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Afghanistan: la vittoria è dei Talebani

Nel 2018 la vittoria in Afghanistan è dei Talebani. Ma, la storia del processo afgano ha una genesi lontana.

E’ l’11 settembre del 2001 quando il mondo cambia per sempre e l’occidente inizia a familiarizzare con un Paese lontano, fisicamente e culturalmente da esso.

Pochi mesi e l’Alleanza Atlantica inizierà la conquista dell’Afghanistan al fine di sconfiggere i Talebani e l’estremismo islamico, un tempo alleato in chiave anti-sovietica. Storicamente l’Afghanistan è sempre servito a tener a riparo da uno scontro diretto occidente e oriente, nacque al fine di non far confinare le Indie Britanniche con i possedimenti dello Zar. Dopo anni di guerra, bagnata anche dal sangue di alcuni nostri militari, è avvenuta un’apertura che ha il sapore di un evento storico.

La scorsa settimana il presidente afghano, Ashraf Ghani, ha offerto ai Talebani, la proposta che prevede una tregua in cambio del riconoscimento politico. Sì, poiché migliaia di morti, attentati e bombe non hanno risolto pressoché nulla. La realtà effettuale è sempre differente dalla politica programmatica. L’Afghanistan pretende la Pace e, soprattutto, la merita. Così, come una resa dal sapore vietnamita, si è inaugurata la stagione del “Processo di Kabul” davanti ai delegati di 25 Paesi e organizzazioni internazionali.

Come Henry Kissinger insegna la realpolitik è il più utile e, probabilmente, efficace esercizio per la stabilità globale. Il presidente Ghani ha dichiarato che “la pace non può essere raggiunta senza i Talebani“, ammettendo di fatto la sconfitta delle politiche occidentali volte a trovare una strada alternativa alla riconciliazione nazionale. Includere i Talebani in un processo di pace è un azzardo politico, ma al tempo stesso un bagno di realtà.

Le proposte ai Talebani per la partecipazione al Processo di Kabul sono le seguenti: il rilascio di un certo numero di prigionieri; la garanzia di un cessate-il-fuoco; l’assegnazione di passaporti per i combattenti e le loro famiglie; la creazione di un ufficio che si occupi di amnistiare i leader dell’organizzazione, togliendo loro le sanzioni e cancellandoli dalle liste dei terroristi. Ma soprattutto, c’è l’apertura alla revisione della Costituzione.

“Stiamo facendo quest’offerta senza precondizioni, nell’ottica di arrivare a un accordo di pace”, ha affermato il presidente Ghani, che ha aggiunto come “l’obiettivo è quello di attirare i Talebani, come organizzazione, nei colloqui”.

I Talebani la vittoria se la sono meritata sul campo si direbbe commentando una partita di calcio. Si deve partire dalla constatazione che le forze armate afghane hanno subito in totale oltre 14 mila perdite, tra morti e feriti. E sono già quasi 400 le vittime nei primi due mesi del 2018. Tutto ciò, mentre i Talebani mantengono il controllo totale o parziale di circa metà dell’intero territorio, grazie a una forza operativa che oggi è stimata intorno alle 50 mila unità, solo per citare i combattenti. Inutile fornire i dati sulla sofferenza della popolazione che al momento paga il tributo più altro al mondo per i sacrifici sopportati negli ultimi quarant’anni.

Va annotato, come l’oppio dei popoli sia stato negli anni ottanta la maledetta “dea eroina”. Una droga amata dalle generazioni della post-contestazione, il cui traffico è stato favorito da molte agenzie governative occidentali al fine di sostenere la lotta contro i Sovietici.

A oggi la produzione di oppio ed eroina rappresenta il più florido mercato dell’Afghanistan e probabilmente il suo più grave problema interno. Per capire l’entità del problema, secondo l’ultimo rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro il traffico di droga e la criminalità organizzata (UNDOC), si è passati dalla produzione di 4.800 tonnellate di oppio del 2016 alle oltre 9.000 tonnellate del 2017, segnando un incremento dell’87%.

Per comprendere questo mercato florido, inscalfibile e globale bisogna prendere ad esempio la Famiglia Giuliano a Napoli nel dopo guerra e i clan mafiosi americani legati alle famiglie palermitane. E’ doveroso citare la rete degli Haqqani. Essi, sono il più potente clan tribale afghano, vicini agli stessi Talebani e nati come clan familistico di tipo mafioso-religioso. Si ritiene che la loro rete possa contare su una struttura militare che è stata in grado di fronteggiare gli eserciti più preparati e capaci al mondo senza l’ausilio dei Talebani o AlQaida.

Fin dal 2001 era chiaro ai più che senza alternativa all’oppio la guerra l’occidente non l’avrebbe mai vinta. E così è stato. Afghanistan: soffia bandiera bianca.

Petrolio – Gli USA sorpassano l’Arabia Saudita

Gli Stati Uniti d’America, grazie alla tecnologia sviluppata nello shale oil, hanno superato la produzione petrolifera dell’Arabia Saudita. Il primo articolo di questo magazine e di questa rubrica parlava del radioso futuro della produzione petrolifera statunitense. Per shale oil, in italiano olio di scisto o petrolio di scisto, s’intende un petrolio non convenzionale prodotto dai frammenti di rocce di scisto bituminoso mediante i processi di pirolisi, idrogenazione o dissoluzione termica. Questi processi convertono la materia organica all’interno della roccia (cherogene) in petrolio e gas. Il petrolio risultante può essere usato immediatamente come combustibile o arricchito per soddisfare le specifiche delle materie prime delle raffinerie.

SORPASSO USA E INDIPENDENZA ENERGETICA – Il sorpasso nei confronti di Riad era previsto da parte di Washington nell’attuale produzione mese di febbraio, ma grazie al raggiungimento di una produzione pari a 10 milioni di barili al giorno, ciò è accaduto a novembre 2017. Un sorpasso che vede un continuum decisionale, anche a livello politico e strategico, tra l’amministrazione Trump e quelle passate di Barack Obama. Era dai tempi della Guerra Fredda, nel 1970, che gli Stati Uniti d’America non estraevano tanto greggio. Per precisione l’output ha raggiunto i 10,038 mbg, stando ai dati forniti dalll’Energy Information Administration (Eia), che rende conto al dipartimento dell’Energia.

Si deve evidenziare come il picco attuale raggiunto della produzione statunitense negli ultimi dieci anni rappresenti un deciso cambiamento per un Paese che per decenni è stato il più grande importatore mondiale di greggio. Ruolo che ne ha condizionato spesso geopolitica e innalzato a testo vangelico l’insegnamento di Nicholas John Spykman. Ciò non solo ha ribaltato il preconcetto che vedeva Washington destinata a un futuro dipendente dalle forniture estere, ma ha anche potenziato l’economia statunitense, creando decine di migliaia di posti di lavoro.

MOSCA E RIAD CHE FANNO? – Va annotato che il sorpasso nei confronti di Riad non preoccupa gli altri due grandi player della geoeconomia pertrolifera mondiale. Primariamente si segnala piena coscienza e previsione della corsa statunitense da parte di Sauditi e Russi, i quali stanno tagliando volontariamente l’output. Il nuovo patto Opec Plus dello scorso dicembre, che vede sedersi la potenza russa accanto a quella Sunnita, ha esplicitamente affermato e sottoscritto una politica di produzione energetica tesa a un rallentamento della produzione per far in modo che il prezzo del greggio si mantenga stabilmente su alti livelli. La cosiddetta l’Opec Plus continuerà a tagliare la produzione, fino al termine del 2018 e se necessario anche oltre. L’obiettivo economico è quello di assicurare il settore nel lungo termine e gli agenti finanziari. Portando linfa vitale al settore di sviluppo tecnologico nei paesi. Infine, l’obiettivo interno per Mosca è compensare le sanzioni, degli indipendenti Usa e dipendenti energeticamente Unionisti Europei, grazie alla produzione di greggio. Ben si ricorda Putin i problemi di austerità legati alla crisi del prezzo del greggio.

E’ certo che l’alleanza petrolifera sia vincente. Infatti, nonostante i minori volumi di greggio, secondo l’Agenzia internazionale per l’energia, i Paesi Opec avrebbero guadagnato 362 milioni di dollari in più al giorno nel 2017.

 

LA BCE GUARDIANA DELL’UE – Utilizzando la risultante del grafico posto al di sotto del paragrafo si evidenzia il successo nell’ultima decade dello shale oil statunitense. Sebbene sia lontano dalle competenze di gestione dell’autorità di vigilanza e gestione monetaria europea, l’andamento del prezzo petrolifero rappresenta una variabile discostante che influenza fortemente l’andamento dell’inflazione. Ciò aiuta a comprendere il motivo per cui l’istituto di Francoforte guidato da Mario Draghi abbia dedicato recentemente un approfondimento nel suo ultimo bollettino economico alla produzione petrolifera del Paese guidato da Trump. L’Unione Europea, nonostante le farneticazioni ideologiche, vede un fortissimo contrasto tra Francia e Italia in Libia e in ogni contesto di approvvigionamento petrolifero.

Shall Oil Usa - BCE

Ora, quel che resta dalla presente analisi è un quadro globale che vede le grandi potenze petrolifere e geopolitiche sorridere agli attuali livelli di produzione petrolifera e il resto del mondo arrancare dietro le decisioni dietro le grandi potenze.

Le nomination ai Grammy Awards 2018

Grammy Awards 2018, sono appena state svelate le nomination al premio musicale maggiormente ambito. La cerimonia della sessantesima edizione dei premi più importanti della discografia mondiale si terrà il 28 gennaio al Madison Square Garden di New York.  Originariamente chiamato Gramophone Award, è presentato dalla National Academy of Recording Arts and Sciences (detta anche Recording Academy), una associazione di artisti e tecnici statunitensi coinvolti nell’industria musicale.

Ecco l’elenco delle nomination che vede Jay-Z, Bruno Mars e Lorde tra i favoriti.

Registrazione dell’anno:

“Redbone” — Childish Gambino

“Despacito” — Luis Fonsi and Daddy Yankee featuring Justin Bieber

“The Story of O.J.” — Jay-Z

“HUMBLE.” — Kendrick Lamar

“24K Magic” — Bruno Mars

Album dell’anno:

“Awaken, My Love!” — Childish Gambino

“4:44” — Jay-Z

“DAMN.” — Kendrick Lamar

“Melodrama” — Lorde

“24K Magic” — Bruno Mars

Canzone dell’anno:

“Despacito” — Ramón Ayala, Justin Bieber, Jason “Poo Bear” Boyd, Erika Ender, Luis Fonsi and Marty James Garton (Luis Fonsi and Daddy Yankee featuring Justin Bieber)

“4:44” — Shawn Carter and Dion Wilson (Jay-Z)

“Issues” — Benny Blanco, Mikkel Storleer Eriksen, Tor Erik Hermansen, Julia Michaels and Justin Drew Tranter (Julia Michaels)

“1-800-273-8255” — Alessia Caracciolo, Sir Robert Bryson Hall II, Arjun Ivatury and Khalid Robinson (Logic featuring Alessia Cara and Khalid)

“That’s What I Like” — Christopher Brody Brown, James Fauntleroy, Philip Lawrence, Bruno Mars, Ray Charles McCullough II, Jeremy Reeves, Ray Romulus and Jonathan Yip (Bruno Mars)

Miglior artista esordiente:

Alessia Cara

Khalid

Lil Uzi Vert

Julia Michaels

SZA

Migliore Performance Pop solista:

“Love So Soft” — Kelly Clarkson

“Praying” — Kesha

“Million Reasons” — Lady Gaga

“What About Us” — Pink

“Shape of You” — Ed Sheeran

Migliore  Performance Pop gruppo:

“Something Just Like This” — The Chainsmokers and Coldplay

“Despacito” — Luis Fonsi and Daddy Yankee featuring Justin Bieber

“Thunder” — Imagine Dragons

“Feel It Still” — Portugal. The Man

“Stay” — Zedd and Alessia Cara

Miglior Album Pop

“Kaleidoscope EP” — Coldplay

“Lust for Life” — Lana Del Rey

“Evolve” — Imagine Dragons

“Rainbow” — Kesha

“Joanne” — Lady Gaga

“÷” — Ed Sheeran

Miglior album elettronica 

“Migration” — Bonobo

“3-D the Catalogue” — Kraftwerk

“Mura Masa” — Mura Masa

“A Moment Apart” — Odesza

“What Now” — Sylvan Esso

Miglior Performance Rock

“You Want It Darker” — Leonard Cohen

“The Promise” — Chris Cornell

“Run” — Foo Fighters

“No Good” — Kaleo

“Go to War” — Nothing More

Best Alternative Music Album

“Everything Now” — Arcade Fire

“Humanz” — Gorillaz

“American Dream” — LCD Soundsystem

“Pure Comedy” — Father John Misty

“Sleep Well Beast” — The National

Best Urban Contemporary Album

“Free 6lack” — 6lack

“Awaken, My Love!” — Childish Gambino

“American Teen” — Khalid

“CTRL” — SZA

“Starboy” — The Weeknd

Best Rap Performance

“Bounce Back” — Big Sean

“Bodak Yellow” — Cardi B

“4:44” — Jay-Z

“HUMBLE.” — Kendrick Lamar

“Bad and Boujee” — Migos featuring Lil Uzi Vert

Best Rap Album

“4:44” — Jay-Z

“DAMN.” — Kendrick Lamar

“Culture” — Migos

“Laila’s Wisdom” — Rapsody

“Flower Boy” — Tyler, the Creator

Best Country Solo Performance

“Body Like a Back Road” — Sam Hunt

“Losing You” — Alison Krauss

“Tin Man” — Miranda Lambert

“I Could Use a Love Song” — Maren Morris

“Either Way” — Chris Stapleton

Best Country Song

“Better Man” — Taylor Swift (Little Big Town)

“Body Like a Back Road” — Zach Crowell, Sam Hunt, Shane McAnally and Josh Osborne (Sam Hunt)

“Broken Halos” — Mike Henderson and Chris Stapleton (Chris Stapleton)

“Drinkin’ Problem” — Jess Carson, Cameron Duddy, Shane McAnally, Josh Osborne and Mark Wystrach (Midland)

“Tin Man” — Jack Ingram, Miranda Lambert and Jon Randall (Miranda Lambert)

Best Jazz Vocal Album

“The Journey” — The Baylor Project

“A Social Call” — Jazzmeia Horn

“Bad Ass and Blind” — Raul Midón

“Porter Plays Porter” — Randy Porter Trio with Nancy King

“Dreams and Daggers” — Cécile McLorin Salvant

Best Jazz Instrumental Album

“Uptown, Downtown” — Bill Charlap Trio

“Rebirth” — Billy Childs

“Project Freedom” — Joey DeFrancesco and the People

“Open Book” — Fred Hersch

“The Dreamer Is the Dream” — Chris Potter

Best Latin Pop Album

“Lo Único Constante” — Alex Cuba

“Mis Planes Son Amarte” — Juanes

“Amar y Vivir en Vivo Desde la Ciudad de México, 2017” — La Santa Cecilia

“Musas (Un Homenaje al Folclore Latinoamericano en Manos de los Macorinos)” — Natalia Lafourcade

“El Dorado” — Shakira

Best Latin Rock, Urban or Alternative Album

“Ayo” — Bomba Estéreo

“Pa’ Fuera” — C4 Trío and Desorden Público

“Salvavidas de Hielo” — Jorge Drexler

“El Paradise” — Los Amigos Invisibles

“Residente” — Residente

Producer of the Year, Non-Classical

Calvin Harris

Greg Kurstin

Blake Mills

No I.D.

The Stereotypes

Gli USA abbandonano l’UNESCO

La decisione è giunta solamente quest’oggi, ma da almeno un lustro il rapporto tra Stati Uniti d’America e Unesco si era inclinato. Quest’oggi tramite notificazione, avente quindi forza di atto ufficiale, il Dipartimento di Stato americano ha annunciato all’organismo delle Nazioni Unite la sua uscita da membro dell’organizzazione. Per il Dipartimento di Stato statunitense è :

“Fondamentale riformare l’organizzazione. Gli Usa manterranno lo status di osservatori, fornendo un contributo di visione, prospettiva ed esperienza”. 

L’UNESCO è un’agenzia specializzata delle Nazioni Unite creata con lo scopo di promuovere molteplici e differenti attività tra cui: la pace e la comprensione tra le nazioni con l’istruzione, la scienza, la cultura, la comunicazione e l’informazione per promuovere “il rispetto universale per la giustizia, per lo stato di diritto e per i diritti umani e le libertà fondamentali” quali sono definite e affermate dalla Carta dei Diritti Fondamentali delle Nazioni Unite.

IL MOTIVO DEL RITIRO – Dietro la decisione degli USA vi sarebbe l’accusa nei confronti dell’UNESCO di «inclinazioni anti israeliane». Washington – ha affermato la portavoce del Dipartimento di Stato americano, Heather Nauert – sostituirà la propria rappresentanza attuale con una «missione di osservatori».

A spingere Washington alla clamorosa mossa vi sono due importanti motivi. Il primo motivo che ha spinto la più grande potenza al mondo fuori dall’agenzia delle Nazioni Unite è dovuta al recente Congresso di Cracovia dell’organizzazione. Inoltre la risoluzione dello scorso luglio ha negato la sovranità di Israele sulla città di Gerusalemme vecchia e Gerusalemme est. A Cracovia l’Unesco aveva dichiarato che Israele è una «potenza occupante». In precedenza era stato negato il legame culturale tra Israele e il Muro del Pianto. Sempre a Cracovia era stato riconosciuto quale «patrimonio dell’umanità» il sito della tomba dei Patriarchi a Hebron, definito tuttavia «sito palestinese».

E’ dal 2011, quando la Palestina divenne membro dell’organizzazione dell’Onu, che gli Stati Uniti hanno smesso di finanziarla pur mantenendo un ufficio nel quartier generale di Parigi. Intanto a Parigi si sta votando in questi giorni per eleggere il nuovo direttore generale. Per ora sono rimasti in lizza due soli candidati che sono pari a livello di preferenze: l’ex ministro della cultura francese Audrey Azoulay e il suo omologo del Qatar Hamad Bin Abdulaziz Al-Kawari su cui Israele ha già espresso le proprie preoccupazioni.

SFIDA PER LA PRESIDENZA  – E’ nella “Questione Qatar” che si concentra il secondo motivo che ha portato alla clamorosa decisione di Washington. L’esito della votazione per la Presidenza potrebbe arrivare entro le prossime ventiquattrore. L’organizzazione fin dal 1945, la poltrona di leader dell’Unesco è stata occupata da europei, americani, un asiatico e un africano, e ora i Paesi arabi ritengono che sia arrivato il loro turno, tanto da schierare quattro pretendenti in lizza: oltre a Qatar ed Egitto, anche Libano e Iraq, che però alla fine ha ritirato la sua candidatura. L’Unesco è la prima organizzazione Onu ad aver ammesso la Palestina come Stato membro, nell’ottobre 2011, suscitando l’ira e lo stop dei finanziamenti da parte di Usa e Israele.

UNESCO IN CRISI FINANZIARIA? Il candidato qatarino Hamad al-Kawari, nel presentare la sua candidatura ha dichiarato che «Non vengo a mani vuote».

Come a sottintendere che Qatar è pronto a farsi carico del baratro di bilancio provocato dallo stop ai contributi di Stati Uniti e Giappone. Da soli gli Usa rappresentavano il 20% del bilancio dell’Unesco. Senza contare la ritorsione del Giappone, il secondo finanziatore più importante, che ha rifiutato di pagare la sua quota 2016 in seguito all’iscrizione, nel 2015, nel registro della memoria mondiale, del Massacro di Nankin, perpetrato dall’esercito imperiale giapponese nel 1937. Qatar che sta lottando per affermarsi come Potenza Regionale con azione globale, proprio nel mentre è stato accusato da Arabia saudita e alleati del Golfo di sostenere il terrorismo jihadista. Più che per la galassia jihadista si sottolinea che le Monarchie del Golfo non ne hanno apprezzato il dialogo con l’Iran sciita e soprattutto il forte legame con la Turchia.

Gli Stati Uniti d’America stanno, nel bene o nel male del vostro giudizio, riportando al centro del dibattito il peso del loro ruolo di Paese leader del mondo. E per farlo, dopo la NATO, ricordano al mondo che a sostenere organizzazioni e progetti ci sono i loro dollari e apparati. Un messaggio chiaro da chi non possiede più la pazienza di caricarsi sulle spalle le scelte dell’intero blocco occidentale.

La razionale strategia di Kim Jong-un

Kim Jong-un è un personaggio da molti deriso e non preso sul serio, ma le sue azioni rivelano un’estrema razionalità. Il riso che provoca in molti occidentali risiede nel non aver ancora appreso l’insegnamento di Montesquie contenuto in “Lettere Persiane”. Opera pubblicata anonimamente nel 1721 ad Amsterdam racconta lo scambio epistolare fra due persiani che viaggiano in Europa, Usbeck e Rica. Questo saggiò offrì a Montesquieu l’espediente per pubblicare, in forma di lettere, brillanti saggi nei quali la società e le istituzioni (francesi innanzi tutto), sono descritte secondo moduli relativisti, adottando il punto di vista di esponenti di una cultura diversa da quella europea. Con satira sferzante, vi si traccia un quadro disincantato dell’assolutismo francese. Ora basta ribaltare i ruoli e all’appellativo “francese” sostituire “occidentale”.

E’ nella relatività dei costumi teorizzata e portata alla luce da Montesquie che s’insidia l’incapacità occidentale di saper riconoscere l’estrema e lucente accuratezza del programma di Kim Jong-un. Allo stesso tempo e modo l’opinione pubblica occidentale non è in alcun modo capace di declinare l’enorme pericolosità delle armi a disposizione del dittatore nordcoreano. Guida suprema della Repubblica Popolare Democratica di Corea, Kim Jong-un ha studiato alla Scuola Inglese Internazionale di Berna sotto pseudonimo e secondo un suo ex cuoco personale, Kim Jong-un sa parlare coreano, inglese, francese e tedesco.

Nell’ultimo anno è particolarmente cresciuta la capacità militare e tecnologica della Corea del Nord, dai test missilistici fino al possedimento della fatidica bomba H, il paese asiatico si è reso protagonista di una forte accelerazione. Un’accelerazione della produzione e capacità tecnico militare che prosegue il solco dinastico a comando della Corea del Nord da decenni.

Seguendo il tratto di conoscenza della società per la comprensione di un popolo, come l’insegnamento di Montesquie richiede, diviene essenziale lo studio dei fondamentali della società nordcoreana. Attraverso ciò si comprenderà il quadro razionale della strategia dello Stato Comunista. Ciò, potrebbe portarci a conclusioni personali ben diverse dalla comoda e dannosa riduzione a nevrosi psicotica della politica estera nordcoreana.

Poc’anzi ho definito la Corea del Nord come un paese comunista, la cui origine dottrinale è confermata dalla storia, ma il cui sviluppo è certamente fuori ogni possibilità di categorizzazione politica, rappresentando pertanto un unicum. Tra i primi fondamentali di un Paese, dopo la descrizione della sua forma di governo e del suo apparato militare vi è imprescindibilmente l’economia. Inaspettatamente e incredibilmente, in antitesi alle previsioni di molte agenzie di rating e analisi, la Corea del Nord ha registrato una crescita del Pil che nell’ultimo biennio è cresciuto dall’1% al 4%. Ciò non ha però portato alcun beneficio alla popolazione, che viene considerata dalle Nazioni Unite tra le più povere del mondo.

La Corea del Nord ricerca un’attenta e scrupolosa “strategia della crisi”. E’ infatti attraverso lo stato di mobilitazione continua e di massa che mantiene saldi i fili del regime sulla popolazione. Ed è sul mantenimento del potere sulla popolazione e dello status di Guida Suprema della Corea del Nord che si gioca la partita di Kim Jong-un.

«La Corea del Nord considera il suo riconoscimento come una potenza nucleare da parte della comunità internazionale – spiega l’editorialista del Corriere Franco Venturini – l’unico modo per garantire la sicurezza e la durata del regime».

Ottenere lo status di paese nuclearizzato permetterebbe a Pyongyang di essere considerata al pari delle grandi potenze. Il grande errore di questa prassi, ormai consolidata a livello internazionale, è stata colpa dell’incapacità della diplomazia anglo-francese degli anni novanta, assai diversa dell’attuale, che portò alla non belligeranza di fronte i test nucleari di Paesi come India e Pakistan nel 1998. Potenze regionali, ma non globali.

Oggi raccontare la crisi nordcoreana come un duello tra eccentrici leader, Trump e Kim Jong-un, è un’evidente sottovalutazione delle forze e degli interessi in campo.

Negli ultimi mesi nei momenti di maggior tensione, Kim Jong-un sembra sempre in grado di poter controllare la partita. Conosce i suoi limiti ed i suoi punti di forza. E’ consapevole che per gli Stati Uniti l’opzione militare resta ancora troppo rischiosa. Sebbene il Pentagono sia operativamente capace di compiere azioni belliche durature ed efficaci nell’area da oltre un mese.

Allo stesso tempo si inseriscono nella partita gli interessi della Cina. Pechino ha da tempo, anche attraverso un recente embargo di petroli e gas, messo in crisi i rapporti con la Corea del Nord. Ciò non rende  però favorevole l’ipotesi di un attacco militare terzo contro Pyongyang da parte cinese. La destabilizzazione del paese avrebbe come prima conseguenza l’esodo di milioni di profughi. E, scenario ancora peggiore, la prospettiva di una riunificazione coreana, magari sotto la regia americana e la forte compresenza della NATO.

Alla luce di queste considerazione Kim Jong-un si deve necessariamente considerare un valido e cosciente stratega. Una strategia dai contorni spaventosi, ma alla luce della partita metaforicamente portata sugli scacchi, rendono Kim Jong-un un re lucido e con una strategia razionale. Una razionale e lucida follia.

Kurdistan: il rompicapo

La storia recente dei curdi è una storia di oppressioni e di rivolte. Il popolo curdo, frammentato tra Turchia, Iraq, Siria, Iran e Armenia, ha rischiato di essere travolto nel conflitto che sta dilaniando la Mezzaluna Fertile. Ma a differenza di quanto successo in passato, questa guerra ha aperto prospettive inaspettate per i curdi.
Quando il potere centrale dello stato iracheno è venuto meno, tra 2013 e 2014, i curdi iracheni hanno svuotato i magazzini militari abbandonati dall’esercito in rotta e hanno provveduto da sé alla propria difesa e alla propria amministrazione. Nella pratica, hanno creato un vero e proprio stato autonomo all’interno del territorio iracheno.

Questo esperimento, inizialmente, non è stato visto di buon occhio. L’autonomia dei curdi iracheni ha acceso le speranze dei curdi siriani, già in guerra aperta contro l’ISIS così come contro al-Assad e la Turchia.
Nonostante l’ostilità violenta dei “paesi ospiti” tradizionali (Turchia, Siria, Iraq, Iran), l’intervento armato del popolo curdo è stato determinante per lo svolgimento della guerra civile in Siria e Iraq. Dopo il crollo dell’autorità di al-Assad su gran parte del paese, nel 2014 i curdi siriani del Rojava sono insorti creando zone di autogoverno. Le Unità di Difesa Popolare (Yekîneyên Parastina Ge o YPG) sono state le prime ad ottenere una vittoria su larga scala contro il Daesh a Kobane il 26 gennaio 2015, sotto molti aspetti il punto di svolta dell’intero conflitto contro l’ISIS.
Con la vittoria di Kobane, l’importanza politica e le capacità militari della fazione curda sono emerse agli occhi del Mondo. I primi ad approfittarne sono stati gli Stati Uniti. Abbandonando la dottrina statunitense che andava avanti dal 1945, Barack Obama ha scelto di allearsi con i curdi siriani del PKK nonostante la loro appartenenza ideologica marxista.
Si trattava di una scelta obbligata. Da un lato, per gli USA era impensabile allearsi con al-Assad, dal momento che gli sforzi statunitensi erano indirizzati a spodestare il dittatore filorusso. Dall’altro, il governo sciita iracheno, vista l’insufficienza del supporto occidentale nella sua lotta contro l’ISIS, ha preferito ricorrere al sostegno iraniano e in generale delle forze sciite dell’area. Oltretutto, le forze dell’Esercito Siriano Libero, addestrato e armato da Stati Uniti e Giordania, hanno dato una prova molto modesta fino al 2016 inoltrato.

In Turchia, l’irritazione per questa nuova alleanza è stata evidente. L’esercito turco ha cercato di ostacolare in ogni modo la resistenza curda contro il Daesh, impedendo il passaggio di militanti dalla Turchia alla Siria e arrivando a bombardare numerosi villaggi di frontiera.
Al momento, le truppe turche si sono schierate intorno alla città curda di Efrîn, dove dopo alcune schermaglie sembra imminente un attacco turco in piena regola.

Dall’inizio del 2015 alla metà del 2017 la collaborazione militare tra NATO e curdi siriano-iracheni ha dato buoni frutti. Grazie ai raid aerei e ai rifornimenti alleati, i curdi hanno consolidato le proprie posizioni in Siria e Iraq, ma soprattutto hanno goduto di un pieno riconoscimento internazionale.
La Francia ha seguito gli statunitensi nel dare appoggio alle milizie curde, mentre Italia, Germania e Repubblica Ceca hanno inviato ai curdi ingenti dotazioni militari.
Anche grazie a queste armi, i curdi hanno potuto giocare un ruolo decisivo sia nell’assedio di Mosul che in quello di Raqqa, le due città simbolo dell’ISIS.
Ma proprio a causa di questo appoggio, e forse in vista di operazioni su larga scala a Efrîn, in giugno le truppe della Germania sono state costrette a ritirarsi dalla base NATO di Incirlik, nella Turchia meridionale, dopo il rifiuto di Erdogan nel concedere visti ai militari tedeschi.

Tuttavia, proprio il sostegno occidentale rischia di rivelarsi ingombrante per i curdi. Gli USA vedono come propria priorità la sconfitta del Daesh tanto quanto il rovesciamento di al-Assad, e fino a giugno solo l’intervento diretto della Russia era riuscita a congelare il conflitto su larga scala tra l’esercito lealista e le forze siriane antiregime.
Questo equilibrio precario è stato però ripetutamente violato da Washington. Nella notte tra 6 e 7 aprile le navi statunitensi hanno lanciato 59 missili sulla base lealista di Shairat come rappresaglia per un attacco chimico che l’esercito regolare siriano avrebbe effettuato a Khan Sheikun. Il 18 giugno gli statunitensi hanno abbattuto un cacciabombardiere lealista che secondo il Pentagono, avrebbe colpito le posizioni curde schierate a Raqqa, mentre Damasco ha affermato che l’aereo stesse effettuando raid contro le truppe del Daesh in fuga dalla città.
Per tutta risposta poche ore dopo l’abbattimento l’Iran ha lanciato missili balistici contro postazioni del Daesh in Siria, in pratica mettendo in guardia gli USA dal non rompere nuovamente la tregua.

Questa escalation è stata provocata dalla scelta di Donald Trump di concedere larghe autonomie decisionali ai propri generali, i quali lo hanno ripagato con una serie di operazioni che rischiano di far degenerare ulteriormente una situazione estremamente precaria. Le improvvisate dell’amministrazione Trump non possono far altro che danneggiare i curdi.
In Iraq si era giunti ad un’alleanza de facto tra i curdi e le milizie sciite filoiraniane, e perfino in Siria curdi e lealisti erano arrivati ad una tregua e ad una quasi-collaborazione per sconfiggere il Daesh.
Le mosse degli Stati Uniti stanno cambiando questo contesto, portando i curdi verso un’ostilità sempre più aperta nei confronti delle truppe lealiste siriane.

Di certo non ha aiutato la decisione delle autorità curdo-irachene di indire un referendum sull’autonomia del Kurdistan per il prossimo 25 settembre. A causa della cattiva scelta dei tempi, la mossa rischia di alienare le simpatie dello stato iracheno proprio in un momento in cui i curdi hanno disperatamente bisogno di alleati. Anche perché non è chiara quale strategia possa essere intavolata in caso di vittoria del fronte autonomista.

I curdi si trovano ormai ad un bivio: scegliere se continuare ad essere supportati dagli occidentali rischiando di inimicarsi tutti gli altri attori coinvolti nella regione, oppure cercare una mediazione con almeno uno di questi attori (e il fronte costituito da Russia, Iran e Damasco potrebbe essere il più papabile). Il rischio, però, è che l’interventismo statunitense non lasci loro alcuna scelta.

 

L’Islamic State senza Stato. Che ne sarà?

Due anni fa l’ingresso della Russia in Siria al fianco di Bashar Al-Assad contro l’Islamic State ruppe gli indugi su una lotta al fondamentalismo islamico portata avanti dall’Occidente fino a quel punto con dichiarazioni e scarsa visione. Due anni dopo la situazione, che all’epoca vedeva la massima espansione dell’Islamic State, si è completamente capovolta. Con la conquista di Mosul (Iraq) e la velocissima, quanto inaspettata nei tempi, avanzata su Raqqa ( Siria ) l’Islamic State si trova sempre più nella condizione di non essere più Stato, nonostante la sua denominazione.

 

Scrisse  uno dei massimi pensatori politici della storia della umanità, ossia Weber che lo Stato è:

 

“ quella comunità umana , che nell’ambito di un determinato territorio, riesce a conquistare e a detenere il monopolio della violenza legittima.”

 

A distanza di sei anni dalla sua nascita l’Islamic State non esercità più il monopolio della violenza e del controllo sulle molte zone irachene e siriane all’epoca conquistate. Ciò, non metterà certo la parola fine all’Isis. E’ probabile che l’Islamic State tornerà al modus operandi originario, con una guerriglia in stile vietnamita, che la capacità degli ex generali di Saddam trasformò in una guerra. Per molti analisti, l’Islamic State si trasformerà in una Al-Qaida 2.0, con un bagaglio dottrinario e ideologico più saldo e dopo aver formato centinaia di migliaia di uomini e donne pronte a qualsiasi azione in ogni luogo del mondo.

 

Esiste infatti una grande differenza tra un gruppo terroristico sovversivo e un ex gruppo militare. Essa risiede nella capacità d’azione delle forze e nella loro preparazione. In questo modo d’agire risiedono le colpe dell’Occidente, soprattutto dell’Europa, che ha mandato una generazione a formarsi militarmente. Seguendo un disegno ideato, dalla rivale Al-Qaida negli anni novanta, l’Isis diverrà un holding del terrorismo globale, anche grazie al suo management. Appaiono parole lontane dalla violenza del più “non-Stato”, ma è nella sua gestione che risiede il problema del suo futuro, probabilmente assai più inquietante del presente.

Quel che suscita perplessità è la mancanza decisionale sul futuro di Iraq e Siria post Islamic State. Non nella capacità dell’immediato di gestire terrorismo e guerriglia, ma nella risoluzione politica. Ad oggi, nonostante gli errori del passato, non si conosce il futuro dei Curdi, i quali si sono immolati primi fra tutti nella lotta all’Islamic State. Tant’è che il  Governo del Kurdistan iracheno (Krg) ha recentemente annunciato la data per il referendum sull’indipendenza, il prossimo settembre.

Se la Siria sarà divisa sullo stile di Yalta, con Russia  – Usa – Iran e Turchia a decretarne il destino, l’Iraq a oggi rischia di vedere una balcanizzazione del suo territorio. Quel che oggi legava Sunniti, Sciiti e Curdi sta per scomparire. Si sta trasformando in una multinazionale del terrore. Morto il nemico comune, chi prenderà le redini del gioco? Al momento non vi è risposta e le nubi all’orizzonte appaiono sempre più nere, con sfumature petrolio.   

Medio Oriente e conflitto siriano

Secondo le stime delle Nazioni Unite, la guerra siriana ha causato circa 400 mila vittime ed ha costretto oltre 11 milioni di persone ad abbandonare le proprie terre. La desolazione di ciò che resta di Aleppo è, se possibile, ancor più devastante se raccontata con lo sguardo dei bambini, vittime inermi di sei anni di guerra.
La crisi in Siria, nonostante sia al centro delle cronache internazionali dal 2011, risulta ancora difficile da decifrare. Sulla complicata scacchiera della Siria, muove le sue pedine la potente comunità alauita, da sempre schierata al fianco del presidente siriano Bashar al-Assad.
In quella regione si concentrano da molto tempo diversi interessi, spesso contrastanti tra loro. Attualmente Mosca appoggia l’avanzata dell’esercito di Damasco, mentre Washington continua a sostenere i peshmerga curdo-iracheni nella lotta contro il sedicente Stato Islamico. La Siria deve voltare pagina. E per fare ciò, la strada che le famiglie alauite indicano è quella di una pacificazione attraverso la costruzione di un nuovo Stato laico e democratico.

Parlando di Medio Oriente, cercheremo di comprendere quali siano le radici culturali alla base del conflitto in questione. Iniziamo con lo spiegare chi siano gli alauiti e perché, sapere chi siano, è così importante in questo momento storico.
Gli alauiti sono un minoranza religiosa musulmana che è attualmente al potere in Siria. Sono, inoltre, l’unica minoranza musulmana rimasta al potere nel mondo arabo. La loro è una vicenda che dura da mille anni. Una vicenda che è stata per molto tempo sconosciuta, tenuta segreta perché per molti secoli questo gruppo religioso è stato costretto ai margini della storia del Medio Oriente. Gli alauiti vivevano nascosti, dissimulando le loro reali credenze perché considerate eretiche dalla maggioranza dei musulmani.
A differenza degli altri musulmani, la teologia degli alauiti è basata su differenti credenze. Questi, infatti, credono che Ali, considerato un califfo sia dai musulmani sciiti che da quelli sunniti, sia in realtà la reincarnazione di Dio in terra. Credono, inoltre, nella trasmigrazione delle anime ed ancora, seppur riconoscendoli, non praticano i cinque pilastri dell’Islam. Non praticano il Ramadan (il digiuno), e neppure si recano in Moschea per pregare. Si comprende bene perché il resto dei musulmani li considerino eretici.

Figura chiave dell’alauismo è Soleyman Effendi. Effendi fu l’iniziato alauita che nell’Ottocento, per primo, pubblicò un libro nel quale rivelava i loro segreti. Fu una figura straordinariamente complessa che sconvolse tutte le credenze religiose della sua epoca, dall’Islam al Cristianesimo fino all’Ebraismo. Improvvisamente poi, gli alauiti, da comunità emarginata, diventarono il centro del governo siriano con l’ascesa al potere di Hafiz al-Assad (padre di Bashar). Nel 1971, a seguito del colpo di Stato ba’thista, Hafiz al-Assad divenne Presidente della Repubblica siriana con una Costituzione che non prevedeva neppure che il Presidente stesso, dovesse praticare l’Islam. Questo perché gli alauiti temevano, appunto, che gli altri musulmani li accusassero di essere dei miscredenti.
Questo ci fa capire una cosa del mondo musulmano, una cosa assolutamente importante: l’Islam non è unico. L’Islam, infatti, non può essere certamente rappresentato dagli integralisti o dai fondamentalisti, i quali sono solamente una piccola percentuale di quello che è l’universo di un miliardo e trecento milioni di musulmani nel mondo. In realtà, l’Islam è formato da tante correnti che certamente ne complicano ma ne arricchiscono anche la molteplicità.

Dunque, le radici del conflitto siriano sono anzitutto da rinvenire in questa pluralità di soggetti. Ma anche in quelle alleanze politiche e geopolitiche che si sono avvicendate fino al giorno d’oggi. Gli alauiti siriani, per legittimarsi sul proprio territorio, si sono alleati con l’Iran sciita, il quale ha dato loro una sorta di protezione. Tale alleanza è il perno che ha costituito l’asse della mezza luna sciita, che da allora è in contrapposizione all’asse della mezza luna sunnita: ecco il cuore del conflitto siriano. Se non si analizza ciò, non si è in grado di comprendere cosa sta succedendo e perché.
È però anche vero che simili vicende sono anche profondamente contraddittorie. Erdogan, per esempio, che oggigiorno è in prima pagina su tutti i giornali, era colui che in un primo momento aveva sostenuto l’opposizione ad Assad. Tuttavia, resosi conto della malaparata e della guerra persa, ha dovuto allearsi con il Cremlino e con l’Iraq. E proprio il 13 marzo scorso, ad Astana, sono cominciati altri negoziati, nei quali Russia, Iran e Turchia si sono sedute allo stesso tavolo. Tutto ciò, a 6 anni esatti dall’inizio della rivolta siriana contro gli Assad.

Dal canto loro, gli USA, con la Clinton in particolare, durante la presidenza di Obama, hanno cercato di guidare da dietro questa rivolta (da qui la formula “leading from behind” cucita intorno alla dottrina estera della appena conclusa presidenza americana). Ciò, tuttavia, ha generato una grave conseguenza (forse) non prevista. In tal modo, infatti, si è dato il via libera a quei jihadisti che, scontrandosi con il regime siriano, hanno in seguito distrutto la Siria.

Al contrario la Russia e l’Iran, sono riusciti ad imporsi in tutto il quadro geopolitico mediorientale. Più precisamente, sono riusciti a sfruttare gli errori del Medio Oriente, dell’Afghanistan e soprattutto dell’Iraq. Sia Mosca sia Teheran hanno saputo sfruttare a loro vantaggio quelli che sono stati gli errori degli occidentali e dei loro alleati. Anzi, probabilmente più che Putin, il vero vincitore di questo conflitto per ora parrebbe essere l’Iran. Quell’Iran che ha dato vita ad un asse che partendo da Teheran, attraversa Baghdad (il cui governo è filo sciita), passa per Damasco ed arriva fino alle sponde del Mediterraneo con gli Hezbollah libanesi. Anche la Russia ha voluto entrare in scena da protagonista ed infatti, attualmente, in Libia, che è il paese che riguarda più da vicino l’Italia, per poter trattare con le loro autorità bisogna passare prima per il Cremlino.

A tal proposito, molti analisti ritengono che l’Italia, appoggiando in Libia il governo sponsorizzato dalle Nazioni Unite, avrebbe in qualche modo appoggiato “il cavallo perdente”.
Nella Libia di oggi, infatti, da dopo la caduta di Gheddafi, c’è una gran “voglia dell’uomo forte”. Successivamente ai bombardamenti del 2011, la Libia è stata lasciata al suo destino, ed oggi, purtroppo, si ha a che fare con uno Stato quasi “somalizzato”, vale a dire praticamente sbranato dalle varie fazioni islamiste e non. In molti ritengono che la soluzione a ciò sarebbe da ricercare nella creazione di zone adibite non soltanto al salvataggio dei profughi, ma anche alla ri-civilizzazione della Libia stessa. Zone, quindi, nelle quali tornare ad avere una vita normale.
È possibile notare un’analogia tra la Libia di oggi e la Libia in cui prese il potere Gheddafi. Il filo conduttore tra le due epoche storiche è sempre l’appetito delle potenze esterne per quel petrolio che costituisce da lunghissimo tempo il vero bottino libico. Sono, difatti, anche oggi coinvolte l’Egitto, la Russia, gli Stati Uniti e financo l’Italia, per cui la Libia rappresenta da sempre una sponda strategica nel Mediterraneo.

Secondo molti analisti in questo momento, dopo gli insuccessi della Clinton, con Trump, gli USA potrebbero avere le opportunità per ricostruire una politica estera pragmatica e realista. Gli stessi ritengono, altresì, che la Siria rappresenti proprio una di queste chances. Proprio Raqqa, in effetti, intorno alla quale gravitano sette eserciti diversi (un po’ come nella battaglia di Berlino del 1945), potrebbe essere il primo test per provare a vedere se da un mondo bipolare o unipolare si possa passare ad un mondo multipolare con esiti positivi.

Pertanto, l’Iran, insieme alla Russia, è diventato un player decisivo anche nella questione degli alauiti. L’Iran ha appoggiato l’ascesa di Assad al potere e vorrebbe che restasse al governo della Siria. In teoria, la Russia sarebbe anche disposta ad una “transizione ordinata” di tale regime, ma di fatto, il Cremlino, dopo aver messo le sue basi militari sulle sponde del Mediterraneo, di certo non vi rinuncerà facilmente.
Si può dunque sostenere che Assad incarni oggi “il nemico perfetto” per le potenze sunnite. È l’esponente di una minoranza considerata miscredente, dunque invisa a Turchia ed Arabia Saudita, che è al governo di un Paese, il quale forse era destinato ad essere smembrato per poi essere spartito tra queste. È qui opportuno ricordare, inoltre, che Erdogan, prima di allearsi con la Russia e con l’Iran, aveva intenzione di portarsi via Mossul dall’Iraq ed Aleppo dalla Siria.

Samir Kassir, giornalista, attivista e docente libanese, ucciso nel 2005, aveva descritto “l’infelicità araba”. Oggi si potrebbe dire che questa pervada ancora l’animo di chi vive in quell’area del pianeta. Simile sensazione è stata generata prima dalla presenza coloniale dell’Occidente ed in seguito dalla nascita dei regimi dittatoriali post coloniali, i quali non hanno permesso a tale regione del mondo di ambire ad un sviluppo autonomo significativo.

Nei libri di storia arabi, purtroppo, non viene mai raccontato il vissuto degli alauiti. Una parte dell’Occidente l’ha forse rimosso colpevolmente? Molti analisti ritengono di si, ma allo stesso tempo sostengono anche che l’Occidente abbia fortemente strumentalizzato tale gruppo religioso.
Secondo questi, infatti, i francesi, in quell’ottica di dividi et impera imperiale, che ha da sempre contraddistinto la civiltà occidentale, avrebbero strumentalizzato gli alauiti, facendone addirittura uno Stato (negli anni Venti del secolo scorso).

Ma, adesso c’è necessità di descrivere una storia diversa. Una storia in cui tutte le minoranze del Medio Oriente abbiano una propria dignità. Ricordiamoci degli esuli che sono stati massacrati dall’ISIS e dei cristiani che stanno scappando dal Medio Oriente. Questo, e non solo, ci dovrebbe far capire che il mondo arabo (e musulmano in particolare) non è quel monolite che spesso viene raccontato.

Fortezza Europa

 

L’UE DA UNA PROSPETTIVA PESSIMISTICA

Dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea e dopo l’elezione di Donald Trump alla presidenza USA, i cittadini europei sono convinti di essere sotto assedio da parte di potenze esterne oscure e in buona misura imprevedibili. Ma tale convinzione è frutto di un’attenta analisi, o è piuttosto il ritorno ad una mentalità che ha caratterizzato la cultura europea fino dai suoi albori?

Il concetto di Europa come entità non solo geografica ma anche culturale, religiosa e sociale nasce nel corso del Medioevo, in un periodo in cui i regni sorti sulle rovine dell’Impero Romano lottavano incessantemente tra loro e contro un nemico esterno sempre nuovo (dai Goti agli Unni, e poi i Normanni, i Saraceni, gli Ungari, i Mongoli, i Turchi). Il modo di fare politica, la società, l’economia e la religione si erano sviluppati in questa atmosfera di conflitto latente, che si potrebbe definire come duplice: rivolto verso un avversario interno oppure esterno.
I fondamenti culturali europei si sono strutturati in un panorama politico dominato dal senso di perdita del passato grandioso dell’Impero Romano (che i soggetti politici successivi si sono affannati a riproporre), e dalla mentalità di chi si sente sotto assedio e diffida dei propri vicini.
Ed è in un simile panorama che, accanto ai nazionalismi, è nata l’aspirazione ad un’Europa unita, di volta in volta in senso religioso, politico, culturale o economico.

La concezione di dover sostenere un assedio costante contro un nemico esterno insieme ad una lotta per la stabilità interna è stata propria di tutti i regimi politici egemonici europei, dal sistema asburgico a quello bonapartista, dal regime bolscevico a quello nazifascista, senza contare i regimi nazionalisti europei, ognuno dei quali ha scorto nei propri vicini la più importante minaccia.
Questo sistema di sospetto reciproco e di paura di una grande invasione esterna ha continuato a dominare le relazioni diplomatiche europee anche nel corso delle prima parte della Guerra Fredda, prima che un soggetto sovranazionale come l’Unione Europea si proponesse come garante della pace e della stabilità economica europea. Ma se l’UE superava gli attriti tra stati dell’Europa Occidentale, il timore per un’invasione esterna era rafforzato ogni giorno dal confronto USA-URSS.

Non bisogna stupirsi, dunque, se i recenti avvenimenti politici hanno instillato una paura antica nei cittadini europei: la paura di un assedio.
Ad un primo sguardo, tale paura sembra giustificata: negli Stati Uniti l’amministrazione Trump guarda con aperta freddezza all’Unione Europea, mentre c’è chi vede delinearsi un improbabile asse diplomatico USA-UK-Russia.
La Russia sta riprendendo la propria linea diplomatica “classica”, proteggendo la propria sfera d’influenza nel Vicino Oriente, in Asia Centrale e, appunto, sui confini europei.
La Gran Bretagna, che per quasi sessant’anni ha svolto la funzione di ponte privilegiato tra gli USA e gli stati europei, ha scelto la via nazionalista, tirandosi fuori dal calvario economico dell’austerità.

Ma al di là di facili allarmismi, un’analisi più approfondita ci restituisce una narrazione diversa di questi avvenimenti.
La ritirata militare e diplomatica degli Stati Uniti va interpretata come tale, e non come una minaccia. Trump vuole levarsi d’impiccio dal pantano mediorientale, per reindirizzare le proprie risorse in un “fronte interno” che minaccia di sfuggirgli di mano.
Trump ha attaccato per settimane la NATO, ma il recente incontro tra il vice presidente Mike Pence ed Angela Merkel lasciano pensare ad una soluzione di compromesso, l’unica realisticamente attuabile, che vedrà un graduale aumento dei contributi militari da parte di alcuni paesi europei.
Anche il rapporto con Mosca non è segnato da una chiara apertura. Il 15 febbraio Trump ha dichiarato su Twitter che l’amministrazione Obama è stata troppo indulgente con la Russia in occasione dell’annessione della Crimea; il 24 ha annunciato un massiccio riarmi, contro un nemico ignoto, che è stato interpretato dalla Russia come una minaccia diretta. Nei prossimi mesi si potrà capire appieno lo sviluppo di questa dinamica.

Un discorso simile, almeno in parte, si può elaborare per il Regno Unito. L’economia della Gran Bretagna attraverserà con tutta probabilità un periodo di instabilità, per un motivo semplice: è molto difficile portare avanti una politica economica nazionalista su un tessuto socio-economico ormai post-industriale. Tutti gli sforzi della Gran Bretagna, nei prossimi anni, si concentreranno probabilmente nel cercare accordi vantaggiosi con l’Unione Europea e nel mitigare in qualche modo gli effetti deleteri di un’economia ormai quasi completamente finanziaria e virtuale. È impensabile che in un simile contesto la Gran Bretagna dimostri un dinamismo diplomatico che la porti al fianco della Russia.

Per quanto riguarda la Russia stessa, essa incarna probabilmente al meglio il nuovo nazionalismo che sembra propagarsi di nuovo in tutto il Mondo. Ma il consolidamento della Russia in senso nazionalista limita al contempo le sue aspirazioni “imperiali”. Quello russo è un nazionalismo dettato dalla necessità.  Il relativo isolamento economico, il costante calo demografico, la situazione pietosa di un tessuto sociale ormai lacerato da diseguaglianze e corruzione, relegheranno ancora a lungo la Russia al ruolo di potenza regionale. La Russia interverrà ancora militarmente in Est Europa, ma non tanto da poter minacciare effettivamente la stabilità dell’Europa Occidentale.

Nonostante il susseguirsi di mutamenti cruciali della politica internazionale, nonostante i propri problemi interni l’Unione Europea non deve temere un isolamento o un assedio peggiori di quelli che avrebbe subito nei vent’anni trascorsi. Ci aspettano anni in cui la geopolitica subirà mutamenti sostanziali. Ma questi mutamenti possono essere un’occasione per l’Europa, affinché si imponga come potenza regionale autonoma. Cercando di evitare l’eventualità, altrettanto probabile, di un trionfo dei nuovi nazionalismi.

Gli Usa di Trump e l’Europa sul fronte migrazioni: compagni di merende

Proprio così, compagni di merende. Precisiamo però in che termini. A scuola ci sono sempre stati a ricreazione i gruppetti che fluttuano per le scale e i corridoi, quelli che quando esci dalla classe​ sono talmente ben trapanati negli stessi posti a parlare delle stesse cose che tu, il vecchio e​caro lupo solitario sfigato, sei costretto ad attuare il vecchio e caro slalom per non incapparci dentro. È un percorso difficile quello. Quando​andavo a scuola io c’era una grande varietà di gruppetti che per quanto considerassi del tutto naturali mi hanno sempre fatto molto ridere. Sembravano tutti molto diversi, chi portava le Vans, chi le All Star, qualcuno quache celtica qua e là e qualcuno falce e martello​.

Rigorosamente o​gnuno si indignava per l’atteggiamento ​e le ostentazioni degli altri. Ci ho pensato a lungo a quale gruppo potessi appartenere, così per naturale curiositas adolescenziale, e sono giunto alla conclusione che tanto far parte di tutti sarebbe stata la cosa migliore ​in quanto nonostante si impacchettassero in vestiti e toni ​diversi, avessero colonizzato angolini dei corridoi ben distinti mangiavano tutti la stessa merenda. Cambiava la confezione, ma la sostanza era sempre la stessa.

​ In fondo dunque erano compagni di merenda.​

A partire da questa riflessione questo articolo vuole analizzare brevemente come strategie e direttive di immigrazione del governo Trump che indignano il mondo occidentale fatto di padri buoni famiglia strenui templari della democrazia e del solidarismo non siano molto lontano  da quelle europee. 

A cambiare è la confezione ma il principio di​sostanza è la stesso​.

Pensateci nella vita di tutti i giorni quanto sono diventate importante le confezioni, se impacchetti bene non è così importante cosa c’è dentro, qualcuno che compra comunque lo trovi. Ad ogni modo venderai a maggior prezzo un prodotto con una bella confezione piuttosto che un ottimo prodotto con una confezione scrausa.

Sta di fatto che noi cittadini dobbiamo smettere di abbuffarci tanto pe’ magnà.

​Altrimenti il r​ischio è​: essere intortati.

POLITICA DI TRUMP E LE VICENDE

Venerdì 27 gennaio Trump ha firmato il quattordicesimo ordine esecutivo della sua presidenza intitolato: Misure per proteggere gli Stati Uniti dall’ingresso di terroristi stranieri sul territorio nazionale. Il titolo già ci dice molto. È iniziata una nuova era.

Lo avevamo sospettato tutti che Trump fosse un fanfarone ciarlatano che aveva strumentalizzato il tema del terrorismo e della migrazione e invece no. Ha promesso e ha mantenuto.

Ma cosa prevede esattamente?

I punti salienti: Congelati per tre mesi gli arrivi da sette paesi a maggioranza islamica – Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen – e per quattro mesi il programma di relocation dei rifugiati (che poi ripartirà a quote annue dimezzate, passando da 110.000 posti a 50.000).

Bloccato totalmente e a tempo indeterminato l’ingresso dei profughi in fuga dalla Siria, definito come “dannoso” per gli interessi statunitensi.
Nel divieto di ingresso per i cittadini dei paesi interessati sono inclusi anche coloro in possesso di green card – e cioè con legittima residenza sul suolo statunitense – e i titolari di doppia cittadinanza (statunitensi esclusi, ovviamente). Restano possibili eccezioni sulla base di una valutazione caso per caso da parte della polizia di frontiera e aeroportuale. Questo che significa? Un aumento smisurato della discrezionalità della polizia di aeroportuale e di frontiera nella valutazione dei casi che non è definita attraverso dei criteri di trasparenza e onnicmprensivi.In aggiunta, viene sottolineata la gravità di una clausola sulla base della confessione religiosa. Banalissimamente una selezione severa dei rifugiati provenienti dagli stati islamici, i cristiani e altre minoranze religiose prima rispetto ai musulmani. Obiettivo: preservare l’Occidente.

Ecco perché è illegale

Come è stato fatto notare dai giudici federali che hanno bloccato l’ordine esecutivo sono due gli strumenti che ne contestano la legalità: la Costituzione, una legge del 1965 contro la discriminazione E LA Convenzione di Ginevra del 1951.

La violazione della Costituzione riguarderebbe la norma che garantisce l’eguaglianza nella protezione garantita dalla Costituzione. L’ordine esecutivo di Trump impone distinzioni basate sulla razza e il credo religioso.         ​

Una legge del 1965, precisamente The Immigration and Nationality Act che vieta la discriminazione contro immigrati basata sul paese di origine. La discriminazione in questo caso è aggravata dalla logica religiosa che dà priorità ai cristiani e ad altre minoranze religiose perseguitate.

Nella misura in cui il decreto è applicabile a un richiedente asilo, questo non pare assicurare il principio di due process (ovvero la valutazione dei singoli casi) proprio in virtù della forte discrezionalità che viene data alla polizia di frontiera né adempie all’obbligo di non refoulment, ovvero di non respingimento che vieta il respingimento forzato di individui provenienti da zone di conflitto, sancito​ dalla Convenzione di Ginevra.

​ECCO COME VIENE GIUSTIFICAT​O​

E’ una questione di sicurezza nazionale, di lotta al terrorismo. Questo a quanto pare l’ampia discrezionalità data alla polizia nella valutazione degli ingressi di stranieri negli USA compresi anche i possessori di Green Card.​

​Oltre alla precisazione che sono stati respinti numerosi immigrati non provenienti dalla lista dei paesi c.d. “pericolosi” la verità è ancora un passo più avanti, come spesso accade, rispetto alla politica in quanto nessuno degli attacchi terroristici avvenuti negli ultimi anni su suolo americano è stato commesso da cittadini dei sette stati sulla lista nera di Trump o tantomeno da rifugiati siriani.

​Un recente studio scientifico fatto da Cato Institute è stato dimostrato che delle persone (anzi, tutte) che hanno perpetrato attacchi terroristici sul suolo americano sono erano nati o residenti negli Stati Uniti.

​Lo stesso studio inoltre dimostra la mancata correlazione tra terrorismo e immigrazione. Infatti viene dimostrato chela probabilità che un cittadino statunitense perda la vita a causa di un atto di terrorismo commesso da un rifugiato è estremamente remota 1 su 3.6 miliardi.

IL SUMMIT DELL’UNIONE EUROPEA A MALTA 

​L’unione Europea che si preoccupa da tutti i lati, giustamente, di indignarsi a Trump all’ultimo Summit tenutosi a febbraio a Malta, La Valletta, a dimostrato di essere allineata su tutti i fronti alle politiche di Trump ma di confezionarli in pacchetti più carini.  Allo stesso modo infatti viene utilizzato l’approccio emergenziale securitario e viene chiaramente esplicitata l’intenzione di respingimento  dei migranti. Secondo al Dichiarazione di Malta firmata da tutti i partecipanti al Summit si possono evincere i punti chiave di azione:

​1. Contrasto immigrazione irregolare

  1. Contrasto alla traffico di esseri umani
  2. Lavorare con i paesi di di partenza come la Libia e altri paesi del Nord Africa e delll’Africa Subsahariana​

Per raggiungere questi obiettivi si è pensato di utilizzare uno strumenti prioritario, la cooperazione con la Libia.

Dunque cooperazione, training della guardia costiera per impedire alle imbarcazioni di partire, adeguare i centri di accoglienza a standard minimi, sensibilizzare i migranti circa i rischi che corrono e infine per assicurare alla Libia che non corre il rischio di essere il tampone dell’Europa è stato previsto anche di rendere più efficaci i controlli alle frontiere via terra libiche. Dunque di fatto abbiamo tre elementi che ci ricordano le poltiche di Trump: di fatto il respingimento con l’inasprimento dei controlli via mare e via terra e l’approccio emergenziale che è chiaramente frutto della volontà di salvaguardare la sicurezza nazionale.

Ci sono due punti da aggiungere a tutto questo: il primo è che viene apertamente vìolato il principio di non respingimento, in quanto più del 39% di migranti provenienti dalla Libia viene riconosciuta la protezione internazionale con l’aggravante che le condizioni disastrose libiche in termini di accoglienza di migranti, che prevedono prigioni, torture, violenze sessuali non rientrano negli standard minimi che lo possano definire come un paese terzo sicuro. Inoltre la Libia è uno dei paesi che non ha firmato la Convenzione di Ginevra sui diritti dei rifugiati. Date tutte queste premesse va da sè che respingere migranti in Libia ance con una cooperazione e training in atto ad oggi provocherebbe gravissime conseguenze per la vita di migliaia di persone.

Per rafforzare la collaborazione con la Libia a questa dichiarazione di intenti è stato firmati e ratificato un Memorand​u​m d’intesa tra l’Italia e il governo libico, o sarebbe più corretto dire uno dei governi libici, ovvero quello di Farraj per il rafforzamento della sicurezza delle frontiere. Chissà che ne pensano gli altri governi libici.

Il fatto che il Memorandum faccia uso della parola “clandestino”  come sinonimo di migrante irregolare che non propriamente non ha significato giuridico e che è stata, grazie al supporto ​dell’Associazione Carta di Roma, è stata cancellata dalla documentazione ufficiale italiana, la dice lunga sull’approccio che è stato utilizzato e purtroppo ance sulla competenza di chi lo ha concepito e stilato.

Lontano da retoriche populiste che non mi appartengono c’è ancora molto da fare in Europa e negli Stati Uniti per dare sostanza alla retorica dei diritti dei migranti.

La verità è che la campanella è suonata, la ricreazione è finita e ora sarebbe ora di guardare oltre i gruppetti e capire che siamo tutti nella stesa classe.