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ELIA NOVECENTO E LEONARDO CRUDI: IL BLU E IL ROSSO

Il blu e il rosso, mostra di Elia Novecento e Leonardo Crudi a cura di Marta Bandini e Elettra Bottazzi presso la Fondazione Marco Besso, Largo di Torre Argentina 11, Roma. Orari: lunedi – giovedi 9.30 – 13; 14 – 17.30, venerdì 9.30 – 13. Accesso solo su accredito richiedibile scrivendo a: parione9@gmail.com con scritto NOME E COGNOME

Inaugura il 5 marzo 2019 Il blu e il rosso, mostra di Elia Novecento e Leonardo Crudi a cura di Marta Bandini e Elettra Bottazzi, nella sede storica della Fondazione Marco Besso a Roma.

Il blu e il rosso, sono le due punte di una matita, quella stessa matita ricordata con timore perché utilizzata dalla maestra per segnare la gravità dell’errore. In questo caso non è stato commesso alcuno sbaglio, semmai con questa mostra si vuole evidenziare la collaborazione tra due artisti i cui stili e poetiche benché diversi rappresentano le due facce di una stessa medaglia. Le tonalità del rosso e del blu accomunano le opere in mostra invitando lo spettatore a seguire un percorso in cui perdersi tra gli arabeschi e le inquadrature che compongono le tele di Elia Novecento e tra le forme geometriche e i segni suprematisti delle carte di Crudi.
Carta o tela, smalto o acrilico, sentimento o politica, elementi apparentemente differenti sono qui sinonimo di dualità. Una condizione che permette ai due artisti di esprimersi secondo il proprio linguaggio artistico dando vita ad opere che, come le due punte di una stessa matita, dopo essersi consumate, si incontrano al centro unite da uno stesso obiettivo: la volontà di un dialogo con il proprio pubblico.
E’ proprio in questa direzione che volge anche il Collettivo 900, realtà artistica-culturale, fondata dai due artisti, che da diversi anni ha come scopo un confronto sempre aperto con la propria città e i suoi abitanti intervenendo sui muri come fossero tele tramite l’affissione di posters. Nella mostra “Il blu e il rosso” il nostro sguardo è libero di interpretare ciò che vediamo come, quando passeggiando per le strade della nostra città, diventiamo veicolo di diffusione di un messaggio che gli artisti ci vogliono comunicare.

Elia Novecento (Roma, 1989)
Artista romano si avvicina al mondo dei graffiti nel 2001 e nel 2004 si iscrive al Liceo Artistico Statale Ripetta di Roma. Insieme a Leonardo Crudi fonda il Collettivo 900 con l’intento di comunicare con la città attraverso poster lasciati in balia del quotidiano e dell’interpretazione libera di chi li osserva. Parallelamente ai graffiti e ai poster, produce tele di grande formato ispirate al linguaggio dei popist romani degli anni Sessanta.

Leonardo Crudi (Roma,1988)
Autodidatta, scopre il mondo dei graffiti molto giovane. Questa sua prima formazione di “strada” gli insegna a costruire immagini bidimensionali e ad associare i colori, sviluppando un interesse per una rappresentazione in bilico tra astrazione e figurazione. A partire dal 2012, si dedica alla produzione delle sue prime opere su carta, ispirate, per gli elementi geometrici, al lettering dei graffiti e, per la resa realistica delle figure, alle inquadrature del cinema neorealista italiano. Nel 2015, si dedica allo studio del cinema d’avanguardia sovietico e successivamente, si rivolge alle avanguardie pittoriche e fotografiche del Suprematismo, Costruttivismo e Futurismo russo. Lo attrae la possibilità di unire astrazione e figurazione in un linguaggio capace di veicolare contenuti etici e politici.

per richiede accesso e visita della mostra scrivere a:
parione9@gmail.com con scritto NOME E COGNOME

Fondazione Marco Besso | Largo di Torre Argentina 11, Roma
Orari: lunedi – giovedi 9.30 – 13 | 14 – 17.30. venerdì 9.30 – 13


MAAM: il Museo abitato alla Biblioteca Guglielmo Marconi

MAAM: il museo abitato – mostra fotografica del Circolo Fotografico Photoup – presso la Biblioteca Guglielmo Marconi, Via Gerolamo Cardano 135, Roma – ingresso gratuito – dal 9/03 al 6/04 orari: Lunedì 15.00 – 19.00; Martedì / Venerdì 9.00 – 19.00; Sabato 9.00 – 13.00

I soci del Circolo Fotografico Photoup presentano una mostra fotogafica collettiva sul MAAM: il museo abitato presso la Biblioteca Guglielmo Marconi di Roma

Il #MAAM rappresenta un’esperienza unica nel suo genere; inserito nell’ex stabilimento del salumificio Fiorucci sulla Prenestina, all’estrema periferia est di Roma, è al tempo stesso alloggio per famiglie disagiate ed esposizione in continuo divenire di murales, sculture e manufatti artistici che, a pieno titolo, si devono considerare spesso dei veri capolavori. Ciò che rende ancora più unico il #MAAM è la coesistenza delle immagini fissate sulle pareti o negli spazi lasciati vuoti dai macchinari con quelle della vita quotidiana degli occupanti. I due mondi, quello della mostra d’arte e quello della quotidianità, non si ignorano né si scontrano ma convivono serenamente perché l’uno si alimenta dell’altro e si mostrano con distacco agli occhi del visitatore.

-> La mostra si articola in due sezioni di 50 foto che si alterneranno dopo le prime due settimane.

Inaugurazione sabato 9 Marzo ore 10.00
Interverrà Giorgio De Finis, direttore artistico #MACROASILO di Roma, che illustrerà l’esperienza del MAAM dalla sua fondazione ad oggi.

Per info:
https://www.facebook.com/events/2025127147795322/?event_time_id=2025127157795321 https://www.facebook.com/photoup.roma/
https://circolophotoup.com/

Elia Novecento: Riquadri @parione9

Riquadri di Elia Novecento, dal 16 al 23 novembre 2018 presso Parione9 Gallery – Via del Parione 9 – Roma- orari: martedì – sabato 14 -19.30 domenica 16 – 20

Dal 16 novembre 2018 alla Parione9 Gallery di Roma apre Riquadri, mostra personale di Elia Novecento, a cura di Marta Bandini e Elettra Bottazzi.

Riquadri  riunisce la recentissima produzione di tele di Elia Novecento che rimandano alle nostre soglie spaziali quotidiane: le finestre, le porte e i finestrini di treni e bus, da cui noi osserviamo la realtà che ci circonda. Spesso guardando fuori, inconsapevolmente, stiamo contemplando noi stessi. Una vera e propria introspezione che si verifica solo se il nostro sguardo si posa sull’esterno.

È in queste opere che l’artista va oltre, si sofferma infatti a guardare dall’esterno l’interno reale di questi spazi, a riprodurli e a farceli rivivere, tanto da trasformare in specchi di visioni e pensieri interiori le immagini del suo vissuto quotidiano.

Elia Novecento, spettatore e artefice di tali rappresentazioni, apre le finestre sul suo stato d’animo, invitando il visitatore ad affacciarsi sui suoi sentimenti interiori e a non perdere la raffigurazione di se stessi, legata all’inadeguatezza di fronte a dinamiche sociali universali che si ripercuotono sul singolo.

Elia Novecento(Roma, 1989)

Artista romano si avvicina al mondo dei graffiti nel 2001 e nel 2004 si iscrive al Liceo Artistico Statale Ripetta di Roma. Insieme a Leonardo Crudi fonda il collettivo Novecento con l’intento di comunicare con la città attraverso poster lasciati in balia del quotidiano e dell’interpretazione libera di chi li osserva. Parallelamente ai graffiti e ai poster, produce tele di grande formato ispirate al linguaggio dei popist romani degli anni Sessanta.

Info galleria:

Parione9 | via di Parione 9 (piazza Navona) Roma

Orari:   martedì – sabato 14 -19.30

domenica 16 – 20

info: tel 0645615644 | parione9@gmail.com | www.parione9.com

“Trent’anni senza”, la mostra per ricordare Andrea Pazienza

L’opera antologica del fumettista in esclusiva nazionale dal 25 maggio al 15 luglio 2018 al Mattatoio di Testaccio

Satira, irriverenza, genialità. Ma non solo, anche una lente sulla società e le generazioni del suo tempo, cinica e puntigliosa. Arf! Festival, giunto alla quarta edizione, ricorda l’artista Andrea Pazienza con una mostra – dal titolo “Trent’anni senza – al Mattatoio di Testaccio, Roma, dal al 25 maggio al 15 luglio 2018 in esclusiva nazionale, proprio a trent’anni dalla morta avvenuta a Montepulciano il 16 giugno del 1988.  Trentadue anni di vita intensa, piena di opere dal fumetto alla pittura, conditi con diverse collaborazione con riviste di settore come “Il Male o “Avaj” (supplemento mensile della rivista Linus). Considerato uno degli artisti più rappresentativi e innovatori della sua generazione, molte sue opere sono rimaste nei cuori di chi ha vissuto la fine degli anni ’70, tanto che molti fra scrittori e cantanti lo ricordano nelle loro opere (Roberto Benigni dedica all’amico Pazienza il film Il piccolo diavolo).

Tra le tavole di Paz, le più famose sono le storie di “Le straordinarie avventure di Pentothal” e i fumetti che hanno come protagonista Massimo Zanardi. Arf! Festival presenta al pubblico molte fra le storie di Zanardi con le tavole di “Giallo scolastico”,”Verde matematico”, “Pacco”, “La prima delle tre”, “Notte di Carnevale”, “Cuore di mamma”, “Cenerentola 1987”, “Lupi” e alcune delle straordinarie pagine di “La vecchiezza è una Roma” e di “Zanardi medievale”. Ma si trovano anche “Tormenta”, le caricature disneyane di “Perché Pippo sembra uno sballato” e “La leggenda di Italianino Liberatore”, “Pertini”, le tavole a colori di “Campofame”, poi “Francesco Stella”, “le Sturiellet”, “Una estate”,  l’incompiuta “Storia di Astarte”, passando per “Il perché della anatre”. A chiudere una collezione fantastica l’immenso “Gli ultimi giorni di Pompeo”, l’opera magna che lo ha fatto entrare a suon di matitate nell’olimpo dei grandi disegnatore del XX Secolo. Dunque un’intera esposizione dedicata a conoscere, e a ricordare, i meandri di Paz, la sua tecnica geniale e complessa, grazie – come ricorda il sito di Arf! Festival – alla preziosa collaborazione di tutti i suoi familiari.

Addio Ciao ciao Auf Wiedersehen Googbye – serata di chiusura di Lab.174

Serata di chiusura di Lab.174 – Via Pietro Borsieri 14

Venerdì 2 marzo a partire dalle 19:00 andrà in scena la serata di chiusura del Lab.174, un laboratorio artistico che ha ospitato artisti di tutti gli ambiti e di tutte le carature e dove anche noi di Polinice abbiamo deciso di organizzare una conferenza su un tema attuale e strettamente legato a varie forme artistiche

Un luogo non solo di esibizione dei maggiori ed emergenti artisti nel panorama capitolina, ma anche uno spazio di incontro, riflessione e confronto.

Da domani questo spazio assumerà una veste nuova, ma la chiusura di Lab. 174 avverrà in grande stile: per celebrare lo spazio culturale a Lab.174 torneranno, per l’ultima volta, tutti i più importanti artisti che sono entrati in contatto con il Laboratorio per esporre ancora una volta i propri lavori.

Una serata con più di 30 artisti, ma anche con i compagni di viaggio e gli amici di un centro culturale che ora prenderà altre strade per un ultimo brindisi di saluti.

L’ultima mostra per celebrare un luogo che è stato più di una semplice galleria, ma un posto di ritrovo per una comunità di amici e di slancio per nuovi artisti e progetti connessi.

Link all’evento: Addio Ciao ciao Auf Wiedersehen Googbye

Mostra fotografica Gas-o-metro

Gas-o-metro – mostra fotografica ad ingresso gratuito del Circolo Fotografico PhotoUP dal 24 febbraio al 7 marzo 2018 presso la Biblioteca del Comune di Roma “Guglielmo Marconi” – Via Gerolamo Cardano, 135 (Zona Portuense) 

Nella mostra collettiva dei fotografi del Circolo Fotografico PhotoUP, dal titolo Gas-o-metro , le foto ritraggono scorci del quartiere Ostiense nella complessità delle sue geometrie urbane e cromie, in un’alternanza d’immagini da cui traspare lo stile personale di ogni fotografo. La mostra offre così una partitura visiva poliedrica di uno dei quartieri più suggestivi della capitale,  lasciando al visitatore la sensazione di averlo attraversato in tutte le sue dimensioni fisiche ed umane.

Luogo della mostra la Biblioteca Guglielmo Marconi, situata per l’appunto nel cuore nevralgico del quartiere Portuense, soggetto della esposizione.

In occasione dell’inaugurazione della mostra, sabato 24 febbraio alle ore 10.00, ci sarà uno spettacolo di musica, teatro e immagini, dal titolo La fabbrica dell’Ostiense, realizzato dall’Associazione Culturale Controchiave, dedicato al quartiere.

Orari mostra Gas-o-metro:
Lunedì 15.00 – 19.00
Martedì / Venerdì 9.00 – 19.00
Sabato 9.00 – 13.00

Sempre ad ingresso gratuito

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https://circolophotoup.com/

Contatti della Luogo espositivo:
Biblioteca Guglielmo Marconi – Via Gerolamo Cardano, 135 (Zona Portuense)
Telefono: 06-45460301

San Lorenzo – Giovanni de Cataldo

San Lorenzo di Giovanni de Cataldo

Presso la Z2o Sara Zanin Gallery – Via della Vetrina, 21

Opening: Sabato 10 febbraio 2018 | 6 – 9 pm

Periodo di esposizione: dal 10 febbraio al 17 Marzo 2018

Descrizione della mostra di Cecilia Canziani

Qualche giorno fa, sull’autostrada che percorro quasi una volta a settimana, mi sono soffermata a guardare delle grandi impalcature sospese nel vuoto che da qualche mese punteggiano un viadotto. Nella nebbia della mattina, illuminate da luci pallide, sembravano trabucchi protesi sul mare, o torri merlate, comunque: strutture autosufficienti, e abitate. Magiche.

La stessa strada, immagino, è quella che percorre anche Giovanni de Cataldo quando va a prelevare i guardrail che adopera per le sue sculture in un circuito dove vengono testati i dispositivi di sicurezza delle automobili. Questo circuito si trova in una località remota, immersa nella natura, e mi ha colpito, ­nel racconto che me ne ha fatto Giovanni de Cataldo mentre eravamo nel suo studio di San Lorenzo la descrizione di un silenzio quasi antico, rotto dall’impatto delle automobili lanciate contro i guardrail. Una suggestione forse amplificata dall’apparente contrasto dei materiali nello studio di Giovanni: lamiere, pezzi di acciaio, e poi stoffe, un ferro da stiro, e l’evidente fatto che gran parte del suo lavoro è un silenzioso rammendo.

Se devo individuare una cornice di riferimento per il lavoro di Giovanni de Cataldo, penso a Robert Smithson ai suoi prelievi reali o evocati dal paesaggio urbano – a Monuments of Passaic, ai Non Sites (a qualcosa in altre parole di simile alla visione sub specie aeternitatis delle impalcature sull’autostrada, che per una volta, e una soltanto, ho visto liberate dalla loro funzione e ricomposte come oggetto di apprensione estetica). O alle ricerche condotte attraverso l’impiego di materiali instabili come l’asfalto –con cui ha lavorato anche Giovanni de Cataldo – o la colla, e volte a sfidare la verticalità e autonomia dell’opera modernista con la seduzione del basso, dell’informe, della forza di gravità. La pulsione per la caduta, il collasso.

Ma a ben guardare, nel lavoro di Giovanni de Cataldo si gioca un gioco diverso, e meno ironico – o decisamente post monumental. Non c’è la dimensione monumentale, e non c’è nemmeno la critica al capitalismo avanzato, ma un appello alla capacità di saper vedere forme e materiali che sovrascrivono la città, e di trovare bellezza dove non la aspettiamo, una forma nel disordine.

I suoi Crash Test sono prelievi dal tessuto urbano risemantizzati non solo attraverso un’operazione di appropriazione, ma anche attraverso la trasformazione dell’oggetto la cui superficie viene cromata, smaltata o zincata, o ancora foderata, rendendone leggibili valori plastici e pittorici. Dunque non prelievi di realtà ricontestualizzati in una cornice istituzionale – o per effetto di una cornice istituzionale – ma brani di un paesaggio urbano, più che industriale, che vengono scelti e interpretati in ultima analisi per il loro potenziale estetico, e su cui l’artista interviene per evidenziare una piega o una curva – in sostanza per evidenziarne le qualità scultoree.

Un paesaggio, peraltro, del tutto situato: la città di Roma, il quartiere San Lorenzo, che dà il titolo alla mostra e che ospita dagli anni settanta studi di artisti, ma che è anche, tutt’ora, un quartiere popolare e laboratorio autonomo di politiche di comunità. Un quartiere che di Roma possiede il vero genius loci: una bellezza selvatica.

Proseguendo una ricerca che parte dall’analisi delle proprietà scultoree di materiali edili come asfalto e cemento già esplorata in Cerae (2015) o nei Carottage (2015-2016); dalla ricognizione del contesto urbano nei suoi elementi funzionali – strade, guardrail, recinzioni temporanee (come nei Crash Test, 2017); dall’indagine delle tracce inscritte nel paesaggio – graffiti, segni, forme come testimonianza di un continuum della storia (Prisco vive, 2017) – i lavori in mostra indagano in maniera più precisa la relazione tra oggetto e sguardo. Allora nelle superfici cromate e riflettenti in mostra sembra possibile rintracciare qualcosa di simile ai Mirror Cubes di Robert Morris, che negli anni settanta attraverso la superficie specchiante riconfigurano e complicano la relazione tra oggetto, spazio e spettatore, proiettando il centro all’esterno della scultura e moltiplicando i punti di vista.

Ma anche qui occorre dire che Giovanni de Cataldo non usa lo specchio, ma la cromatura, la zincatura, gli smalti da carrozzeria (il rosso Ferrari, il verde Kawasaki il crema della Vespa), chiamando in causa un immaginario che ha a che fare con la cultura di massa – con Jeff Koons, più che con il Minimalismo, per capirci.

La relazione tra corpo dell’oggetto e corpo dello spettatore si precisa però non solo attraverso il gioco di rifrazione da e verso la superficie delle sculture: i guardrail, i coperchi delle fontanelle pubbliche (oggetto di furto e commercio illegale, e copiati con cura dall’artista in marmo, metallo e cera: originale e copia), vengono in questa mostra ruotati. Collocandoli su un altro asse rispetto alla posizione in cui siamo abituati a vederli, questi oggetti cambiano anche di senso e perdono ogni relazione con la loro funzione d’uso.

In maniera simile l’artista interviene sulle griglie in PVC, applicate su stoffa catarifrangente tirata su telaio e allestite in forma di paravento – un oggetto che fa spazio più che occuparlo – o restituite in forma di quadro appese alle pareti, o riprodotta in alluminio e resa autoportante. Se la superficie catarifrangente assorbe e rifrange la luce, e la cancella se la scultura viene fotografata con il flash, restituendone una sua versione in negativo, la griglia evoca la composizione modernista per eccellenza chiamando in causa la specificità mediale della pittura. Così la griglia in questa mostra è presente come quadro, come spazio, come scultura, e in tutti i casi allo stesso tempo finestra e cornice, centripeta e centrifuga.

La superficie delle opere in mostra sia che evochi la bidimensionalità della pittura, sia che insista nella piega come punto generativo della scultura, è il luogo dialettico dove lo sguardo si appunta e viene riflesso, moltiplicato o negato, ed è bello che in un momento storico in cui le mostre hanno imparato ad essere fotogeniche, questa mostra non si lasci fotografare senza far resistenza all’obiettivo, ma si debba vedere con il corpo: altrimenti le pallide tinte proiettate dal retro delle sculture che colorano il muro, il proprio volto deformato da una curva zincata, il leggero riflesso che cambia temporaneamente la temperatura di una tela, non si percepirebbero.

Allora si chiarisce il fatto che al centro di questi prelievi e rammendi, della cura estrema con cui un materiale ordinario, opaco, ottuso, viene restituito allo sguardo, c’è la figura dello spettatore a cui è affidato in fondo il compito di continuare a guardare e a interrogare lo spazio – così che, pur non somigliando a una scultura di Giovanni, un ponteggio una mattina di nebbia sembri una cattedrale.


 

English version

Text by Cecilia Canziani

A few days ago along a highway I drive nearly once a week, I took closer notice of the enormous scaffolding that has been propping up a viaduct for months now, suspended there in the void. Dimly lit  in the morning fog, I thought of fishnets hung out over the sea, crenellated towers, freestanding structures busy with road workers. Magical.

I thought this might be the same stretch of road Giovanni de Cataldo takes when he goes to get the guardrails he uses in his sculptures from a test track where automobile safety devices are developed. Giovanni described the place to me one day in his San Lorenzo studio: the testing is done on a circuit lost in the countryside, and what struck me most was his description of this vaguely ancient silence and how it was shattered regularly by the sound of cars sent crashing into guardrails at high speed. My  impression was perhaps deepened by the motley assortment of materials Giovanni has assembled  in his studio: metal rails, chunks of steel, fabrics, even an iron. It’s clear that a large part of his work consists in silently mending.

If I had to indicate a reference framework for Giovanni’s work, it would be Robert Smithson and what he extracts physically or figuratively from urban environments – Monuments of Passaic or Non Sites (in other words, something similar to my sub specie aeternitatis vision of scaffolding along the highway which, just this once I’d perceived as released from its intended purpose and recomposed as object of aesthetic appreciation). Or Smithson’s investigations into instable materials like asphalt  – which also Giovanni has worked  – or glue, for example, that challenge the verticality and autonomy of Modernist work with seduction from below, the inchoate, the force of gravity. The impulse towards falling, collapsing.

Upon closer examination, Giovanni de Cataldo’s work has a different, less ironic – or decidedly post monumental – intention. The monumental dimension is absent, as is any critique of  turbo-capitalism, and replaced by a call to really see the shapes and materials with which our cities are overwritten, to find beauty where it may be least expected, discern form from disorder.

His Crash Tests  are swathes cut from our urban tissue, re-semanticized not only through an operation of  appropriation but also by the transformation of the object whose surfaces are subjected to chrome-plating, zinc-coating, glazing or even upholstery,  in this way expressing plastic and pictorial values. Not excerpts of reality recontextualized in institutional settings  – or by institutional settings – but instead samplings of urban, rather than industrial, landscape ultimately selected and interpreted for their aesthetic potential on which the artist intervenes to highlight one particular fold or curve that expresses some sculptural quality

The landscape, however, is firmly rooted: the city of Rome, and its San Lorenzo district, which gives the show its name and has hosted artists’ ateliers since the Seventies, and which remains a working class neighborhood today, an unlicensed laboratory of community policies and politics, one of Rome’s quarters in full possession of the real genius loci of unruly beauty.

In continuation of a practice based on analyzing the sculptural properties of construction materials such as asphalt and concrete previously explored in Cerae (2015) and Carottage (2015-2016), recognizing the urban context in its functional elements – roads, guardrails, provisory fencing (as in Crash Test, 2017), and investigating traces inscribed in the landscape – graffiti, marks,  and shapes that testify to a historical continuum (Prisco vive, 2017) – the works chosen for the show investigate the relationship between the object and the viewer more closely. Hence the chromed, reflecting surfaces on display seem to allude to something similar to Mirror Cubes by Robert Morris that during the Seventies reconfigured and complicated the relationships between objects, space and spectators with their mirroring, turning the sculpture’s center inside out and multiplying points of view.

It should be noted that Giovanni de Cataldo uses not mirrors but chrome-plating, zinc-coating, and the colors of iconic motor vehicles instead  (Ferrari red, Kawasaki green, and Vespa cream-white), and addresses a collective unconscious that evokes media culture – more Jeff Koons than Minimalism, to put it plainly.

The relationship between the object’s body and the viewer’s body is developed not only through the play of refraction from and to the surfaces of the sculptures: the guardrails, the post-caps of public drinking fountains (objects regularly stolen and illegally trafficked carefully reproduced by the artist in marble, metal, and wax, shifting from original to copy and back) are subjected to rotation at the show. Positioned along another axis than the position in which we usually observe them, the meanings of these objects change; every association with their previous practical purpose is lost.

The artist handles PVC netting in similar fashion, applied on reflecting fabric stretched over a frame and set up in the form of a screen (TITOLO) – an object that instead of merely occupying space creates it – or is restituted in the form of  “paintings” hung to the walls or reproduced in aluminum and made freestanding. If reflecting surfaces absorb and refract light, and even cancel it,  if a sculpture is photographed with the flash in order to provide us with its negative, this netting evokes the epitome of  Modernist composition by invoking the specific nature of painting as medium. Therefore netting appears in this show as painting, as space, as sculpture, while everywhere at the same time serving as frame and window, both centripetal and centrifugal.

Whether it evokes painting’s bi-dimensionality or insists on the fold as sculpture’s point of generation, the surface of the works in the show is the dialectical setting in which the gaze focuses and is then reflected, multiplied or denied, and it is noteworthy that in these times when shows have learned how to become photogenic, this one resists selling its soul to the objective lens and demands to be seen with the viewer’s entire body, without which the  faint colors projected from behind the sculptures that tinge the wall, the beholder’s face distorted in reflection from a curved zinc-plated surface, and the shimmer that seems to temporarily alter the canvas’s temperature would not be perceivable.

This explains why the central point in this extraction of materials, patches, and painstaking care lavished on materials considered ordinary, opaque, and dull prior to their return to our gaze has been reserved to the spectator, who has essentially been assigned the task of continuing to consider and query the space in front – so that without any resemblance to any of Giovanni de Cataldo’s sculptures, scaffolding seen along a highway one misty morning may be taken for a cathedral.

Dell’abitare incerto: inaugura il KunstRaum Goethe

Il 15 febbraio apre il  Kunstraum Goethe, il nuovo spazio interdisciplinare del Goethe-Institut di Roma. Qui, attraverso mostre e installazioni, ma anche performance, dibattiti e laboratori, ci si interroga sui temi più sentiti della nostra attualità con lo scopo di stimolare la ricerca e il confronto tra artisti, ricercatori e cittadini.

La #mostra inaugurale, “Dell’abitare incerto”, affronta il tema dell’abitare indagando il concetto da una prospettiva ampia, che va da una riflessione generale sull’esistenza all’incertezza materiale e psichica delle immigrazioni contemporanee. Riflessioni che costituiscono il leitmotiv delle attività culturali del Goethe-Institut Italia, centrate su temi quali la vita, gli arrivi, la crisi e la famiglia in Europa.

“Dell’abitare incerto” offre un confronto tra tre noti artisti, due tedeschi e un italiano: Ulf Aminde racconta la precarietà come condizione ambita tramite persone come gli street punk, che volutamente vivono la marginalità come stato di felicità; Andreas Lutz con un’installazione coglie il crollo (“messa a nudo”) delle certezze della società medio borghese tedesca; Vittorio Messina, infine, con le sue “celle” indaga la precaria condizione esistenziale della società industriale.

Per tutto il 2018 KunstraumGoethe sarà curato da Valentino Catricalà, con cui sono stati individuati tre temi di ricerca che connoteranno le mostre e le attività dello spazio: incertezza, equilibrio e tecnologia.

INFO:

Goethe-Institut Rom di Via Savoia n. 15 – Roma

Il 15 Inaugurazione del nuovo spazio “KunstRaum Goethe” con la mostra “Dell’abitare incerto” // Opening talk ore 18:00 alla presenza degli artisti.


Orari di visita della mostra fino al 29 aprile 2018:
lun 14–19 | mar mer gio ven 9–19 | sab 9–13.
Chiusa dal 30 marzo al 2 aprile e il 25 aprile 2018.

Tutte le info sul nostro sito web:
www.goethe.de/roma/kunstraum #abitareincerto

Marina Bolmini: Hardcore for Dummies

Marina Bolmini – Hardcore for Dummies

mostra personale a cura di Marta Bandini e Elettra Bottazzi

dal 19 gennaio al 11 febbraio 2018 presso la galleria Parione9, Via del Parione n. 9 | www.parione9.com | Roma

inaugurazione 19 gennaio ore 18.30

Hardcore for Dummies è la mostra personale dell’artista italiana Marina Bolmini a cura di Marta Bandini e Elettra Bottazzi, in programma alla Parione9 Gallery dal 19 gennaio all’11 febbraio 2018.

Sono esposte più di trenta opere su tela che reinterpretano la cultura figurativa delle copertine dei dischi dei gruppi punk e rock degli anni Ottanta. La Bolmini, con un atteggiamento pop, si riappropria dei personaggi di cartoni animati e fumetti della pop culture per re-illustrare queste copertine, lavorando così sullo slittamento di significati collegati ad immagini fortemente iconiche, non solo della musica ma di un’epoca intera.
Sin dagli anni Sessanta la musica rappresenta una fonte di ispirazione per gli artisti visivi, ma è anche vista come un ulteriore veicolo per espandere la propria ricerca e trovare un pubblico più vasto e generico (come non dimenticare la banana di Warhol della copertina del primo album dei The Velvet Underground). I gruppi rock si rivolgono al mondo delle arti visive per confezionare le proprie opere. Musicisti, cantanti e band vedono l’arte come fonte di ispirazione e comprendono che può permettergli di approfondire la portata intellettuale della propria produzione. E’ per questo che le immagini, che danno vita alle copertine e ai poster, assumono così un ruolo fondamentale, ovvero quello di diventare il mezzo visivo di espressione e comunicazione di questa cultura musicale.
In Hardcore for Dummies la cultura visiva e la musica di una generazione, che esprimeva la sua rabbia ed il suo senso di ribellione con il rock, la new wave italiana, la free jazz, il punk inglese e l’hardcore americano, è riletta dall’artista attraverso la creazione di immagini che producono cortocircuiti visivi e nuove interpretazioni.

Marina Bolmini (Vasto, 1970) è un’artista visiva italiana.
Dopo aver conseguito la maturità artistica in oreficeria presso l’Istituto Statale d’Arte di Vasto si sposta a Bologna per approfondire gli studi artistici presso l’Accademia delle Belle Arti alla scuola di pittura di Concetto Pozzati, dove si laurea nel 1996. Usando media e tecniche eterogenee, dalla pittura al rucamo, l artista lavora sullo slittamento di significati collegati a immagini fortemente iconiche. Attualmente collabora con la galleria romana Parione9.

Parione9 Art Gallery è una giovane galleria d’arte nel centro storico di Roma. Nata nel 2014 dall’esigenza di Marta Bandini ed Elettra Bottazzi di creare uno spazio innovativo, dove promuovere e condividere l’arte e la cultura allargando i confini ai nuovi linguaggi dell’illustrazione e del tatuaggio.

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Hardcore for Dummies is the Italian artist Marina Bolmini’s solo show curated by Marta Bandini and Elettra Bottazzi. The exhibition is planned from 19th January until 11th February at Parione9 Gallery in Rome.
More than 30 artworks on canvas re-create the figurative culture of the punk and rock bands album covers from the 80’s.
Marina Bolmini, through a pop approach, uses pop culture cartoons and comics to re-illustrate these covers working on the shifting of meanings linked to strongly iconic images of an entire period.
Since the 1960s, music has been a source of inspiration for visual artists but it was also seen as an additional vehicle for expanding research and finding a wider audience (how can we forget the Warhol’s banana on the cover of the first The Velvet Underground’s album). Rock bands often asked visual artists to represent their own works. Musicians, singers and bands have considered art a source of inspiration and they have understood how it can give a more intellectual meaning to their production. It’s for this reason that the images, employed for covers and posters, assume a fundamental role, turning to be a visual mean of expression and communication of this musical culture.
In Hardcore for Dummies the visual culture and the music of this generation, which expressed its anger and sense of rebellion thorough rock, Italian new wave, free jazz, English punk and American hardcore, is reinterpreted by the artist with the creation of images that can produce visual short circuits and new interpretations.

Marina Bolmini (born in 1970) is an italian visual artist.
She achieved her maturity in jewellery at the Vasto State Institute of Art. She moved to Bologna to deepen her artistic studies at the Academy of Fine Arts at Concetto Pozzati’s school of painting, where she graduated in 1996.
The artist uses media and heterogeneous techniques, from painting to embroidery, working on the shift of meanings linked to strongly iconic images. She collaborate with Parione9 gallery of Rome.

Parione9 Art Gallery is a young art gallery in the heart of Rome. It was founded in 2014 by Marta Bandini and Elettra Bottazzi, with the aim to create an innovative space to promote art with an innovative approach to the world of Illustration and Tattoo Art. 

 

Parione9
via di Parione 9, 00186 Roma (piazza Navona)
+390645615644
parione9@gmail.com
www.parione9.com
instagram:parione9

Paper Gardens. La personale di Giorgio Coen

Paper Gardens

Mostra personale di Giorgio Coen Cagli, a cura di Giorgia Noto

Dal 15 dicembre 2017 al 13 gennaio 2018

Presso Studio Co-Co

 

Nell’ambito della tre giorni dedicata interamente alla fotografia – Passeggiate Fotografiche Romane – organizzata dal Ministero dei Beni Culturali, lo studio di progettazione grafica Co-Co è lieto di ospitare nel suo spazio la personale del fotografo emergente Giorgio Coen Cagli, Paper Gardens, a cura di Giorgia Noto.

Passeggiate Fotografiche Romane avrà luogo il 15, 16 e 17 dicembre e si snoderà all’interno della  città attraverso una serie di percorsi tematici per quartieri in un susseguirsi di attività legate alla fotografia: mostre, incontri, visite guidate, archivi aperti, laboratori, performance, proiezioni e progetti inediti.

Lo Studio Co-Co partecipa a questo ricco calendario che coinvolge il quartiere Pigneto con la personale Paper Gardens articolando la sua proposta con il seguente calendario: il 15 dicembre con l’inaugurazione della mostra, il 16 dicembre con un incontro con l’autore Giorgio Coen Cagli in occasione del tour Passeggiate Fotografiche Romane per il quartiere Pigneto e il 17 dicembre con una conversazione a più voci con Fabio Donalisio, Giulio Ciccarese, Giorgia Noto e Giorgio Coen Cagli.

La mostra proseguirà poi fino al 13 gennaio 2018 e sarà visitabile nei giorni di apertura dedicati e su previo appuntamento, consultare la pagina Facebook dello studio per tutti gli aggiornamenti. (https://www.facebook.com/cocostudioroma/?fref=ts)

 

Paper Gardens è il titolo della mostra che mette insieme una serie inedita di Giorgio Coen Cagli, un progetto fotografico in continuo ampliamento che l’autore porta avanti con costanza da circa un anno. Gli scatti appartengono a luoghi diversi – Roma e alcune delle sue rovine industriali, porzioni aride della Puglia fino all’esplosione di un verde incontrollato in luoghi remoti dell’Asia – e sono volutamente non dichiarati. In questo caso la geografia, intesa come coordinate e punti cardinali, cede il posto ad una riflessione macroscopica che può, per questa ragione, contenere diverse morfologie.

Paper Gardens affronta il rapporto a volte conflittuale e talvolta frammentario tra gli spazi naturali spontanei o solo inizialmente progettati e gli insediamenti umani. Con ironia e quasi con una “pedissequa” curiosità documenta la rivendicazione della natura a ottenere un suo spazio. Ad esserci. Ogni scatto è una voce importante del coro che rimarca un forte senso e gusto per la rovina e l’abbandono come termini dialettici/visivi al fine di restituirne la seduzione, l’immaginario e le sue potenzialità senza affiancarsi a nessun dibattito o leitmotiv ambientalista.

La mostra sarà composta da una serie di 10 scatti stampati su carta washi – una carta resistente con una trama peculiare e ben visibile – e montati su light box di cartone create per l’occasione. Ad accompagnare l’esposizione, ci sarà un’edizione limitata a cura dello Studio Co-Co contenente tre foto del progetto, (anche non esposte), assegnate ad una chiave di lettura specifica – Human, Ruins e Sunblind – e ad un testo scritto da tre autori diversi, rispettivamente nell’ordine Fabio Donalisio, Giulio Ciccarese e Giorgia Noto.

 

A proposito dell’artista (Pag. Fb)

Giorgio Coen Cagli (Roma, 1988).

Formatosi inizialmente presso il CSF Adams, Giorgio approfondisce teoria e pratica fotografiche indipendentemente e attraverso workshop, in particolare con Magnum Photos a Barcellona, 2009. Dal 2008 si dedica al reportage sociale, esponendo lavori in diverse rassegne fotografiche come Occhi Rossi-Roma (2008), Trafic-Barcellona (2009), Cascina Farsetti-Roma (2009), Cineporto-Roma (2010).

Parallelamente continua gli studi presso il dipartimento di Storia dell’Arte de La Sapienza e dal 2011 segue la scena artistica internazionale, pubblicando immagini su diverse riviste di settore tra le quali ArteDossier, Città Magazine e FAMO. Tra il 2014 e il 2016 segue gli interventi di street artists internazionali per conto di Wunderkammern, pubblicando immagini su riviste e magazine online dedicati. In occasione della mostra dall’Oggi al Domani, 24 ore nell’arte contemporanea – ospitata dal MACRO di Roma (Aprile 2016) – espone il libro “Tre giornate di lavoro” realizzato con l’artista Giuseppe Caccavale.

 

 

 

Informazioni

Inaugurazione: 15 dicembre 2017 ore 18

Tour per il quartiere: 16 dicembre 2017 dalle ore 16

Incontro con gli autori: 17 dicembre 2017 ore 17

Dal 15 dicembre 2017 al 13 gennaio 2018

Presso lo Studio Co-Co

Via Ruggero d’Altavilla, 10

Roma

info@co-co.it