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Il Medioriente alla Cina

La lunga corsa della Cina a superpotenza ha radici lontane. Radici per l’appunto, poiché solo nell’ultimo decennio sta raccogliendo i frutti dell’avvedutezza nella composizione e sostegno al Terzo Mondo. Se l’Europa non conta più nulla come rilevanza geopolitica, Francia e Gran Bretagna assumo tutt’oggi un peso specifico. Certamente, questo peso anglofrancese, non è minimamente confrontabile con le protagoniste del dopoguerra, Usa e Russia, e a oggi la Cina.

 

Se la leadership di Pechino nel mondo industriale non è in discussione, allo stesso tempo e modo la forza geopolitica cinese è sempre stata considerata al rango di regionale e non globale. Eppure in queste ore di caos è avvenuto un fatto meritevole di entrare nella prossima storiografia. Poiché la Cina ha iniziato a giocare la sua partita nel fortino americano ossia il Medioriente, che preferisco chiamare Rimland. Nelle ultime ore, Xi Jinping si è calato in una visita che l’agenzia ufficiale cinese ha definito «storica». Arrivare in Medio Oriente, visitare in cinque giorni Arabia Saudita, Egitto e Iran di questi tempi, non può essere solo una questione di affari. Il presidente cinese vuole «aiutare a facilitare e allargare i comuni interessi negli affari internazionali e regionali». La Cina è un nuovo venuto. Le relazioni diplomatiche con i Sauditi sono iniziate nel 1990. Da allora gli scambi sono aumentati di 230 volte e nel 2014 avevano raggiunto i 69 miliardi di dollari.

 

In Egitto, il presidente cinese terrà un discorso alla Lega Araba: l’organismo politico dei Paesi della regione non conta molto ma in questo caso il suo quartier generale in piazza Tahrir sarà un autorevole megafono nella regione. Xi non intende impegnare la Cina nel caos mediorientale come americani e russi. Nessuna presenza militare o interferenza, nessuno schieramento preferito a un altro. Ma la priorità della Cina è la stabilità della regione dalla quale viene l’energia che fa funzionare la sua economia. Se il profilo politico di Xi è il più nuovo e dunque il più interessante, l’economia naturalmente non manca. Nel Paese nel quale la Cina è il principale acquirente mondiale di greggio, Xi e i suoi interlocutori hanno firmato importanti intese su energia, comunicazioni, ambiente, aerospaziale.

Rilevanti sono gli accordi industriali ora che l’Arabia Saudita ha deciso di diversificare la sua economia per ridurre la dipendenza dagli idrocarburi. Come a dire se da un lato si guarda alla stabilità politica internazionale con l’ingresso di un nuovo attore globale, la mano sul portafogli resta sempre.

Quel che è importante per il Medioriente e il mondo è la presenza di un attore terzo nel caos del Rimland, nel centro del vortice di ogni odio e resistenza. Laddove, forse, Usa e Russia non sono ancora riuscite a pacificare, chissà che non riesca Pechino.

La guerra tra USA ed IRAN si combatte nel cyberspazio

Nella storia dell’umanità di pari passo alle guerre è progressivamente avanzata la tecnologia. Con i secoli si sono venuti a modificare sia gli armamenti che i modi di combattere battaglie. Con il XX secolo e la divisione del mondo in grandi blocchi, le superpotenze hanno intensificato le cosiddette “guerre sottotraccia”. Per avere un quadro completo della nuova frontiera della “guerra sottotraccia” c’è bisogno di analizzare il quadro macro e geopolitico che riguarda il Vicino Oriente e l’Asia, in particolar modo il caso Iran.

Con una scelta molto discussa dalle diplomazie ed al tempo stesso ignorata dai media, nel 1998 il Consiglio delle Nazioni Unite, decise di concedere la possibilità di avere armi nucleari al Pakistan, legittimando di fatto l’arsenale indiano. Grande vicino e paese dall’importanza strategica nello scacchiere mondiale è l’Iran, che sebbene da anni è al lavoro nella realizzazione di un progetto per l’arricchimento dell’uranio per fini ufficialmente dichiarati civili, provoca un forte scetticismo al riguardo tra le potenze occidentali. Nel tempo le rassicurazioni poste da Teheran sul proprio programma nucleare non hanno convinto l’opinione pubblica internazionale ed in particolar modo destano particolari attenzioni da parte del blocco atlantico.

Le preoccupazioni maggiori riguardano lo Stato d’Israele. Le ragioni della preoccupazione israeliana sono facilmente comprensibili, date le continue minacce del Presidente della Repubblica Iraniana Mahmud Ahmadinejad di voler letteralmente “cancellare Israele dalle cartine geografiche”. Inoltre, da decenni il paese iraniano rilascia grandi elargizioni di fondi ed armamenti a favore delle organizzazioni che si battono per la causa palestinese.

Ora, sebbene il Premier israeliano Benjamin Netanyahu da lungo tempo si dica pronto ad attaccare militarmente l’Iran, la vera battaglia da anni la stanno giocando gli Stati Uniti d’America, i quali con l’amministrazione Obama negli ultimi mesi hanno scongiurato un intervento militare da parte di Tel Aviv. Tel Aviv che da quanto dichiarato da fonti dello Tzahal sarebbe secondo i piani capace di concludere l’attacco militare a Teheran nel tempo massimo di una settimana. Eppure, la vera battaglia, il nuovo modo di condurre una guerra sottotraccia è quello informatico. Da Washington a Teheran negli ultimi mesi tutto si gioca nel cyberspazio. Sembra fantascienza, un film che dovrebbe esser raccontato dal critico Lorenzo Peri il venerdì sulla rubrica del cinema, eppure è la realtà.

Negli ultimi mesi, dopo anni di arretratezza tecnologica, Teheran ed i suoi hacker avrebbero, secondo fonti del Pentagono, concluso con successo molti attacchi informatici. Il Wall Street Journal di recente ha affermato che sarebbero stati registrati attacchi informatici ad obiettivi sensibili delle major petrolifere e del settore energetico nel Golfo Persico. Anche banche d’affari statunitensi, come Bank of America Corp JPMorgan Chase & Co e Citigroup, avrebbero subito attacchi ai propri sistemi informatici. Il segretario della Difesa ancora in carica, Leon Panetta, ha riferito che gli Usa sono di fronte alla possibilità di subire una ‘cyber-Pearl Harbor’ poichè i sistemi informatici di network finanziari, o di impianti di produzione dell’energia, o di gestione dei trasposti sono sempre più vulnerabili a possibili attacchi simultanei da parte di hacker stranieri o di “una nazione ostile”. Secondo analisti militari gli attacchi avrebbero al loro interno una sorta di “firma” che rivendicherebbe la provenienza degli attacchi nel cyberspazio.

Gli Stati Uniti d’America, da oltre settanta anni leader della tecnologia militare, anche nello cyberspazio assumono la funzione di leader. Infatti, l’amministrazione di George W. Bush, successivamente gli attacchi dell’undici settembre, avviò uno specifico programma di attacco e difesa militare chiamato “Olympic Games”. Questo fu intensificato e rilanciato dall’amministrazione di Barack Obama con un finanziamento annuo pari a 3 miliardi di dollari. Il programma “Olympic Games” sarebbe capace di ‘infiltrarsi’ nei computer che gestiscono i principali impianti iraniani per l’arricchimento dell’uranio attraverso un virus denominato Stuxnet. Da fonti anonime della NATO, alcuni analisti militari avrebbero evidenziato come questo virus si sarebbe reso capace di ritardare di due anni il programma di arricchimento dell’uranio iraniano. Recentemente il Ministro per i Servizi segreti iraniano Heidar Moslehi ha affermato che l’Iran viene bersagliato ”ogni giorno” da attacchi informatici alle proprie infrastrutture, ma che il paese è capace di assicurarsi valide difese.

Analizzando i dati e le dichiarazioni finora raccolte in questa breve trattazione sulla cyber guerra iraniano-statunitense, confido nel fatto che questa realtà assomigli solamente ad un film di fantascienza, perchè sottotraccia qualcuno vorrebbe una guerra simile a quella di “Apocalypse Now”, il cui esito è tutt’altro che scontato. Ma, questa semmai sarà un’altra guerra.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Perchè (quest’anno più che mai) le elezioni presidenziali americane ci riguardano da vicino

Con l’uscita di scena, nel maggio scorso, di Rick Santorum (il candidato conservatore omofobo e anti-abortista che dichiarava di voler porre fine alla separazione tra Stato e Chiesa in America), la corsa alle elezioni presidenziali 2012 sembrava destinata a rappresentare un modello paradigmatico dell’efficienza e della tenuta democratica del sistema americano, la cui virtù, come notava Toqueville, non si misura tanto dalla qualità del vincitore ma da quella dello sconfitto. A contendersi la Casa Bianca si profilavano da un lato il Presidente uscente e Premio Nobel, Barack Obama, dall’altro Mitt Romney, facoltoso venture-capitalist della costa orientale, con un dottorato ad Harvard in tasca ed un passato da (apprezzato) governatore del Massachusetts. Due candidati di estrema competenza, dunque, in grado di rappresentare la voglia diffusa in larghe fasce della popolazione di trascinare gli Stati Uniti fuori da un biennio di recessione e riportarli a competere con i grandi colossi emergenti a livello mondiale. E soprattutto, due moderati, come piace ripetere, quasi fosse un mantra, ai media locali.

Ora che la corsa entra nel vivo, tuttavia, lo scenario sembra modificarsi. Se da un lato Obama sembra puntare tutta la sua strategia elettorale sulla continuità con il precedente mandato e sulle tematiche di impatto sociale (famiglia, pari opportunità, occupazione ecc.), il governatore Romney sembra svestire i panni da moderato miliardario del nord est e vestire quelli, mai andati fuori moda nel suo partito, del vecchio sergente Hartman. Tutto è cominciato una decina di giorni fa, all’incontro con i cadetti del Virginia Military Institute, quando il governatore ha dichiarato: “E’ responsabilità del nostro presidente quella di usare il grande potere dell’America per fare la Storia– non per restare un passo indietro, lasciando il nostro destino in balia degli eventi”, e per poi concludere con una frecciata al rivale: “Non è ciò che avviene oggi in Medio Oriente con Obama”. E’ in questo modo che la politica estera è entrata in scena in una campagna elettorale quasi interamente focalizzata sull’economia e sul lavoro (data la disoccupazione al 7,8%), ma ci è entrata col botto.

Perché non ci vuole molto affinché discorsi sul “grande potere dell’America”, sul “fare la Storia” e soprattutto sul Medio Oriente ci rievochino gli otto anni di Guerra in Iraq e soprattutto gli oltre dieci e mai terminati di Guerra in Afghanistan, con un bollettino complessivo (purtroppo non ancora concluso) di circa 1 milione e quattrocento mila morti. Specie se nelle file repubblicane ricomincia a serpeggiare un certo machismo vecchio stile, con Romney Jr. (figlio maggiore di Mitt) che dichiara in radio di aver desiderato di “prendere a pugni” il Presidente al termine dell’ultimo dibattito televisivo. Specie se il programma elettorale repubblicano prevede un aumento delle risorse destinate alle forze armate, incentivi per l’industria pesante e ulteriori facilitazioni per il possesso personale di armi.

Si è ripetutamente accusato il Presidente Obama per tutte le cose che non sono state fatte. Tuttavia alcune di quelle che alcuni possono considerare mancanze stanno alla base dell’attuale equilibrio mondiale. Mi riferisco in particolare all’aver ripetutamente e fermamente resistito alle richieste israeliane di intraprendere un conflitto in Iran, conflitto che verrebbe a coinvolgere potenze guidate da ambo i lati da governi sempre più inclini all’estremismo politico, e soprattutto, ciò che è più allarmante, in possesso di arsenali nucleari. Dopo essere riuscito con fatica a rimediare ai danni incalcolabili dell’amministrazione Bush, ponendo fine lo scorso inverno alla sciagurata campagna militare in Iraq e avviando un piano di rientro dall’Afghanistan entro il prossimo anno, il Presidente Obama si trova di nuovo a frapporsi ad un candidato dal grilletto facile. La partita è cominciata. Ma stavolta la sensazione è che in ballo ci sia ancora di più di quanto non ci fosse 4 anni fa. Perché con Israele che dichiara di poter iniziare a bombardare il regime di Ahmadinejad “nel giro di settimane”, e con Russia e Arabia Saudita che manifestano una più o meno velata solidarietà verso il dittatore musulmano, il rischio di un conflitto nucleare di portata mondiale è un’eventualità concreta. Ed è anche per questo che quest’anno più che mai le elezioni presidenziali americane non riguardano i soli cittadini statunitensi, ma tutti quanti. Perché a quanto pare ancora non abbiamo trovato un pianeta abitabile su cui scappare.

Marcello Ienca – AltriPoli da NY