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Non mi hai amata e la forza delle donne. L’ultimo singolo di Symo

Non mi hai amata è da oggi su tutte le piattaforme online! L’ultimo singolo di Symo è un messaggio per le donne, un inno alla loro forza perché non è mai troppo tardi per essere libere. In occasione del lancio del brano abbiamo fatto a Symo qualche domanda!

Quante volte capita a noi donne di rimanere incastrate in relazioni che non ci fanno bene, per insicurezza, pazienza o per poco amore di noi stesse come se quel babbeo lì che ci fa quasi la “grazia” di accompagnarci fosse davvero il meglio per noi. Pensiamo troppo spesso che in fondo siamo fortunate se c’è lui “perché uno come me quando ti ricapita?” e allora chiudiamo un occhio e pure l’altro. Non mi hai amata è l’ultimo singolo di Symo, cantautrice romana che ha l’Africa nel sangue. Il brano, uscito oggi in tutti gli store digitali e sulle piattaforme online per la Honiro Ent. è un messaggio di forza per tutte le donne. Ascoltandola ci si possono ritrovare in molte e questo è il goal di Symo ovvero che ci si riconosca nelle storie che racconta. Non mi hai amata non parla di una donna quindi ma di tante, tutte quelle che pensano di non potercela fare da sole ma che poi credono nella loro energia e tirano fuori tutta la loro potenza trovando il coraggio di dire basta e andare avanti. La resilienza è il vero tema di questa canzone.

Nata a Roma, classe 1991, da mamma etiope e papà eritreo, intrattiene con la musica un rapporto speciale fin da bambina, avendo sempre ben chiaro il suo obiettivo. Le prime influenze musicali sono Stevie Wonder, Michael Jackson e la musica nera in generale, gli artisti preferiti dai genitori insomma e poi crescendo scopre nuove voci da Erykah Badu a Lauryn Hill, le TLC, le Destiny’s Child, e l’RnB degli anni ’90. Nel 2005 il fidanzato di sua sorella Michael Calandra, in arte Ringo Redstar, metà di La Squadra: un duo che si muove nella scena rap della Capitale vuole duettare con lei in 3 brani del suo album “Punto di fuga” (coprodotto da Tommaso “Piotta” Zanello). La squadra si scioglie e Symo accantona per un po’ la musica ma solo finchè non incontra il DJ e producer Francesco “CukiMan” Cucchi che riaccende la miccia. Più matura e consapevole, Symo vuole scrivere le proprie canzoni e raccontare storie, lo fa muovendosi su sonorità RnB, new soul e afro, sostenuta dai beat creati da CukiMan, sui quali stende melodie e parole. Africa, Prototipo e Come se fosse un sogno sono i primi frutti della sua creatività e di quest’incontro artistico.

“Mi considero una cantautrice, desidero che chi mi ascolterà si riconosca nelle storie che racconto”

L’interesse dei media non tarda ad arrivare e così si parla di lei nella rubrica “TG2 Storie”, nella rubrica “Fuori Linea” del TG3 e nel programma “DoReCiakGulp” di Vincenzo Mollica su Rai Uno; è ospite di Fiorello in “Edicola Fiore”, dove canta “Africa”; e presenta “Donna allo specchio”, una sua canzone che tratta il tema della violenza sulle donne, durante un importante convegno tenuto al Senato della Repubblica.

Una favola musicale  quella di Symo, notata da Antonello Venditti e chiamata ad aprire lo scorso 8 marzo 2017 il suo concerto evento romano dedicato alle donne. Davanti ad un Palaottomatica strapieno, Symo ha interpretato Sora Rosa, il celebre successo del cantautore del 1974 e L’amore non ha padroni. Un’emozione unica raccontato al Tg2 Storie insieme ad Antonello Venditti.

Oggi Symo torna a far parlare di se con il suo ultimo singolo Non mi hai amata e per l’occasione le abbiamo fatto qualche domanda!

Come é nato Non mi hai amata ?

L’intenzione è stata quella di scrivere una canzone che potesse creare dal primo istante un’ attenzione e un interesse per essere ascoltata interamente.

Cosa rappresenta Non mi hai amata per te?

Rappresenta una rinascita. È la storia di una donna che trova la forza di riprendere la sua vita in mano dopo una relazione non proprio sana e stabile e prende coscienza di non essere mai stata amata dal suo uomo.

Quanto c’è di autobiografico nel testo?

In realtà l’ho scritta per tutte le donne che a un certo punto perdono fiducia in loro stesse e non riescono a liberarsi dalle loro relazioni perché completamente dipendenti dai loro uomini.

Non mi hai amata lo dedichi a qualcuno?

A chiunque si trovi in questa situazione, è un messaggio per le donne.

Parlaci del videoclip

Il videoclip è stato girato da Tahir Hussein un regista molto giovane in vari luoghi di Roma. Più che sul racconto della storia il video si concentra su di me. È girato appunto nella città dove sono nata e cresciuta e abbiamo cercato di riprendere a tratti anche un po’ lo stile Rnb degli anni 90 attraverso gli outfit e il make up, uno stile al quale sono legata, mi ricorda tutta la mia infanzia.

Chi ha creduto in te?

Mio padre crede in me da sempre. E la mia famiglia in generale, se non avessi avuto loro molto probabilmente avrei ceduto ai primi no.

 Come sei approdata alla Honiro Ent.?

Mi sono iscritta ad un contest organizzato da loro precisamente una Rap Battle, con il dubbio di poter risultare un pesce fuor d’acqua. Arrivata lì mi sono accorta di non essere l’unica cantante e mi sono rilassata. Alla fine ho vinto il premio a cui puntavo ovvero la realizzazione del video.

Un modello musicale, a chi ti ispiri?

Ascolto molta musica. Ho vari artisti che magari mi hanno influenzato musicalmente. Sono molto legata al RNB, ma ultimamente ho capito che prendo molta ispirazione da me e dalle storie della mia vita e di chi mi sta attorno proprio come hanno fatto i più grandi cantautori italiani e non.

Progetti futuri

Sono chiusa in studio con dei veri musicisti e scrivendo sto scoprendo molte cose su di me che non vedo l’ora di condividere con il grande pubblico.

 

Cecilia Gaudenzi

 

Macron vuole la Libia. La guerra per il Mediterraneo con l’Italia

Macron vuole la Libia. Il Paese nordafricano rappresenta la guerra per il Mediterraneo. Vuol sostituirsi all’Italia nel contesto libico, seguendo le orme del progetto di Sarkozy. Scordatevi le frasi sull’Unione Europea premio Nobel per la Pace, sulla fratellanza dei due popoli: in Libia Italia e Francia perseguono lo stesso scopo e sono pronte a tutto per ottenerlo. Attualmente finanziano milizie opposte, intrattengono rapporti privilegiati con tribù differenti e la loro posizione in Libia ricalca geograficamente la distribuzione delle tribù tra Tripolitania e Cirenaica.

Vi è subito da evidenziare che il Presidente Macron, nonostante le sue invettive al Parlamento Europeo sui rischi della fascinazione di Putin, in Libia persegue i suoi obiettivi in sintesi con la Russia. Mentre l’Italia, che ha accettato sanzioni alla Russia economicamente devastanti per alcuni suoi settori produttivi, è rimasta fedele all’alleato statunitense.

Dopo un governo della durata di un lustro guidato da una forza politica filofrancese ossia il Partito Democratico (la crisi libica del 2011 fu uno degli elementi propedeutici alle dimissioni di Berlusconi) il Bel Paese ha perso posizioni nel difficile scacchiere libico.

 

IL VERTICE DI PARIGI –  Il vertice organizzato lo scorso martedì a Parigi da Emmanuel Macron è un’iniziativa sostanzialmente unilaterale che scalza l’Italia dal suo tradizionale ruolo di interlocutore privilegiato e sancisce il ruolo della Francia come il più influente mediatore per la Libia. L’intesa raggiunta tra i più importanti leader libici, peraltro senza una firma ufficiale e senza il consenso di 13 importanti milizie della Tripolitania, è una dichiarazione di intenti che attende la ratifica delle prossime elezioni fissate al 10 dicembre prossimo.

 

AL SARRAJ E HAFTR ALL’ELISEO – Già lo scorso 25 luglio, solo due mesi dopo essersi insediato all’Eliseo, Macron aveva colto di sorpresa il mondo invitando i due leader rivali della Libia nel castello di Celle-Saint-Cloud, alle porte di Parigi. Per la prima volta Fayez al-Sarraj, premier di quel Governo di accordo nazionale (Gnc) sostenuto dalla Comunità Internazionale, e il generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, trovarono un accordo. L’esclusione dell’Italia, fino a quel momento protagonista dei negoziati insieme all’Onu, aveva provocato il disappunto di Roma. Roma che però all’epoca viveva attraverso il suo Governo una sostanziale subalternità e senso di prostrazione nei confronti francesi, per ovvi motivi politici interni.

L’invito di Haftar nel luglio 2017 rappresentò lo sdoganamento del generale ribelle e in parte secessionista alleato e uomo forte di Parigi.

Pur cercando assiduamente di portare i due rivali al tavolo dei negoziati, l’Italia ha sempre sostenuto le autorità di Tripoli. Non è peraltro irrilevante il fatto che la maggior parte dei giacimenti dove opera l’Eni si trovi proprio in Tripolitania. Parigi non stava a guardare. Sotto la presidenza di François Hollande, forze speciali francesi si erano già insediate in Cirenaica.

 

PERCHE’ MACRON VUOLE LA LIBIA . Con un abile equilibrismo diplomatico Parigi sosteneva ufficialmente il Gnc, ma al contempo, stava al fianco del suo nemico. Di nascosto. Fino al 20 luglio 2016, quando la morte di tre soldati francesi precipitati con un elicottero nei pressi di Bengasi, dove Haftar stava combattendo contro milizie islamiste, costrinse il ministero francese della Difesa a uscire allo scoperto: la Francia aveva inviato forze speciali in Libia. A fianco di chi, è facile immaginarlo. Il bottino sarebbero i pozzi petroliferi da strappare alla nostra ENI. 

Macron sembra aver rafforzato i rapporti con Haftar, e con il suo alleato, l’Egitto. Cogliendo una straordinaria occasione durante la visita a Parigi del presidente americano Donald Trump, il 13 luglio scorso. «Il presidente Trump ed io condividiamo le stesse intenzioni riguardo alla Libia», aveva ribadito.

Roma ora necessita di ritrovare il suo ruolo primario, magari contando sull’alleato e protettore americano (viste le ultime due settimane) in Libia e nel Mediterraneo. Esulando dal patto Sarkozy-Merkel che voleva in Europa a sud-ovest del Reno l’influenza francese e a nord-est quella tedesca. D’altronde il Mediterraneo o torna a essere Mare Nostrum oppure l’Italia morirà.

Starmale. La rivista fenomeno del web di Emanuele Martorelli

Starmale è l’esilarante “mensile di cose brutte, malessere e disagi”. Satirico, ironico e giustamente scorretto è diventato, dal 2010 ad oggi, un vero e proprio fenomeno del web. Il merito? Di Emanuele Martorelli, irriverente direttore della rivista che abbiamo intervistato per voi.

Emanuele Martorelli è il direttore di Starmale (Sito ufficiale, pag. Fb), la rivista online dedicata al malessere e al disagio contemporaneo. Anzi no, Emanuele Martorelli non è proprio un vero direttore di Starmale perché in effetti non è una vera e propria rivista. E la figata è proprio questa! Nel 2010 il romano Emanuele Martorelli, musicista, videomaker e scrittore, poi anche autore, articolista e vignettista, nonché direttore artistico ha deciso di mettere nero su bianco il suo poco collocabile umorismo. Così è nata l’idea di Starmale. Un finto mensile che fa della satira e dell’ironia il suo tutto. Finto perché in realtà non esiste, vive “solo” delle sue esilaranti copertine e dei suoi inserti. In questa più sostanza che forma ha fatto un vero e proprio boom, creando anche un po’ di sana confusione visto che moltissimi credevano si trattasse di un magazine da poter acquistare. L’ansia collettiva è un affare, sembra scontato dirlo oggi ma Emanuele lo aveva capito con qualche anno di anticipo e così forte dei suoi studi in psicologia e antropologia culturale ha fatto un esperimento vincente. In un momento in cui siamo ossessionati dal benessere a tutti i costi, anche a quello di stamparci un sorriso che come direbbe Calcutta è una “parentesi se vedi bene” ha saputo giocare con fisse e paranoie sociali, ansia e disagio. Il risultato è una parodia esilarante del linguaggio pubblicitario e giornalistico che porta il discorso su ego e personalità all’interno della satira in rete. Noi ci siamo innamorati del suo progetto Starmale e tra una risata e l’altra, anche se con qualche tempo di ritardo gli abbiamo chiesto di parlarcene!

Starmale

Ciao Emanuele, ci racconti di Starmale e della sua genesi?

Starmale è frutto di un umorismo poco collocabile. Sembra assurdo, ma otto anni fa (l’idea è nata nel 2010) non era così semplice far passare contenuti relativi alla sfera del malessere sulle riviste per le quali scrivevo. Così ho cominciato a pubblicare in rete alcune finte copertine sulla scia delle riviste di benessere. Quando le persone sono andate in edicola a chiederle, ho creato un contenitore dove simulare una redazione completa: (in)direttore, stagisti, editor e legali, che nel settore artistico servono sempre. In un’epoca che spinge verso l’individualismo ho puntato su un soliloquio corale. Credo sia stato un modo per dare uno statuto di professionalità a piccoli stati dissociativi che mi porto dietro da tempo. Ad oggi fatico a capire chi o cosa di questa redazione sia reale, quanti siamo all’effettivo. Questo crea sempre qualche intoppo nei pagamenti.

Fai del sarcasmo circa tutto quello che ci ossessiona nella realtà. L’apparire in un certo modo, la ricerca esasperata del benessere, il giudizio degli altri, il disagio dilagante. Ridiamo per non piangere?

A volte è utile ridere per capire di cosa si sta piangendo. O viceversa. Ironia e sarcasmo possono essere terapeutici a patto di non usarli come rifugio. Il conto prima o poi arriva: su un certo tipo di risata va sempre calcolata l’IVA (imposta sul valore autoinferto).

Starmale ha avuto un seguito incredibile, te lo aspettavi?

Non mi aspettavo che fosse recepito trasversalmente e in ambienti tanto vari, compresi quelli che la rivista prende di mira. Starmale nasce come una parodia intrinseca del linguaggio pubblicitario e di quello giornalistico. Quando è uscito il libro per Chiarelettere alcuni librai non sapevano come catalogare il volume: sono finito tra psicologia, new age, sociologia e manualistica. Autostima, ipocondria, rapporto con l’altro: è una satira di stampo psicologico. Credevo fosse una nicchia. Si è rivelata più ampia del previsto.

Starmale

La copertina che ti ha divertito di più?

Non ce n’è una in particolare. La numero quindici, “Ipocondr’Io” è stata come giocare in casa, con strilli come “Eludere secoli di progressi medici con l’autodiagnosi in rete”. Nel numero sul femminile c’è uno di quelli che preferisco e riguarda le relazioni interpersonali: “Percepirsi in superiorità numerica dentro un rapporto a due”. In un momento di lucidità ho poi interrotto le copertine per concentrarmi su altri contenuti. Sono nate rubriche, libri, zodiaco. Al momento guardo con attenzione a Raffaele Morelli, una personalità collocabile tra pre-psicologia, paternalismo e romanzo Harmony. Ho trasformato “Riza Psicosomatica” in “Resa Psicosomatica”. I Social sono ormai una vetrina per lo sfoggio incondizionato di sé. Così il suo titolo “Fidati di te”, è diventato “Evidentemente abbiamo esagerato con l’autostima: ricomincia a sottovalutarti”. A volte l’infimo è una delle poche certezze che ci si porta dietro con una certa stabilità.

Quanto è importante per te, lavoro a parte, l’ironia nella vita?

L’ironia è spesso un’attitudine. Semplicemente ti ci ritrovi dentro. In alcuni casi può rivelarsi illusoria. Per quanto mi riguarda è fondamentale, prima di tutto perché permette di giocare con margini non definiti(vi). Oggi si cerca spesso una divisione netta tra vero e falso. A me piace il verosimile, offre un’idea ampia delle cose.

 Sei stato da poco al Festival della Disperazione, insieme a molti altri ospiti illustri. Intanto come è andata e poi chi sono i veri disperati?

È un Festival che guarda alla fase risolutiva della disperazione, il momento in cui sfocia nell’atto creativo. La tratta come genere letterario. Mi è sembrato affine al discorso che faccio su Starmale, che non è mai autocommiserazione ma in qualche modo tende a sviscerare delle dinamiche. È stata un’ottima uscita, l’ultima di un giro autunnale che mi ha portato per locali, alla Facoltà di Psicologia di Roma e nel posto in cui, da musicista, mai avrei pensato di arrivare: al Conservatorio di Milano. Tutto questo mi permette di esplorare la dimensione dal vivo del progetto nelle sue varie sfaccettature. I primi anni ho fatto molta fatica a trovare i giusti contenitori, a far capire cosa stavo facendo. Ora sembra più semplice, comincio persino a capirlo anch’io. L’ultimo intervento è “DiSperare in meglio”. La vera disperazione è quella fine a se stessa, quella che non trova sbocchi.

Starmale

Sulla scia del successo di Starmale sono nate molte pagine e siti simili. Hai lanciato un trend?

Non ho di certo inventato l’idea delle copertine, già fatta a suo tempo su riviste come il Male. Credo invece di aver sdoganato un certo tipo di linguaggio, cercando di portare il discorso su ego e personalità all’interno della satira in rete. Un modo diverso di dialogare con gli utenti senza ammiccare. La rivista è comunque uscita al momento giusto. Oggi sarei già fuori tempo massimo. In questo periodo c’è un abuso dilagante di una certa terminologia: ansia, disagio, sono ormai parole quasi svuotate di senso, dette con leggerezza in cerca di approvazione. L’editoria lo ha capito e adesso molti personaggi noti, giocatosi tutto, si rigiocano i malanni. Collana “il mio disagio messo a nudo”. L’ansia è l’affare del momento. Il prossimo trend sarà l’ennesima, tragica contro ondata di benessere. Su Starmale ho sempre cercato di trattare certi temi con rispetto, puntando a far diventare la rivista una sorta di inchiesta scomposta sul malessere contemporaneo. Bricolage emotivo, frutto di un vissuto. Far ridere è spesso l’ultimo dei miei problemi. Credo sia il tratto che mi ripara dalle imitazioni che circolano in rete.

A te cosa crea malessere?

I pantaloni a cavallo basso e la mancanza di parsimonia con cui si investe sulle idee.

C’è una canzone di Brunori Sas che dice che il dolore serve proprio come serve la felicità e che morire serve anche a rinascere. Potremmo dire che il malessere ci serve per avere un po’ di benessere?

Il malessere è parte integrante del Sé, a tratti contiene un potenziale enorme. Tanto vale farsene un’idea, e nei casi migliori dargli una forma. Correndo il rischio di arrivare a capirsi.

Sin volver la cara. La passione del flamenco

La passione del Flamenco arriva all’Auditorio Parco della Musica con Sin volver la cara, il nuovo spettacolo della Compagnia Algeciras Flamenco, frutto di collaborazioni che come sempre arricchiscono e stimolano la creazione di una pièce, della performance.

Sin volver la cara nasce dall’esigenza di trattare temi attuali, continua la volontà di dare vita non solo a concerti o composizioni coreografiche, ma a spettacoli teatrali con spunti narrativi mediati dal flamenco. “Senza voltarsi”, lasciandosi alle spalle ciò da cui ci si separa, portandone memoria, iniziare un nuovo percorso e dare vita ad una nuova realtà. Questo è ciò che racconta Sin volver la cara. Attraverso diversi tableaux, vengono descritte le emozioni che immaginiamo pervadano gli Esseri Umani nelle diverse occasioni di separazione: dalla tradizione, dalla madre, dall’amore, dalla propria Terra. La separazione per eccellenza è la Nascita: da questo viaggio e dalla relativa e necessaria separazione dal grembo materno germoglia una diversa esistenza. La Nascita è fonte di dolori, gioie, paure, speranze, inquietudini, aspettative, dubbi, desideri.

sin volver la cara

Il Flamenco fa da comun denominatore all’interno dello spettacolo, in cui convivono contaminandosi anche altre forme di musica, di danza e di espressione. Il flamenco, per sua stessa natura, è il risultato di influenze varie, legate anche alle migrazioni che hanno portato all’incontro di culture diverse, musiche e danze, dall’India (secondo alcuni studiosi di Flamencologia) fino allo stanziarsi dei Gitani in Andalusia, la regione della Spagna considerata la culla del flamenco. Nuovi eventi hanno portato altre influenze: l’influenza araba, la scoperta delle Americhe, lo sviluppo canoro, lo sviluppo della tecnica musicale e della danza, el baile, che ha fatto il suo ingresso in teatro e vi ha trovato nuove ed infinite possibilità, anche attraverso l’incontro con altre forme espressive. La musica non soltanto accompagna, ma fa parte integrante del flamenco. Una storia ricca di separazioni e di ritorni, di viaggi, di ricchezza che appartiene al grande tesoro culturale del Mediterraneo. L’andata ed il ritorno (la ida y vuelta) possono avere tregua solo quando ciascuna cosa trova la propria collocazione, il naturale approdo, dopo tanto vagare, ad una condizione migliore.

Sin volver la cara Sin volver la cara

Sin volver la cara

Ideazione, Coreografie e Regia di FRANCISCA BERTON.

BRUNO MAROCCHINI Electronic music, SERGIO VARCASIA Chitarra, RICCARDO GARCIA RUBI Chitarra, JOSÉ SALGUERO Cante flamenco, PAOLO MONALDI Percussioni, CLAUDIO MERICO Violino, ENRICO GALLO Tamburello, CATERINA LUCIA COSTA Bailaora ospite, FRANCISCA BERTON Solista, CHIARA CANDIDI Teatro e pizzica, FLAVIA LUCHENTI-GIULIA PETTINARI Corpo di ballo, PAOLO DE PASCALE Testi e narrazione.

Costumi di Daniela Catone  – Scultura Toro-Chitarra di Alessandro D’Ercole   – Versi di Luigi De Pascalis

Sin volver la cara

INFO

Dove: AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICAVia Pietro De Coubertin, 30 – Roma

Quando: Mercoledì 23 Maggio 2018 ore 21:00

Prenotazioni: Associazione Culturale Algeciras Flamenco www.algecirasflamenco.com Tel. +39 331 5973316  info@algecirasflamenco.com  algecirasflamenco@gmail.com

 

04-05-’98: Strage in Vaticano – Quando il teatro sostiene la cronaca

Dal 2 al 6 maggio andrà in scena al teatro dei Documenti di Roma “04-05-’98: STRAGE IN VATICANO” lo spettacolo ispirato ai fatti di sangue avvenuti in Vaticano vent’anni fa in cui morirono tre persone. Ne abbiamo parlato con il regista Paolo Orlandelli.

Sarà in scena al Teatro Di Documenti dal 2 al 6  maggio lo spettacolo 4-05-’98: STRAGE IN VATICANO di Fabio Croce e per la regia di Paolo Orlandelli. In scena: Giuseppe Alagna, Antonietta D’Angelo, Emanuele Linfatti. Lo spettacolo è ispirato al triplice delitto avvenuto il 4 maggio del 1998 nella palazzina delle guardie svizzere presso la Città del Vaticano, nel quale perirono il neo-comandante dell’esercito pontificio Aloys Estermann, sua moglie Gladys Meza Romero e il giovane vice-caporale Cédric Tornay. La versione ufficiale fornita dalla Santa Sede poche ore dopo la strage e confermata con la chiusura dell’inchiesta (svolta senza il coinvolgimento della polizia italiana e degli avvocati dei familiari delle vittime), accusa il vice-caporale Cédric Tornay di omicidio-suicidio.

La magistratura vaticana ha respinto la richiesta di ricorso della famiglia di Tornay, basata sui risultati di una seconda autopsia effettuata sul corpo del vice-caporale presso l’Istituto di Medicina Legale di Losanna e di una perizia grafologica condotta sulla presunta lettera d’addio del giovane elvetico, i quali portano a credere ad un complotto volto ad eliminare il neoeletto comandante della Guardia Svizzera, con il Tornay utilizzato come capro espiatorio, colpevole solo di essersi trovato a portata di mano degli assassini.

A venti anni dalla strage, Fabio Croce e Paolo Orlandelli riportano l’attenzione su questo caso di insabbiamento e chiedono a Papa Francesco, tramite una petizione su Change.org, la riapertura del caso e la dichiarazione d’innocenza di Cédric Tornay.

 -Ciao Paolo, ci racconti la genesi dello spettacolo?

 L’idea è stata di Fabio Croce, editore romano che aveva pubblicato il libro di uno storico dell’arte che aveva conosciuto una delle vittime della strage. Nel 2008 Fabio mi chiese di lavorare insieme al progetto di uno spettacolo sul triplice delitto in Vaticano, in occasione del decennale. È stata la mia prima esperienza di teatro di denuncia. In seguito abbiamo realizzato altri due spettacoli insieme; “Vite Violate: Crimini sessuali nella Chiesa Cattolica” e “Il Cardinal Mia Cara”.

-Perché la scelta di un tema così spinoso?

Quando mettemmo in scena lo spettacolo per la prima volta, ricorreva il decimo anniversario della strage. Purtroppo ci ricordiamo del passato solo nelle ricorrenze. In realtà il tempo non passa mai quando si tratta di ingiustizie clamorose che turbano le coscienze dei cittadini, impotenti di fronte all’arroganza dei poteri forti. Non si dimenticano mai un figlio, un fratello o un amico morto, o un semplice cittadino sacrificato per logiche di convenienza. I cittadini onesti non dimenticano e chiedono, responsabilmente e democraticamente, unendo le loro voci per essere sentiti, che venga sempre ricercata la verità e vengano perseguiti i responsabili delle malefatte.

-Dato il tema scottante, ti è successo di incontrare difficoltà durante lo sviluppo del progetto?

Assolutamente no, la strategia del Vaticano è di ignorare completamente queste iniziative. Se esprimesse un qualunque parere su di esse, contribuirebbe a dare risalto all’operazione.

-La scelta di riproporre questo spettacolo a 10 anni dalla sua nascita, si connette con altri scandali di possibile insabbiamento ora molto caldi come quelli che riguardano Cucchi o Regeni?

Non proprio, ma ho fatto una esperienza molto positiva nel 2014 con uno spettacolo sul caso di Emanuele Scieri, l’allievo paracadutista morto a Pisa nel 1999, vittima di un atto di nonnismo. Tramite una petizione su Change.org, abbiamo interessato l’allora Ministro della Difesa Roberta Pinotti e provocato un movimento d’opinione che è sfociato nella istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta e nella richiesta di riapertura del caso presso la Procura di Pisa. Così abbiamo pensato di tentare il binomio spettacolo-petizione anche per la strage in Vaticano. Ci auguriamo che gli spettatori prendano posizione contro una palese ingiustizia e firmino la petizione a Papa Francesco e al Promotore di Giustizia dello Stato della Città del Vaticano affinché venga accolto il ricorso presentato dai legali della madre di Tornay e, ammesse le prove a discolpa del giovane vice-caporale, questi venga dichiarato innocente. Ecco il link della petizione: https://www.change.org/p/papa-francesco-verità-sulla-strage-in-vaticano

 -Ti sei avvalso di di esperti e professionisti in indagini/forensi per sviluppare la trama?

Una delle fonti principali del testo di Fabio è “Bugie di sangue in Vaticano” (Kaos edizioni, 1999) un libro scritto dai “Discepoli di Verità” un gruppo di ecclesiastici e laici residenti nello Stato della Città del Vaticano, che pubblicano informazioni sottaciute dalla Santa Sede. In questo libro, che riporta i risultati della seconda autopsia effettuata sul corpo del presunto omicida-suicida Cédric Tornay, si parla chiaramente di un complotto volto ad eliminare il neo-eletto comandante del Corpo della Guardia Svizzera Aloys Estermann, con il vice-caporale Tornay utilizzato come capro espiatorio.

-Dall’intrattenimento all’informazione. Qual è il valore del teatro?

Entrambe le cose, ma mai una sola di esse. È fondamentale che la società riservi degli spazi, oltre che per il divertimento, anche per la satira, la critica, la denuncia e l’approfondimento.

-Lo scopo è quello di convincere il Papa a riaprire questo discorso. Possibilità concreta o utopia?

Un sogno, direi. Noi ci proviamo…

INFO

Dove: Teatro Di Documenti, via Nicola Zabaglia, 42 – 00153 Roma

Quando: 2-6 MAGGIO 2018

Orario Spettacoli: da mercoledì a sabato ore 21.00 – domenica ore 18.00

Biglietti: intero € 12,00 –  ridotti  € 7,00 Tessera € 3,00

PRENOTAZIONI  da lunedí a venerdí dalle 10.30 alle 18.30  – tel. 06/5744034 – 06/5741622 – 328 8475891 www.teatrodidocumenti.it – teatrodidocumenti@libero.it

 04-05-’98: STRAGE IN VATICANO

di Fabio Croce

regia Paolo Orlandelli

con Giuseppe Alagna, Antonietta D’Angelo, Emanuele Linfatti

Aiuto regista Antonio Vulpiani

Movimenti di scena Roberta Lutrario

luci e audio Marco Di Campli San Vito

video editingVitamin Cor

 

Il Medio Oriente va al voto in Iraq e Libano

Il Medio Oriente va al voto in Iraq e Libano. Nel giro di sei settimane il Medio Oriente potrebbe ritrovarsi con nuovi protagonisti. Due Paesi fondamentali per la stabilità dell’area sono chiamati alle urne. Una primavera che potrebbe riservare sorprese, proprio mentre si cerca di trovare un equilibrio nell’incertezza post “primavere arabe”, guerre e Islamic State.

LIBANO. Dopo un lungo tempo e una missione di pace seguita alla II Guerra Libanese Israeliana il Paese dei cedri tornerà al voto. Un appuntamento di anno in anno rinviato anche a causa della guerra in Siria. E’ bene ricordare come in Libano da decenni i poteri debbano essere spartiti tra le diverse confessioni religiose. Eppure, la nuova legge elettorale, approvata nel 2017, ha introdotto l’importante novità del passaggio da un sistema proporzionale puro al posto del maggioritario. In molti in Occidente temono le divisioni nel fronte cristiano e sunnita che porterebbero l’allato di Teheran “Hezbollah” a incidere ancor più fortemente sul futuro assetto di Beirut e dell’intera regione 

IRAQ – Le elezioni parlamentari del 2018 in Iraq, che incarnano simultaneamente la continuità e il cambiamento, si svolgeranno in un’atmosfera particolarmente frammentaria. Le elezioni si svolgono all’ombra della devastazione lasciata dal conflitto con l’ISIS e le gravi divisioni all’interno del partito sciita governante. Di conseguenza, il voto del 12 maggio sarà una cartina di tornasole per l’atmosfera del paese, sulla scia di alcuni tumultuosi anni.

Con poche eccezioni, le coalizioni elettorali sono dominate dagli stessi attori che hanno presieduto la scena politica dalle elezioni del 2006. Mentre i volti rimangono gli stessi, ci sono cambiamenti significativi nelle configurazioni delle coalizioni – il più sorprendente dei quali è la frammentazione della forza più dominante nella scena politica: il gruppo sciita. In pratica dei protagonisti, insieme ai Curdi, della vittoria sull’Islamic State.

L’uomo da battere è il premier Haydar al-Abadi, uscito dal partito di maggioranza Dawla. La sua lista è laica, nazionalista e confessionalmente trasversale, pur ancorata a una forte presenza sciita. Residuali invece le speranze di vittoria o affermazione delle liste Curde o Sunnite, le quali oltre a rappresentare delle minoranze etniche soffrono le forti divisioni al loro interno. Da questa tornata elettorale quasi sicuramente uscirà un governo di grande coalizione, che accolga più anime. Sì, perché l’Iraq ha bisogno di una connessioni e di una forte unità d’intenti tra le diverse identità che lo compongono.

E allora che il voto, che della democrazia è anima e linfa, trionfi. Isis permettendo.

Generazioni scorrette. Storie di illogica realtà

Alessandro Martorelli ed Enrico Sortino ci parlano di Generazioni Scorrette, lo spettacolo che racconta le storie di chi non ritenuto conforme alle convenzioni sociali, viene considerato “diverso” esistendo e/o resistendo ai limiti della normalità.

Il 13 e il 14 aprile invadono il palcoscenico dello Spazio Diamante le storie di illogica realtà di Generazioni Scorrette, con gli artisti Alessandro Martorelli, Antonio Pellegrini, Francesco Di Cicco e Enrico Sortino.

Generazioni Scorrette (evento Fb) è lo spettacolo composto da una raccolta di storie i cui protagonisti sono persone che si trovano ai limiti o all’esterno di quella sfera inviolabile e sacra in cui l’individuo fin dalla nascita viene spinto per evitare l’esclusione dalla società. Una sfera con un nome preciso: normalità. Generazioni Scorrette  parla del diverso, che in tutte le sue forme ci spaventa e ci allarma. Il diverso, in quanto tale, non può far parte del nostro mondo sociale. Ma al giorno d’oggi, fare affermazioni di questo tipo, potrebbe comportare accuse e recriminazioni da cui è difficile difendersi. Che fare allora? Evitare facendo finta di avvicinare. Più precisamente avvicinare con le parole, ma evitare con i fatti. E questo lo sanno bene i personaggi di Generazioni Scorrette che con i loro racconti, ironici, comici e a volte drammatici ce lo ricordano, gettandoci addosso senza alcun filtro la scomoda verità. Uno spettacolo composto da brevi monologhi e dialoghi intervallati e accompagnati da commenti musicali ad hoc, il cui filo conduttore è la quotidianità, tagliente, a volte amara, ma soprattutto reale.

Abbiamo chiacchierato con due protagonisti dello spettacolo, Alessandro Martorelli, autore dei testi e da sempre appassionato delle storie degli altri, vere o finte che siano e Enrico Sortino, attore, cantante, conduttore e doppiatore.

 

– Come è nata l’idea di Generazioni Scorrette e quanto ti ha assorbito?

Alessandro: L’idea di Generazioni Scorrette (pag. Fb) è nata a seguito di una chiacchierata con Antonio Pellegrini con cui ho fondato la Compagnia Assioma. Avevo dei testi che ancora non prendevano una vera e propria forma. E Antonio buttò l’idea di provare a fare una serata di monologhi. Ma l’idea di eseguire solo dei testi non ci convinceva, perciò decidemmo di coinvolgere Francesco Di Cicco, e il tutto ha preso un’altra forma. Parole e Musica in pratica si sono fuse assieme e hanno creato un effetto particolare che ha suscitato emozioni più coinvolgenti e nitide.

Da lì è iniziata una scrittura frenetica e quasi di getto delle storie di vari personaggi, che probabilmente avevo già da tempo in mente, ma che ancora non avevano trovato il modo per uscire fuori. E scrivendo, poco a poco mi sono reso conto come questi personaggi fossero tutti uniti da un filo conduttore: essere ai margini della società.

Una generazione di persone che non trovano spazio e che vengono isolate perché non sottostanno a quelle norme sociali che sono accettate dalla morale comune. Insomma persone che si comportano in modo non corretto. Ma “non corretto” per chi?

-Come ti sei preparato per questo spettacolo, su cosa hai lavorato di più?

Enrico: La preparazione attoriale è sempre differente tra uno spettacolo e l’altro. Per Generazioni Scorrette ho preferito iniziare dall’analisi di ciò che poteva essere definito scorretto, rapportandolo alla contemporaneità della nostra generazione per l’appunto. In seguito, dopo avere scelto il monologo ho analizzato il testo provando a distaccarmi da qualunque forma di giudizio o pregiudizio personale. Credo che i personaggi di Alessandro Martorelli vivano vicende interessanti, affrontando la paura della diversità, che vista con gli occhi della “normalità sociale” può far apparire i protagonisti come dei pazzi.

– Da dove e/o chi prendi ispirazione?

Alessandro: Dalla vita. Dalle storie che ascolto, che mi raccontano, o che conosco personalmente.

In realtà io non faccio altro che assemblare pezzi di storie reali, mescolarle tra di loro e dargli una forma concreta. Certo, aggiungo molto del mio, ma di fondo, ogni storia narrata si basa su qualcosa di reale. Ed è per questo che le nostre storie piacciono. Perché sono plausibili. Perché ognuno di noi può riconoscerle e immedesimarsi.

Lo spettacolo è composto da una raccolta di storie, quale ti ha appassionato di più?

Enrico: Onestamente ti dico che ho letto tutti i monologhi di Alessandro Martorelli (stiamo parlando di un centinaio di scritti)! Devo ammettere che è stato difficile sceglierne uno, perché sono arrivate tante ispirazioni da diversi pezzi. Sicuramente il monologo che ho scelto mi ha calamitato a sé perché analizza la sensazione della paura, quella nello specifico di un genitore (e io non sono un genitore) che, per un imprevisto violento, rischia di lasciare la sua famiglia. Ho affrontato questo ruolo con curiosità e delicatezza abbandonando ogni forma di sicurezza per accogliere il crollo emotivo che sfocia nel pianto e, nel caso del personaggio, nell’alcol. Come sempre evito di stare ‘comodo’ dentro i panni di un personaggio, amo sperimentare attraverso la scomodità emotiva e fisica che sensazioni e sentimenti differenti possono far scaturire dentro il cuore. Tra i monologhi di Alessandro molti mi hanno appassionato: queste storie di apparente diversità che non rientrano nella “normalità sociale” andrebbero vissute tutte!

 

– Per te gli scorretti sono più intriganti dei “politicamente corretti”, perché?

Alessandro: Assolutamente sì. A prescindere dal fatto che i cosiddetti “politicamente corretti” hanno altissime probabilità di essere degli “scorretti frustrati”, i personaggi che suscitano in me emozioni, sono quelli che non riesco ad inquadrare. Mi piace allora andare a fondo. Cercare di capire perché hanno quel determinato comportamento, capire quali sono i loro pensieri, quali sono le loro paure, emozioni. Cerco di fare una mia personalissima analisi e di entrare in contatto con loro a livello empatico.

E a volte devo dire che ciò mi provoca molto disagio. Ci sono storie che sembrano troppo assurde per essere vere. Che ti colpiscono come un pugno allo stomaco.

Ed è questo quello che ci piace fare con questo spettacolo. Raccontare attraverso le parole e la musica storie che partono come carezze ma che arrivano come pugni allo stomaco

-Il valore della recitazione

Enrico: Il “valore della recitazione” è un’affermazione molto molto importante. La recitazione non è altro che il colore della vita, dove la vita è una tela bianca e alla recitazione si affidano i colori. Sin dalla nascita ci si approccia naturalmente alla recitazione: ognuno veste panni di un personaggio; il bambino identifica la madre, identifica il padre, quindi assegnando un ruolo ai propri genitori riuscirà ad identificare se stesso per creare il suo personaggio. Io credo che la recitazione sia fondamentale per la crescita di ogni adolescente; confrontarsi con le proprie sensazioni, abbattere le protezioni e gli scudi che la società ci impone ci permette di vivere autenticamente per avere il privilegio di “esistere” realmente e di essere autentici, veri, rispetto ai sentimenti, agli impulsi del cuore. La recitazione ha un valore introspettivo fondamentale per la vita.

-Chi è il “diverso”?

Alessandro: A mio avviso il diverso è tutto ciò che da cui ci allontaniamo perché non è simile a noi. Ma chi è che ha stabilito le regole per definire cosa è normale e cosa no? Quali sono le norme comportamentali da seguire per essere accettato e rispettato dalla comunità? Il fatto è che non esiste una risposta certa. Ognuno di noi nel suo piccolo almeno una volta nella vita si è sentito “diverso”. Magari a scuola, a lavoro, o forse mentre faceva la fila alle poste. Almeno una volta ciascuno di noi si è chiesto se stava facendo la cosa giusta, o se ci fosse qualcosa di sbagliato in lui perché magari aveva un pensiero non conforme alla comunità. Ecco, in quel momento siamo stati diversi, e forse non ci siamo sentiti a nostro agio… ma se invece ci fosse piaciuto?

Enrico: Diverso è colui che non guarda con i suoi occhi ma con gli occhi del mondo; quel mondo che impone di vedere il bello sotto una convenzione preimpostata. La diversità secondo me rappresenta la normalità, o al massimo una parte di essa: il diverso fondamentalmente è speciale perché ha una indole, un’appartenenza o uno stile di vita che oltrepassa i canoni convenzionali che la collettività è abituata a vedere. Esistono naturalmente tantissime forme di diversità ma la diversità risiede nell’essere umano e ogni essere umano è differente dall’altro, pertanto io credo che le differenze, le diversità, per l’appunto, fondamentalmente non esistano: c’è solo un modo diverso di guardare le cose; ed è guardando le cose da una prospettiva differente che spesso si riscopre un’altra faccia della verità dove tutto è consentito e tutto è possibile.

INFO Generazioni Scorrette

Dove: Spazio Diamantevia Prenestina 230 B– Roma

Biglietti: Intero 15 € + 2 € prevendita, Ridotto 13,5 €

Info. Tel 06 6794753

Il botteghino aprirà 1 ora prima della spettacolo

Lo spettacolo non è adatto ai minori di 13 anni.

Prevendita:

Botteghino di Teatro Sala Umberto, via della Mercede 50 – Roma

Botteghino di Teatro Brancaccio, via Merulana 244 – Roma

Ticketone.it e presso i punti vendita tradizionali

Siria: si avvicina la tempesta

La Siria è prossima a una tempesta portata da venti occidentali. Il presunto attacco chimico di Douma ha cambiato la policy degli Stati occidentali, ricreando livelli di scontro con il governo siriano e i suoi alleati che non si raggiungevano dal segretariato di Stato di Hillary Clinton, durante l’amministrazione Obama.

LA POSIZIONE AMERICANA – Con la sfrenata voglia di un attacco militare da parte francese e il sostegno di Gran Bretagna, l’amministrazione Trump è incerta se scatenare una tempesta di missili sugli obiettivi delle truppe siriane fedeli a Bashar Al-Assad. Il problema ora per il Pentagono e i suoi alleati risiede nel non intaccare in nessun modo siti o obiettivi russi. Qualora dovesse esserci il minimo errore si rischierebbe di arrivare a un’escalation di difficile risoluzione. Al Pentagono si attende solo l’ordine di Donald Trump, che intanto ha avvertito Mosca con una sorta di dichiarazione di guerra via Twitter: “La Russia si prepari, i nostri missili stanno arrivando, belli, nuovi e ‘intelligenti’!“. Immediata la risposta: “I missili li usino contro i terroristi”.  Poi insinua che il vero intento Usa sia bombardare per “cancellare le tracce” di quanto realmente accaduto a Douma.

In serata la Casa Bianca ha chiarito che il presidente Donald Trump non ha stabilito un calendario per l’azione in risposta a un presunto attacco chimico in Siria, nonostante la sua nota su Twitter. La portavoce della Casa Bianca Sarah Sanders ha detto che Trump aveva una serie di opzioni, non solo militari, che tutte le opzioni sono ancora sul tavolo e sta valutando come rispondere.

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E’ certo che in ogni caso gli statunitensi dovranno ormai praticare un’opzione militare la cui portata farà comprendere il ruolo e il livello di scontro che sono pronti e intenzionati a sostenere nella difficile partita siriana.

LA POSIZIONE DELL’EX CAPO CIA – Nel dibattito di questi giorni è intervenuto stamane (ora italiana ) sulle tensioni  tra Usa e Mosca Mike Pompeo dichiarando che “la politica soft verso la Russia è finita”.

Il segretario di Stato Usa: “Abbiamo imposto sanzioni dure ed espulso più diplomatici russi e agenti segreti dagli Usa che in ogni altra epoca sin dalla guerra fredda”. “La strategia per la sicurezza nazionale di Trump, giustamente, ha identificato la Russia come un pericolo per il nostro Paese”.

“La lista delle azioni di questa amministrazione per aumentare il costo per Vladimir Putin – osserva il capo della Cia uscente – è lunga. Stiamo ricostruendo il nostro già forte esercito e rifinanziando il nostro deterrente nucleare. Abbiamo imposto sanzioni dure ed espulso più diplomatici russi e agenti segreti dagli Usa che in ogni altra epoca sin dalla guerra fredda”.

FRANCIA E GRAN BRETAGNA – Le regine del Vecchio Mondo sono partecipi a un rinnovato dinamismo, soprattutto francese che dal 2011 con i bombardamenti in Libia è tornata a volersi imporre, con un sostegno incondizionato a Washington. Noto però come siano gli Stati Uniti d’America a guidare in maniera più coerente e ragionata la coalizione rispetto la propensione all’utilizzo delle armi da parte anglo-francese. Dirigenti dell’amministrazione Trump stanno discutendo con dirigenti di Francia e Gran Bretagna per una possibile risposta militare comune. Lo riferisce l’Ap citando dirigenti americani, secondo cui gli alleati stanno valutando di lanciare un attacco militare entro fine settimana. Il presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato che la Francia

“annuncerà le sue decisioni nei prossimi giorni. In nessun caso le decisioni che prenderemo avrebbero tendenza a colpire alleati del regime o colpire chicchessia, ma saranno mirate alle capacità chimiche del regime”. Macron dà per scontato che ci sarà un’operazione militare.

“L’uso continuo di armi chimiche non può restare senza risposta” ribadisce la premier britannica Theresa May. “Se il regime americano e i suoi alleati francesi e britannici ritengono che le loro azioni e dichiarazioni fermeranno la lotta terrorismo in Siria si illudono poiché lo Stato siriano continuerà a lottare contro il terrorismo qualunque sia la loro reazione”, è quanto afferma una fonte del ministero degli Esteri siriano. In nottata arriva anche la notizia di un dispiegamento di sottomarini verso la Siria, nel raggio d’azione missilistico. Lo sostiene il Daily Telegraph sottolineando, come anche altri media britannici, che la May sarebbe pronta ad un attacco missilistico congiunto con gli Usa senza passare per il Parlamento.

LA POSIZIONE RUSSA – Se precedentemente il Presidente Trump aveva affermato nella giornata di lunedì una ferma risposta in massimo 48 ore, il quadro degli eventi si è modificato data la presa di posizione della Russia. I membri del Cremlino hanno risposto duramente sia durante la riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite lo scorso lunedì che nelle successive dichiarazioni.

Al momento sono solamente quattro le unità di superficie russe con capacità di combattimento ora presenti nel Mediterraneo: un Cacciatorpediniere classe Khasin “Smetlvy”, due fregate classe Grigorovich (adm. Grigorovich- adm. Essen) e, infine, una corvetta lanciamissili classe Krivak.

La Russia sostiene che l’attacco chimico segnalato in Siria domenica scorsa, in quel di Douma, sarebbe stato organizzato dai cosiddetti “white elmets“, una ONG finanziata dagli Stati Uniti. Ai microfoni di EuroNews, l’ambasciatore della Russia presso l’UE Vladimir Chizov, ha dichiarato: “Gli specialisti militari russi hanno visitato la regione, hanno camminato su quelle strade, sono entrati nelle case, hanno parlato con medici locali e visitato l’unico ospedale funzionante di Douma, compreso il suo seminterrato dove si è riferito che montagne di cadaveri si accumulano. Non c’era un solo cadavere e nemmeno una singola persona è entrata in terapia dopo l’attacco”.

 

LA SITUAZIONE SUL CAMPO – In Siria il regime di Bashar al-Assad ha innalzato la bandiera governativa nella città di Douma, ultima roccaforte ribelle nell‘enclave orientale di Ghouta, conquistando l’intera area. “Un evento importante per la storia della Repubblica araba di Siria si è verificato oggi: la bandiera del governo siriano è stata issata su un edificio nella città di Douma e segna il controllo di questo località e quindi della Ghouta orientale nella sua interezza”, ha detto il generale russo Yevgeny Yevtushenko, citato dalle agenzie russe.  La televisione russa ha mostrato le immagini della bandiera rossa, bianca e nera con due stelle verdi, appesa a un edificio, mentre la folla esultava tra gli edifici danneggiati.

I COMMENTI IN ITALIA – Da registrare come monito le parole di Paolo Magri, presidente dell’Istituto per gli studi di Politica Internazionale, che nell’ambito di Agorà, in onda su Rai 3, in riferimento alle accuse lanciate contro il governo guidato da Bashar al-Assad spiega:

«Nessuno ha prove certe, siamo in una propaganda di guerra e le immagini possono essere montate. Non sappiamo se siano state usate armi chimiche». 

Paolo Magri che ci appare un gigante mentre SkyTg24 e i Telegiornali Rai parlano di responsabilità di Damasco senza un minimo di analisi e di corrispondenza con i documenti ufficiali. Ciò senza che qui non si voglia in alcun modo avallare l’una o l’altra tesi senza che vi sia chiarezza da parte dell’unica istituzione terza ossia le Nazioni Unite, alle quali ancora non è stato permesso di agire sul campo.

Prove o non prove resta certa la paura per un attacco, spinto anche dai media di area progressista, i cui esiti appaiono incerti e potrebbero farci ritrovare a una ” nuova crisi cubana ” nel XXI secolo. Servirebbe attenzione e soprattuto ricordarsi che nel pantano i primi e unici a soffrire sono i Siriani. Una primavera che non è stata araba e che rischia di trasformarsi in inverno.

Björk alle Terme di Caracalla per Just Music Festival

L’artista islandese Björk ha annunciato la sua unica tappa in Italia che si svolgerà il 13 giugno alle Terme di Caracalla di Roma per Just Music Festival. Il prestigioso palcoscenico delle Terme di Caracalla, sito in un’area archeologica unica al mondo, anche quest’anno vedrà alternarsi la lirica della stagione all’aperto del Teatro dell’Opera e l’eccellenze dell’attuale panorama musicale.

 

Björk per la prima volta a Caracalla – Per l’unica tappa italiana del tour “Utopia”, Björk tornerà a incantare la città eterna, in un concerto che data la location si annuncia come storico. Il tour Utopia segue l’uscita dell’omonimo album, lanciato dall’eclettica artista islandese lo scorso settembre, e annunciato dal video di “The Gate”. Come suggeriscono le prime parole del testo, la ferita sul petto che esibiva sulla copertina del precedente Vulnicura (e che rappresentava la fine del suo matrimonio), è guarita e si è trasformata in un portale per ricevere di nuovo amore. Utopia di Bjork è un album in cui spiccano prepotentemente gli arrangiamenti e dove la voce di Bjork incanta come una sirena dell’Odissea l’ascoltatore. Un parallelo con l’opera di Omero dove le Sirene spingevano l’Acheo ad aprire il suo cuore, nella mitologia con inganno. Utopia è un album che vuol raccontare una rinascita, dopo la lacerazione dell’ottavo capitolo del percorso musicale dell’artista islandese. Utopia è un disco coraggioso, forse autoreferenziale,, ma indubbiamente libero dagli steccati del dover piacere a tutti. Utopia e Bjork si discostano dalla massa, non vogliono esser di tutti, ma lasciano una chiave di ascolto a tutti. Personalmente non apprezzo il lavoro di copertina di Jesse Kanda, ma la produzione dell’album da parte del venezuelano Arca lo ha imposto.

“Ancora una volta con la presenza davvero eccezionale di Bjork la nostra programmazione estiva si apre ai diversi linguaggi della musica contemporanea, oltre che all’opera e al balletto – ha infatti spiegato il sovrintendente Carlo Fuortes – Dopo Bob Dylan, Elton John, Neil Young e molti altri artisti applauditi negli scorsi anni, tornerà a Roma la grande artista islandese che dal 2015 non si esibiva nella nostra città. Quest’estate con Bjork torniamo a proporre l’eccellenza musicale destinata al grande pubblico di Caracalla in un concerto unico che farà rivivere lo spazio straordinario delle antiche Terme”.

Come dichiarato dal sovrintendente Carlo Fuortes la musica contemporanea si apre a Roma e al mondo. Lo fa attraverso la sua istituzione musicale per eccellenza: il Teatro dell’Opera, con il sostegno di Just Music Festival. Un festival itinerante per la città che giunto alla sua quarta edizione sta riportando Roma, abbandonata da troppi, nel posto che merita per la sua storia. 

Commodore 64 Day. Intervista a Diego K. Pierini

Il Commodore 64 è un oggetto mitico, la console di ieri ma soprattutto di domani. Abbiamo intervistato Diego K. Pierini che insieme a Emanuele Martorelli ha ideato, concepito e diretto l’evento che celebra questo oggetto meravigliosamente nerd, il C64Day- Previsioni sull’oggi da un computer di ieri.

Apparso sul mercato nel 1982, il Commodore 64 ha segnato l’immaginario collettivo di diverse generazioni. Su questa macchina è stata concepita una moderna idea di musica, software e videogioco, per non parlare delle esperienze cinematografiche e letterarie. Un home computer dove sperimentare un’idea diversa di presente. Una scatola a prezzi modici su cui si è immaginato qualche tipo di futuro, con una spinta in prospettiva tanto forte da vantare una scena ancora attiva.

Abbiamo intervistato Diego K. Pierini che insieme ad Emanuele Martorelli ha deciso di celebrare il Commodore 64 organizzando il Commodore 64 Day. Al Santeria Social Club di Milano, scrittori, giornalisti e musicisti interverranno per raccontare come questo computer abbia segnato l’approccio con il proprio lavoro attraverso incontri, performance e proiezioni, in un evento tra live set e narrazione. Il c64 day è un ponte tra passato e presente, una riflessione sull’oggi attraverso una macchina di ieri. Che ha insegnato a superare in maniera creativa i propri limiti, nell’alt(R)a qualità degli 8bit.

-Il tuo primo approccio al Commodore 64 e il ricordo più caro che leghi a questo oggetto?

Giunto chiaramente alla fase declinante dell’esistenza, le mie memorie sono confuse – e piuttosto spixellate – si sovrappongono, però, alcuni flash: cene da amici di famiglia i cui figli mi facevano sbavare mostrandomi cubettosi giochi di calcio cui non avrei giocato perché il joystick era puntualmente rotto, scatole di scarpe piene di nastri copiati e afrore residuo di calzino adolescenziale. Una parabola piuttosto esemplare della vita: grandi aspettative, legge di Murphy, un bel po’ di cattivi odori.

-In che modo il Commodore 64 ha segnato il tuo lavoro/la tua creatività?

La weltanschauung a 8 bit, fatta di contenuti grezzi e un po’ naif da completare con un ponderoso sforzo immaginativo, ha segnato inesorabilmente il mio percorso, sia nella sfera creativa – che è un ticchettante crogiolo pop e melanconico in cui mi perdo come un’allodola dietro lucine e colori fluo – sia in quella più strettamente lavorativa, dato che sono finito a tradurre videogiochi e masticare linguaggi digitali e affini. Ma soprattutto nella sfera erotica, che è rimasta inchiodata a un rapporto diadico col joystick.

-Come hai scoperto di avere questa passione in comune con Emanuele Martorelli ideatore dell’evento e insieme a te direttore artistico del C64Day?

Ci siamo conosciuti alla presentazione del mio ultimo libro, “Vite infinite”, testo pop semiserio sulla parabola di giochi e giocatori, dove Emanuele, che il Commodore l’ha vissuto in modo più artisticamente produttivo rispetto a me, aveva l’ingrato compito trasformare una conversazione potenzialmente dedicata solo a Bionic Commando e alla semiotica della spada laser in qualcosa di più interessante. C’è riuscito, ricorrendo anche a tecniche di comunicazione evolute quali lo spegnimento del microfono.

-Come è stato organizzare questa giornata, come è nata l’idea?

 Un giorno Emanuele mi invita a pranzo e mi dice di aver avuto una visione: un evento che parli della contemporaneità, ma dedicato al Commodore 64. L’idea pare bislacca, ma c’è del genio: mi lascio coinvolgere con entusiasmo. Dopo un paio d’ore di brainstorming, ci è esploso tutto in mano: temi, nomi, spunti, scintille. Ci siamo guardati pensando che forse stavamo esagerando e… no, non è vero: non l’abbiamo pensato neanche per un minuto. Va da sé, le settimane seguenti sono state un complicatissimo andirivieni di telefonate, bozze di scaletta, qualche porta chiusa in faccia. Ma noi ci siamo fatti le ossa aspettando i caricamenti del Commodore, quindi altro che zen.

-Come penseremo al C64 Day nel futuro?

In quelle tecnologie passate c’è in primis una visione della realtà creativa, un flusso di pensiero, tecniche di espressione inesplorate: non vogliamo solo analizzare, tantomeno ricordare. Vogliamo lanciare una sfida: recuperarne lo stupore, l’amore per il superamento degli argini, per l’invenzione dove pare non essercene. Quindi la speranza è che questo evento metta in moto nuove esperienze creative che riscrivano lo spazio di cui parlare in una manifestazione futura. Forse non sarà più C64. E forse neanche Day.

 

INFO EVENTO

La giornata:

 Il C64Day è un evento che tenta di ricollegare passato e presente interrogandosi sul futuro. Dalle ore 15.00 autori, musicisti, giornalisti e addetti ai lavori si alterneranno offrendo testimonianze dirette sul proprio lavoro con incontri, performance e proiezioni. Una lente di ingrandimento su un’invenzione che ha stimolato per anni la creatività del pubblico, e ancora non del tutto esaurita. A celebrare una spinta dal basso durata quattro decadi che ha visto coinvolti milioni di utenti nella creazione appassionata di una qualche idea.

Dove:

Santeria Social Club.  Una grande piazza indoor, una factory creativa, lo spazio di viale Toscana 31 si inserisce nel piano di rilancio delle aree di interesse culturale e sociale voluto dal Comune di Milano. SSC è un modello unico di intrattenimento, impresa e lavoro, con altissime finalità produttive, culturali e ricreative, per tutta la città.

Intervengono:

Rocco Tanica –tastierista, scrittore, conduttore televisivo
Makkox – fumettista, autore (Propaganda Live, La7),
Kenobit – alias Fabio Bortolotti, musicista chiptune e organizzatore eventi tra Italia ed estero

Matteo Bittanti – scrittore, docente, giornalista (Rolling Stone, Wired, curatore della collana Ludologica)
Emilio Cozzi – giornalista e autore (Wired, Rolling Stone, Il Sole 24 Ore)
Federico Ercole – “il Manifesto”, curatore “Alias”
Andrea Minini Saldini – direttore IGN Italia, ex direttore “Giochi per il Mio Computer”
Lorenzo Fantoni – Fondatore di “N3rdcore”, collaboratore de “La Stampa” e “Wired”
Carlo Santagostino – Fondatore di Retrocampus, ex redattore di Zzap! e The Games Machine
Bonaventura Di Bello – blogger, programmatore, ex direttore Zzap! e The Games Machine
Paolo Tortiglione – compositore informatico, docente di Film Composing al Cons. Giuseppe Verdi di Milano
Diego K. Pierini – Scrittore e autore televisivo
Emanuele Martorelli – scrittore, musicista, giornalista (starmale.net, Fatto Quotidiano, Vice Italia)
Retroedicola Videoludica – associazione di divulgazione della cultura del videogioco

Durante l’evento sarà possibile utilizzare il THEC64® Mini sviluppato da Retro Games Ltd e distribuito da Koch Media, la console in miniatura che segna il ritorno di un’icona.

C64 DAY

Idea&Concept: Emanuele Martorelli

Direz. Artistica: Emanuele Martorelli e Diego K. Pierini