolta in Italia.

L’analogia con il Bel Paese vuole che a sinistra, al Presidente di un club e di una televisione, gli siano ricordate le storie di scandali dovute a problemi giudiziari. 

Come per l’Italia, marzo 2018,  sarà un mese cruciale e tre giorni prima le nostre elezioni giorno Sebastian Piñera s’insedierà al Palacio de La Moneda. Piñera è considerato un moderato, e non una figura direttamente associata ai conservatori di estrema destra che hanno fatto parte della dittatura militare guidata da Augusto Pinochet che ha governato il Cile dal 1973 al 1990.

Coe in ogni elezione al mondo il punto centrale della sconfitta della sinistra di Bachelet è stata la situazione economica. Nel 2016 la crescita del Pil è stata del 1,6% e nel 2017 del 1,4%, dati similari o di poco migliori di quelli italiani.

Ma, tutto ciò è assai poco per un Paese con straordinarie ricchezze naturali, il pensiero va al devastato Venezuela.

Le sfide maggiori e qui una nuova simbiosi con l’Italia sono le pensioni, ma con il problema inverso ossia il flop del sistema dei fondi privati e infine un’istruzione troppo elitaria per essere considerata degna in uno Stato democratico. O per lo meno la mia persona considera tale chi prende spunto dal testo della Politica di Aristotele.

E nel frattempo in Cile sta per arrivare papa Francesco, il primo pontefice sudamericano, la cui presenza non è caldeggiata dalla popolazione. Scrive infatti Vatican Insider:

La Chiesa cilena è una Chiesa ferita. Le sue molteplici piaghe, sofferenze, patimenti, fanno parte di un elenco lungo: dai difficili rapporti con il governo uscente della signora Bachelet (depenalizzazione dell’aborto, riforma educazionale, diritti civili, questione “Mapuche”, solo per citarne alcuni), ai gravissimi problemi di pedofilia, con particolare riferimento a casi di occultamento o copertura (che coinvolgerebbero anche alcuni vescovi), la vicenda del vescovo di Osorno, monsignor Juan Barros (nominato da Francesco e molto inviso a una parte dei fedeli), una stampa in generale piuttosto ostile e molto critica dei tre cardinali del Paese

Cile che sembra Italia, con le stesse problematiche strutturali. Gli eterni ritorni, una Chiesa Cattolica in difficoltà e, infine, la speranza di chi al welfare preferisce il sole.

La nuova Via della Seta e i suoi protagonisti

Alla scoperta de La nuova via della seta è una rete di itinerari commerciali, interessi economici e accordi geostrategici.

La seta, da sempre uno dei tessuti più preziosi, solo a pronunciarne il nome si ha la sensazione di delicatezza e leggerezza, è un attimo che ci si immagini avvolti in una stola. Lussuosa e rara, per averla in antichità era necessario recarsi fino in Cina che custodiva il segreto per la sua realizzazione, almeno fino al settimo secolo quando la sua lavorazione venne esportata in altri paesi. Per capriccio, vanità, curiosità o affari, quella stoffa così pregiata attraeva mercanti pronti a ricambiare la Cina di cavalli, pellicce o altri materiali come la giada, il vetro, l’avorio. E così il drappo prezioso ha dato il nome a una delle più antiche e famose vie commerciali della storia: “la via della seta”. In realtà non si tratta di un’unica via, ma di un certo numero di antiche vie commerciali che collegavano la Cina con paesi centro asiatici, una vasta estensione territoriale dalla Cina alle sponde del Mediterraneo orientale. Viaggiatori, invasori e conquistatori, paesaggi esotici, profumi e spezie, il deserto. Passato e presente, perché quella via di scambi commerciali esiste ancora. Certo, non è più percorsa e attraversata da carovane e cammelli ma non ha perso di mistero, la sua rotta infatti ha attirato l’attenzione e gli interessi di un triangolo particolare: Mosca-Pechino- Teheran. La Nuova via della seta dunque è una rete di itinerari commerciali, dalla Cina al Mediterraneo, attraversando l’Asia centrale e l’Iran.

Il polo orientale di questo flusso è da sempre costituito dalla Cina, mentre quello orientale dall’Iran, al quale si deve la diffusione nell’Impero romano prima e bizantino poi, fino a tutto il mondo cristiano, della seta cinese. Ad oggi, negli anni delle sanzioni, la Cina si è ritagliata un ruolo d’onore, prendendo in Iran il posto dell’Europa. È dal 2016 infatti, da quando Xi Jinping si è recato a Teheran per intensificare i rapporti con Pechino.

Il boom commerciale tra i due paesi si è realizzato tra il 2005 e il 2013, durante i due governi dell’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad, per un valore di 45 miliardi nel 2011. L’inasprimento delle sanzioni economiche verso l’Iran poi, deciso da una parte della comunità internazionale a febbraio 2012, ha indirettamente favorito, in modo particolare sul piano economico, la Cina. Infatti, nel momento in cui l’esportazione del petrolio verso i paesi occidentali ha subito un forte calo, è stata proprio la Cina a ritagliarsi una posizione di rilievo come partner commerciale dell’Iran. Gli accordi prevedevano un accesso a dir poco monopolistico al petrolio persiano in cambio di beni, servizi e investimenti, poiché a causa delle limitazioni bancarie dovute alle sanzioni contro Teheran rendevano operazioni finanziarie praticamente impossibili. Nel frattempo quei paesi europei come la Germania o l’Italia che dagli anni Ottanta ai Duemila avevano avuto un ruolo importante nell’asse commerciale con l’Iran, hanno perso diverse posizioni. La Cina poi, in quanto principale competitor economico degli Stati Uniti si è dimostrata un partner molto più appetibile data l’impostazione anti americana della Repubblica Islamica.

54 miliardi di dollari il valore dello scambio commerciale tra i due paesi al 2014, inoltre almeno un terzo delle esportazioni di Teheran era diretto verso Pechino che ha continuato ad investire anche al confine con l’Iraq dove i Pasdaran la fanno da padrone: energie, infrastrutture, porti e immobiliare, fino all’energia.

Al 2015 dunque, la Cina era il più importante cliente per l’Iran, con circa il 50% dell’export petrolifero persiano e allo stesso tempo Teheran la sesta fonte di approvvigionamento di petrolio per Pechino, dopo l’Angola e l’Arabia. L’alleanza politico- economica tra i due paesi va ad ulteriore vantaggio della Cina, permettendogli di mantenere un’influenza nell’area mediorientale e caucasica. L’Iran è diventato poi il fulcro della OBOR, ovvero la “One belt, one road” cinese, una rete di infrastrutture su scala regionale, in particolare ferrovie ad alta velocità, con lo scopo di concentrare gli investimenti cinesi in Asia centrale. Questo sviluppo era già stato previsto a Ufa nel 2015, dove si erano tenuti ben due summit, quello dei paesi emergenti BRICS e quello dell’Organizzazione per la cooperazione di Shangai. Quest’ultima avrebbe potuto inglobare nel suo marcato realtà non ex sovietiche come India, Pakistan e Iran, rilanciando così una sorta di triangolo Mosca-Pechino-Teheran. Russia e Iran infatti, per una serie di motivi, dal condiviso sentimento anti americano, alla comune volontà di tutelare gli “amici” del Levante, come il regime di Bashar Assad in Siria, si erano ritrovate in una nuova alleanza, superando le incertezze reciproche. Dal 2015 ad oggi poi la cooperazione tra Pechino e Teheran si è ulteriormente rafforzata, infatti le esportazioni Iraniane in Cina sono sensibilmente aumentate nella prima metà del 2017.

La cosa certa è che la Via della seta non vive solo in racconti millenari e memorie esotiche, ma nella quotidianità delle manovre e degli accordi geostrategici, dall’Asia al Medio Oriente, all’Europa, in un flusso di commerci ed interessi in continua evoluzione.

Se il detto dice “tieniti stretto gli amici e ancora di più i nemici”, in questo caso vale il contrario. Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran aveva dato voce al suo paese dicendo che l’Iran non si sarebbe mai dimenticato dell’amico Cinese, presente e attivo nel momento di difficoltà e isolamento.

Crisi MPS, cosa è successo e cosa succederà

Non è andata a buon fine la soluzione di mercato che doveva risollevare le sorti del Monte dei Paschi di Siena. L’esercito dei 40.000 investitori che hanno comprato obbligazioni relative al Bond del 2008 hanno tempo fino alle 14 di giovedi 22 dicembre per trasformarle in azioni. Ma dei 5 miliardi di Euro attesi dalla conversione più o meno volontaria delle obbligazioni in azioni sono stati racimolati poco più di 2 Miliardi, con un’adesione circa del 40%. A saldare il conto ci avrebbero dovuto pensare anchor investors come le fondazioni Soros & friends e un fondo d’investimento del Qatar, convinti dalla pattuglia di advisor capitanata da Jp Morgan e Mediobanca, ma la vittoria del No al referendum e l’instabilità politica italiana devono avergli fatto cambiare idea. Il tempo è denaro, si dice, e infatti mancano entrambi! Il 9 dicembre fonti finanziarie hanno diffuso la notizia della mancata proroga da parte della Bce all’aumento di capitale della banca senese, entro il 31 dicembre e non oltre. Intanto il titolo a Piazza Affari è in caduta libera, arrivando a perdere la doppia cifra percentuale al giorno e le azioni vengono svendute al prezzo minimo storico di 15€.

La soluzione del salvataggio statale sembrerebbe quindi l’unica percorribile, il governo ha fatto approvare in tempi record uno scudo salva banche pari a qualcosa come 20 Miliardi di Euro (per darvi un’idea parliamo di un punto e mezzo del PIL Italiano, circa 327€ per cittadino compresi anziani e bambini; ne basterebbero 5 per garantire il reddito minimo ai disoccupati…). Questi soldi non serviranno solo a sanare i conti in rosso del Mps (-5Mld), anche la Popolare di Vicenza, Veneto Banca e Carige hanno superato da tempo il livello di guardia indicato da Francoforte e arriverebbero ad assorbire circa 3,8 miliardi. Seguono in coda la Cassa di Rimini, di Cesena, Carichieti, Popolare Etruria e molte altre; il sistema bancario italiano è ormai contagiato da crediti deteriorati e l’effetto domino ora fa paura.

In un’ ottica di un aiuto limitato al minimo necessario, sotto l’attenta supervisione della Bce, il salvataggio della banca avverrà attraverso due strade: il Burden sharing (ricapitalizzazione precauzionale) o il Bail-in (la risoluzione più traumatica).

Il Burden Sharing, che letteralmente significa “condivisione degli oneri” consiste nel ridurre al valore nominale le azioni e le obbligazioni subordinate. Prevede quindi che prima del coinvolgimento dello stato nel piano di salvataggio bancario, a risponderne siano gli azionisti e gli obbligazionisti subordinati (diciamo quella parte di investitori più o meno consapevole di essere più esposta ai rischi). In questo caso il valore delle obbligazioni è destinato ad azzerarsi, come è successo per il salvataggio delle 4 banche lo scorso novembre 2015, ma ci potrebbe essere la remota possibilità di un indennizzo da parte dello Stato.

Il Bail-in invece è la tragedia che tutti scongiurano dal momento che il dissesto si estenderebbe a macchia d’olio anche a categorie considerate più protette. Entrato in vigore il primo gennaio di quest’anno prevede la riduzione del valore nominale non solo delle azioni (che nel caso di Mps hanno perso già il 90% del loro valore da inizio anno) e delle obbligazioni subordinate, ma anche dei titoli di debito conosciuti come “senior” quali obbligazioni ordinarie e i depositi di importo superiore ai 100.000€.

Come già più volte annunciato, le normative comunitarie europee vietano aiuti di stato in caso di fallimento, ma viste le circostanze eccezionali l’Europa potrebbe consentire l’intervento di fondi pubblici. Questo scenario non sarebbe senza conseguenze per gli azionisti di Mps e una buona fetta di obbligazionisti che alla fine si troveranno a pagare il conto più salato.

 

L’Europa è Mario Draghi

Dietro ogni scelta, ogni modo di essere e apparire risiede una storia. Per comprendere Mario Draghi e il futuro d’Europa bisogna partire dalla storia personale del banchiere. E’ nato a Roma, la quale pur essendo la Capitale d’Italia, porta intrinsecamente quell’aspetto universalistico e non racchiuso nei meandri nazionalistici, che un immenso Indro Montanelli seppe raccontare in Storia di Roma.

E’ rimasto orfano a soli quindici anni e con la sorella e il fratello ha dovuto tenere in piedi la loro famiglia. Forse, non tutti sanno che economia deriva dal greco οἶκος (oikos), “casa” inteso anche come “beni di famiglia”, e νόμος (nomos), “norma” o “legge”. I suoi studi universitari si concentreranno su di essa e non potendosi permettere troppe distrazioni ne sarà uno dei massimi interpreti. La casa ossia la sua famiglia d’altronde non poteva essere tralasciata.

Si è formato ed è cresciuto tra le mura dell’Istituto Massimo della Compagnia di Gesù. La Compagnia di Gesù, fondata da Ignazio di Loyola, non è un semplice ordine della Chiesa Cattolica di Roma. E’ l’ordine campione della Riforma, delle menti e delle strategie romane. Non è un caso che nel momento di massima debolezza per l’Europa nella storia del genere umano, la sua anima e radice culturale veda un Gesuita sul “trono di Pietro” e un loro vecchio allievo nella sua parte operativa di maggior importanza.

Mario Draghi si è laureato alla Sapienza di Roma. L’ha fatto sotto la guida del keynesiano Federico Caffè con una tesi su «Integrazione economica e variazione dei tassi di cambio». Un’analisi sul Piano Werner, il precursore della moneta unica. All’epoca nel Piano Werner il giovane economista non vedeva le precondizioni per un’unione economica monetaria. La storia gli affiderà il compito di salvarla.

Quel che colpisce di Mario Draghi è la sua eleganza nel concepire le politiche monetarie e il suo mandato come geopolitica. Nel caos generato da un nuovo mondo ormai connesso e legato a doppia mandata alla finanza e in cui qualsiasi sviluppo nazionale può avere conseguenze intercontinentali, il suo mandato assomiglia a un magistero.

Nell’epoca in cui l’Europa non possiede nessun leader riconoscibile ed europeo, l’Italia ha fornito una mente quasi teutonica e dallo sguardo proiettato su quel che conterà nel prossimo decennio. In molti potrebbero obiettarmi che vi è Angela Merkel, soprattutto quella letteratura e critica che vedono nella cancelliera tedesca una proiezione di leader europea. Indubbiamente Angela Merkel è l’unica vera leader continentale, ma lo è per il suo Paese. Per essa, nessun atto può prescindere dal bene della Germania prima e dell’Europa poi. Mario Draghi invece ha una mente e visione che com’è Roma per il Cristianesimo, rende Francoforte capitale delle sfide dell’Europa tutta e unita.

Ora, ascoltare il discorso del Banchiere Centrale Europeo non è sicuramente entusiasmante come un video di Tiziano Terzani, ma a Trento è stata da poco scritta una delle più importanti pagine della nostra storia politica.

A Trento, una volta cuore dell’Impero Europeo Asburgico, nel corso della cerimonia di ricezione magistrale di un premio intitolato a De Gasperi, Mario Draghi ha tracciato le linee guida di un europeismo non banale e soprattutto libero dalla retorica occidentalista. Mario Draghi a differenza delle centinaia di cortigiani dell’elite non demonizza la Brexit né i populismi, anche quelli meno attenti alle concezioni eastoniana d’input cui le istituzioni non hanno saputo produrre output. Come raccomandato da un qualsiasi manuale di Scienza Politica, dove si annovera alle sue radici la concezione di Easton, il governatore della Bce ha raccomandato affinché i progressi nell’integrazione politica della costruzione europea debbano produrre risultati diretti e tangibili.

Ha sollecitato a tenere conto «dei bisogni dei cittadini e dei loro timori», ha individuato nell’immigrazione, nella sicurezza e nella difesa i settori «essenziali» delle nuove iniziative europee, nel completamento del mercato unico l’imperativo fra quelle già avviate e ha ricordato ai Governi che tocca anzi tutto a loro fornire una risposta ai problemi di redistribuzione e disuguaglianza, «con politiche che rimettano in moto la crescita, riducano la disoccupazione e aumentino le opportunità individuali, offrendo nel contempo il livello di protezione essenziale dei più deboli».

” Un livello di protezione essenziale dei più deboli ” una frase che mette paura e ai circoli benestanti che in Italia trovano in Capalbio la loro sede e alla Commissione Europea debolissima in ogni azione per i suoi cittadini. Così mentre a Bratislava, i leader degli altri Paesi cercano di individuare come procedere nel post Brexit e annientano ulteriormente dalla storia un’Europa forte, a Trento essa ha già trovato l’uomo per il suo domani.

Ventotene è stata profanata. Da tre cancellieri troppo deboli nella visione, intrensicamnete appoggiati alla farsa di retoriche il cui sofismo nulla ha prodotto. Lo sostengo alla luce delle seguenti dichiarazioni rese a margine del vertice UE di Bratislava. Dove la Merkel ha affermato che l’Unione è in “condizioni critiche”. Hollande ha sostenuto che “la difesa europea non può essere solo sulle spalle della Francia” e Renzi ha chiesto che le spese per la scuola siano tenute fuori dai conteggi sulla stabilità. A Trento il banchiere centrale ha affermato:

 

“Servono politiche che rimettano in moto la crescita, riducano la disoccupazione e aumentino le opportunità individuali, offrendo nel contempo il livello di protezione essenziale dei più deboli”

 

A voi la scelta se continuare con la fotografia di chi a Ventotene o chi ha compreso che va dato una risposta ai problemi delle persone. Che ha reputato giusto non demonizzare i cosiddetti populismi, poichè dietro di essi vi sono problemi e sfide da affrontare senza l’occhio dello pseudoeuropeista borioso. A voi la scelta nel seguire una visione di azioni e che vede l’Europa attore unico, pur valorizzandone ogni differenza.

Come sostenuto da Giuliano Ferrara su Il Foglio “Sarà un euroburocrate, Draghi, ma essendo di scuola cattolica sa dove finisce l’amministrazione, dove comincia la politica, dove il popolo è sovrano anche per sradicare il populismo. Whatever it takes.”