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Realpolitik: un vicolo cieco?

In un articolo di Limes del 21 maggio scorso è stato tradotto un brano che tesseva gli elogi del sistema di politica estera basato sulla Realpolitik.
Nel pezzo, l’autore Elmar Hellendoorm addebita la divisione dell’Europa in materia di politica estera alla mancanza di Realpolitik. Solo con una nuova generazione di studiosi di analisi politica dura l’Europa può uscire dalla propria impasse diplomatica.
Cina e Russia sono gli avversari di sempre, ma gli USA ci hanno lasciato scoperti nei loro confronti. Per questo, dobbiamo affrontarli da soli, lasciando da parte inutili idealismi.

L’autore accusa le sinistre europee del ’68, che tacciavano di conservatorismo chi considerasse la Cina un avversario, di essere responsabili delle attuali derive populistiche.
Si tratta di affermazioni talmente azzardate e schematiche da risultate persino grottesche. Le sinistre europee preferivano Mao Zedong a De Gaulle per motivi ideali ed ideologici che non possono essere paragonati alla postideologia degli attuali populismi.
Ma oltre a questa nota polemica, la  realpolitik di cui parla Hellendoorm può essere considerata un esempio positivo?
Un altro articolo, comparso stavolta sul Guardian e firmato Evgeny Morozov, può aiutare a sciogliere questa matassa.

Anzitutto cosa si intende per analisi geopolitica dura? Secondo questa scuola la diplomazia dovrebbe seguire esclusivamente un calcolo di interesse. Questo interesse si baserebbe su elementi reali come l’economia, la geografia, la finanza, la demografia, la potenza militare. Solo in secondo piano vengono elementi considerati ideali, come le differenze culturali e religiose.
Hellendoorm esalta la scuola di analisti politici statunitensi. Sono i cosiddetti think tank che sta dando agli USA un indirizzo realistico in politica estera. Ma l’autore deve poi ammettere che gli Stati Uniti siano una potenza “in relativa crisi”.
Si tratta due affermazioni sbagliate dalle fondamenta oltre che contraddittorie.

Gli USA, in particolare dopo la caduta del Muro di Berlino, hanno collezionato una sequela di fallimenti geostrategici. Dalla disastrosa destabilizzazione dell’Iraq alle imprese in Somalia e in Jugoslavia (dove la NATO ha avuto successo grazie al solido apporto europeo), alla guerra infinita in Afghanistan. Se questi fallimenti sono merito della nuova élite di analisti duri del Pentagono e della Casa Bianca, c’è poco da sperare nella teoria da cui traggono ispirazione.
Che gli Stati Uniti siano in relativa crisi come scrive Hellendoorm è innegabile. Ma da che punto di vista lo sono? L’economia statunitense è in rapida espansione, l’ascesa demografica procede sostenuta, la disoccupazione al 4% e in diminuzione, le spese militari in aumento, le esportazioni stabili, l’industria culturale sempre più pervasiva nel resto del Mondo.
Secondo i parametri presi in considerazione dall’analisi geopolitica dura, insomma, gli USA non sono affatto in crisi. Eppure appare evidente che lo siano.

 

L’analista ed esperto di tecnologia Evgeny Morozov ha affermato in un recente articolo che ad essere in crisi è soprattutto l’idea di villaggio globale a guida statunitense. Questa idea, elaborata negli anni ’90, era una delle varie declinazioni del concetto di “fine della Storia”: Grazie al proprio predominio tecnologico nel mondo dell’informatica, gli Stati Uniti avrebbero guidato la Rivoluzione Digitale risultando la potenza egemone globale non solo sul piano economico-militare, ma anche sotto il profilo della creazione dell’immaginario.

Oggi il quadro sembra molto diverso.
Cina e Russia utilizzano social network controllati e alternativi a quelli occidentali e censurano i motori di ricerca con la complicità delle aziende statunitensi. Non solo, ma il mercato degli hardware non è più monopolio USA come lo era vent’anni fa.
Questo non vuol dire che gli Stati Uniti non siano il principale gestore del settore digitale. Ma, come sottolinea Evgeny Morozov, adesso gli USA devono difendere i propri interessi in questo campo, come nel caso dell’iniziativa di Trump di riportare le fabbriche del colosso Qualcomm negli Stati Uniti.
In altre parole il protezionismo statunitense, così marcato al G7 da essere apparso addirittura brutale, non è altro che la battaglia di retroguardia di una potenza che sta perdendo la propria egemonia.

Tornando alla realpolitik statunitense così osannata da Elmar Hellendoorm, questa è espressione di una potenza in pieno declino. Forse le azioni di Donald Trump ritarderanno questo declino sul piano economico, ma si stanno risolvendo in una débâcle diplomatica e di immagine.
In questo fallimento di apparenza più che di sostanza, si può cogliere l’ineluttabilità della crisi dell’egemonia statunitense.
Se l’Unione Europea dovesse intraprendere questa stessa strada, potrebbe combattere battaglie di retroguardia che la vedrebbero alla lunga sconfitta, se non sui dati delle statistiche economiche, sicuramente sotto il profilo dell’affidabilità, dell’autorevolezza e dell’incisività diplomatica.

Medio Oriente, una prognosi aggiornata

Il 12 e 14 maggio scorsi, Donald Trump ha mosso due importanti pedine sulla scacchiera del Vicino e Medio Oriente.
Il 12 maggio ha ritirato gli USA dall’accordo sul nucleare stipulato nel 2015 tra Obama e Rohani.
Appena due giorni dopo ha inaugurato l’ambasciata statunitense a Gerusalemme.

Due mosse dall’enorme portata diplomatica che seguono un calcolo preciso.

 

L’abrogazione del trattato sul nucleare con l’Iran ha provocato una profonda spaccatura con gli alleati europei. Francia e Germania si sono subito smarcate dalle posizioni statunitensi.
Il ministro degli esteri tedesco Heiko Maas ha sottolineato l’importanza dell’accordo nel mantenere la stabilità dell’area.
Il ministro dell’economia francese Bruno Le Maire si è spinto oltre, affermando che l’Europa debba distanziarsi dalle pretese statunitensi di agire come vigilantes del Mondo.
Angela Merkel ed Emmanuel Macron hanno poi telefonato a Vladimir Putin, stabilendo una linea di difesa comune dell’accordo.
La mossa di Trump ha mostrato al Mondo che la distanza tra USA e UE si sta allargando di giorno in giorno.

Chi ha gioito per questo accordo sono stati due preziosi alleati degli USA nell’area: Israele e l’Arabia Saudita.
Benyamin Nethanyahu, a inizio maggio, ha premuto sul piede dell’acceleratore affermando che il Mossad avrebbe raccolto migliaia di documenti che dimostrano la malafede degli iraniani. Un assist insperato a Trump. Nethanyahu sembra voler puntare  ad un risultato storico: l’annessione de jure del Golan siriano (occupato dal 1967).
Mohammad Bin Salman, il principe ereditario saudita e factotum del regno, ha annunciato la possibilità di un riarmo nucleare saudita, probabilmente grazie un alleato storico provvisto di testate atomiche: il Pakistan.

Il 14 maggio Donald e Ivanka Trump hanno inaugurato l’ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme. La cerimonia è stata accompagnata da imponenti manifestazioni organizzate dal popolo palestinese (organizzate ogni venerdì già da aprile).
Le manifestazioni avevano provocato la reazione violenta degli israeliani, con decine di morti. Gran parte della comunità internazionale aveva condannato la risposta brutale dell’esercito israeliano, invano.
Il 14 maggio i cortei palestinesi sono stati meno pacifici, e gli israeliani hanno risposto militarmente, uccidendo sessanta manifestanti e ferendone quasi tremila. Una strage rimasta impunita.

Di fronte a questi fatti, la diplomazia europea si è mossa in maniera  contraddittoria. Francia e Germania hanno ribadito di voler mantenere le proprie ambasciate a Tel Aviv, mentre Repubblica Ceca, Austria, Ungheria e Romania hanno affermato di voler imitare l’esempio statunitense.
Trump, con questa mossa, è riuscito a dividere l’Unione Europea, creando una frattura tra il fronte islamofobo conservatore e il blocco fautore dell’integrazione religiosa e culturale.

Tuttavia, se Donald Trump ha segnato un punto contro l’unità europea, questa azione ha fatto rallentare il percorso di riavvicinamento tra Israele e Arabia Saudita.
Già invisi a buona parte dell’opinione pubblica sunnita per le nuove aperture a Israele, i sauditi faranno passare un po’ d’acqua sotto i ponti prima di tendere di nuovo la mano a Nethanyahu. Cosa che faranno, vista l’instabilità innescata col ritiro degli USA dall’accordo con l’Iran.

 

A ben vedere, per gli USA queste azioni si muovono in una sola direzione: quella di rientrare prepotentemente nella politica dell’area. Dopo il rimescolamento di carte con la Corea del Nord, Trump vuole un successo netto nel Medio Oriente per rilanciare una politica estera statunitense in affanno.
Trump vuole usare lo strumento economico per far ritirare gli iraniani dalla Siria e per innescare una rivolta popolare che rovesci il regime. Si tratta di aspettative illusorie: l’Iran è supportato in Siria dalla Russia, e il sentimento antiamericano è ben radicato nel paese.
Questa filosofia può essere semplificata in una frase: se non possiamo avere influenza diretta nell’area, che non l’abbia nessuno.

Approfondimento: Un anno di Trump – Atlantico

È trascorso all’incirca un anno dall’insediamento di Donald Trump alla casa bianca. Chi un anno fa gridava alla fine del Mondo, è stato smentito: il Mondo è ancora in piedi. Ma sta già iniziando a cambiare per l’azione diretta di un presidente USA.

In questo articolo tenteremo di analizzare i principali mutamenti nei rapporti di forza internazionali provocati dall’operato del presidente statunitense, focalizzandoci sullo scacchiere dell’Oceano Atlantico.

Stati Uniti: La politica interna non è stata finora il cavallo di battaglia di Donald Trump. La quarantacinquesima presidenza degli Stati Uniti si è aperta all’insegna degli scandali: il Russiagate ha gettato fin dalle prime settimane l’ombra dell’impeachment sul presidente. Tuttavia questa minaccia, forse la più grave per il consenso interno di Trump, non ha sortito finora gli effetti desiderati, ed è molto difficile che riesca a farlo nell’immediato futuro: nonostante un congresso sostanzialmente paralizzato, Trump non ha mai perso l’appoggio dei repubblicani, almeno non al punto da innescare il processo di impeachment.
Gli altri scandali che hanno afflitto l’amministrazione, dalle affermazioni oscure e ambigue sulla strage di Charlotteville (che hanno innescano le dimissioni di decine di funzionari e consiglieri in carica dall’epoca Obama) alle relazioni con attrici pornografiche prezzolate, non hanno per ora sbalzato di sella Trump. Hanno però portato ai minimi il consenso popolare per il presidente statunitense, consentendo all’opposizione repubblicana di rafforzarsi costringendo Trump in una condizione estremamente precaria.
Indebolito all’interno, Trump ha usato con spregiudicatezza la carta della politica estera per risollevare il consenso e dare l’idea di un presidente forte. Questo non tanto perché Trump abbia una visione chiara in politica estera, quanto perché è un campo in cui può agire direttamente senza dover consultare continuamente il parlamento.
Vale la pena però ricordare che il segretario di stato statunitense, Rex Tillerson, ha spesso dimostrato il proprio dissenso nei confronti di Trump, addossando il grosso delle responsabilità dell’attuale politica estera sulle spalle di Donald Trump.

Canada: Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi ha isolato il gigante nordamericano da una serie di alleati tradizionali tra cui il Canada, storico partner commerciale nella fornitura di materie prime, non da ultimo gli idrocarburi estratti tramite fratturazione idraulica.
Per qualche tempo i rapporti rimarranno ancora particolarmente stretti, anche perché la politica ecologica promessa dal primo ministro canadese Justin Trudeau è stata per ora molto tiepida. Ma è probabile che sul lungo periodo la scelta di Trump peserà sulle relazioni con il “grande vicino del nord”.

America centrale e caraibi: Eletto su un’onda di razzismo e intolleranza verso la minoranza etnica latinoamericana, Donald Trump aveva promesso mari e monti nei confronti del Messico: dall’idea di un muro che lo ghettizzasse impedendo ai suoi immigrati di fuggire verso gli Stati Uniti, a misure concrete per fermare la delocalizzazione di imprese statunitensi in Messico fino all’espulsione di milioni di immigrati.
Praticamente nessuna di queste proposte è stata finora attuata, ma questo non vuol dire che i rapporti con il Messico siano ottimali, e sono probabilmente destinati a peggiorare.
Con Cuba, invece, Trump è tornato sulle posizioni tradizionali statunitensi. Dopo aver annunciato già a giugno un “ritorno al passato”, a Novembre ha firmato nuove norme che rendono più difficoltosi non solo i rapporti commerciali, ma lo stesso viaggio da e per l’isola caraibica. Non si tratta di un vero e proprio ritorno all’embargo, ma potrebbe essere un primo passo in questa direzione.
Lo scopo è evidente: destabilizzare il regime cubano e “rendere libera l’isola”. Il processo di normalizzazione intrapreso da Obama è stato annullato da questa azione. Potrebbe trattarsi di una mossa controproducente: è chiaro che il comunismo a Cuba è ormai agli sgoccioli, ma su ciò che seguirà c’è molta incertezza. Mostrandosi concilianti, gli Stati Uniti avrebbero potuto far leva sul proprio soft power per guidare il processo di transizione. Adesso, invece, si torna ad un approccio puramente oppositivo, che lascia poco spazio ad una diplomazia pacifica.

Sud America: Le vittorie del neoliberista Mauricio Macri in Argentina a ottobre e del conservatore Sebastiàn Piñera in Cile a novembre hanno spostato decisamente a destra l’asse politico dell’America Latina. Sommati all’insediamento di Michel Temer in Brasile, questi successi della destra filo-americana hanno definitivamente sepolto i sogni di grandi coalizioni bolivariane in grado di fare fronte comune rispetto agli USA.
Anche in Colombia la pacificazione nazionale a seguito della resa delle FARC ha rinsaldato la leadership del governo conservatore filo-statunitense.
Gli unici stati che ancora manifestano la propria opposizione agli USA sono la Bolivia e il Venezuela. Economicamente irrilevante, la Bolivia di Morales non costituisce un vero ostacolo agli USA. Altro discorso riguarda il Venezuela retto dall’erede di Chavez, Nicolas Maduro.
Il vero colpo al Venezuela lo ha inferto a ben vedere l’Arabia Saudita, con la propria politica di vendita di petrolio a prezzo ribassato. Questa mossa, iniziata già nel 2016 in spregio agli accordi dell’OPEC (di cui anche il Venezuela fa parte) è servita a danneggiare un rivale storico dei sauditi, l’Iran, con la sua alleata Russia. Il Venezuela è stato in un certo senso un “effetto collaterale” di questa guerra. Eppure da nessuna parte come nella patria del nuovo bolivarismo la crisi petrolifera ha fatto sentire i suoi morsi.
Privo di un’economia differenziata, dipendente in tutto dalle fluttuazioni del greggio, il Venezuela è semplicemente collassato. I maldestri tentativi del governo di porre un freno all’inflazione galoppante si sono risolti in un disastro, e i partiti dell’opposizione borghese hanno fatto leva su un’opinione pubblica stremata per mettere in ginocchio il governo. Maduro, com’è noto, ha risposto con il pugno di ferro esacerbando ulteriormente il clima di tensione.
I legami tra l’opposizione neoliberista e gli Stati Uniti non sono un mistero, e Trump ad agosto ha ventilato di voler intervenire militarmente. Quest’ipotesi, per fortuna, non si è ancora concretizzata, ma non è detto che non venga tirata fuori nel caso in cui la crisi economica dovesse perdurare.

Il continente sudamericano rimane con ogni evidenza il giardino di casa degli Stati Uniti, e forse non è mai stato così strettamente a rimorchio degli USA dall’11 settembre ad oggi.

Unione Europea: Sul continente europeo il potere statunitense sta scricchiolando da diversi anni, ma la presidenza Donald Trump sembra costituire una cesura netta, e una cesura senz’altro negativa.
Nel 2001 gli stati europei intervennero prontamente in Afghanistan al fianco degli Stati Uniti.
Nel 2003, in un contesto molto diverso, furono molte meno nazioni a seguire Bush nella sua impresa contro Saddam.
Nel 2014, in occasione della crisi ucraina, gli Stati Uniti di Obama cavarono d’impaccio un’Unione Europea titubante e ingessata. Ma gli Stati Uniti hanno agito facendo i propri interessi, non quelli dell’UE, cercando di contenere l’espansionismo della Russia tramite le sanzioni economiche, che hanno danneggiato l’economia russa tanto quella europea.
Con l’insediamento di Donald Trump, la Germania e la Francia hanno deciso di premere l’acceleratore sul processo di unità europea. È stata elaborata la teoria dell’Europa a due velocità in un’ottica di maggiore integrazione (per quanto a livello ideale ciò rappresenti una contraddizione).
Le elezioni in Francia hanno posto un argine al populismo, che sembrava dovesse dilagare nel 2017 in tutta Europa. Con esse è stato investito del mandato popolare un presidente estremamente attivo in politica estera.
Macron sembra pronto a negoziare i termini della nuova UE con il governo di Angela Merkel, ancora in via di formazione dopo il risultato incerto delle elezioni tedesche di settembre.
Donald Trump considera l’Unione Europea come un rivale economico, e non nasconde la sua ostilità verso le istituzioni europee. Per questo, ha fatto capire alla Russia di lasciare ampi margini in Est Europa, lasciando l’UE a confrontarsi da sola con il grande vicino d’Oriente.
La Commissione Europea, però, non si è scoraggiata e ha anzi posto le basi per la realizzazione di un sistema militare comunitario. Un altro mattone nella costruzione di un’Europa Unita.
Se le tendenze della politica estera di Trump dovessero rimanere queste, è probabile che l’UE, costretta a muoversi in autonomia, proceda sempre più spedita verso un processo di unità politica e diplomatica oltre che monetaria.

I più pessimisti, un anno fa, prospettavano un accerchiamento dell’Europa da parte di regimi più o meno populisti, più o meno conservatori e variamente ostili. A un anno dall’insediamento di Trump, la situazione appare ribaltata: l’ondata di populismo sembra essersi arrestata, e l’UE pare aver trovato le forze per affrontare di buona lena i numerosi problemi che l’affliggono.

Gran Bretagna: Con la rielezione di Theresa May a giugno, la prospettiva di un asse populista-conservatore tra USA e Regno Unito è definitivamente sfumata. Nonostante le simpatie reciproche, i governi di May e Trump sono troppo deboli e troppo isolazionisti per costituire un fronte comune credibile.

Russia: Insidiato dallo scandalo del Russia-Gate, Trump ha preferito mantenere un basso profilo nei confronti della Russia. Gli unici incontri tra Trump e Putin sono avvenuti in occasione del G20 dello scorso luglio e dell’incontro della Cooperazione Economica Asiatico-Pacifica, a novembre. Non c’è finora stato un summit bilaterale che abbia permesso un confronto diretto tra i due presidenti.
I rapporti tra Russia e USA sembrano migliorati rispetto al secondo mandato dell’amministrazione Obama. Le relazioni sembrano improntate ad un sostanziale laissez-faire reciproco. Con l’eccezione importante dell’attacco missilistico degli USA in Siria il 6 aprile 2017, gli Stati Uniti sembrano non voler intralciare gli interessi russi in Medio Oriente e in altre aree strategiche.
È probabile che questo rapporto di buon vicinato sia destinato a durare, perché Trump sembra non avere una strategia interventista programmatica, con l’unica eccezione della Corea del Nord. Lasciare spazio alla Russia significa anche mettere in difficoltà l’Unione Europea, un obiettivo fondamentale della strategia trumpiana.

Vicino e Medio Oriente: Molto si è scritto a riguardo della situazione mediorientale, anche su questa rubrica, per cui non ci dilungheremo qui su tale scacchiere.
Condensando il ragionamento di Trump sull’area, si può dire che Trump stia cercando un riavvicinamento agli alleati tradizionali, Israele e Arabia Saudita, in una classica ottica da presidente repubblicano.
Questo riavvicinamento, in funzione smaccatamente anti-iraniana, ha portato Trump a decisioni estreme, come l’annuncio dello spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme e l’abbandono dell’UNESCO. Due mosse che hanno molto riavvicinato USA e Israele dopo la tacita ostilità dell’era Obama, ma che allo stesso tempo hanno isolato i due stati rispetto al resto della diplomazia mondiale.
In Arabia Saudita, a giovarsi dell’appoggio statunitense è soprattutto l’ambizioso principe ereditario Mohammad Bin Salman, artefice dell’intervento saudita in Yemen, dell’embargo al Qatar e di una serie di purghe che hanno portato al processo di decine di ministri, nobili e politici sauditi.
La politica del deprezzamento del petrolio sta facendo il gioco degli Stati Uniti, danneggiando la Russia, l’Iran e “stati canaglia” come il Venezuela. Questa politica rischia però di danneggiare economicamente l’Arabia Saudita, sul lungo periodo, ed è quindi probabile che venga presto ridimensionata o abbandonata.

Africa: Con l’eccezione di Libia ed Egitto, da diversi anni l’Africa non è più nell’agenda politica statunitense. Dopo la disastrosa campagna somala dell’inizio degli anni ’90, le forze statunitensi sembrano non voler rimettere piede nel continente africano (ancora, con l’importante eccezione della Libia).
L’Africa sta affrontando un momento critico dal punto di vista politico, demografico ed economico, e tutto lascia pensare che sarà la vera protagonista del XXI secolo. Per ora, comunque, è un continente ancora poverissimo e in lenta crescita, dove gli interessi economici occidentali, dopo la crisi del 2007, si sono ridotti notevolmente.
In Africa, con l’imponente progetto della Nuova Via della Seta, si sta imponendo un altro colosso: la Cina. Ma di questo parleremo nel prossimo articolo.

In sintesi: Sullo scacchiere dell’Atlantico la politica di Donald Trump ha conosciuto alterne fortune, ma non ha saputo esprimere una chiarezza programmatica, né una visione lineare degli scopi da perseguire. Trump si è incanalato in molti dei ragionamenti tradizionali dei repubblicani statunitensi (gli stati canaglia, la vicinanza a Israele e Arabia Saudita), ma si è profondamente distaccato da altri (l’egemonia in Medio Oriente, l’ostilità verso la Russia).
In generale, la politica estera di Trump sta alienando i favori degli USA in molti organismi internazionali (UE, ONU ecc.), e sta favorendo indirettamente il sorgere di nuove potenze regionali. È possibile che in futuro questa fase possa essere identificata con l’inizio del declino degli Stati Uniti d’America come potenza egemone globale.

Germania: die Große Krise

Lo scorso 20 novembre i rappresentanti di quattro partiti tedeschi (Unione Democratico-Cristiana, Unione Cristiano Sociale, Partito della Libertà e Verdi) si sono confrontati per tentare la costituzione di una Grande Coalizione. La riunione, durata tredici ore, si è risolta in un fiasco. Il partito dei liberali (FDP), dopo un lungo dibattito, ha staccato la spina, chiudendo le porte ad un accordo.

La Germania esce da un governo di Grande Coalizione del tutto simile a quelli italiani di larghe intese. Alle ultime elezioni, i tre partiti di governo (i democristiani CDU e CSU e il socialdemocratico SPD) hanno subito un tracollo. I partiti CDU/CSU hanno perso, insieme, il 9% dei voti, mentre i socialdemocratici sono calati del 5%. Ad avvantaggiarsene sono stati i liberali e gli ultraconservatori di Alternative für Deutschland, che hanno guadagnato un 8% dei consensi ciascuno.

Consapevoli che il proprio insuccesso fosse dovuto alla collaborazione con i democristiani di Angela Merkel, i socialdemocratici rappresentati da Martin Schulz hanno rifiutato da subito ogni ipotesi di alleanza. E va detto che un partito populista, reazionario e xenofobo come Alternative für Deutschland non avrebbe probabilmente ottenuto il successo di settembre se il governo di larghe intese tra CDU/CSU e SPD non avesse scontentato sia l’elettorato di destra sia quello di sinistra.

L’accordo tra CDU/CSU e SPD, nel 2013, non fu semplice e venne raggiunto dopo due mesi di consultazioni, e dopo una votazione da parte degli iscritti all’SPD. Alla fine Angela Merkel fu eletta cancelliera dal Bundestag.
Questa volta le cose sono andate peggio. Per la prima volta nella storia della Repubblica Federale Tedesca, non solo dal voto non è uscita nessuna maggioranza certa, ma non è stato nemmeno raggiunto un accordo di governo.
Il Presidente della Repubblica Federale, Frank-Walther Steinmaier è intervenuto annunciando una nuova tornata elettorale all’inizio del prossimo anno. Non era mai successo che si dovesse palesare un intervento del capo dello stato.

La crisi politica tedesca è stata annunciata dall’impasse del 2013 ed anticipata dai sondaggi dell’ultima campagna elettorale.

Se c’è una lezione da apprendere, per i politici europei, è che lo spettro del populismo ha già iniziato a destabilizzare la roccaforte economico-politica dell’UE. Ma anche che, come è accaduto in Italia, gli accordi di governo tra centrodestra e centrosinistra non fanno altro che rafforzare l’opposizione dei partiti che si dichiarano antisistema.

L’European Culture Forum a Milano

European Culture Forum è un evento biennale, di grande rilevanza, organizzato dalla Commissione Europa per sottolineare e comunicare l’importanza delle collaborazioni europee in ambito culturale, per riunire i maggiori attori del settore e discutere iniziative e policy europee. L’edizione 2017 sarà anche l’occasione del lancio dello “European Year of Cultural Heritage 2018”, l’anno tematico dedicato dall’Unione Europea al patrimonio culturale comune.

European Culture Forum, per la prima volta non a Bruxelles, si terrà a Milano, nel distretto creativo della zona Tortona, presso Superstudio. Una sede straordinaria, un tempo fabbrica di biciclette e successivamente location per la moda e le arti riprogettata da Flavio Lucchini negli anni ’80, che sarà motivo di ispirazione per i lavori del Forum.

Può la cultura essere di aiuto ad affrontare le sfide cui si trova ora di fronte l’Europa e il mondo? Il patrimonio culturale interessa agli Europei? Come può la cultura, nelle città e nelle Regioni, sostenere lo sviluppo di società più inclusive e coese?

Registrazioni entro il 10 novembre.

La sessione di apertura prevede rappresentanti di autorità locali ed europee:

  • Tibor Navracsics, Commissatio Europeo per l’Istruzione, la Cultura, i Giovani e lo Sport
  • Antonio Tajani, Presidente del Parlamento Europeo
  • Dario Franceschini, Ministro dei beni Culturali e del Tursimo, Italia
  • Indrek Saar, Ministro della Cultura, Estonia

Il programma di snoda su due giorni con tantissime sessioni e gruppi di lavoro tra i quali, venerdì 8 dicembre, dalle 14.15 alle 15.15:

CREATIVE HUBS NETWORK AND CREATIVE LENSES – COMBINING CREATIVITY, SPACES, VALUES AND SUSTAINABILITY

Gli spazi creativi nelle nostre città possono essere molto diversi per ampiezza, obiettivi, modelli economici, ma, tutti, aiutano le comunità ad essere unite. Questa sessione sarà uno spazio di condivisione di riflesssioni da parte dei creativi su piattaforme e luoghi di lavoro, su come migliorare la resilienza delle organizzazioni artistiche e culturali e, più in generale, sulle condizioni complessive del settore creativo nel 21° secolo. Saranno condivisi esempi concreti tratti da due progetti co-finanziati: European Creative Hubs Network e Creative Lenses.

EUROPEAN CREATIVE HUBS NETWORK

Negli ultimi dieci anni, abbiamo assistito allo sviluppo a livello mondiale delle comunità creative: persone diverse che si ritrovano nello stesso spazio per ideare, collaborare, “fare”. Queste comunità sono quelle che chiamiamo “creative hubs” e rappresentano il settore più creativo dell’imprenditoria e della cultura di questo inizio di 21°secolo. In un panorama globale in continua evoluzione, gli hub diventano luoghi di lavoro importantissimi, dove le persone possono creare, sperimentare, dialogare e lanciare nel mondo nuove idee imprenditoriali.

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The European Culture Forum is a biennial flagship event organised by the European Commission to raise the profile of European cultural cooperation, to bring together cultural sectors’ key players and to debate on EU culture policy and initiatives. Its 2017 edition will also mark the official launch of the European Year of Cultural Heritage 2018, the thematic EU year devoted to our common cultural assets and all their aspects.

The event, for the first time outside of Brussels, will take place at Superstudio in the booming creative neighbourhood of Tortona in Milan. This extraordinary event venue, once a bicycle factory and then a place for fashion publishing and art created by a renowned Italian art director Flavio Lucchini in the 1980s, will provide an inspiring and thought-provoking decorum for lively discussions, unexpected meetings and fruitful exchanges.

Can culture help to tackle European and global challenges? Does cultural heritage matter to Europeans? How can culture in cities and regions help to shape more cohesive and inclusive societies?

Verso un esercito europeo?

Angela Merkel lo ha detto chiaramente: l’Unione Europea non può più fidarsi degli alleati tradizionali. Era il 28 maggio, e le sue parole hanno fatto scalpore rimbalzando sulle testate di tutto il mondo. Eppure, non sono state altro che la conferma di un percorso politico intrapreso dall’insediamento di Trump alla Casa Bianca.
Lo sganciamento, per ora ancora parziale, dalla crisi in Est Europa, la richiesta ai membri NATO di aumentare la propria spesa militare, l’escalation in Siria erano le avvisaglie di una crisi politica coronata dal ritiro dagli accordi di Parigi.
A dieci giorni dalla dichiarazione della cancelliera tedesca, la Commissione Europea ha varato un fondo di 5,5 miliardi di euro destinato alle forze armate comunitarie. Lo scopo del fondo, reso noto da un comunicato firmato da Federica Mogherini e Jyrki Katainen, è esplicito: indirizzarsi verso un esercito federale europeo.
Sorprendentemente, la notizia non ha ricevuto l’attenzione mediatica che avrebbe meritato.
Il documento pubblicato dalla Commissione Europea evidenzia come le forze armate dei paesi membri utilizzino una varietà enorme di sistemi d’arma a volte addirittura incompatibili tra loro. Una forza armata unitaria, i cui fondi possano essere gestiti dagli organi europei, porterebbe ad una standardizzazione degli armamenti, ad una semplificazione della catena di comando, ad una razionalizzazione delle risorse investite. Consentirebbe dunque risparmi consistenti oppure, a parità di risorse investite, porterebbe ad un netto aumento dell’efficienza delle forze armate.

Gran parte dei fondi di questo primo finanziamento verrà resa disponibile solo a partire dal 2020. Circa 600 milioni di euro verranno destinati alla ricerca di tecnologie militari a livello europeo, superando lo stadio di collaborazione tra singoli stati che aveva caratterizzato lo sviluppo di nuovi armamenti dalla seconda metà della Guerra Fredda.
1,5 miliardi di euro saranno invece indirizzati all’acquisizione e alla produzione di sistemi d’arma a livello europeo.
Il resto dei fondi copriranno operazioni ed esercitazioni militari congiunte.

Il fatto che la proposta sia arrivata subito dopo le dichiarazioni di Angela Merkel dimostra che il progetto fosse nell’aria già da tempo (il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Junker lo aveva ventilato nel settembre 2016), e che la recente crisi dei rapporti USA-UE sia stata colta al balzo come pretesto per iniziare a lavorare su quell’autonomia militare che sembra ormai indispensabile perché l’Europa possa acquisire una reale compattezza diplomatica.

Il processo di unificazione degli eserciti non sarà certo rapido. Esso dovrà coinvolgere gli apparati industriali dei paesi membri non meno delle loro ambasciate. Verranno probabilmente stabilite delle quote di investimento per ogni paese, alle quali c’è da aspettarsi un’opposizione da parte dei paesi europei che al momento investono meno nel settore militare. Ma la riforma è già iniziata e difficilmente potrà arrestarsi, nonostante le pretese di autonomia militare dei più bellicosi tra i paesi membri.

 

Numerosi paesi europei combattono in conflitti aperti. La Francia è ampiamente coinvolta nella crisi siriana e nelle guerre civili del Mali e della Repubblica Centraficana, l’Italia sembra venire lentamente ma inesorabilmente trascinata nel conflitto in Libia, la Gran Bretagna è intervenuta in Libia nel 2011 al fianco della Francia. Molti paesi rimangono schierati in Afghanistan.
La crisi in Ucraina ha risvegliato l’antica paranoia di Germania e Polonia nei confronti della Russia, riaprendo il contrasto sul Mar Baltico, dove proprio nel corso di giugno si sono succedute provocazioni reciproche.

Proprio la crisi politica ucraina ha messo in luce l’inconsistenza della politica estera europea, con il blocco est europeo (assecondato dalla Germania) propugnatore di una linea dura, fino forse all’invio di forze di interposizione, e paesi come l’Italia schierati su posizioni più accomodanti. Alla fine solo l’intervento degli USA, con il varo delle sanzioni, ha riportato i paesi europei sulla stessa linea diplomatica.
In Donbass la crisi è lontana dall’essere risolta, anche perché se da un lato la Russia è sempre più occupata a risolvere a proprio favore la crisi siriano-irachena, dall’altro Donald Trump ha mostrato scarso interesse nel risolvere il conflitto. Lo scandalo del Russia-Gate si mescola alla volontà di non voler favorire in alcun modo l’Unione Europea.

Il messaggio di Trump è stato recepito da Angela Merkel, che proprio per questo ha parlato di mancanza di fiducia nei confronti degli “alleati tradizionali”. La Germania è ad oggi la principale promotrice del processo di integrazione delle forze armate europee, paradossalmente incoraggiata proprio dalle richieste di Trump di un innalzamento delle spese per la difesa.
Non è un caso se il 25 giugno Martin Schulz ha accusato la cancelliera di voler “germanizzare l’Europa” anziché “europeizzare la Germania”. L’innalzamento della spesa militare tedesca potrebbe inserirsi nell’obiettivo di guidare, e non solo di sostenere, la creazione di un esercito europeo comunitario.
Le prospettive politiche e geopolitiche per una simile eventualità sono del tutto aperte.

Fortezza Europa

 

L’UE DA UNA PROSPETTIVA PESSIMISTICA

Dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea e dopo l’elezione di Donald Trump alla presidenza USA, i cittadini europei sono convinti di essere sotto assedio da parte di potenze esterne oscure e in buona misura imprevedibili. Ma tale convinzione è frutto di un’attenta analisi, o è piuttosto il ritorno ad una mentalità che ha caratterizzato la cultura europea fino dai suoi albori?

Il concetto di Europa come entità non solo geografica ma anche culturale, religiosa e sociale nasce nel corso del Medioevo, in un periodo in cui i regni sorti sulle rovine dell’Impero Romano lottavano incessantemente tra loro e contro un nemico esterno sempre nuovo (dai Goti agli Unni, e poi i Normanni, i Saraceni, gli Ungari, i Mongoli, i Turchi). Il modo di fare politica, la società, l’economia e la religione si erano sviluppati in questa atmosfera di conflitto latente, che si potrebbe definire come duplice: rivolto verso un avversario interno oppure esterno.
I fondamenti culturali europei si sono strutturati in un panorama politico dominato dal senso di perdita del passato grandioso dell’Impero Romano (che i soggetti politici successivi si sono affannati a riproporre), e dalla mentalità di chi si sente sotto assedio e diffida dei propri vicini.
Ed è in un simile panorama che, accanto ai nazionalismi, è nata l’aspirazione ad un’Europa unita, di volta in volta in senso religioso, politico, culturale o economico.

La concezione di dover sostenere un assedio costante contro un nemico esterno insieme ad una lotta per la stabilità interna è stata propria di tutti i regimi politici egemonici europei, dal sistema asburgico a quello bonapartista, dal regime bolscevico a quello nazifascista, senza contare i regimi nazionalisti europei, ognuno dei quali ha scorto nei propri vicini la più importante minaccia.
Questo sistema di sospetto reciproco e di paura di una grande invasione esterna ha continuato a dominare le relazioni diplomatiche europee anche nel corso delle prima parte della Guerra Fredda, prima che un soggetto sovranazionale come l’Unione Europea si proponesse come garante della pace e della stabilità economica europea. Ma se l’UE superava gli attriti tra stati dell’Europa Occidentale, il timore per un’invasione esterna era rafforzato ogni giorno dal confronto USA-URSS.

Non bisogna stupirsi, dunque, se i recenti avvenimenti politici hanno instillato una paura antica nei cittadini europei: la paura di un assedio.
Ad un primo sguardo, tale paura sembra giustificata: negli Stati Uniti l’amministrazione Trump guarda con aperta freddezza all’Unione Europea, mentre c’è chi vede delinearsi un improbabile asse diplomatico USA-UK-Russia.
La Russia sta riprendendo la propria linea diplomatica “classica”, proteggendo la propria sfera d’influenza nel Vicino Oriente, in Asia Centrale e, appunto, sui confini europei.
La Gran Bretagna, che per quasi sessant’anni ha svolto la funzione di ponte privilegiato tra gli USA e gli stati europei, ha scelto la via nazionalista, tirandosi fuori dal calvario economico dell’austerità.

Ma al di là di facili allarmismi, un’analisi più approfondita ci restituisce una narrazione diversa di questi avvenimenti.
La ritirata militare e diplomatica degli Stati Uniti va interpretata come tale, e non come una minaccia. Trump vuole levarsi d’impiccio dal pantano mediorientale, per reindirizzare le proprie risorse in un “fronte interno” che minaccia di sfuggirgli di mano.
Trump ha attaccato per settimane la NATO, ma il recente incontro tra il vice presidente Mike Pence ed Angela Merkel lasciano pensare ad una soluzione di compromesso, l’unica realisticamente attuabile, che vedrà un graduale aumento dei contributi militari da parte di alcuni paesi europei.
Anche il rapporto con Mosca non è segnato da una chiara apertura. Il 15 febbraio Trump ha dichiarato su Twitter che l’amministrazione Obama è stata troppo indulgente con la Russia in occasione dell’annessione della Crimea; il 24 ha annunciato un massiccio riarmi, contro un nemico ignoto, che è stato interpretato dalla Russia come una minaccia diretta. Nei prossimi mesi si potrà capire appieno lo sviluppo di questa dinamica.

Un discorso simile, almeno in parte, si può elaborare per il Regno Unito. L’economia della Gran Bretagna attraverserà con tutta probabilità un periodo di instabilità, per un motivo semplice: è molto difficile portare avanti una politica economica nazionalista su un tessuto socio-economico ormai post-industriale. Tutti gli sforzi della Gran Bretagna, nei prossimi anni, si concentreranno probabilmente nel cercare accordi vantaggiosi con l’Unione Europea e nel mitigare in qualche modo gli effetti deleteri di un’economia ormai quasi completamente finanziaria e virtuale. È impensabile che in un simile contesto la Gran Bretagna dimostri un dinamismo diplomatico che la porti al fianco della Russia.

Per quanto riguarda la Russia stessa, essa incarna probabilmente al meglio il nuovo nazionalismo che sembra propagarsi di nuovo in tutto il Mondo. Ma il consolidamento della Russia in senso nazionalista limita al contempo le sue aspirazioni “imperiali”. Quello russo è un nazionalismo dettato dalla necessità.  Il relativo isolamento economico, il costante calo demografico, la situazione pietosa di un tessuto sociale ormai lacerato da diseguaglianze e corruzione, relegheranno ancora a lungo la Russia al ruolo di potenza regionale. La Russia interverrà ancora militarmente in Est Europa, ma non tanto da poter minacciare effettivamente la stabilità dell’Europa Occidentale.

Nonostante il susseguirsi di mutamenti cruciali della politica internazionale, nonostante i propri problemi interni l’Unione Europea non deve temere un isolamento o un assedio peggiori di quelli che avrebbe subito nei vent’anni trascorsi. Ci aspettano anni in cui la geopolitica subirà mutamenti sostanziali. Ma questi mutamenti possono essere un’occasione per l’Europa, affinché si imponga come potenza regionale autonoma. Cercando di evitare l’eventualità, altrettanto probabile, di un trionfo dei nuovi nazionalismi.

Romania – Una protesta che insegna il futuro ai giovani d’Europa

La Romania è nel cuore dell’Europa e appartiene all’ente sovranazionale Unione Europea. I suoi giovani sono in piazza da oltre due settimane e stanno dando un senso di risveglio alla gioventù europea, poco a quella italiana anestetizzata dagli intellettuali vicini all’ex Premier. In questi giorni stanno avvenendo le manifestazioni di piazza più imponenti dalla caduta del dittatore Ceausescu. L’accusa rivolta contro il governo è di aver varato una legge che ufficialmente ha come fattispecie l’intento di risolvere il problema carcerario interno, ma che in realtà avrebbe, secondo i manifestanti, favorito alcuni politici in carcere per corruzione.

La legge infatti avrebbe depenalizzato l’abuso d’ufficio e altri reati di corruzione. In particolare, depenalizzando l’abuso d’ufficio per casi riguardanti somme inferiori ai 44mila euro, il decreto avrebbe anche messo fine al processo in corso contro il socialdemocratico Liviu Dragnea, stretto collaboratore del premier Grindeanu e leader del suo partito. Dragnea è accusato di aver utilizzato 24mila euro di denaro pubblico per stipendiare due persone alle dipendenze del suo partito. Al fianco del popolo in protesta si è schierato apertamente il presidente della Romania, che ha chiesto al governo di dimostrare trasparenza e prendere decisioni a favore della società, e non di nascosto.  La rivolta è anche un modo di scagliarsi contro il governo del socialdemocratico Sorin Grindeanu, uno dei pochi governi rimasti a sinistra nella parte orientale dell’Unione Europea.

Quella rumena è una protesta ben raccontata in Italia, forse perchè tutti si dicono progressisti, per poi costantemente sbeffeggiare i ragazzi e le ragazze rumene, ormai inseriti appieno nel tessuto sociale del Belpaese. Ma, come la Grecia ha dimostrato, l’intelighenzia vera, non quella dei salotti o delle ultime spiagge, sta trovando conforto dall’azioni della nuova generazione europea. Per intenderci quella che non protesta solamente sui social network. Così per commentare la nuova scesa in campo dei giovani l’intellettuale rumeno Andrei Plesu ha affermato che:

“La rivolta dei giovani è l’unica speranza contro il ritorno all’oscurantismo”.

Lo stesso intellettuale in un’intervista rilasciata a La Repubblica ha affermato che : “Giovani coraggiosi, ma non solo. Informati, decisi. Convinti che la democrazia va difesa. Una giovane élite urbana, geniale anche nella creatività degli slogan ironici contro il potere. E maturi: rifiutano violenza e aggressività, scelgono l’umorismo, gridano “la situazione è così grave che anche gli introversi scendono in piazza”. Hanno mantenuto il carattere pacifico della protesta, marginalizzato i violenti. Sono istruiti, disciplinati, alieni alla demagogia, non s’identificano in questo o in quel partito, ma rispondono agli imperativi etici. Ma manca una qualsiasi leadership politica capace di raccogliere il loro slancio”.

Una Romania che ha molto da cambiare e da insegnarci. Soprattutto a noi giovani anestetizzati da un tessuto intellettuale, politico e mediatico che ci fa preoccupare più per quel che accade a Londra, Mosca o Washington e dimentica i suicidi di massa dovuti alla crisi. La crisi di una generazione senza alcun slancio di giustizia. Quella che non troverete sui social network.

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