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Tregua in Siria – A chi è stato fatto scacco matto?

La guerra in Siria sembrava essere diventata,dopo l’intervento della Russia alla fine del mese di settembre,un nuovo scenario che nelle più oscure previsioni avrebbe portato ad una fase più acuta e terribile di Nuova Guerra Fredda.
Fortunatamente la tregua è arrivata ieri, 24 Febbraio 2016, facendo tirare un momentaneo sospiro di sollievo; Barack Obama e Vladimir Putin, hanno diramato il comunicato alle 21.18 italiane,rendendo ufficiale quello che era già stato diffuso da al-Jazeera.
Il cessate il fuoco dovrebbe essere accordato anche con le altre fazioni combattenti,per giungere ad un stop definito per il 27, cercando di far convergere tutte le forze contro un nemico comune, l’Isis, i qaedisti del Fronte al-Nusra e le altre organizzazioni indicate come “terroriste” dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
Questa “resa” da parte degli Usa deve essere letta come una pratica e acuta scelta di Real Politik, sarebbe stato da miopi non accorgersi di quanto Barack Obama stesse portando avanti una guerra che non poteva vincere o che in caso di vittoria avrebbe potuto scatenare un conflitto più grande e pericoloso.

Per chiarire meglio queste dinamiche,dovremmo far mente locale sui due schieramenti che si sono fronteggiati fino ad ora,per penetrare al meglio le ragione che fanno di questa tregua l’unica scelta attuabile ,con la minor perdita di risorse e credibilità dello stesso paese.

Seguendo uno schema proposto dal Professor Alessandro Orsini, uno dei massimi esperti di terrorismo in Italia,nel suo nuovo libro “Isis”, possiamo dividere le potenze rivali in due blocchi,inserendo nel Blocco A la Russia e l’Iran e nel Blocco B Gli Stati Uniti e gli stati del Golfo Persico.

Nell’immaginario popolare, gli Stati Uniti eseguono quotidianamente bombardamenti contro lo Stato Islamico,e la Russia fa altrettanto;in realtà possiamo affermare,dati alla mano, che in entrambi i casi,i raid sono stati utilizzati per sferrarsi colpi a vicenda,mentre l’IS continua ad espandere i propri possedimenti conquistando le città spesso in modo quasi pittoresco se non ridicolo,senza che alcuno si opponga.

L’Europa è quindi nel mirino dei terroristi islamici,tralasciando fanatismo religioso ed ideologia,anche per una guerra che viene combattuta in Siria per velleità personali e che purtroppo non serve a tenere a freno il cane rabbioso dell’Isis, ma non fa altro che sollecitarlo ad attaccare.
Anche in questo caso gli interessi economici sono la chiave di lettura di questo conflitto; Gli Usa sono ormai i padroni indiscussi del Medio Oriente, un ricco bacino di risorse,dove ogni buona relazione diplomatica vale miliardi,questo terrorizza Putin che appunto vede nell’ormai consolidato rapporto con Bashar al-Assad e con la protezione della base navale di Tartus (creata nel 1971) l’ultima spiaggia per non vanificare in toto la propria egemonia.

La Siria è una scacchiera sulla quale ognuno deve stare attento a fare la propria mossa,un gioco di strategia ed attenzione; nonostante gli Stati Uniti professino continuamente il loro ferreo impegno contro il terrorismo, possiamo logicamente intuire il perché si sia ritardato a liberare le città occupate dallo Stato Islamico.
Gli Usa avrebbe dovuto impiegare le loro risorse e i loro soldati,per poi impacchettare le suddette città e regalarle al dittatore Assad,riconosciuto a livello internazionale come governo legittimo Siriano.

Evitando di santificare la figura di Assad,che sappiamo essersi macchiato di numerosi crimini contro la propria popolazione, è necessario in questo momento , dimenticare il passato e le basi che lo stesso governo ha creato per lo sviluppo del conflitto siriano ed accettare un momentaneo compromesso con il Premier.
In cima alla lista dei “ nemici” da combattere,sventola lo stendardo nero dei combattenti dell’Isis, ciò rende necessario ed importante un impegno comune delle due super potenze e degli inerenti schieramenti e soprattutto un sincero accordo,con quello che Mieli ha indicato come un “Despota Alleato Inevitabile”.

Economia- Il successo di Barack Obama

Tracciare bilanci è quanto mai difficoltoso. Ancor di più lo è nella prossimità di una scadenza di mandato del Presidente della più importante nazione al mondo. Nel tracciare il bilancio degli otto anni dell’amministrazione Obama in economia mi rifarò a dati oggettivi e analitici, lasciando alla speculazione politica filosofica gli altri aspetti. Ciò, per il semplice motivo per il quale nel 2008 non trovai nulla di affascinante nell’essere un afroamericano in Obama, anzi, come la sua più grande sconfitta è rappresentata dall’ineguaglianza nell’organizzazione sociale americano, specie degli afroamericani. Certo non mancano ambiti negativi, come del resto negarli, sarebbe affermare il falso, ma di certo assieme a Putin è stato l’unico leader capace di riformare il suo Paese e portarlo fuori dal pantano del nuovo millennio.

L’economia è il capolavoro di Barack Obama. Egli, ha preso le redini della superpotenza economica per eccellenza proprio nel momento in cui dalla stessa, un anno prima, si era scatenata la crisi dei titoli sub prime che avrebbe, nel giro di pochi mesi, fatto crollare l’intera economia mondiale.

Se da un lato Obama è stato troppo morbido con le banche e altre istituzioni finanziarie poiché come affermato dal premio Nobel Krugman «nessuna figura importante è andata in prigione; banche come Citigroup e Goldman si sono comprate una via d’uscita piuttosto pulita», allo stesso tempo e modo Barack Obama ha attuato due riforme tombali. La prima grande riforma è stata la legge finanziaria Dodd-Frank del 2010 che ha avuto un effetto molto più positivo di quanto ci si potesse aspettare: le legge in questione ha previsto l’istituzione di un registro di systemically important financial institutions (abbreviate in SIFI: cioè aziende che in caso di fallimento produrrebbero effetti su tutto il sistema) che prevedesse, per le aziende che ne facessero parte, alcuni vincoli federali per potere avere accesso ad aiuti economici da parte del governo. Un cambiamento storico, che paragonato all’Unione Europea si pone in maniera diametralmente opposta.

Seconda riforma dal valore imprescindibile è stata l’istituzione del “Consumer Financial Protection Bureau”, un’agenzia creata nel 2011, progetto ideato dalla senatrice democratica Elizabeth Warren. Tale agenzia è riuscita a tutelare con efficacia cittadini che hanno contratto dei prestiti a condizioni irregolari o eccessivamente svantaggiose. Un modo di combattere le clausole vessatorie e i tranelli posti in essere da molteplici attori economici i quali grazie a questa istituzione hanno trovato un forte ostacolo federale sulla loro strada. La mente per gli Italiani va facilmente a quanto accaduto recentemente con le Banche toscane.

A sei anni dall’inizio della «cura Obama » il presidente degli Stati Uniti ha potuto annunciare l’uscita dal paese dalla fase di recessione, la diminuzione del tasso di disoccupazione dal 10% (15 milioni di persone) al 5, 6 (8 milioni di disoccupati), una percentuale di crescita costante del Pil tra il 3,5 % e il 4,5 % e l’assunzione di 2,6 milioni di persone nell’anno 2014, con la prospettiva di una nuova direzione dell’economia nazionale.

Dal febbraio 2009, una serie di misure economiche assunte dal governo che incontrano in una prima fase serie difficoltà, possono essere definite NeoKeynesiane. Ciò significa che queste sono state attuate in piena avversione e controtendenza con i dogmi propagati dalla Commissione Europea e dal passato board della Banca Centrale Europea, per capirsi quello precedente alla Presidenza di Mario Draghi, che ha fatto dell’austerità in Europa quello che per i Cattolici è rappresentato dalla ” Trinità” Primo importante provvedimento è stato il Recovery act, una legge di stimolo economico da 787 miliardi di dollari in esenzioni fiscali a imprese e lavoratori, spese per le infrastrutture. Se in un primo tempo tale Atto ha riscontrato sterili risultati e molte difficoltà, ma fin dopo il terzo trimestre successivo alla sua promulgazione ha rappresentato uno dei volani per la crescita dell’economia reale e del Pil statunitense.

L’iniezione di liquidità immessa nell’economia anche attraverso il quantitative easing, ossia l’acquisto di titoli di stato pubblici e privati, o di pacchetti di azione, sul mercato delle borse finanziarie in cambio di denaro contante da parte della Fed , la Banca federale, ha come in Europa, dove la sua approvazione è stata dovuta solo a Draghi, ridato slancio al credito e agli investimenti. I progetti previsti e proposti dall’amministrazione Obama di lavori pubblici infrastrutturali «di rapido intervento e attivazione» sul modello del New Deal di Roosvelt per dare rapidamente lavoro ai disoccupati, non vengono accolti dai parlamentari dei differenti Stati federali che lanciano controproposte di progetti a lungo termine nei propri Stati, con pochi effetti immediati sull’economia. In quel torno di tempo, tra il 2009 e il 2010, sembra valere il vecchio detto keynesiano che la politica monetaria del quantitative easing «nel suo splendido isolamento» non è in grado da sola di fare da stimolo alla ripresa economica.

Per far fronte a questo isolamento la politica dell’Amministrazione Obama è stata di guida degli investimenti privati rimettendo in piedi il mercato automobilistico, MG e Chrysler, sostenendo l’attività chimica e di ricerca farmaceutica, con forti e seri progetti strutturali sul territorio federale.

Per dar maggior convinzione alla mia esposizione basta pensare che l’economia Usa è cresciuta del 3,9% nel secondo trimestre del 2015, quando attese degli economisti erano per una crescita del 3,7%, ben diverso dal 0,2 Italiano.

Ora con buona pace degli ultras dell’austerity, dell’intellighenzia italiana e degli europeisti privi di patria, posso facilmente affermare con convinzione che l’economia è stato il ” Capolavoro dell’Amministrazione Obama”. Un Presidente che ha dato speranza a una parte di mondo, illuso forse i più deboli e che a sua volta è stato forse impotente di fronte chi ha provocato la crisi, ma che di sicuro ha lasciato una buona traccia.

Un lascito economico sul quale ripartire o affondare, se le prossime elezioni dovessero presentare cattive sorprese, come amici dell’austerità europea o capitalisti dogmatici. 

Il Volkswagen Gate

Ricordate il duemilaundici quando da Berlino e Parigi a colpi di spread e comunicati venne fatto cadere il Governo Italiano, con la complicità di  poteri forti interni, che segnò la fine dei governi democraticamente eletti? Oppure, la crisi greca che ha imposto ad Atene sacrifici tanto duri quanto insensati per la maggior parte dei premi Nobel per le scienze economiche? Ecco, ora un terremoto sta per toccare Berlino.

Generalmente si è abituati a sentire che ” Germania è sinonimo di affidabilità “. Eppure, in un quadro granitico si è aperta la frattura della Volkswagen. Qui di seguito i punti per capire la prossima crisi tedesca.

LO SCANDALO EMISSIONI – Per comprendere appieno le tappe dello scandalo Volkswagen bisogna premunirsi innanzitutto della dettagliata relazione di Bloomberg, la quale ricostruisce le tappe dello scandalo, che ha il suo prologo nei primi mesi del 2014. I primi sospetti sorgono a Peter Mock, responsabile per l’Europa dell’International Council on Clean Transportation. L’Icct, organizzazione indipendente che si occupa di trasporti e sostenibilità, condusse test sulle emissioni nocive delle versioni europee di tre automobili diesel: una Volkswagen Jetta e una Passat, oltre che una Bmw X5. Dalle analisi in laboratorio nessuno dei tre modelli risultò fuori norma per quanto riguarda la valutazione degli inquinanti, in particolare degli ossidi di azoto NOx. Le incongruenze riguardarono in realtà le prove su strada. E’ durante esse che i veicoli Volkswagen fornirono prestazioni diverse e decisamente peggiori rispetto a quelle effettuate nei laboratori. La discrepanza fu troppo evidente per passare inosservata, soprattutto per autoveicoli equipaggiati con un motore di ultima generazione come il diesel 2.0 Tdi ad iniezione diretta.
Il ruolo di Mock negli Stati Uniti d’America viene assunto da John German. I modelli automobilistici presentano sempre sensibili differenze tra i due continenti ed è dunque probabile che, a parità di condizioni, le versioni americane sforino i limiti consenti per legge. Per tal ragione, Mock contattatò due istituti: il California Air Resources Board, incaricato di effettuare i test sui rulli, mentre ai tecnici della Università della West Virginia spettarono i controlli su strada. Il tutto è stato svolto grazie al Pems, Portable Emission Measurement SystemIl Pems è una sorta scatola, che si inserisce nel bagagliaio, e rappresenta la tecnologia più sofisticata in circolazione per il controllo e l’omologazione di consumi ed emissioni.

Casualità vuole che la Commissione Europea, del lussemburghese Junker che tanto ostacola Draghi, voglia che questa tecnologia si inserita nei programmi europei a partire dal 2017. Dagli ormai noti risultati si evince che sulle autovetture le emissioni di NOx della Jetta superano i limiti di 15-35 volte, quelle della Passat di 5-20 volte. Nessuno sforamento per la BMW X5.

AFFARE E COMPLICITA’ DI STATO – In questo contesto, il Volkswagen gate sta diventando un caso di Stato che rischia di creare serio imbarazzo anche alla Cancelleria non certo estranea alle vicende della più grande azienda d’Europa. Secondo quanto riportato dal quotidiano Die Welt, lo stesso, avrebbe rivelato di essere in possesso di un documento provante come la cancelleria fosse al corrente del grave problema . Sarebbero stati i Verdi Tedeschi a luglio a presentare un’interrogazione sull’argomento e il ministero dei Trasporti tedesco avrebbe risposto di non essere all’oscuro del fatto che i costruttori di auto alteravano le emissioni con il software poi incriminato. Dal dossier emerge che pure le autorità di Bruxelles erano informate della vicenda.

Ora, quel che insegna il Wolksvagen Gate è che non siamo dinanzi a un errore tecnico o al tentativo colpevole di risparmiare su alcune parti meccaniche, ma davanti a una frode. Nello stesso modo in cui la Grecia ha truccato i conti pubblici per entrare nella zona euro, Volkswagen ha truccato i motori delle sue automobili per apparire meno inquinante e attirare nuovi clienti in un momento in cui l’ecologia influenza le scelte d’acquisto.

E la colpa non risiede nella semplice ricerca del surplus economico. Ma, nell’aver ridotto l’economia ad un semplice ed estenuante viaggio verso la crescita trimestrale. Nell’aver ridotto la percezione dell’affidabilità di una società a un incredibile senso della competizione internazionale per la dominazione del mercato. Ove non è la crescita tecnologica, del benessere di azienda e consumatori a farne una ” buona compagnia “, ma la quantità di autovetture prodotte. D’altronde ” quantità, non è sinonimo di qualità”. E ciò non riguarda solo Volkswagen.

La bellezza negli “States of Decay”

 

States of Decay è il progetto di Daniel Barter e Daniel Marbaix, due giovani fotografi che hanno visitato i grandi edifici in rovina degli stati Uniti.

Daniel Barter and Daniel Marbaix state of decay

 L’idea è nata una sera in un pub di Londra nel luglio del 2011 quando entrambi, nella loro ricerca artistica, si stavano occupando di bellezza e decadenza, soprattutto decadenza urbana. Da quella sera diventano “the Dan duo” e iniziano a viaggiare insieme, come due “esploratori urbani”, inseguendo il sogno di catturare la bellezza nel mezzo della desolazione degli edifici abbandonati.

Si sono immersi nell’archeologia di grandi dimore, di stabilimenti industriali, di prigioni, istituti, chiese e strutture sportive.

Un viaggio attraverso i (non) luoghi degli Stati della Decadenza, gli stessi di cui è fatta l’eccellente fiction apocalittica dei nostri giorni, The Walking Dead:  profondità di campo e di segni, in cui respirare la struggente intensità di un meraviglioso declino.

Le loro immagini vanno dal maestoso al misterioso , e mostrano mondi una volta pieni di vita , ma ormai dimenticati .

state of decay

Senza specificare la provenienza esatta di ogni singolo scatto, ma cercando la connessione interiore con ogni soggetto, i due Daniel hanno scelto alcuni luoghi una volta collettivi dell’America del NordEst (ad esempio: il Seaview Tubercolosis Sanatorium di Staten Island, lo Steubenville Steel Works in Ohio, il Rockland Psychiatric Hospital e il Buffalo Central Terminal nello Stato di New York, e altre scuole abbandonate, asili, ex fabbriche, depositi in disuso, teatri, fornaci, prigioni e cattedrali tutti diroccati) e ne hanno catturato la caduta, lo svuotamento, il passaggio dal tempo della funzione a quello dell’oblio.

Le loro immagini mostrano grandi complessi urbani industriali, mondi che una volta erano pieni di vita, si mostrano ora come luoghi ormai dimenticati.

Israele – Un discorso a Washington per Tel Aviv

Ogni discorso di fronte al Congresso degli Stati Uniti d’America ha un suo peso specifico. Ciò a maggior ragione avviene se a pronunciarlo è il leader di un paese mediorientale. Se poi a parlare a Washington è il Premier Israeliano automaticamente l’attenzione mondiale si concentra su ogni singola frase. Il premier Benjamin Netanyahu ha da poco parlato al Congresso degli Stati Uniti d’America a poco meno di due settimane dalle elezioni politiche in Israele, le quali si terranno il prossimo 17 marzo. E se l’elezioni sono a così breve distanza quale occasione migliore per attirare i riflettori di stampa mondiale ed elettori? Inoltre, si ricordi sempre di come le comunità israelitiche statunitensi foraggino con cospicue donazioni le campagne elettorali in Israele.

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UN DISCORSO SULL’IRAN – A pochi giorni dal voto, secondo quanto mostrato dai sondaggi, la corsa elettorale è serratissima tra il suo Likud e l’Unione sionista, l’alleanza di centrosinistra formata dal partito Laburista di Isaac Herzog e da HaTnuah, il partito dell’ex ministro della Giustizia Tzipi Livni. Utilizzando una vetrina mondiale, Netanyahu ha attaccato subito la Repubblica Islamica d’Iran. La prima parte del discorso ha avuto come fulcro il seguente periodo «Il regime iraniano non è solo un problema ebraico, così come il regime nazista non era solo un problema ebraico». L’Iran «ha mostrato più volte che non ci si può fidare» di lui. Poco più avanti ha rincarato la dose dicendo: «I giorni in cui il popolo ebraico rimaneva passivo davanti ai suoi nemici genocidi sono finiti». L’accordo in discussione a Ginevra è «un cattivo accordo», che non solo permetterà all’Iran di avere armi nucleari, ma «lo garantirà – e saranno molte». La platea congressuale ha più volte applaudito, pur registrando la silenziosa e rumorosa assenza di più di cinquanta deputati democratici.


PARALLELISMI E DIFFERENZE TRA ORGANI ISRAELIANI – Personalmente mi preme ancora una volta ricordare come il discorso di Netanyahu sia stato pronunciato a stretto giro da una delle più difficili sfide elettorali che lo abbiano mai aspettato. Difficilmente infatti un leader nel mondo, laddove vi è una forma di Stato democratica, si è confermato per oltre sette anni e di questo Benjamin Netanyahu ne ha piena coscienza. Ad ogni modo il recente discorso a tutti gli analisti e addetti ha ricordato l’intervento tenuto dallo stesso nel 2012 presso l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. In quell’occasione il premier israeliano mostrò un semplice disegno contenente un grafico all’interno di una bomba stilizzata per illustrare quanto l’Iran fosse vicino all’atomica. In tale occasione dichiarò che a Teheran – mancava meno di un anno – per ottenere la bomba atomica. Tale esternazione è stata riproposta da oppositori interni e critici della posizione israeliana poiché proprio in questi giorni è emerso un documento riservato del Mossad, risalente a poche settimane dopo il discorso all’Onu, in cui i servizi segreti israeliani concludevano che l’Iran non stesse attivamente cercando di produrre la bomba atomica. Il The Guardian, che ha rivelato il documento insieme ad Al Jazeera, ha commentato che «il rapporto sottolinea la distanza tra le dichiarazioni pubbliche e la retorica dei più importanti politici israeliani e le valutazioni dei militari e dei servizi segreti di Israele». Una rivelazione non da poco se si pensa alla stima che i Servizi Segreti civili Israeliani godono nel mondo, anche e soprattutto tra i nemici d’Israele.

L’IRRITAZIONE DI OBAMA – Il Presidente degli Stati Uniti d’America ha risposto con la seguente dura presa di posizione: «L’alternativa che offre il primo ministro è nessun accordo, nel qual caso l’Iran ricomincerà immediatamente a portare avanti il suo programma nucleare». La strada della sua amministrazione, insomma, è chiaramente quella di continuare con i negoziati e provare ad arrivare a un agreement che, se avrà successo, «sarà di gran lunga il modo migliore» per impedire che l’Iran ottenga la bomba. Una presa di posizione forte che mostra come Barack Obama conosca bene quale sia il ruolo degli USA nel mondo e quel che realmente gli interessa. Ma ciò, non significa che questa sia la miglior strada per Israele. Le diverse reazioni al discorso dimostrano un pensiero leggermente meno allarmistico.

Dura è stata la leader della minoranza democratica alla Camera Nancy Pelosi, la quale ha dichiarato che le parole di Netanyahu l’hanno portata «quasi alle lacrime», «rattristata dall’insulto all’intelligenza degli Stati Uniti e dalla condiscendenza verso quello che sappiamo sulla minaccia rappresentata dall’Iran». Insomma, tra Repubblicani, i quali hanno invitato il Premier Israeliano, e Democratici la visione di Israele e del ruolo degli Usa come principali partner differisce molto.

A mio parere, seppur il suddetto discorso si stato proiettato in una dimensione internazionale, il vero interesse del Premier Netanyahu mirava alla prossima sfida elettorale. D’altronde si sa quanto per e in Israele sia importante la sicurezza e il rapporto con i propri vicini. Anche l’apparentemente dura presa di posizione di Obama è sensata e corretta  nel momento in cui, quasi per uno scherzo della storia, gli sciiti iraniani e Hezbollah lottano contro uno stesso nemico sunnita ossia l’Islamic State, ma non dalla stessa parte. Israele che con efficacia militare combatte l’Isis guarda con timore maggiore gli sciiti. A Washington però l’Islamic State spaventa e molto; soprattutto nel cuore mondiale delle guerre ossia il Mar Mediterraneo. Ma, la potenza degli estremisti islamici dell’IS non è un errore di valutazione o un errore finanziario di Tel Aviv ma, semmai, di Washington e Bruxelles. Ma questa è un’altra storia.

USA E CUBA – Novanta miglia lunghe cinquant’anni

Nella storia delle relazioni internazionali e dell’umanità, questo dicembre sarà ricordato come il mese del disgelo tra Cuba e gli Stati Uniti d’America. La storia del conflitto e delle tensioni tra i due Paesi ha radici lontane, precisamente quando la Rivoluzione Castrista del 1959 guidata da Ernesto Guevara e il poi leader maximo ossia Fidel Castro ribaltarono il regime di Fulgencio Batista.  

Prima del 1959 a Cuba gli statunitensi controllavano il petrolio, le miniere, le centrali elettriche, la telefonia e un terzo della produzione di zucchero di canna. Quell’anno gli USA erano il primo partner commerciale cubano, comprando il 74% delle esportazioni e fornendo il 65% delle importazioni dell’isola. Le successive tensioni quali la “Baia dei Porci” e, soprattutto, la “Crisi dei Missili“, dove il mondo vide la sua stessa esistenza esser messa a rischio, portarono al el bloqueo e ai rapporti di inimicizia, se non di ostilità aperta, tra i due paesi.

Successivamente al crollo del Muro di Berlino, alla dissoluzione dell’Urss che da sempre aveva costituito il paese di riferimento per i castristi, la “Questione Cubana ” e de el bloqueo non è stata risolta, né ha visto importanti passi in avanti per lungo tempo. A scalfire lo stallo che si era protratto nel tempo è stato esclusivamente Giovanni Paolo II con la visita a L’Avana del 21 gennaio 1998.

In seguito a numerosi appelli della Comunità  Internazionale tra la fine degli anni novanta e la storica giornata di ieri i rapporti tra L’Avana e Cuba sono rimasti quelli di paesi nemici. Molteplici sono infatti stati gli arresti sul suolo dell’uno o dell’altro paese di membri dello spionaggio, come anche molti minori sono finiti in contese risoltesi solo tramite arbitrati internazionali. Eppure, quando ormai per dar fine allo stallo ci si aspettava la morte di Fidel Castro è arrivata la notizia del disgelo tra i due paesi.

cuba us migration crop

La svolta nelle relazioni tra Cuba e gli Stati Uniti è stata frutto del lavoro di Obama e Raoul Castro che hanno annunciato ai loro Paesi e al mondo intero la fine delle restrizioni. Il che significa che esse non saranno più applicate ai viaggi tra i due Paesi e ai trasferimenti di titoli e denaro. A segnare il disgelo nei rapporti tra l’Avana e Washington, la liberazione a Cuba del contractor americano Alan Gross, detenuto per 5 anni con l’accusa di spionaggio. Collaboratore di Usaid, Gross era stato arrestato 5 anni fa mentre distribuiva materiale elettronico alla comunità ebraica all’Avana e condannato a 15 anni di prigione. Al gesto cubano ha fatto seguito da parte degli Stati Uniti d’America la liberazione di tre agenti detenuti dopo un processo controverso che li ha condannati per spionaggio nei confronti di gruppi anti-Castro a Miami. Miami e Florida dove l’anti-castrismo ha per anni segnato il destino delle elezioni dello stato con capitale Fort Lauderdale e dell’intera Unione.

Per comprendere la giornata di ieri bisogna far attenzione e ritornare al 21 Gennaio 1998. Infatti vi è un importante ruolo della diplomazia vaticana dietro la liberazione oggi del cittadino americano. Secondo la CNN, Francesco avrebbe spedito a Obama e Castro due lettere separate all’inizio della scorsa estate – esortando a perseguire relazioni più strette tra i due paesi. Un invito questo ribadito negli incontri al Vaticano tra rappresentanti di entrambi i Paesi, con cui l’ultimo incontro sarebbe avvenuto in autunno, con l’obiettivo di favorire una riapertura dei rapporti fra Usa e Cuba.

Ora, sebbene come da tradizione la Santa Sede stia mantenendo un profilo di assoluta discrezione sulla vicenda, ci sono tutti gli elementi per pensare che il Vaticano abbia avuto un ruolo cruciale nella mediazione. La Santa Sede, a gennaio, non aveva menzionato” Cuba” tra i molti argomenti (Siria, Medio Oriente, Sud Sudan, Usa) affrontati tra il capo della diplomazia statunitense e il primo collaboratore di Jorge Mario Bergoglio. Fu John Kerry, però, in una successiva conferenza stampa, ancora a Roma, a rivelare certi dettagli dell’incontro. Tra le altre, disse, “ho sollevato la questione di Alan Gross e della sua detenzione, e speriamo molto che essi (il Vaticano, ndr) possano essere capaci di essere di sostegno su questo tema”. Era il 14 gennaio del 2014. Kerry e Parolin sono tornati a incontrarsi, quando il segretario di Stato Usa si è trovato a Roma, lunedì 15 dicembre. Dalle note della Segreteria di Stato Vaticano anche questa volta non vi sarebbe alcun accenno alla vicenda. Un’unica dichiarazione della Santa Sede recita di aver offerto «i suoi buoni offici per favorire un dialogo costruttivo su temi delicati», tra Cuba e Usa, «dal quale sono scaturite soluzioni soddisfacenti per entrambe le Parti» e «continuerà ad assicurare il proprio appoggio alle iniziative che le due Nazioni intraprenderanno per incrementare le relazioni bilaterali».

Questa non è ne’ la fine ne’ l’inizio di qualcosa di differente è un grandissimo passo in avanti però per tutta l’umanità. Un’umanità che, nonostante tutto, alle volte non riesce a superare novanta miglia pur spendendo una sonda su Marte. Novanta miglia che per decenni hanno reso lontani Washington e L’Avana più di Marte.

30 for 30: Sfide a stelle e strisce

Tra anticicloni ed appelli d’esame l’estate non è il periodo dell’anno in cui riesco a guardare più film. La dedizione alla causa scema e il sonno aumenta, per cui tendo a buttarmi su visioni che richiedano poca concentrazione e che restituiscano più di quanto chiedono, e un filone abbastanza fertile sotto questo punto di vista è la serie di documentari 30 for 30 prodotta dalla ESPN, il più grosso canale di informazione sportiva d’America.
Sono sempre stato abbastanza affascinato dagli sport a stelle e strisce, ma, con la parziale eccezione della NBA, la mia conoscenza in merito lascia alquanto a desiderare. A tutt’oggi non credo che sarei in grado di seguire una partita di football, e per quanto a forza di manga penso di aver afferrato abbastanza bene le regole del baseball, non mi è ancora mai capitato di sedermi a guardare un’intera partita. Credo che la mia situazione sia piuttosto comune, e se dopo l’overdose di calcio del mondiale vi può stuzzicare l’idea di cambiare un po’ musica (magari ispirati dagli affascinanti sviluppi della free agency NBA) non credo ci siano approcci migliori che la suddetta serie di documentari, nella vena del nostrano Sfide.
Il titolo 30 for 30 è dovuto al fatto che doveva trattarsi di una serie di 30 documentari per celebrare i 30 anni di attività dell’emittente, ma sulle ali di un buon successo l’operazione è stata estesa a una seconda serie, più una terza, ancora in corso, dedicata invece al football nostrano.
I documentari affrontano una varietà di argomenti: alcuni ricostruiscono particolari imprese sul campo, altri tracciano il profilo di alcune personalità, e altri ancora hanno un approccio più ampio e usano lo sport come trampolino di lancio per trattare anche altre questioni.
Mi restano ancora molti episodi da guardare, e mi sono concentrato principalmente su quelli che hanno a che fare col basket, ma per ora mi sento di consigliare in particolar modo questi tre:

The Fab Five
In America, oltre agli sport professionistici hanno un ampio seguito anche i campionati universitari della NCAA, in particolar modo quelli di basket e football. Fab Five era il soprannome dato ai Wolverines, la squadra di basket dell’università del Michigan dei primi anni ’90, squadra che perse due finali consecutive del torneo NCAA ma che rimase nella storia per una serie di motivi sia sportivi, sia extra.
Il documentario ricostruisce molto bene sia i loro exploit sul campo che l’impatto culturale che la squadra (in cui militavano future stelle dell’NBA come Chris Webber e Jalen Rose) ebbe sul mondo della pallacanestro universitaria, e al contrario della maggior parte delle altre puntate dura più o meno come un film “da sala”, per cui ha la possibilità di diffondersi meglio sui vari aspetti della vicenda.

Guru of Go
Sempre rimanendo nell’ambito del basket universitario, Guru of Go racconta la storia di Paul Westhead, una specie di Zeman americano, che negli anni ’80 riuscì a portare a buoni risultati la squadra della Loyola Marymount University con uno stile di gioco esasperatamente offensivista. L’esaltante storia dei successi della squadra è intrecciata con quella della tragica morte in campo di Hank Gathers, il giocatore più rappresentativo della formazione e quello il cui futuro tra I professionisti sembrava promettere meglio.

Straight Outta L.A.
Passando per par condicio a un altro sport, Straight Outta L.A. racconta del rapporto tra la squadra di football dei Raiders e la cultura hip-hop underground e delle gang del relativamente breve periodo in cui la franchigia ha risieduto nella città degli angeli. Il documentario è girato da nientepopodimeno che O’Shea “Ice Cube” Jackson, che come narratore quindi racconta anche il ruolo che lo stile e l’immagine dei Raiders hanno giocato nella sua “educazione” e nella formazione dei NWA, oltre che più in generale nella partita dell’integrazione delle minoranze. Da quando i Raiders hanno lasciato L.A. per tornare a Oakland la città non ha più avuto una squadra di football, il che a quanto pare è uno dei problemi più annosi per la NFL tutta.

Questi sono solo alcuni esempi e ci sono episodi dedicati a hockey, atletica leggera, baseball è quant’altro, per cui, e di nuovo, chiunque fosse più affascinato da che aggiornato su, gli sport americani, farebbe senz’altro bene a dare un’occhiata a quest’ottima serie.

Legalizzare la cannabis? Funziona ovunque!

In Italia e in Europa, tranne nella felice oasi olandese, il tema della legalizzazione delle droghe leggere è al centro di frequenti dibattiti. Premetto che non sono mai stato un utilizzatore di marijuana o hascisc; eppure nel suo uso a “fini terapeutici” non ho mai visto nulla di sbagliato. Così se da noi è vano argomentare in maniera pubblica la questione, poiché a più riprese si creano fronti proibizionisti con molteplici e differenti fini, negli Stati Uniti dell’Amministrazione Obama la situazione è differente. Chi concepisce la politica come amministrazione dello Stato e non come semplice prodotto delle post ideologie miste a marketing, sa che queste operazioni di liberalizzazioni sono volte al risanamento del deficit di ogni singolo Stato. Il tema è sempre più globale e l’analisi non può prescindere da una visione analitica del tema. Come tutte le analisi compiute in termini globali non si può prescindere da dati certi e universalmente riconosciuti. Tre anni fa, una semplice quanto complessa relazione sul tema, ha cambiato il corso degli eventi.

Infatti, nel 2011 il Rapporto della Commissione globale sulla politica delle droghe, organismo di cui fanno parte esperti in materia e personaggi quali Kofi Annan, ha divulgato una relazione in cui si affermava che «la lotta alla droga iniziata cinquant’anni fa è fallita», e si sottolineava come in primis per la cannabis, «occorre sperimentare modelli di legalizzazione che colpiscano la criminalità organizzata salvaguardando la salute dei cittadini».

URUGUAY PUNTO DI SVOLTA – Il mondo legato al narcotraffico, se non per l’eroina, è indissolubilmente legato al Sud America. Nomi quali Pablo Escobar sono nel bene o nel male personaggi assunti al grado di figure leggendarie. Per non far scadere l’analisi tengo a ribadire che quando si parla di legalizzazioni ci si riferisce alla cannabis e ai suoi derivati, A far crollare il sistema proibizionista è stato a sorpresa Montevideo. In Uruguay la “canna di Stato” è realtà dal novembre duemilatredici e la vendita è effettuata attraverso i comuni banconi delle farmacie. A fine dello scorso anno, il Senato Uruguaiano ha deliberato la legge che permetterà al governo di Josè “Pepe” Mujica di coltivare e vendere direttamente marijuana a circa un dollaro al grammo, primo caso nella storia. «Ora bisognerà solo aspettare che i semi germoglino», ha spiegato Josè Calzeda, capo della Giunta nazionale delle droghe. Con il Sud America in gioco in molti si sono dovuti ricredere sul proseguo del cammino proibizionista. D’altronde nel duemiladodici sul Rapporto Annuale sulle Droghe Leggere delle Nazioni Unite venne sottolineato di come la legalizzazione potrebbe portare al ridimensionato del giro d’affari delle organizzazioni criminali. Montevideo dalla recente legalizzazione ha ricavato milioni di dollari in pochissimo tempo, grazie ai più dei centoquarantamila consumatori “abituali”.

UN COLORADO D’ERBA – L’Amministrazione Obama se da un lato sta vivendo un difficile periodo per via della crisi economica non appieno superata e dei recenti risvolti geopolitici, sicuramente gode del favore di molti antiproibizionisti. Il livello di legalizzazione della cannabis non si è verificato a livello federale ossia centrale, bensì statale. Questo non vuol dire che non vi sia un forte appoggio a tali politiche da parte dell’Amministrazione Obama, famoso è l’appoggio democratico a tale tema. La California, che all’accanimento terapeutico sul bilancio pubblico compiuto da Mario Monti preferì la tecnica della liberalizzazione della cannabis a “scopo terapeutico”. A trarre il dado e segnare il punto di non ritorno vi ha di recentemente pensato lo Stato del Colorado. Nel Colorado la vendita di cannabis da “fine terapeutico” è passato a “uso ricreativo”, facilmente intuibile l’andamento delle casse stabili. Lo Stato americano, infatti, dopo aver approvato la legalizzazione della marijuana, ha registrando un boom dell’entrate economiche pari a due milioni di dollari per l’acquisto dell’erba’ per scopo ricreativo. Alla somma dei due milioni di dollari si devono aggiungere gli introiti derivanti dalla vendita della marijuana per uso medico e i pagamenti dei commercianti per ottenere le licenze, cifra che si aggira intorno3,5 milioni di dollari. I dati diffusi dal Department of Revenue, indicano che, dal primo gennaio 2014, data di entrata in vigore della nuova legge, al 31 dello stesso mese, i 59 negozi che attualmente sono autorizzati a vendere marijuana in Colorado hanno incassato oltre 14 milioni di dollari, dei quali circa 2 milioni verranno trattenuti a titolo di imposta. Secondo le stime a lungo termine che si riferiscono al prossimo anno fiscale, la vendita della marijuana produrrà un fatturato di circa un miliardo di dollari, per i quali lo Stato del Colorado ne incasserà almeno 130 milioni.

Ora non propongo morali, ne’ invito gente alla Giovanardi e il suo Nuovo Centro Destra a convincersi della bontà di un tale provvedimento per le casse statali. Comprendo che in Italia i più strenui sostenitori di una tale operazione siano i militanti di occupazioni studentesche con 150 metri quadri a Piazza Verdi e che i loro intenti siano essenzialmente sciocchi. Ma, ai “fini terapeutici” la legalizzazione sarebbe sacra poiché a molti basterebbe passare mezza giornata in un reparto di oncologia per comprendere la sofferenza e il sollievo di alcune sostanze. Con buona pace di post missini, tanto puri quanto abituati ai finanziamenti pubblici per inutili attività.

Enola Gay: la donna volante che non sapeva di cambiare il mondo

Enola Gay is mother proud of a little boy today ah ahhh

this kiss you give, it’s never ever gonna fade away..

Fischietta un “ragazzino” per una strada qualsiasi nei primi anni ’80, è un successo planetario quello. Gli OMD, acronimo di Orchestral Manoeuvres in the Dark, sono stati ai primi posti delle classiche internazionali per mesi cantando lei, Enola Gay, una canzone di protesta e lui lo sa bene. Conosce a memoria ogni strofa, ma non pensa mai a sua madre quando l’ascolta alla radio. Enola Gay Tibbets è una signora sulla cinquantina nel 1945, originaria dell’Illinois, ha cambiato spesso città con la sua famiglia. Questo potrebbe far pensare a una donna caparbia, di carattere, e a una  persona che a suo modo lascia il segno. Ha un figlio Enola, si chiama Paul e sogna di volare fin da piccolo. Con lo scoppio della Seconda Guerra mondiale diventerà un pilota di bombardieri, prima in Europa sui B-17, le “fortezze volanti” e poi sui quasi sperimentali B-29 Superfortess, quando la guerra giunta quasi alla fine, premerà solo sul fronte del Pacifico. Il suo B-29 viene assegnato dopo diverse “modifiche” operate negli USA alle Isole Marianne, e lui, come era di moda tra i piloti di bombardieri nella WW2 gli da un nomignolo, anzi un nome, lo chiama “Enola Gay” come sua madre. E’ estate.

A Washington, F.D. Roosevelt si è appena arreso alla morte: è alla terza presidenza consecutiva, dopo lo stress di 3 anni di guerra e metà della sua vita messa in ginocchio dalla polio, viene stroncato da un’emorragia cerebrale. Lui, che ha dichiarato guerra all’Impero Giapponese, lascerà il suo mandato ad Harry Truman, un modesto ex agricoltore del Missouri che studiando alle scuole serali si era guadagnato la vicepresidenza degli Stati Uniti d’America, e poi secondo la legge, la presidenza. Con essa gli viene lasciato nelle mani anche un segreto, il Progetto Manhattan. E’ dal 1939 infatti che luminari della fisica come Oppenheimer e Fermi lavorano ad un progetto segreto in un palazzo di New York City, che porterà dopo il 1942 (e la fusione del progetto atomico Anglo-canadese nel ’43) all’armamento degli Alleati con una bomba a fissione nucleare, la Bomba Atomica. Truman non ha il polso adatto per condurre il gioco, forse, ma il Giappone non dà segni di resa e ogni isola conquistata nel Pacifico per farsi strada verso Tokyo, da Guadalcanal a Okinawa, costa agli alleati migliaia di caduti.

Il  6 Agosto 1945 uno stormo di  15 bombardieri B-29 decolla dalla base di Tinian, ai comandi del colonnello Paul Tibbets. Ogni apparecchio conta 11 uomini di equipaggio e nessuno per motivi di responsabilità e coscienza, compreso lo stesso Tibbets, è al corrente di quale tra i bombardieri trasporta un ordigno mai usato nella storia dei conflitti. Alle 08.15 viene sganciata “Little Boy” nei cieli dell’ obiettivo designato, la città di Hiroshima. La pancia dell’apparecchio che covava la morte di 75.000 persone e uno dei momenti piùcupi della storia della scienza e dell’uomo era quella intitolata a quell’ignara madre americana, Enola Gay. La storia dei conflitti umani e degli schieramenti del mondo cambiava quel giorno.

L’Enola Gay, in seguito alla capitolazione dell’Impero Giapponese (dovuta ad un secondo bombardamento atomico su Nagasaki tre giorni dopo) e la fine della Seconda Guerra Mondiale, verrà trasferito nella base nei pressi di Roswell in New Mexico, che rimarrà nella storia (della fantascienza questa volta) per il noto incidente del fantomatico UFO nel ’47, dal quale nasceranno tutte le teoria dell’insabbiamento di contatti con forme di vita extraterrestri. Non verrà scelto per i test atomici sull’atollo di Bikini (dalla cui esplosione prenderà il nome, per volere dello stilista, il famoso modello di costume da bagno) e verrà dismesso dall’USAAF l’anno seguente. Oggi l’apparecchio è esposto al National Air and Space Museum. Paul Tibbets è morto nel 2007 ed è sepolto a Columbus in una tomba senza nome.

Qatar ed il boomerang egiziano

Qatar, un nome capace di suscitare sensazioni all’ascolto paritetiche alle parole benessere e ricchezza. Gli amanti del calcio associano il Qatar al logo che campeggia sulla maglia del Barcelona Futbol Club ed in special modo, grazie alla maggioranza azionaria attraverso il Qatar Investment Authority, al Paris Saint Germain. Sponsorizzazioni, ricevimenti offerti in tutte le sedi diplomatiche e il proprio nome che campeggia quotidianamente nei report di finanza significa possedere visioni finanziarie e geopolitiche chiare e decise. Con tali premesse, il Regno Sunnita si è inserito all’interno del difficile quadro egiziano. Quadro politico ove si mescolano da decenni credi religiosi ed interessi internazionali ed economici capaci di destabilizzare un’intera area.

IL MONDO SUNNITA – Diversamente da ciò che si pensa il mondo arabo é da decenni diviso da lotte fratricide e culturali. La sua più grande frattura è in essere tra il mondo Sciita e quello Sunnita. Risale ai tempi nei quali si dovette decidere come dare seguito alla successione di Maometto nella guida dei fedeli e nel tramandare e interpretare la dottrina. I sunniti sono i più numerosi, gli sciiti sono considerati una percentuale variabile tra il 10 e il 15% del totale dei musulmani. Il nome sunniti deriva dall’arabo “sunnah”, che significa “tradizione“. I sunniti sono infatti coloro che seguono la tradizionale religione islamica. Essi seguono le scritture del Corano e utilizzano come punto di riferimento le azioni, le parole e la vita di Maometto, testimoniata appunto dalla tradizione. Differentemente gli sciiti possono essere definiti “partigiani di Maometto “.

Infatti, gli sciiti, staccatisi dalla maggioranza sunnita in seguito alla morte di Maometto, identificano il patriarca della loro comunità come successore di Maometto stesso. Essi, alla morte del profeta, hanno proclamato come successore Alì, cugino e genero di Maometto: il nome “sciiti” deriva dalla parola araba “Scià Alì”, cioè “la fazione di Alì“.

In molteplici casi vengono confuse le differenze dottrinali con quelle politiche, in particolare con la contrapposizione emersa con forza dopo l’affermazione del khomeinismo in Iran, accolta con estrema ostilità dalle dinastie sunnite del Golfo, inquietate da una sommossa che portò alla cacciata della famiglia reale iraniana e alla fondazione di una repubblica che si professava megafono della voce alle masse islamiche. Tant’è che per molti la ” Rivoluzione Iraniana “è stata considerata la più grande rivoluzione del ventesimo secolo. In questo quadro il Qatar si è spesso innalzato a baluardo del mondo Sunnita.

L’APPOGGIO ALLA FRATELLANZA MUSULMANA – Sull’Egitto, a differenza della Siria, il mondo Sunnita si è diviso. Da un lato i giganti Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita e dall’altro il Qatar. La Fratellanza Musulmana non ha mai riscosso simpatia nelle monarchie del Golfo. Le stesse monarchie si sentirono tradite dagli USA nella destabilizzazione dell’Egitto con la cacciata di Mubarak. Su Confluences Méditerranée, il politologo Karim Sader, esperto delle monarchie del Golfo, spiegò che «la caduta del rais ha costituito un vero trauma in Arabia Saudita, perché gli Usa hanno abbandonato Mubarak per avvicinarsi ai Fratelli Musulmani. Guidati dal loro pragmatismo politico, gli americani si sono rapidamente accordati con il potere della fratellanza, che d’altronde più che islamisti erano ultra-liberisti a livello economico e garantivano la sicurezza di Israele. Un vero e proprio schiaffo a Riyadh che coltiva un’avversione storica per la confraternita islamista». Fu il re Abdallah, nel settembre 2013, a spiegare il sostegno saudita al nuovo governo militare de Il Cairo in nome «della lotta al terrorismo, all’estremismo ed alla sedizione», le stesse parole usate dalla dittatura siriana per bollare l’opposizione armata finanziata da sauditi e qatariani. Il Qatar invece, per affinità elettive e storiche, è da decenni alleato della Fratellanza Musulmana. Essendo stato risparmiato, a differenza delle Monarchie, dalle rivolte delle Primavere Arabe, non teme contagi. Fin da subito il Qatar forte della sua stabilità ha appoggiato la Fratellanza e con essa ha cercato un ruolo di garante delle rivolte. Ma, il forte estremismo dell’organizzazione, i molteplici attacchi alle Chiese Copte ed infine la crisi economica hanno distrutto il placet di popolazione, comunità internazionale (ad eccezione dell’amministrazione Obama) e dell’esercito. Ciò nonostante grazie ad una donazione di 7 miliardi di dollari, il Qatar non ha abbandonato la storica organizzazione alleata di Hamas in Palestina.

LO SCONTRO TROPPO CARO CON SAUDITI ED EMIRATI – L’appoggio senza tentennamenti ai Fratelli Musulmani del deposto Presidente Morsi rischia di costare un prezzo carissimo al Qatar. L’Arabia Saudita, come recentemente riportato dal quotidiano Al-Arab, ha minacciato di chiudere il confine e lo spazio aereo con il Qatar se Doha non cesserà di appoggiare l’organizzazione dei Fratelli Musulmani in modo formale e materiale. Il quotidiano con sede a Londra, considerato molto vicino ai vertici sauditi e agli Emirati Arabi Uniti, afferma che un funzionario saudita ha consegnato un pressante messaggio all’Emiro del Qatar, lo sceicco Tamim Bin Hamad al-Thani, da parte del governo saudita. Se la minaccia dovesse concretizzarsi si creerebbe un ennesimo problema per l’amministrazione Usa guidata negli affari esteri da John Kerry. Infatti, sia il Qatar che gli Emirati Arabi Uniti ed il Regno Saudita sono importanti partner strategici per gli Stati Uniti d’America. A complicare il quadro vi sono pessimi precedenti. Furono infatti il regno dell’Arabia Saudita e l’Egitto di Mubarak a sostenere un tentativo di colpo di stato in Qatar nel 1996. Le forze del Qatar leali al principe esiliato erano penetrate in territorio qatariota, sotto la supervisione degli ufficiali egiziani e sauditi, per cacciare il principe Hamad bin Khalifa e restaurare al potere suo padre, lo sceicco Khalifa.

In conclusione d’analisi possiamo constatare come in Medio Oriente il caos regni sovrano. Caos che alle volte serve a far mutare in maniera torbida e sicura per le superpotenze il quadro regionale. Ma, questa volta, il caos può trasformarsi in un Inferno per cancellerie e multinazionali.