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WORLD PRESS PHOTO – FOTOGRAFIA DEL MONDO

È strano pensare che una fotografia non colga che una frazione di secondo di ciò che è stato, eppure finisce spesso per diventare emblema di un evento, di una storia, di una vita.

È altrettanto strano pensare che un fotografo passi ore, mesi, anni a cercare quel momento perfetto, e che grazie a questa dedizione potremo continuare ad avere memoria in forma di immagine di eventi che, pur avendoci colpito nell’immediatezza, finiranno per svanire nel calderone dei nostri ricordi accumulati di eventi, forse sentiti ma non vissuti.

Sono sicura che dei tanti episodi che hanno costellato lo scorso anno, molti siano già finiti nel dimenticatoio. Servirebbero delle fotografie d’impatto a lasciare il segno. E sicuramente lo sono tutte quelle esposte fino al 27 maggio alle pareti del Palazzo delle Esposizioni, per la mostra World Press Photo.

Il Premio World Press Photo è uno dei più importanti riconoscimenti nell’ambito del fotogiornalismo. Ogni anno, da più di 60 anni, una giuria indipendente, formata da esperti internazionali, è chiamata ad esprimersi su migliaia di domande di partecipazione inviate alla Fondazione World Press Photo di Amsterdam da fotogiornalisti provenienti da tutto il mondo.
Per l’edizione 2018 la giuria, che ha suddiviso i lavori in otto categorie, tra cui la nuova categoria sull’ambiente, ha nominato 42 fotografi provenienti da 22 paesi.

Foto dell’anno, scelta nella categoria Spot News, è di Ronaldo Schemidt (Caracas, 1971), fotografo venezuelano dell’Agence France Presse. Ad essere premiato, uno scatto che ritrae un ragazzo in fuga, avvolto dalle fiamme, durante una manifestazione nel maggio del 2017, contro il presidente Nicolás Maduro, a Caracas. Magdalena Herrera, presidente della giuria e photo editor di Geo France, ha così commentato: “È una foto classica, ma che possiede un’energia fortemente dinamica. I colori, il movimento e la forza della composizione trasmettono un’emozione istantanea”.

Il primo premio della categoria Foto Singole è di Neil Aldridge ed è un’emozione pura: immortala un giovane esemplare di rinoceronte bianco, sedato e bendato, in procinto di essere rilasciato nell’ambiente nel suo ambiente naturale in Botswana. Il rinoceronte bianco meridionale è classificato come specie quasi minacciata di estinzione e il suo corno, ridotto in polvere, è molto richiesto soprattutto in Vietnam e Cina per le sue presunte qualità medicinali. Waiting For Freedom è un titolo che sprigiona energia.

L’esposizione del World Press Photo 2018 non è soltanto una galleria di immagini sensazionali, ma è un documento storico che permette di rivivere gli eventi cruciali del nostro tempo. Dagli attentati di Londra alla malavita statunitense, dalla tragedia dei migranti alle manifestazioni più violente.

Ma oltre a questo, il suo carattere internazionale, le centinaia di migliaia di persone che ogni anno nel mondo visitano la mostra, sono la dimostrazione della capacità che le immagini hanno di trascendere differenze culturali e linguistiche per raggiungere livelli altissimi e immediati di comunicazione.

Sembra quasi un quadro di un moderno e orientale Van Gogh, ai limiti del commovente, la fotografia di Li Huaifeng. Rappresenta due fratelli che vivono in una tradizionale yaodong (casa-grotta) scavata nel fianco di una collina sull’altopiano del Loess, nella Cina centrale. I muri, rivestiti in terra, hanno buone proprietà isolanti e consentono agli abitanti di sopravvivere al freddo invernale. I fratelli, entrambi scapoli, hanno vissuto gran parte della loro vita in questa yaodong.

Perché in fondo poi una fotografia va ben oltre le qualità tecniche, la fama, un premio giornalistico. Una buona fotografia è una bella storia, è persone, è luoghi, è eventi, è stati d’animo. È il libro di pagine di pagine di chi preferisce raccontare per immagini piuttosto che a parole.

Loro 2: il riscatto passa per il peccato… e che peccato.

Meno fuffa e più contenuti. Con «Loro 2», Sorrentino aggiusta il tiro, spingendosi parecchio oltre la banalità.

Sono passate poco più di due settimane da quel funesto 27 aprile. Una data che difficilmente potrò dimenticare, visto che quel giorno, preso da un’inspiegabile senso d’ottimismo, decisi di dar fiducia a Paolo Sorrentino, andando ad assistere alla proiezione pomeridiana del suo ultimo film, Loro 1 (Per chi volesse vivere o rivivere quei momenti, questo è il link ). Ebbene, solo chi almeno una volta nella vita ha subito una delusione d’amore, sa che nelle settimane successive a tale evento difficilmente si metabolizza e quasi mai si dimentica. Figuriamoci poi, se ci troviamo nella condizione di dovere incontrare per forza chi ci ha fatto del male.

Immaginatevi, quindi, lo stato emotivo con il quale, ieri, mi sono recato al cinema per vedere Loro 2. Per darvi un’idea, durante tutto il tragitto in auto, il mio cervello continuava a ripetermi, “Ahó, non t’è bastata la sola dell’urtima volta, stai pè butta artri 8 euro”. Eccome dargli torto. Tuttavia, tempo di rendermi conto di dove fossi, che già ero seduto in ottava fila, posto H-10. Grazie a Dio, almeno questa volta mi ero ricordato di portare con me un pacchetto di M&M’s. Si sa che nei momenti difficili il cioccolato tira sempre su e infatti, dopo aver ingerito una decina di quei fantastici “confetti” colorati (sì, mi hanno pagato per la sponsorizzazione) il sentimento di frustrazione aveva lasciato il posto ad un sano senso di rassegnazione. Tant’e vero che anche il cervello aveva cambiato atteggiamento, da “Ahó, hai buttato arti 8 euro” a “Ahó, alle brutte puoi sempre dormì”.

Un’idea non del tutto da scartare… soprattutto dopo 20 minuti di pubblicità gentilmente offerta dal cinema The Space. Ad ogni modo, Loro 2, alla stregua di un secondo tempo di un unico film, riparte puntualmente da dove si era interrotto il primo capitolo. Siamo di nuovo in Sardegna, più precisamente dalla parti di Porto Cervo, esattamente in quella lingua di mar Tirreno che separa la villa dell’arrivista Sergio Morra (Riccardo Scamarcio) da quella di Silvio Berlusconi (Toni Servillo). Già dai suoi primi istanti, la pellicola sembra riproporre il solito e melenso copione (già visto nel primo capitolo) fatto per lo più di tette e fondoschiena scelti a caso. Tuttavia, passati i primi minuti, accade qualcosa di nuovo e totalmente inaspettato. La dinamica dell’opera di Sorrentino subisce una profonda metamorfosi. Finalmente viene dato spazio alla  trama. Non più solo sequenze fotografiche messe a caso, ma veri e propri dialoghi studiati nei minimi particolari, in cui il Silvo di Sorrentino racconta e si racconta.

Nel primo di questi, vediamo il Cavaliere seduto ad un tavolo alla cui estremità opposta siede Ennio Doris (per intenderci, il tizio di Banca Mediolanum che è una vita che ci ripete che è tutto intorno a noi). I due chiacchierano, affrontando vari nodi dolenti, il più importante dei quali riguarda proprio il futuro di Silvio. Uscito sconfitto alle ultime elezioni, il Cavaliere rivela ad Ennio parte delle proprie perplessità per ciò che sarà di Lui nell’avvenire, manifestando un certo grado di arrendevolezza e titubanza. Insomma, un atteggiamento ben lontano da quello a cui siamo stati abituati da più di vent’anni a questa parte. Ed infatti, quella del perdente è una maschera che poco si adatta al volto del Berlusca e questo Ennio lo sa bene.

“Silvio, tu sei quello che ha creato un impero dal niente. Partendo come semplice immobiliarista sei riuscito a creare una nuova città. Hai comprato una fallimentare emittente televisiva di provincia e l’hai resa il  conglomerato mediatico privato più grande d’Europa. Non solo possiedi tutto ma sei riuscito in ogni ambito in  cui hai deciso di cimentarti, e lo sai perché? Perché sei il migliore venditore che esista. Tu sei in grado di vendere sogni alle gente, ed un uomo che è in grado di fare questo, cosa non riuscirebbe a fare?”

Da questa semplice chiacchierata fra amici, in parte fedele, in buona sostanza rielaborata dal sottoscritto (ho perso il taccuino dove annotavo le battute), il Cavaliere non solo formula quella che sarà la sua nuova strategia politica per tornare alla guida del paese ma riconferma ciò che egli sa da sempre: Lui può tutto perché egli, al pari di Dio, è il solo che conta. Può creare ed infrangere regole, può dire e fare come vuole, può tradire ed amare come meglio crede. In sostanza, Loro 2 mostra allo spettatore come le manie di onnipotenza abbiano in qualche modo contraddistinto l’esistenza di Silvio Berlusconi e di come queste si siano scontrate contro il peggiore dei suoi avversari, ovvero, l’inesorabilità del tempo. Si ha quindi l’impressione di assistere ad un pietoso quanto grottesco siparietto di stampo Settecentesco, in cui un re, ormai arrivato alla fine dei suoi giorni, si rifiuta categoricamente di abdicare al trono.

Se nel primo capitolo al centro della trama c’erano fondamentalmente Loro, ovvero quelli che non contano, nel secondo esiste solo Lui, Silvio. In tutta la sua opulenza e decadenza. Non è un caso che in questa pellicola le figure interpretare da Scamarcio, Kasia Smutniack e Euridice Axen, scompaiono quasi completamente. In conclusione, Loro 2 riesce dove Loro 1 aveva miseramente fallito: catturare il pubblico proponendo qualcosa di autentico. A questo punto resta però da chiedersi se fosse realmente necessario fare un film diviso in due parti. Sarebbe bastato riassumere il primo capitolo in non più di 20 minuti ed inserirli nel secondo. Così, per come stanno le cose è un vero peccato.

#EAST – Intervista a Benedetta Ristori

Benedetta Ristori è una fotografa freelance attualmente residente a Roma. Il suo lavoro si concentra sulla tensione che esiste tra forma e spazio. Concetti cruciali della sua ricerca stilistica sono: la decadenza, l’abbandono, il vuoto e il nuovo approccio alla bellezza classica.

Questa la nostra intervista alla giovane e promettente fotografa romana.

Hai da poco lanciato la tua campagna per la pubblicazione del libro “East”, quali sono gli obiettivi dell’edizione?

L’obiettivo finale è quello di poter produrre un’edizione di 300 copie del libro “East”. Il prototipo è già pronto, si tratta di un volume a copertina rigida che conterrà una selezione di 60 foto dal progetto inziale – che ne comprende circa 120. Oltre alle immagini ci saranno due testi introduttivi a cura di due autrici, Gaia Palombo e Sasha Raspopina, e nel finale del libro delle didascalie che andranno ad approfondire la storia di alcuni scatti. Oltre a questo, in occasione del crowdfunding, ho creato un’edizione limitata di 100 copie che oltre al libro, comprende un cofanetto e tre stampe 13×18 di alcune foto non inserite nella selezione e, una ulteriore opzione che include una stampa 50×70 firmata e la pubblicazione del proprio nome nei ringraziamenti finali del libro.

 

 Con la campagna di crowdfunding rendi la collettività e il tuo pubblico protagonisti del progetto. Quali sono le sensazioni che stai ottenendo in questa prima fase di campagna?

 E’ passata poco più di una settimana dall’inizio della campagna e sto ricevendo dei feedback molto positivi. Ho ricevuto contributi da Stati Uniti, Australia, Giappone e varie parti d’Europa. Sono molto contenta che il progetto piaccia ed  incontri i gusti di un pubblico così vasto a livello geografico e culturale.

 

Il progetto si concentra su Paesi dell’est europeo. Terre unite dalla geografia e dalla storia dove risiedono lingue, alfabeti e religioni differenti. Qual è il tuo sguardo nell’affrontare realtà così complesse?

 Il mio è uno sguardo discreto e poco invadente. Le nazioni che ho scelto di ritrarre hanno un legame con le dittature socialiste (Tito in ex Jugoslavia, Hoxa in Albania, Ceaușescu in Romania) e con l’ex Unione Sovietica (Moldavia, attuale Transnistria, Zivkov in Bulgaria) questo però non è un elemento mostrato in maniera esplicita nelle foto, questo segno distintivo viene messo in luce dalla scelta stessa delle nazioni e attraverso alcuni memoriali e strutture che ci raccontano  quell’epoca.

Non ho voluto approfondire storie personali o affrontare particolari temi a livello sociale proprio per evitare di dare una visione troppo categorica di questi paesi. Non mi occupo di fotografia d’inchiesta o di fotogiornalismo.

Quello che ho voluto fare è raccontare parte della storia di questi paesi attraverso un viaggio “on the road” che percorre diverse stagioni; nella maggior parte delle foto sono immortalati edifici, monumenti o cittadine che hanno una particolare storia e legame con il passato. Per questo l’obiettivo principale del progetto è stato fin dall’inizio, quello di racchiudere il materiale in un libro, così da avere la possibilità di raccontare anche il senso di alcuni scatti che per molti spettatori possono apparire senza significato.

 Nel tuo racconto vi è una cura per la ricerca dell’essenza nitida e quasi minimale dell’architettura dei luoghi. Quali sono le forme e i tratti che ricerchi nello spazio urbano e negli edifici?

 Vengo sempre molto incuriosita dalle linee geometriche e dalle simmetrie; in particolare sono una grande appassionata del lavoro di Le Corbusier. Per questo alcuni luoghi che ho ritratto in “East” mi hanno inizialmente attratto, in molti di questi paesi infatti sono presenti architetture che seguono questo stile e ne sono rimasta molto affascinata. 

 Sul tuo sito personale vi è un richiamo forte alle “Città Invisibili” di Calvino. Qual è il tuo rapporto con l’attuale concetto di città globale, strutturato e teorizzato da Saskia Sassen?

 Ho affrontato questa tematica attraverso il mio progetto Lay Off, una serie che documenta la vita dei lavoratori notturni in Giappone. Attraverso questa chiave ho analizzato il rapporto tra società, città e individuo contemporaneo, mettendo in luce una delle caratteristiche che a mio parere contraddistingue la nostra epoca: la solitudine. Come teorizza la Sassen, il nuovo modello di mercato finanziario ha posto le basi per l’evoluzione del commercio nelle grandi capitali globali. La mia esperienza mi ha portato a rappresentare delle realtà in cui questo tipo di assetto porta alla perdita del valore del singolo.

 

Fotografi momenti della quotidianità delle persone. Semplici e perciò complessi da immortalare e raccontare. Cosa ricerchi prevalentemente nella quotidianità?

Nella quotidianità cerco principalmente la spontaneità e al tempo stesso la poesia. Trovo che nella realtà quotidiana siamo costantemente circondati da gesti, colori ed espressioni di grande armonia e potenza. Trovo nella semplicità e nella “banalità” di alcuni istanti, come può essere un semplice bagno al mare, o una macchina parcheggiata in un determinato luogo, elementi di bellezza e grazia infinita.

 

Quali sono state le tue ispirazioni per il progetto?

 Per quanto riguarda questo progetto non ho avuto dei riferimenti ben precisi. Posso dire che sono una grande appassionata del lavoro dei grandi fotografi americani degli anni ’70 e ‘80, che hanno raccontato il loro paese attraverso una chiave estetica a mio parere unica.  Tra questi posso sicuramente menzionare Richard Misrach e Stephen Shore.

Il Corpo con le Ali. Eadweard Muybridge, Dirk Baumanns e il disegno futurista

Il Corpo con le Ali. Eadweard Muybridge, Dirk Baumanns e il disegno futurista

Presso la Futurism&Co Art Gallery – Via Mario de’ Fiori 68, Roma

Dall’8 febbraio 2018 al 30 aprile 2018

La mostra accosta 18 fotografie di Eadweard Muybridge (1830-1904), 30 disegni futuristi dedicati al movimento e una composizione a parete di dipinti e fotografie ricavata da Gio’ Montez e dall’artista tedesco Dirk Baumanns dalla sua performance Black Priest, come ne fosse l’impronta, e la ricomposizione.

Temi quali la ricostruzione del movimento, la rappresentazione del movimento di un oggetto nelle sue fasi, la narratività del soggetto fotografato o disegnato in rapporto con la sua documentazione e la sua traccia, la trasfigurazione del soggetto dinamico, sono connessi in senso storico e fonte di rilettura reciproca, interna, delle metodologie compositive e del loro senso (creativo, appropriazionista, documentario, storico interpretativo).

Le relazioni che la performance istituisce con la sua documentazione e questa con gli altri elementi della mostra (documentaria, comparativa, narrativa) indeboliscono l’unità dell’opera nella comparazione iconografica, formale e storica in senso relazionale.

Tra i lavori di maggiore interesse storico, Piedigrotta. Uomo in corsa + rumore + linea di velocità + luci + suono, 1913-15, e uno degli studi per Dinamismo di un cane al guinzaglio, di Giacomo Balla. Il primo esposto nel 1917 nel ridotto del Teatro Costanzi di Roma nella mostra della collezione di Leonide Massine. Mentre le diciotto tavole della serie Animal locomotion del fotografo inglese spaziano dai celebri studi sul movimento dei cavalli alle composizioni sugli sport a altre più intime e articolate dedicate ai gesti della quotidianità.


THE BODY WITH WINGS
Eadweard Muybridge Dirk Baumanns and the futuristic drawing
From 8th February 2018 to 30th April 2018
Opening: 15th February 2018, h 18:00

 

This exhibition compares 18 photographs by Eadweard Muybridge (1830-1904), 30 futurist drawings devoted to movement and a wall composition of paintings and photographs assembled by Gio’ Montez and by the German artist Dirk Baumanns from his performance Black Priest, as if it were its imprint and recomposition.

Topics such as the reconstruction of movement, the representation of the movement of an object in its different phases, the narrativity of the subject either photographed or drawn in relationship with its documentation and its trace, the transfiguration of the dynamic subject, are all connected in a historical sense and source of mutual, inner, re-reading of compositional methodologies and their meaning (creative, appropriative, documentary, historical-interpretative).

The relationships that the performance establishes with its documentation and this with the other elements of the exhibition (documentary, comparative, narrative) weaken the unity of the work in the iconographic, formal and historical comparison in a relational sense.

Among the works of greatest historical interest, Bozzetto costume for the ballet “Piedigrotta” 1913-15, and one of the studies for Dynamism of a Dog on a leash, by Giacomo Balla. The first was exhibited in 1917 at the Ridotto Hall of the Costanzi Theatre in Rome in the exhibition of the Leonide Massine’s collection.

While the eighteen tables of the Animal locomotion series by the English photographer range from the famous studies on the movement of horses to the compositions on sports, to other more intimate and articulated ones devoted to daily gestures.

Futurism&Co Art Gallery Roma
Via Mario de’ Fiori, 68 – Roma, Italia
+39 06 6797382
www.futurismandco.com
info@futurismandco.com

Erwin Blumenfeld per l’inaugurazione dell’Howtan Space Roma

Il 14 febbraio 2018 inaugura a Roma Howtan Space, nuovo spazio capitolino, nato dall’immaginazione dell’artista iraniano Howtan Re.

In occasione della sua apertura verrà presentata la personale di Erwin Blumenfeld con scatti inediti dell’artista  Courtesy Fondazione Yvette George Blumenfeld Deeton, Blumenfeld Estate, Courtesy Art+Commerce NYC.

 

“ Il mio destino, un costante muoversi da camera oscura a camera oscura.” E.Blumenfeld

Ubicato a due passi dall’area sacra di Largo Argentina, spalanca le sue porte alle atmosfere surreali ed eleganti create da uno dei più grandi fotografi del 900, Erwin Blumenfeld, sopravvissuto a due Guerre Mondiali, alla fuga e alle deportazioni nei campi di sterminio.

Scatti inediti, alcuni mai arrivati prima d’ora in Italia, fotografie iconiche diventate fonte di ispirazione per artisti del calibro di Penn, Klein, Roversi, approdano in Via dell’Arco de’ Ginnasi 5, in questo hub, spazio dinamico, degli accadimenti con tanta arte visiva ed eventi culturali in programma.

Howtan Space si permea delle atmosfere oniriche di Blumenfeld, costruite anche grazie all’utilizzo degli specchi e degli schermi, dai giochi di volumi, di luci e prospettive, tratti distintivi del suo straordinario lavoro di contaminazione tra moda e arte e nello specifico il Surrealismo. Per farvi immergere lo spettatore, oltre agli scatti, ad Howtan Space sono proiettate anche le immagini di Beauty in motion la serie di corti girati dallo stesso fotografo tra il 1958 e il 1964.

Grazie ad Yvette George Blumenfeld Deeton, Blumenfeld Estate NYC e Art+Commerce, NYC, che hanno reso possibile l’incontro tra gli scatti di Erwin e lo spazio di Howtan Re, la mostra, curata da Giuliano Matricardi, presenta 10 vintage in b/n scattate tra il 1938 e il 1955 a Parigi e a New York e ottenute dalla manipolazione di acidi. Sono anche esposte 4 edizioni contemporanee edite da Art Commerce; tra questeLisa Fonssagrives on the Eiffel Tower, immagine simbolo di Blumenfeld e del modo in cui intendeva rappresentare la bellezza, il femmineo e una moda in cui l’abito non è mai solo fine a se stesso. La stoffa della gonna gonfiata dal vento, le pieghe che danzano seguendo il movimento fluttuante della modella svedese in equilibrio, sono molto di più di un semplice capo di Lucien Lelang. Tale scatto, realizzato nel marzo del 1939, rappresenta il passaggio da un’era ad un’altra e l’approdo definitivo e antesignano ad una nuova forma di arte e bellezza. In questa immagine, che fu allora censurata e considerata privo di interesse, è contenuto tutto ciò che nella moda arriverà molto, ma molto, più avanti.

Questo lavoro più di tutti, lega indissolubilmente il nome di Erwin Blumenfeld a quello di “Vogue”. Fu il fotografo inglese Cecil Beaton ad interessarsi a questo giovane modernista, ad avvicinarlo e a metterlo in contatto con “Vogue Francia” dando l’avvio ad una collaborazione che durerà una vita. 100 Covers è una delle opere esposte, che mette insieme una dopo l’altra tutte le copertine di “Vogue” che portano la sua firma; sul retro Erwin lascia scritto: “Thank you very much for smoke and mirrors. I barely feel a breeze of all the effort (or hassle). Just wait, soon we‘ll rest (or die) as well. 

L’ossessione di Blumefeld per le donne, i cui corpi nei suoi scatti idolatra e distorce, è palese e presente oltre che nei suoi lavori, in tutta la sua vita. Nel suo Fox leather company, il famoso negozio di abbigliamento di Amsterdam nel quale lavorava da giovanissimo, aveva allestito nel retrobottega una camera oscura dove sviluppare i suoi scatti ai manichini della vetrina.

In una delle pareti di quel suo primo studio amatoriale, insieme a quello della moglie, centinaia di volti, profili e sagome di donne. Muse, amanti, modelle. Sovrapposte l’una all’altra.

“Le ho amate tutte, non una soltanto”. E. Blumenfeld

14 febbraio 2018  18:00 – 23:00  Via dellArco de Ginnasi, 5

Edoardo Cozzani. L’obiettivo critico di un giovane fotografo

Abbiamo intervistato Edoardo Cozzani. L’obiettivo critico del giovane fotografo romano ci racconta le Città globali e le imperfezioni della società contemporanea.

Edoardo Cozzani è il giovane fotografo romano che abbiamo conosciuto in occasione della sua personale Babel presso il Lab 174 a Roma. La fotografia per lui è stata una scelta di vita, una necessità. 24 anni e due progetti di successo alle spalle. Il suo lavoro ci mostra una metropoli senza nome e l’impatto disastroso del processo di urbanizzazione aggressiva sulla qualità di vita del cittadino moderno. Le sue opere sono una finestra sul mondo, sulla società contemporanea. Il suo obiettivo critico ha aperto una breccia, scuotendo gli animi di chi osserva il suo lavoro, spronandolo alla riflessione. Con noi ha funzionato e abbiamo voluto incontrarlo per saperne di più.

Come è nata la tua passione per la fotografia?

Da bambino in modo del tutto casuale, quasi giocando. Mia madre aveva una Reflex Nikon e quando me lo permetteva ci facevo pratica. Scattare mi piaceva, mi incuriosiva. Da ragazzino andavo in edicola e invece di comprare topolino, compravo il Corso Mondadori sulla fotografia, sai quelli a puntate. Così da solo mi sono documentato, ho letto sempre di più per apprendere le tecniche. Questo è stato un po’ l’inizio. Poi sono cresciuto e finalmente ho avuto la mia di macchinetta fotografica, ho cominciato a viaggiare. Ho unito queste mie due passioni e mi sono dedicato alla fotografia di viaggio.

Quando hai capito che la fotografia sarebbe diventata il tuo lavoro?

Come dicevo, a un certo punto ho cominciato a viaggiare. Mi fu tutto chiaro durante un viaggio in particolare, quello in Centro America, quasi tre mesi, da solo tra la Costa Rica e il Nicaragua. Mi ha aperto gli occhi circa il valore della felicità che possiamo raggiungere solo facendo ciò che ci piace, lo status non conta. Se prima di partire pensavo che la fotografia potesse essere solo un hobby nella mia vita, al ritorno è cambiato tutto.

Avevi un’altra carriera davanti a te…

Sì, studente di Giurisprudenza a Roma. Mi piace, in qualche modo mi è stata utile, mi ha dato tanto a livello di contenuti, ha aumentato il mio senso critico ma sentivo che non era la mia strada. La passione per la fotografia che era quasi un bisogno, una necessità di espressione, premeva sempre di più. Gli studi di Diritto li ho terminati, mi sono laureato ma nel frattempo avevo fatto application per una prestigiosa scuola di fotografia a New York ed ero stato preso. Ho vissuto quel momento tirando un sospiro di sollievo.

Perché New York?

Mi trovavo lì per un tirocinio in uno studio legale, un’opportunità unica, una figata per chiunque voglia intraprendere quella carriera…per me è stato il contrario. Da una parte però quell’esperienza è stata fondamentale, la prova del nove. New York mi ha molto stimolato perché dal punto di vista artistico ha tanto da offrire, continui spunti, stimoli e opportunità. Il tirocinio l’ho lasciato ma sono rimasto per dedicarmi alla fotografia e ho fatto domanda all’ International Center of Photography.

Come ti sei preparato a questo nuovo inizio?

Un altro viaggio. India e Sri Lanka, sempre da solo. Questa volta però con un progetto circa quello che volevo fotografare e come.

C’è da dire che non sono possibilità da tutti. Ti reputi fortunato?

Sicuramente ma soprattutto grato. Devo molto alla mia famiglia che mi ha sostenuto e supportato. È stata dura conquistare la loro fiducia. Mio padre inizialmente era del tutto contrario. All’inizio è stato difficile ma poi determinazione, passione e risultati mi hanno aiutato piano piano a guadagnarmi il suo rispetto e la sua fiducia. È stato il primo a scommettere su di me.

Hai detto che per il tuo ultimo viaggio prima di trasferirti a NY avevi già un progetto. Cosa serve perché riesca bene e quanto conta la tematica?

La tematica è tutto. È come la mappa del tesoro. La mia più grande soddisfazione sta proprio nell’aver trovato, in un’infinità di possibilità espressive, l’area tematica a cui dedicarmi. Quella sociopolitica principalmente. Solo con la motivazione e l’interesse per un focus, un obiettivo, una tematica definita la produzione è efficace.

Hai viaggiato molto in cerca di spunti, il tema sociale, come abbiamo visto, è centrale nei tuoi lavori. Non trovi che altrettanti spunti si possano trovare anche “dietro casa”? Penso al tema delle periferie…

 La tematica delle periferie, per quanto interessante, per come affronto la mia tematica, è fin troppo specifica. Quello che mi interessa di più è osservare il mondo in macro sistema, guardare la società in toto da una prospettiva più ampia e meno specifica. Nonostante si tratti di un soggetto contemporaneo…Io parlo dell’individuo in generale, che si tratti dello svantaggiato in periferia o il ricco del centro.

Bianco e nero o a colori?

Entrambi, dipende dal progetto. Io poi sono sempre per la sperimentazione, unire i mezzi di espressione. Fotografia, installazione, giochi di luci e di riflessi. La cosa fondamentale è partire da un concept forte, studiarlo, fare ricerca, approfondire, entrare in quell’idea tanto da esserne saturi e poi lasciarsi andare e sperimentare ancora. Raccogliere i dati e veder cosa funziona per comunicare il proprio messaggio.

Quanto conta l’occhio e quanto la tecnica?

La tecnica è fondamentale per un progetto di successo però viene dopo. La scuola a NY, l’I C P mi ha permesso di esprimermi in modo più sofisticato ma quello può venire anche dopo. Più importante è avere un tema e forte motivazione. Le tecniche si possono sempre imparare…

Foto con il cellulare?

Si perché no, ne faccio molte…chiaramente poi per i progetti seri il mezzo professionale è necessario… Le foto con il cellulare però hanno una loro genialità che va oltre la tecnica. Vince se il soggetto è molto forte. Ciò che conta è il concept, qualsiasi mezzo va bene e il contenuto della foto ha un valore talmente grande che te ne freghi che è scattata con il cellulare…si possono fare foto interessanti.

Instagram si o Instagram no? Toglie alla fotografia?

No è solo una finestra, una vetrina. In questo senso può dare un apporto positivo e allora va sfruttato. Da una parte poi io mi oppongo concettualmente all’idea di Social però allo stesso tempo vivo la mia epoca e quindi alla fine lo utilizzo. Se vivi la vita con una sensibilità tale che ti faccia vedere poesia ovunque allora il mezzo Instagram diventa utile per condividerlo e questo viene apprezzato.

Come hai approcciato i temi che tratti?

Dalla mia esperienza personale di vita. Mi sono avvicinato all’influenza della società sull’individuo, partendo dalle mie ragioni, quello che provavo e sentivo io. Mi è sempre interessato il discorso delle maschere e dell’autenticità che a volte si sacrifica a causa delle pressioni che subiamo e dei condizionamenti. A volte lottiamo per uno status che dobbiamo mantenere ma che non ci rende felici.

Sei giovanissimo ma con due progetti importanti alle spalle, Anamorphosis e Babel. Sei soddisfatto?

Il livello di soddisfazione non è ancora pieno, bisogna essere sempre aperti allo studio e all’ approfondimento. Babel ad esempio è chiuso ma continuerò a cercare nella quotidianità qualcosa che possa apportare un plus e nel caso lo aggiungerò al progetto. In questo senso dunque il rapporto con il progetto non si conclude mai davvero.

Che rapporto hai con le tue foto? È difficile separartene?

Ci sono tre fasi in cui ti separi dall’opera, tutte e tre diverse. C’è la selezione per una mostra, la mostra e la vendita. Alcune foto sono difficili da rimuovere dalla selezione, soprattutto quando ti piacciono molto. Se però per il progetto non sono funzionali allora bisogna saper essere razionali nella scelta… l’esperienza “esposizione” è ansia e gioia allo stesso tempo. La tua idea si materializza e la dai in pasto al giudizio di tutti…La volontà è quella di migliorarsi e per farlo servono anche le critiche proprio allo scopo di crescere sempre di più. Non ho un rapporto morboso con le mie foto, separarmene non è problema. Il massimo è rispettare la persona che si porta a casa la tua opera.

Qual è il ruolo dell’artista nella società?

Avere un’opinione forte è fondamentale, così come riuscire a imporre la propria voce e la propria voglia espressiva. Il ruolo dell’artista però non è dare una risposta ma creare interrogativi, incuriosire e dare degli spunti di riflessione. Chi produce arte non deve togliere opinione all’individuo, piuttosto lo deve aiutare a crearsene una propria.

Hai una foto che ti ha ispirato, una preferita?

Me ne piacciono molte. Apprezzo il lavoro del fotografo Andreas Gursky. In una sua fotografia c’è un fiume, uno scenario stratificato. Rappresenta un po’ una metafora vita per me. Vedo il fiume come la fluidità dell’esistenza. Ragione e morale che devono trovare un equilibrio. La morale è un’urgenza che deve essere espressa da una ritualità o dalla religione quando non diventa politica…

Trovi interessante fotografare l’uomo?

L’uomo singolo non mi interessa, o meglio mi interessa nel momento in cui il singolo racconta la storia di una pluralità. Quello che trovo interessante è la metafora che un uomo singolo rappresenta.

Se non avessi scelto la fotografia, chi saresti oggi? Un avvocato?

L’arte sarebbe stata una costante nella mia vita, ho sempre avuto una fascinazione e una certa sensibilità in materia… l’avvocato l’avrei potuto fare, meccanicamente ma non sarebbe stata vita.

 

 

Paper Gardens. La personale di Giorgio Coen

Paper Gardens

Mostra personale di Giorgio Coen Cagli, a cura di Giorgia Noto

Dal 15 dicembre 2017 al 13 gennaio 2018

Presso Studio Co-Co

 

Nell’ambito della tre giorni dedicata interamente alla fotografia – Passeggiate Fotografiche Romane – organizzata dal Ministero dei Beni Culturali, lo studio di progettazione grafica Co-Co è lieto di ospitare nel suo spazio la personale del fotografo emergente Giorgio Coen Cagli, Paper Gardens, a cura di Giorgia Noto.

Passeggiate Fotografiche Romane avrà luogo il 15, 16 e 17 dicembre e si snoderà all’interno della  città attraverso una serie di percorsi tematici per quartieri in un susseguirsi di attività legate alla fotografia: mostre, incontri, visite guidate, archivi aperti, laboratori, performance, proiezioni e progetti inediti.

Lo Studio Co-Co partecipa a questo ricco calendario che coinvolge il quartiere Pigneto con la personale Paper Gardens articolando la sua proposta con il seguente calendario: il 15 dicembre con l’inaugurazione della mostra, il 16 dicembre con un incontro con l’autore Giorgio Coen Cagli in occasione del tour Passeggiate Fotografiche Romane per il quartiere Pigneto e il 17 dicembre con una conversazione a più voci con Fabio Donalisio, Giulio Ciccarese, Giorgia Noto e Giorgio Coen Cagli.

La mostra proseguirà poi fino al 13 gennaio 2018 e sarà visitabile nei giorni di apertura dedicati e su previo appuntamento, consultare la pagina Facebook dello studio per tutti gli aggiornamenti. (https://www.facebook.com/cocostudioroma/?fref=ts)

 

Paper Gardens è il titolo della mostra che mette insieme una serie inedita di Giorgio Coen Cagli, un progetto fotografico in continuo ampliamento che l’autore porta avanti con costanza da circa un anno. Gli scatti appartengono a luoghi diversi – Roma e alcune delle sue rovine industriali, porzioni aride della Puglia fino all’esplosione di un verde incontrollato in luoghi remoti dell’Asia – e sono volutamente non dichiarati. In questo caso la geografia, intesa come coordinate e punti cardinali, cede il posto ad una riflessione macroscopica che può, per questa ragione, contenere diverse morfologie.

Paper Gardens affronta il rapporto a volte conflittuale e talvolta frammentario tra gli spazi naturali spontanei o solo inizialmente progettati e gli insediamenti umani. Con ironia e quasi con una “pedissequa” curiosità documenta la rivendicazione della natura a ottenere un suo spazio. Ad esserci. Ogni scatto è una voce importante del coro che rimarca un forte senso e gusto per la rovina e l’abbandono come termini dialettici/visivi al fine di restituirne la seduzione, l’immaginario e le sue potenzialità senza affiancarsi a nessun dibattito o leitmotiv ambientalista.

La mostra sarà composta da una serie di 10 scatti stampati su carta washi – una carta resistente con una trama peculiare e ben visibile – e montati su light box di cartone create per l’occasione. Ad accompagnare l’esposizione, ci sarà un’edizione limitata a cura dello Studio Co-Co contenente tre foto del progetto, (anche non esposte), assegnate ad una chiave di lettura specifica – Human, Ruins e Sunblind – e ad un testo scritto da tre autori diversi, rispettivamente nell’ordine Fabio Donalisio, Giulio Ciccarese e Giorgia Noto.

 

A proposito dell’artista (Pag. Fb)

Giorgio Coen Cagli (Roma, 1988).

Formatosi inizialmente presso il CSF Adams, Giorgio approfondisce teoria e pratica fotografiche indipendentemente e attraverso workshop, in particolare con Magnum Photos a Barcellona, 2009. Dal 2008 si dedica al reportage sociale, esponendo lavori in diverse rassegne fotografiche come Occhi Rossi-Roma (2008), Trafic-Barcellona (2009), Cascina Farsetti-Roma (2009), Cineporto-Roma (2010).

Parallelamente continua gli studi presso il dipartimento di Storia dell’Arte de La Sapienza e dal 2011 segue la scena artistica internazionale, pubblicando immagini su diverse riviste di settore tra le quali ArteDossier, Città Magazine e FAMO. Tra il 2014 e il 2016 segue gli interventi di street artists internazionali per conto di Wunderkammern, pubblicando immagini su riviste e magazine online dedicati. In occasione della mostra dall’Oggi al Domani, 24 ore nell’arte contemporanea – ospitata dal MACRO di Roma (Aprile 2016) – espone il libro “Tre giornate di lavoro” realizzato con l’artista Giuseppe Caccavale.

 

 

 

Informazioni

Inaugurazione: 15 dicembre 2017 ore 18

Tour per il quartiere: 16 dicembre 2017 dalle ore 16

Incontro con gli autori: 17 dicembre 2017 ore 17

Dal 15 dicembre 2017 al 13 gennaio 2018

Presso lo Studio Co-Co

Via Ruggero d’Altavilla, 10

Roma

info@co-co.it

Roma nun fa la stupida Vol.1 – Mostra realtà culturali romane a rischio

Zalib & I Ragazzi di Via della Gatta organizzano per il 7 dicembre negli spazi della galleria d’arte Lab174 (Via Pietro Borsieri 14) ROMA NUN FA LA STUPIDA – Mostra fotografica collettiva delle realtà culturali romane in pericolo.

Una mostra collettiva che ospiti e promuova l’incontro tra le varie realtà culturali romane che, per un motivo o per un altro, vivono l’incertezza di non poter continuare ad esistere.

Un “Salon des refusés” che accolga chi, come noi, vede la propria idea cultura rifiutata da una città che muore; che ospiti chi come noi vuole una Roma libera, aperta, viva e bella, come merita.

È per questo che giovedì sera insieme a Leggi Scomodo, OZ Officine Zero, CSOA Sans Papiers, Casa Internazionale delle Donne, Teatro Tordinona, Libreria Fahrenheit 451, Nemo – Festival e Teatro Valle Occupato chiederemo alla nostra città bella e dannata di non fare la stupida e di farsi casa per i giovani, per chi crede nella collettività, per chi viene da lontano e per chi sa accoglierlo, per chi crede nella partecipazione, nell’arte e nell’uguaglianza.

L’evento del 7 dicembre, un’esposizione grafica e fotografica accompagnata dallo storytelling delle varie realtà presenti, sarà valorizzata da una performance artistica live di ADR, giovane street artist romano, che realizzerà un’opera che rappresenti al meglio lo scopo comune di tutti noi: non arrenderci e lottare giorno dopo giorno per la città che vogliamo.

Essendo desiderio di Zalib & I Ragazzi di Via della Gatta stimolare l’accesso alla cultura creata dai giovani e per i giovani, questo primo volume vuole essere un invito a partecipare rivolto a tutti i giovani artisti e studenti d’arte e romani ma soprattutto un momento preparatorio al secondo volume previsto per il mese di gennaio: per questa occasione a ogni realtà saranno associati uno o più artisti che lavorando con queste avranno il compito di raccontarle attraverso un’opera d’arte. Il risultato di queste collaborazioni, siano statue, quadri, disegni, arte performativa, arte materica, visiva o altro verranno esposte durante il secondo volume del nostro Salon.

Nel corso di ROMA NUN FA LA STUPIDA Vol. 1 si potrà aderire all’iniziativa in quanto artisti (lasciando la propria email a cui seguirà richiesta di portfolio), proponendosi come protagonisti attivi della genesi del Vol. 2.

 

Oltre ai Ragazzi di Via della Gatta esporranno:
– Libreria Fahrenheit 451
– Casa Internazionale delle Donne
– CSOA Sans Papiers
– Leggi Scomodo
– Nemo Festival
– OZ Officine Zero
– Teatro Tordinona
– Teatro Valle Occupato

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Performance live painting ADR

DJ Set Gabriele Fossataro

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7 dicembre 2017 dalle ore 19 presso Lab.174 – Via Pietro Borsiesi n. 14 – Roma

Milton Gendel. Uno scatto lungo un secolo

Milton Gendel. Uno scatto lungo un secolo
Gli anni tra New York e Roma. 1940-1962

Venerdì 13 ottobre 2017 dalle 18 alle 21

presso la Fondazione Primoli, Via Zanardelli 1, Roma

Presentazione a cura di Barbara Drudi
Interverranno Claudio Strinati, Diego Mormorio e Peter B. Miller.

Sarà presente Milton Gendel.

Quinta pubblicazione della collana “Biblioteca Passaré”, diretta dallo storico dell’arte Luca Pietro Nicoletti e promossa dalla Fondazione Alessandro Passaré di Milano, il libro Milton Gendel. Uno scatto lungo un secolo. Gli anni tra New York e Roma. 1940-1962 di Barbara Drudi – docente di Storia dell’Arte all’Accademia di Belle Arti di Firenze e Dottore di Ricerca presso l’Università della Fuscia di Viterbo – ha come tema la figura di Milton Gendel (New York, 16 dicembre 1918), che con il suo occhio fotografico ha catturato artisti e intellettuali sullo sfondo della trasformazione dell’Italia durante il boom economico degli anni Sessanta.

Venerdì 13 ottobre alle ore 18.00 la Fondazione Primoli di Roma ospita la presentazione del volume, che racconta una parte della sua lunga vita, tracciandone una prima biografia intellettuale e professionale, limitatamente al periodo compreso tra il 1940 e il1962. Partendo dalla formazione accademica newyorkese, sotto la guida dello storico dell’arte Meyer Schapiro, la narrazione si snoda attraverso il rapporto di Gendel con André Breton e i surrealisti, passando per l’esperienza con l’US Army in Cina – dove, tra il 1945 e il 1946, comincia a scattare le sue prime fotografie con una Leica presa in prestito –, e prosegue fino all’arrivo a Roma. È qui che Gendel stabilisce una fitta rete di relazioni e amicizie personali, sia con gli artisti locali che con il jet-set internazionale, divenendo ben presto – anche grazie alla sua collaborazione con la prestigiosa rivista americana «ArtNews» – una figura chiave nei rapporti politico-culturali (nella cogente cornice della Guerra Fredda) tra New York e Roma. Da fotografo e da amico, ritrarrà, cogliendoli nella loro semplice dimensione quotidiana, molti personaggi noti: la grande collezionista d’arte contemporanea Peggy Guggenheim e la contessa Mimì Pecci Blunt, la principessa Margaret d’Inghilterra e la regina Elisabetta.

Milton Gendel. L’uomo dietro l’obiettivo

Milton Gendel è il fotografo che ha immortalato personaggi straordinari, dalla regina Elisabetta a Dalì, è un artista, un esperto di arte. Milton Gendel è l’uomo dalle amicizie storiche, Adriano Olivetti, Mario Praz e Peggy Guggenheim, tanto per fare qualche nome.  Nato a New York ma vive a Roma da 70 anni e noi lo abbiamo intervistato.

Ad accogliermi nel suo studio di via Zanardelli 1 a Roma, in un palazzo d’epoca di quelli che quando ci passi davanti pensi “chissà chi ci vive” è la voce calda di Milton Gendel. L’uomo dietro l’obiettivo che ha immortalato personaggi straordinari, Dalì, la regina Elisabetta, Willem De Kooning. L’uomo dalle amicizie storiche e preziose, Mario Praz, Piero Dorazio, Peggy Guggenheim, Toti Scialoja, Robert Motherwell. Nato a New York nel 1918, si è trasferito a Roma nel 1949 e non l’ha più lasciata.

Fotografo di nascita e non di mestiere, due lauree alla Columbia University, assistente di Meyer Shapiro, volontario in Cina con l’esercito americano per seguire il rimpatrio dei giapponesi alla fine della guerra, una borsa di studio in urbanistica che lo ha portato a Roma, stretto collaboratore di Adriano Olivetti, corrispondente di ArtNews e Art in America, storico e critico d’arte, giornalista ma soprattutto un uomo di passioni. L’arte non è stata solo materia da studiare, ma essenza della sua stessa vita.

Nella sua stretta di mano ho sentito tutta la forza di un uomo che porta con sé storia, esperienze incredibili, incontri; nei suoi occhi, la luce di chi ha visto tutto, tra due secoli, senza perdere la curiosità per il domani. Prima di sederci, mi fa fare un giro dello studio, ogni parete un puzzle di quadri, senza cornice perché “è così che sono arrivati”, i libri non si possono contare così come gli oggetti che colleziona, o meglio accumula, ognuno protagonista di un aneddoto. L’appartamento dai soffitti affrescati apparteneva al conte Giuseppe Primoli, pronipote di Napoleone e confina con la fondazione Primoli alla quale Milton ha donato 72.000 negativi e 10.000 volumi della sua biblioteca.

Sulla scrivania un uovo di struzzo, un regalo proveniente dall’Etiopia e una palla di cannone datata 1870, “ha preso parte alla Presa di Roma”.

Lei è un giornalista, scrittore, critico d’arte, due lauree, una in chimica e biologia l’altra in arte e archeologia, una borsa di studio in urbanistica, quando ha capito che sarebbe diventato un fotografo?

Negli anni Settanta. Ho sempre scattato, da quando avevo 14-15 anni, sempre. Ma è stato negli anni Settanta, seconda metà, quando la mia amica Carla Panicali che aveva una galleria in via Gregoriana, un giorno mi disse che era furibonda perché “Motherwell ci impone la moglie che è fotografa e sono costretta a fare la mostra alla moglie di Motherwell e sono indignata!”. Poi si illuminò e mi disse: “Io preferisco fare una mostra delle tue foto!” e così ho avuto la mia prima mostra alla Galleria Marlborough.

La prima foto che ha scattato?

Non ricordo esattamente ma è sicuramente una fotografia degli anni a New York, quella alla tomba del generale Grant, una cosa monumentale in stile greco romano.

“Esita quando gli domando quale foto lo rappresenta meglio… <<non una singola, c’è da scegliere… non saprei>> dice chiamando in aiuto il nipote Bartolomeo, che lavora con lui e lo segue nei progetti della Fondazione. <<A te quale piace? Che ne pensi?>>

<<A me piacciono le foto scattate in Sicilia negli anni Cinquanta, ma più di tutte quella che hai scattato  alla tua ombra sull’Appia Antica, un antenato dei selfie di oggi>> risponde il ragazzo”.

A proposito dei selfie, che è quasi una mania, la possiamo considerare fotografia? La tecnologia  poi aiuta, ci sono corsi di ogni tipo, tantissimi filtri, i social dedicati solo alla fotografia, tutti si improvvisano fotografi, ma si può imparare ad essere fotografo?

Tutti siamo fotografi, anche grazie al telefonino. Si può imparare la parte tecnica ma l’occhio devi averlo, come tecnico della foto puoi diventare qualsiasi cosa ma solo l’occhio fa delle foto particolari. C’è anche la fortuna, è come un gioco di numeri, scatta scatta scatta… qualcosa deve uscire!

Lei fotografa in bianco e nero. Il colore non determina la vita?  Qual è il suo colore preferito?

Lo so che c’è una sorta di pregiudizio, di snobismo riguardo al bianco e nero, ma per me non è così, è gusto. Si possono fare foto magnifiche a colori, una buona sorpresa è di guardare le foto della fine dell’ Ottocento fatte a colori che sono stupende, i colori sono saturi. Io preferisco lo spettro dei colori, la gamma, gli insiemi delle tonalità, le declinazioni del grigio.

È ancora interessante fotografare l’uomo?

Sempre, sì, siamo umani più o meno. In primo piano. Anche in posa. La posa è anche mobilità, fotografare una persona che salta, è comunque una posa. Negli anni Venti andava di moda fotografare le donne, le belle donne, con gli occhi chiusi, come se sognassero.

Può una fotografia cambiare il mondo? Penso a Hiroshima o alle Torri Gemelle…Nella civiltà dell’immagine, si possono scuotere le coscienze con un’immagine o di immagini siamo saturi?

Una foto vale dieci discorsi, sì e come!

Arte vuol dire anche essere moderni, oggi nell’era della tecnologia, c’è ancora qualcosa da scoprire, o si è visto tutto?

Si può ancora digerire quello che è stato scoperto, soprattutto grazie alle fotografie che hanno intensificato la possibilità di ricordi del passato. Il campo degli artisti che lavoravano con le mani.

Oggi è difficile vedere un artigiano, un artista che lavora con le mani, in quasi tutti i campi dell’arte la tecnologia ci ha messo lo zampino, ma questo toglie anima all’opera?

Si può arrivare alla pittura senza dipingere, ad esempio Niki de Saint Phalle ha improntato la sua carriera di pittrice sparando i colori da una specie di pistola. Poi c’è Jackson Pollock che metteva la tela per terra e ci versava i colori.

Lei è un testimone del tempo, come è cambiata l’Italia?

La grande trasformazione è stata economica, negli anni Cinquanta questo paese usciva da una disfatta militare ma soprattutto politica. La miseria era evidente, molto visiva, nel meridione ma anche a Genova. Ricordo le rovine dopo i combattimenti, gli attacchi aerei. Quando sono arrivato alla fine del 1949, sbarcai con la nave a Napoli e da lì risalimmo in macchina fino a Roma e strada facendo era un susseguirsi di ruderi. Poi a Roma quello che colpiva tanto era che non c’erano né cani né gatti, le famiglie non potevano permettersi altre bocche da sfamare. Le macchine erano pochissime e io mi sentivo molto privilegiato perché acquistai un’automobile, una Fiat Balilla del ’37 e così sono diventato molto popolare tra gli artisti.

Chissà quanti passaggi…

Sì, per andare al mare! L’amico Lucio Manisco, faceva parte di “Forma1” il gruppo di Perilli, Dorazio ed inventò un quotidiano che si chiamava “Domenica Sera” ed era gratis, grazie alla pubblicità. Tutti gli amici lo aiutavano nella distribuzione che veniva fatta con la mia Balilla color blu mezzanotte. Mettevamo questi pacchi di “Domenica sera” nella mia auto e si andava a Piazza Colonna, offrivamo questi giornali gratis ma la gente era diffidente- ride- tanti correvano via..

Di cosa trattava la “Domenica Sera” e lei ci ha mai scritto?

Il quotidiano si occupava di tutto, arte, società, politica, spettacolo, personaggi famosi…Mi ricordo di un servizio su Tamara Lees, era molto molto bella…Io non ho mai scritto per la “Domenica Sera”, ancora non scrivevo in italiano

È stato difficile imparare l’italiano?

No, Io poi, all’inizio mi lanciavo in francese che sapevo parlare, lo avevo imparato al liceo a New York, man mano ho acquisito un modo di parlare e mi facevo capire. Ero già stato in Italia, nel ’39. 10 giorni da Venezia a Napoli, il Grand Tour. Volevo vedere tutto quello che potevo prima del cataclisma della guerra. Ad Atene, non avevo più soldi  e allora sono andato all’Ambasciata americana, sbandierando i nomi dei miei professori della Columbia. Mi hanno dato dei soldi e mi hanno chiesto quali fossero i miei progetti. Io risposi di voler visitare Istanbul e loro mi dissero di dimenticarmela perché eravamo sull’orlo della guerra. Sulla costa francese, per non parlare di Parigi, le strade erano deserte, per fortuna rimediai una bici per trasportare la mia valigia.

Una mattina mi svegliai, era il 1 settembre 1939 e una voce agitatissima gridava che la guerra era cominciata. Quello fu un momento molto triste per la mia generazione. La Francia era il centro del mondo, l’impatto di vedere al cinema Hitler sotto l’arco di trionfo che faceva dei piccoli passi di danza per celebrare la vittoria…terribile.

In America la guerra non ha toccato il paese

Il paese era diviso in due, chi diceva che bisognava prenderne parte e chi diceva America First! Un eroe nazionale come Charles Lindbergh che compì la prima trasvolata atlantica, era contrario alla guerra, andò perfino da Hitler e accettò una decorazione. Poi la Chiesa cattolica era contraria perché tanti nella Chiesa erano legati al fascismo in quel periodo. C’era un prete, Father Coughlin che parlava alla radio da Chicago e incitava il pubblico dicendo “non è la nostra guerra”. Senza l’attacco dei giapponesi saremmo rimasti fuori.

Lei ha conosciuto uomini e donne straordinari, Peggy Guggenheim, la regina Elisabetta, Dalì…Quale persona che ha fotografato l’ha colpita di più?

Non ho mai fatto una foto dell’uomo che ho più ammirato in Italia, Adriano Olivetti, non me ne rammarico perché sarebbe inutile ma mi rendo conto che era una persona che ammiravo veramente, totalmente e non l’ho fotografato. La mia foto mancata è decisamente quella ad Adriano Olivetti.

Collezionista di quadri, molti li ha venduti. Un’opera che si è pentito di aver venduto e una dalla quale non è stato in grado di separarsi?

Mi piaceva molto Porta Portese o via del Governo Vecchio dove c’era un mercante dal quale compravo, Peretti, molto simpatico. Non mi sono pentito perché ho venduto solo i quadri che o non mi piacevano tanto o erano troppo grandi. In genere non vado per i pentimenti.

Il suo libro preferito?

Una biblioteca!

Lei ama vivere in mezzo alle cose, è la necessità del ricordo?

Sì, quella bandiera per esempio, per me è un ricordo della guerra.

“Con l’accento americano che non ha perso, Milton mi racconta di quando con i suoi compagni del gruppo ingegneria combattente sbarcò a Formosa, poco prima che la guerra finisse e poco prima dello scoppio della maledetta bomba. In Cina aveva avuto il compito di seguire e scrivere sul rimpatrio dei Giapponesi, << era un movimento di massa, abbiamo forzato il rimpatrio di tre milioni di giapponesi, pensa che quasi due generazioni di giapponesi a Formosa, il Giappone non lo avevano neanche mai visto >>. Più o meno per caso venne coinvolto nella missione per arrestare il Governatore di Formosa. << Siamo andati al palazzo per arrestarlo e durante l’operazione ho preso quella bandiera per ricordo, firmata dai suoi collaboratori. L’ingresso era sbarrato, un soldato si è arrampicato e ci ha aperto da dentro. Abbiamo attraversato il giardino per arrivare alla casa, nella quale siamo entrati tramite una porta finestra. In un vasto ambiente che sembrava la hall un albergo con poltrone e divani coperti di stoffa floreale, un mare…non c’era nessuno finché una figura si è alzata da una poltrona, la testa e poi il corpo. Era il Governatore, si è alzato ci ha guardato…eravamo io, un amico, un generale cinese, un colonnello inglese e un colonnello americano… poi ha detto in inglese “Gentlemen i’ve been expecting you” >>. Mi parla anche di un ventaglio e di una spada…Mi dice che in una disfatta tutto può succedere, anche che si porti a casa un ricordo, o due, o tre”.

C’è una scena di miseria che l’ha colpita più delle altre?

Il crack economico del ’29 negli Stati Uniti. La crisi era molto evidente a New York e mi colpì molto. Mio padre aveva un’auto di lusso e mi vergognavo ad andare per le strade, vedere file di persone che aspettavano per una scodella di zuppa. Central Park all’epoca era piena di tuguri, di baracche, persone che non avevano più nulla, non avevano più la casa e si erano accampati lì. Anche lungo il fiume Hudson, la parte di Riverside Drive, tuguri anche lì. La crisi era molto visiva e rispetto alla crisi di oggi non c’è paragone. C’era un clima di disperazione tangibile, le cose poi sono cambiate con l’elezione di Roosevelt. Democratico e molto amato, forse perché  Hoover era un Repubblicano. Quando durante l’addestramento diedero la notizia della morte di Roosvelt, tutti vicino a me si misero a piangere.

Qual è il periodo a cui è più legato della sua vita a Roma? Negli anni Sessanta la piazza e i caffè davano intimità e contribuivano al confronto, allo scambio di idee tra artisti di rami diversi, cinema, letteratura, pittura, luogo di ritrovo più degli studi di via Margutta. Oggi che viviamo nell’era dei social e della connessione sembra che questi mondi non comunichino più…

É difficile isolarne uno, tutto è stato molto interessante. Ricordo che se andavi alle sei o sette da Canova a Piazza del popolo potevi trovare il mondo romano dell’arte. Quando non c’è un flusso di soldi, gli artisti si aggregano e nel momento in cui c’è il flusso di soldi allora l’artista sta per conto suo. Gli artisti sono molto coinvolti in loro stessi, in genere sono “ego-maniaci” e nel momento in cui si liberano dalla necessità del denaro allora stanno per conto loro.

Era un latin lover? 

Non sono latino…

All’epoca, avere la passione per la storia dell’arte in America che di storia ne ha poca, poteva essere considerato un limite?

In un certo senso sì, ma c’erano dei professionisti. Tanti furono gli artisti che negli anni Trenta giunsero in America dall’Europa per fuggire da Hitler e vennero accolti dalle Università, a beneficio degli Stati Uniti e tanto peggio per la Germania!

Che effetto le ha fatto incontrare la regina Elisabetta, la famiglia reale e trascorrere del tempo con loro?

L’idea di persona reale era lontana per me ma dato il legame tra la mia ex moglie e  la principessa Margaret ho conosciuto tutta la famiglia reale e sorpresa! è una famiglia che funziona come una famiglia! Elisabeth, con una grande passione per gli animali, curava i suoi cani corgi e i cavalli, potevi incontrarla con la sella sotto braccio. Era una donna forte ed una guidatrice eccelsa, davvero straordinaria, era stata istruita nell’esercito. La sorella invece era di un altro stampo, molto più emotiva, avventurosa, suonava il pianoforte, cantava, era alla mano, non aveva gli obblighi pubblici che spettavano a Elisabeth.

Ormai sono due ore che parliamo, prima di salutarci, Milton mi fa fare un ultimo giro dell’appartamento, mi mostra una foto della madre ritratta con gli occhi chiusi, una di quelle che andavano di moda negli anni Venti, il letto che aveva nella sua casa sull’Isola Tiberina dove Antonioni girò “L’avventura” nel 1960, i quadri di Dorazio, Perilli, Manisco e Scialoja, mi mostra orgoglioso la tesi di laurea del nipote. E poi, prima di salutarmi, mi fa firmare il libro degli ospiti.