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Michael Kors annuncia l’acquisizione di Versace per 2 miliardi di dollari

E’ ufficiale, Versace è stata acquistata dal gruppo americano Michael Kors per circa due miliardi di dollari rappresentando uno degli ultimi marchi europei entrati a far parte della gestione di un conglomerato globale di moda.

Il brand, fondato nel 1978 dall’indimenticato Gianni Versace, è sempre stato noto per il suo essere irriverente, esagerato: a lui, inoltre, va riconosciuto il merito di aver portato in passerella tutte le top model del momento, a sfilare con indosso i suoi abiti di alta moda.

Nominò vice presidente del marchio la sorella Donatella, mentre il fratello maggiore Santo, si occupava dell’aspetto finanziario. Grazie alla crescita dell’azienda, Gianni Versace ha contribuito a rendere la moda più mainstream, facendo indossare a celebrità come Prince, Elton John e Madonna i disegni del marchio; inoltre, Versace fu uno dei primi marchi ad invitare le celebrità alle sue sfilate.

In seguito alla tragica scomparsa dello stilista, ucciso nel 1997 davanti alla sua villa di Miami Beach dal serial killer Andrew Cunanan, Donatella Versace ha assunto il ruolo di stilista e direttore creativo dell’azienda, mentre Santo Versace fu nominato CEO.

Il controllo dell’azienda è rimasto in mano alla famiglia per circa 20 anni dopo la morte di Gianni Versace, fino al 2014, anno in cui la società di private equità Blackstone acquistò il 20% delle azioni del marchio. Nel 2016 infine, vi è stato un cambio al vertice, con la nomina di Jonathan Akeroyd come nuovo CEO dell’azienda.

Michael Kors, che di recente ha acquisito anche il marchio londinese Jimmy Choo, ha annunciato che fonderài tre marchi in un’unica società, che prenderà il nome di Capri Holdings Limited. Donatella Versace rimarrà il direttore creativo della maison nonché azionista del nuovo gruppo, insieme al fratello Santo e alla figlia Allegra, con una quota pari al valore di 150 milioni di euro.

“Questo è un momento molto eccitante per Versace”, ha detto Donatella Versace in una recente intervista, aggiungendo che la vendita è stato un passaggio obbligato per poter permettere al brand di aggiungere il suo potenziale massimo. Il direttore creativo, ci informa inoltre che la decisione di diventare azionisti del nuovo gruppo Capri Holdings Limited, mostra la convinzione nel successo a lungo termine di Versace insieme a grandi aspettative per questo nuovo gruppo globale del lusso.

Anche John Idol, presidente e amministratore delegato del gruppo Michael Kors, è altrettanto entusiasta di poter aggiungere la maison Versace alla famiglia di marchi di lusso che detiene il brand, assicurando agli azionisti una crescita degli utili.

Tra i progetti per Versace, ora parte del gruppo USA, c’è quello di aumentare la produzione di scarpe e accessori, e rafforzare la presenza online.

Gianvera Bertè

Intervista a Alessio Pozzi, chi è il top model del momento

È stato scoperto per caso da un talent scout in un centro commerciale, ora è uno dei modelli italiani più richiesti. Alessio Pozzi ha solo 22 anni ma ha già sfilato per i più grandi stilisti: da Armani a Dolce&Gabbana, da Versace a Calvin Klein.

È nato a Capriolo, nel Bresciano, lo incontriamo a Milano in occasione della fashion week dedicata alla moda maschile: “Avevo 18 anni, ero in un centro commerciale vicino al mio paese e stavo girando per negozi. C’era un fotografo che stava realizzando un servizio e continuava a guardarmi. Mi ha chiesto se ero interessato ad andare a Milano per fare qualche foto da mandare alle agenzie e vedere come andava. Mi ha scelto la Elite e sono con loro da cinque anni”. Durante la fashion week (IL CALENDARIO) le sue giornate sono scandite da sfilate e provini: “Fino all’ultimo momento non sai se sarai scelto. L’agenzia ti organizza gli incontri. Ogni stilista vuole un certo tipo di modelli, e tu puoi corrispondere o no”.

Fare il modello è una vera e propria professione, che si perfeziona nel tempo: “Devi imparare a conoscere il tuo corpo, prendere confidenza con le telecamere e gli obiettivi dei fotografi”, racconta il modello.  Alessio è alto un metro e 92 per 83 chili, ha addominali scolpiti, spalle possenti e gambe muscolose ma anche per quanto riguarda la cura del fisico, al di là della predisposizione genetica, c’è tanto lavoro. “Mi alleno tutti i giorni ma fa parte del mio lavoro. Per fortuna sono un tipo sportivo”. La sua passione è il calcetto e, ogni volta che può, ama tornare nel Bergamasco a fare una partita con gli amici di sempre.

Come ogni ragazzo della sua età, Alessio è attivissimo sui social. Ha migliaia di fan che lo seguono: solo su Instagram ne ha oltre 125mila. “Ho capito che i social sono anche uno strumento importante per il lavoro perché spesso gli stilisti guardano i nostri profili per vedere come siamo in foto più spontanee rispetto a quelle dei book”.

A dicembre 2017 Forbes ha annunciato, come di consueto alla fine dell’anno, la classifica delle 10 modelle più pagate al mondo. Al primo posto c’è un’altra regina delle passerelle giovanissima e attivissima sui social: Kendall Jenner. A 22 anni, è salita sul primo gradino del podio con ben 22 milioni di dollari incassati nel 2017. Per gli uomini la situazione è diversa: “I modelli guadagnano molto meno – spiega Alessio – forse è giusto così, prendi la scarpiera di un uomo e quella di una donna. Un uomo ha tre paia di scarpe, le ragazze mille. Spendono di più”.

Per chi vuole intraprendere la carriera del modello, il consiglio è quello di scegliere con molta attenzione a chi affidarsi: “Non fatevi ingannare dalle false agenzie: chi vi chiede anche solo un euro per iniziare vi sta truffando. Poi prendetela alla leggera, continuate a studiare e, se mai diventerà un lavoro a tempo pieno, io posso solo dire che è bellissimo”.

Another Look di Daniele Tamagni. La rivendicazione si fa Moda

Another Look racconta l’Africa, le Fashion Tribes ma soprattutto la rivendicazione politica e sociale

Gentlemen of Bacongo, Afrometals, gli hipsters di Johannesburg. Queste sono alcune delle Fashion Tribes raccontate dall’occhio, anzi dall’obiettivo di Daniele Tamagni in Another Look.

Another Look è la prima mostra dedicata ai lavori che il fotografo milanese, classe 1975, ha realizzato in diversi paesi africani. I soggetti dei suoi scatti sono appunto le Fashion Tribes africane ma dobbiamo fare attenzione alla parola “fashion”. La moda è chiaramente centrale ma non è tutto. Tamagni non ci parla solo di moda in quanto tale, fa di più, la racconta come strumento di rivendicazione politica e sociale, di affermazione individuale. Abiti, outfit, divise, per andare oltre ciò che si vede. Una realtà quotidiana con la quale il fotografo e artista è riuscito ad entrare in confidenza, osservandola da un punto di vista diverso e realizzando, in una sfida continua agli stereotipi e ai luoghi comuni, ritratti intimi. Sensibilità, passione, curiosità e forza gli hanno permesso di instaurare rapporti di fiducia con i soggetti che rappresenta, di andare alle radici ed essere ammesso come all’interno di un cerchio magico, dove l’“estraneo” è raramente ammesso.

Un lungo lavoro di reportage il suo, condotto in diversi paesi africani, in cui è riuscito a cogliere l’immediatezza espressiva delle diverse comunità di cui ci parla. Ci sono Dandy congolesi di Brazzaville, persone semplici, con lavori normali, vestono come tutti gli altri, salvo che nelle occasioni speciali, dove si trasformano, sfoggiando completi particolarissimi, provocando stupore e ammirazione degne di una star di Hollywood; i metallari cowboys di Gaborone, anche detti Afrometals, la loro tradizione riecheggia di anni Settanta e in particolare di un gruppo rock, i Nosey road, la loro lotta è politica, sociale, all’Aids. Ci sono poi i giovani ballerini di Johannesburg, i creativi di Nairobi e Dakar, le modelle senegalesi e le lottatrici boliviane, giovani donne che lottano sul ring indossando gonne ampie e dai colori esplosivi.

Non sono altro che collettivi, i quali attraverso la moda e l’arte chiedono, rivendicano la loro libertà di espressione, lottano contro le disuguaglianze sociali, dando così vita a una vera e propria controcultura popolare. I colori sono sgargianti e la creatività il punto di forza. L’identità di ogni tribù della moda prende ispirazione dalla cultura coloniale e occidentale, in un mix di globalizzazione e tradizione, la attraversa, la sfida, la scardina per reinterpretarla con estro e inesauribile inventiva.

 

L’artista

 Daniele Tamagni nasce a Milano nel 1975, studia storia dell’arte e si laurea in conservazione dei beni culturali. Dopo la specializzazione si dedica alla fotografia, che lo ha sempre appassionato, diplomandosi a Londra all’università di Westminster. Fa della sua capacità di fondere arte e fotografia il suo mestiere.

Nel 2007 documenta la vita nei quartieri ghetto di Londra abitati da migranti caraibici e africani. Dopo un po’ però il richiamo dell’Africa si fa sempre più forte e decide di dedicarsi a un reportage sul campo. In Congo dunque realizza un documentario sui Sapeurs, dandy contemporanei dall’eleganza ricercata.

Nel 2010 il reportage su Las Cholitas, le donne combattenti boliviane che calcano il ring in ampie e coloratissime gonne. Per questo progetto vince il secondo premio nella sezione Arts and Entertainment Stories al concorso che il World Press Photo tiene ogni anno. Sempre nel 2010 riceve anche l’Infinity Award, premio importantissimo, conferitogli dall’International Center of Photography di New York nella sezione applied/fashion photography.

La mostra, a cura di una giovane e intraprendente Giovanna Fazzuoli, è visitabile fino al 16 settembre presso la Galleria del Cembalo (Palazzo Borghese) a Roma.

Perché si parla di Rihanna ingrassata

Per gli haters sei sempre “troppo”. Troppo magra, troppo grassa, troppo femminile, troppo mascolina, troppo timida, troppo sfacciata. Nascosti da nickname e mimetizzati tra decine di altri commenti possono fare quello che nella vita vera non fanno a viso aperto per codardia o per pudore: essere invidiosi. I social network annullano le distanze, creano una parvenza di familiarità per cui capita di sapere di più di qualcuno che non conosci ma segui su Twitter o Instagram che del tuo migliore amico. Da una parte ti trovi davanti a uno sconosciuto e ti verrebbe da chiamarlo per nome perché sai cosa fa, cosa mangia, dove va in vacanza, se è single o con chi si è appena fidanzato. Dall’altra abbiamo amici su Facebook a cui mettiamo like ma che non salutiamo per strada. Per la maggior parte delle persone l’effetto perverso dell’era della condivisione si ferma a quello sguardo tra il dubbioso e l’imbarazzato, ma per le celebrity si va molto oltre.

Quando i seguaci sono milioni, per ogni fan adorante c’è un “hater” che dice quello che vuole sapendo che non ci saranno, per lui, conseguenze. L’ultimo caso in ordine di tempo è quello di Rihanna.

La cantante attualmente è quinta tra i personaggi famosi con più followers, che nel suo caso sono ben 198.789.000, frutto della somma dei fan su Facebook , Twitter e Istagram.

Omg 😍😍🔥🔥🔥 #Thickanna ( Robyn in Mexico 🇲🇽)

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Negli ultimi giorni è stata sommersa da una pioggia di commenti, per lo più maschilisti e volgari, diventando l’ennesima vittima del bodyshaming. La colpa? Essere ingrassata. È apparsa con qualche chilo in più su cosce, fianchi e pancia. Nulla per cui valga la pena scatenare tanta rabbia, eppure sufficiente ad animare un vero e proprio dibattito social.

A puntare il dito contro la cantante di Barbados, 29 anni, è stato Chris Spags, giornalista di ‘Barstool Sports’, che ha pubblicato un articolo sulla popstar intitolato “Rihanna farà diventare il grasso l’ultima tendenza?” nel quale sottolineava come nelle scorse settimane le curve della cantante fossero esageratamente lievitate. Riri, si leggeva nell’articolo, ora rimosso dal sito, “si è goduta un po’ troppo a lungo il servizio in camera”. Il giornalista si poi è detto “preoccupato” per le fan della cantante. Essendo Rihanna una grande influencer, secondo Spags altre ragazze potrebbero seguire il suo esempio, guadagnando chili in eccesso per assomigliare alla loro beniamina.

“Presto – scrive il giornalista – le ragazze più sexy assomiglieranno agli umani di ‘Wall-E'”, e ancora: “Ora che Rihanna se ne va in giro come se avesse indosso una tenuta da sumo, prepariamoci a un mondo di donne a forma di Hindenburg fasciate nei costumi da bagno interi”.

In poche ore l’articolo ha raccolto centinaia di commenti. Gli mater hanno dato sfogo a commenti maschilisti e sessisti ma sono scese in campo anche le fan di Rihanna, che hanno l’hanno difesa con l’hashtag #Thickanna, gioco di parole tra ‘thick’ (grosso, pieno) e ‘Rihanna’. “Sei sempre sexy”, hanno scritto in molte su Twitter, prendendo le difese della popstar ed esprimendo solidarietà nei suoi confronti. “Rihanna è ingrassata” – cinguetta qualcun altro – ma solo io penso che sia come sempre favolosa?” e ancora “Rihanna una di noi”. “Dopo essere ingrassata, avevo perso fiducia in me stessa. Adesso grazie a te, mi rivedo sexy”.

 

Un post condiviso da SHB (@shopshb_) in data:

“Non sono né un fan di Rihanna né una donna – commenta un ragazzo – ma credo che l’articolo sia ripugnante. E poi sembra scritto da un ragazzino di 5 anni”. ‘Barstool Sports’ ha rimosso il contenuto, e il direttore del blog Dave Portnoy l’ha definito “poco divertente”, pur sostenendo che in fondo, il pezzo di Spags non era poi “così cattivo”. Insomma “haters” e “lovers” fa tutto parte del gioco. Fino a un certo punto.

I love your curves What does the rest matter! #thickanna #rihannafans #rihanna @badgalriri

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Tutti i look del Met Gala 2017

Eccessivo come Rihanna o nudo come Bella Hadid, tutti i look del Met Gala 2017, gli Oscar della Moda

Hippie, Hawaii, Country, Bulli e Pupe, White party. La gamma di possibilità delle nostre feste in maschera si ferma più o meno qui. Temi standard che prevedono un look standard al punto tale che l’80% di noi possiede, nell’ordine: pantaloni a zampa, fascetta in testa e occhiali tondi, collane di fiori, camicia a quadri pantaloncini e camperos, sigaro e cappello da gangster (lui) calze a rete e boa (lei), mini abito bianco (lei) e pantaloni da gelataio (lui).

Raramente capita qualche evento più esotico. “Cartoni animati”, “Cinema”, “Sport” temi che seppur non richiedendo grande fantasia possono almeno generare una conversazione sul: “Che ti metti?”.

L’unica costante di ogni festa in maschera sono le categorie umane che vi prendono parte: Chi non si traveste per principio, chi la usa solo come scusa per mettere un abito sexy, quelli del minimo indispensabile e quelli che fanno la fine di Bridget Jones quando si presenta vestita da coniglietta alla festa “Preti e lucciole”. Succede così anche al Met Gala 2017.

Il Met Ball Gala è la festa in maschera per eccellenza. La serata di beneficenza che si tiene ogni anno al Metropolitan Museum di New York è l’evento più atteso in fatto di Moda dalle celebrità di ogni settore: cinema, musica, arte, fashion. Il costo per partecipare quest’anno era di 30 mila dollari a testa. Per Paul Wilmot è  “il bancomat del Met”, Cathy Horyn sul New York Times lo definì “gli Oscar della East Coast”. Ufficialmente è uno stravagante party di beneficenza voluto dal Metropolitan Museum che si tiene ogni anno dal 1948 per finanziare le attività dell’Art Costume Institute. Ogni edizione ha un tema diverso che celebra un pezzo di storia della moda. La presidentessa e organizzatrice dal 1995 è la direttrice di Vogue Anne Wintour. Capite che non è possibile cavarsela con una semplice coroncina di fiori.

Nel 2016 il tema del Met Gala fu su “Manus x Machina”: Fashion in an Age of Technology“, col trionfo mediatico del long dress in latex di Beyoncé firmato Givenchy Haute Couture by Riccardo Tisci e tempestato di applicazioni. L’anno prima nel 2015 fu la volta di “China Through the Looking Glass” con l’abito da record di Rihanna realizzato dalla couturier cinese Guo Pei in giallo canarino e soprannominato “La Frittata”. Nel 2014 “Charles James: Beyond Fashion”, col look d’altri tempi di Sarah Jessica Parker in Oscar de la Renta. Estrema Madonna nel 2013 in Givenchy Haute Couture in occasione della mostra sul “Punk: Chaos to Couture”.

Gli invitati al Met Gala 2017 dovevano ispirarsi a Rei Kavakubo, fondatrice del brand Comme Des Garçons. La Moda della Kawakubo fu rivoluzionaria e di fatto impose il design rigoroso giapponese a tutto il fashion sysyem. Il tema ufficiale era quindi “Avanguardia”. Le interpretazioni sono state le più varie, ma sempre riconducibili alle categorie a noi note.

  1. Sexy prima di tutto – A suon dì nudità e trasparenze Bella Hadid in Alexander Wang, Kendall Jenner in La Perla e Kylie Jenner in Versace si sono aggiudicate lo scettro di reginette più svestite del Met Gala 2017. L’abito di Kendall consisteva in un unico pezzo di nylon cosparso di 85mila cristalli con un profondissimo scollo dietro e una fessura che andava dalle spalle alle anche. La tuta see-through di Bella, invece, copriva anche le décolleté rendendo il tutto ancora più sexy. Alla fine la più coperta risultava Kylie con delle culotte color carne che si intravedevano sotto il vestito.
  2. Bridget Jones – Non passa inosservata anche quest’anno Rihanna, dopo l’abito frittata del 2015 sfila in Comme des Garçons con un abito patchwork 3d, pezzi di tessuto in un gioco di sovrapposizioni con sandalo rosso alla schiva legato su tutta la gamba. L’effetto è quello di un enorme mazzo di fiori. Katy Perry arriva in abito rosso di stile orientale: velo scarlatto da sposa tenuto fermo da una corona futuristica. Su Instagram circola una foto dell’espressione stupefatta di Sarah Paulson quando ha visto il suo look militare di Madonna. Se non ci fossero queste prime due categorie non ci sarebbe nulla di cui parlare.
  3. Basta un tocco – La modella e attrice Cara Delevingne s’è presentata con i capelli rasati e la cute colorata di argento in un completo Chanel dello stesso colore e cintura in vita, un look da Cyborg Lady. Blake Lively era con il marito Ryan Reynolds bellissima in un abito a sirena oro con coda in piume blu Atelier Versace. Lily Rose Depp in Chanel rosa shocking. Perfetta anche Zendaya in abito stampa tucano e un look capelli afro.
  4. Travestimento anche no – J-Lo in azzurro, Reese Witerspoon ha optato per un look semplice in blu. Monica Bellucci era vestita da Monica Bellucci (abito nero lungo, sexy ma non troppo, qualche trasparenza), ma se arrivi a braccetto con Valentino nessuno oserà mai dire che non sei vestito a tema.

La location è come da tradizione il Metropolitan Museum of Art di New York. Il divieto voluto dalla direttrice di Vogue, Anna Wintour, è sempre quello di non condividere foto durante la cena, così a modelle e attrici non è rimasto che fare come le comuni mortali: Selfie in bagno davanti allo specchio.

 

Met Gala 2017, tutti i look

“Cignoni” e “Scarabattole”, ABC della moda fascista

Lo chignon era il “cignone”, la pelliccia il capo indispensabile, i grandi magazzini un luogo magico. La storia della moda è la nostra storia. È uscito di recente “Eleganza fascista”, della storica della moda Sofia Gnoli. Un libro che mette in evidenza il ruolo giocato dalla moda fascista per l’affermazione di una moda italiana indipendente da quella francese.

Le misure – Il Regime non amava l’efebica garçonne che ribattezzò “donna crisi” e, al suo posto, cercò di imporre in ogni modo il florido modello di “sposa e madre esemplare”. Il fisico della donna ideale, secondo lo scienziato Nicola Pende doveva corrispondere a questi requisiti: 1,56/1,60 di altezza, 55/60 chili. Tanto veniva esaltata una femminilità prosperosa, quanto veniva sconsigliata qualsiasi unione con la donna alta e sottile. “La sua caratteristica”, sentenziavano gli ‘esperti’, “è la disposizione alle malattie e inoltre la sua eccitabilità sessuale è minore”.

La pelliccia – La pelliccia veniva proposta di tutti i tipi e in tutte le stagioni, purché rigorosamente nazionale. “Vedremo sui soprabiti di primavera una tale abbondanza volpina” si legge nel 1934 sulle pagine dell’Illustrazione Italiana “da far pensare che ormai ad una dama elegante occorrono non una, non due, ma tre o quattro volpi argentate per combinare le sontuosissime pellegrine e le abbondanti guarnizioni richieste dagli ultimi modelli”.

Vestiti lunghi – Negli abiti da sera, quasi sempre provvisti di strascico, l’ispirazione era prevalentemente classicheggiante con drappeggi e plissé che richiamavano l’antica Roma. In un articolo comparso su Vita femminile (giugno 1930) si parla di: “una prossima evoluzione verso la moda del primo impero che permetterà alla donna di vivere col corpo libero e quasi nudo sotto una veste soffice e leggera”.

I grandi magazzini – Nonostante fossero divenuti, al fianco delle consuete “sartine”, la meta preferita della donna media bisognerà aspettare la fine della guerra per la loro definitiva affermazione. Nei grandi magazzini, scriveva Irene Brin: “almeno in apparenza, si trovava tutto il necessario per vivere (ed anche per morire, i maggiori fornivano bare, corone e ogni altro accessorio funebre)”.

Lo sport – L’incertezza del fascismo tra un modello di donna confinata fra le pareti domestiche e l’idea di un’educazione sociale e ideologica proiettata all’esterno, si accentuò con la questione dello sport. I vertici del partito cercarono di mediare tra il modello di donna sportiva e quello di angelo del focolare, arrivando a stabilire quanto segue nel corso di una riunione tenuta il 16 ottobre 1930: “Il Gran Consiglio del fascismo dà mandato al presidente del Comitato Olimpico Nazionale Italiano (CONI) di rivedere l’attività sportiva femminile e di fissarne il campo e i limiti di attività, fermo restando che deve essere evitato quanto possa distogliere la donna dalla sua missione naturale e fondamentale: la maternità”.

Dizionario della moda – Nel 1936 uscì il Commentario Dizionario Italiano della Moda dove il linguaggio di moda veniva epurato da tutte le parole straniere ancora in uso. Il tailleur era diventato: “completo a giacca”, il golf: “panciotto a maglia”, lo chignon: “cignone”, il pied-de-poule: “millezampe” e ancora i pois: “pallini”, le paillettes: “pagliuzze”, la silhouette: “figurina”, i volants “volanti”, la trousse “scarabattola”.

Il lanital – I tessuti cosiddetti “autarchici” (rayon, lanital,cisalfa,lastex, ginestra, gelso, orbace ecc.) rappresentavano un aspetto peculiare della politica economica fascista. “Il nostro è il tempo dei surrogati” si legge nel 1939 nella Rassegna dell’Ente Nazionale della Moda. “La meravigliosa genialità del popolo italiano ha saputo supplire colla sua inventiva alla mancanza dei doni che la natura non ha voluto concedere al nostro Paese. Per rimediare alla carenza di lana nel 1935 la SNIA Viscosa acquistò il brevetto del lanital, una fibra artificiale ricavata dalla caseina. Il suo inventore, l’ingegnere Antonio Ferretti così ne descrive la realizzazione all’Illustrazione Italiana: “Si parte dal latte magro, residuo della fabbricazione del burro estraendo da questo la caseina tessile che rappresenta appunto la materia prima per la fabbricazione della fibra. Da un chilo di caseina si ottiene un chilo di lana”.

A partire dal 1941 le signore furono costrette a rivedere il loro guardaroba. “Le guarnizioni sono la grande risorsa dei sarti”, scriveva Luciana Peverelli su Vita femminile (dicembre 1941).“mettere insieme due abiti per farne uno nuovo è una vecchia trovata femminile. Per mutare la faccia a un abito vecchio il ricamo è un grandissimo soccorso.

I pantaloni – Chiesa e regime promossero nel 1941 una campagna per l’abolizione dei pantaloni da donna. “Si tratta di una foggia d’importazione che tende a privare la donna della delicatezza e della grazia” si legge in un comunicato. Questa battaglia era iniziata già qualche tempo prima, quando sulla Gazzetta del Popolo (1939) Lucio Ridenti scriveva: “Non si portano più i calzoni, né al mare, né in campagna. La prima ad avere torto fu Marlene Dietrich, alla quale dobbiamo questa epidemia”.

Look da primavera, cosa eliminare dall’armadio

“Tagliamo?”. Quando un’infermiera alla Misery non deve morire si è avvicinata con un rasoio a una lama che avrebbe scorticato un albero ho capito il significato del famoso: “E tu sei pronta!?”. “Con la ceretta sono a posto grazie”. Anche nell’operarsi il giorno prima di Pasqua si può trovare qualche lato positivo. Gambe ok, mani in ordine, capelli puliti: mi preparavo come tutte al primo banco di prova della forma fisica di una donna: le vacanze di Pasqua.

È il momento di verificare l’onesta di quelle che postano selfie in palestra ogni mattina, l’efficacia delle creme rassodanti, delle diete depurative delle due settimane che poi sono diventate dei 7 giorni e dei rimedi last minute.

Nessuno si lamenta mai troppo del tradizionale cattivo tempo perché permette almeno di evitare la prova costume. Io un costume l’avevo pure comprato, nero ovviamente perché, a parte le stacanoviste della lampada, nessuno può permettersi altro colore ad aprile.

Ci avviamo a grandi passi verso l’estate e anche se nel momento stesso in cui fai il cambio di stagione le temperature calano di 10 gradi, ci sono alcune cose che non si possono proprio più indossare in un look da primavera:

  • Banditi calze, calzini e collant – Da aprile in poi puoi evitare la spiaggia ma non il pranzo al mare e non c’è nulla di più antiestetico di quelle che vanno sul bagnasciuga con i collant neri. La stagione delle calze è finita ma per i vestitini è troppo presto. Per scoprire le gambe occorre temporeggiare qualche settimana e prendere quel po’ di sole che basta per non sembrare un vampiro che si espone alla luce. Largo ai pantaloni: a sigaretta, a palazzo, boyfriend, a vita alta. Si portano con mocassini, ballerine, stringate di giorno e con i sandali alti la sera. Questo è il periodo delle cosiddette “scarpe da passeggio”: Superga e Adidas. Bandito anche l’orrendo calzino nero che spunta tra il pantalone stretto e la scarpa. E i fantasmini? Nomen omen. Fate come volete, l’importante è che non si vedano. Mai.
    Olivia Palermo
  • Nero con moderazione – Sembra la scelta ovvia: è classico, maschera i chili di troppo e non incide sul colorito di questo periodo ma, pallide e di nero vestite sotto il sole, il rischio è quello di sembrare Morticia Addams in vacanza. Sostinuite il nero con il blu, il verde militare o il beige. Iniziate a familiarizzare anche con i colori pastello: rosa e celeste.
Miranda Kerr
  • Addio cappotto – A meno che il vostro nome non sia Jon Snow allontanatevi da tutto ciò che ha una pelliccia. Che si tratti di cappotti, giacche o bordi dei cappucci riponeteli in naftalina. Il trench è il classico  di primavera, l’impermeabile per le giornate di pioggia. Il nuovo cappotto è lo spolverino. Lungo o corto, preferibilmente in seta, liscio o ricamato, a tinta unita o damascato. Non accenna a perdere consensi neppure il bomber, grande must-have del guardaroba già da diverse stagioni: da scegliere nella versione più lussuosa in jacquard a fantasia o nella variante oversize in satin a tinta unita. Un blazer dal taglio sartoriale è un passe-partout su tutti i look, da quelli più casual a quelli più eleganti.

La valigia per le vacanze di Pasqua l’ho saltata, e anche il colorito grigiastro mi sarà perdonato per la malattia ma questo è l’anno dei ponti e dei weekend lunghi, il primo maggio è alle porte. Non si accettano verdognoli coi calzini.

Tutti i look dei David di Donatello 2017

Per fortuna che c’era la compagna di asilo di Valeria Bruni Tedeschi. La bambina che divise con lei un pezzo di pizza il primo giorno di scuola, è stata la prima delle decine di persone che l’attrice ha ringraziato ricevendo il premio come migliore protagonista per La Pazza Gioia. Fogli alla mano, in un alternarsi di lacrime e risate ha ricordato dalla sua psicanalista, a Leopardi, dagli uomini che l’hanno amata a quelli che l’hanno tradita, dalla madre a Natalia Ginzburg.

IL POST DI CARLA BRUNI – Così delirante e esilarante che persino Carla Bruni ha sentito rinascere lo spirito della sorellanza e le ha fatto i complimenti su Instagram. Si può dire che se non fosse stato per quel fiume di parole che ha largamente sforato i 45 secondi previsti, intorno ai David di Donatello 2017 ci sarebbe stato ben poco da chiacchierare.

Carla Bruni su Instagram: “Il folle e meraviglioso discorso di mia sorella che ha ricevuto il premio del cinema italiano come miglior attrice”

LA PAZZA GIOIA VS INDIVISIBILI – Tanto cinema italiano certo. Molti bei film in competizione anche se la corsa è presto diventata un testa a testa tra Indivisibili di Edoardo De Angelis e la Pazza Gioia di Paolo Virzì. Avevano 17 candidature a testa, tallonate a distanza di una nomination da Veloce come il vento di Matteo Rovere. Indivisibili ne ha portate a casa 6, La Pazza Gioia 5 ma tra questi i premi più ambiti: miglior film e miglior regia. David a parte, nessun vestito azzardato, nessuno scivolone sul red carpet (l’unica a inciampare nel vestito quando si è alzata per ritirare il premio è stata sempre Valeria Bruni Tedeschi), nessun selfie di gruppo o polemica social alla Magalli – Volpe.

IL DISCORSO DI BENIGNI – Persino Roberto Benigni ha stupito per il suo non essere sopra le righe. Così sinceramente commosso per il David alla carriera da non riuscire a essere pungente, ha dedicato il premio alla moglie.

“Nemmeno il Papa a San Siro ha avuto questa accoglienza, vi benedico, Dio vi benedica, il cinema italiano è il più grande del mondo, abbiamo reso grande l’arte più fragile e giovane, sentitevi sommersi dalla piena della mia gratitudine – ha detto sul palco di fronte alla standing ovation dei colleghi – La vita è larga, bella, dolorosa e sacra, è il cinema che me l’ha fatto scoprire. Dedico il premio a Nicoletta Braschi, ho fatto tutto per lei e con lei, questo premio è suo, l’appartiene. Vorrei che, in cuor suo, lei lo dedicasse a me”.

IL PANCIONE DI BIANCA VITALI – Qualcosa di cui parlare l’ha dato Stefano Accorsi, vincitore con Veloce come il vento, del David come miglior attore protagonista. L’attore era inseparabile dalla giovanissima e molto incinta moglie Bianca Vitali: “Se nasce ora sappiamo già come chiamarlo – ha detto Accorsi – David oppure Donatello”.

Di lei si è sempre detto poco e la si è vista ancora meno. Eppure è dal novembre 2015 la moglie di uno degli attori italiani più affascinanti. Sarà per i suoi 25 anni, sarà perché prima a fianco di Accorsi c’era la più nota e molto amata Laetitia Casta.

Un metro e 76 centimetri di altezza, occhi azzurri, capelli ramati, Bianca Vitali è figlia di Aldo Vitali, giornalista e direttore di Sorrisi & Canzoni, (ex) modella dell’agenzia Why Not Model, è stata testimonial di una campagna intimo Tezenis, e ha recitato (galeotto fu il set) nella serie tv 1992 al fianco proprio di Stefano Accorsi. Ora è incinta all’ottavo mese e il suo pancione fasciato in un abito giallo di seta a fiori di Fausto Puglisi è stato fotografatissimo ai David 2017.

Stefano Accorsi e Bianca Vitali

 

LO STRANO CASO DI ANTONIA TRUPPO – Quando è passata sul red carpet Antonia Truppo invece ancora qualcuno si chiedeva chi fosse. Nonostante l’attrice abbia ricevuto due David di Donatello, uno di seguito all’altro, per Lo chiamavano Jeeg Robot nel 2016 e per Indivisibili nel 2017, per alcuni è ancora una sconosciuta. Lei stessa si è detta incredula quando ha ritirato il premio come miglior attrice non protagonista. Interpreta la madre di Angela e Marianna Fontana, le gemelle siamesi protagoniste del film di Edoardo De Angelis che nonostante siano attrici giovanissime hanno già superato in popolarità la più esperta madre. Antonia Truppo ha infatti una solida carriera iniziata con il teatro. Classe 1977, originaria di Napoli, per le sue interpretazioni a teatro ha vinto anche diversi premi tra cui il Maschera d’oro. Al cinema ha esordito nel 2001 e prima di Mainetti e De Angelis ha lavorato con registi come Francesca Comencini e Ivan Cotroneo. In tv ha vestito i panni dell’agente Paola Criscuola nella serie La squadra. Ci ricorderemo l’anno prossimo di lei? Chissà. Antonia intanto il secondo David l’ha portato a casa.

I LOOK DEI DAVID 2017 – Anche in fatto di look poche sorprese. Tanto nero rigoroso e austero. Qualche scollo sulla giacca, per Kasia Smutniak, o sulla schiena, per Eva Riccobono, entrambe in Armani. Hanno osato con la stampa floreale le più giovani: Matilda de Angelis in rosa, colore che notoriamente stride sul red carpet, e Bianca Vitali in giallo firmato da Fausto Puglisi. Stella Egitto tenta con un look bohémienne ma fallisce. Il bianco Prada di Micaela Ramazzotti con profondo scollo sulla schiena invece premia.

Ecco tutti i Look dei David di Donatello 2017:

Il meglio della nuova H&M Conscious Exclusive Collection

Il pezzo forte è l’abito plissettato rosa cipria indossato da Natalia Vodianova, testimonial della campagna pubblicitaria. Arriva nei negozi e online dal 20 aprile la nuova H&M Conscious Exclusive Collection e si prevedono già le solite file epocali. Lunghe code davanti all’ingresso degli store dal giorno prima, numerini per la prenotazione: si entra a gruppi, 20 minuti di tempo per fare la spesa stile cucina di Masterchef ossia per accaparrarsi tutto il possibile nel minor tempo possibile della collezione in edizione limitata di turno. Non importa la taglia, ogni cosa afferrata potrebbe essere merce di scambio con le altre persone in fila alla cassa o ai camerini.

H&M ci ha abituato alle collaborazioni con i grandi stilisti, da Balmain a Versace, questa nuova collezione però guarda anche all’ambiente. Per il marchio svedese in realtà non è una novità: oggi realizza il 26% dei suoi capi in materiali sostenibili e entro il 2020 punta ad avere il 100% del cotone proveniente da fonti bio.

I pezzi della H&M Conscious Exclusive Collection sono realizzati in materiali sostenibili tra cui il BIONIC®, un poliestere ottenuto dal riciclo di rifiuti plastici marini. Tra gli obiettivi quello di creare non solo modelli da tutti i giorni ma anche abiti eleganti a prezzi accessibili.

Sulle giacche stampe di peonie e mimose serigrafate e reinterpretate e una sognatrice disegnata a mano su una giacca trapuntata. Per la sera un miniabito in poliestere riciclato con paillettes, uno smoking rivisitato in seta bio e TENCEL® (fibra di cellulosa estratta dalla polpa dell’albero di eucalipto). Tra gli accessori, una borsa a rete realizzata con rifiuti marini riciclati e orecchini di vetro e plastica reused.

Ci sarà anche la moda uomo (che saranno acquistabili solo online) e, per la prima volta, una selezione di capi per bambini. Dal 20 aprile, la collezione bella e buona sarà disponibile in 160 negozi H&M nel mondo e online.

H&M Conscious Exclusive Collection

Da Angelina Jolie a Amal. Donne all’ONU

L’ultima a salire in cattedra all’ONU è stata Angelina Jolie ma sono tante le attrici e celebrità che usano la loro popolarità per buone cause

Per Angelina Jolie tutto è iniziato con Lara Croft. Da Tomb Rider non partì solo il successo ma anche l’impegno umanitario. Durante le riprese del film in Cambogia nel 2000 vide con i propri occhi le condizioni di miseria e povertà del paese. Si rivolse all’UNHCR per maggiori informazioni sui focolai di crisi internazionale. Nei mesi successivi ha deciso di visitare personalmente diversi campi profughi sparsi per il mondo, per imparare di più sulla situazione e le condizioni in certe zone. Nel febbraio del 2001 intraprese una missione di 18 giorni tra Sierra Leone e Tanzania, nei mesi successivi tornò in Cambogia per due settimane e in seguito incontrò i rifugiati afgani in Pakistan, donando loro 1 milione di dollari, in risposta all’emergenza internazionale lanciata dall’UNHCR.

Impressionati dal suo interesse e dalla sua devozione per la causa, il 27 agosto 2001 a Ginevra, l’UNHCR la nominò Ambasciatrice di Buona Volontà. Pochi giorni fa, a 16 anni di distanza ha rinnovato il suo impegno promettendo allo staff dell’ Agenzia Onu per i rifugiati: “Rimarrò con voi per sempre”.

L’attrice ha tenuto un lungo discorso all’ONU a Ginevra sui temi come la pace, i conflitti nel mondo, la sicurezza, e sull’immigrazione:

”E’ nostro obbligo, come americani, di creare una nazione che accolga chi scappa dalle sofferenze – ha detto a Ginevra – L’America è grande se compassionevole”.

L’impegno di Angelina nel politico e nel sociale proseguirà a Londra, dove – nel prossimo autunno – insegnerà come visiting professor alla London School of Economics, nell’ambito di un nuovo corso sull’impatto della guerra sulla vita delle donne.

Da sempre impegnata nella difesa dei diritti umani anche Amal Alamuddin. Da settembre 2016 difende Nadia Murad Basee Taha. La ragazza, che è stata candidata al premio Nobel per la pace lo scorso anno, è una delle 5 mila donne yazide fatte prigioniere dall’Isis nel 2014. I jihadisti hanno prima sterminato la sua famiglia, poi l’anno ridotta a “schiava del sesso”. È riuscita a scappare e ora, a perorare la sua causa alla Corte penale internazionale dell’Onu c’è Amal. Lo scopo è ottenere che la comunità internazionale riconosca con il termine “genocidio” la strage di Daesh contro i yazidi e faccia condannare i responsabili.

Il 9 marzo l’avvocatessa libanese è intervenuta durante l’assemblea dell’Onu a New York per chiedere all’Iraq di accettare una commissione d’inchiesta sui crimini commessi dall’Isis. Incinta di due gemelli, elegantissima in giallo, ha chiesto alla platea: ”Come mai non è stato fatto ancora niente? Ci sono fosse comuni non protette, testimoni che fuggono e nessun combattente del Califfato che abbia subito un processo per crimini internazionali”.

“Uccidere i membri dell’Isis sul campo di battaglia non è sufficiente. Dobbiamo uccidere l’idea alla base dell’Isis mostrano la brutalità e portando i singoli davanti alla giustizia”, ha dichiarato la moglie di George Clooney e futura mamma di due gemelli.

Difende i diritti delle donne e soprattutto delle mamme anche Anne Hathaway. E’ stata nominata ambasciatrice globale di buona volontà: a deciderlo è stata la UN Women, agenzia delle Nazioni Unite che promuove l’uguaglianza di genere e l’autoaffermazione delle donne; la motivazione che ha spinto alla scelta è quella di essere una dostenitrice di lunga data dei diritti delle donne e delle adolescenti. Secondo il direttore esecutivo di UN Women Phumzile Mlambo-Ngcuka l’attrice, premio Oscar per Les Miserables, ha avuto il merito di accendere i riflettori sul lavoro domestico delle donne, che si occupano della famiglia, come ostacolo principale all’uguaglianza. L’8 marzo Anne Hathaway ha deciso di celebrare la festa della donna con un discorso alle Nazioni Unite sul congedo parentale, incoraggiando stati e aziende a prevedere maggiori tutele e a retribuirlo:

“Una mamma americana su quattro deve tornare al lavoro due settimane dopo aver partorito, perché non sarebbe in grado di sostenersi stando a casa” ha detto l’attrice.

Dal luglio 2014 anche Emma Watson è Goodwill Ambassador delle Nazioni Unite. L’attrice si dedica a costruire nelle adolescenti che si affacciano alla vita una nuova fiducia in se stesse, spesso difficile da raggiungere a quell’età, sia nel mondo occidentale che nei paesi in via di sviluppo.

“Più ho parlato di femminismo e più mi sono resa conto che troppo spesso battersi per i diritti delle donne era diventato sinonimo di odiare gli uomini. Se c’è una cosa che so con certezza è che questo deve finire. Per la cronaca, il femminismo per definizione è la convinzione che uomini e donne debbano avere pari diritti e opportunità: è la teoria dell’uguaglianza tra i sessi – politica, economica e sociale” disse nel suo primo discorso in cui promuoveva la campagna “He for She”.

È tornata poi a parlare a New York nel settembre 2016, sempre per promuovere l’uguaglianza di genere. Si trattava questa volta dell’iniziativa She Impact 10X10X10 University Parity, un progetto che ha riguardato 10 università:

“Quando, dopo tanta fatica, usciamo per la prima volta di casa per studiare – ha detto l’attrice – non dovremmo sperimentare un doppio standard per i ragazzi e per le ragazze. L’esperienza universitaria deve insegnare alle ragazze che bisogna valorizzare sia le capacità intellettuali sia quelle di leadership”.