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Yemen senza tregua e pace. Il silenzio colposo dell’occidente

Yemen senza tregua e senza pace. Sono quasi 85.000 i bambini morti di fame o malattia in Yemen dall’inizio del conflitto .

LA STRAGE DEI BAMBINI – Lo riferisce un rapporto pubblicato da Save The Children, basato sui dati forniti dalle Nazioni Unite per stimare i tassi di mortalità in casi di grave malnutrizione e malattia tra i bambini al di sotto dei cinque anni di età. Sulla base di una «stima prudente», Save The Children denuncia la morte di 84.701 bambini per fame o malattie tra l’aprile 2015 e l’ottobre 2018. Il Fondo per l’Infanzia delle Nazioni Unite –Unicef  ha fatto sapere che dal 2015 oltre 2.400 bambini hanno perso la vita e oltre 3.600 sono rimasti feriti a causa degli scontri avvenuti in Yemen.

La guerra ha provocato in tutto oltre 10000 vittime civili. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), a causa della guerra in corso l’80% dei minori residenti in Yemen ha bisogno di assistenza umanitaria, pari a oltre 11 milioni di bambini al di sotto dei cinque anni. L’Unicef sostiene che almeno 2,2 milioni di bambini soffrono di malnutrizione acuta in Yemen. Almeno 16,37 milioni di persone, su una popolazione di oltre 27 milioni, hanno bisogno di servizi sanitari di base, mentre la situazione è peggiorata dall’epidemia di colera in corso nel paese arabo, dove ogni 10 minuti muore un bambino per denutrizione.

IL CONFLITTO Il conflitto ufficialmente è iniziato tra il 25 e il 26 marzo del 2015. Da quella notte gli aerei dell’Arabia Saudita, sostenuti da una coalizione di altri otto Paesi arabi, bombardano senza sosta le postazioni dei ribelli sciiti houthi, arroccati nel sud del Paese.

Per comprendere le cause del conflitto bisogna però andare indietro negli anni. Dopo la primavera yemenita, tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012, il presidente Ali Abdullah Saleh (alla guida del Paese da oltre trent’anni) ha lasciato il potere. La sua caduta, avvenuta su pressione dei Paesi del Golfo e in particolar modo dell’Arabia Saudita, ha ridato vita alle forze centrifughe del sud del Paese. Mentre le Primavere arabe infiammavano tutto il Medio Oriente, i ribelli houthi sono tornati sulla scena.

Il nuovo presidente Abdel Rabbo Monsour Hadi, sostenuto dagli Stati Uniti e dall’Egitto oltre che dai Paesi del Golfo, non è mai riuscito a prendere del tutto il controllo del Paese né ad avviare le riforme promesse. Dal 2011 in poi gli houthi, appoggiati dall’Iran e frustrati nelle loro inascoltate richieste di autonomia, hanno dato il via a una serie di proteste per chiedere la sua cacciata. Questo stato di instabilità ha portato l’Arabia Saudita a optare per l’intervento militare, mettendosi alla guida di una coalizione guidata dagli Stati del Golfo, dalla Giordania, dall’Egitto, dal Marocco e dal Sudan e mettendosi alla guida di una coalizione di cui fanno parte gli Stati del Golfo, la Giordania, l’Egitto, il Marocco e il Sudan . Inoltre il presidente Hadi nel marzo scorso ha dovuto abbandonare la capitale Sana’a, caduta sotto il controllo dei ribelli. E ora si trova ad Aden – da cui gli houthi si sono ritirati – nel Sud del Paese dove imperversano diverse milizie. A sostenere gli Huoti è il Paese sciita per eccellenza ossia l’Iran.

 

Quella in Yemen è sempre più una guerra per procura che vede uno scontro tra due filoni dell’Islam, due potenze regionali (Iran e Arabia Saudita), tra alleanze globali (Russia/Cina contro Occidente) e tra etnie. Le vittima invece è solo una: la popolazione civile.

LA TREGUA DELLA SCORSA SETTIMANA – È durata solo qualche decina di ore la tregua stipulata tra i ribelli Houti e la coalizione a guida saudita in Yemen.Nella giornta di ieri Mohammed Ali Al Houthi, capo del Comitato Rivoluzionario Supremo degli Houti, aveva infatti accettato leh richieste dei negoziatori delle Nazioni Unite, che da tempo cercano di instaurare un tavolo di pace con poco successo, e aveva annunciato che sarebbero stati sospesi gli attacchi missilistici e con i droni contro l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e le forze lealiste da loro sostenute sul territorio dello Yemen. La coalizione araba aveva invece accettato di sospendere l’offensiva contro Hodeidah, quarta città del paese e importante porto sul Mar Rosso.

L’obiettivo del governo appoggiato dalle Monarchie del Golfo è la presa del porto strategico di Hudaydah. La cui presa potrebbe segnare un passo militare di assoluta rilevanza per la coalizione appoggiata dall’occidente.

Nel frattempo lo Yemen resta un Paese senza tregua e senza pace. Ma, tanto all’opinione pubblica occidentale non importa. Troppo importanti le sponsorizzazioni agli editori di chi con la guerra in Yemen fa grandi affari.

La Cina nel Pacifico spaventa l’Australia

L’inferenza cinese nel Pacifico spaventa l’Australia. La nazione oceanica ha deciso di rispondere a quello che viene visto come un disegno di influenza capillare nel sud-est Pacifico annunciando ingenti spese militari e l’esclusione di colossi come Hauwei dai piani di sviluppo tecnologico.

Il premier australiano Scott Morrison ha infatti promesso di aumentare l’impegno militare e diplomatico australiano nel Sud del Pacifico in risposta ai forti investimenti e alla presenza massiccia di vettori navali cinesi nella Regione. E’ stato annunciato dall’Australia la creazione un fondo infrastrutturale da $ 2 miliardi (1,26 miliardi di Euro) per l’area del sud Pacifico, aumentando di fatto gli schieramenti navali. Inoltre, come accade nell’Europa Orientale con la NATO e gli USA, anche l’Australia svolgerà più esercitazioni militari con le nazioni insulari della zona.

Se molti sostengono che la Cina, in termini prettamente geopolitici e militari, non sia una potenza globale, ma regionale è indubbio che il suo attivismo dal Mediterraneo (nel quale ha ripreso influenza e basi la Russia, salda alleata di Pechino).

L’Australia, alleato chiave degli Stati Uniti nel Pacifico con il Giappine, ha toccato un terreno diplomatico roccioso lo scorso anno con la Cina, il suo principale partner commerciale. Le tensioni sono state sollevate quando il governo ha espresso preoccupazione per le società sostenute da Pechino che finanziavano le infrastrutture nelle nazioni del Pacifico. Tra i timori vi è la paura che Pechino possa aprire basi militari cinesi nella regione, cosa accaduta in passato nell’Oceano Indiano.

A tal proposito il governo australiano ha recentemente respinto l’offerta di 13 miliardi di dollari (9,4 miliardi di dollari) di CK Group per l’operatore del gasdotto APA Group per timori sulla sicurezza nazionale, una decisione che ha il potenziale per infiammare ulteriormente le tensioni diplomatiche.

 

Mentre il Pacifico è stato tradizionalmente considerato il territorio diplomatico australiano ed è il maggior beneficiario di aiuti esteri da Canberra, la Cina ha aumentato i prestiti alle piccole e indebite nazioni delle isole del Pacifico alfine di entrare in uno spazio d’influenza maggiore. L’annuncio di Morrison di un maggiore coinvolgimento nel Pacifico arriva dopo che la settimana scorsa ha detto che l’Australia sta formalmente impegnandosi in un’iniziativa congiunta con Papua Nuova Guinea per sviluppare una base navale, a margine di un’offerta della Cina.

A seguito di un annuncio di giugno, l’Australia contribuirà a finanziare un nuovo cavo di telecomunicazioni che va da Sydney alle Isole Salomone, spremendo Huawei Technologies Co. – una società che nel mese di agosto è stata vietata la fornitura di apparecchiature wireless di prossima generazione agli operatori di telecomunicazioni australiani a livello nazionale motivi di sicurezza.

 

Morrison ha recentemente affermato che “la Cina è il paese che sta cambiando maggiormente l’equilibrio del potere” e “esercitando un’influenza senza precedenti nell’Indo-Pacifico”.

 

L’occidente, gli Usa e  i suoi alleati sono avvertiti.

Chi è e cosa pensa Jair Bolsonaro, il nuovo Presidente del Brasile

Bolsonaro è stato eletto nuovo Presidente del Brasile, il quinto Paese più grande del globo. Nei suoi intenti vi è la promessa di sostituire la Bibbia al marxismo latino. Non ha dimenticato di ringraziare Dio per aver superato l’attentato di un mese fa che lo ha tenuto lontano dalla campagna elettorale per un po’ di tempo e che gli ha impedito di partecipare ai dibattiti televisivi con gli altri candidati. Ha affermato a caldo che “Sono molto felice per questa missione di Dio, e una missione non si discute né si sceglie, ma si compie. Insieme compiremo la missione di riscattare il nostro paese”.

Garantendo di voler seguire la Costituzione e di rispettare la democrazia e la libertà, ha affermato di voler garantire la governabilità del paese, ma che la burocrazia verrà tagliata così come anche i privilegi e gli sprechi, per permettere ai cittadini di avere un futuro. Un altro suo punto forte è la decentralizzazione amministrativa: “Più Brasile, meno Brasilia”, ha affermato Bolsonaro.

 

RELIGIONE –  Le Sacre Scritture, prontamente citate nel discorso della vittoria, verranno interpretate per spiegare il suo operato in una maniera che soddisfi i decisivi elettori cattolici ed evangelici. Nella vittoria di Bolsorano vi è anche la sconfitta di Francesco, Vescovo di Roma, e di quella che comunemente viene chiamata Teologia della Liberazione, poiché nei risultati brasiliani si propaga l’immensa potenza del tradizionalismo e dell’uomo bianco impaurito, marginalizzato per anni dalla relativizzazione nella Chiesa di Roma e dall’avanzata del marxismo (vedi il Venezuela) in Sud America.

POLITICA ESTERA – In politica estera la priorità di Bolsonaro, che sostiene il presidente degli Stati Uniti da prima che quest’ultimo vincesse le elezioni, sarà riavvicinare il Brasile agli Usa e ridurre l’influenza della Cina, diventata da qualche anno primo partner commerciale di Brasilia.

Pechino che ha rappresentato un valido appiglio per sganciare, durante la Presidenza Lula, il Brasile dalle onnipresenti scelte di Washington. Washington, che mal digerisce nel proprio emisfero la possibilità di emersione a leader e potenza globale di un’altra nazione.  Con la sua fame di materie prime, Pechino ha determinato un aumento dei prezzi delle stesse che ha contribuito al rafforzamento del real, acuito la dipendenza dalle esportazioni di risorse naturali e in ultima istanza rallentato lo sviluppo di settori più avanzati.

E’ certo nel frattempo l’appoggio a Israele nel cambio di sede d’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Un passo quasi obbligato ormai per tutti i Paesi a trazione conservatrice nel mondo, a eccezione europea.

SUD AMERICA – Bolsonaro, che entrerà in carica il 1° gennaio 2019 per quattro anni, non ha intenzione di risolvere alla radice la debolezza economica del Brasile. Spera piuttosto che l’allineamento geopolitico a Washington produca i benefici che una Cina in rallentamento non può garantire. Ad oggi è nella partita per il Venezuela che una ritrovata sintonia con Washington potrebbe inserirsi il Brasile. Se da un lato la vittoria del liberalismo sul socialismo rivoluzionario nel breve medio periodo potrebbe relegare sempre sotto l’influenza statunitense il Sud America, una forte partnership con gli Stati Uniti d’America, potrebbe rendere Brasilia l’unica vera potenza regionale, con il placet questa volta di Washington.

POLITICA ECONOMICA – La politica economica del Paese sarà affidata all’economista Paulo Guedes. Nato a Rio de Janeiro nel 1949, Guedes è considerato un discepolo dei Chicago boys, i riformisti liberali americani guidati da Milton Friedman. Il suo pensiero economico e politico è spiegato negli articoli che regolarmente pubblica sul quotidiano O Globo. Crede nella “morte della vecchia politica” e la nascita di “una nuova grande società aperta”. Guedes è molto critico della gestione del Partito dei Lavoratori, che dal 2015 ha portato l’economia brasiliana in recessione. Il suo programma prevede la privatizzazione di tutte le imprese statali, tra cui la Banca del Brasile e la petrolifera Petrobras. Guedes ricorda che il Brasile ha un debito enorme (77,3% del Pil) e paga circa 88 miliardi di euro all’anno di interessi. Ma, senza espansionismo economico pubblico e debito le riforme sociali non si sarebbero potute fare in Brasile, il PCI nel 1975 insegna. Ma, il programma di Bolsorano assomiglia economicamente in Italia a quello di +Europa, una ricetta di neo liberismo contro il debito e per l’austerità.

“La centralizzazione di risorse e poteri corrompe la politica e frena l’economia. È uno stato che è in tutto e interviene ovunque, perché è minimo nella consegna e massimo nel consumo”, ha scritto Guedes. L’economista ha l’intenzione di eliminare completamente e riformare il sistema di assistenza sociale e il sistema di pensioni. Vuole rendere quest’ultimo un regime di capitalizzazione individuale. Secondo Guedes, i contributi “riducono la competitività delle imprese, fabbricano diseguaglianze sociali e minacciano la crescita dell’economia”.

Ora la sfida per il Brasile è o prendersi il ruolo che dimensioni e posizione gli potrebbero concedere o rischiare di finire nel baratro economico come l’Argentina di Macrì, laddove le ricette neo-liberiste hanno prodotto un effetto inverso sulla lotta la debito e una macelleria sociale, priva di crescita economica.

 

Sarkozy rideva e la Libia piangeva

Era il 2011 quando Sarkozy in tandem con Angela Merkel rideva delle sorti dell’Italia. Era il 2011 quando la Libia piangeva sotto il flagello dell’esportazione della democrazia dall’alto ossia attraverso le bombe.

Sarkozy rideva, la Libia piangeva e con essa l’Italia, vittima di una crisi indotta dalla quasi fallita Deutsche Bank. In quel periodo nacque la crisi dello spread italiano e congiutamente si destabilizzò l’intera Libia, Paese strategico per gli interessi italiani.

I pasaran dell’Unione Europea in Italia spesso tacciono ancora di come la Francia, in associazione con la Federazione Russa, appoggi tutt’oggi le milizie del generale Haftar in contrasto con il governo riconosciuto dalle Nazioni Unite e dagli Stati Uniti d’America.

Ha scritto Luciano Lipparini su L’Indro:

Nel 2011, grazie ad abili manovre della potente Cellula Africana del Eliseo, la FranceAfrique, l’ENI perde la Libia e il suo più importante finanziatore straniero, il Colonnello Gheddafi, che si stava apprestando ad aumentare la sua quota azionaria ENI dal 7 al 10%, permettendo così alla multinazionale italiana di ricevere i finanziamenti necessari per avviare le ricerche di nuovi giacimenti in Africa. Ora ENI in Libia detiene ancora il 48% della produzione petrolifera e il 41,1% della produzione di gas naturale, assicurati dai giacimenti in Cirenaica e nel Fezzan, giacimenti capaci di garantire un modesto ma importante giro annuale d’affari pari a 2,8 miliardi di euro (dati 2016).

Ora a distanza di anni si scopre di come il protagonista dell’operazione Libia Nicolas Sarkozy rideva per poter nascondere i fondi ricevuti in campagna elettorale proprio dai libici. L’ex presidente francese, Nicolas Sarkozy, è stato interrogato in stato di fermo per giorni dalla polizia a Nanterre (Parigi), nel quadro dell’inchiesta sui presunti finanziamenti libici alla sua campagna elettorale del 2007. Sia chiaro che è arduo trovare nostalgie per il colonnello, ma le cancellerie che detengono la leadership dell’Unione Europea dovranno presto trovare una soluzione al vuoto creatosi nella regione.

Il premier francese Edouard Philippe, intervistato dai media francesi, ha detto di non voler rilasciare “alcun commento” sul fermo di Sarkozy nel quadro dell’inchiesta sui presunti soldi libici alla sua campagna presidenziale del 2007 ma ha evocato una “relazione intrisa di rispetto”. Al centro dell’inchiesta sui presunti finanziamenti dell’allora dittatore libico Muammar Gheddafi a Nicolas Sarkozy, ci sarebbero “donazioni” sospette per 5 milioni di euro in denaro contante.

Dalla pubblicazione, nel maggio 2012, da parte del sito Mediapart, di un documento libico che evocava un presunto finanziamento di Gheddafi alla campagna presidenziale di Sarkozy, le indagini dei magistrati sono “molto progredite, rafforzando i sospetti che pesano sulla campagna dell’ex capo dello Stato”, ha scritto il quotidiano francese Le Monde.

Sarkozy rideva e la Libia ancora piangeva quando nel novembre 2016, quando durante le primarie dei Républicains, il faccendiere Ziad Takieddine dichiarò di aver trasportato 5 milioni di euro in contanti da Tripoli a Parigi tra fine 2006 e inizio 2007 prima di consegnarli a Claude Guéant, tra i fedelissimi dell’ex presidente, poi allo stesso Sarkozy. Vi è da segnalare come la testimonianza di Takieddine risultò in linea con quella dell’ex direttore dell’intelligence militare libica, Abdallah Senoussi, il 20 settembre 2012, dinanzi alla procura generale del consiglio nazionale di transizione libico. Ciò fa si che a oggi le fonti vicine al dossier parlano di “indizi gravi e concordanti“.

A distanza di sette anni la Libia piange ancora, ormai divisa in Cirenaica e Tripolitania. In Francia, Italia e Europa le forze che ridevano dovranno rispondere difronte il sangue lasciato scorrere per l’oro nero. Nero come l’Africa e le coscienze di chi nel buio profondo ha speculato su interi popoli.

Afghanistan: la vittoria è dei Talebani

Nel 2018 la vittoria in Afghanistan è dei Talebani. Ma, la storia del processo afgano ha una genesi lontana.

E’ l’11 settembre del 2001 quando il mondo cambia per sempre e l’occidente inizia a familiarizzare con un Paese lontano, fisicamente e culturalmente da esso.

Pochi mesi e l’Alleanza Atlantica inizierà la conquista dell’Afghanistan al fine di sconfiggere i Talebani e l’estremismo islamico, un tempo alleato in chiave anti-sovietica. Storicamente l’Afghanistan è sempre servito a tener a riparo da uno scontro diretto occidente e oriente, nacque al fine di non far confinare le Indie Britanniche con i possedimenti dello Zar. Dopo anni di guerra, bagnata anche dal sangue di alcuni nostri militari, è avvenuta un’apertura che ha il sapore di un evento storico.

La scorsa settimana il presidente afghano, Ashraf Ghani, ha offerto ai Talebani, la proposta che prevede una tregua in cambio del riconoscimento politico. Sì, poiché migliaia di morti, attentati e bombe non hanno risolto pressoché nulla. La realtà effettuale è sempre differente dalla politica programmatica. L’Afghanistan pretende la Pace e, soprattutto, la merita. Così, come una resa dal sapore vietnamita, si è inaugurata la stagione del “Processo di Kabul” davanti ai delegati di 25 Paesi e organizzazioni internazionali.

Come Henry Kissinger insegna la realpolitik è il più utile e, probabilmente, efficace esercizio per la stabilità globale. Il presidente Ghani ha dichiarato che “la pace non può essere raggiunta senza i Talebani“, ammettendo di fatto la sconfitta delle politiche occidentali volte a trovare una strada alternativa alla riconciliazione nazionale. Includere i Talebani in un processo di pace è un azzardo politico, ma al tempo stesso un bagno di realtà.

Le proposte ai Talebani per la partecipazione al Processo di Kabul sono le seguenti: il rilascio di un certo numero di prigionieri; la garanzia di un cessate-il-fuoco; l’assegnazione di passaporti per i combattenti e le loro famiglie; la creazione di un ufficio che si occupi di amnistiare i leader dell’organizzazione, togliendo loro le sanzioni e cancellandoli dalle liste dei terroristi. Ma soprattutto, c’è l’apertura alla revisione della Costituzione.

“Stiamo facendo quest’offerta senza precondizioni, nell’ottica di arrivare a un accordo di pace”, ha affermato il presidente Ghani, che ha aggiunto come “l’obiettivo è quello di attirare i Talebani, come organizzazione, nei colloqui”.

I Talebani la vittoria se la sono meritata sul campo si direbbe commentando una partita di calcio. Si deve partire dalla constatazione che le forze armate afghane hanno subito in totale oltre 14 mila perdite, tra morti e feriti. E sono già quasi 400 le vittime nei primi due mesi del 2018. Tutto ciò, mentre i Talebani mantengono il controllo totale o parziale di circa metà dell’intero territorio, grazie a una forza operativa che oggi è stimata intorno alle 50 mila unità, solo per citare i combattenti. Inutile fornire i dati sulla sofferenza della popolazione che al momento paga il tributo più altro al mondo per i sacrifici sopportati negli ultimi quarant’anni.

Va annotato, come l’oppio dei popoli sia stato negli anni ottanta la maledetta “dea eroina”. Una droga amata dalle generazioni della post-contestazione, il cui traffico è stato favorito da molte agenzie governative occidentali al fine di sostenere la lotta contro i Sovietici.

A oggi la produzione di oppio ed eroina rappresenta il più florido mercato dell’Afghanistan e probabilmente il suo più grave problema interno. Per capire l’entità del problema, secondo l’ultimo rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro il traffico di droga e la criminalità organizzata (UNDOC), si è passati dalla produzione di 4.800 tonnellate di oppio del 2016 alle oltre 9.000 tonnellate del 2017, segnando un incremento dell’87%.

Per comprendere questo mercato florido, inscalfibile e globale bisogna prendere ad esempio la Famiglia Giuliano a Napoli nel dopo guerra e i clan mafiosi americani legati alle famiglie palermitane. E’ doveroso citare la rete degli Haqqani. Essi, sono il più potente clan tribale afghano, vicini agli stessi Talebani e nati come clan familistico di tipo mafioso-religioso. Si ritiene che la loro rete possa contare su una struttura militare che è stata in grado di fronteggiare gli eserciti più preparati e capaci al mondo senza l’ausilio dei Talebani o AlQaida.

Fin dal 2001 era chiaro ai più che senza alternativa all’oppio la guerra l’occidente non l’avrebbe mai vinta. E così è stato. Afghanistan: soffia bandiera bianca.

Ghouta: L’inferno in terra

La parte orientale di Ghouta appare essere l’inferno in terra, distrutta dai cosiddetti “ribelli” e bombardata da mesi dalle forze governative e della Federazione Russa. E’ singolare come la parola “Ghouta” in arabo ”الغوطة‎, al-ġūṭa  significhi oasi, designando le terre coltivate che circondano la città di Damasco e costituiscono un’oasi nel deserto siriano. In realtà dall’inizio della cosiddetta “primavera araba” è il più grande girone dell’inferno in terra.

L’ATTACCO CHIMICO DEL 2013 –  L’area di Ghouta è composta da sobborghi densamente popolati a est e a sud di Damasco, facenti parte della provincia di Rif Dimashq 1. Ghouta è una regione sunnita prevalentemente conservatrice che sin dall’inizio della guerra civile, soprattutto nella parte orientale, ha visto la popolazione schierarsi in gran parte con l’opposizione al governo siriano. L’opposizione ha controllato gran parte della Ghouta orientale dal 2012, in parte tagliando fuori Damasco dalle campagne e imponendo da subito le sue regole.

Alle prime ore del 21 agosto 2013 le due zone controllate dall’opposizione dei ribelli nei sobborghi di Damasco, in Siria, furono colpite da razzi contenenti l’agente chimico sarin. Provocando la morte di centinaia di persone, le cui stime variano da almeno 281 persone 2 a 1.729.

Gli ispettori della Missione delle Nazioni Unite già in Siria per indagare su un presunto attacco di armi chimiche ebbero il permesso di visitare i luoghi tre giorni dopo. Il team investigativo delle Nazioni Unite confermò “prove chiare e convincenti” dell’uso del sarin fornito dai razzi superficie-superficie, e un rapporto 2014 del Consiglio dei diritti umani dell’ONU ha rilevato che “sono state utilizzate quantità significative di sarin in un attacco indiscriminato ben pianificato che ha colpito zone abitate da civili, causando vittime di massa. Le prove disponibili riguardo alla natura, qualità e quantità degli agenti utilizzati il ​​21 agosto hanno indicato che i perpetratori avrebbero probabilmente avuto accesso alle scorte di armi chimiche dell’esercito siriano, così come l’esperienza e le attrezzature necessarie per manipolare in sicurezza una grande quantità di agenti chimici 3.

 

L’opposizione siriana insieme alla Lega araba e l’Unione europea dichiararono che l’attacco fosse stato opera delle forze del presidente siriano Bashar al-Assad. I governi siriano e russo hanno accusato l’opposizione per l’attacco, il governo russo ha definito l’attacco un’operazione di bandiera falsa da parte dell’opposizione per attirare le potenze straniere nella guerra civile dalla parte dei ribelli 4. Åke Sellström, il leader della Missione delle Nazioni Unite, descrisse le spiegazioni del governo sull’acquisizione di armi chimiche ribelli come carenti, basandosi in parte su “teorie povere”.

Diversi paesi, tra cui Francia, Regno Unito e Stati Uniti discussero sull’opportunità d’intervenire militarmente contro le forze governative siriane. Il 6 settembre 2013, il Senato degli Stati Uniti autorizzò l’uso della forza militare contro l’esercito siriano in risposta all’attacco Ghouta 5. Il 10 settembre 2013, l’intervento militare fu scongiurato, anche grazie all’intervento del Vaticano, quando il governo siriano accettò un accordo negoziato tra Stati Uniti e Russia per consegnare “ogni singolo pezzo” delle scorte di armi chimiche alfine di distruggerle, dichiarando inoltre l’intenzione di aderire alla Convenzione sulle armi chimiche 6-7.

 

LA SHAHARIA DEI “RIBELLI” E LE COLPE OCCIDENTALI – Con il tempo, come avvisato e annotato dagli esperti di geopolitica, il fronte dei ribelli si dimostrò per quel che realmente era ed è: una costellazione paramilitare intrisa nel fondamentalismo islamico. Eccezion fatta per il fronte Curdo.

Nelle fotografie sottostanti noterete gabbie su cui sono stati caricati centinaia di civili, specie donne e bambini, la maggior parte catturata sin dal 2013. E’ a fine 2015, come avvenuto nella Ruhr, che le vittime sottostanti vennero ingabbiate e fatte sfilare per le strade di Ghouta tra due ali di folla festante. L’unica colpa di molti di loro era la fede alawita, ovvero l’appartenenza alla stessa minoranza religiosa di Bashar Assad.

Scrive su Il Giornale Gian Micalessin

 

“ Altri erano sunniti accusati di complicità con il regime per aver lavorato nei ranghi dell’amministrazione governativa. A chiuderli in gabbia con lo scopo dichiarato di usarli come «scudi umani» erano stati i militanti di Jaysh al- Islam, il gruppo ribelle che ancora oggi controlla vaste aree di questa zona. “

 

Le colpe dell’occidente, se così definibile in quanto aggregato unico in geopolitica, risiedono nell’aver finanziato e armato indirettamente gruppi quali: Harakat Ahrar al-Sham al-Islamiyya (alleato a lungo di Al – Nusra, una costola di AlQaida 8) o Hayʼat Tahrir al-Sham / Organization for the Liberation of the Levant la sezione di AlQaida in Siria, per cui il Qatar è stato accusato di favoreggiamento da parte dell’Arabia Saudita in fase di promozione dell’embargo del 2017.

 

Nell’ultima settimana si è giunti a un accordo su (un presunto e solo formale) cessate il fuoco. Ma, ciò a quanto pare non vale per Ghouta.  Dal cessate il fuoco sono esclusi gli attacchi contro Isis, al Qaeda, al Nusra e altri “gruppi, individui e entità” affiliati con terroristi. Una richiesta di Mosca che dal 2011, anno in cui iniziò la guerra civile, aveva posto undici volte il veto su risoluzioni riguardanti la Siria.

 

Quel che invece resta è la sofferenza dei Siriani. I bambini morti. I troppi bambini morti. Le donne stuprate e la sharia. Le bombe russe, americane, francesi, canadesi, degli Emirati, d’Israele. Le donne sfruttate sessualmente da alcuni “operatori” delle più importanti ONG. E soprattutto la nostra infamia di persone che chiuso con un clic la pagina di un sito torniamo a pensare alle miserie e banalità delle nostre semi-agiate vite occidentali. Come recitava uno striscione alla Sapienza “Le vostre guerre, il nostro sangue ”, ma se non faremo nulla saremo complici difronte la storia. Ghouta nel frattempo che scegliamo come fare è l’inferno in terra.

 

  1. “Veneer of peace over cradle of horror in Damascus, Syria”. Australian. Associated Press. 28 August0 2013. Postato nuovamente il 18 Maggio 2015.
  2. “Final report”(PDF). United Nations Mission to Investigate Alleged Uses of Chemical Weapons in the Syrian Arab Republic. 13 December 2013
  3. “7th Report of Commission of Inquiry on Syria – A/HRC/25/65”(PDF). United Nations Human Rights Council. 12 Febbraio 2014. p. 19. Retrieved 1 April 2016.
  4. ab Winfield, Gwyn (February 2014). “Modern Warfare” (PDF). CBRNe World. Retrieved 28 April 2015.
  5. ^Cox, Ramsey (6 September 2013). “Reid files resolution to authorize force against Syria”. Retrieved 9 September 2013.
  6. ^Gordts, Eline (10 September 2013). “Syria Will Sign Chemical Weapons Convention, Declare Arsenal, Foreign Ministry Says”The Huffington Post. Retrieved 18 September 2013.
  7. ^Borger, Julian; Wintour, Patrick (9 September 2013). “Russia calls on Syria to hand over chemical weapons”. The Guardian. Retrieved 9 May2015.
  8. Joscelyn, Thomas (25 October 2015). “Al Nusrah Front, Ahrar al Sham, Ajnad al Sham form anti-Russian alliance in Damascus countryside”Long War Journal.

Petrolio – Gli USA sorpassano l’Arabia Saudita

Gli Stati Uniti d’America, grazie alla tecnologia sviluppata nello shale oil, hanno superato la produzione petrolifera dell’Arabia Saudita. Il primo articolo di questo magazine e di questa rubrica parlava del radioso futuro della produzione petrolifera statunitense. Per shale oil, in italiano olio di scisto o petrolio di scisto, s’intende un petrolio non convenzionale prodotto dai frammenti di rocce di scisto bituminoso mediante i processi di pirolisi, idrogenazione o dissoluzione termica. Questi processi convertono la materia organica all’interno della roccia (cherogene) in petrolio e gas. Il petrolio risultante può essere usato immediatamente come combustibile o arricchito per soddisfare le specifiche delle materie prime delle raffinerie.

SORPASSO USA E INDIPENDENZA ENERGETICA – Il sorpasso nei confronti di Riad era previsto da parte di Washington nell’attuale produzione mese di febbraio, ma grazie al raggiungimento di una produzione pari a 10 milioni di barili al giorno, ciò è accaduto a novembre 2017. Un sorpasso che vede un continuum decisionale, anche a livello politico e strategico, tra l’amministrazione Trump e quelle passate di Barack Obama. Era dai tempi della Guerra Fredda, nel 1970, che gli Stati Uniti d’America non estraevano tanto greggio. Per precisione l’output ha raggiunto i 10,038 mbg, stando ai dati forniti dalll’Energy Information Administration (Eia), che rende conto al dipartimento dell’Energia.

Si deve evidenziare come il picco attuale raggiunto della produzione statunitense negli ultimi dieci anni rappresenti un deciso cambiamento per un Paese che per decenni è stato il più grande importatore mondiale di greggio. Ruolo che ne ha condizionato spesso geopolitica e innalzato a testo vangelico l’insegnamento di Nicholas John Spykman. Ciò non solo ha ribaltato il preconcetto che vedeva Washington destinata a un futuro dipendente dalle forniture estere, ma ha anche potenziato l’economia statunitense, creando decine di migliaia di posti di lavoro.

MOSCA E RIAD CHE FANNO? – Va annotato che il sorpasso nei confronti di Riad non preoccupa gli altri due grandi player della geoeconomia pertrolifera mondiale. Primariamente si segnala piena coscienza e previsione della corsa statunitense da parte di Sauditi e Russi, i quali stanno tagliando volontariamente l’output. Il nuovo patto Opec Plus dello scorso dicembre, che vede sedersi la potenza russa accanto a quella Sunnita, ha esplicitamente affermato e sottoscritto una politica di produzione energetica tesa a un rallentamento della produzione per far in modo che il prezzo del greggio si mantenga stabilmente su alti livelli. La cosiddetta l’Opec Plus continuerà a tagliare la produzione, fino al termine del 2018 e se necessario anche oltre. L’obiettivo economico è quello di assicurare il settore nel lungo termine e gli agenti finanziari. Portando linfa vitale al settore di sviluppo tecnologico nei paesi. Infine, l’obiettivo interno per Mosca è compensare le sanzioni, degli indipendenti Usa e dipendenti energeticamente Unionisti Europei, grazie alla produzione di greggio. Ben si ricorda Putin i problemi di austerità legati alla crisi del prezzo del greggio.

E’ certo che l’alleanza petrolifera sia vincente. Infatti, nonostante i minori volumi di greggio, secondo l’Agenzia internazionale per l’energia, i Paesi Opec avrebbero guadagnato 362 milioni di dollari in più al giorno nel 2017.

 

LA BCE GUARDIANA DELL’UE – Utilizzando la risultante del grafico posto al di sotto del paragrafo si evidenzia il successo nell’ultima decade dello shale oil statunitense. Sebbene sia lontano dalle competenze di gestione dell’autorità di vigilanza e gestione monetaria europea, l’andamento del prezzo petrolifero rappresenta una variabile discostante che influenza fortemente l’andamento dell’inflazione. Ciò aiuta a comprendere il motivo per cui l’istituto di Francoforte guidato da Mario Draghi abbia dedicato recentemente un approfondimento nel suo ultimo bollettino economico alla produzione petrolifera del Paese guidato da Trump. L’Unione Europea, nonostante le farneticazioni ideologiche, vede un fortissimo contrasto tra Francia e Italia in Libia e in ogni contesto di approvvigionamento petrolifero.

Shall Oil Usa - BCE

Ora, quel che resta dalla presente analisi è un quadro globale che vede le grandi potenze petrolifere e geopolitiche sorridere agli attuali livelli di produzione petrolifera e il resto del mondo arrancare dietro le decisioni dietro le grandi potenze.

Emmanuel Macron – Nuovo Imperatore d’Europa

Quando la Francia negli ultimi seicento anni non ha governato in Europa, perché sempre più debole della perfetta macchina economica tedesca o degli Imperi (Britannico e Asburgico), ha scelto la via della guerra. Poi con il Trattato di Roma (mi spiace tanto per Severgnini che non lo abbiano sottoscritto a Milano) le cose si sono modificate.

Da quel momento è iniziato il lungo e tortuoso processo che ha portato alla costituzione e formazione dell’ente sovranazionale denominato attualmente Unione Europea. La Francia ne è stata tra le fondatrici e alle volte, guidata dal suo Padre, il generale De Gaulle ne ha condizionato tempi e struttura.

La storiografia racconta che siano stati dei funzionari francesi ad aver imposto il tetto del 3% del deficit.

Il 2017 sarebbe dovuto esser l’anno della conferma della stabilità tedesca e del magma incerto francese, alle prese entrambi con le votazioni per il rinnovo del potere esecutivo nazionale. Ebbene, se la Große Koalition, che solamente oggi ha ancora visto una risoluzione al vuoto di potere in Germania, i transalpini hanno incoronato come loro leader l’ambizioso Emmanuel Macron. Allo stesso tempo e modo la Francia, da cui nacquero le moderne destra e sinistra, nella contemporaneità ha distrutto i paradigmi del passato in nome del pragmatismo e della società liquida ha nuovamente segnato la strada che verrà nei processi decisionali collettivi.

Il giovane presidente ha fatto della bilateralità e degli stretti rapporti internazionali, si badi non per l’Unione Europea, la chiave del proprio successo personale.

Solamente in questo mese Emmanuel Macron è stato in Cina per rinsaldare i ricchi rapporti che rendono la Francia il player europeo d’eccellenza. L’approccio che caratterizza Macron è certamente il pragmatismo, che l’analista Tian Dongdong di Xinhua sintetizza in un’uscita del francese: quando durante la campagna elettorale gli fu chiesto di commentare la divisione tra sinistra e destra, l’allora candidato di En Marche rispose che

 “non importa se il gatto è nero o bianco, a patto che catturi i topi”, ossia usò una famosa massima del leader cinese Deng Xiaoping.

 

A dicembre Macron ha risolto la complicata e, in parte ancor oggi misteriosa, questione Ḥarīrī. Il quale il 4 novembre 2017 ha annunciato le sue dimissioni durante una visita di Stato in Arabia Saudita, denunciando una forte interferenza dell’Iran (che supporta Hezbollah, a sua volta una delle forze politiche a sostegno del Governo Ḥarīrī) in Libano ed ha dichiarato di sentirsi in pericolo di vita. Dopo aver avuto colloqui in Francia con il presidente Emmanuel Macron, è rientrato nel paese dei cedri il 22 novembre e, su richiesta di Aoun, ha sospeso le dimissioni, per poi revocarle definitivamente il 5 dicembre. Il Libano vede la Missione di pace sotto l’effige ONU guidata da Italia e Francia. Ma, se la prima è in scia, la seconda ne trae benefici.

E’ palese come durante l’ultima legislatura italiana appena conclusa, la Francia si sia impossessata degli asset del Bel Paese di maggior valore: da Telecom, a parte di Mediaset, fino ad arrivare a Luxottica. Senza scordare il possesso di quella che fu la Banca Nazionale del Lavoro e le intenzioni di prenderci Generali.

In questo quadro se la sponda con i sauditi è salda, Macron nel vuoto di carisma degli altri grandi è volato recentemente in Qatar. Nei giorni in cui il mondo discuteva sull’opportunità di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele, la Francia ha guidato il fronte contrario a tal decisione. Al contempo il presidente francese Emmanuel Macron, in visita a Doha, ha firmato contratti per il valore di 14 miliardi di dollari con il piccolo ma ancora ricchissimo Emirato del Qatar, potenza mondiale del gas naturale liquefatto. Qatar proprietario anche del PSG. Nella fattispecie si è trattato di contratti per l’acquisto di almeno 12 caccia Rafale e 50 aerei passeggeri Airbus A-321.

Se questo non bastasse la Francia di Macron ha strappato i contratti maggiormente vantaggiosi dall’accordo con l’Iran, piazzando la Total e la Renault.

Il mondo europeo, nell’attesa che l’eterna potenza del mare si riorganizzi, ha ritrovato nella Francia la sua guida. Giusta o sbagliata che sia, la Francia di Macron si è ripresa un ruolo che gli mancava dal 1870 e lo ha fatto a dicembre. D’altronde ai francesi è sempre piaciuto farsi imperatori sotto Natale.  

Troppi coltelli sulla torta siriana

Il vertice organizzato da Vladimir Putin a Sochi tra il 20 e il 22 novembre scorso è stato da molti paragonato alla conferenza di Jalta con cui, tra il 4 e l’11 febbraio del 1945, Winston Churchill, Franklin Delano Roosevelt e Iosif Stalin concordarono l’assetto che l’Europa postbellica avrebbe dovuto assumere.

 

Per molti versi il paragone è azzeccato. Come a Jalta nel 1945, a Sochi i protagonisti sono stati tre: il presidente turco Erdogan, il presidente iraniano Hassan Rouhani e il padrone di casa Vladimir Putin. Al centro della discussione, la crisi mediorientale e in particolare quella siriana.

 

Il vertice è stato un successo diplomatico russo che corona tre anni di intervento diretto in Siria in supporto di Bashar al-Assad.
La lunga e sanguinosa guerra civile sembra risolversi, almeno per ora, con una riconferma del potere di al-Assad e dell’influenza russa nell’area, con la variazione importante dell’espansione dell’egemonia iraniana. Il successo russo-iraniano in Siria si accompagna a quello in Iraq, dove sono state fissate nuove elezioni legislative per il 15 maggio 2018. Probabilmente la coalizione sciita vincerà la tornata elettorale, e l’Iraq si porrà sempre più nettamente sotto l’ombrello iraniano. Va comunque ricordato che l’Iraq è un paese letteralmente in mano a decine di milizie armate fino ai denti e spesso in netta contrapposizione. Pur essendo un paese stremato da quasi quindici anni di guerre ininterrotte (e dai precedenti dodici anni di embargo), la situazione in Iraq potrebbe stabilizzarsi solo nell’arco di diversi anni, e non è da escludere una ripresa della lotta armata da parte di qualche gruppo dissidente.

 

L’espansione della sfera d’influenza dell’Iran, forse il principale vincitore di questa serie di conflitti, ha provocato la reazione scomposta dell’Arabia Saudita, che è intervenuta in Yemen e in Qatar. Ma queste azioni si sono rivelate un’arma a doppio taglio per i sauditi, che sono ora impegnati in un conflitto sanguinoso e difficile in Yemen, mentre in Qatar hanno attirato la reazione turco-iraniana.

 

La Turchia, il terzo partecipante della conferenza di Sochi, ha raggiunto un compromesso paradossale. Sul piano della semplice proiezione di potenza, la Erdogan ha ottenuto molto meno di ciò che avrebbe desiderato solo un paio di anni fa. Ha acconsentito sul tema dell’indivisibilità della Siria, ha appoggiato la tesi russa di una permanenza provvisoria di Assad, ha accettato di mediare tra i guerriglieri turcofoni e il presidente siriano.
Anche su un punto delicatissimo, quello della costituzione di una regione curda dotata di larghe autonomia in seno alla nazione siriana, la Turchia sembra essersi piegata al piano russo, anche se su un nodo delicato come questo le effettive posizioni saranno chiare solo tra qualche tempo.

 

Cedendo su questi punti, però, Erdogan ha ottenuto il vantaggio di potersi sedere al tavolo dei vincitori, ottenendo diverse concessioni negli import-export con la Russia e con l’Iran, che frutteranno negli anni a venire. Disilluso nei confronti dell’Unione Europea, Erdogan sta cercando da anni di sganciarsi dall’asse della NATO, allacciando buoni rapporti con il mondo islamico (diventato il vero punto di riferimento della Turchia, come dimostrato dall’impegno militare in Siria e in Qatar).

Chi esce palesemente sconfitto dalla risoluzione di questa crisi sono gli Stati Uniti. Invadendo l’Iraq nel 2003, gli statunitensi hanno approfittato di un momento di estrema debolezza della Russia e di isolamento dell’Iran per imporre la propria influenza nell’area. Nel 2011, a tal scopo, hanno supportato e finanziato le primavere arabe per rovesciare i regimi di Gheddafi e di al-Assad.
Donald Trump però non si è dato per vinto, e ha deciso di rimanere un attore molto attivo nell’area. Il supporto all’Arabia Saudita continua ed è anzi uno dei pilastri su cui si poggia la politica estera statunitense non solo nell’area. L’Arabia Saudita si sta opponendo attivamente all’espansione della potenza iraniana, continuando il proprio intervento militare in Yemen, mantenendo isolato il Qatar, finanziando gruppi di miliziani che in Siria si oppongono agli sciiti (cioè ad Assad ed Hezbollah). Ciò che più conta, è che l’Arabia Saudita sta proseguendo nel suo deprezzamento del petrolio che, oltre a dar man forte alle politiche antiecologiste di Trump, indebolisce e destabilizza regimi invisi a Washington, come l’Iran, la Russia e il Venezuela.

 

Oltre a potenziare il comodo alleato saudita con un continuo afflusso di armi, Trump ha cercato di confermare il peso statunitense nell’area tramite azioni militari per lo più estemporanee. La rappresaglia del 7 aprile 2017 contro al-Assad per il presunto uso di armi chimiche, ad esempio, non è stata seguita da un impegno sistematico; le incursioni aeree in supporto dei curdi e dei ribelli filo-occidentali (una definizione tanto vaga quanto fuorviante) sono state portate avanti con regolarità, in particolare nella battaglia di Raqqa, ma senza che alle spalle delle azioni militari ci fosse un’idea politica d’insieme. Il supporto ai ribelli curdi dell’Iraq è andato rapidamente scemando man mano che il Daesh veniva battuto e messo in fuga. E bisogna dire che i curdi sono stati abbondantemente supportati anche dall’Unione Europea, e perfino dalla Russia, per cui non possono essere considerati alleati degli USA, ma piuttosto elementi della ben più vasta coalizione anti-ISIS.

Come si era già scritto in questa rubrica, il nuovo ordine che sta sorgendo nel Vicino e Medio Oriente dalle devastazioni delle guerre civili irachena e siriana vede un nuovo protagonista, che nei prossimi anni acquisirà sempre più peso in campo internazionale: l’Iran.

 

Gli alleati e partner commerciali di questa potenza emergente, ovvero Russia, Turchia e Cina, hanno tutto da guadagnare da una stabilizzazione dell’area sotto l’egida di Teheran. Gli Stati Uniti hanno tutto da perdere.
Per il momento, la “guerra petrolifera” condotta dall’Arabia Saudita ha danneggiato a tal punto la Russia e l’Iran da riuscire a riportare la bilancia su un asse di sostanziale pareggio. Ma con un debito pubblico che si sta alzando rapidamente, questa strategia dovrà essere presto o tardi abbandonata. A quel punto, il nuovo assetto della regione diventerà evidente.
Non è da escludere che di fronte all’evidenza dello strapotere iraniano il giovane principe saudita Mohammad Bin Salman (l’artefice dell’intervento in Yemen e dell’embargo al Qatar) decida di rischiare un intervento militare diretto nel Golfo Persico. Le vie del petrolio sono infinite.

La nuova Via della Seta e i suoi protagonisti

Alla scoperta de La nuova via della seta è una rete di itinerari commerciali, interessi economici e accordi geostrategici.

La seta, da sempre uno dei tessuti più preziosi, solo a pronunciarne il nome si ha la sensazione di delicatezza e leggerezza, è un attimo che ci si immagini avvolti in una stola. Lussuosa e rara, per averla in antichità era necessario recarsi fino in Cina che custodiva il segreto per la sua realizzazione, almeno fino al settimo secolo quando la sua lavorazione venne esportata in altri paesi. Per capriccio, vanità, curiosità o affari, quella stoffa così pregiata attraeva mercanti pronti a ricambiare la Cina di cavalli, pellicce o altri materiali come la giada, il vetro, l’avorio. E così il drappo prezioso ha dato il nome a una delle più antiche e famose vie commerciali della storia: “la via della seta”. In realtà non si tratta di un’unica via, ma di un certo numero di antiche vie commerciali che collegavano la Cina con paesi centro asiatici, una vasta estensione territoriale dalla Cina alle sponde del Mediterraneo orientale. Viaggiatori, invasori e conquistatori, paesaggi esotici, profumi e spezie, il deserto. Passato e presente, perché quella via di scambi commerciali esiste ancora. Certo, non è più percorsa e attraversata da carovane e cammelli ma non ha perso di mistero, la sua rotta infatti ha attirato l’attenzione e gli interessi di un triangolo particolare: Mosca-Pechino- Teheran. La Nuova via della seta dunque è una rete di itinerari commerciali, dalla Cina al Mediterraneo, attraversando l’Asia centrale e l’Iran.

Il polo orientale di questo flusso è da sempre costituito dalla Cina, mentre quello orientale dall’Iran, al quale si deve la diffusione nell’Impero romano prima e bizantino poi, fino a tutto il mondo cristiano, della seta cinese. Ad oggi, negli anni delle sanzioni, la Cina si è ritagliata un ruolo d’onore, prendendo in Iran il posto dell’Europa. È dal 2016 infatti, da quando Xi Jinping si è recato a Teheran per intensificare i rapporti con Pechino.

Il boom commerciale tra i due paesi si è realizzato tra il 2005 e il 2013, durante i due governi dell’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad, per un valore di 45 miliardi nel 2011. L’inasprimento delle sanzioni economiche verso l’Iran poi, deciso da una parte della comunità internazionale a febbraio 2012, ha indirettamente favorito, in modo particolare sul piano economico, la Cina. Infatti, nel momento in cui l’esportazione del petrolio verso i paesi occidentali ha subito un forte calo, è stata proprio la Cina a ritagliarsi una posizione di rilievo come partner commerciale dell’Iran. Gli accordi prevedevano un accesso a dir poco monopolistico al petrolio persiano in cambio di beni, servizi e investimenti, poiché a causa delle limitazioni bancarie dovute alle sanzioni contro Teheran rendevano operazioni finanziarie praticamente impossibili. Nel frattempo quei paesi europei come la Germania o l’Italia che dagli anni Ottanta ai Duemila avevano avuto un ruolo importante nell’asse commerciale con l’Iran, hanno perso diverse posizioni. La Cina poi, in quanto principale competitor economico degli Stati Uniti si è dimostrata un partner molto più appetibile data l’impostazione anti americana della Repubblica Islamica.

54 miliardi di dollari il valore dello scambio commerciale tra i due paesi al 2014, inoltre almeno un terzo delle esportazioni di Teheran era diretto verso Pechino che ha continuato ad investire anche al confine con l’Iraq dove i Pasdaran la fanno da padrone: energie, infrastrutture, porti e immobiliare, fino all’energia.

Al 2015 dunque, la Cina era il più importante cliente per l’Iran, con circa il 50% dell’export petrolifero persiano e allo stesso tempo Teheran la sesta fonte di approvvigionamento di petrolio per Pechino, dopo l’Angola e l’Arabia. L’alleanza politico- economica tra i due paesi va ad ulteriore vantaggio della Cina, permettendogli di mantenere un’influenza nell’area mediorientale e caucasica. L’Iran è diventato poi il fulcro della OBOR, ovvero la “One belt, one road” cinese, una rete di infrastrutture su scala regionale, in particolare ferrovie ad alta velocità, con lo scopo di concentrare gli investimenti cinesi in Asia centrale. Questo sviluppo era già stato previsto a Ufa nel 2015, dove si erano tenuti ben due summit, quello dei paesi emergenti BRICS e quello dell’Organizzazione per la cooperazione di Shangai. Quest’ultima avrebbe potuto inglobare nel suo marcato realtà non ex sovietiche come India, Pakistan e Iran, rilanciando così una sorta di triangolo Mosca-Pechino-Teheran. Russia e Iran infatti, per una serie di motivi, dal condiviso sentimento anti americano, alla comune volontà di tutelare gli “amici” del Levante, come il regime di Bashar Assad in Siria, si erano ritrovate in una nuova alleanza, superando le incertezze reciproche. Dal 2015 ad oggi poi la cooperazione tra Pechino e Teheran si è ulteriormente rafforzata, infatti le esportazioni Iraniane in Cina sono sensibilmente aumentate nella prima metà del 2017.

La cosa certa è che la Via della seta non vive solo in racconti millenari e memorie esotiche, ma nella quotidianità delle manovre e degli accordi geostrategici, dall’Asia al Medio Oriente, all’Europa, in un flusso di commerci ed interessi in continua evoluzione.

Se il detto dice “tieniti stretto gli amici e ancora di più i nemici”, in questo caso vale il contrario. Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran aveva dato voce al suo paese dicendo che l’Iran non si sarebbe mai dimenticato dell’amico Cinese, presente e attivo nel momento di difficoltà e isolamento.