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Lo spazio dell’occupazione nei territori Palestinesi

Nei giorni della “Marcia del ritorno” l’attenzione della stampa internazionale torna a concentrarsi sulla questione israelo-palestinese, in particolare sulle condizioni di vita nello spazio della striscia di Gaza. Ma proviamo a domandarci, come architetti, cosa vuol dire vivere lo spazio dell’occupazione.

La domanda è: come interpreti quel vicolo? Lo interpreti come un luogo da attraversare, come fanno tutti gli architetti e gli urbanisti, o lo interpreti come un luogo che è proibito attraversare? Tutto dipende dalla tua interpretazione. Noi abbiamo interpretato il vicolo come un luogo che è proibito attraversare, la porta come un luogo da non varcare, la finestra come un luogo da cui è proibito guardare.[1]

Se la materia prima dell’architettura è lo spazio, allora agire come architetti in uno scenario di occupazione vuol dire dunque essere capaci di dare allo spazio nuova forma, leggendo tra le macerie del disordine possibili conformazioni spaziali capaci di generare una nuove libertà. Mentre lo spazio della ricostruzione a seguito di un disastro naturale è per sua natura etico, quello della costruzione in scenari di occupazione richiede un posizionamento dell’architetto: le frontiere, per quanto labili e dinamiche, separano due mondi. Mondi in cui l’interpretazione dello spazio è funzionalmente sovvertita, in cui gli elementi stessi che lo definiscono interpretano significati opposti, generando uno spazio inverso.

3 m2 al secondo: il dato sul consumo di suolo[2] che tanto preoccupa noi italiani, sarebbe accolto in maniera molto diversa per un residente dei territori Palestinesi occupati. Non a caso, al ritorno dai negoziati con l’autorità palestinese nel Maryland del 1998, l’allora ministro degli esteri israeliano Ariel Sharon invitava i coloni israeliani a “muoversi, correre e mettere le mani su quante più colline possibile, perché quanto prendiamo ora resterà nostro. Tutto quello su cui non mettiamo le mani ora, sarà loro[3]. L’occupazione è la prova muscolare che, da una parte, determina i ruoli – chi domina e chi è dominato – e, dall’altra, impone una struttura spaziale al territorio: quello determinato, ordinato, esclusivo degli insediamenti israeliani o quello spontaneo, caotico, labirintico di quelli palestinesi. In maniera solo apparentemente paradossale è dunque lo spazio di vita dell’occupato ad incarnare principi di vitalità – o aspirazione alla vita – e dinamismo, mentre quello dell’occupante si rivela simulacro di principi astratti.

A section of the controversial Israeli barrier is seen between the Shuafat refugee camp (R), in the West Bank near Jerusalem, and Pisgat Zeev (rear), in an area Israel annexed to Jerusalem after capturing it in the 1967 Middle East war, January 27, 2012. Israel has presented Palestinians with its ideas for the borders and security arrangements of a future Palestinian state, in a bid to keep exploratory talks alive, Palestinian and Israeli sources said on Friday. REUTERS/Baz Ratner (JERUSALEM – Tags: POLITICS) – RTR2WXMJ

Il tema del paesaggio determina un’ulteriore inversione semantica rispetto ai modelli contemporanei di intervento. Agire alla scala territoriale nel paradigma contemporaneo occidentale può avere obiettivi molteplici: ricostituire un’unità naturale, generare una nuova visione del paesaggio antropico, consentire alla comunità di riappropriarsi di brani di territorio inaccessibili. Qualunque strategia si adotti il fine ultimo è consentire l’accessibilità al territorio, generare ecosistemi interconnessi, attribuire allo spazio un valore collettivo. Nei territori occupati questi valori risultano ribaltati: gli insediamenti, sempre situati su alture o colline, si configurano come esclusione del sistema territoriale. La loro presenza costituisce, per natura spaziale e valenza politica, l’interdizione di una porzione di popolazione da quella fascia di paesaggio: rappresenta un limite. In modo analogo le infrastrutture che, per la loro natura di essere tra le cose hanno per noi un valore intrinsecamente connettivo, nei territori occupati sono vere cesure nel territorio. A costruirle sono gli operatori israeliani, che ne hanno il diritto legale in quanto paese occupante, ma i residenti palestinesi dei territori occupati ne sono interdetti. Ogni infrastruttura richiede una fascia di sicurezza che varia tra i 50 ed i 100 metri: il suolo disponibile diminuisce ancora.[4]

Un tema sembra ricorrere in questi ragionamenti: quello del limite, del confine. Lo spazio dell’occupazione è ineludibilmente uno spazio confinato o uno spazio confinante. Il confine in quanto tale, in un regime di occupazione, è uno spazio che non è dato, perché flessibile, mutevole.

Le frontiere hanno una geografia diversa da quella dei luoghi statici e stabili. Prive dell’equilibrio di cui godono i confini nazionali saldi e lineari, esse sono territori profondi, mobili, frammentati, elastici. Linee d’azione temporanee, marcate da barriere improvvisate, non segnano i limiti dello spazio politico ma lo attraversano, in tutta la sua profondità. Le distinzioni tra il dentro ed il fuori sono impossibili da stabilire con chiarezza.”[5]

Per la sua natura labile lo spazio del confine è, da un lato, lo spazio del sopruso e dell’oppressione, dall’altro, quello della sicurezza e del controllo. Ne incarna i principi la barriera difensiva israeliana (anche nota come West Bank Barrier, in inglese, o Apartheid Wall, in arabo جدار الفصل العنصري) la cui capacità di conformare il territorio è percepita da israeliani e palestinesi in maniera antitetica.

E se nei territori Palestinesi occupati questa inversione semantica e spaziale è evidente e tragica, è quasi inconcepibile nel territorio della striscia di Gaza. Qui dove lo spazio dell’occupazione non è delimitato dalle barriere israeliane, è il mare a costituire un limite invalicabile, a causa del controllo marittimo di Israele. In uno spazio di poco più di 350 km2, abitato da quasi 2 milioni di persone, anche il mare costituisce un muro.

Arcò – Centro per l’infanzia Terra dei Bambini

E allora come può l’architettura lavorare in uno spazio così dicotomico, complesso e contraddittorio? Ricavando spazi di libertà, costruendo luoghi di resistenza e felicità, come lo studio Arcò ha fatto nel 2011, costruendo nel piccolo villaggio di Um Al Nasser il centro per l’infanzia “Terra dei Bambini”. Un luogo così simbolico e potente che nel 2014 è stato distrutto dai bombardamenti israeliani. Ma nello spazio dell’occupazione l’aspirazione alla vita non termina mai: nel 2016 la scuola è stata ricostruita, una nuova terra dei bambini, un nuovo spazio di libertà.

Arcò – Nuova Terra dei Bambini
[1] Intervista di Eyal Weizman e Nadav Harel con Aviv Kochavi, 24 Settembre 2004, in una base militare israeliana vicino Tel Aviv, in “Architettura e occupazione”, E. Weizman, Mondadori, Milano, 2009, p. 203
[2] Dati ISPRA 2017
[3] Agence France Press, 15/11/1988
[4]To start a city from Scratch, an interview with architect Thomas M. Leitersdorf”, Eran Tamir-Tawil, in R. Segal e E. Weizman, “A civilian occupation, The politics of Istraeli architecture”, Verso Book, Londra, 2004
[5]  “Architettura e occupazione”, E. Weizman, Mondadori, Milano, 2009, p. 8

Lo spazio ultimo


La rappresentazione di uno spazio adibito allo studio, alla ricerca, all’approfondimento, sintetizza un esercizio considerevole, che consiste nel tradurre l’idea metafisica di un sapere supremo in misure e forme chiaramente intellegibili. Ad oggi, se dovessi individuare alcuni esempi a riguardo, traccerei un sentiero che partendo da un affresco presente nelle “Stanze Vaticane” condurrebbe fino a Robin Williams, lo strepitoso istrione hollywoodiano.  
Raffaello Sanzio, intorno al 1410 affresca con i suoi allievi la Stanza della Segnatura. Qui viene rappresentata una delle più straordinarie scene della Storia dell’Arte mai immaginate, la Scuola di Atene. Un dibattito, un confronto, un duello, una lezione tenuta dai più grandi filosofi e sapienti della storia. Ma in che spazio vengono inseriti i suddetti contendenti? Sopra una pavimentazione marmorea bicroma, caratterizzata da motivi geometrici euclidei, quattro gradoni anticipano uno spazio centrale, cuore della contesa. Tutt’attorno viene scandita chiaramente un’architettura classica e rinascimentale. Un tempio della filosofia, una chiesa del sapere, circonda i presenti, custodendoli dall’indefinito cielo che si staglia in lontananza. La rappresentazione architettonica è necessaria perché preserva la scena dall’assoluto, contiene i presenti offrendogli un campo ideale per la resa dei conti. 
Ebbene il tutto si ripropone, con i distinguo necessari, per mano dell’architetto illuminista Étienne-Louis Boullée, il quale progettando il nuovo salone per la Biblioteca Nazionale di Francia, intorno al 1780, disegna una prospettiva che passerà alla storia. Possiamo serenamente constatare come l’architetto francese superi in audacia l’Urbinate, immaginando uno spazio sublime. Una maestosa volta a botte cassettonata, sorretta tramite un colonnato ionico trabeato, copre l’intero salone. Lo squarcio longitudinale della volta, accompagnando la composizione del disegno che si sviluppa in profondità, ne esalta l’anelito visionario.
E’ inoltre l’entrata in scena dei libri a risultare ancor più prorompente e scenografica (sebbene nello stesso affresco di Raffaello vengano impugnati, consultati ed appuntati, rappresentando un protagonista silenzioso dell’opera). Tre livelli di un ideale stadio del sapere, colmi di librerie colme di libri, corrono lungo tutto il perimetro del salone, generando un effetto capace di mozzare il fiato al solo pensiero di poter abitare uno spazio simile.
Ed ecco che nel 1998, grazie all’uscita di un film a mio modo di vedere notevolissimo (ma rimandiamo al team di Lorenzo Peri per un giudizio tecnico adeguato) il pensiero si realizza ed il sopracitato Salone prende vita. What Dreams May Come, distribuito in Italia come Al di là dei sogni, diretto da Vincent Ward, ripropone, citandolo esplicitamente, l’ambiente solo disegnato e mai realizzato dal nostro Boullée. Risulta interessante come le scene girate all’interno di questa ricostruzione digitale non scalfiscano minimamente la rappresentazione originaria, declinandola se possibile verso atmosfere ancor più oniriche, grazie ad uno specchio d’acqua in sostituzione del pavimento e ad un cielo al tramonto in lontananza.
Tutti esempi di spazi immaginati per contenere un sapere universale, che potremmo definire ultimo. Per questo motivo il vero comun denominatore all’interno delle tre rappresentazioni citate è proprio lo spazio fuori dalla scena. E’ come se l’architettura svolgesse un compito sporco, come se si realizzasse perfettamente scomparendo o interrompendosi, lasciando spazio allo spazio. Lasciando intuire, mediante gli sfondati prospettici, un’infinitezza ultima che la materia potrebbe solo ostacolare.
Jacopo Costanzo