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VVVVVV (Terry Cavanagh, 2010)

Difficilmente un gioco mi ha mai portato a riconsiderare le mie capacità di giudizio quanto Vs (concedetemi, vi prego, l’abbreviazione). Diversi mesi fa mi trovavo a bighellonare sullo Steam Store, quando mi cadde l’occhio sul peculiare titolo sopracitato. Una volta aperta la pagina dedicata, mi furono sufficienti pochi istanti di trailer per etichettarlo come l’ennesimo platform graficamente sciatto e demenziale nella narrazione. Quasi mi commuovo ripensando alla mia coglionaggine del tempo, messa in luce di recente, dopo aver approfittato di uno sconto natalizio sullo Store (la strategia: spendere il meno possibile, SEMPRE, per ridurre all’osso il rischio di unire alla potenziale delusione ludica un’aggiuntiva rosicata economica). Lo dico subito: ho amato VVVVVV. Davvero, dopo molto tempo mi sono ritrovato ad aspettare il momento di poter tagliare i ponti con il mondo per aiutare il Comandante Viridian a recuperare i suoi fluorescenti compagni di spedizione ai quattro angoli del Multiverso (o località analoghe). Immersi in deliranti ambientazioni Commodoriane e accompagnati da una colonna sonora che farebbe la gioia di qualunque giapponese sotto acidi, il nostro compito è appunto quello di superare tonnellate di ostacoli ben noti (sebbene leggermente ritoccati) ai fan delle piattaforme di pixel. Plot-twist: il nostro pg non è in grado di saltare. Innovazione mica male per il genere. Ma, poiché se Maometto non va alla montagna ecc, sarà nientemeno che la Gravità (maiuscola meritata data la sua centralità) a piegarsi alle nostre necessità, invertendosi di volta in volta e permettendoci quindi di compiere meravigliose cadute verso l’alto e tuffi vertiginosi con l’unico obiettivo di portare a casa la (verde) pelle. Nonostante sulle prime fossi esasperato dalla difficoltà di alcune “stanze” (nome scelto dall’autore, traducibile con il nostrano “quadri”), ho in seguito sviluppato una mia teoria sul significato di un gameplay che porta a morire così tante volte (2187 nel mio caso, e direi che la presenza di un death-counter avvalori la mia tesi) e allo stesso tempo non ci penalizza, fornendoci un punto di respawn mai troppo lontano: la chiave per superare qualsiasi ostacolo non è tanto il possedere skills da coreano, quanto piuttosto espandere la propria esperienza acquisita.

Schematizzando:

1)Prova

2)Muori

3)Ri-Prova

4)Ri-Muori

5)Ri-Ri-Prova

6)Ri-Ri-Muori

7)Individua una strategia

8)Provala

9)Muori

10)Ri-Provala

° ° °

n)Supera la stanza trionfante.

Non posso quindi provare altro che soddisfazione di fronte ad un’opera che, senza l’utilizzo di un briciolo di intento costruttivo esteriore, diverte (ho trovato esilaranti i dialoghi esaltati tra i vari personaggi), soddisfa (molto) nel successo, frustra (moltissimo) nel fallimento e insegna a coltivare la propria perseveranza. L’unica arma che ci porterà ad evitare quei cazzo di spuntoni nei muri. Psychedelic Zen.

Hacker per un giorno

Siate sinceri, amici nerd.

Chi di voi non ha mai sognato, almeno una volta, di essere un hacker? Magari un super-hacker che, ticchettando come un ossesso sul proprio terminale, è in grado di penetrare le difese informatiche di una losca multinazionale per poi smascherarne le manovre? Può sembrare la trama di qualche libro, film o, perché no, videogioco. Ed è proprio questa l’esperienza al centro di HACKNET, uno dei più recenti (e ben fatti) giochi di simulazione di hacking, in grado di intrattenerci per circa 20 ore di storyline principale a suon di password violate e pericolosi tracciamenti di IP.

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Alla base di tutto c’è un canovaccio che più classico non si può: come dei novelli Mr Anderson verremo contattati da Morpheus (in questo caso l’hacker Bit) che ci investirà del difficile compito di investigare sulla sua morte. Eh già, perché il buon Bit è già finito all’altro mondo e comunicherà con noi attraverso una serie di mail automatizzate con il compito di addestrarci, farci unire ad unire ad una community di hacker e guidarci poi nella soluzione del mistero.

Le indagini e le missioni secondarie si sviluppano attraverso la violazione di vari dispositivi collegati in rete, interagendo col nostro terminale e digitando comandi per modificare i file system della macchina oppure lanciando .exe in grado di aprire falle e penetrarne i documenti. Nonostante il titolo si avvalga di comandi a terminale realmente presenti nei sistemi UNIX e ci chieda di penetrare le Port come in una vera azione di hacking, il tutto è ovviamente semplificato, “sbriciolato” e reso fruibile anche dal giocatore più inesperto.

Il succo del gioco resta un’avventura testuale “old style”, dove il difficile non sarà ovviamente hackare questo o quel server ma capire cosa fare, in quale ordine… insieme ad una discreta prontezza di riflessi quando verremo individuati dai sistemi di contro-intrusione, per evitare che il nostro IP sia tracciato.

Vi racconto la mia esperienza: installo il gioco e parto tutto gasato, le prime missioni sono un semplice tutorial che mi permette di imparare i primi comandi e conoscere il mondo di gioco. Vi ricordo che tutto quello che vedremo a livello grafico è il nostro terminale… quindi è fondamentale una buona disposizione da parte vostra a “ricreare” nella vostra mente l’atmosfera di gioco.
Appena la missione principale si sfilaccia in una serie di trame secondarie percepiamo la reale libertà che è il bello delle avventure grafiche, in cui è possibile decidere senza restrizioni di esplorare e interagire con tutto quello che ci troviamo intorno: in questo caso, altri terminali connessi. Mi spingo bello ardito ad hackerare un pc un po’ più complesso della media, che si rivela essere di proprietà di un altro hacker… ben più esperto di me. Parte il tracciamento che (ancora non capisco se per “necessità di trama” o mia incapacità) non riesco ad evitare: il risultato è che mi invia un qualche stramaledettissimo malware che mi fa crashare il sistema.

Schermo nero. Reboot che non parte perché mancano dei file di sistema. Panico.

Nessun “menù” per mettere in pausa, nessun “aiutino” per capire cosa fare.

Ho dovuto fare ctrl+alt+canc per uscire e vigliaccamente cercare una soluzione al mistero.

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Non fate lo stesso errore e provate a risolvere il gioco con la vostra testa, la sfida è interessante. La relativa banalità della trama sarà comunque una giustificazione sufficiente a tenerci incollati allo schermo per la soluzione degli “enigmi” che il gioco propone.
Su Steam lo trovate a meno di una decina di euro e il one-man studio Team Fractal Alligator promette già DLC/Espansioni per la fine dell’estate ed una misteriosa modalità multiplayer per il prossimo autunno.

Roba da far tremare le dita sulla tastiera.

Il vino, la Bellucci e Fallout3: come invecchiare con stile

Anticipato da un’hype senza precedenti, e protagonista di un lancio dal successo inusitato, Fallout4 si è già imposto come titolo dell’autunno e sarà probabilmente ricordato come uno dei pilastri del 2015 videoludico. Se però speravate che per una volta ci uniformassimo, sfornandovi subito una recensione fresca fresca del nuovo prodotto di casa Bethesda, ho cattive notizie per voi. Hipster come sempre, mi arriccio i baffi, mi sistemo i risvoltini e mi appresto a donarvi la magica lista dei motivi per continuare a giocare a Fallout3 nel 2015, a sette anni dalla sua uscita.

Nel caso non ne aveste mai sentito parlare, vi basti sapere che si tratta del terzo capitolo della saga Fallout, serie di titoli a tema post-nucleare ambientati in un futuro parallelo, in cui il precipitare dei rapporti tra USA, Cina e Russia negli anni ‘50 ha portato ad uno scontro atomico che in poche ore ha cancellato la società occidentale. Pochi fortunati si sono potuti rifugiare nei Vault, città-bunker destinate alla protezione dell’umanità, e sigillati lì dentro hanno vissuto per circa 300 anni. Nel 2277 il vostro eroe, fino a quel giorno pacifico abitante del Vault 101, si ritrova in fuga in seguito alla sparizione del padre, accusato di loschi traffici. Abbandonati gli agi sotterranei, vi toccherà affrontare per la prima volta una Washington trasformata in deserto mortale, la Capital Wasteland, sulle orme del genitore fuggitivo.

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“Nella Capital Wasteland mi recai, a te pensai..”

 

E’ un gioco difficile

In un’epoca in cui la golden age delle madonne tirate giù dal cielo a pacchi da sei ad ogni livello di ogni titolo sembra ormai solo un ricordo, e i meme che paragonano i duri gamer del passatto ai deboli CoDari di oggi si sprecano, Fallout3 sembra pensato per far scendere una lacrima ai nostalgici e più di una al buon Gesù (che piange quando bestemmiate). Ora, senz’altro chi scrive non si considera un pro, ma posso garantirvi che anche a difficoltà normale le occasioni in cui vedrete il vostro pg fallire miseramente si sprecheranno. Fatta eccezione per poche specie insignificanti, quasi ogni nemico vi darà del filo da torcere. Che si tratti di granchi antropomorfi, coloni inviperiti o semplici supermutanti, state certi che non accetteranno un destino da “carne da farming” senza combattere strenuamente. Anche nei casi in cui doveste uscire indenni da un confronto, spesso il prezzo da pagare sarà un sanguinoso dispendio di munizioni e medicamenti. Se quindi decidete di attraversare le Wasteland non aspettatevi di farlo con la pipa in bocca.

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Auguri.

 

La trama non è un pretesto per il pewpew

Nonostante il gameplay possa ingannare i neofiti, Fallout3 non nasce come uno sparatutto. Spingendo un po’ sul pedale dell’iperbole, potrei dirvi che le sessioni di mezzogiorno di fuoco sono quasi ciò che mi diverte di meno. A partire dai continui riferimenti agli antefatti temporali, fino a giungere ai dettagli su trama e mondo di gioco rinvenibili un po’ in ogni angolo, tutto contribuisce a porvi nel mezzo di un affresco cupo e complesso, che nulla ha da invidiare a diversi prodotti cinematografici degli ultimi anni, e che forse non sfigurerebbe nemmeno se tradotto in romanzo. Allo stato attuale posso dirvi che, non avendo ancora concluso la main quest, non riesco proprio ad immaginare dove possano andare a parare le avventure del mio personaggio, e ciò non è dovuto alla mancanza di spunti narrativi, quanto piuttosto alla loro ricchezza: ritroverò mio padre? Entrerò in contatto con l’Enclave? In caso affermativo, sarà mio avversario o alleato? Tutto ciò per dirvi quanto l’esperienza di gioco sia immersiva, e vada ben oltre il semplice svuotare dungeon a raffiche di mitra. A ciò aggiungo l’infinità di wiki, manuali e guide strategiche dedicate al titolo, elementi che contibuiscono ad espandere l’esperienza di gioco oltre i confini della partita stessa, un elemento che personalmente mi ha sempre affascinato.

 

E’ un gdr e lo dimostra

Come anticipato al punto precedente, Fallout3 conserva la sua essenza di gioco di ruolo. Al di là delle possibilità offerte dal free roaming e dalla presenza di numerose quest secondarie, caratteristiche ormai adottate anche da titoli action e molto più scriptati, si pensi ai vari Arkham o agli ultimi Far Cry, l’essenza gdr del titolo emerge grazie all’importanza riservata alle scelte del giocatore. Come nei cugini basati su carta e penna, avrete la netta sensazione che le vostre decisioni influenzino pesantemente gli eventi di gioco. Non solo tramite le azioni che deciderete di compiere (per quanto vi accorgerete facilmente di quanto un karma sbilanciato influenzerà le vostre sorti), ma anche a livello di modellazione del vostro pg. Vi siete costruiti un percorso da bruti dal grilletto facile? Questo sarà accaduto a discapito di altri aspetti della vostra personalità, quindi scordatevi pure di hackerare un sistema di sicurezza, sarete molto probabilmente costretti a farvi valere a suon di proiettili. Parimenti, avete scelto la via della scaltra faina, dunque il gioco vi schiuderà numerosi segreti tramite interrogatori, appostamenti e furti con scasso, ma poi non mettetevi a piangere quando anche le talpe radioattive saranno in grado di massacrarvi in campo aperto. Anche l’interazione con gli npc risentirà pesantemente delle vostre peculiarità, per dirne una di recente sono riuscito a risolvere con la diplomazia, dovuta al carisma e all’intelligenza del mio eroe, una faida tra fazioni che, se affrontata con la violenza, mi avrebbe visto senz’altro soccombere in un battito di ciglia.

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Scegliete con attenzione le vostre abilità, decideranno chi siete

Chiaramente la perfezione non è di questo mondo, e anche in questo caso una serie di difetti, più o meno gravi, vanno evidenziati. A partire dall’IA che controlla gli npc, troppo arrendevole e permissiva in alcuni casi (mi è capitato spesso che nemici umani si facessero prendere dal panico e smettessero di attaccarmi rannicchiandosi a terra) e troppo giustizialista in altri (l’ormai celebre legge per cui il furto di una forchetta è punito con la fucilazione istantanea), per arrivare a scelte di doppiaggio spesso improbabili e momenti in cui la sospensione dell’incredulità è messa a dura prova, quando ad esempio potrete girare con un numero arbitrariamente grande di missili anticarro nello zaino, ma un pacchetto di sigarette di troppo vi sovraccaricherà, le occasioni in cui alzare gli occhi al cielo saranno numerose. Ciononostante sono tutte macchie che, vista l’enormità del titolo e i già sette anni sulle sue spalle, mi sento di perdonare ampiamente. Se siete in vena di drammi postatomici e non avete ancora gli 8 gb di ram richiesti da Fallout4, o anche se vi va un po’ di revival, Fallout3 continua a rappresentare un’alternativa più che valida alla vita sociale.

Giochi di ruolo per galantuomini impegnati: Card Hunter

Sono sempre stato un videogiocatore. Da che ho memoria, ho sempre dedicato corpose fette del mio tempo libero all’immersione in realtà parallele in cui salvare galassie, rincorrere fantasmi, esplorare sotterranei ecc. Negli ultimi tempi però, impegni di varia natura mi hanno concesso sempre più raramente di sedere di fronte all’amato videoterminale in maniera continuativa, precludendomi la possibilità di affrontare avventure virtuali degne di questo nome (vi sfido a trovare stimolante la campagna di The Witcher se spezzettata in sessioni mensili). Se a ciò si aggiunge una rinnovata passione per il gioco face-to-face che, magic a parte, mi ha messo in contatto con il microcosmo delle ludoteche romane (di cui magari scriverò in futuro), è ancora più comprensibile il mio timore di star appendendo il joystick al metaforico chiodo.

Come il Dr. Gregory House quasi pulito che trova l’ultima pasta di Vicodin in giro per casa e ci ricasca, ecco che però di recente mi sono imbattuto in un bel videogioco capace di soddisfare in una sola volta tutte le mie necessità: è divertente, si presta alla sessione singola e non richiede la lettura di wiki enciclopediche. Ecco a voi Card Hunter, o “i vostri venti minuti di nerdata quotidiana”.

Card Hunter è un gioco da tavola virtuale, genere non troppo comune e che di solito prevede l’esclusiva traduzione in righe di codice di prodotti già esistenti nel fantastico mondo del legno e del cartone: si pensi ai mille titoli di scacchismo virtuale o a prodotti come Monopoli, Trivial Pursuit ecc. In questo caso invece parliamo di un gioco nato per essere da “tavolo virtuale”, roba fresca che non avete mai assaggiato.L’idea alla base è quella di fondere due colonne portanti della formazione di noi tipi popolari della scuola: i giochi di ruolo e quelli di carte collezionabili (non mi dite che non incentrate tutte le vostre strategie di rimorchio sui classici intramontabili “Hey, ti sei fatta/o male quando sei caduta/o dal tuo lupo da battaglia?” e “Wow! Sei più bella/o di un Tarmogoyf foil!”).

“Alla pugna!”

Il contesto di gioco è semplice: fratelli di un celebre Game Master locale, lo assillate finchè non accetta di assistervi in una serie di sessioni di Card Hunter, che assume così il duplice ruolo di videogioco per voi esseri fisici e di oggetto delle attenzioni della vostra controparte virtuale (“So meta!”); da qui iniziano le vostre campagne, scandite da continui ganci che collegano i diversi piani narrativi: durante una partita il vostro piano tattico sarà interrotto dall’arrivo del ragazzo delle pizze e amenità simili. Il vostro obiettivo è muovere le pedine raffiguranti gli eroi su un tabellone a griglia che ricorda molto da vicino i più classici piani di gioco di D&D (la radura boscosa, la cripta del necromante, il fortino dei goblin ecc) e sconfiggere i personaggi controllati dal Master.
La biforcazione da quella che potrebbe sembrare una totale trasposizione delle sessioni di combattimento della creazione di Gary Gygax arriva nella modalità con cui interagite con il mondo: bando a sacchetti di dadi, schede personaggio e calcolatrici scientifiche, il vostro unico alleato sono le carte che pescherete di turno in turno. Divise in tre macro-categorie, su di esse si basa l’intera meccanica di gioco: volete accerchiare il nemico? Avete bisogno di una carta movimento. volete scagliare una raffica di mazzate o una palla di fuoco? Carta mischia o carta magia. Insomma, avete afferrato. Le carte che avrete a disposizione dipendono dall’equipaggiamento dei vostri personaggi. Anzichè pompare le statistiche dei vostri pg infatti, in Card Hunter la funzione degli oggetti, che reperite in casse ricompensa a fine missione o pagando il classico commerciante, è quella di inserire nel mazzo del vostro eroe carte sempre più potenti o funzionali al superamento delle campagne. L’interazione tra l’altro non si limita allo scontro bovino tra pedine, anzi da un certo livello in poi saranno utili, se non vitali, strategie più sottili come la modifica tattica del terreno di gioco, l’attacco diretto alle carte dell’avversario o l’uso sui nemici di magie che uniscono effetti positivi e negativi (es: perchè non conferire ad un nemico statico una grande velocità, se in basso sulla carta c’è scritto anche “ogni volta che il personaggio bersagliato gioca una magia perde due vite”?).

Il momento più bello di ogni gdr: quello del bottino

Card Hunter è inoltre affrontabile in tre modalità: una classica campagna single player contro la CPU costantemente aggiornata, un pvp online e una variante della prima in cui le avventure sono ideate da giocatori membri della community e selezionate in base all’originalità dagli sviluppatori, che si occupano poi di realizzarle materialmente. Grazie a quest’ultima, nei giorni scorsi mi sono trovato di fronte a numerose avventure inaspettate: ho affrontato dei pirati nani in uno scontro navale su passerelle, sono stato un cane impaurito in fuga da mostri del gelo e la personificazione di un antivirus impegnato a proteggere un processore dai piani espansionistici di un’armata di malware. Trovo decisamente brillante la decisione della Blue Manchu, che cedendo lo scettro del master ai giocatori più estrosi si assicura un continuo refill di materiale fresco, e permette a noi utenti di rompere di tanto in tanto con la campagna classica per dedicarci ad ambientazioni e strategie innovative. Ovviamente paladini, elfi, boschi e castelli sono un must, ma alla lunga possono risultare monotoni.

Se ciò non fosse sufficiente a convincervi aggiungo che gli sviluppatori, con un palese background da ruolisti grosso come un troll delle montagne, si sono davvero impegnati nel rendere l’impianto visivo il più vicino possibile a quelle che sono le effettive esperienze di una sessione di D&D (sostituite con il vostro titolo preferito) domenicale: dai sacchetti di patatine a bordo tabellone, alle copertine dei moduli che introducono ogni campagna, ogni dettaglio è studiato per ricreare con leggerezza un’atmosfera familiare a molti di noi.

Ultimo fondamentale dettaglio: Card Hunter è disponibile su Steam ed è GRATIS (fuochi d’artificio e inni di Genoa e Sampdoria). Se proprio morite dalla voglia di possedere quello Scudo Del Destino Di Platino Del Re Dei Ghoul potete anche caricare i soldi sulla carta e acquistarlo, dal momento che il titolo adotta un sistema basato su doppia valuta ormai molto diffuso, ma nulla esclude che lo possiate trovare in una cassa al termine della vostra prossima missione. Se c’è infatti un punto su cui la community di Card Hunter concorda è che il titolo non è affatto un pay-to-win: l’esperienza di gioco risulta estremamente godibile anche senza spendere un centesimo. Ho il dubbio che degli squilibri potrebbero sorgere nel pvp ma è una modalità che ho provato ancora troppo poco per formulare un giudizio.

Sperando di avervi fornito un’alternativa attraente allo scroll compulsivo della home di facebook non posso che augurarvi una buona pescata, ci becchiamo alla taverna Testa dell’Orco per una cerveza virtuale.