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Sanzioni Iran, gli Usa esentano l’Italia. Primo partner europeo

C’è anche l’Italia tra i Paesi che verranno esentati dalle sanzioni Usa a Teheran e che potranno temporaneamente continuare a importare petrolio dall’Iran. Gli altri Paesi sono Cina, India, Corea del Sud, Turchia, Grecia, Giappone e Taiwan. Lo hanno annunciato il segretario di Stato Usa Mike Pompeo e il segretario al Tesoro Steve Mnuchin.

Italia principale partner Ue, davanti a Francia e Germania
In ambito Ue, l’Italia è il principale partner commerciale dell’Iran, prima di Francia e Germania. Nel 2017 l’interscambio ha raggiunto i 5,1 miliardi di euro (in crescita del 97% rispetto al 2016). Parigi si è fermata a 3,8; Berlino a 3,3 miliardi. La bilancia pende a favore delle importazioni dall’Iran verso l’Italia, soprattutto di prodotti energetici. La stretta ha già determinato una contrazione dell’interscambio commerciale: nel 2011 aveva raggiunto i sette miliardi di dollari, due anni dopo le sanzioni internazionali avevano fatto crollare i volumi a meno di un quinto, appena 1,3 miliardi.

Chi è e cosa pensa Jair Bolsonaro, il nuovo Presidente del Brasile

Bolsonaro è stato eletto nuovo Presidente del Brasile, il quinto Paese più grande del globo. Nei suoi intenti vi è la promessa di sostituire la Bibbia al marxismo latino. Non ha dimenticato di ringraziare Dio per aver superato l’attentato di un mese fa che lo ha tenuto lontano dalla campagna elettorale per un po’ di tempo e che gli ha impedito di partecipare ai dibattiti televisivi con gli altri candidati. Ha affermato a caldo che “Sono molto felice per questa missione di Dio, e una missione non si discute né si sceglie, ma si compie. Insieme compiremo la missione di riscattare il nostro paese”.

Garantendo di voler seguire la Costituzione e di rispettare la democrazia e la libertà, ha affermato di voler garantire la governabilità del paese, ma che la burocrazia verrà tagliata così come anche i privilegi e gli sprechi, per permettere ai cittadini di avere un futuro. Un altro suo punto forte è la decentralizzazione amministrativa: “Più Brasile, meno Brasilia”, ha affermato Bolsonaro.

 

RELIGIONE –  Le Sacre Scritture, prontamente citate nel discorso della vittoria, verranno interpretate per spiegare il suo operato in una maniera che soddisfi i decisivi elettori cattolici ed evangelici. Nella vittoria di Bolsorano vi è anche la sconfitta di Francesco, Vescovo di Roma, e di quella che comunemente viene chiamata Teologia della Liberazione, poiché nei risultati brasiliani si propaga l’immensa potenza del tradizionalismo e dell’uomo bianco impaurito, marginalizzato per anni dalla relativizzazione nella Chiesa di Roma e dall’avanzata del marxismo (vedi il Venezuela) in Sud America.

POLITICA ESTERA – In politica estera la priorità di Bolsonaro, che sostiene il presidente degli Stati Uniti da prima che quest’ultimo vincesse le elezioni, sarà riavvicinare il Brasile agli Usa e ridurre l’influenza della Cina, diventata da qualche anno primo partner commerciale di Brasilia.

Pechino che ha rappresentato un valido appiglio per sganciare, durante la Presidenza Lula, il Brasile dalle onnipresenti scelte di Washington. Washington, che mal digerisce nel proprio emisfero la possibilità di emersione a leader e potenza globale di un’altra nazione.  Con la sua fame di materie prime, Pechino ha determinato un aumento dei prezzi delle stesse che ha contribuito al rafforzamento del real, acuito la dipendenza dalle esportazioni di risorse naturali e in ultima istanza rallentato lo sviluppo di settori più avanzati.

E’ certo nel frattempo l’appoggio a Israele nel cambio di sede d’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Un passo quasi obbligato ormai per tutti i Paesi a trazione conservatrice nel mondo, a eccezione europea.

SUD AMERICA – Bolsonaro, che entrerà in carica il 1° gennaio 2019 per quattro anni, non ha intenzione di risolvere alla radice la debolezza economica del Brasile. Spera piuttosto che l’allineamento geopolitico a Washington produca i benefici che una Cina in rallentamento non può garantire. Ad oggi è nella partita per il Venezuela che una ritrovata sintonia con Washington potrebbe inserirsi il Brasile. Se da un lato la vittoria del liberalismo sul socialismo rivoluzionario nel breve medio periodo potrebbe relegare sempre sotto l’influenza statunitense il Sud America, una forte partnership con gli Stati Uniti d’America, potrebbe rendere Brasilia l’unica vera potenza regionale, con il placet questa volta di Washington.

POLITICA ECONOMICA – La politica economica del Paese sarà affidata all’economista Paulo Guedes. Nato a Rio de Janeiro nel 1949, Guedes è considerato un discepolo dei Chicago boys, i riformisti liberali americani guidati da Milton Friedman. Il suo pensiero economico e politico è spiegato negli articoli che regolarmente pubblica sul quotidiano O Globo. Crede nella “morte della vecchia politica” e la nascita di “una nuova grande società aperta”. Guedes è molto critico della gestione del Partito dei Lavoratori, che dal 2015 ha portato l’economia brasiliana in recessione. Il suo programma prevede la privatizzazione di tutte le imprese statali, tra cui la Banca del Brasile e la petrolifera Petrobras. Guedes ricorda che il Brasile ha un debito enorme (77,3% del Pil) e paga circa 88 miliardi di euro all’anno di interessi. Ma, senza espansionismo economico pubblico e debito le riforme sociali non si sarebbero potute fare in Brasile, il PCI nel 1975 insegna. Ma, il programma di Bolsorano assomiglia economicamente in Italia a quello di +Europa, una ricetta di neo liberismo contro il debito e per l’austerità.

“La centralizzazione di risorse e poteri corrompe la politica e frena l’economia. È uno stato che è in tutto e interviene ovunque, perché è minimo nella consegna e massimo nel consumo”, ha scritto Guedes. L’economista ha l’intenzione di eliminare completamente e riformare il sistema di assistenza sociale e il sistema di pensioni. Vuole rendere quest’ultimo un regime di capitalizzazione individuale. Secondo Guedes, i contributi “riducono la competitività delle imprese, fabbricano diseguaglianze sociali e minacciano la crescita dell’economia”.

Ora la sfida per il Brasile è o prendersi il ruolo che dimensioni e posizione gli potrebbero concedere o rischiare di finire nel baratro economico come l’Argentina di Macrì, laddove le ricette neo-liberiste hanno prodotto un effetto inverso sulla lotta la debito e una macelleria sociale, priva di crescita economica.

 

USMCA – Trump vince la sfida sul commercio nel post NAFTA in Nord America

Riscrivere il trattato NAFTA e far convergere Messico e Canada su un nuovo trattato l’USMCA. Sembra un paradosso, un folle azzardo quello di Donald Trump, il quale è riuscito a vincere la sua scommessa. Una scommessa vinta che dimostra come gli Stati Uniti d’America, a dispetto di quel che vogliano far credere giornalisti del mainstream in Europa, possano imporre, con clausole più eque per il loro multilateralismo, nuovi trattati. Ovunque.

La convergenza sull’USMCA è stata raggiunta la scorsa settimana dal rappresentante per il Commercio americano Robert Lighthizer e il ministro degli Esteri canadese Chrystia Freeland, grazie anche all’intermediazione del presidente messicano Andres Obrador. Così all’alba di lunedì è stata annunciato, in una dichiarazione congiunta, l’Accordo Usa-Messico-Canada (Usmca), per un controvalore di 1.200 miliardi di dollari.

 

La firma arriverà a novembre, a margine del G20 in Argentina. «Un’operazione storica, un accordo meraviglioso»: esulta Trump su Twitter. «È una grande intesa per tutti e tre i Paesi, risolve molte carenze ed errori del Nafta, apre grandemente i mercati ai nostri agricoltori e produttori manifatturieri, riduce le barriere commerciali per gli Usa e porterà tutte e tre le grandi nazioni insieme in competizione con il resto del mondo».

E se il Congresso non dovesse approvarlo, il presidente ha detto di avere già «altre opzioni» pronte. Una vittoria per l’inquilino della Casa Bianca, sullo scacchiere internazionale ma anche interna, perché arriva a poco più di un mese dalle elezioni di metà mandato dove è in gioco la conferma della maggioranza repubblicana alla Camera. «Avevo fatto una promessa, e ho mantenuto quella promessa, è il più importante accordo della storia americana», una «vittoria storica» per i lavoratori. E a chi lo ha preso di mira per la sua politica dura sul piano commerciale, il commander in chief fa notare: «Senza dazi non sarebbe stato raggiunto l’accordo commerciale con Messico e Canada». Quindi il monito alla Vecchia Europa: «Senza un’intesa con la Ue, imporremo dazi sulle auto».

La notizia del raggiunto accordo è stata salutata con gioia dal Dow Jones Industrial Average che nella giornata dell’accordo è salito di quasi 200 punti, mentre le valute di Canada e Messico sono aumentate rispetto al dollaro USA.

Il primo ministro canadese, Justin Trudeau, domenica notte ha dichiarato che l’accordo commerciale tra Stati Uniti, Messico e Canada che sostituirà il Nafta “darà benefici profondi” all’economia della sua nazione. Trudeau ha ammesso che sono state fatte alcune concessioni e che aggiornare l’accordo di libero scambio, firmato nel 1994, “non è stato facile”.

Chi vedeva lo scorso luglio Donald Trump al G7 in difficoltà si sbagliava. La prova muscolare degli Stati Uniti d’America rispetto i vicini Canada e Messico ha portato un risultato che avvantaggia il sistema economico statunitense. La partita con i primi (falsi?) alleati del G7 occidentale è stata vinta e ora, quasi sicuramente, verrà il turno dell’Europa. Europa, dove Washington può contare su un’unica alleata contro Germania e Francia: Roma.

La Cina e l’antidoto al dollaro: le riserve auree

La Cina in piena guerra commerciale con gli Stati Uniti d’America è alla ricerca di un antidoto allo strapotere del dollaro. Ora, se ritenete che ciò possa avvenire solo attraverso l’avveniristica e programmatica one belt one road o “nuova via della seta” errate.

La globalizzazione è e ed è stato un processo puramente statunitense, ma se il margine a favore è ancor netto per Washington nel medio periodo potrebbe rivelarsi estremamente dannoso per gli Stati Uniti d’America. Quel che la Casa Bianca e il Pentagono non potrebbero mai accettare è la caduta dei fondamentali tra i quali il dollaro, moneta posta al pari del potere militare (questo saldamente nelle mani statunitensi).

Un numero crescente di paesi, sta iniziando a utilizzare le proprie valute nazionali per esempio per gli affari commerciali, tra questi spicca la Monarchia del Golfo saudita. Emblematico il caso venezuelano che in una crisi che probabilmente sfocerà in un cambio di regime nel prossimo semestre, si è inventa la crypto e instabile Petro.

Tra i Paesi che si stanno allontanando dal Dollaro vi è la Russia anche per poter aggirare le sanzioni. In una corrente dell’anarco-capitalismo lo sviluppo di valute libere dal controllo delle Banche Centrali e dagli Stati Nazioni è visto come uno dei prossimi stadi della libertà d’iniziativa e di sviluppo economico.

Cina, lo fanno per controbilanciare l’impatto negativo dei dazi imposti contro i beni importati in America. Il blocco di paesi che ha da guadagnarci in caso di fine del predominio del dollaro, che gode dello status di riserva monetaria mondiale dai tempi degli accordi di Bretton Woods, è in crescita. Ad oggi è bene sottolinearlo manca un’alternativa al biglietto verde.

L’head of research di GoldMoney.com, Alasdair Macleod, sottolinea a Russia Today che l’amministrazione Usa è ben consapevole del fatto che il sistema finanziario globale non ha ancora un’alternativa al dollaro Usa in questo momento e usa la leverage a disposizione a suo vantaggio.

“Gli Usa stanno indirettamente mandando un messaggio a tutte le nazioni che fanno affidamento al dollaro per gli scambi transfrontalieri”, osserva Macleod, e cioè che “non è più così sicuro fare affari in dollari“. Per questo motivo “serve un’alternativa”.

L’analista cita il caso della Cina, che volendo potrebbe usare lo yuan per gli scambi commerciali nella regione asiatica. Secondo Macleod, la Cina sta accumulando riserva auree da tempo per poter aver l’opportunità di sostenere la propria valuta nazionale quando occorrerà farlo.

La Cina possiede una quantità d’oro di gran lunga superiore alle 1.842 tonnellate dichiarate ufficialmente dal suo governo. Secondo i calcoli dell’analista specializzato di metalli, Pechino sta attuando una diversificazione dal dollaro dal 1983 e potrebbe aver accumulato oltre 20.000 tonnellate di riserve auree i questi anni.

Se la Cina dovesse iniziare ad appoggiare lo yuan con una tale quantità di riserve auree, per il dollaro Usa sarebbe la fine, secondo l’esperto. Rimane da risolvere il mistero di quanto oro ha veramente in mano la Cina e di quando Pechino intende utilizzare una tale minaccia come arma nei negoziati in corso per risolvere delicate questioni commerciali.

Come nel poker si bleffa, nessuno conosce il quantitativo di riserve auree detenuto da Pechino. D’altronde la libertà è oro. E questo pechino e altri lo sanno bene.

Cina-USA: guerra fredda?

Il lungo idillio commerciale e politico tra Cina e USA, risalente al 1991, sta tramontando. E non per le miopi scelte isolazioniste di Trump, né per la crisi strutturale attraversata dalla dirigenza cinese. La causa profonda va cercata nel riassetto geopolitico provocato dalle dinamiche economiche dei due stati.

Le relazioni diplomatiche tra Cina e Stati Uniti, dal 1972 (quando Richard Nixon iniziò il processo di normalizzazione), hanno conosciuto una parabola peculiare, improntata sul pragmatismo più schietto.
Avversari ideologici sulla carta, nella pratica i due paesi hanno sviluppato una fitta rete di scambi commerciali che al momento si aggira intorno ai 700 miliardi di dollari (più di 150 miliardi di importazioni statunitensi in Cina e almeno 500 miliardi di importazioni cinesi negli Stati Uniti). Un volume di affari che lega le due nazioni e garantisce pace e stabilità meglio del sistema di deterrenza nucleare.
È stata l’economia lo strumento che ha consentito il riavvicinamento dei due paesi. Eppure, proprio sul piano economico, Stati Uniti e Cina sono arrivati ad un punto critico, e hanno iniziato le schermaglie di quella che si preannuncia come una guerra economica su larga scala.

Imponendo dazi sulle merci cinesi, Trump ha voluto dare una stangata a quello che indivitua come un pericoloso avversario economico. Gli USA sono ancora la prima potenza economica mondiale, e Trump è sicuro di poter impartire una lezione alla Cina senza subire grossi danni.
Ma difficilmente la classe dirigente cinese si limiterà ad abbassare la testa.

La Cina potrebbe rispondere ai dazi imposti dagli USA applicando a sua volta dazi sulle merci statunitensi in ingresso. Ma non sarebbe una risposta adeguata. Gli USA possono rinunciare a una parte delle proprie vendite in Cina, mentre la Cina non può fare a meno delle proprie esportazioni negli USA.
Il mercato non è simmetrico, lo sanno bene sia Trump che Xi Jinping. Per questo la risposta cinese potrebbe essere asimmetrica.

La Cina possiede buona parte del debito pubblico statunitense (e ha comprato quote consistenti di quello di numerosi paesi europei). Si tratta di oltre 1.200 miliardi di dollari. La Cina potrebbe decidere di chiedere quei soldi al tesoro USA. È un debito talmente consistente che il suo pagamento porterebbe al collasso l’economia statunitense.
Ma questo crollo porterebbe anche all’implosione dell’economia cinese (e, probabilmente, al crollo del sistema capitalistico). Per ora, detenere i titoli del debito USA è, per la Cina, un’arma di deterrenza molto simile ai missili nucleari: bisogna averli per non doverli mai utilizzare.
Forse la Cina potrà presentare il conto ali Stati Uniti tra trenta o quarant’anni, quando gli USA non saranno più una superpotenza egemone. Per ora sarebbe un omicidio-suicidio, e questo i leader cinesi lo sanno bene.

Un’altra arma cinese sarebbe quella di disinvestire nelle banche statunitensi. La Cina lo ha fatto a inizio anno con la Deutsche Bank, e il titolo sta conoscendo una caduta costante in borsa.
Si è trattata di una mossa estemporanea? Improbabile. Forse si è trattato di un attacco deliberato alla principale economia europea. Ma potrebbe anche essersi trattato di un avvertimento a distanza rivolto agli Stati Uniti. Ma va detto che in questo modo anche i cinesi rinuncerebbero ai loro profitti, e alla lunga una partita su questo piano li danneggerebbe.

Non i dazi (non solo, almeno), e nemmeno non il pagamento del debito. Forse nemmeno l’attacco alle banche. Alla Cina però resta un’altra arma, altrettanto formidabile: la svalutazione della moneta.
In risposta ai dazi USA del 10%, la Cina potrebbe svalutare del 10% lo Yuan. In questo modo, il prezzo di acquisto della merce cinese negli Stati Uniti rimarrebbe invariato. Non solo: in questo modo le merci cinesi costerebbero il 10% in meno nel resto del Mondo, con un vantaggio per le esportazioni.
Ma se uno Yuan più debole comporta un abbassamento dei prezzi stiamo parlando di deflazione. La deflazione è un vecchio incubo per gli USA e in generale per le economie capitalistiche, che non hanno strumenti per gestirla.
La deflazione rischia di innescare o aggravare una recessione, perché porta ad una diminuzione della spesa e, quindi, a una contrazione dell’economia. La diminuzione dei prezzi, se può favorire il consumatore, danneggia però l’economia nel suo complesso, perché la vendita degli stessi prodotti frutta guadagni inferiori ai produttori e ai venditori. Con la deflazione, insomma, l’economia gira di meno.
Il capitalismo si basa sul costante aumento dei consumi e dei prezzi, in una spirale di inflazione “virtuosa”. Abbassando il valore dello Yuan, la Cina spezzerebbe questa spirale.

In tempi recenti, quando la Cina ha svalutato lo Yuan, le borse occidentali hanno subìto duri contraccolpi. Per questo la svalutazione monetaria sembra lo strumento migliore con cui la Cina possa contrattaccare gli USA in questa guerra economica.
Con la scusa della difesa dei prezzi, la Cina potrebbe rendersi più competitiva nel resto del Mondo e assestare un duro colpo alle borse USA ed europee.
La guerra economica è ancora all’inizio, ma le prime conseguenze potrebbero essere visibili già nei prossimi mesi.

Realpolitik: un vicolo cieco?

In un articolo di Limes del 21 maggio scorso è stato tradotto un brano che tesseva gli elogi del sistema di politica estera basato sulla Realpolitik.
Nel pezzo, l’autore Elmar Hellendoorm addebita la divisione dell’Europa in materia di politica estera alla mancanza di Realpolitik. Solo con una nuova generazione di studiosi di analisi politica dura l’Europa può uscire dalla propria impasse diplomatica.
Cina e Russia sono gli avversari di sempre, ma gli USA ci hanno lasciato scoperti nei loro confronti. Per questo, dobbiamo affrontarli da soli, lasciando da parte inutili idealismi.

L’autore accusa le sinistre europee del ’68, che tacciavano di conservatorismo chi considerasse la Cina un avversario, di essere responsabili delle attuali derive populistiche.
Si tratta di affermazioni talmente azzardate e schematiche da risultate persino grottesche. Le sinistre europee preferivano Mao Zedong a De Gaulle per motivi ideali ed ideologici che non possono essere paragonati alla postideologia degli attuali populismi.
Ma oltre a questa nota polemica, la  realpolitik di cui parla Hellendoorm può essere considerata un esempio positivo?
Un altro articolo, comparso stavolta sul Guardian e firmato Evgeny Morozov, può aiutare a sciogliere questa matassa.

Anzitutto cosa si intende per analisi geopolitica dura? Secondo questa scuola la diplomazia dovrebbe seguire esclusivamente un calcolo di interesse. Questo interesse si baserebbe su elementi reali come l’economia, la geografia, la finanza, la demografia, la potenza militare. Solo in secondo piano vengono elementi considerati ideali, come le differenze culturali e religiose.
Hellendoorm esalta la scuola di analisti politici statunitensi. Sono i cosiddetti think tank che sta dando agli USA un indirizzo realistico in politica estera. Ma l’autore deve poi ammettere che gli Stati Uniti siano una potenza “in relativa crisi”.
Si tratta due affermazioni sbagliate dalle fondamenta oltre che contraddittorie.

Gli USA, in particolare dopo la caduta del Muro di Berlino, hanno collezionato una sequela di fallimenti geostrategici. Dalla disastrosa destabilizzazione dell’Iraq alle imprese in Somalia e in Jugoslavia (dove la NATO ha avuto successo grazie al solido apporto europeo), alla guerra infinita in Afghanistan. Se questi fallimenti sono merito della nuova élite di analisti duri del Pentagono e della Casa Bianca, c’è poco da sperare nella teoria da cui traggono ispirazione.
Che gli Stati Uniti siano in relativa crisi come scrive Hellendoorm è innegabile. Ma da che punto di vista lo sono? L’economia statunitense è in rapida espansione, l’ascesa demografica procede sostenuta, la disoccupazione al 4% e in diminuzione, le spese militari in aumento, le esportazioni stabili, l’industria culturale sempre più pervasiva nel resto del Mondo.
Secondo i parametri presi in considerazione dall’analisi geopolitica dura, insomma, gli USA non sono affatto in crisi. Eppure appare evidente che lo siano.

 

L’analista ed esperto di tecnologia Evgeny Morozov ha affermato in un recente articolo che ad essere in crisi è soprattutto l’idea di villaggio globale a guida statunitense. Questa idea, elaborata negli anni ’90, era una delle varie declinazioni del concetto di “fine della Storia”: Grazie al proprio predominio tecnologico nel mondo dell’informatica, gli Stati Uniti avrebbero guidato la Rivoluzione Digitale risultando la potenza egemone globale non solo sul piano economico-militare, ma anche sotto il profilo della creazione dell’immaginario.

Oggi il quadro sembra molto diverso.
Cina e Russia utilizzano social network controllati e alternativi a quelli occidentali e censurano i motori di ricerca con la complicità delle aziende statunitensi. Non solo, ma il mercato degli hardware non è più monopolio USA come lo era vent’anni fa.
Questo non vuol dire che gli Stati Uniti non siano il principale gestore del settore digitale. Ma, come sottolinea Evgeny Morozov, adesso gli USA devono difendere i propri interessi in questo campo, come nel caso dell’iniziativa di Trump di riportare le fabbriche del colosso Qualcomm negli Stati Uniti.
In altre parole il protezionismo statunitense, così marcato al G7 da essere apparso addirittura brutale, non è altro che la battaglia di retroguardia di una potenza che sta perdendo la propria egemonia.

Tornando alla realpolitik statunitense così osannata da Elmar Hellendoorm, questa è espressione di una potenza in pieno declino. Forse le azioni di Donald Trump ritarderanno questo declino sul piano economico, ma si stanno risolvendo in una débâcle diplomatica e di immagine.
In questo fallimento di apparenza più che di sostanza, si può cogliere l’ineluttabilità della crisi dell’egemonia statunitense.
Se l’Unione Europea dovesse intraprendere questa stessa strada, potrebbe combattere battaglie di retroguardia che la vedrebbero alla lunga sconfitta, se non sui dati delle statistiche economiche, sicuramente sotto il profilo dell’affidabilità, dell’autorevolezza e dell’incisività diplomatica.

Iran, scommessa atomica

Il prossimo 12 maggio Donald Trump dovrà decidere se rinnovare o meno l’accordo sul nucleare con l’Iran. Lo scorso 29 aprile Emmanuel Macron, Theresa May e Angela Merkel avevano ipotizzato di estendere l’accordo anche alla produzione di missili balistici iraniani. Il presidente sciita Hassan Rohani ha ribattuto poche ore dopo dicendo che il trattato non è negoziabile.

Cosa si giocano l’Iran e i suoi avversari con questo accordo?
La disastrosa invasione dell’Iraq del 2003 e l’intervento in Siria erano stati condotti dagli Stati Uniti per rovesciare i governi di stati canaglia ostili e installare regimi filo-occidentali.
A quindici anni di distanza, il risultato è quello opposto. Gli Stati Uniti sono stati sostanzialmente sconfitti in Iraq, e le formazioni loro alleate vengono soverchiate in Siria. In entrambi i casi, la vincitrice della partita è stata Teheran.
Intervenuto a partire dal 2014 contro l’ISIS, l’Iran ha dispiegato ingenti quantità di uomini e mezzi a sostegno del primo ministro iracheno al-‘Abadi e del presidente siriano al-Assad. Intere brigate di pasdaran sono intervenute in Iraq e la formazione libanese Hezbollah, appoggiata dagli iraniani, sta combattendo al fianco di Assad e dei russi.

In Siria, l’attacco israeliano del 9 aprile e quelli NATO del 14 e 30 aprile sono stati lanciati soprattutto contro caserme e istallazioni gestite da iraniani.

L’Iran sta vincendo questi conflitti e sta allargando in questo modo la propria sfera d’influenza nella regione. I principali avversari dell’Iran nell’area, l’Arabia Saudita e Israele, sono terrorizzati da questi sviluppi. Impantanata in Yemen, l’Arabia Saudita ha tentato una serie di mosse azzardate per fermare l’espansione sciita nell’area.

Dopo aver sostenuto vari gruppi jihadisti nell’area (tra cui lo stesso Stato Islamico), il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman ha anche cercato di far dimettere il primo ministro libanese Saad Hariri lo scorso novembre. Entrambe le manovre sono fallite, e Riyad sta tentando un innaturale riavvicinamento con Israele in funzione anti-iraniana.

Non stupisce quindi che negli Stati Uniti i falchi vogliano contenere questo avversario storico. Tanto più che nell’ottica del Pentagono l’Iran è visto come un cavallo di Troia con il quale Russia e Cina espanderebbero la propria influenza nell’area.

Fin dall’inizio della campagna elettorale, Donald Trump ha lanciato commenti al vetriolo contro l’accordo sul nucleare iraniano, definendolo un atto stupido dell’amministrazione Obama.

L’accordo, però, è stato finora rispettato, e ha impedito all’Iran di costruire la propria prima bomba atomica.

Al di là del giudizio sulle sanzioni in sé (quanto siano efficaci, quanto siano estese, quanto sia giusto far pagare un intero popolo per le scelte del suo governo), il loro aumento spingerà inevitabilmente l’Iran nei mercati di Russia e Cina. E per quanto il danno economico per la teocrazia sciita potrà essere vistoso, i riflessi negativi si avvertiranno anche in Europa e negli USA.

Trump vuole strangolare l’economia iraniana, ma tace sulle eventuali conseguenze di una tale azione. Una repubblica autoritaria potentemente armata, se messa economicamente alle strette, può prendere decisioni avventate. L’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein nel 1990 è l’esempio più recente.

Ma forse Trump vuole esattamente questo: preme per indurre l’Iran a scatenare un conflitto, per poi contrattaccare con l’aiuto di Israele e Arabia Saudita, in nome della stabilità e della democrazia.
Anche per questo Benjamin Netanyahu ha accusato l’Iran di aver iniziato lo sviluppo di armi nucleari (senza però mostrare prove in tal senso). Mentre il nuovo Segretario Generale ONU, Antonio Guterres, ha rivolto un appello a Trump per evitare questa mossa che innescherebbe una guerra in piena regola.

Se questo è il cinico calcolo di Donald Trump, che forse spera di riguadagnare un consenso interno ai minimi termini, dovrà muoversi in fretta. Una volta fuori dall’accordo, l’Iran potrebbe impiegare meno di un anno per ottenere una propria bomba atomica.

A quel punto ogni escalation sarà un azzardo, e Teheran sarà entrata nel club nucleare proprio grazie agli Stati Uniti.

Siria: si avvicina la tempesta

La Siria è prossima a una tempesta portata da venti occidentali. Il presunto attacco chimico di Douma ha cambiato la policy degli Stati occidentali, ricreando livelli di scontro con il governo siriano e i suoi alleati che non si raggiungevano dal segretariato di Stato di Hillary Clinton, durante l’amministrazione Obama.

LA POSIZIONE AMERICANA – Con la sfrenata voglia di un attacco militare da parte francese e il sostegno di Gran Bretagna, l’amministrazione Trump è incerta se scatenare una tempesta di missili sugli obiettivi delle truppe siriane fedeli a Bashar Al-Assad. Il problema ora per il Pentagono e i suoi alleati risiede nel non intaccare in nessun modo siti o obiettivi russi. Qualora dovesse esserci il minimo errore si rischierebbe di arrivare a un’escalation di difficile risoluzione. Al Pentagono si attende solo l’ordine di Donald Trump, che intanto ha avvertito Mosca con una sorta di dichiarazione di guerra via Twitter: “La Russia si prepari, i nostri missili stanno arrivando, belli, nuovi e ‘intelligenti’!“. Immediata la risposta: “I missili li usino contro i terroristi”.  Poi insinua che il vero intento Usa sia bombardare per “cancellare le tracce” di quanto realmente accaduto a Douma.

In serata la Casa Bianca ha chiarito che il presidente Donald Trump non ha stabilito un calendario per l’azione in risposta a un presunto attacco chimico in Siria, nonostante la sua nota su Twitter. La portavoce della Casa Bianca Sarah Sanders ha detto che Trump aveva una serie di opzioni, non solo militari, che tutte le opzioni sono ancora sul tavolo e sta valutando come rispondere.

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E’ certo che in ogni caso gli statunitensi dovranno ormai praticare un’opzione militare la cui portata farà comprendere il ruolo e il livello di scontro che sono pronti e intenzionati a sostenere nella difficile partita siriana.

LA POSIZIONE DELL’EX CAPO CIA – Nel dibattito di questi giorni è intervenuto stamane (ora italiana ) sulle tensioni  tra Usa e Mosca Mike Pompeo dichiarando che “la politica soft verso la Russia è finita”.

Il segretario di Stato Usa: “Abbiamo imposto sanzioni dure ed espulso più diplomatici russi e agenti segreti dagli Usa che in ogni altra epoca sin dalla guerra fredda”. “La strategia per la sicurezza nazionale di Trump, giustamente, ha identificato la Russia come un pericolo per il nostro Paese”.

“La lista delle azioni di questa amministrazione per aumentare il costo per Vladimir Putin – osserva il capo della Cia uscente – è lunga. Stiamo ricostruendo il nostro già forte esercito e rifinanziando il nostro deterrente nucleare. Abbiamo imposto sanzioni dure ed espulso più diplomatici russi e agenti segreti dagli Usa che in ogni altra epoca sin dalla guerra fredda”.

FRANCIA E GRAN BRETAGNA – Le regine del Vecchio Mondo sono partecipi a un rinnovato dinamismo, soprattutto francese che dal 2011 con i bombardamenti in Libia è tornata a volersi imporre, con un sostegno incondizionato a Washington. Noto però come siano gli Stati Uniti d’America a guidare in maniera più coerente e ragionata la coalizione rispetto la propensione all’utilizzo delle armi da parte anglo-francese. Dirigenti dell’amministrazione Trump stanno discutendo con dirigenti di Francia e Gran Bretagna per una possibile risposta militare comune. Lo riferisce l’Ap citando dirigenti americani, secondo cui gli alleati stanno valutando di lanciare un attacco militare entro fine settimana. Il presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato che la Francia

“annuncerà le sue decisioni nei prossimi giorni. In nessun caso le decisioni che prenderemo avrebbero tendenza a colpire alleati del regime o colpire chicchessia, ma saranno mirate alle capacità chimiche del regime”. Macron dà per scontato che ci sarà un’operazione militare.

“L’uso continuo di armi chimiche non può restare senza risposta” ribadisce la premier britannica Theresa May. “Se il regime americano e i suoi alleati francesi e britannici ritengono che le loro azioni e dichiarazioni fermeranno la lotta terrorismo in Siria si illudono poiché lo Stato siriano continuerà a lottare contro il terrorismo qualunque sia la loro reazione”, è quanto afferma una fonte del ministero degli Esteri siriano. In nottata arriva anche la notizia di un dispiegamento di sottomarini verso la Siria, nel raggio d’azione missilistico. Lo sostiene il Daily Telegraph sottolineando, come anche altri media britannici, che la May sarebbe pronta ad un attacco missilistico congiunto con gli Usa senza passare per il Parlamento.

LA POSIZIONE RUSSA – Se precedentemente il Presidente Trump aveva affermato nella giornata di lunedì una ferma risposta in massimo 48 ore, il quadro degli eventi si è modificato data la presa di posizione della Russia. I membri del Cremlino hanno risposto duramente sia durante la riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite lo scorso lunedì che nelle successive dichiarazioni.

Al momento sono solamente quattro le unità di superficie russe con capacità di combattimento ora presenti nel Mediterraneo: un Cacciatorpediniere classe Khasin “Smetlvy”, due fregate classe Grigorovich (adm. Grigorovich- adm. Essen) e, infine, una corvetta lanciamissili classe Krivak.

La Russia sostiene che l’attacco chimico segnalato in Siria domenica scorsa, in quel di Douma, sarebbe stato organizzato dai cosiddetti “white elmets“, una ONG finanziata dagli Stati Uniti. Ai microfoni di EuroNews, l’ambasciatore della Russia presso l’UE Vladimir Chizov, ha dichiarato: “Gli specialisti militari russi hanno visitato la regione, hanno camminato su quelle strade, sono entrati nelle case, hanno parlato con medici locali e visitato l’unico ospedale funzionante di Douma, compreso il suo seminterrato dove si è riferito che montagne di cadaveri si accumulano. Non c’era un solo cadavere e nemmeno una singola persona è entrata in terapia dopo l’attacco”.

 

LA SITUAZIONE SUL CAMPO – In Siria il regime di Bashar al-Assad ha innalzato la bandiera governativa nella città di Douma, ultima roccaforte ribelle nell‘enclave orientale di Ghouta, conquistando l’intera area. “Un evento importante per la storia della Repubblica araba di Siria si è verificato oggi: la bandiera del governo siriano è stata issata su un edificio nella città di Douma e segna il controllo di questo località e quindi della Ghouta orientale nella sua interezza”, ha detto il generale russo Yevgeny Yevtushenko, citato dalle agenzie russe.  La televisione russa ha mostrato le immagini della bandiera rossa, bianca e nera con due stelle verdi, appesa a un edificio, mentre la folla esultava tra gli edifici danneggiati.

I COMMENTI IN ITALIA – Da registrare come monito le parole di Paolo Magri, presidente dell’Istituto per gli studi di Politica Internazionale, che nell’ambito di Agorà, in onda su Rai 3, in riferimento alle accuse lanciate contro il governo guidato da Bashar al-Assad spiega:

«Nessuno ha prove certe, siamo in una propaganda di guerra e le immagini possono essere montate. Non sappiamo se siano state usate armi chimiche». 

Paolo Magri che ci appare un gigante mentre SkyTg24 e i Telegiornali Rai parlano di responsabilità di Damasco senza un minimo di analisi e di corrispondenza con i documenti ufficiali. Ciò senza che qui non si voglia in alcun modo avallare l’una o l’altra tesi senza che vi sia chiarezza da parte dell’unica istituzione terza ossia le Nazioni Unite, alle quali ancora non è stato permesso di agire sul campo.

Prove o non prove resta certa la paura per un attacco, spinto anche dai media di area progressista, i cui esiti appaiono incerti e potrebbero farci ritrovare a una ” nuova crisi cubana ” nel XXI secolo. Servirebbe attenzione e soprattuto ricordarsi che nel pantano i primi e unici a soffrire sono i Siriani. Una primavera che non è stata araba e che rischia di trasformarsi in inverno.

La guerra commerciale tra America e Cina

La guerra commerciale instauratasi tra l’America di Trump e la Cina appare esser solo all’inizio. Il presidente Trump si sta rivelando un uomo di parola e alle promesse elettorali della campagna del 2016 sta facendo seguire i fatti. Corretti o meno che siano, dall’abbattimento delle tasse alla limitazione dei visti per alcuni Paesi musulmani, nulla al momento sembra poter fermare il raggio d’azione del presidente statunitense.

DAZI E CONTROMISURE DI PECHINO – La guerra commerciale dell’America alla Cina vede oltre 1.300 beni, importati da Pechino, subire nelle prossime settimane un incremento di tassazione del 25 per cento, per un totale di 50 miliardi di dollari. La guerra dei dazi con cui il presidente Usa Donald Trump vorrebbe blindare la produzione Usa prosegue, e il governo cinese ha annunciato misure simmetriche, nonché un ricorso alla Wto.

Da prinicipio Washington, al fine di agevolare alcuni Stati fondamentali della federazione passati con le presidenziali ai Repubblicani, ha introdotto una tassa del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio importato negli Usa.

Per alcuni analisti il motivo che si nasconde dietro una scelta senza precedenti, pensata dalla Casa Bianca, è di denunciare il surplus della Cina verso gli Usa che si attesta intorno ai 300 miliardi, pari al 65% del totale.

Di sicuro Pechino non è restata a guardare e ha risposto con l’applicazione di dazi del 15 per cento a 120 categorie di beni tra cui generi alimentari.

IL RUOLO DELL’UNIONE EUROPEA – E’ chiaro che si trovi nel mezzo della partita giocata tra Washington e Pechino anche Bruxelles, che se da un lato subisce essa stessa il surplus commerciale della Cina, dall’altro teme di poter esser risucchiata in una guerra commerciale senza regole. L’Europa un po’ minaccia, un po’ trema, soprattutto per quanto riguarda la Germania, prima vittima delle turbolenze su prodotti come l’acciaio.

Dazi Usa: Ue, no a guerra commerciale ma risponderemo a Trump 

La commissaria al Commercio, Cecilia Malmstrom, al termine del Collegio dei Commissari a Bruxelles che ha esaminato la decisione dell’amministrazione Trump di introdurre dazi su alluminio e acciaio ha dichiarato che:

“Una guerra commerciale tra Europa e Usa non è nell’interesse di nessuno, ci sono solo perdenti in una guerra commerciale”, ma “se gli Stati Uniti continueranno su questa strada, l’Unione europea reagirà in maniera proporzionata e equilibrata per proteggere i posti di lavoro e l’industria europea”.

 “Non vogliamo procedere a una escalation, ma non possiamo restare con le mani in mano se delle misure così gravi venissero attuate danneggiando l’economia europea”, ha detto Malmstrom.

E L’ITALIA? – Discorso differente per l’Italia, la quale dalla guerra commerciale potrebbe guadagnare quasi un miliardo di euro nei prossimi due anni. Mentre per l’Europa si parla di un bottino aggiuntivo compreso tra i 3,9 e i 7 miliard, con problematiche per alcuni segmenti industriali del centro continente. A fare i calcoli è  stato il capo ricerca macroeconomica di Allianz e chief economist di Euler Hermes il dottore Ludovico Subran. Al momento quindi quelle che giungono dal rapporto teso tra Pechino e Washington sono buone notizie per l’Europa.

 

WTO: ESSERE O NON ESSERE? –  Sicuramente meno rassicuranti per il WTO he è alla sua prima grande prova dalla sua fondazione, e dovrà dimostrare se essere un vero player geoeconomico o di restare un organismo di studio. Infatti al pari delle altre organizzazioni internazionali, l’OMC non ha un effettivo e significativo potere per sostenere le proprie decisioni nelle dispute fra paesi membri: qualora un paese membro non si conformi ad una delle decisioni dell’organo di risoluzione delle controversie internazionali costituito in ambito WTO quest’ultimo ha la possibilità di autorizzare delle “misure ritorsive” da parte del paese ricorrente, ma manca della possibilità di adottare ulteriori azioni ritorsive; ciò comporta, ad esempio, che i paesi ad economia maggiormente sviluppata e solida possono sostanzialmente ignorare i reclami avanzati dai paesi economicamente più deboli dal momento che a questi ultimi semplicemente mancano i mezzi per poter porre in atto delle “misure ritorsive” realmente efficaci nei confronti di un’economia fortemente più solida che obblighino quindi il paese verso il quale il reclamo è indirizzato a cambiare le proprie politiche; un esempio di tale situazione è rintracciabile nella controversia DS 265 che ha dichiarato illegali i sussidi statunitensi alla produzione del cotone. Sempre gli USA di mezzo per il WTO, ma questa volta Ginevra avrà effettivo potere su uno Stato (realmente) sovrano come gli Stati Uniti d’America?

Il ritorno della Swedish House Mafia

La scorsa notte a sorpresa ha fatto ritorno a sorpresa la Swedish House Mafia durante l’Ultra Festival di Miami.

IT WAS TIME

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Il ritorno della Swedish House Mafia, gruppo simbolo del genere musicale EDM, era nell’aria da lungo tempo. Già nel 2016 Axwell aveva mostrato la sua disponibilità a ricostituire il gruppo. Miami per settimane è stata al centro di un’azione di street marketing che ha visto le strade della città simbolo della Florida riempirsi di stencil con il logo del trio svedese. Il gruppo di dj è composto da Axwell, Sebastian Ingrosso e Steve Angello.

La scelta dell’Ultra Festival non è stata casuale. Fu il 23 giugno 2012 quando il gruppo annunciò il proprio scioglimento, con un comunicato sul loro sito ufficiale che sarebbe avvenuto nel 2013 giunto al termine l’ultimo tour chiamato One Last Tour. Tour entrato nella storia della musica elettronica con 50 concerti in 26 Paesi che riuscì a vendere più di un milione di biglietti in una sola settimana.

Si sciolsero in occasione dell’ultima giornata dell’Ultra Music Festival, il 24 marzo 2013. Per tornare ad esibirsi hanno scelto il giorno successivo del calendario, ossia il 25 marzo 2018.

Un ritorno di cui l’EDM aveva un disperato bisogno, proprio quando sembrava esser destinata al tramonto.