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Turchia – Sull’orlo del baratro finanziario. Erdogan si arrende ai Mercati

La Turchia sta vivendo ore drammatiche a causa di una forte crisi finanziaria e monetaria. La crisi della Lira ha fatto si che il Presidente Erdogan si sia dovuto piegare, cosa rara per un politico comunque la si vede di forte carattere, ai diktat e alle regole dei mercati.

Nella serata di mercoledì la banca centrale turca ha alzato i tassi di interesse in una riunione di emergenza e il presidente Recep Tayyip Erdogan ha promesso fedeltà ai principi globali sulla politica monetaria, piegandosi così alle pressioni dei mercati finanziari dopo aver portato la nazione in una crisi valutaria.

Cos’è una crisi valutaria? –  Una crisi finanziaria, in economia e precisamente in un contesto macroeconomico, si ha quando la domanda di denaro, sotto forma di capitali da parte delle aziende, è superiore all’offerta da parte delle banche e degli investitori.

Se in passato la si associava ad una bank run, oggi può anche prendere la forma di una crisi valutaria o finanziaria, visto il peso che il mercato dei capitali riveste oggi e considerata la mobilità di capitali derivante dalla graduale rimozione delle restrizioni al movimento dei capitali avvenute verso la fine del XX secolo.

Le mosse della banca centrale turca e il ruolo di Erdogan – La banca centrale ha alzato il suo tasso di liquidità in ritardo di 300 punti base al 16,5%, dopo una riunione straordinaria del comitato di politica monetaria. Ha mantenuto invariati gli altri tassi, descrivendo la mossa come una “forte stretta monetaria” e dicendo che è pronta a continuare a utilizzare tutti gli strumenti. La lira ha invertito le perdite dopo aver ceduto fino al 5,2 percento al minimo storico. Era ancora del 17 percento più debole rispetto all’inizio dell’anno.

La banca centrale ha agito dopo tre settimane di turbolenze in gran parte autoinflitte nei mercati turchi. Erdogan, che sta cercando la rielezione come presidente, si è opposto ripetutamente a qualsiasi mossa per alzare i tassi di interesse, riferendosi a loro come “la madre di tutti i mali”, mentre gli investitori e gli economisti sostenevano che era l’unico modo per fermare una crisi finanziaria recentemente mai affrontata dalla Turchia.

I rischi per Fitch – L’agenzia di rating ha prodotto un paper intitolato “La retorica della Turchia accresce i rischi per il quadro politico” che analizza il trend della lira turca, partendo dalle indicazioni di politica monetaria del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che recentemente ha messo l’accento sulla volontà di assumere un ruolo maggiore nell’influenzare la fissazione dei tassi di interesse. Secondo Fitch la politica monetaria in Turchia è stata per lungo tempo soggetta a vincoli politici, ma adesso una minaccia esplicita di frenare l’indipendenza della banca centrale aumenterebbe i rischi per il sistema politico e per l’efficacia delle sue azioni.

L’agenzia di rating ha aggiunto che il problema in Turchia è che l’indipendenza della politica monetaria è stata ampiamente compromessa dal modo in cui la politica locale funziona e ha osservato: “Una maggiore erosione dell’indipendenza della politica monetaria farebbe ulteriore pressione sul profilo di credito sovrano della Turchia”.

Il difficile nodo dell’elezioni il prossimo mese in Turchia –  Il presidente Erdogan , a capo della potenza Nato Turchia da ne 15 anni, è stato sottoposto a crescenti pressioni da parte di alcuni ministri e funzionari finanziari per consentire un aumento dei tassi. L’innalzamento dei tassi d’interesse, quindi anche del costo del denaro, è coinciso con l’iniziare di una campagna durissima per la rielezione a Presidente. Una campagna che sarà durissima poiché i sondaggi suggeriscono che potrebbe affrontare una sfida più dura rispetto alle votazioni precedenti. Elezioni non difficili da superare, ma che a distanza di due anni dal tentato golpe riflettono una Turchia non certo pronta a nominare suo Sultano per sempre Erdogan.

Erdogan che se non si è mai arreso alle proteste, ai tentati golpe e alle pressioni internazionali; stavolta lo ha fatto difronte i mercati. I quasi onnipotenti mercati.

Il giovane Karl Marx: quando la politica era scienza.

Il prezzo di un biglietto che vale una lezione. Con il «Giovane Karl Marx», il regista Raul Peck utilizza il cinema nella sua forma più matura e utile: quella didattica.

“I filosofi hanno solo interpretato il mondo. Il punto ora è cambiarlo”.

È un’ Europa in fermento quella degli anni ‘40 del Diciannovesimo secolo. Per le vie di Berlino, nelle piazze di Parigi e nelle fabbriche di Londra, alberga un unico sentimento: quello rivoluzionario. Spinto da esigenze economiche e sociali, il proletariato europeo si ribella alla logica dello sfruttamento di stampo capitalistico. A guidarlo in questa impresa vi è il mondo degli intellettuali, la cui adesione alle rimostranze operaie passa per il comune riconoscimento dell’inumanità della vita all’interno delle fabbriche. Filosofi, attivisti ed economisti danno quindi voce al diffuso malcontento cittadino, oggetto di un’industrializzazione serrata. Tra di essi, spicca per arroganza ed intelletto, un giovane pensatore tedesco che risponde al nome di Karl Marx (August Diehl).

Sullo sfondo degli anni che precedettero i moti popolari del ’48, il film di Raoul Peck racconta con perizia, ed accuratezza, la vita e l’evoluzione del pensiero del giovane Marx a partire dalla pubblicazione degli articoli sulla Gazzetta Renana fino alla stesura del Manifesto del Partito Comunista. Un cammino fatto da successi e fallimenti, da fughe ed esili e da scontri ed incontri, il più importante dei quali avverrà nella Parigi del ‘43 con un altrettanto giovane e brillante economista dell’epoca, Friedrich Engels (Stefan Konrske). Superata la diffidenza iniziale, tra i due nascerà un sodalizio filosofico e fraterno che negli anni delle turbolenze politiche e sociali europee avrà il compito di fornire ai proletari di tutto il mondo una nuova alternativa di vita. Un’alternativa fatta di libertà.

Tuttavia, la libertà passa per la rivoluzione, la rivoluzione passa per la presa di coscienza e la presa di coscienza passa per una solidarietà non astratta ma per una fratellanza reale tra le persone che vivono le stesse condizioni. È inutile – sosterranno Marx ed Engels nell’acceso dibattito con i socialisti utopisti – parlare di diritti astratti se poi nella condizione reale e materiale, la classe dominante perpetra lo sfruttamento attraverso la guerra, attraverso l’espropriazione delle risorse, attraverso le condizioni durissime della fabbrica. Appare quindi evidente come al centro della pellicola di Raoul Peck ci sia un’intellettualità giovane e ribelle che vuole cambiare il mondo.

Eppure, non è l’unico aspetto che emerge. Il film dà allo spettatore soprattutto la rara possibilità di conoscere il lato più umano dei due filosofi tedeschi. Le loro fragilità, le loro aspirazioni, i loro affetti e i loro amori. In modo particolare il rapporto che lega Marx a sua moglie Jenny von Westphalen (Vicky Krieps). Un amore autentico e viscerale fatto allo stesso tempo di stenti e patimenti. Jenny, figlia del barone Freiherr Westphalen avrebbe avuto una vita agiata in Prussia e invece sceglie per amore di scappare con Karl preferendo ad una vita aristocratica una vita di esilio, una vita ribelle, una vita vera. Questo film piacerà non solo a tutti coloro che sono affamati di conoscenza politica e filosofica ma anche a tutti quelli che sentono dentro di sé la necessità di lottare per qualcosa o che anzi hanno già iniziato a farlo.

Ps: se potete, guardatelo in lingua originale con i sottotitoli perché il doppiaggio italiano è realmente scadente.

La guerra commerciale tra America e Cina

La guerra commerciale instauratasi tra l’America di Trump e la Cina appare esser solo all’inizio. Il presidente Trump si sta rivelando un uomo di parola e alle promesse elettorali della campagna del 2016 sta facendo seguire i fatti. Corretti o meno che siano, dall’abbattimento delle tasse alla limitazione dei visti per alcuni Paesi musulmani, nulla al momento sembra poter fermare il raggio d’azione del presidente statunitense.

DAZI E CONTROMISURE DI PECHINO – La guerra commerciale dell’America alla Cina vede oltre 1.300 beni, importati da Pechino, subire nelle prossime settimane un incremento di tassazione del 25 per cento, per un totale di 50 miliardi di dollari. La guerra dei dazi con cui il presidente Usa Donald Trump vorrebbe blindare la produzione Usa prosegue, e il governo cinese ha annunciato misure simmetriche, nonché un ricorso alla Wto.

Da prinicipio Washington, al fine di agevolare alcuni Stati fondamentali della federazione passati con le presidenziali ai Repubblicani, ha introdotto una tassa del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio importato negli Usa.

Per alcuni analisti il motivo che si nasconde dietro una scelta senza precedenti, pensata dalla Casa Bianca, è di denunciare il surplus della Cina verso gli Usa che si attesta intorno ai 300 miliardi, pari al 65% del totale.

Di sicuro Pechino non è restata a guardare e ha risposto con l’applicazione di dazi del 15 per cento a 120 categorie di beni tra cui generi alimentari.

IL RUOLO DELL’UNIONE EUROPEA – E’ chiaro che si trovi nel mezzo della partita giocata tra Washington e Pechino anche Bruxelles, che se da un lato subisce essa stessa il surplus commerciale della Cina, dall’altro teme di poter esser risucchiata in una guerra commerciale senza regole. L’Europa un po’ minaccia, un po’ trema, soprattutto per quanto riguarda la Germania, prima vittima delle turbolenze su prodotti come l’acciaio.

Dazi Usa: Ue, no a guerra commerciale ma risponderemo a Trump 

La commissaria al Commercio, Cecilia Malmstrom, al termine del Collegio dei Commissari a Bruxelles che ha esaminato la decisione dell’amministrazione Trump di introdurre dazi su alluminio e acciaio ha dichiarato che:

“Una guerra commerciale tra Europa e Usa non è nell’interesse di nessuno, ci sono solo perdenti in una guerra commerciale”, ma “se gli Stati Uniti continueranno su questa strada, l’Unione europea reagirà in maniera proporzionata e equilibrata per proteggere i posti di lavoro e l’industria europea”.

 “Non vogliamo procedere a una escalation, ma non possiamo restare con le mani in mano se delle misure così gravi venissero attuate danneggiando l’economia europea”, ha detto Malmstrom.

E L’ITALIA? – Discorso differente per l’Italia, la quale dalla guerra commerciale potrebbe guadagnare quasi un miliardo di euro nei prossimi due anni. Mentre per l’Europa si parla di un bottino aggiuntivo compreso tra i 3,9 e i 7 miliard, con problematiche per alcuni segmenti industriali del centro continente. A fare i calcoli è  stato il capo ricerca macroeconomica di Allianz e chief economist di Euler Hermes il dottore Ludovico Subran. Al momento quindi quelle che giungono dal rapporto teso tra Pechino e Washington sono buone notizie per l’Europa.

 

WTO: ESSERE O NON ESSERE? –  Sicuramente meno rassicuranti per il WTO he è alla sua prima grande prova dalla sua fondazione, e dovrà dimostrare se essere un vero player geoeconomico o di restare un organismo di studio. Infatti al pari delle altre organizzazioni internazionali, l’OMC non ha un effettivo e significativo potere per sostenere le proprie decisioni nelle dispute fra paesi membri: qualora un paese membro non si conformi ad una delle decisioni dell’organo di risoluzione delle controversie internazionali costituito in ambito WTO quest’ultimo ha la possibilità di autorizzare delle “misure ritorsive” da parte del paese ricorrente, ma manca della possibilità di adottare ulteriori azioni ritorsive; ciò comporta, ad esempio, che i paesi ad economia maggiormente sviluppata e solida possono sostanzialmente ignorare i reclami avanzati dai paesi economicamente più deboli dal momento che a questi ultimi semplicemente mancano i mezzi per poter porre in atto delle “misure ritorsive” realmente efficaci nei confronti di un’economia fortemente più solida che obblighino quindi il paese verso il quale il reclamo è indirizzato a cambiare le proprie politiche; un esempio di tale situazione è rintracciabile nella controversia DS 265 che ha dichiarato illegali i sussidi statunitensi alla produzione del cotone. Sempre gli USA di mezzo per il WTO, ma questa volta Ginevra avrà effettivo potere su uno Stato (realmente) sovrano come gli Stati Uniti d’America?

CILE – Piñera: a volte ritornano

Prendete il Cile e unitelo all’Italia per un istante o almeno per chi ha più di venticinque anni verrà semplice comprendere la statura del personaggio di cui si parla.

Quando si parla di Cile, il mio pensiero automaticamente va al giocatore cileno che ha riempito per anni il mio cuore: David Pizarro. Non scorderò mai il suo attaccamento ai suoi colori nazionali, che occasione abbastanza rara, lo portarono a lanciare la propria maglia verso la Sud, nel settore un tempo occupato dal più glorioso gruppo ultras della storia romanista (se non italiana). Lo stesso gruppo nella sua mitologica antologia è rimasto celebre per lo striscione “A volte ritornano”. Questo si potrebbe dire di Sebastian Piñera, il nuovo presidente del Cile, che ha vinto il ballottaggio di domenica. 

Tornando all’unica religione mondialmente riconosciuta ossia il calcio, il neo eletto presidente è proprietario della squadra Colo Colo e della tv Chilevision e questo ci riporta a pensare a un altro, forse il più grande presidente della storia del calcio europeo, che a Marzo giocherà l’ultima discesa in campo, ma stavolta in Italia.

L’analogia con il Bel Paese vuole che a sinistra, al Presidente di un club e di una televisione, gli siano ricordate le storie di scandali dovute a problemi giudiziari. 

Come per l’Italia, marzo 2018,  sarà un mese cruciale e tre giorni prima le nostre elezioni giorno Sebastian Piñera s’insedierà al Palacio de La Moneda. Piñera è considerato un moderato, e non una figura direttamente associata ai conservatori di estrema destra che hanno fatto parte della dittatura militare guidata da Augusto Pinochet che ha governato il Cile dal 1973 al 1990.

Coe in ogni elezione al mondo il punto centrale della sconfitta della sinistra di Bachelet è stata la situazione economica. Nel 2016 la crescita del Pil è stata del 1,6% e nel 2017 del 1,4%, dati similari o di poco migliori di quelli italiani.

Ma, tutto ciò è assai poco per un Paese con straordinarie ricchezze naturali, il pensiero va al devastato Venezuela.

Le sfide maggiori e qui una nuova simbiosi con l’Italia sono le pensioni, ma con il problema inverso ossia il flop del sistema dei fondi privati e infine un’istruzione troppo elitaria per essere considerata degna in uno Stato democratico. O per lo meno la mia persona considera tale chi prende spunto dal testo della Politica di Aristotele.

E nel frattempo in Cile sta per arrivare papa Francesco, il primo pontefice sudamericano, la cui presenza non è caldeggiata dalla popolazione. Scrive infatti Vatican Insider:

La Chiesa cilena è una Chiesa ferita. Le sue molteplici piaghe, sofferenze, patimenti, fanno parte di un elenco lungo: dai difficili rapporti con il governo uscente della signora Bachelet (depenalizzazione dell’aborto, riforma educazionale, diritti civili, questione “Mapuche”, solo per citarne alcuni), ai gravissimi problemi di pedofilia, con particolare riferimento a casi di occultamento o copertura (che coinvolgerebbero anche alcuni vescovi), la vicenda del vescovo di Osorno, monsignor Juan Barros (nominato da Francesco e molto inviso a una parte dei fedeli), una stampa in generale piuttosto ostile e molto critica dei tre cardinali del Paese

Cile che sembra Italia, con le stesse problematiche strutturali. Gli eterni ritorni, una Chiesa Cattolica in difficoltà e, infine, la speranza di chi al welfare preferisce il sole.

La nuova Via della Seta e i suoi protagonisti

Alla scoperta de La nuova via della seta è una rete di itinerari commerciali, interessi economici e accordi geostrategici.

La seta, da sempre uno dei tessuti più preziosi, solo a pronunciarne il nome si ha la sensazione di delicatezza e leggerezza, è un attimo che ci si immagini avvolti in una stola. Lussuosa e rara, per averla in antichità era necessario recarsi fino in Cina che custodiva il segreto per la sua realizzazione, almeno fino al settimo secolo quando la sua lavorazione venne esportata in altri paesi. Per capriccio, vanità, curiosità o affari, quella stoffa così pregiata attraeva mercanti pronti a ricambiare la Cina di cavalli, pellicce o altri materiali come la giada, il vetro, l’avorio. E così il drappo prezioso ha dato il nome a una delle più antiche e famose vie commerciali della storia: “la via della seta”. In realtà non si tratta di un’unica via, ma di un certo numero di antiche vie commerciali che collegavano la Cina con paesi centro asiatici, una vasta estensione territoriale dalla Cina alle sponde del Mediterraneo orientale. Viaggiatori, invasori e conquistatori, paesaggi esotici, profumi e spezie, il deserto. Passato e presente, perché quella via di scambi commerciali esiste ancora. Certo, non è più percorsa e attraversata da carovane e cammelli ma non ha perso di mistero, la sua rotta infatti ha attirato l’attenzione e gli interessi di un triangolo particolare: Mosca-Pechino- Teheran. La Nuova via della seta dunque è una rete di itinerari commerciali, dalla Cina al Mediterraneo, attraversando l’Asia centrale e l’Iran.

Il polo orientale di questo flusso è da sempre costituito dalla Cina, mentre quello orientale dall’Iran, al quale si deve la diffusione nell’Impero romano prima e bizantino poi, fino a tutto il mondo cristiano, della seta cinese. Ad oggi, negli anni delle sanzioni, la Cina si è ritagliata un ruolo d’onore, prendendo in Iran il posto dell’Europa. È dal 2016 infatti, da quando Xi Jinping si è recato a Teheran per intensificare i rapporti con Pechino.

Il boom commerciale tra i due paesi si è realizzato tra il 2005 e il 2013, durante i due governi dell’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad, per un valore di 45 miliardi nel 2011. L’inasprimento delle sanzioni economiche verso l’Iran poi, deciso da una parte della comunità internazionale a febbraio 2012, ha indirettamente favorito, in modo particolare sul piano economico, la Cina. Infatti, nel momento in cui l’esportazione del petrolio verso i paesi occidentali ha subito un forte calo, è stata proprio la Cina a ritagliarsi una posizione di rilievo come partner commerciale dell’Iran. Gli accordi prevedevano un accesso a dir poco monopolistico al petrolio persiano in cambio di beni, servizi e investimenti, poiché a causa delle limitazioni bancarie dovute alle sanzioni contro Teheran rendevano operazioni finanziarie praticamente impossibili. Nel frattempo quei paesi europei come la Germania o l’Italia che dagli anni Ottanta ai Duemila avevano avuto un ruolo importante nell’asse commerciale con l’Iran, hanno perso diverse posizioni. La Cina poi, in quanto principale competitor economico degli Stati Uniti si è dimostrata un partner molto più appetibile data l’impostazione anti americana della Repubblica Islamica.

54 miliardi di dollari il valore dello scambio commerciale tra i due paesi al 2014, inoltre almeno un terzo delle esportazioni di Teheran era diretto verso Pechino che ha continuato ad investire anche al confine con l’Iraq dove i Pasdaran la fanno da padrone: energie, infrastrutture, porti e immobiliare, fino all’energia.

Al 2015 dunque, la Cina era il più importante cliente per l’Iran, con circa il 50% dell’export petrolifero persiano e allo stesso tempo Teheran la sesta fonte di approvvigionamento di petrolio per Pechino, dopo l’Angola e l’Arabia. L’alleanza politico- economica tra i due paesi va ad ulteriore vantaggio della Cina, permettendogli di mantenere un’influenza nell’area mediorientale e caucasica. L’Iran è diventato poi il fulcro della OBOR, ovvero la “One belt, one road” cinese, una rete di infrastrutture su scala regionale, in particolare ferrovie ad alta velocità, con lo scopo di concentrare gli investimenti cinesi in Asia centrale. Questo sviluppo era già stato previsto a Ufa nel 2015, dove si erano tenuti ben due summit, quello dei paesi emergenti BRICS e quello dell’Organizzazione per la cooperazione di Shangai. Quest’ultima avrebbe potuto inglobare nel suo marcato realtà non ex sovietiche come India, Pakistan e Iran, rilanciando così una sorta di triangolo Mosca-Pechino-Teheran. Russia e Iran infatti, per una serie di motivi, dal condiviso sentimento anti americano, alla comune volontà di tutelare gli “amici” del Levante, come il regime di Bashar Assad in Siria, si erano ritrovate in una nuova alleanza, superando le incertezze reciproche. Dal 2015 ad oggi poi la cooperazione tra Pechino e Teheran si è ulteriormente rafforzata, infatti le esportazioni Iraniane in Cina sono sensibilmente aumentate nella prima metà del 2017.

La cosa certa è che la Via della seta non vive solo in racconti millenari e memorie esotiche, ma nella quotidianità delle manovre e degli accordi geostrategici, dall’Asia al Medio Oriente, all’Europa, in un flusso di commerci ed interessi in continua evoluzione.

Se il detto dice “tieniti stretto gli amici e ancora di più i nemici”, in questo caso vale il contrario. Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran aveva dato voce al suo paese dicendo che l’Iran non si sarebbe mai dimenticato dell’amico Cinese, presente e attivo nel momento di difficoltà e isolamento.

Crisi MPS, cosa è successo e cosa succederà

Non è andata a buon fine la soluzione di mercato che doveva risollevare le sorti del Monte dei Paschi di Siena. L’esercito dei 40.000 investitori che hanno comprato obbligazioni relative al Bond del 2008 hanno tempo fino alle 14 di giovedi 22 dicembre per trasformarle in azioni. Ma dei 5 miliardi di Euro attesi dalla conversione più o meno volontaria delle obbligazioni in azioni sono stati racimolati poco più di 2 Miliardi, con un’adesione circa del 40%. A saldare il conto ci avrebbero dovuto pensare anchor investors come le fondazioni Soros & friends e un fondo d’investimento del Qatar, convinti dalla pattuglia di advisor capitanata da Jp Morgan e Mediobanca, ma la vittoria del No al referendum e l’instabilità politica italiana devono avergli fatto cambiare idea. Il tempo è denaro, si dice, e infatti mancano entrambi! Il 9 dicembre fonti finanziarie hanno diffuso la notizia della mancata proroga da parte della Bce all’aumento di capitale della banca senese, entro il 31 dicembre e non oltre. Intanto il titolo a Piazza Affari è in caduta libera, arrivando a perdere la doppia cifra percentuale al giorno e le azioni vengono svendute al prezzo minimo storico di 15€.

La soluzione del salvataggio statale sembrerebbe quindi l’unica percorribile, il governo ha fatto approvare in tempi record uno scudo salva banche pari a qualcosa come 20 Miliardi di Euro (per darvi un’idea parliamo di un punto e mezzo del PIL Italiano, circa 327€ per cittadino compresi anziani e bambini; ne basterebbero 5 per garantire il reddito minimo ai disoccupati…). Questi soldi non serviranno solo a sanare i conti in rosso del Mps (-5Mld), anche la Popolare di Vicenza, Veneto Banca e Carige hanno superato da tempo il livello di guardia indicato da Francoforte e arriverebbero ad assorbire circa 3,8 miliardi. Seguono in coda la Cassa di Rimini, di Cesena, Carichieti, Popolare Etruria e molte altre; il sistema bancario italiano è ormai contagiato da crediti deteriorati e l’effetto domino ora fa paura.

In un’ ottica di un aiuto limitato al minimo necessario, sotto l’attenta supervisione della Bce, il salvataggio della banca avverrà attraverso due strade: il Burden sharing (ricapitalizzazione precauzionale) o il Bail-in (la risoluzione più traumatica).

Il Burden Sharing, che letteralmente significa “condivisione degli oneri” consiste nel ridurre al valore nominale le azioni e le obbligazioni subordinate. Prevede quindi che prima del coinvolgimento dello stato nel piano di salvataggio bancario, a risponderne siano gli azionisti e gli obbligazionisti subordinati (diciamo quella parte di investitori più o meno consapevole di essere più esposta ai rischi). In questo caso il valore delle obbligazioni è destinato ad azzerarsi, come è successo per il salvataggio delle 4 banche lo scorso novembre 2015, ma ci potrebbe essere la remota possibilità di un indennizzo da parte dello Stato.

Il Bail-in invece è la tragedia che tutti scongiurano dal momento che il dissesto si estenderebbe a macchia d’olio anche a categorie considerate più protette. Entrato in vigore il primo gennaio di quest’anno prevede la riduzione del valore nominale non solo delle azioni (che nel caso di Mps hanno perso già il 90% del loro valore da inizio anno) e delle obbligazioni subordinate, ma anche dei titoli di debito conosciuti come “senior” quali obbligazioni ordinarie e i depositi di importo superiore ai 100.000€.

Come già più volte annunciato, le normative comunitarie europee vietano aiuti di stato in caso di fallimento, ma viste le circostanze eccezionali l’Europa potrebbe consentire l’intervento di fondi pubblici. Questo scenario non sarebbe senza conseguenze per gli azionisti di Mps e una buona fetta di obbligazionisti che alla fine si troveranno a pagare il conto più salato.

 

Carney – L’uomo che sfida la Brexit

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PanamaPapers – Il futuro rubato all’Africa

L’Africa è tanto ricca da rendere poveri materialmente tutti i suoi figli, poiché della sua ricchezza ne mangiano i frutti a occidente. Nonostante ciò, la classe dirigente nazionale e occidentale si presta a campagne per aiutare la lotta alla fame e alle malattie nel continente nero. In tal modo, dietro a ONG, comunità religiose e giornalisti spesso si cela la longa manus degli sfruttatori dell’Africa. A delineare e chiarificare il quadro della situazione è da poco arrivato il Rapporto dell’International Consortium of Investive Journalist.

Tutto è nato dall’ingente mole di file segreti decriptati e ribattezzati Panama Papers. Panama Papers è il nome di un fascicolo riservato digitalizzato composto da 11,5 milioni di documenti confidenziali creato dalla Mossack Fonseca, uno studio legale panamense, che fornisce informazioni dettagliate su oltre 214.000 società offshore, includendo le identità degli azionisti e dei manager. I documenti mostrano come individui ricchi, compresi funzionari pubblici, abbiano nascondano i loro soldi dal controllo statale. L’International Consortium of Investive Journalist ha identificato oltre millequattrocento società offshore collegate direttamente alle ricchezze dell’Africa.

I DIAMANTI – Una famosa pubblicità recita che “un diamante è per sempre”. Quel che unisce le vetrine di Via Monte Napoleone alla Sierra Leone è molto probabilmente una delle pietre che vengono elegantemente confezionate sugli anelli e collane di quasi tutte le donne occidentali. E’ dalla città di Koidu, dove ha sede la Koidu Limited, uno dei clienti di spicco dello studio legale Fonseca, protagonista dei Panama Papers che parte la nostra storia. Analizzando un vortice di collegamenti delle offshore si è arrivati a comprendere come senza tassazioni aggiunte e con molteplici stratagemmi tributari quel che è venduto a caro prezzo in Europa al lavoratore africano frutta meno di un dollaro al giorno. La zona di produzione nella Sierra Leone è stata oggetto di sanguinose proteste del 2007 e del 2012, ma su queste è sempre calato il velo della censura.

GLI AFFARI DEGLI ITALIANI – Andando su GoogleMaps si scopre che dalle vetrine di Via Monte Napoleone al Bulgari Hotel ci sono 550 metri da percorrere. Ora la società italofrancese Bulgari non c’entra in alcun modo nulla con lo scandalo Panama Papers, ma suo malgrado il suo Hotel è al centro di una serie di inchieste internazionali che vedono al centro tangenti per l’ottenimento di pozzi di petrolio. Nello specifico, le Procure d’Italia Gran Bretagna e Algeria stanno indagando sui 198 milioni di euro di tangenti di cui Farid Bedjaoui discuteva con i rappresentanti del governo algerino e i manager di Saipem. Il caso Saipem-Sonatrach, come modello, è emblematico in Africa e in altre regioni in via di sviluppo, dove i paesi maggiormente dotati di ricchezze naturali spesso ne vengono spogliati, per lo più per colpa del sistema offshore. Tra il 2004 e il 2013 l’Algeria, il secondo paese con le più grosse riserve di petrolio in Africa, ha perso in media un miliardo e mezzo di dollari ogni anno, a causa di evasione fiscale, corruzione e criminalità finanziaria, secondo quanto ha denunciato uno studio del gruppo di ricerca Global Financial Integrity. Secondo una stima dell’Onu, in tutto il continente almeno 50 miliardi all’anno vengono inghiottiti da flussi finanziari illeciti.

NIGERIA, NON DOVEVAMO VEDERCI PIU’? – Che sia per la presenza dell’organizzazione terroristica e alleata dell’Islamic State Boko Haram o per il petrolio, purtroppo la terra di Ken Saro-Wiwa è sempre al centro di malaffare e sangue. Anche in in questo scandalo spicca la Nigeria che vede coinvolti tre ex ministri del petrolio clienti di Mossack Fonseca. Secondo le indagini, i tre ex ministri hanno usato le società offshore per comprare imbarcazioni e ville a Londra. Tra i primi nomi coinvolti nell’inchiesta c’è quello di Kolawole Aluko, proprietario di un gigantesco yacht, il Galactica Star, affittato anche alla popstar Beyoncé e suo marito Jay-Z a 900mila dollari per una settimana al largo di Capri. Aluko, imprenditore del petrolio e dell’aviazione, è accusato, insieme ad altre quattro persone, di aver sottratto alla Nigeria quasi un miliardo e 800 milioni di dollari, dovuti al governo per vendite di petrolio. Si tratta del 12% de Pil nigeriano, che ogni anno è perduto in flussi finanziari illeciti.

QUALE FUTURO RUBATO? – «Quest’ultimo filone dello scandalo si concentra sulle risorse economiche che l’Africa perde ogni anno per il massiccio ricorso a società di comodo e a pratiche di abuso fiscale, come reso noto dal grande lavoro svolto dall’ICIJ», spiega Winnie Byanyima, direttrice esecutiva di Oxfam International, «I paradisi fiscali, cui fanno ricorso privati e aziende, procurano danni enormi alle comunità più povere del mondo. È un saccheggio che deve finire perché sottrae risorse essenziali per istruzione, sanità e lavoro. In Africa 1 bambino su 12 muore prima dei 5 anni di età, 34 milioni non vanno a scuola e 40 milioni di giovani sono senza lavoro».

Una situazione che sta ampliando sempre di più la forbice tra ricchi e poveri in Africa, privando i governi di risorse essenziali per garantire i servizi di base alla popolazione. Secondo le stime di Gabriel Zucman circa un terzo del patrimonio degli africani più ricchi, ossia 500 miliardi di dollari sono depositati in paradisi fiscali. Nel frattempo il numero dei miliardari è pressoché raddoppiato dal 2010, fino al punto in cui le 10 persone più ricche del continente hanno accumulato una ricchezza personale equivalente al Pil di un paese come il Kenya. Una situazione che genera una perdita di 14 miliardi di tasse l’anno in mancate entrate fiscali (da singoli individui): quanto sufficiente a salvare la vita di 4 milioni di bambini e 200 mila madri, permettendo ad ogni ragazzo africano di andare a scuola.

Ora sia chiaro non tutte le persone coinvolte, anche ingenuamente, nei Panama Papers hanno sfruttato l’Africa e rubato il futuro e un’esistenza dignitosa ai suoi figli. Però il tema dei Paradisi Fiscali dovrebbe essere al centro dell’agenda-setting dei leader mondiali affinchè non si parli di tutto il sistema come di un immenso circo. Un circo che vede condannate persone a vendere immobili per una multa non pagata a Equitalia ed evasori milionari riaccolti con presunti scudi dal Paese. Gli stessi che quando passeranno accanto a voi un ” vu cumpra” prima gli daranno 5 euro e poi vi giudicheranno con il loro sguardo al vostro diniego. Con la differenza che il loro sguardo riflesso nello specchio non riuscirebbero mai a sostenerlo.

TTIP – Cosa prevede?

Il TTIP cosa prevede?Il TTIP è il più importante accordo in discussione tra gli Stati Uniti d’America e l’Unione Europea. Ufficialmente il TTIP è un Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (Transatlantic Trade and Investment Partnership, TTIP), inizialmente definito Zona di libero scambio transatlantica (Transatlantic Free Trade Area, TAFTA),  in corso di negoziato dal 2013 tra l’Unione europea e gli Stati Uniti d’America. Quanto ai contenuti nessuno sa bene cosa prevedano le fasi dibattimentali, poiché i negoziati sono posti sotto il massimo riservo e coperti ufficialmente da “segreto negoziale”.

L’obiettivo dichiarato è quello di integrare i due mercati, riducendo i dazi doganali e rimuovendo in una vasta gamma di settori le barriere non tariffarie, ossia le differenze in regolamenti tecnici, norme e procedure di omologazione, standard applicati ai prodotti e regole sanitarie. Ciò renderebbe possibile la libera circolazione delle merci, faciliterebbe il flusso degli investimenti e l’accesso ai rispettivi mercati dei servizi e degli appalti pubblici. La rimozione di regolamenti e standard rappresenterebbe la più grande rivoluzione normativa in Europa dalla firma del Trattato di Maastricht.

 

Qualora si dovesse raggiungere l’accordo sul TTIP e si pervenisse alla sua approvazione esso rappresenterebbe la più vasta area di libero scambio esistente, poiché UE e USA rappresentano circa la metà del PIL mondiale e un terzo del commercio globale. L’accordo potrebbe essere esteso ad altri paesi con cui le due controparti hanno già in vigore accordi di libero scambio, in particolare i paesi membri della North American Free Trade Agreement (NAFTA) e dell’Associazione europea di libero scambio (EFTA).

 

Il documento individua quindi tre principali aree di intervento:

1 – accesso al mercato

2 – ostacoli non tariffari

3 – questioni normative

 

Il trattato coinvolge circa 820 milioni di cittadini e legherebbe in un’unica zona di scambio l’Oceano Atlantico. La somma del Prodotto Interno Lordo di Stati Uniti e Unione Europea corrisponde a circa il 45% del PIL mondiale, rappresentando la zona dominante il mercato. La mancanza di certezze sui contenuti e la scarsa informazione fanno temere il peggio, anche se i dati relativi a una possibile crescita ne costituiscono il fattore di maggior adesione.

 

IL FRONTE DEL Sì –  Autorevoli istituti come  Center for Economic Policy Research di Londra e l’Aspen Institute sostengono  che attraverso il Parteneariato Atlantico potrebbe concretizzarsi un aumento del volume degli scambi e in particolare delle esportazioni europee verso gli Stati Uniti, di cui l’incremento quantificato sarebbe pari al 28%, circa 187 miliardi di euro. Va rilevato come i dazi tra Stati Uniti d’America e Unione Europea siano in media piuttosto bassi, quasi la metà di quanto imposto verso gli altri paesi del mondo, anche se ci sono grandi differenze tra settori . Nonostante ciò, come sostenuto da parte della dottrina macroeconomica, se i dazi vengono applicati su un grande volume possono diventare un ostacolo rilevante. Questo vale ancora di più visto che il processo produttivo è spezzato tra paesi diversi (componenti o fasi prodotti o realizzati in vari paesi): piccoli dazi applicati più volte possono avere dunque un impatto importante sul prezzo del bene finale.

 

IL NUTRITO FRONTE DEL NO – Prima questione da affrontare che rapprersenta una delle principali critiche ai negoziati è la loro segretezza e mancanza di trasparenza; e anche il fatto che ad aver condotto il principale e più citato studio sui benefici dell’accordo sia  stato il Center for Economic Policy Research di Londra, che gli oppositori al TTIP non considerano credibile perché finanziato anche da grandi banche internazionali. Questi gruppi sostengono che le cifre sull’impatto dell’accordo sono piuttosto ambiziose, che sarebbero previste solo per il 2027 e che comunque sono troppe le variabili non considerate per poter fare una stima affidabile.

 

La più autorevole critica è stata riassunta nel numero di giugno 2015 di Le Monde Diplomatique. Il fronte contrario si divide equamente tra Usa e Unione Europea. Nel caso americano il fronte di opposizione è guidato da Lori Wallach, direttrice di Public Citizen – associazione con sede a Washington – la quale  ha spiegato in dieci punti i possibili rischi del trattato per gli Stati Uniti: farmaci meno affidabili, aumento della dipendenza dal petrolio, perdita di posti di lavoro per la scomparsa delle norme sulla preferenza nazionale in materia di forniture pubbliche, assoggettamento degli stati a un diritto fatto su misura per le multinazionali, e così via. Sul fronte europeo si schierano principalmente: la Francia con la Presidenza Hollande, Slow Food, GreenPeace, l’European Social Forum e le maggiori confederazioni di lavoratori.

 

Le principali critiche sono le seguenti:

NORMATIVA SUL LAVORO –  I paesi dell’UE  adottano  normative in conformità con l’Organizzazione dell’ONU che si occupa di lavoro (l’ILO). Di queste normative gli Stati Uniti hanno ratificato solo due delle otto norme fondamentali. Quindi secondo le confederazioni dei lavoratori e la dottrina giuslavorista si rischierebbe di minacciare i diritti fondamentali dei lavoratori.

 

AGRICOLTURA – L’agricoltura europea, frammentata in milioni di piccole aziende, finirebbe per entrare in crisi se non venisse più protetta dai dazi doganali, soprattutto se venisse dato il via libera alle colture OGM. Si discute in termi economici in questo caso e non scientifici.

 

CONSUMATORI – Se il consumatore è al centro di quel prodotto normativo che nel 2009 ha rivoluzionato l’Unione Europea, ossia il Trattato di Lisbona, ciò differisce dagli Stati Uniti d’America. Infatti, in Europa vige il principio di precauzione, l’immissione sul mercato di un prodotto avviene dopo una valutazione dei rischi, mentre negli Stati Uniti per una serie di prodotti si procede al contrario: la valutazione viene fatta in un secondo momento ed è accompagnata dalla garanzia di presa in carico delle conseguenze di eventuali problemi legati alla messa in circolazione del prodotto (possibilità di ricorso collettivo o class action, indennizzazione monetaria).

 

SERVIZI PUBBLICI – I negoziati sono orientati alla privatizzazione dei servizi pubblici e ciò desta parecchii timori nelle reti per i Beni Comuni. Sarebbero, secondo la critica, a rischio il welfare e settori come l’acqua, l’elettricità, l’educazione e la salute sarebbero esposti alla libera concorrenza. Inoltre, questa parte dell’accordo potrebbe creare problemi di legittimità costituzionale in alcuni paesi membri dell’Unione Europea.

 

PROPRIETA’ INTELLETTUALE– Le disposizioni a protezione della proprietà intellettuale e industriale attualmente oggetto di negoziati potrebbero minacciare la libertà di espressione su internet o privare gli autori della libertà di scelta in merito alla diffusione delle loro opere. Si ripresenterebbe insomma la questione dell’ACTA, il controverso accordo commerciale su contraffazione, pirateria, copyright, brevetti la cui ratifica è stata respinta il 4 luglio 2012 dal Parlamento Europeo.

 

TTIPLEAKS – A inizio maggio, precisamente alle ore 11 di martedì 3 maggio, Greenpeace ha scosso l’Europa svelando parte della trattativa, che doveva restare coperta da segreto negoziale. Tra i “Ttip papers” svelati  da Greenpeace, una nota segreta ad uso interno della Commissione europea ha spiegato come stiano andando i negoziati. Su questa fuga di notizie, l’indiziata principale è quella parte di Commissione Europea legata con i suoi funzionari ad alcuni Paesi Membri contrari all’accordo.

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Ecco i punti principali del documento ottenuti da Greenpeace Olanda:

Denominazione d’origine per i vini –  “Sul vino l’Ue ha ribadito che il Ttip deve includere regole complessive sui vini e alcool basate sull’integrazione degli accordi bilaterali esistenti ed eliminare la possibilità per i produttori Usa di utilizzare le 17 denominazioni di vini Ue (cosiddettì semi-generici) elencati nell’annesso 2 dell’accordo del 2006 sul vino. Gli Usa hanno reitrerato la propria opposizione all’integrazione delle norme sul vino nel Ttip e alla richiesta Ue sulle denominaizioni semi-generiche. L’Ue ha espresso forte preoccupazione e continuerà a seguire la questione a livello politico”.

 

Gli Stati Uniti dunque rifiutano la domanda Ue di non utilizzare per i loro prodotti 17 denominazioni “semi-generiche” di vini europei, come gli italiani Chianti e Marsala, il greco Retzina, l’ungherese Tokaj, il portoghese Madeira, lo spagnolo Malaga e i francesi Chablis, Sauterne e Champagne.

 

Cosmetici – “La discussione sui cosmetici rimane molto difficile e  il margine per raggiungere obiettivi comuni è abbastanza limitato”. A causa della limitazione in Europa ad eseguire test sugli animali “l’approccio di Ue e Usa resta inconciliabile e i problemi di accesso al mercato europeo dunque rimarranno”.

Definizione degli standard – “Gli Stati Uniti hanno insistito nella loro domanda affinché la Commissione europea ‘richieda’ (…) che esperti statunitensi siano coinvolti nello sviluppo del processo di standardizzazione di CEN e CENELEC (senza garanzie di reciprocità) come condizione per riferirsi agli standard tecnici armonizzati”.

Il CEN è il comitato europeo per lal standardizzazione tecnica e il CENELEC svolge la stessa funzione in campo elettrotecnico. Tra gli ultimi standard fissati, ad esempio quelli sulla sicurezza degli accendini con particolare attenzione alla protezione dei bambini, le caratteristiche tecniche per le prese elettriche o gli standard dell’osteopatia.

Appalti pubblici – Nel capitolo sull’attività regolatoria, la proposta degli Stati Uniti ripetutamente chiede che “la regolazione sia riferita e applicabile a livello di Stati membri”, ma parlando di appalti pubblici la Commissione europea sottolinea che “gli Stati Uniti non sono stati in grado di offrire risposte o commenti al riguardo degli appalti a livello sub-federale ed hanno sottolineato le loro difficoltà e la sensibilità in questo settore”.

Regolazione servizi finanziari – Unione europea e Stati Uniti non hanno modificato le loro posizioni sulla cooperazione regolatoria nei servizi finanziari: gli Usa continuano ad opporsi a discutere questo aspetto nel Ttip, mentre l’Ue ha confermato che la sua offerta per un mutuo accesso ai Servizi finanziari si incardina su un impegno soddisfacente degli Usa nella cooperazione nelle regolazione”.

 

Infine, a sostenere il fronte avverso al TTIP, non vi sono politici al governo, bensì l’economista e saggista statunitense, premio Nobel per l’economia nel 2001 Joseph Stiglitz. Joseph Stiglitz, statunitense “europeista” alla vigilia del Brexit, il referendum che il prossimo giugno chiederà agli inglesi di esprimersi sull’adesione all’Unione europea, ingaggiato come consulente da John McDonnell, ha sostenuto che: se l’accordo transatlantico di libero scambio tra Unione e Stati Uniti (Ttip) fosse simile a quello già raggiunto tra Usa e Pacifico (Trans-Pacific Partnership, Tpp) «nessuna democrazia» dovrebbe sostenerlo.

Al futuro e ai governanti dei 28 Paesi dell’UE e Parlamentari Europei sarà concesso il privilegio di decidere se aderire o meno all’accordo. In questo clima di segreti e “fughe di notizie” resta un dato certo: che si parla della libertà. Ma, come sempre essa riguarda merci e flussi di denaro e non le persone. Persone che poi affidano alla “democrazia” il loro destino, in un deficit di rappresentatività e trasparenza. D’altronde, a quanto pare, l’unica trasparenza che è richiesta nel duemilasedici è quella delle vetrine.

L’Europa muore al Brennero

L’Europa muore al Brennero e il confine tra Italia e Austria che attraversa il valico alpino del Brennero è diventato quasi indistinguibile negli ultimi vent’anni, da quando l’Unione Europea ha eliminato i confini formali, scrive il  Guardian.  Dalla fine della Seconda Guerra mondiale il confine austroitalico non ha più posto alcun problema e l’aquis di Schengen è stato il simbolo dell’integrazione europea e della proiezione di sé sui suoi pilastri.

Ma, ora da entrambi i lati della frontiera si sta preparando al riemergere di una frontiera vecchio stile – forse anche i controlli dei passaporti – in questa regione storicamente sensibile, dopo che l’Austria ha annunciato di voler iniziare un nuovo piano di “gestione delle frontiere” il primo aprile.

LE RAGIONI DELL’ AUSTRIA –  Al primo anno di qualsiasi corso di Scienze Politiche e di  Relazioni Internazionali, seguendo la scia della tradizione nata dalla stessa facoltà presso la Sapienza di Roma, viene insegnata la materia di statistica. Utilizzando i numeri ci si può accorgere facilmente di quanto l’opinione pubblica italiana sia condizionata da soggetti che non conoscono o che coscientemente celano i veri numeri del fenomeno che sta condizionando e attraversando l’Europa.

C’è da segnalare come Vienna a fronte di una popolazione complessiva di 8.488.511 persone, lo scorso anno abbia accolto 90.000 immigrati. Per comprendere la terra che un tempo imperava su metà Europa è utile partire dal Rapporto  pubblicato lo scorso settembre per iniziativa del ministro Sebastian Kurz (il ventisettenne membro del governo austriaco, responsabile degli Esteri, ma anche dell’Integrazione) e del rettore dell’Università di Vienna, Heinz Faßmann.

 

Il rapporto Kurz-Faßmann rivela che oltre un milione di persone residenti in Austria (su una popolazione di 8 milioni e mezzo), con o senza cittadinanza austriaca, sono nate all’estero. Assieme ai nati in Austria, ma con uno o entrambi i genitori stranieri, raggiungono il 20% della popolazione. Un rapporto molto elevato, doppio rispetto a quello italiano, con picchi soprattutto a Vienna e nel Vorarlberg, dove non a caso si possono avere classi elementari composte esclusivamente da alunni stranieri. Dalle 119 pagine della pubblicazione si apprende che nel 2013 si sono stabiliti in Austria 151.280 stranieri, mentre se ne sono andati 96.552. Il saldo di 50 mila uomini è il più elevato dal 2005.

Inoltre, l’Austria ha ricevuto 85.500 domande di asilo nel 2015, il terzo più alto numero di domande in Europa dopo Ungheria e Svezia. Un dato su cui riflettere indubbiamente poichè la decisione di Vienna rischia di trasformare questa regione, una volta simbolo di coesione pacifica dell’Europa, in qualcosa di molto diverso: l’emblema della disgregazione del continente.

 

LE BUGIE DELLA MERKEL –  Se un interessante libro dell’economista Veronica De Romanis ha tracciato i successi economici e una biografia trionfante del fenomeno Merkel, meno si sa e si è detto sulla farsa che a causa dei proclami devono subire i migranti in Germania. Infatti, secondo i dati ufficiali diramati dal governo tedesco questa settimana, il numero di deportazioni dei profughi dalla Germania ai Paesi d’origine è cresciuto del 60% dal 2014 al 2015.

Se nell’anno appena concluso i migranti rimpatriati forzatamente sono stati 22.369, nei dodici mesi precedenti le deportazioni erano state “appena” 13.851. Se spostiamo l’attenzione ai primi due mesi dell’anno in corso, possiamo notare come già 4500 persone siano state rimpatriate a gennaio e febbraio – quasi il doppio del primo bimestre del 2015.

Inoltre è aumentato esponenzialmente anche il numero dei profughi che hanno abbandonato volontariamente il Paese, dai 13.573 del 2014 ai 37.200 del 2015. Al primo di aprile, a lasciare di propria volontà il Paese nel corso di quest’anno sono già stati oltre quattordicimila. Un’immagine questa veritiera, e non prodotta dai media del mainstream, che sbiadisce di molto le immagine nella Stazione di Monaco di Baviera.

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UNA CRISI PREVEDIBILE – L’opinione pubblica è da sempre abituata a considerare le migrazioni degli ultimi anni come un’emergenza. Nulla di tutto ciò è più sbagliato. Infatti, l’argine dell’acqua salata, concetto tanto caro e poi perdente ai Borbone di Napoli, non è in grado di sopperire alle distanze macropolitiche di mancata gestione dei flussi, ampiamente prevedibili. Basti pensare che l’Italia nei prossimi 35 anni dovrà abituarsi a ricevere (e ad accogliere) oltre 100mila immigrati l’anno. A dirlo è l’ultimo Rapporto delle Nazioni Unite in merito alla crescita della popolazione mondiale e flussi migratori, il quale recita che “Tra il 2015 e il 2050 gli stati che riceveranno più migranti a livello internazionale (ovvero più di 100mila l’anno) saranno Stati Uniti, Canada, Regno Unito – si legge sul report – ma anche Australia, Germania, Russia e Italia”.

 

Dal Rapporto delle Nazioni Unite si evince come tali dati, frutti di studi pubblici e in possesso di tutte le nazioni, possano aiutare a comprendere come la questione ” migranti ” e ” rifugiati ” sia stata e sarà di facile programmazione. O quantomeno lo sarebbe potuta essere se solo qualche tecnico lo avesse letto e posto adeguate misure. Inoltre, e da questo elemento nascono le prerogative dei movimenti euroscettici, alla povertà legata alla non redistribuzione minima della ricchezza si legano anche le ulteriori colpe occidentali nell’aver sostenuto e fomentato movimenti che di ” ribellione ” avevano bene poco.

 

COMMISSIONE EUROPEA DOVE SEI? – Vuole il sapere popolare che il “silenzio, sia più rumoroso delle urla”, ciò vale anche per la Commissione Europea. L’organismo collegiale, che detiene maggiore sovranità e diritto d’iniziativa di ogni altro organismo in Europa, sulla disgregazione dell’acquis di Schengen e sui migranti tace. Tace nonostante ogni paese stai apportando una politica differente, spesso schizzo frenica, sul tema frontiere e migrazioni. Tace nonostante sia stato appena siglato un accordo miliardario con la Turchia e a Idomeni l’esercito macedone sconfini sparando ad altezza bambino. Tace, mentre il governo socialista francese utilizza le ruspe per sgombere Calais. Tace, mentre il pilastro sulla libera circolazione di persone e merci si stia smaterializzando. Forse, non le merci, a quelle a Bruxelles si tiene particolarmente di più se si nota la disparità di provvedimenti in confronto a quello sulle persone.

Ora, tacciano tutti innanzi al dramma dei profughi, di cui la condizione di ultimi del mondo è stata dipesa molto dalla nostra dottrina internazionale. Tacciano i giornalisti che nessun dato veritiero pongono e il dramma sfruttano a loro piacimento. Tacciano i giovani che, come ricordato dal Presidente Draghi, hanno visto scomparire la loro generazione nel loro più completo oblio. Taccia questa Europa, troppo attenta alle merci e troppo poco alle persone. E la colpa non è dell’Austria sola, ma di un’intera classe dirigente. D’altronde l’Europa è morta al Brennero.