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Fatboy Slim torna a Roma per la preview di Just Music Festival

Torna a Roma per la preview di Just Music Festival il dj e produttore britannico Fatboy Slim. Fedeli alla concezione di un festival itinerante su tutto il territorio di Roma, dopo le Terme di Caracalla – Maxxi e Auditorium, JMF ha scelto come cornice della preview dell’edizione 2019 Via di Portonaccio 23.

Il 6 aprile, Roma con una preview imperdibile, che annuncia l’arrivo del JMF 2019, torna capitale della musica in Italia e per una notte europea.

Produttore discografico, beatmaker e dj, Fatboy Slim – nome d’arte di Norman Cook – è considerato il padre del big beat, quel mix di house, breakbeat, rock, hip hop e r’n’b che ha segnato gli anni a cavallo tra fine ’90 e inizio 2000, facendo impazzire quella che in molti hanno chiamato la “Trainspotting generation”.

Fatboy Slim @ British Airways i360 per Cercle

Musicista e producer dalle infinite identità e dai mille progetti, con oltre 30 anni di carriera alle spalle, Fatboy Slim continua a divertirsi e a divertire come DJ. Ci sono infatti pochissime cose che il nostro Cook ama fare quanto stare in piedi dietro ai piatti, indossando camicie hawaiane e saltando a tempo di musica, tra un mash-up e l’altro.

Grazie a hit planetarie come “Right here, right now”, “Slash dot dash”, “Gangster trippin’”, “Praise you” e “The Rockafeller Skank”, Norman Cook è uno dei pochissimi artisti contemporanei che può vantare di aver (letteralmente) fatto ballare milioni e milioni di persone in tutto il pianeta.

Fatboy Slim scelse questo pseudonimo definitivamente nel 1996, quando riprese il nomignolo di un artista blues degli anni ’40. Così ha affermato lui anche se del brano da lui citato Baby, I Want a Piece of Your Pie non vi è traccia. Nel corso della sua trentennale carriera è chiara la volontà di far divertire il pubblico legando alla ricerca di suoni una innata capacità di porre riferimenti di altissima qualità a generi e stili apparentemente lontani.

Il suo ultimo live per Just Music Festival nel 2017, presso l’Ex Dogana, convinse molti che a Roma ci si potesse divertire lontani da sirene negative e da finte mode locali.

Il ritorno di Fatboy Slim in uno spazio, per un festival ormai consolidato, è una nuova primavera per Roma. Con lui in consolle anche Leon e Timo Mass.

USA: La Camera blocca il supporto militare ai Sauditi in Yemen

La Camera del Congresso degli Stati Uniti d’America ha votato per il blocco del supporto militare ai Sauditi in Yemen. Un voto che indebolisce l’azione Saudita nel Paese yemenita, ormai dilaniato da una lunghissima guerra, e che pone grandi interrogativi sul futuro della politica estera dell’amministrazione Trump.

SAUDITI GIGANTI REGIONALI IN DIFFICOLTA’ – L’Arabia Saudita è il principale partner nel Golfo degli Stati Uniti d’America in una delle regioni cruciali per il contenimento delle due altre potenze globali. Inoltre, grazie al petrolio e al gran numero di commesse militari richieste l’Arabia Saudita tiene in pugno la maggioranza delle cancellerie occidentali. Affianco a una politica e comunicazione di vicinanza all’occidente non vi è stato un miglioramento delle condotte nei temi che l’occidente, ma soprattutto gli insegnamenti dei suoi due monoteismi, reputano fondamentali. Se l’occidente ha fatto dell’esportazione della democrazia e dei diritti individuali la sua bandiera, l’attuale condotta saudita lo ha posto con le spalle al muro.

Il voto dei deputati serve a rompere la continuità con cui la Casa Bianca e il governo americano hanno difeso il regno saudita anche davanti a fatti enormi, come l’assassino del giornalista Jamal Khashoggi. Jamal Khashoggi, editorialista del Washington Post, per l’intelligence americana e britannica sarebbe stato vittima di un agguato organizzato da una squadraccia dei servizi segreti sauditi inviati al consolato di Istanbul per ordine dell’erede al trono Mohammed bin Salman, il quale vedeva nel giornalista un nemico politico capace di condizionarne il futuro.

TRUMP IN DIFFICOLTA’ – Che l’elezioni di midterm potessero avere degli immediati strascichi nella dialettica politica del granitico bipolarismo americano era certo. A iniziare dal government shutdown fino al voto della Camera sugli aiuti militari ai Sauditi in Yemen, la nuova dicotomia congressuale sta creano non pochi problemi al Presidente USA. Ora, qualora il voto della Camera dovesse essere confermato dal Senato, questa volta a maggioranza sì repubblicana su cui però è scarno l’appeal di Trump, allora probabilmente per la prima volta durante il suo mandato il Presidente potrebbe utilizzare il potere di veto.

LE CONSEGUENZE NELLA REGIONETogliere il sostegno all’Arabia Saudita sullo Yemen può essere problematico per la politica di ingaggio che gli Stati Uniti hanno avviato contro Teheran – aspetto che sta diventando centrale nella strategia che Washington sta adottando nella regione in accordo con gli alleati del Golfo e Israele. Ma, sostenere in toto Riad è sempre più imbarazzante. Anche in quella strategia di contenimento e attacco agli interessi dell’Iran nei Paesi limitrofi.

Yemen, una guerra civile per procura laddove la crisi umanitaria si aggrava e l’occidente è sempre più imbarazzato.

Israele: Benny Gantz il rivale di Netanyahu

Proviene dall’esercito il prossimo rivale di Netanyahu, il suo nome: Benny Gantz. Il profilo per cercare di avvicinare uno dei più importanti politici della storia politica mondiale degli ultimi decenni è giusto. Innanzitutto, Benny Gantz è un’ex generale dell’esercito israeliano.

Benjamin “Benny” Gantz è infatti stato capo delle forze armate israeliane dal 2011 l 2015, e si presenterà alle elezioni alla guida di un nuovo partito chiamato Hosen L’Yisrael (“Resilienza per Israele”). Un’ex Labour che si sta avvicinando all’essere un rivale da tenere in considerazione, anche per la particolare forma particolare israeliana le cui assonanze con l’esercito italiano sono molte, per le prossime elezioni del Paese Ebraico.

Secondo un recente sondaggio citato dal quotidiano Haaretz, Gantz raccoglierebbe il 31 per cento dei voti, contro il 42 per cento del suo principale avversario, il primo ministro uscente Benjamin Netanyahu. Nonostante Gantz stia guadagnando ampi consensi in tutto il paese, stando così le cose Hosen L’Yisrael otterrebbe solo 13 seggi in parlamento, mentre il Likud di Netanyahu ne otterrebbe 31-32.

Ganz punta alla alleanza con i centristi e gira voce di un super-ticket con lo stesso Lapid, in grado di conquistare la maggioranza relativa della Knesset. Gantz stesso ha una posizione centrista. E’ stato capo delle Forze armate dal 2011 al 2015 e ha condotto la dura campagna a Gaza del 2014, operazione Proective Edge. Classe 1977, si è arruolato volontario nel corpo paracadutisti a 18 anni. Ha combattuto nelle campagne in Libano del 1978, poi del 1982, nelle operazioni sempre in Libano fra il 1985 e il 2000, fino a comandare la prestigiosa 35esima Brigata paracadutisti. Poi ha diretto il delicato Fronte settentrionale, ai confini con Libano e Siria, e ha guidato le operazioni contro-insurrezionali in Cisgiordania e Israele durante la Seconda Intifada (2000-2005).

La comunicazione e la campagna elettorale sono partite in pompa magna, grazie al breve ben riuscito annuncio, in un video pubblicato su Facebook con il quale l’ex capo delle Forze Armate d’Israele ha annunciato la sua candidatura alle prossime elezioni parlamentari che si terranno il 9 aprile. Nel video, intitolato “Israele prima di tutto”, Gantz dice: «Per me Israele viene prima di tutto. Unisciti a me e percorreremo insieme una nuova strada. Perché abbiamo bisogno di qualcosa di diverso e faremo qualcosa di diverso».

La strada è tutta in salita per il rivale di Benjamin Netanyahu e bisogna sempre tenere considerazione delle turbolenze che riguardano i “vicini” Paesi confinanti con Israele. Se infatti è certa la data dell’elezioni in Israele, sicuramente non lo è la stabilità dell’area mediorientale. Infatti, lo sviluppo della Guerra in Siria, la forte presenza iraniana nella zona e il disimpegno nell’area degli Stati Uniti d’America impongono giudizi parziali e rendono incerti i futuri scenari. A ciò si deve aggiungere che la vincitrici Russia nella campagna di Siria, ora l’Occidente si interroga su quello che è stato il suo coinvolgimento e i risultati ottenuti a Damasco, ha come interlocutore privilegiato da Putin il sempre in vetta ai sondaggi Bibi Netanyahu.

Monotòno (forse) l’ultimo appuntamento dell’Ex Dogana

Dal 12 gennaio al 1 di febbraio l’Ex Dogana ospiterà Monòtono, probabilmente “l’ultima” grande rassegna sull’arte contemporanea negli spazi dell’ Ex Dogana.

Le opere inedite presentate sono state prodotte dagli artisti che hanno lavorato negli studi della factory “Studio Volante”. L’intenzione è quella di raccontare gli ultimi quattro anni di attività attraverso le testimonianze di fotografi e pittori che hanno avuto la possibilità di utilizzare la struttura generando contenuti di arte visiva che hanno avuto un grande impatto sulla città.

Gli esempi maggiori ne sono stati le mostre “Eterotopia” e “Roma Arte Aperta”. Ora che questo ciclo potrebbe concludersi, Monotono rappresenta un’occasione preziosa per raccontare questo percorso. Gli artisti si confronteranno con la bicromia, tutti i lavori saranno presentati in scale di grigio per sottolineare il rapporto tra il giorno e la notte, la gioia e il dolore.

L’auspicio è, tuttavia, che tutto questo possa continuare.

Artisti in mostra:

SBAGLIATO
Borondo
Andrea Andreco
Domenico Romeo
Rub Kandy
Canemorto Fan Club
Angelo Jaroszuk Bogasz
Guido Gazzilli
TELLAS
Viviana Berti
Martina Scorcucchi

Forse l’ultima occasione per Roma per scoprire l’Ex Dogana per come l’hanno conosciuta due generazioni di ragazzi. Un luogo e una programmazione che nel bene e nel male ha dato tanto a Roma ed è l’unico esempio italiano di gestione di spazi temporanei nella piena legittimità. Un’esperienza che tra un decennio, in molti, rimpiangeranno.

Carceri: la salute dietro il cancello

L’evento, promosso dal Vice Presidente del Consiglio regionale del Lazio, Giuseppe Cangemi, organizzato in collaborazione con l’Associazione ‘Gruppo Idee’ e il giornale ‘Dietro il cancello’,  intende approfondire la delicata tematica della sanità nelle  carceri del Lazio dando voce a quanti, ogni giorno, operano all’interno degli istituti penitenziari. “Vogliamo stimolare un confronto costruttivo a tutto campo – spiega Cangemi – per individuare soluzioni utili a migliorare il diritto alla salute nelle carceri, senza compromettere il diritto alla sicurezza”.

Prevenzione e assistenza sanitaria, il trattamento delle dipendenze, le Rems e la salute mentale, la gestione e la prevenzione del rischio suicidario, le malattie infettive, il ruolo della Magistratura di sorveglianza e della Polizia penitenziaria nel diritto alla salute, le nuove frontiere della telemedicina: questi i temi al centro dell’incontro che, dopo i saluti istituzionali del Vice Presidente, Cangemi, e del Vice Presidente della Regione Lazio, Massimiliano Smeriglio, sarà aperto dalla relazione del presidente Commissione Sanità del Consiglio regionale del Lazio, Giuseppe Simeone.

Relatori:

Francesco Basentini, Capo dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Il diritto alla salute e le esigenze di sicurezza della collettività; Stefano Anastasia, Garante dei detenuti del Lazio, La domanda di salute dei detenuti e l’assistenza sanitaria nella Regione Lazio; Maria Antonia Vertaldi, Presidente Tribunale di Sorveglianza di Roma, Il ruolo della Magistratura di Sorveglianza nella tutela della salute del detenuto; Cinzia Calandrino, Provveditore Regionale Amministrazione Penitenziaria, Il rapporto di collaborazione tra i due sistemi: sanità e giustizia; Luigi Persico, Responsabile U.O.S.D. CC Regina Coeli, Medicina e sanità penitenziaria: criticità e proposte; Alessia Forte, Commissario Cord. Nucleo traduzioni e piantonamenti CC Rebibbia NC, Il ruolo della polizia penitenziaria all’interno e all’esterno degli Istituti per la tutela della salute del detenuto e la sicurezza del cittadino; Giuseppe Ducci, Direttore Dipartimento di Salute Mentale ASL RM 1, Il progetto sulla salute mentale della CC di Regina Coeli; Alberto Sbardella, Responsabile U.O.S.D. Dip. Salute Mentale Penitenziaria e P.F. ASL RM 2 , La prevenzione e la gestione del rischio suicidario in ambito penitenziario; Franca Compagnoni, Responsabile U.O.S.D. Patologie da dipendenza in ambito penitenziario – Ser.T. Rebibbia, La tutela del diritto della salute in carcere e il trattamento delle dipendenze; Giuseppe Quintavalle, DG ASL RM 4 – Commissario Straordinario ASL RM 5, L’Esecuzione della Misura di Sicurezza in R.E.M.S.; Samuela Beccaria, Dirigente UOC Medicina Protetta Ospedale Sandro Pertini – L’integrazione tra ospedale e territorio in ambito penitenziario; Giulio Starnini, Direttore UO Medicina Protetta – Malattie Infettive Ospedale Belcolle – Viterbo, Le malattie infettive all’interno degli Istituti Penitenziari del Lazio: prevenzione e controllo; Paola Pancia, Medico incaricato CR Rebibbia Nutrizione e salute in carcere, Nutrizione e salute in carcere; Virna D’Antuono, Psicologa Psicoterapeuta Univ. Cattolica del Sacro Cuore di Roma – FIDAL Lazio , Quando lo sport diventa terapeutico; Raffaele Nudi, Ad Replycare, Smartcare del detenuto nel Lazio; Federico Vespa, Direttore Dietro il cancello – Gruppo Idee-ASI, Il ruolo del volontariato nella tutela della salute in carcere

Wilma Labate presenta Arrivederci Saigon

Arrivederci Saigon, il documentario di Wilma Labate accolto con entusiasmo a Venezia 75 a Roma al Cinema Farnese distribuito da Cinecittà Luce

Venerdì 30 novembre alle ore 20.30 la regista presenterà il film al Cinema Farnese di Roma.

 

Arrivederci Saigon è l’incredibile storia de “Le Stars” (Viviana Tacchella, Rossella Canaccini, Daniela Santerini e Franca Deni), la giovanissima band italiana che dalla provincia toscana viene spedita inaspettatamente in Vietnam, a suonare nelle basi militari americane.

Hanno voglia di successo e di lasciare la provincia industriale dove vivono: vengono dalle acciaierie di Piombino, dal porto di Livorno e dalle fabbriche Piaggio di Pontedera. È la provincia rossa delle case del popolo e del PCI e uscire da quella provincia è il loro sogno. Siamo nel ’68 e ogni sogno sembra possibile. Ricevono un’offerta che non possono rifiutare: una tournée in estremo oriente: Manila, Hong Kong, Singapore… Armate di strumenti musicali e voglia di cantare, partono sognando il successo ma si ritrovano in guerra, e la guerra è quella vera del Vietnam…

Dopo cinquant’anni “Le Stars” raccontano la loro avventura vissuta nelle basi sperdute nella giungla, tra i soldati americani e la musica soul.

 

È il 1968 e mentre in Italia i giovani occupano le scuole, rinnegano l’autorità di una famiglia patriarcale, rivoluzionano i costumi governati dalla chiesa e decidono di essere soggetti politici – racconta la regista – cinque ragazzine della provincia toscana imparano il Soul insieme ai soldati afroamericani in Vietnam.

Ancora un altro ’68. La sfida è quella di raccontare la Storia con lo sguardo delle protagoniste, riaprendo un capitolo tra i più conflittuali del Novecento con la memoria e la leggerezza di una esperienza incredibile che ha segnato per sempre la loro vita”.

 

La regista: fra un film e l’altro Wilma Labate gira molti documentari, da Genova 2001 alla Palestina, agli anarchici odierni alla fatica del lavoro, convinta che il documentario sia una forma espressiva autentica e necessaria. Tra gli ultimi lavori “Raccontare Venezia”, “Le navi dei veleni” e “Qualcosa di noi”, storia dell’incontro tra una prostituta e un gruppo di giovani aspiranti scrittori. Tra i lungometraggi ricordiamo “La mia generazione”, un viaggio da sud a nord di un furgone blindato con a bordo un capitano dei carabinieri e un detenuto politico.  “Domenica” che racconta Napoli attraverso gli occhi di una bambina dal futuro incerto e un poliziotto gravemente malato. “signorinaEffe” che racconta la storia d’amore fra un’impiegata e un operaio della Fiat durante i 35 giorni di lotta fuori ai cancelli della fabbrica nel 1980.

 

 

La Francia ha imposto sanzioni contro 18 sauditi per l’assassinio di Khashoggi

La Francia ha imposto sanzioni e limitazioni di viaggio nei confronti di 18 cittadini sauditi accusati di essere coinvolti nell’omicidio di Jamal Khashoggi, giornalista saudita e opinionista del Washington Post ucciso nel consolato saudita a Istanbul, in Turchia, lo scorso 2 ottobre. Il ministero degli Esteri francese ha detto in un comunicato che «la Francia si aspetta che sia fatta luce sul modo in cui l’omicidio è stato commesso» e che «vuole una risposta esaustiva, dettagliata e trasparente da parte delle autorità saudite».

Kraftwerk annunciato il concerto a Roma per l’unica data italiana

Il 3D Concert delle leggende dell’elettronica andrà in scena la prossima estate al Teatro Romano di Ostia Antica

I Kraftwerk, la band simbolo dell’elettronica, porteranno il loro live in 3D in Italia. Lo show è una mastodontica rilettura in tre dimensioni di tutto il repertorio della formazione tedesca, da Autobahn a Das Model, e sarà uno degli eventi di punta di Rock in Roma 2019. Il concerto, previsto per il 27 e 28 giugno, sarà ospitato nella splendida cornice del Teatro Romano di Ostia Antica.

 

Sono considerati come i “pionieri” dell’elettronica. Sono due punti ideali e d’indirizzo per la “centrale elettrica musicale”: il minimalismo e Karlheinz Stockhausen. Viene oggi riconosciuto dalla critica, salvo qualche controversia, come uno dei compositori più importanti del XX e XXI secolo. Per alcuni è “uno dei più grandi visionari della musica del XX secolo”.

 

Gli esteti tornano dal futuro a Roma con una produzione di TheBase per RockInRoma

 

 

Yemen senza tregua e pace. Il silenzio colposo dell’occidente

Yemen senza tregua e senza pace. Sono quasi 85.000 i bambini morti di fame o malattia in Yemen dall’inizio del conflitto .

LA STRAGE DEI BAMBINI – Lo riferisce un rapporto pubblicato da Save The Children, basato sui dati forniti dalle Nazioni Unite per stimare i tassi di mortalità in casi di grave malnutrizione e malattia tra i bambini al di sotto dei cinque anni di età. Sulla base di una «stima prudente», Save The Children denuncia la morte di 84.701 bambini per fame o malattie tra l’aprile 2015 e l’ottobre 2018. Il Fondo per l’Infanzia delle Nazioni Unite –Unicef  ha fatto sapere che dal 2015 oltre 2.400 bambini hanno perso la vita e oltre 3.600 sono rimasti feriti a causa degli scontri avvenuti in Yemen.

La guerra ha provocato in tutto oltre 10000 vittime civili. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), a causa della guerra in corso l’80% dei minori residenti in Yemen ha bisogno di assistenza umanitaria, pari a oltre 11 milioni di bambini al di sotto dei cinque anni. L’Unicef sostiene che almeno 2,2 milioni di bambini soffrono di malnutrizione acuta in Yemen. Almeno 16,37 milioni di persone, su una popolazione di oltre 27 milioni, hanno bisogno di servizi sanitari di base, mentre la situazione è peggiorata dall’epidemia di colera in corso nel paese arabo, dove ogni 10 minuti muore un bambino per denutrizione.

IL CONFLITTO Il conflitto ufficialmente è iniziato tra il 25 e il 26 marzo del 2015. Da quella notte gli aerei dell’Arabia Saudita, sostenuti da una coalizione di altri otto Paesi arabi, bombardano senza sosta le postazioni dei ribelli sciiti houthi, arroccati nel sud del Paese.

Per comprendere le cause del conflitto bisogna però andare indietro negli anni. Dopo la primavera yemenita, tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012, il presidente Ali Abdullah Saleh (alla guida del Paese da oltre trent’anni) ha lasciato il potere. La sua caduta, avvenuta su pressione dei Paesi del Golfo e in particolar modo dell’Arabia Saudita, ha ridato vita alle forze centrifughe del sud del Paese. Mentre le Primavere arabe infiammavano tutto il Medio Oriente, i ribelli houthi sono tornati sulla scena.

Il nuovo presidente Abdel Rabbo Monsour Hadi, sostenuto dagli Stati Uniti e dall’Egitto oltre che dai Paesi del Golfo, non è mai riuscito a prendere del tutto il controllo del Paese né ad avviare le riforme promesse. Dal 2011 in poi gli houthi, appoggiati dall’Iran e frustrati nelle loro inascoltate richieste di autonomia, hanno dato il via a una serie di proteste per chiedere la sua cacciata. Questo stato di instabilità ha portato l’Arabia Saudita a optare per l’intervento militare, mettendosi alla guida di una coalizione guidata dagli Stati del Golfo, dalla Giordania, dall’Egitto, dal Marocco e dal Sudan e mettendosi alla guida di una coalizione di cui fanno parte gli Stati del Golfo, la Giordania, l’Egitto, il Marocco e il Sudan . Inoltre il presidente Hadi nel marzo scorso ha dovuto abbandonare la capitale Sana’a, caduta sotto il controllo dei ribelli. E ora si trova ad Aden – da cui gli houthi si sono ritirati – nel Sud del Paese dove imperversano diverse milizie. A sostenere gli Huoti è il Paese sciita per eccellenza ossia l’Iran.

 

Quella in Yemen è sempre più una guerra per procura che vede uno scontro tra due filoni dell’Islam, due potenze regionali (Iran e Arabia Saudita), tra alleanze globali (Russia/Cina contro Occidente) e tra etnie. Le vittima invece è solo una: la popolazione civile.

LA TREGUA DELLA SCORSA SETTIMANA – È durata solo qualche decina di ore la tregua stipulata tra i ribelli Houti e la coalizione a guida saudita in Yemen.Nella giornta di ieri Mohammed Ali Al Houthi, capo del Comitato Rivoluzionario Supremo degli Houti, aveva infatti accettato leh richieste dei negoziatori delle Nazioni Unite, che da tempo cercano di instaurare un tavolo di pace con poco successo, e aveva annunciato che sarebbero stati sospesi gli attacchi missilistici e con i droni contro l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e le forze lealiste da loro sostenute sul territorio dello Yemen. La coalizione araba aveva invece accettato di sospendere l’offensiva contro Hodeidah, quarta città del paese e importante porto sul Mar Rosso.

L’obiettivo del governo appoggiato dalle Monarchie del Golfo è la presa del porto strategico di Hudaydah. La cui presa potrebbe segnare un passo militare di assoluta rilevanza per la coalizione appoggiata dall’occidente.

Nel frattempo lo Yemen resta un Paese senza tregua e senza pace. Ma, tanto all’opinione pubblica occidentale non importa. Troppo importanti le sponsorizzazioni agli editori di chi con la guerra in Yemen fa grandi affari.

La Cina nel Pacifico spaventa l’Australia

L’inferenza cinese nel Pacifico spaventa l’Australia. La nazione oceanica ha deciso di rispondere a quello che viene visto come un disegno di influenza capillare nel sud-est Pacifico annunciando ingenti spese militari e l’esclusione di colossi come Hauwei dai piani di sviluppo tecnologico.

Il premier australiano Scott Morrison ha infatti promesso di aumentare l’impegno militare e diplomatico australiano nel Sud del Pacifico in risposta ai forti investimenti e alla presenza massiccia di vettori navali cinesi nella Regione. E’ stato annunciato dall’Australia la creazione un fondo infrastrutturale da $ 2 miliardi (1,26 miliardi di Euro) per l’area del sud Pacifico, aumentando di fatto gli schieramenti navali. Inoltre, come accade nell’Europa Orientale con la NATO e gli USA, anche l’Australia svolgerà più esercitazioni militari con le nazioni insulari della zona.

Se molti sostengono che la Cina, in termini prettamente geopolitici e militari, non sia una potenza globale, ma regionale è indubbio che il suo attivismo dal Mediterraneo (nel quale ha ripreso influenza e basi la Russia, salda alleata di Pechino).

L’Australia, alleato chiave degli Stati Uniti nel Pacifico con il Giappine, ha toccato un terreno diplomatico roccioso lo scorso anno con la Cina, il suo principale partner commerciale. Le tensioni sono state sollevate quando il governo ha espresso preoccupazione per le società sostenute da Pechino che finanziavano le infrastrutture nelle nazioni del Pacifico. Tra i timori vi è la paura che Pechino possa aprire basi militari cinesi nella regione, cosa accaduta in passato nell’Oceano Indiano.

A tal proposito il governo australiano ha recentemente respinto l’offerta di 13 miliardi di dollari (9,4 miliardi di dollari) di CK Group per l’operatore del gasdotto APA Group per timori sulla sicurezza nazionale, una decisione che ha il potenziale per infiammare ulteriormente le tensioni diplomatiche.

 

Mentre il Pacifico è stato tradizionalmente considerato il territorio diplomatico australiano ed è il maggior beneficiario di aiuti esteri da Canberra, la Cina ha aumentato i prestiti alle piccole e indebite nazioni delle isole del Pacifico alfine di entrare in uno spazio d’influenza maggiore. L’annuncio di Morrison di un maggiore coinvolgimento nel Pacifico arriva dopo che la settimana scorsa ha detto che l’Australia sta formalmente impegnandosi in un’iniziativa congiunta con Papua Nuova Guinea per sviluppare una base navale, a margine di un’offerta della Cina.

A seguito di un annuncio di giugno, l’Australia contribuirà a finanziare un nuovo cavo di telecomunicazioni che va da Sydney alle Isole Salomone, spremendo Huawei Technologies Co. – una società che nel mese di agosto è stata vietata la fornitura di apparecchiature wireless di prossima generazione agli operatori di telecomunicazioni australiani a livello nazionale motivi di sicurezza.

 

Morrison ha recentemente affermato che “la Cina è il paese che sta cambiando maggiormente l’equilibrio del potere” e “esercitando un’influenza senza precedenti nell’Indo-Pacifico”.

 

L’occidente, gli Usa e  i suoi alleati sono avvertiti.